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[Libri] Il bambino che disegnava parole, di Francesca Magni, incipit #136

Il bambino che disegnava parole, di Francesca Magni - Libri, incipit, scrittori

Sono le sette e un quarto, hai spento la sveglia quattro volte, ti tiri su con la solita fatica e corri nelle camere dei ragazzi.

Il bambino che disegnava parole, di Francesca Magni - Libri, incipit

Il bambino che disegnava parole

di Francesca Magni
Giunti
ebook 9,99€
cartaceo 13,60€



Ludovica si veste cincischiando, detesta la colazione e divaga perché non resti il tempo per farla; dalla cucina tuo marito la chiama a intervalli regolari, lei lo ignora. Per Teo la colazione è sul tavolo, la solita tazza di latte e cereali, ma lui è sordo a ogni richiamo e tuo marito sembra avere rinunciato. Perché non l’hai fatto alzare?, urli, come se non fossi tu sempre l’ultima a tornare nel mondo dei vivi.
Saluti Ludovica e ti precipiti nella stanza di suo fratello, Sveglia, sveglia, sveglia! Accendi la luce, Sono le sette e venti, gridi; con Teo e con suo padre porti sempre l’orologio un po’ avanti.
Teo è nel letto, seduto a gambe incrociate, il busto ripiegato sulle cosce, le braccia sono infilate dentro la federa del cuscino, sul quale posa la testa. Ha dodici anni e ogni mattina bisogna srotolarlo.
Sbrigati, è tardi.
Sono malato.
Alzati subito, dici raccogliendo i vestiti sparsi per terra. Lui ne approfitta per girarsi su un fianco, le braccia sempre dentro il cuscino che ora è serrato fra le gambe. Lo tiri di nuovo ma lui è più forte, Alzati, non mi fare arrabbiare, lui ti ignora mentre spalanchi la finestra e l’aria di dicembre si pianta come una lama nel tepore della stanza.
Perché non l’hai svegliato?, urli a tuo marito che al piano di sotto fa colazione davanti al telegiornale. Ludovica si affaccia alla porta, Cos’ha Teo? chiede guardando il fratello ancora annidato nel materasso. Sono le sette e trenta.
Niente, niente, rispondi senza smettere di piegare vestiti. Le lanci un’occhiata, indossa una t-shirt con scritto I’m here for the cake.
Metti almeno una felpa, dici irritata.
Lei ti risponde con una smorfia, una di quelle da sit-com tipiche delle undicenni di oggi, e si volta sventolando una lunga coda.
Grazie del buongiorno, dice sarcastica e sparisce giù dalle scale.
Adesso basta, Teo, alzati.
Sto male, fa lui arrochendo la voce.
Lo tocchi, Non hai la febbre, Teo, alzati, hai già saltato scuola la settimana scorsa.
Lui si arrotola nel piumone con la testa sotto. La sua ostinazione ti sfibra, ti lasci cadere sul letto, i gomiti sulle ginocchia, affondi la faccia nelle mani e per un attimo chiudi gli occhi.
Teo si finge morto.
Riapri gli occhi, sono le sette e trentacinque: per terra c’è un bastoncino scuro, lo raccogli, è il refill di una biro. Estratto dalla penna e piegato in due.
Dalla strada una fisarmonica manda a ripetizione le stesse note. È venerdì, giorno di mercato e di mendicanti, l’uomo della fisarmonica è sempre il primo ad arrivare, la sua musica si mescola al vociare degli ambulanti che allestiscono i loro banchi. Raccogli il refill e lo getti sulla scrivania in mezzo a quaderni spiegazzati, libri senza più la copertina, matite spezzate, molle estratte dalle penne a scatto, un mozzicone di gomma; le gambe di un compasso rotto sembrano ossa di pollo rosicchiate e lasciate sul piatto.
Metti da parte un mucchietto di macerie, senti oscuramente che è meglio tenerle. Sopra una pila di fogli accartocciati c’è la foto di scuola dell’anno scorso. Lo vedi solo adesso, la sua faccia è un graffito inciso con qualcosa di duro e appuntito. La rabbia per la sua furia distruttrice ora prende la forma di un dolore. Guardi la foto. Seconda fila, terzo da sinistra, i compagni sorridono con quelle facce non ancora grandi e non più bambine. Teo la faccia non ce l’ha più, però indossa una camicia bianca, è il look delle medie, Se vuoi imparo a stirare, ti aveva detto e tu avevi sorriso. Ti piace, con la camicia, ha un’aria da lord coerente con la sua natura. Guardi il viso grattato via dalla foto, guardi lui aggrappato al cuscino e ti chiedi Sarà normale?
Scendi le scale a cercare tuo marito, Non vedi che Teo non si alza?, gli urli. La tua ansia non lo smuove, sembra un cieco che non si accorge di essere davanti a un incendio.
E io cosa posso fare?
Come cosa puoi fare? Sei suo padre, tiralo giù dal letto.
Non reagisce, è in pigiama, in una mano un biscotto mangiato a metà.

Non può saltare scuola di continuo.

Lui tace. Sai cosa sta pensando. Quand’era in seconda media come Teo, scaldava il termometro con una lampadina. Siamo disposti a non farci domande di fronte a un dolore che ci ricorda il nostro. O forse ha deciso di lasciarlo decidere da solo.
Ha dodici anni, gli dici in risposta a un’obiezione che non ha fatto.
Mmmh, fa lui senza chiarire, mentre continua a bere il caffè e a guardare il telegiornale.
Arriva Ludovica, si siede sulla scala ad allacciare le scarpe, quelle di tela da ginnastica, ha i calzini corti, dai pantaloni spunta la caviglia nuda; si carica sulle spalle lo zaino enorme, con una torsione del braccio sfila la coda di capelli rimasta impigliata nelle cinghie.
Io vado, dice e spalanca la porta che dà sulla strada; le amiche sono già sul marciapiede di fronte, si soffiano sulle mani per scaldarle.
Aspetta, dici tu, Se vuoi ti accompagno in macchina.
Sei ancora in pigiama, lei ti guarda vagamente divertita. Devo portare anche Teo, aggiungi, e ogni barlume nei suoi occhi si spegne.
Esce senza una parola e si tira la porta alle spalle.
Sette e cinquanta, ti sembra di avere un mattone nella pancia, ti chiedi come affronterai il resto della giornata. Tuo marito lava la tazza della sua colazione, quella di Teo è ancora piena, sul tavolo. Sali da lui ancora una volta.
Dai, ti porto a scuola in macchina alla seconda ora.
Finalmente si convince, non sai se per la premura di accompagnarlo o perché ha evitato la prima ora. Devi ricordarti di controllare che materia avesse. Lo osservi mentre si alza, le spalle ricurve, sembra trasporti uno zaino da montagna, si veste con lentezza esasperante, gli porgi le calze, i pantaloni, come quando era piccolo, gli accarezzi i capelli, Dai, dici sottovoce, lui si lascia allacciare la camicia e scende a fare colazione. Ha il cappuccio della felpa tirato in testa, mette in bocca il cucchiaio a occhi semichiusi. Quando deglutisce fa un verso simile a un lattante.

Alla fine sei riuscita a portarlo a scuola.

Lasciami all’angolo, ti dice. Lo saluti con una carezza.
Buona giornata.
Lui ti guarda da sotto il cappuccio come se avessi detto la cosa più stupida del mondo. Sbatte la portiera e si incammina trascinando il trolley. Per lo meno, a differenza di sua sorella, non si porta quel peso sulle spalle.
Aspetti di vederlo sparire nel portone, devi andare in segreteria, serve un nuovo libretto delle assenze. Parcheggi con le doppie frecce su un passo carraio, estrai un foglietto e una biro dal cruscotto e compi il gesto di tuo padre, scarabocchi una frase di scuse. Lui una volta aveva scritto “Se intralca suonte il clacson”, esattamente così, con gli errori; avevate riso per anni, quel cartello era rimasto lì, nel cassetto dell’auto pronto all’uso. Sorridi, poi entri a scuola correndo.
Ah signora, proprio lei!, senti una voce che ti chiama, guardi in alto, la professoressa d’inglese si sporge dalla scala e sventola una mano per fermarti.
Mi deve spiegare cosa succede di notte a casa vostra, ti dice senza aspettare di averti raggiunta.
Niente, cosa dovrebbe succedere?, rispondi vergognandoti della voce tremante.
Suo figlio arriva in classe e dorme, si appoggia al calorifero e dorme. Le prime ore. Poi si sveglia e non sta più fermo.
In che senso?, chiedi.
Si agita, dondola, fa vibrare le gambe, cade dalla sedia. Sospira, scarabocchia, strappa fogli, chiede di uscire, sembra sempre sul punto di esplodere.
La professoressa accompagna ogni punto della lista con gesti eloquenti, conclude mimando una deflagrazione con i pugni chiusi. La ascolti come se parlasse del figlio di un’altra.
Spezza le matite?, domandi alla fine.
Lei ti guarda perplessa.
Sì, anche.

Quarta di copertina
"Il bambino che disegnava parole" di Francesca Magni, Giunti, 2017.

"Il bambino che disegnava parole. Un viaggio verso l'isola della dislessia e una mappa per scoprirne i tesori" di Francesca Magni racconta di Teo, un bambino intelligente, bello, dalla personalità spiccata, bravissimo a scuola.
Fino a che, con l’approdo alle medie, qualcosa sembra spezzarsi irreparabilmente e lui entra in una crisi sempre più ineludibile.
Quando i genitori, spiazzati da quella che sembra essere una precoce adolescenza, chiedono aiuto, gli specialisti sono unanimi nel loro verdetto: semplicemente, Teo è dislessico.
Da sempre. Fino a 12 anni è riuscito a nasconderlo utilizzando tutte le “strategie compensative” a disposizione della sua mente vivacissima, adesso – di fronte alla crescente complessità dello studio e delle sue grandi ambizioni – non riesce più a farlo, e la sensazione di inadeguatezza covata a lungo genera un panico buio, distruttivo.
Inizia per lui, per i suoi genitori, per sua sorella Ludovica, per la famiglia intera un viaggio. Innanzitutto nel proprio stesso passato, per leggere a ritroso i segni di un problema che forse non riguarda solo Teo, ma che in lui per la prima volta si esprime con la perentorietà di un’urgenza.
E poi fuori, nel mondo degli psicologi, dei neurologi, della scuola: che è la prima linea, il confine cruciale dove una difficoltà individuale può imboccare la via buia del disagio o trasformarsi in una straordinaria risorsa per tutti.
Con il lume incerto che ogni madre regge tra le mani, sempre a rischio di oscurarsi quando il vento del cuore soffia troppo forte ma ancor più capace di ravvivarsi miracolosamente per generare luce e speranza, Francesca Magni racconta questa avventura personale e al tempo stesso, con immensa cura e tenacia, traccia una mappa preziosissima per tutti noi: per non perderci, per non permettere che i nostri ragazzi si perdano per strada, per scoprire nuove insospettabili meraviglie della mente umana.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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