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L'amica sbagliata, di Cass Green

L'amica sbagliata, di Cass Green - Incipit, Libri, Gli scrittori della porta accanto

Incipit #141 | Coff, sniff, uff. Sniff, uff, coff. E avanti così. Mary, seduta alla postazione accanto alla mia, è una vera e propria one woman band di rumori corporali.

L'amica sbagliata, di Cass Green - Incipit, Gli scrittori della porta accanto

L'amica sbagliata

di Cass Green
Thriller psicologico
Piemme
ebook 9,99€
cartaceo 15,73€



Deve avere a che fare con la sua taglia. È come se dentro di lei fosse intrappolata una persona più grossa, che ogni tanto fa capolino da un lato o dall’altro, impegnata in una lotta per uscire allo scoperto.
Non è l’unica persona che mi fa perdere la concentrazione, oggi. Il vecchietto di fronte (Jacky, credo) a quanto pare è convinto che un corso di informatica base per adulti – in una biblioteca – sia la sede ideale per consumare il pranzo. Tramezzini. Sento benissimo lo scatto delle mascelle mentre rumina pane, formaggio e sottaceti. Il motivo per cui so così tanto del sandwich in questione è che il proprietario sta disseminando briciole su tutta la tastiera.
In teoria, l’età avanzata dovrebbe avergli infuso un po’ più di senno riguardo a questo genere di faccende. In pratica è probabile che, come la maggior parte delle persone in là con gli anni, se ne freghi altamente di quel che pensano gli altri. Un po’ lo invidio.
Mi schiarisco la gola e torno a rivolgere l’attenzione allo schermo, dove “scorro” le pagine del «Mail Online». Una depressione unica: storie di immigrazione, giovani che se ne vanno per affiliarsi all’isis, politici che raccontano le solite frottole.
Però mi godo il fatto di conoscere il termine esatto per quel che sto facendo. Ora sono una donna che “scorre”, “scarica” e “naviga in rete”, tra le altre cose.
Eh già, caro il mio Terry, non pensavi che ci sarei riuscita, vero?
E invece è proprio così: non mi sentirò più inadeguata quando vedrò gli altri battere sui tasti dei loro computer, quasi appartenessero all’ennesimo club da cui sono esclusa. Ora lo so fare anch’io. Anche se sa il cielo perché dovrebbe importarmene qualcosa.
Mi guardo intorno, getto un’occhiata all’orologio sulla parete per vedere quanto manca alla fine della lezione. Due adolescenti poco lontano da me sono riuscite a occupare un tavolo intero con i loro effetti personali e, come il vegliardo, si stanno bellamente sbafando il pranzo. Una si è portata non so bene quale cibo da fast food, e l’odore grasso e appetitoso mi stuzzica le narici e mi fa brontolare un po’ lo stomaco. Non che mangerei mai roba del genere, ma mi sembra passato un secolo da quando ho fatto colazione. Penso al pranzo – un tramezzino al prosciutto, magari, o un’omelette – e immagino la mia cucina. Bertie sarà nel suo lettino, una grossa virgola spelacchiata che russa piano. L’orologio emetterà quel suo tic toc sordo, che è sempre stato un filo troppo sonoro. O forse è solo che non ci sono abbastanza altri rumori a fare da contrappunto?
Basta, devo smetterla di pensare a queste cose, mi fa male. Sento che sta per venirmi uno dei miei attacchi di paturnie, devo combatterlo. Magari quando arrivo a casa faccio una torta. Qualcosa di complicato, che richieda maestria. Chissà, potrebbe essere il mio piccolo festeggiamento personale per essere arrivata alla fine del corso?
Senza dubbio mi merito almeno una pacca sulle spalle per aver tenuto duro. In tutta onestà, l’avvio è stato traballante. In particolare, non gradivo – e continuo a non gradire – l’atteggiamento condiscendente dell’insegnante, Alice. Un’australiana che sembra avere dodici anni eppure puzza sempre di sigaretta. È piuttosto trasandata: le sue dita tozze con lo smalto sbeccato e le unghie a lutto, i capelli biondo scuro acconciati in quelle spaventose treccine rasta. Perché mai una ragazza bianca debba combinarsi così la chioma, lo sa il Signore. Le tiene tutte ammonticchiate in cima alla testa, il che le conferisce l’aspetto di una giovane Medusa ingiallita dalla nicotina. Parla con una cadenza gioconda che fa sembrare ogni frase una domanda. E si direbbe allergica al reggiseno, così che le tettine saltellano come palline da tennis sotto le sue adorate canottiere.
È stata abbastanza paziente quando all’inizio arrancavo, questo devo ammetterlo.
Non mi è stato facile, dapprincipio. Avevo questa tendenza a sollevare il mouse dal tavolo nel tentativo di padroneggiarlo. Una volta le ho spiegato che stavo cercando di spostare in su il cursore, e lei mi ha risposto: «Ma daaai? Che dolce?».
Ero basita! Sembrava che parlasse a una bambina o a una vecchierella anziché a una vigorosa donna di appena sessantadue anni. Le ho risposto: «Fanciulla, ti suggerisco di mostrare un po’ di rispetto». Proprio così. Da allora, fa ancora quell’irritante cosa della risatina, però non ha più osato guardarmi in faccia.
No, proprio non mi dispiace che stia finendo. Ho frequentato il corso solo per tirarmi fuori di casa, non certo per stringere amicizia con questa gente.
La maggior parte è parecchio più attempata di me, e la donna più vicina alla mia età – che si fa chiamare “Binnie” – non è per niente il mio tipo. In questo momento intercetta il mio sguardo, poi torna ad abbassare gli occhi. Senza dubbio se l’è presa a male quando ho declinato il suo invito a «farci una tazzetta» dopo la lezione, la prima settimana. Le ho detto: «Mi dispiace, è che proprio non bevo il tè», il che in realtà era un po’ una bugia pietosa, visto che di fatto ne ingurgito a litri!
Solo, è una di quelle donne che irradiano spirito materno come fosse un’aura. L’ho sentita sbrodolare su «mia figlia» e «il mio nuovo nipotino» con chiunque fosse a tiro. Addirittura, ditemi voi se vi sembra possibile, se ne va in giro con una grossa borsa quadrata tipo sporta della spesa che reca impresse una gigantografia di un neonato che fa le boccacce e la scritta: LA MIGLIORE NONNINA DEL MONDO. Donne definite interamente dal frutto del loro ventre. So che, se avessi accettato la sua offerta, le «tazzette» non sarebbero neanche arrivate al tavolo prima del fatidico: «Allora, Hester, hai figli?».

Perché diamine le donne sono sempre tanto pronte a sparare questa domanda?

Non è che in altre occasioni ci mettiamo a parlare dei meccanismi intimi dei nostri corpi, vi pare? È un quesito molto personale, e non ho mai trovato il modo giusto di rispondere. L’istinto propenderebbe per un bel: “Non sono affari tuoi”, ma mi rendo conto che sarebbe quantomeno scortese.
No, “Binnie” proprio non è il mio tipo. Torno all’idea del dolce e medito su quale potrei fare. Una bella torta al limone, o magari un plumcake con tanta frutta candita e uvetta a volontà. Purtroppo l’uggia che ho cercato di tenere a bada mi sta calando addosso, e mi ammanta le spalle come un sudario freddo e umido.
So cosa succederà se mi metto a fare torte. Mangerò un paio di fette di qualunque dessert io abbia cucinato e il resto rimarrà lì sprecato a seccarsi finché non mi deciderò a gettarlo nella spazzatura. Non posso darne neanche una briciola a Bertie. Ai cani la roba dolce fa malissimo. Gli vengono diabete e infarto, proprio come a noi.
Se fossi come quella Binnie, suppongo che la torta durerebbe giusto cinque minuti e poi bam!, ecco un’orda di nanerottoli dalle dita appiccicose che se la spazzola stile stormo di uccellini famelici. È davvero ingiusto. Tutto quanto.
«Stai bene, Hester?»
Alzo lo sguardo. Alice punta i suoi occhi nei miei, per una volta, il viso che gronda smielata compassione. Mi guardo intorno e mi accorgo che ora mi stanno fissando quasi tutti. Binnie ha gli occhi a palla e Jackie si è fermato a metà boccone, il labbro superiore che luccica di unto, la bocca semiaperta.
Tantissime pupille. Tutte addosso a me.
«Sì, certo, perché diamine lo chiedi?» Abbaio una risatina, ma esce forzata.
Alice ha un attimo d’esitazione e poi mi schiaffa la zampina lercia sulla spalla. Giuro. La fisso finché non la toglie. Si schiarisce la gola.
Arrossisce (le dona, devo dire). «È solo che mi era sembrato, ehm, che stessi mormorando qualcosa? Mi sono chiesta, con chi parla?»
Lo stomaco mi fa una capriola e mi si mozza il fiato, così che devo fingere di tossire. Sento una vampata salirmi su per la gola, mi inonda le guance. Oh. Buon. Dio. Alla fine ho cominciato a parlare da sola?! Che combino?
«Hester?»
Raddrizzo la spina dorsale e la guardo dritto negli occhi, così che sia lei ad avvampare. Recupero la borsetta da dove l’ho appoggiata, accanto al monitor del computer, e mi alzo.
«Sto benissimo, grazie. Penso che ora andrò a casa.»
«Ah? Va bene?» La solita cantilena, cielo se è seccante.
«È solo che pensavamo di andare tutti insieme al pub? Saremmo felici se ti unissi a noi?»
Non mi viene in mente nulla che farei meno volentieri. Riesco quasi a vedere la scena. Alice, che sprizza quella sua falsa bonomia da tutti i pori, e i vecchietti che diventano alticci e si promettono a gran voce (senza crederci manco per sogno) di tenersi in contatto.
No. Piuttosto me ne sto a guardare la mia torta intatta e sento cosa c’è su Radio 4.
Eppure brucia.
È quel: «Saremmo felici se ti unissi a noi». Non un: “Oh, no, Hester, ti prego, devi venire al pub! Non sarebbe lo stesso senza di te!”. Beccàti, cari miei. È come se fossi un ripensamento.
E adesso questi stupidi occhi mi si annebbiano e la faccia di Alice diventa caleidoscopica.
Ma ho ancora il mio orgoglio. La meta che mi ero prefissa l’ho raggiunta. Ho imparato a usare un computer. Qui ho finito.
«No, grazie» rispondo, e a quel punto la menzogna mi scivola fuori dalle labbra così, liscia come l’olio. «Più tardi vengono a trovarmi mia figlia e la mia nipotina. Ho delle commissioni da sbrigare.»
«Ah?» Alice sembra rifletterci su, e poi ecco che il sorriso pimpante torna in tutto il suo fulgore. «Bene, spero che tu ti diverta con loro? È stato bello conoscerti?»
«Già, ne sono sicura.» Mi avvio rapida alla porta.
Uscendo incrocio lo sguardo di Binnie e vi leggo sorpresa.
Immagino che nella tomba Terry si stia ammazzando dalle risate.

Quarta di copertina
"L'amica sbagliata" di Cass Green, Piemme, 2017.

Tutti, prima o poi, possono aver bisogno di un buon vicino di casa… Melissa ed Hester abitano l'una accanto all'altra da diversi anni: Hester è stata quasi una nonna per la figlia di Melissa, e negli anni si sono sempre date tutto l'aiuto possibile. O almeno così la pensa lei. Vedova, sola se non per la compagnia del suo cane, Hester osserva la vita di Melissa, e si sente tagliata fuori ora che la giovane vicina sembra non avere più bisogno di lei. Ora che la vita scintillante che conduce sembra averle fatto dimenticare la vecchia amica. Così, quando Hester, spiando, scopre che Melissa sta organizzando una festa e non l'ha invitata, non riesce a crederci. Si sente come se Melissa avesse deciso di cancellarla dalla faccia della terra, e decide che non può più andare avanti così. Deve fare qualcosa. Qualcosa per far tornare a fiorire la loro vecchia amicizia. Deve trovare il modo per farsi invitare alla festa. Così, tutto sarà risolto. Le cose torneranno come prima. O forse, verranno a galla altre cose. Cose che sarebbe stato meglio lasciare sepolte… Perché quando hai confessato a qualcuno i tuoi peggiori segreti, non te ne libererai mai più.
Un thriller serratissimo da una nuova voce della narrativa inglese, ai vertici di tutte le classifiche: una lettura che vi porterà a sospettare di tutti, anche - e soprattutto - di quelli più vicini.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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