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In primo piano

[Libri] "The Tower. Il millesimo piano" di Katharine McGee, incipit #121

Novembre 2118.

The-Tower-Il-millesimo-piano-Katharine-McGee-incipit

The Tower
Il millesimo piano

di Katharine McGee
Piemme
cartaceo 14,95€
ebook 8,99€

La musica e le risate si stavano affievolendo al millesimo piano, la festa giungeva lentamente al termine e anche gli ospiti più resistenti barcollavano verso gli ascensori per scendere nei loro appartamenti. Le ampie finestre che andavano dal pavimento al soffitto erano quadrati di vellutata oscurità, ma in lontananza il sole stava sorgendo e tingeva l’orizzonte di rosa pallido venato di una sfumatura d’oro luccicante.
All’improvviso un urlo lacerò il silenzio, mentre una ragazza cadeva verso terra, il corpo che fendeva l’aria fresca del primo mattino.
In meno di tre minuti la ragazza si sarebbe schiantata sull’implacabile cemento della East Avenue. Ma ora, con i capelli sollevati dal vento, l’abito di seta che sbatteva contro le dolci curve del suo corpo, la bocca rosso fuoco socchiusa in una perfetta “o” di sorpresa, ora, in questo istante, era più bella di quanto fosse mai stata.
Dicono che tutta la vita ti passi davanti agli occhi prima di morire. Ma mentre il terreno si avvicinava sempre più velocemente, la ragazza non riusciva a pensare ad altro che alle ultime ore, alla strada che aveva percorso e che l’aveva condotta lì. Se solo non gli avesse parlato. Se solo non fosse stata così sciocca. Se solo non fosse andata lassù…
Quando il sorvegliante trovò quel che restava del suo corpo e con mano tremante pingò un rapporto dell’incidente, l’unica cosa che sapeva era che quella ragazza era la prima persona a cadere dal Tower nei venticinque anni da che era stato costruito. Non sapeva chi fosse, né come fosse riuscita a uscire all’aperto.
Non sapeva se fosse caduta o fosse stata spinta o se, schiacciata dal peso di oscuri segreti, avesse deciso di saltare giù.

Due mesi prima

«Mi sono divertito un sacco stasera» disse Zay Wagner mentre accompagnava Avery Fuller alla porta del suo attico. Erano stati al New York Aquarium, giù all’830esimo piano, a ballare alla tenue luce delle vasche dei pesci, circondati da volti familiari. Non che ad Avery il posto piacesse particolarmente. Ma come diceva sempre la sua amica Eris, una festa è una festa, no?
«Anch’io.» Avery inclinò la testa bionda verso lo scanner della retina per sbloccare la porta. Poi sorrise a Zay. «’notte.»
Lui le prese la mano. «Stavo pensando che magari potrei entrare. Dato che i tuoi non ci sono…»
«Mi dispiace» mormorò Avery, nascondendo il fastidio dietro un falso sbadiglio. Era tutta la sera che lui cercava scuse per toccarla… Avrebbe dovuto aspettarselo. «Sono distrutta.»
«Avery.» Zay le lasciò la mano e fece un passo indietro, passandosi le dita tra i capelli. «Ormai sono settimane che andiamo avanti così. Almeno io ti piaccio?»
Avery aprì la bocca per rispondere, ma rimase in silenzio. Non sapeva cosa dire.
Qualcosa lampeggiò negli occhi di Zay… Irritazione? Confusione? «Capito. Ci vediamo più tardi.» Entrò in ascensore, poi si voltò, squadrandola nuovamente da capo a piedi. «Eri davvero bella stasera» aggiunse. Le porte dell’ascensore si chiusero davanti a lui con un clic.
Avery sospirò ed entrò nell’imponente atrio del suo appartamento. Prima che lei nascesse, quando il Tower era ancora in costruzione, i suoi genitori avevano fatto un’offerta piuttosto aggressiva per garantirsi quel posto: l’intero attico, con l’unico ingresso a due piani della struttura. Loro ne erano orgogliosissimi, ma Avery odiava quell’enorme entrata che faceva echeggiare i suoi passi e tutti quegli specchi luccicanti su ogni superficie. Non poteva guardare da nessuna parte senza vedere il proprio riflesso.
Scalciò via i tacchi e si avviò a piedi nudi verso la sua camera, lasciando le scarpe al centro dell’atrio. Qualcuno le avrebbe raccolte, uno dei bot, o Sarah, se fosse arrivata puntuale per una volta.
Povero Zay. Ad Avery piaceva: era divertente in una maniera scanzonata e la faceva ridere. Ma non provava assolutamente niente quando si baciavano.

L’unico ragazzo che Avery avrebbe davvero voluto baciare era quello che non avrebbe mai, mai potuto essere suo.

Entrò nella sua camera e sentì il leggero ronzio del computer che si attivava, analizzando i suoi parametri vitali e regolando la temperatura di conseguenza. Un bicchiere d’acqua ghiacciata apparve sul tavolino vicino al suo antico letto a baldacchino. Probabilmente era a causa dello champagne che ancora si agitava nel suo stomaco vuoto, ma Avery non si preoccupò di domandargli il perché. Dopo che Atlas era sparito, aveva disabilitato la funzione vocale del comp. Era stato Atlas a impostarla su un accento inglese e a chiamarlo Jenkins. Parlare con Jenkins senza Atlas era troppo deprimente…
Le parole di Zay le echeggiarono nella mente: Eri davvero bella stasera.
Stava solo cercando di farle un complimento, ovviamente. Non poteva sapere quanto lei odiasse quella parola. Per tutta la vita non aveva fatto altro che sentirsi dire quanto era bella… Dagli insegnanti, dai ragazzi, dai suoi genitori. Ormai quell’aggettivo aveva perso ogni significato. Atlas, il suo fratello adottivo, era l’unico che capiva quanto detestava quei complimenti.
I Fuller avevano speso anni e un’enorme quantità di denaro per concepire Avery. Non era sicura di quanto fosse costata davvero, ma immaginava che il proprio valore fosse di poco inferiore a quello del loro appartamento. I suoi genitori, che erano entrambi di altezza media con volti anonimi e capelli castani in via di diradamento, erano volati in Svizzera dal più grande ricercatore del campo per farsi frugare nel materiale genetico. Da qualche parte nelle milioni di combinazioni del loro DNA alquanto nella media avevano trovato l’unica possibilità che aveva portato ad Avery.
A volte si chiedeva come sarebbe stata se i suoi genitori l’avessero concepita naturalmente o avessero semplicemente fatto gli esami per le principali malattie come la maggior parte della gente dei piani alti. Avrebbe ereditato le spalle gracili di sua madre o i dentoni di suo padre? Non che avesse importanza. Pierson ed Elizabeth Fuller avevano pagato per questa figlia, per questa ragazza con i capelli color miele e gli occhi blu, l’intelligenza di suo padre e lo spirito vivace di sua madre. Atlas scherzava sempre dicendo che la testardaggine era il suo unico difetto.
Avery avrebbe voluto che fosse davvero l’unica cosa sbagliata che aveva…
Scosse i capelli, li raccolse in un morbido chignon e uscì con passo deciso dalla sua stanza. In cucina aprì la porta della dispensa e allungò istintivamente la mano verso la maniglia nascosta nel pannello metallico sul fondo. L’aveva trovato anni prima mentre giocava a nascondino con Atlas. Non aveva idea se i suoi genitori ne conoscessero l’esistenza… Anzi, probabilmente non avevano mai messo nemmeno piede qui dentro.
Avery spinse il pannello verso l’interno e una scaletta calò immediatamente dall’alto nello stretto spazio della dispensa. Afferrando la gonna del lungo abito di seta color avorio con entrambe le mani, si infilò dentro e cominciò a salire, contando automaticamente i pioli in italiano, uno, due, tre. Si domandò se Atlas avesse trascorso del tempo in Italia quest’anno, ammesso che fosse andato in Europa…

Restando in equilibrio sull’ultimo gradino, allungò la mano per aprire la botola e uscì impaziente nella gelida oscurità.

Sotto il ruggito assordante del vento, sentì il rombo di varie macchine intorno a lei, ben protette nei loro contenitori impermeabili o dai pannelli fotovoltaici sparsi per il tetto. Le lastre di metallo della piattaforma erano fredde sotto i suoi piedi nudi. A ogni angolo svettavano supporti d’acciaio arcuati, che si univano sopra la sua testa a formare l’inconfondibile guglia del Tower.
Era una notte serena e non c’erano nuvole nell’aria a inumidirle le ciglia o a imperlarle la pelle. Le stelle brillavano come vetri infranti contro l’oscura vastità del cielo notturno. Se qualcuno avesse saputo che era là sopra, sarebbe stata punita a vita. L’accesso all’esterno oltre il 150esimo piano era proibito; tutte le terrazze oltre quel livello erano protette dai forti venti con pesanti pannelli di vetro sintetico in polietilene.
Avery si domandò se qualcuno avesse mai messo piede quassù a parte lei. C’erano delle ringhiere su un lato del tetto, presumibilmente nel caso dovessero salire degli operai per la manutenzione, ma a quanto ne sapeva lei nessun operaio era mai stato lì.
Non l’aveva mai detto ad Atlas: era uno degli unici due segreti che gli aveva nascosto. Se l’avesse scoperto, si sarebbe assicurato che non potesse più tornarci e Avery non sopportava l’idea di rinunciare a tutto questo. Amava stare quassù… Amava il vento che le sferzava la faccia e le scompigliava i capelli, che la faceva lacrimare, che ululava così forte da soffocare tutti i suoi pensieri più orribili. Si avvicinò al bordo, godendosi la sensazione di vertigine alla bocca dello stomaco mentre guardava in lontananza verso la città, dove le monorotaie si incurvavano sotto di lei come serpenti fluorescenti. L’orizzonte sembrava assurdamente lontano. La sua vista spaziava dalle luci del New Jersey a ovest, fino alle strade della Dispersione a sud e poi verso Brooklyn a est e oltre, verso il luccichio di peltro dell’Atlantico.
E sotto i suoi piedi nudi c’era la più grande struttura della Terra, un intero mondo a sé. Bizzarro che ci fossero milioni di persone sotto di lei in questo momento, che mangiavano, dormivano, sognavano, si toccavano. Avery batté le palpebre, sentendosi all’improvviso tremendamente sola.

Erano estranei, tutti, persino quelli che conosceva. Cosa le importava veramente di loro o di se stessa o di qualunque altra cosa, in realtà?

Appoggiò i gomiti sulla ringhiera e rabbrividì. Un movimento sbagliato avrebbe potuto farla precipitare nel vuoto. Non per la prima volta si chiese come sarebbe stato cadere per quattro chilometri fino a terra. Immaginò che si sarebbe sentita stranamente in pace, che avrebbe provato una sensazione di assenza di peso mentre raggiungeva la velocità limite. E che sarebbe morta di infarto molto prima di toccare terra. Chiudendo gli occhi, si inclinò in avanti, arricciando le dita dei piedi con le unghie dipinte d’argento sopra il bordo… e in quel momento il retro delle sue palpebre si illuminò mentre le sue lenti a contatto registravano un ping in arrivo.
Esitò, travolta da un’ondata di eccitazione mista a senso di colpa alla vista di quel nome. Era riuscita a evitare questo momento per tutta l’estate, distraendosi con il programma di studi all’estero a Firenze e più di recente con Zay. Ma dopo un istante Avery si voltò e ridiscese in fretta la scaletta.
«Ehi» disse senza fiato una volta tornata nella dispensa, sussurrando anche se non c’era nessuno che potesse sentirla. «È un po’ che non chiami. Dove sei?»
«In un posto nuovo. Tu lo adoreresti.» La sua voce era la stessa, calda e profonda come sempre. «Come vanno le cose, Avi?»
Ed eccola qui, la ragione per cui Avery sentiva il bisogno di affrontare il vento che infuriava per sfuggire ai propri pensieri, la parte della sua ingegneria genetica che era andata storta.
Dall’altra parte della linea c’era Atlas, suo fratello… e la ragione per cui non avrebbe mai voluto baciare nessun altro.

Quarta di copertina
"The Tower. Il millesimo piano" di Katharine McGee, Piemme, 2017.

Manhattan, 2118. New York è diventata una torre di mille piani, ma le persone non sono cambiate: tutti vogliono qualcosa, e tutti hanno qualcosa da perdere.
La spregiudicata Leda, che brama una droga che non avrebbe mai dovuto provare e un ragazzo che non avrebbe mai dovuto toccare.
La viziata Eris, che dopo aver perso tutto in un istante vuole risalire, ma presto comincerà a chiedersi quale sia veramente il suo posto.
L'intraprendente Rylin, che un lavoro ai piani alti trascinerà in un mondo - e in una relazione - mai immaginati: la nuova vita le costerà quella vecchia?
Il geniale Watt, che può arrivare ai segreti di ciascuno e, quando viene assunto per spiare una ragazza, si troverà imprigionato in una rete di bugie.
E sopra tutti, al millesimo piano del Tower, vive Avery, disegnata geneticamente per essere perfetta.
La ragazza che sembra avere ogni cosa, tormentata dall'unica che non dovrebbe nemmeno desiderare…

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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