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In primo piano

[Inediti d'autore] "Storie di un'assistente turistica a Zanzibar - Lei non sa chi sono io", racconto di Valentina Gerini

Storie di un'assistente turistica a Zanzibar, racconto - cover

STORIE DI UN'ASSISTENTE TURISTICA A ZANZIBAR
Lei non sa chi sono io

Quella notte l'assistente era molto stanca. Saranno state le camminate su e giù per la spiaggia nel tentativo disperato di competere con i beach boys nella vendita delle escursioni, oppure le due alzatacce delle notti pretendenti. Per ben due notti era stata svegliata di soprassalto dal cellulare che squillava. Si trattava di ospiti con urgente bisogno del medico. La prima era una signora con problemi intestinali, la seconda invece un bambino con la febbre.
E con quella nottata diventavano tre le alzatacce. L'assistente si era alzata, vestita al buio, cercando a tastoni la maglia dell'uniforme con la speranza che fosse pulita, e si era recata da un signore con un vomito irrefrenabile. Durante il tragitto, con un cielo stellato sopra la sua testa tanto bello da sembrare finto, aveva telefonato al medico, Kotak, che ormai la conosceva.
«My dear friend!», l'aveva salutata il dottore. Gli aveva chiesto se gentilmente fosse potuto venire in villaggio anche se non aveva dubbi: sarebbe venuto anche se non glielo avesse chiesto gentilmente. In primo luogo perché per lui significavano 100 dollari guadagnati, essendo una chiamata notturna, e in secondo luogo perché avrebbe visto lei, l'assistente. Da quando si erano incontrati la prima volta, lui non aveva mai smesso di farle avance, invitandola a vivere con lui, a diventare sua moglie, a rimanere a Zanzibar. A lei era sembrata una cosa buffa: nemmeno la conosceva e la voleva sposare. Se solo avesse saputo quali pensieri riusciva a partorire la sua mente durante un complaint col cliente, forse non avrebbe più voluto sposarla  così tanto! Ma lui non demordeva e, ogni volta che veniva in villaggio, ci provava e riprovava. Allo stesso modo lei non demordeva e, ogni volta che lui ci provava, rifiutava e rifiutava.
Quella notte arrivò, trafelato come sempre. Pareva avesse fatto il tragitto di corsa. Il camice bianco stropicciato, con due buchi ben evidenti e uno strappo sul taschino. Lo stetoscopio al collo che sembrava aver fatto la guerra e la valigetta di finta pelle ben stretta nella mano. Tentò un approccio, un saluto più caloroso del previsto, ma l'assistente si tenne a distanza, sorridendo divertita, e lo accompagnò nella camera del malato.
Bussarono alla porta e attesero che qualcuno aprisse. Una signora dal viso stanco si affacciò e li fece entrare, squadrando dalla testa ai piedi il dottore.
«Ci si può fidare?», chiese la signora, guardando prima la ragazza, poi il marito.
«Certo, signora. Stia tranquilla, il medico è esperto e ci ha aiutato più volte», ripose l'assistente e trattenne una risata al pensiero di vedere che faccia avrebbe fatto la signora quando il dottore avrebbe aperto la valigetta. Quella valigetta era come la borsa di Mary Poppins, da lì poteva uscire di tutto: da strumenti medici a teli e fazzoletti colorati, da caramelle a medicine, da pasticche rigorosamente senza confezione a piccoli snack..
Iniziò la visita, partendo dai polmoni. Su la maglietta, stetoscopio e respiri profondi. Tutto era regolare. Battito del cuore? Regolare. Movimento oculare? Regolare. Il signore continuava a vomitare, non ci voleva una laurea per capire che aveva un semplice virus gastrointestinale. Ma ormai conosceva il dottore, sapeva come funziona. Lui voleva mostrarle quanto era bravo, com'era premuroso, attento e minuzioso nel suo lavoro. Quindi si doveva visitare la gola, così tradusse all'uomo ciò che il medico stava dicendo. «Apra la bocca grande grande e dica "aaaaaaa"»... E splash! Un conato di vomito si riversò sulla sua uniforme e schizzò anche il camice bianco del dottore.
Se la moglie avesse potuto sprofondare lo avrebbe fatto, mentre il figlioletto di sette anni, ormai sveglio per il troppo chiasso, era paonazzo e se la rideva divertito. Un puzzo di vomito da rivoltare i morti nella tomba. La pazienza dell'assistente stava giungendo al termine. Aveva sonno, fame, voglia di chiudersi in camera e restare sotto le coperte, col condizionatore che sparasse aria fredda sopra di lei, fino all'indomani. Raccolse dentro di sé tutta la calma che possedeva, anche quella più remota e nascosta, guardando il signore che non accennava a volerle chiedere perdono. "Ma davvero mi vomiti addosso e non mi chiedi nemmeno scusa?", stava pensando lei, incredula. Il dottore provò a pulire qua e là, tamponandole anche la maglietta. Lui non si era scomposto, evidentemente ne aveva viste di peggio e quel camice lo testimoniava. La moglie era visibilmente senza parole e continuava a guardare in terra. Poi tirò un calcio allo stinco del marito e questi, finalmente, si scusò. «Non si preoccupi, signora, sono cose che succedono», disse, anche se ci credeva poco pure lei.
In quella situazione imbarazzante, che ormai sembrava surreale, il dottore finalmente decise di formulare una diagnosi: «Si tratta di vomito, servono delle punture e del riposo, cibo in bianco e con poco condimento per almeno due giorni, una pasticca di queste ogni otto ore».
Aprì la valigetta delle meraviglie, nello stupore dei presenti. Grufolando negli scomparti della sua borsa, tra ticchettii e rumori indefiniti, tirò fuori qualche pasticca e delle fiale, nonché delle siringhe imbustate per bene. Posò tutto sul comodino e iniziò a scrivere la ricevuta. L'assistente era ancora sporca di vomito e non sapeva se ridere o se piangere. Decise di andarsene, con garbo. Così guardò il dottor Kotak, indicando la sua divisa, certa che avesse capito. Poi disse ai signori che avrebbero dovuto pagare la visita e si congedò.

Uscendo dalla camera, vide i Masai che, come ogni notte, rimanevano svegli a turno per sorvegliare il resort. 


Notò anche la porta della camera attigua aperta e le luci accese. Un signore, sulla cinquantina, sembrava la stesse aspettando appoggiato alla porta. Fece finta di niente, un piccolo cenno del capo come saluto. Il sonno le era passato così decise di andare in camera, cambiarsi di abito, e sedersi vicino ai Masai a guardare le stelle, sperando di vederne una cadere per esprimere un bel desiderio. Le sarebbe servita un po' di buona sorte quella notte! Così tornò dopo qualche minuto, pregustando il momento di relax che quella vista le avrebbe regalato. Lo spettacolo di quella luna circondata da un infinito numero di stelle la induceva sempre a pensare che, fino a quel momento, non avesse mai davvero guardato il cielo, quello vero. Quello di Zanzibar, invece, era il cielo vero. Un manto scuro, nero, costellato di puntini luminosi con una luna splendida. Tutto questo, col rumore del mare in sottofondo, la rilassava come niente altro al mondo.
Il signore era ancora lì e stava parlando col medico in maniera concitata. L'assistente decise di far finta di nulla. Kotak sapeva come cavarsela. Si sedette accanto a Ranjili e iniziarono a chiacchierare, con le poche parole che lui conosceva in inglese e con quelle tre, quattro parole che lei aveva imparato in swahili. Qualche secondo dopo, li raggiunsero anche Mandley e Charlie, il capo. Qualche schiamazzo leggero leggero ma niente di così rumoroso da far inalberare il signore appoggiato alla porta che, evidentemente, cercava rissa già da qualche giorno e non aveva soddisfatto la sua sete d'ira con il dottor Kotak, che tutto aveva tranne l'aria di uno dalla rissa facile. L'assistente si ricordava di quell'uomo appoggiato al ristorante, appoggiato al bar in spiaggia, sempre in disparte ad osservare, sbuffare e criticare.
«Signorina, ma cosa è tutto questo baccano? Non si può proprio dormire in questo villaggio. Prima l'animazione con la sua serata, poi i nostri vicini e ora lei!».
Lei, con diplomazia, cercò di spiegare la situazione. Gli raccontò del signore malato, dei suoi vestiti zuppi di vomito, del bisogno di guardare le stelle, ma niente. Il signore era arrabbiato e non voleva capire. Sosteneva che avrebbe chiamato l'agenzia l'indomani mattina per lamentarsi dell'eccessiva vita notturna del villaggio. Vita notturna? Ma di cosa parlava? Si trattava solamente di animatori che avevano fatto una serata in teatro, come di routine, e di lei che aveva assistito una persona indisposta che, tra le altre cose, le aveva riversato la cena mezza digerita sulla maglietta. Non sembrava una grande vita notturna. Lui però non ne voleva sapere di capire e continuava a parlare in maniera molto agitata. Anche il dottor Kotak tentò, senza alcun esito, di calmare gli animi.

Lei non sa chi sono io! Mi dica il suo nome e cognome, lo farò presente in agenzia e la farò licenziare. 

Eccola qua. L'unica, vera, inspiegabile frase che alcuni ospiti pronunciavano quando non sapevano più dove aggrapparsi. "Lei non sa chi sono io". Una frase che forse, per chi la diceva, suonava come una vera minaccia, ma per chi la sentiva era come sentire un sibilo di vento, cioè niente.
Chi era lui, all'assistente interessava ben poco. Avesse saputo quante persone, prima di lui, le avevano già detto quella frase sul piede di guerra! In quanto al suo nome, lui lo sapeva, ce l'aveva scritto ben evidente sul badge che portava sempre attaccato alla maglia. Era scritto ovunque in villaggio, su ogni cartello, su ogni foglio, sul banco assistenza, nel foglio di benvenuto. Il suo cognome, invece, non aveva importanza, e così non glielo disse. La sua pazienza era terminata e consapevole che se non avesse terminato la conversazione all'istante sarebbe sicuramente finita a litigare col gentilissimo signore, lo guardò sorridendo e gli disse: «Signore, nessuno voleva disturbarla, mi spiace abbia trovato il villaggio troppo chiassoso. L'animazione fa il suo lavoro, come io stanotte ho fatto il mio. E adesso me ne vado a guardare le stelle, perché perdersi una stella cadente per parlare con lei mi sembra un gran peccato».

Valentina Gerini

Valentina Gerini
Ho due grandi passioni: i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ho fatto la mia professione, diventando accompagnatrice turistica. La scrittura è il mio hobby. Mi piace avere una vita piena di cose da fare: sono una mamma, lavoro, collaboro con un mensile toscano, mi impegno a portare avanti il progetto Gli scrittori della porta accanto e scrivo libri.
Volevo un marito nero, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione)
La notte delle stelle cadenti, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).

About Valentina Gerini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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