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In primo piano

[Libri] Mille farfalle nel sole, di Kamin Mohammadi, incipit #135

Mille farfalle nel sole, di Kamin Mohammadi - Libro

«Niente. Non provo niente» dichiarò il vecchio, l’espressione imperscrutabile.

Mille farfalle nel sole - Copertina libro

Mille farfalle nel sole

di Kamin Mohammadi
Piemme
ebook 6,99€
cartaceo 8,42€



Eccolo lì, il saggio del popolo iraniano, l’architetto della rivoluzione islamica: l’ayatollah Khomeini, tornato trionfante nel suo paese dopo quindici anni di esilio. Lo scià Mohammad Reza Pahlavi era stato rovesciato ed era fuggito, ponendo fine a due millenni e mezzo di monarchia. L’Iran aspettava con il fiato sospeso di sentire ciò che quest’uomo – le cui parole avevano fatto scorrere fiumi di sangue – avrebbe risposto riguardo alle emozioni legate al suo ritorno in patria dopo tutti quegli anni.
E la risposta era stata quella.
Tale replica, vuota di ogni sentimento, fece ammutolire i cittadini privati dei diritti civili, poveri e analfabeti, che avevano riportato quest’uomo in Iran al caro prezzo di violenza e caos, nel costante anelito a un futuro migliore. Nelle case dell’intera nazione scese il silenzio: nelle ville della classe media, dove le famiglie progressiste vestite in abiti occidentali all’ultima moda erano riunite davanti agli schermi di nuovissime tv; nei villaggi di fango, dove la gente si era affollata accanto a un unico, vecchio apparecchio televisivo, gelosa proprietà dell’uomo di fiducia del latifondista locale.
Il cuore del paese aveva perso un battito.

Io all’epoca ero una bambina grassottella di nove anni con una passione per la lettura e per il cioccolato; ero seduta per terra con un libro in mano. Sotto di me c’era un tappeto di lana e seta con un motivo di fiori colorati. Non andavo a scuola da settimane e percepivo la tensione che si sprigionava dalle espressioni tirate dei miei genitori. Sapevo che lo scià era fuggito dall’Iran e che dovevo fare attenzione a ciò che dicevo quando mi trovavo fuori casa: mia madre aveva detto che c’erano orecchie dappertutto e, anche se non capivo come fosse possibile, nondimeno avevo
obbedito. Avevo visto la violenza nelle strade avvicinarsi alla nostra casa e sapevo che ogni notte amici e vicini scomparivano dai loro letti, per non tornare mai più.
Nonostante ciò, ero più sconcertata che spaventata da quella cosa che definivano rivoluzione. Pensavo di aver capito ciò che stava succedendo: lo scià se n’era andato e la gioia suscitata da questo avvenimento riusciva a penetrare persino nel complesso residenziale che proteggeva noi e le nostre moderne vite borghesi. L’Iran era libero! Avevo udito i canti per le strade, il ritmo ostinato che riecheggiava tra i muri: Esteghlal,
azadi, jomhooriy-e Eslami!: Indipendenza, libertà e una Repubblica islamica!
Non capivo che cosa significasse, ma percepivo comunque l’eccitazione.
Ma in quel momento, mentre guardavo l’autore principale della distruzione del mio mondo, causa di assassini e sparizioni, e ascoltavo la sua risposta – «Non provo niente» – per la prima volta nella mia breve vita, ebbi davvero paura.

Mio padre non ha mai parlato molto del Kurdistan.

La maggior parte dei curdi, anche quelli che non condividono alcun fervore nazionalistico, sono a tal punto imbevuti della loro cultura, della loro lingua e del loro ambiente che non riescono a fare a meno di portare con sé le montagne della loro terra, ovunque vadano. Senza alcuna esplicita menzione del Kurdistan, i miei amici curdi e le loro famiglie – persino quelli che vivono altrove da oltre cinquant’anni – paiono sospirare torrenti impetuosi e il piacere di stare sdraiati al sole sotto un noce, in mezzo a campi dorati.
Ma mio padre non ha mai condiviso questi ricordi, né ha mai parlato molto della sua famiglia allargata; di tutti quei matrimoni in occasione dei quali deve aver perfezionato i complicati passi delle danze curde. Era famoso per la precisione e l’agilità con cui ballava, qualità che io stessa ritrovo ancor oggi mentre si muove in salotto a Londra guidando me e la mamma, in mano un tovagliolo bianco a mo’ di choupi, il fazzoletto delle danze tipiche curde; incapace di staccare i passi per farmeli imparare, e altrettanto incapace di star fermo, al suono della musica. A quel punto mia madre, originaria della provincia del Khu¯zesta¯n, una ribelle con il fuoco nelle vene, si stufa e spezza il cerchio, roteando come un derviscio al centro della stanza e creando il caos che mio padre, con i suoi passi precisi, tenta di contenere. Naturalmente, non vi riesce. Non può riuscirci. Le donne Abbasian sono sempre state focose, e la passione per l’ordine della stirpe Mohammadi ha sempre avuto un’influenza scarsissima, per non dire nulla, su mia madre. Lei continua a essere il cuore della nostra famiglia, della nostra piccola tribù, esattamente come lo è stata sua madre prima di lei e come continuano a esserlo le sue sorelle in Iran, il nostro paradiso perduto.
I nostri genitori non parlavano del passato con noi, ma cercavano di trasmetterci la loro cultura; ero io a non volerne sapere. Quando ci trasferimmo a Londra avevo nove anni e, crescendo, voltai le spalle con decisione all’Iran e a tutto quanto era iraniano. Adesso mi rendo conto che le cose che rimpiango – la perdita della mia lingua madre e della capacità di leggere e comprendere i grandi poeti nei versi originali; la mia ignoranza dei modi di dire, delle canzoni e delle danze persiane – non sono solo la conseguenza dell’esilio, ma anche della distanza che si è creata tra figli e genitori, dell’abisso spalancato tra noi, che ha separato la loro cultura iraniana dalla nostra britannica d’adozione. Dalla loro parte, le poesie recitate a memoria alle feste, le canzoni tradizionali cantate accanto agli amici che suonavano il piano, le battute, e una scanzonata litania di prese in giro in farsi. Dalla nostra, i Duran Duran e La banda dei cinque, la mia passione per i pony, la musica pop. Quell’abisso ha inghiottito le suppliche dei miei genitori perché parlassimo nella nostra lingua con i parenti, le minacce di spedirci a una scuola di persiano e le innumerevoli preghiere di non sottrarci ai loro amici e alle feste.

Non avevo idea del perché rifiutassi l’Iran, sapevo solo di essere arrabbiata. 

Rabbia e vergogna, un sentimento complesso, impossibile da definire: mi vergognavo della rivoluzione, della crisi degli ostaggi, del fatto che eravamo stati costretti ad andarcene, dell’aspetto austero
dell’ayatollah Khomeini, della radicalità delle immagini e degli ideali della Repubblica islamica. In qualche strano modo, mi vergognavo anche di stare in mezzo a quegli inglesi compassati e di non essere una di loro. Cercavo di cancellare la vergogna adattandomi alla mia nuova vita e ignorando l’Iran, come se bastasse negarne l’esistenza con un semplice atto di volontà per poter smettere di essere iraniana, per cessare di appartenere a un luogo che aveva inferto al mio giovane cuore un colpo tanto devastante.
Ma il mio paese non si sarebbe fatto mettere da parte tanto facilmente. Era sui nostri schermi, un collage di elementi familiari resi estranei solo dalla loro giustapposizione: i platani del Pahlavi Boulevard di Teheran, sfondo a una marcia di rivoluzionari; le auto americane, come quella che avevamo noi, che invece di circolare erano in fiamme al bordo della carreggiata. L’Iran era anche dentro di me, viveva nel nostro roseto, nelle rumorose riunioni di famiglia e nelle notti dolci in cui avevo dormito sulla terrazza del tetto della casa della nonna ad Abadan.
I ricordi e la nostalgia del mio paese fluivano inesorabili nel mio cuore finché un giorno la consapevolezza tornò in superficie, impossibile da negare, e seppi che dovevo tornare.
Eppure mi ci vollero anni. Era facile resistere al richiamo dell’Iran quando avevo a portata di mano le lusinghe del mondo occidentale. Alla fine, mi ritrovai fuori dal consolato iraniano in una piazza silenziosa alle spalle di Kensington High Street, intenta a sistemarmi in testa un foulard con gesti irritati, mentre mio padre mi accompagnava per fare richiesta del passaporto iraniano. Ero spaventata, persino dal tizio barbuto dietro lo sportello, ma, contrariamente a quanto mi aspettavo, quegli esponenti del governo rivoluzionario erano cortesi, non esagitati né arrabbiati, ma sorridenti e pieni di ta’arof, complessa forma di cortesia persiana che stento a decifrare da tutta una vita.
Bevendo un tè da Barkers mentre mio padre compilava la pila di documenti, fui sopraffatta da due sensazioni gemelle, presto diventate in Iran mie inseparabili compagne di viaggio: ansia e inadeguatezza. Ansia perché i miei ultimi ricordi dell’Iran erano di strade piene colme di uomini barbuti e arrabbiati che agitavano i pugni, gridavano e protestavano; di una sete di sangue che ogni notte reclamava le vite dei nostri vicini. Inadeguatezza perché nonostante la laurea in letteratura e una promettente carriera da giornalista, non ero in grado di leggere né scrivere correttamente in farsi, parlavo in modo esitante, con l’accento inglese. Nella mia lingua madre sono praticamente analfabeta, una sensazione molto sgradevole per un’intellettuale snob come me.

Un nuovo ritorno in Iran seguì allora quasi mio malgrado, e finalmente un giorno mi ritrovai nuovamente ad armeggiare con il foulard mentre io e mia madre partivamo per raggiungere il paese in cui ero nata, il paese dei miei antenati. Avevo ventisette anni, e dall’ultima volta che ero stata in Iran ne erano passati diciotto.

Quarta di copertina
"Mille farfalle nel sole" di Kamin Mohammadi, Piemme, 2013.

Non capivo fino in fondo quello che stava accadendo mentre salivo sull'aereo che avrebbe portato me, mia sorella e mia madre fuori dall'Iran, forse per sempre. Era il 1979 e io avevo nove anni. Ero disperata e arrabbiata perché nei preparativi della partenza i miei si erano sbarazzati di ogni cosa, compreso il mio amato agnello Baboo. Ma mia madre sapeva tutto, scappavamo per salvarci la vita e a ogni passo che la portava via provava un dolore mai provato prima. Avevamo detto addio alle persone a cui volevamo bene e con cui ero cresciuta, alla cucina di casa profumata di zafferano ed erbe e di frutta dolce. Mi sembrava solo ieri che la mia vita scorreva felice tra libri e cioccolata, tra la scuola e i giochi e in breve tutto era diventato cupo. La paura faceva parlare i grandi a mezza voce, li faceva arrabbiare per niente, tenere le finestre chiuse e mettere il velo alle donne. Qualcuno spariva, e presto sarebbe toccato anche a noi. A Londra arrivammo da rifugiate, mio padre sarebbe arrivato dopo. L'Inghilterra ci accolse e io abbandonai le mie radici. Poi un giorno la voce dei ricordi mi ha chiamato e ho trovato la strada di casa.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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