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In primo piano

[Inediti d'autore] "Storie di un'assistente turistica a Zanzibar", racconto di Valentina Gerini

Storie di un'assistente turistica a Zanzibar, racconto - cover

STORIE DI UN'ASSISTENTE TURISTICA
A ZANZIBAR

«E no! Io in questo posto pieno di lucertole giganti non ci dormo», disse una signora a Zanzibar, indicando un piccolo, innocuo geco che faceva gli occhi dolci appeso al soffitto. 
«Ma signora, è un geco. Una fortuna averlo in camera qua, le mangerà tutte le zanzare!», rispose l'assistente turistica, cercando di sdrammatizzare.
«No, no! Io qui non ci dormo. O mi toglie il geco dalla camera oppure mi cambia camera».
E visto che il villaggio era al completo, l'assistente chiamò un manutentore per sbarazzarsi del povero geco.
Terminata la gecoperazione, il telefono dell'assistente squillò di nuovo. Era la 115 che lamentava la presenza della stupenda zanzariera a baldacchino sul letto.
«Signora, quella è una protezione utilissima qua a Zanzibar. É presente in tutte le stanze e serve per essere protetti dalle zanzare durante la notte, così può dormire sonni tranquilli. Tra l'altro sul nostro catalogo, nella descrizione delle stanze, è scritto che tutti i letti sono dotati di zanzariera».
«Ma a me non piace! Mi soffoca, non la voglio, me la tolga», tuonò la cliente dall'altro capo del telefono.
«Mi spiace, signora. Non posso toglierla. Possiamo però tirarla su in qualche modo». E così richiamò il manutentore e gli indicò la camera in cui avrebbe dovuto tirare su la zanzariera.
Erano tutti sistemati nelle proprie stanze, il sole splendeva alto in cielo e il caldo era quasi insopportabile. La giornata era solo a metà e l'assistente si sentiva abbastanza spossata. In effetti, le giornate di aeroporto stancavano parecchio. Assistere e supervisionare i check-in non era mica facile! Le bilance per pesare i bagagli erano come quelle usate 50 anni fa per pesare i sacchi di patate e i gentilissimi ospiti ogni volta strabuzzavano gli occhi. Lei ormai ci era abituata ma loro non riuscivano a capacitarsene. Poi c'era sempre qualche overbooking, non suo per fortuna, a rovinare l'atmosfera. E quando c'era puzza di overbooking gli ospiti lo sentivano. Non sapevano di cosa si trattasse ma sapevano che qualcosa di terribile stesse per accadere a qualcuno. E si scatenava il panico. Un mormorio, un'ondata di lamentele ed era un attimo ritrovarsi sommersi di domande.
Poi si passava alla zona degli arrivi, praticamente cinque metri più avanti dell'aerea partenze. E tra la terra rossa, ragazzi che giocavano a pallone e facchini improvvisati, si attendeva il volo. Dall'atterraggio all'uscita degli ospiti passava quasi sempre un tempo infinito che spesso portava l'assistente a chiedersi se dentro ci fosse una giungla anziché una zona di ritiro bagagli. Poi si ricordava di quando era arrivata lei e di come aveva dovuto destreggiarsi tra chi sventolava i bagagli per trovare il proprietario e i poliziotti doganali che fermavano chiunque respirasse.

Ripensando al giorno del suo arrivo, si era fatta ormai ora di pranzo e la sua pancia brontolava rumorosamente. 

Aveva rosicchiato qualche fetta biscottata al buio della sua camera quando, alle 3 del mattino, la sveglia l'aveva scaraventata giù dal letto. Doccia, denti, uniforme da aeroporto e via. Non c'era stato tempo per una vera colazione. Un caffè al bar dell'aeroporto? Neanche a parlarne! Il caffè sapeva di sabbia e i succhi erano così congelati da far venire una congestione anche solo a guardarli. Tempo per allontanarsi dall'aeroporto verso uno dei bar in strada non ce n'era stato e allora si ritrovava lì, con lo stomaco che gridava come se non mangiasse da giorni.
Una rapida perlustrazione radar verso tutte le camere dell'hotel da destra verso sinistra: nessun movimento all'orizzonte. Era l'ora. Rapida come un felino, l'assistente si diresse verso il ristorante, felice di poter finalmente mettere qualcosa sotto ai denti.
Il ristorante si trovava in spiaggia, proprio di fronte al mare. Una vista mozzafiato da incantare anche un angelo. Il suono delle onde sulla battigia, il luccichio del sole che si specchiava nell'oceano, il bagliore della spiaggia bianca come la panna, un relitto di una barca in riva al mare dava la sensazione di guardare una vera e propria cartolina. Mangiare con questo panorama ripagava di ogni sforzo fatto durante la giornata. E poco importava se per arrivarci si doveva percorrere tutta la spiaggia senza passerella e i granelli di sabbia si infilavano di prepotenza fin dentro i calzini, tra dito e dito. A quelli che si lamentavano dell'assenza della passerella per arrivare al ristorante lei rispondeva sempre: «Capisco, ma basta alzare gli occhi e guardare il mare e l'importanza della passerella passerà sicuramente in secondo piano, credetemi».
Entrò al ristorante, mantenendo un basso profilo. Era sempre ingenuamente convinta che se non avesse incrociato gli occhi degli ospiti, questi non l'avrebbero mai notata. Certo, solo lei indossava una camicia a maniche lunghe bianca, la gonna fino al ginocchio e le scarpe col tacco. Gli animatori almeno avevano i bermuda e scarpe da ginnastica, ma lei no. L'assistente il giorno degli arrivi indossa la gonna se è donna e il pantalone lungo se è uomo. Tutti gli altri sguazzavano in abiti leggeri, costumi, copricostumi e parei.
Col suo sguardo basso, rivolto verso il pavimento di legno come a contare quante lastre di parquet fossero state usate per la costruzione della struttura, l'assistente si avvicinò al buffet dei primi. Si mise in fila in silenzio, col piatto stretto tra le mani, canticchiando una canzone che le ronzava in testa da qualche giorno. Si stava già rilassando, ma sapeva che quel momento fosse soltanto la quiete prima della tempesta.

Arrivato il suo turno, infatti, il cuoco saltapasta, pensando di fare un piccolo, insignificante scherzo gridò: «Eccola qua, la star del villaggio. Signori e signori vi presento l'assistente!».

E fu così che tutti gli occhi si girarono verso di lei, che fulminò il saltapasta con lo sguardo ma sorrise agli ospiti, come fosse Jack di Shining. Uno ad uno, gli ospiti le si avvicinarono e iniziarono a parlarle.
«Ma qui come funziona? È a buffet? Ci serviamo da soli?»
«Per mio figlio che non mangia pollo trovo qualche altro tipo di carne?»
«E per le escursioni quando ti troviamo? Le possiamo prenotare adesso?»
«Avrei bisogno di uno scalda biberon, ce l'avete?»
«Complimenti a tutti, qua è meraviglioso!»
"Almeno uno che fa un complimento, ci voleva!", pensò l'assistente, mentre ascoltava gli altri ospiti che continuavano a parlare.
«Per chiamare in Italia che numero devo digitare?»
«Ma Zanzibar dove si trova? Cioè, so che sta in Africa, ma precisamente in nord o sud africa? Forse sta in centro?»
«Sii sincera, ti prego. La pasta qua la fanno al dente o scotta? Perché io la pasta scotta non la sopporto proprio»
«Bello eh! Bel panorama, bel posto, bel ristorante e tutto quanto! Ma una passerella ce la potevate mettere in spiaggia»...
Il saltapasta se la stava ridendo soddisfatto, ma un rapido sguardo assassino verso il cuoco smorzò quell'aria di festa. Ricomposta l'espressione da gentil-assistente, la ragazza prese a rispondere in maniera gentile ed educata a ogni domanda che le era appena stata posta. Poi si sedette al suo solito tavolo e guardò fuori dalla finestra. Che poi, a dir la verità, non era una vera finestra ma un unico grande balcone.
Un balcone vista mare.
Era identico a quello del piccolo bar vicino al villaggio, costruito interamente in makuti con il bar posizionato direttamente in spiaggia, sulla sabbia. Offriva birra ghiacciata, cocktail inventati da improbabili baristi e tanta musica e lei ci andava spesso con i colleghi per una bevuta in notturna e per ballare un po', immersa nel clima zanzibarino. Lo raggiungeva di notte, a piedi nudi. Una sensazione meravigliosa: il fresco della sabbia, l'umidità che cadeva dal cielo, la luce della luna che illuminava il mare. Non avrebbe cambiato quel suo lavoro con nessun altro al mondo.
Così, guardando l'infinito, mise in bocca una forchettata di pasta al pesto, pensando a come fosse diventato buono quello che le preparava sempre sua madre quando tornava a casa tra una stagione e l'altra. In realtà sapeva che il pesto di mamma fosse sempre stato buono. È che da quando lavorava sei mesi l'anno lontano dalla famiglia, ogni volta che tornava a casa per lei quel pesto preparato al momento era ancora più buono. Pensando alla mamma e guardando il mare, tra sé e sé disse: "Faccio il lavoro più bello del mondo!".


Valentina-Gerini

Valentina Gerini
Ho due grandi passioni: i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ho fatto la mia professione, diventando accompagnatrice turistica. La scrittura è il mio hobby. Mi piace avere una vita piena di cose da fare: sono una mamma, lavoro, collaboro con un mensile toscano, mi impegno a portare avanti il progetto Gli scrittori della porta accanto e scrivo libri.
Volevo un marito nero, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione)
La notte delle stelle cadenti, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).

About Valentina Gerini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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