
Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo: incipit



Trovare lavoro alla clinica psichiatrica San Giuliano è stata una vera fortuna. Quando la Service Coop mi ha chiamato per offrirmi un posto da guardia giurata, ero tornato in Sardegna da appena tre giorni, dopo quindici anni vissuti in Veneto. A riportarmi nella mia terra natia è stata la morte improvvisa di nonna Bonaria. So che sembra una cosa stupida – nonna Bonaria aveva la bellezza di 97 anni – ma prima di allora non avevo mai pensato che potesse morire. Per me era come una quercia millenaria o la bibbia sul comodino: qualsiasi cosa fosse accaduta, lei ci sarebbe sempre stata. Invece se n’è andata una mattina di fine febbraio, nel sonno. A trovarla è stata Armida, la ragazza delle pulizie. Di punto in bianco, mi sono ritrovato proprietario di una casa, ma senza una nonna e senza soldi. Quindi a maggior ragione ringrazio Dio per aver mandato in mio soccorso la Service Coop.
Il lavoro che mi è stato offerto era ciò di cui avevo bisogno: orario notturno, dalle 8:30 della sera sino alle 7:00 del mattino, sei giorni su sette e un ambiente di lavoro niente male.
La stanza in cui si trovano i monitor è piccola e dotata di tutto l’essenziale: un tavolino, un armadio sbilenco e un vecchio televisore anni Ottanta a tubo catodico che frizza ogni volta che cambio canale. Il divano ha la pelle piena di crepe e la gommapiuma deformata, ma tutto sommato non mi posso lamentare. Non sto a contatto con i medici perché smontano prima che io arrivi, e i pazienti li vedo solo nei monitor quando fanno ritorno nelle loro stanze. Poi più nulla. A dir la verità esiste una paziente che incontro tutti i giorni. Quando attraverso il cortile, dietro il vetro della finestra della stanza del secondo piano, c’è sempre una ragazza dai lunghi capelli neri che guarda lontano, oltre il cancello. Assorta nei suoi folli pensieri, tiene le braccia strette intorno alla pancia e le maniche del maglioncino rosa tirate fin quasi al gomito. Mi chiedo spesso cosa osservi al di là del muro, che cosa abbia lasciato là fuori di così importante da procurarle tutta quella nostalgia. Ogni volta che passo sotto la sua finestra, vedo sempre le sue labbra pronunciare una parola che non riesco mai a cogliere. Comunque, stasera è una giornata speciale perché si giocano i quarti di finale di Champion’s League, Roma-Liverpool. È da anni che aspetto una partita come questa. Diciamo che non sono abituato a vedere la mia squadra del cuore raggiungere un simile traguardo, logico che per me questo sia un evento storico. Metto il cappello sul tavolo, accanto alla pistola e alla borsa con la cena, accendo il televisore e mi sintonizzo sul canale.
Prima di accomodarmi sul divano mi appoggio al termosifone perché oggi si ghiaccia. Siamo ad aprile, ma sembra gennaio e fuori si sta abbattendo un temporale così violento che per sentire la voce del telecronista devo alzare il volume sin quasi al massimo. Mi concentro sulle squadre schierate in campo, le curve nascoste dietro densi fumi gialli e rossi e il brusio di fondo così corposo che quasi mi sembra di vedere lo schermo vibrare.
Qualcuno bussa alla porta.
Chiudo gli occhi senza muovermi.
Con uno sbuffo mi stacco dal calorifero, infilo in testa il cappello di ordinanza e apro. Sono Gheorghe e Ioan, i due OSS di nazionalità rumena che fanno il turno di notte. Mi guardano con un sorriso incerto. Gheorghe tiene in mano sei lattine di birra Westbraü, quelle del discount.Altri due tocchi, stavolta più decisi.
«Ciao Milo. Possiamo guardare partita insieme?»
Sento le labbra incurvarsi verso il basso.
«A dir la verità non so se sono autorizzato a farvi entrare…»
Tengo la porta socchiusa, ma Gheorghe, il più grosso dei due, la spalanca con una spinta.
«Dai Milo, non rompere coglione» dice entrando. Capelli corti e naso schiacciato tendente verso destra, piccole cicatrici a forma di uncino ai lati dei sopraccigli. Gheorghe ha meno di trentacinque anni e un tempo deve essere stato un pugile, come testimoniano i muscoli tesi sotto la divisa.
Ioan è smilzo e sembra sempre sul punto di fare qualcosa di sbagliato. La mascella dura e sporgente somiglia al muso di un cane, le labbra fini e gli zigomi appuntiti come lance gli disegnano sulla bocca un sorriso maligno. I capelli divisi a ciocche biondi e rigidi sembrano le setole di una scopa. Se dipenda dalla genetica oppure dal fatto che non li lavi di frequente, non posso saperlo con certezza.
Li guardo accomodarsi sul divano.
«No, ragazzi, davvero, non so se sia regolare quello che state facendo.»
Cerco di mantenere un tono risoluto, ma Ioan si abbandona sui cuscini.
«Partita in compagnia è più bella» dice, stappando una lattina.
Preso dallo sconforto mi lascio andare sulla sedia. Cerco di farmi forza pensando che forse saranno presi dalla partita e non faranno baccano.
Naturalmente succede tutto il contrario. Tra rutti, urla e bestemmie in rumeno, concentrarsi sulle azioni è impossibile. A fine primo tempo, la Roma perde per due a zero.
«Milo tu no ha bevuto niente.» Gheorghe apre una birra e me la porge.
Non mi è mai piaciuto bere, soprattutto in servizio. Rifiuto con decisione.
Gheorghe fa una risata e mi si avvicina ancor di più, mettendomi la lattina sotto il naso.
«Qui dite: chi non beve in compagnia è ladro o spia» dice Ioan fissandomi. Ride, ma nel suo sguardo c’è qualcosa che mi mette a disagio. «Tu sei ladro o spia?»
«Nessuno dei due» rispondo serio.
«Bevi allora»
Dal racconto "Burnout" di Giovanni D’Errico
La scrittura è sempre un’opera di filtrazione della memoria. Presuppone riflessione, concentrazione e scavo dentro se stessi. Questa antologia nasce come esercizio collettivo all’interno di un corso di scrittura creativa: il “Corso di tecniche di narrazione applicate al romanzo e al racconto breve” condotto dallo scrittore Piergiorgio Pulixi e organizzato da Gli Scrittori Della Porta Accanto. Per far sì che l’esercizio funzionasse al meglio, i corsisti hanno estrapolato delle emozioni dai quadri del grande pittore americano Edward Hopper, per poi veicolare quelle emozioni attraverso un tema che tenesse insieme personaggi, trama e prospettiva sulla storia. Sebbene i corsisti siano molto diversi l’uno dall’altro per caratteristiche personali, esperienze, provenienza e attitudine, tutti hanno prodotto scritti che ruotano intorno a temi come la solitudine, la fragilità, la lotta contro scelte obbligate e la precarietà dell’esistenza. Temi che si legano all’associazione alla quale verranno donati i proventi dell’antologia: Sheep Italia. Gli intrecci di trama, in questo caso, sono storie che dalla carta prendono vita e, tramite la lana, scaldano le persone.
Tutto il ricavato verrà dato in beneficenza all'Associazione Sheep Italia

Non dimenticherò mai il momento in cui ho capito che nella mia vita sarei stata sola. Non è stato un fulmine a ciel sereno, una di quelle cose che ti sbalordiscono e scuotono per sempre, ma il risultato di un lento e innaturale processo per cui ho compreso che non sarei mai stata compresa. Utilizzo lo stesso termine, perché al di fuori della comprensione io non credo si possa mai andare nelle cose umane. Durante un viaggio in Giappone, ho appreso che cos’è l’omoiyari: in breve rappresenta l’empatia, rendere la vita più facile agli altri, prendersi cura di loro. Ecco, ho capito che io questo lo avrei potuto fare per gli altri, ma non per un figlio. Ho scoperto che non avrei potuto avere figli. E da quel momento, a raccontarlo, non mi ero sentita subito totalmente sola, ma gradualmente lo diventai sempre di più. Le persone non erano in grado di comprendermi, mi giudicavano e basta.
Non erano in grado di vedere i miei occhi abbassati. Ci sono cose che, se raccontate, abbandonano il tuo animo per sempre, ma una credo di aver capito non mi lascerà mai, poiché è costitutiva di quel mio stesso animo. Prima di quel che successe al Teatro Rose, ero abbastanza forte e mi ero buttata sulla carriera. Io e Adrien, il mio fidanzato, non c’eravamo separati per questa notizia, mentre invece il mio compagno precedente mi aveva mollata senza nemmeno farmi parlare.
La mia carriera stava decollando nel momento in cui venni scelta per uno stage proprio lì, al Teatro Rose. Attorno a me tante studentesse che facevano tirocinio non pagato per l’università e altre persone, trentenni come me, scelte per quello stage pagato.
Tra le tirocinanti universitarie un giorno arrivò una strana ragazza. Non mi piace il termine che uso nel descriverla, ma devo essere onesta: fu la prima parola che pensai quando la vidi. Strana. Non tanto per l’abbigliamento (sono cresciuta in una grande città, ho visto di tutto e indossato di tutto, sono stata anche una gothic girl), quanto per l’atteggiamento. Non erano gli anfibi molto alti di Emily a renderla particolare e neppure i vestiti eccentrici. Era ciò che suscitava in me. Solitamente non mi interessava entrare nei panni degli altri, forse per questo non potevo avere figli: non ne ero degna? Invece, avrei voluto essere Emily ogni volta che la vedevo, quindi forse potevo cambiare, forse non ero una persona cattiva o una donna inutile.
Mi infastidivano i commenti delle altre ragazze, che ne criticavano l’abbigliamento eccentrico inadeguato al tirocinio. Oltre a questo, occhiate, bisbigli, indolenza. Non trascorse molto tempo prima che Emily si accorgesse dell’atteggiamento ostile che c’era nei suoi confronti a Teatro; la sola persona a difenderla era una delle tutor, Camilla, una donna di mezza età, con occhiatacce agli altri oppure spostandola di sezione e mansione, ma a Emily sembrava non importare dove stesse: era sempre molto signorile nell’atteggiamento. Finché un giorno io non scoprii che la signora Camilla era sua zia. Adrien, infatti, la conosceva. Da quando me lo aveva detto, Adrien non volle parlare più di Camilla o Emily e anzi evitava con cura l’argomento: non capivo perché, ma non insistetti. Tuttavia, proprio perché non potevo parlarne con lui, avevo deciso da sola che avrei cercato di aiutare la ragazza. Lo decisi una sera di un venerdì, quando mi trovai a sentirmi male per uno dei miei soliti attacchi di panico.
Già me lo vedevo il mio bambino vestito da Fantasma dell’Opera a Carnevale, da che ne ho memoria avevo sempre voluto almeno due figli. Con Adrien avevamo parlato spesso di altre vie, ad esempio l’adozione, ma non eravamo nemmeno sposati, c’era ancora molto da fare. Forse cercavo in Emily quell’azione mancata, per quanto forse fossi più grande di lei di nemmeno dieci anni. Forse vedevo in lei una mia possibilità di prendermi cura di qualcuno che fosse più piccolo di me.Non poter avere figli era stata la notizia più brutta della mia vita.
Adrien era visibilmente turbato il successivo sabato sera. Avevamo ordinato del sushi, io avevo un completo nuovo da casa, ma mi ignorava. Da quando avevamo saputo che non potevo avere figli, era sempre molto attento a valorizzare ogni aspetto di me, temendo che andasse in crisi la mia femminilità. Quella sera, invece, nulla. Soprattutto quando accennavo al Teatro Rose, quel weekend, si incupiva.
«Sai, stavo pensando – disse a un tratto la domenica – Forse dovresti lasciare stare questo stage, posso trovarti qualcosa io in azienda.» Ecco, sapeva benissimo che quell’affermazione mi avrebbe dato fastidio: non volevo niente da nessuno.
«Eravamo d’accordo che avrei pensato io alla mia carriera» risposi stizzita.
«Diciamo che non mi piace che stai in un ambiente ostile, dove una ragazza subisce bullismo.»
«Non lo chiamerei così, ma Adrien, si può – i miei occhi bassi – sapere che ti prende?»
«Potresti farti male se dovesse venire fuori...»
«Venire fuori che cosa?»
«Che non puoi avere figli.»
Rimasi basita.
Quindi secondo Adrien sarei stata “bullizzata” anche io perché ero sterile? Mi stava facendo sentire sbagliata per l’ennesima volta.
Dal racconto vincitore del concorso "I miei occhi bassi" di Silvia Argento
Nata dal concorso letterario indetto dall'associazione Cultura al Femminile, è un’antologia in prosa e versi che si scontra con tutti i temi della maternità. Quelli veri, spesso duri: dolore, amore, rinuncia, abnegazione, sopravvivenza, dedizione totale, amore, dolore, disperata ricerca di libertà.
Neppure una riga si impantana nella palude dei luoghi comuni: della felicità di essere mamma, del completarsi di una donna nella maternità. La maternità mostra tutta la gioia, ma anche le paure, quel desiderio inconfessabile di prendere le distanze. Da quello che una donna ha dentro, da quello che dovrebbe essere e proprio non ce la fa. Da quel “Sei inadeguata”. Oppure è inadeguata la vita che non le concede mai un giorno di pausa? O sono inadeguati quelli che la circondano, che le ballano intorno e possono gridare come allo stadio, ma non capiscono che dentro è tremendamente prigioniera di se stessa?
È qui che ci vuole più coraggio. È qui che una donna può sentire nelle vene la forza di una tigre. È qui il dilemma: restare donna che abita la sua indispensabile libertà o distanziarsi per non soffocare nell’abuso di maternità? Una guerra interiore molto complessa, che come tutte le guerre, lascia indietro vittime e segna con profonde ferite. Di quelle che non rimarginano mai.
Come per I mitici anni Ottanta e Storie di mari e di orizzonti, tutto il ricavato sarà devoluto ancora una volta a Casa AIL di Sassari.

C’era una volta una malandata casupola di legno, nascosta dietro tre oceani profondi, cinque paludi piene di zanzare e sette montagne di vetro. Ci abitavano la piccola Paulina e la sua mamma.
Nella casupola, oltre al giaciglio accanto alla stufa, c’era anche un angolo riparato, per tenere al caldo il bene più prezioso che la famigliola possedesse: una gallina bianca di nome Matilde. Matilde ogni giorno faceva un uovo, che si metteva scrupolosamente dentro un cestino di vimini per poi essere barattato.
La mamma di Paulina era molto malata, così la bambina doveva pensare a tutto da sola. Il pavimento era sempre spazzato e le finestre lucidate. Sul treppiede era appeso un paiolo, dove cuoceva l’unico pasto della giornata: una minestra fatta di una patata, due foglie di cavolo, una cipolla e due manciate di erbe di campo. Però, piccola com’era, la bambina non riusciva a trasportare la legna pesante, e i ramoscelli che raccoglieva bastavano appena per cucinare qualcosa di caldo. Così, da mesi vivevano solo con quello che Paulina riusciva a trovare nei campi e con le uova di Matilde.
Una mattina, la mamma non ce la fece più neanche ad alzarsi da sola. Paulina temette il peggio e decise di rompere l’uovo fresco deposto da Matilde e di farlo bere alla mamma. Questa dapprima tentò di rifiutare, ma, debole com’era, non ce la fece a opporsi.
La mattina seguente sembrava che stesse un pochino meglio. Così, Paulina ruppe un altro uovo e costrinse la mamma a inghiottirlo. La cosa si ripeté anche il terzo giorno. Il viso della mamma era diventato meno pallido. Però la brutta malattia continuava a schiacciarle il petto. Inoltre, si preoccupava per Paulina: erano tre giorni che la bambina non mangiava altro che mele acerbe ed erbe selvatiche. Allora la mamma chiamò Paulina e le disse: «Sai, Paulina, quando ero piccola, un viandante mi raccontò della Fonte dell’Acqua della Vita. Questa guarisce i malati e fa rivivere i morti. Solo che nessuno si ricorda più dove sia questa fonte…»
Paulina strinse le mani fredde della mamma e le rispose: «Madre cara, se io sapessi dove trovare l’Acqua della Vita, non ci penserei neanche un attimo e andrei a prenderla per voi. Ma chi mi dice in che direzione andare?»
Rimasero così, abbracciate, piangendo lacrime silenziose, quando all’improvviso sentirono un rumore strano.
«Te lo dico io, dove andare!» gracchiò una vocina.
«Che ci aiuti il buon Dio e ci protegga dagli spiriti maligni!» esclamò la mamma spaventata, e si segnò con la mano tremante.
«Ma cos’era, madre, chi ha parlato?» domandò Paulina, sconcertata.
«Ho parlato io, la vostra Matilde.» «Matilde? – Paulina guardò la gallina accovacciata nel suo cestino, si alzò e si avvicinò – Come fai a parlare se sei una gallina? Dai, parla ancora, Matilde, sennò io non ci credo.» Allora Matilde scosse la sua testolina bianca, guardò Paulina negli occhi e le disse: «Ehi, Paulina, ci sono cose che non vedi eppure sai che ci sono, e altre che vedi, e non ci credi lo stesso. Ti fidi di me se ti dico di sapere dove si trova la Fonte dell’Acqua della Vita?» «Beh, non lo so» disse Paulina confusa. «E se ti dico che potresti salvare la vita di tua madre, vorresti almeno provarci?» continuò con voce saggia la gallina. «Certo che ci proverei mille volte, e poi ancora altre mille volte ci proverei!» esclamò la bambina. «Allora ascoltami bene, Paulina: la Fonte dell’Acqua della Vita si trova a cinque giorni di cammino, verso il sole che tramonta. Domani dovrai barattare l’uovo magico che farò la mattina e ricavarne mangiare e legna per tua madre per dieci giorni. Io le rimarrò vicino e ogni giorno le darò un uovo, ma sono pur sempre solo una gallina, e non posso fare altro che consigliarvi. Poi devi procurarti da mangiare anche per te stessa: nei luoghi dove andrai, non troverai nessuno ad aiutarti.»
La mattina seguente, Matilde depose un uovo meraviglioso: aveva tutte le sfumature del cielo e della terra, dell’acqua e del fuoco. Matilde comandò a Paulina di portare quell’uovo al ricco Mercante che abitava al centro del paese, sotto il Castello. Il Mercante dapprima non volle ricevere la bambina vestita di stracci. Se la trovò accanto quando stava per uscire da casa, e sul palmo della mano che la bambina gli allungava, era posata una pietra a dir poco abbagliante. «Mai visto una cosa così! – disse il Mercante con la voce rombante – Dove l’hai rubata, piccola ladra? Dimmi la verità!» «Non l’ho rubata – si mise a piangere Paulina, intimorita. – È un uovo della nostra Matilde, ve lo giuro, signore, l’ha fatto stamani perché io potessi scambiarlo con le provviste.» Il Mercante le credette, e mandò a casa di Paulina tante buone cose da mangiare e della legna. «Questo tesoro vale di più – pensava il Mercante – molto di più di quelle poche cosucce che ho dato a quella stupida bambina. Ora guardo dove piazzarlo, e poi sarà il caso di dare un’occhiata a quella gallina che depone pietre preziose al posto delle uova…» Così ragionando, il Mercante decise di partire il giorno stesso, per trovare un acquirente facoltoso per l’uovo magico di Matilde.E così fu.
È una fiaba che mischia il folclore tradizionale a una sensibilità moderna. Paulina è una bimba dolce e gentile, ma è anche molto determinata: si imbarca in un’avventura difficile che la porterà lontano da casa, in terre ostili e desolate, per amore della propria madre e in nome di un futuro migliore che la piccola sente tutto nelle sue mani. Durante la pericolosa traversata, incontrerà degli animali guida che, oltre a ricoprire la funzione di aiutanti, fondamentale nella fiaba tradizionale, nascondono anche delle sorprese, che verranno svelate al momento giusto e contribuiranno a un toccante lieto fine.
Caratteristica peculiare di Paulina e l’Acqua della Vita sono i richiami a una mitologia e a un folclore popolare che non è quello italiano e latino, ma appartiene al mondo dei racconti dell’Est Europa.
Una fiaba per giovani lettori e adulti, che mette al primo posto valori come l’amicizia, la solidarietà, ma anche la forza d’animo, la ricchezza interiore, il potere di decidere e la determinazione di fronte alle avversità.
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Quella sera Futura attendeva il rientro di Patrick con più ansia del solito.
Patrick e Futura convivevano in un loft di Camdem Road da più di un anno. I piccoli dissapori iniziali, legati alle diverse abitudini, non erano mai stati così aspri da compromettere il loro rapporto. Patrick, di madre inglese, lavorava per una software house della City, dopo aver conseguito una doppia laurea in ingegneria informatica in Italia e nel Regno Unito. Lei, ottenuta a Londra la laurea triennale in ingegneria gestionale, aveva continuato in Inghilterra gli studi per prendere una specializzazione alla South Bank University in Borough Road.
Futura stava finendo di mettere la cena sulle piastre elettriche della cucina laccata di rosso scuro, quando udì la porta aprirsi e richiudersi.
Le tremavano le mani.
Patrick la cinse da dietro e le stampò un bacio sulla guancia. Futura intuì che era particolarmente di buon umore.
«Piccola, ho una bella novità!»
«Davvero? – prese fiato lei – Anch’io devo dirti una cosa – proseguì con un sorriso imbarazzato – Ma parla prima tu.»
Patrick non parve accorgersi dei suoi tentennamenti: «Il capo ha affidato a me lo sviluppo integrale di un pacchetto di applicazioni per un nuovo smartphone che sarà presto lanciato sul mercato! Riguarderanno il fitness, la salute e la motivazione personale, ma richiedono una grafica accattivante e una parte audio ottenuta con un sintetizzatore vocale. È la mia grande occasione per fare un balzo in avanti nella mia carriera!»
«E lavorerai da solo?» chiese lei con lo sguardo sulla pentola.
«No, mi daranno una mano Ed, Peter e Claire. Te li ricordi, vero?»
«Come no.»
Futura si ricordava bene di Ed, Peter e Claire. Avevano bazzicato a casa loro, a cena o per serate di lavoro. Non era inusuale che Patrick si dedicasse ai suoi progetti la sera a casa, soprattutto in vista di una consegna. Non era insolito neppure che altri colleghi lo raggiungessero per aiutarlo.
Ed e Peter erano due anonimi informatici che, come unico interesse, avevano il loro lavoro di programmazione.
Claire invece svolgeva le sue mansioni come creativa e a Futura non piaceva neanche un po’.
Longilinea, con pelle molto chiara, capelli rossi lunghi con la frangia e occhi azzurri, era una bella ragazza dalla parlantina loquace. A lei pareva una grandissima stronza. Quando conversavano tutti insieme a cena, Claire ignorava la presenza di Futura e si rivolgeva esclusivamente a Patrick, con molte moine e tanti complimenti. All’inizio pareva persino che il nome di Futura non le entrasse in testa. In un paio di occasioni quest’ultima le aveva fatto notare che aveva parlato in inglese troppo in fretta e le aveva chiesto, per favore, di ripetere. Claire aveva risposto con un: «Oh, sorry» e un sorrisetto provocatorio. Insomma, Claire aveva tutta l’aria di prenderla in giro, e, quando non la ignorava in modo palese, di trattarla come una specie di povera scema.
Non che Claire fosse mai stata sgarbata o le avesse risposto male in modo diretto. Al contrario, ogni tanto le riservava anche alcuni salamelecchi esagerati. Insomma, Claire non le ispirava la minima fiducia e Futura non era affatto contenta che il suo ragazzo ci lavorasse gomito a gomito.
Dalla finestra quadrata e senza tende entrava il buio della sera.«Sembra delizioso questo ragù!» disse Patrick con una nota entusiasta nella voce.
«Ma cos’è che mi dovevi dire?»
«Sediamoci a tavola.»
Patrick parve rendersi conto che Futura aveva da rivelargli qualche novità importante.
Si sedette, stropicciò il tovagliolo che voleva mettersi sulle ginocchia e domandò con uno sguardo obliquo: «Qualcosa di grave? Di brutto?»
«Qualcosa di serio, se è bello o brutto me lo dirai tu.»
La fissò senza parlare.
Lei proseguì, con la voce che le vibrava: «Sono incinta».
Patrick posò la forchetta che stava per portare alla bocca.
«Spiegami, a che serve darsi da fare se poi basta un imprevisto e va tutto a rotoli? Questi due anni con te sono stati bellissimi, ma hanno comportato anche numerosi sacrifici da parte mia. Sono venuta a vivere a Londra perché tu hai deciso di abbandonare l’Italia, mi sono adattata a numerosi cambiamenti. Ho fatto tutto con amore e non ti rinfaccio niente. Ma poi è capitata questa cosa, e non so se ho il coraggio di ricominciare a lavorare su me stessa, pensando che a un certo punto qualcos’altro potrà scombinare le carte»
Una grande storia d’amore che rischia di andare in frantumi, la bizzarra volontaria di una casa di accoglienza che vuole portare le sue aspirazioni glamour e l’alta moda tra le donne che fuggono da una situazione di violenza, lo sfottò amaro a un certo tipo di TV spazzatura che lucra sulle disgrazie della gente.
In sottofondo, tanto sentimento che cerca il modo giusto per essere espresso.
Mi ritrovo in un’immagine in cui non dovrei essere.
Sento la musica di un pianoforte davvero invitante. Ma non posso seguirla.
Come farò a tornare a casa?
Allora ripenso a quel che mi stava accadendo…
Qualche minuto prima sono a casa, nella mia stanza, a studiare in DAD, la didattica a distanza, con tutti i miei compagni di scuola e la maestra. Purtroppo per qualche giorno dobbiamo rimanere a casa, non possiamo stare tutti insieme in classe.
Giulia è ancora in pigiama, Giovanni ha mandato un messaggio alle maestre e a noi compagni dicendo che non riesce a collegarsi, Anna chiede di andare in bagno. Amira, come al solito, non sente: ha problemi con l’audio del computer. Quello di Michele, invece, funziona benissimo, si sente il fratellino piccolo che urla: «Conquisterò tutti!»
Inizia la lezione di storia e la maestra comincia a spiegare i popoli italici: finalmente, ne avevo abbastanza dei Greci! Ulisse era sempre in viaggio, non li sopportava neppure lui!
L’ultima cosa che mi ricordo è che, a un certo punto, tra le funzioni dell’applicazione che stavo utilizzando, ho cambiato sfondo allo schermo del computer. Ho trovato una bellissima biblioteca con una scrivania e una lampadina accanto. L’ho fissato intensamente fino a perdermi nei miei pensieri e ora, magicamente, mi ritrovo qui, in questa stanza senza entrata né uscita.
Tra le note del pianoforte continuo a sentire da lontano la spiegazione della maestra. Sono nel panico: ma si sarà accorta che non ci sono più? E se mia mamma, che è nell’altra stanza a cucinare, apre la porta e non mi trova? Speriamo che il poster di Fat Lady, la donna grassa che nei libri di Harry Potter si trova in un quadro e fa da guardiana alla porta della sala dei Grifondoro, faccia bene il suo lavoro anche sulla porta della mia camera e riesce a fermarla.
È pieno di libri, dal pavimento al soffitto, sopra degli scaffali antichi e marroni. È la stanza dei miei sogni, ma adesso non so se è un sogno o un incubo. Le pareti sono molto familiari, alte e fatte di legno.
Dove li ho già visti?
Nel mezzo agli alti scaffali ci sono dei tavoli con delle panche dove sono seduti molti ragazzi a leggere e studiare. Guardando bene, vedo i libri che volano e si mettono a posto da soli. Certi sono proprio vecchi: hanno delle pagine rotte o mancanti, sono giallognoli e con qualche macchia marrone, hanno le rilegature sfilacciate e le copertine sporche e polverose. Mi avvicino ancora di più e scopro che i ragazzi indossano una divisa, fanno parte sicuramente di una scuola...
Ma non gli manca qualcosa?
Hanno il viso scoperto e vedo le loro labbra e il loro naso. Parlano tra di loro vicini, vicini. La mascherina! Oops, nemmeno io ne ho una, ma non ho il tempo di preoccuparmi perché vengo distratta da un vento fortissimo e vedo due ragazzi dai capelli rossi volare su una scopa e lanciare dei fuochi d’artificio in aria per tutto l’edificio.
La stanza si sta riempiendo di fumo, non si respira. «Dobbiamo evacuare tutti» grida uno degli studenti. Io, correndo, entro nel bagno delle femmine e mi nascondo dietro la porta impaurita. Mi batte forte il cuore, lo sento in gola. Rimango nascosta fin quando non sento più nessun rumore e ricomincio a respirare tranquillamente.Con delle scope? Ma dove sono finita?
Mi faccio coraggio, apro la porta del bagno e una voce fastidiosa all’improvviso mi dice: «Che ci fai nel mio bagno?»
Sobbalzo dalla paura, rimanendo per un attimo senza parole. Mi ritrovo davanti il fantasma di una ragazza con i codini e gli occhiali. Balbettando rispondo: «Mi stavo nascondendo da quei due ragazzi sulle scope, lanciavano botti».
«Uuh! Sempre quei due birbanti a rovinare il mio sonno. L’altro ieri mi hanno trattata come se fossi uno straccio che deve pulire il pavimento uuh...»
Al solo pensiero delle bravate dei due, lei scappa via piangendo. La seguo fin quando la vedo attraversare un muro e la perdo di vista. Assorta nel guardare il fantasma, mi scontro con un ragazzo alto, con occhi e capelli castani e delle grandi sopracciglia. «Siamo spacciati – si alza da terra urlando – tra pochi minuti inizierà la partita del quidditch e ci manca un cacciatore, all’ultimo momento il nostro si è fatto male.»
Super, super spaziale: libri che volano, Mirtilla Malcontenta, il quidditch… Per tutti i libri del mondo, ma sono in Harry Potter?!
Durante una lezione in DAD, in pigiama e pantofole, Chiara si ritrova a viaggiare tra scenari fantastici, di libro in libro, attraversando mondi dove giocare in libertà con i propri amici e i protagonisti delle tante storie lette, a volte scontrandosi con loro. Harry Potter, Mulan, Capitan Uncino, il GGG, tanti sono i personaggi che incontrerà in un viaggio emozionante e avventuroso, durante il quale dovrà affrontare delle prove e dimostrare coraggio, altruismo, gentilezza, intuito, umiltà.
Ma sarà davvero tutto reale? O è solo un sogno a occhi aperti per fuggire dalle limitazioni della pandemia?
«Ho cambiato sfondo allo schermo del computer, ho trovato una bellissima biblioteca con una scrivania e una lampadina accanto. L’ho fissato intensamente fino a perdermi nei miei pensieri e ora, magicamente, mi ritrovo qui, in questa stanza senza entrata né uscita. Tra le note del pianoforte continuo a sentire da lontano la spiegazione della maestra. Sono nel panico: ma si sarà accorta che non ci sono più?»
Età di lettura 10+
Una cantina piena di tutto e di niente, accozzaglia di detriti generazionali in agguato per riemergere nella vita di qualcuno. Tra contenitori anonimi, mobili vecchi e stoviglie delle zie morte, spicca qualche scatolone etichettato con lettere, quaderni, libri, ninnoli imballati e centinaia di riviste di viaggio, conservate come sacre scritture.
Cinzia era così: ordinata e maniacale. Ogni oggetto, giornale o soprammobile per lei, prima o poi, avrebbe avuto valore per le generazioni future: ogni cosa era catalogata come nei depositi di un museo, in contrasto con il caos tipico delle cantine, cui si adeguano invece gli altri membri della famiglia, appoggiando qualsiasi cosa non serva, occupando ogni spazio libero, spinti da un imprevedibile quanto creativo horror vacui.
Nel totale baccano visivo però, a guardare con più attenzione tra i pilastri traballanti di vite vicine e lontane, riaffiorano enormi bomboniere di cartone. Da un perduto abisso della memoria, una foto illumina l’anima e mi risveglia i sensi, smuove il cuore dal suo ritmo torbido e piatto. C’è, o c’era, o c’era una volta una strada rossa, di un rosso irraggiungibile, se non retrocedendo fino ai meandri della mia infanzia salentina, o sprofondando nell’Africa dei tamburi masai. Un’immagine che ha accompagnato le mie sere d’inverno a studiare, ma soprattutto a sognare un malinconico ritorno ai marciapiedi brinati di tristezza, dopo la fuga dall’angusto grigiore dell’adolescenza torinese.
L’icona di un desiderio irreversibile di mondo, della fame di cielo, della volontà di contrarre un morbo vitale camminando in strade affollate, odoranti di persone, colori, razze. E ripiombo nella più giovane età, cullata dal suono di ritmi lontani che immaginavo prodotti da variopinte orchestre tropicali, mentre i raggi di sole, filtrati dalla finestra della mia camera, diventavano autostrade di sogni.
Rifluisce lento un rivolo di ricordi. L’intuizione che il grimaldello per scassinare la cassaforte delle illusioni poteva essere il lavoro puntuale, onesto, spasmodico di mio padre, inteso a prodigarsi per la crescita del suo terzo figlio: il negozio di moto con la sua officina. Erano gli anni Ottanta e il secondo boom economico toccava anche la sua piccola attività, di cui peraltro poco mi interessavo, finché alcune case produttrici di moto, a fronte di ottimi fatturati, non iniziarono a regalare viaggi per i migliori venditori.
Si trattava di mete lontane, in anni in cui un viaggio dall’altra parte del mondo era un vero privilegio, ma che mi sentivo pronto ad affrontare, avendo idealizzato come miei eroi un nonno giramondo e uno zio ex pilota militare. Una congiuntura magica, di cui peraltro beneficiò anche lo studio che, a essere sinceri, non rappresentava una priorità assoluta. L’idea che a ogni promozione scolastica corrispondesse un tour gentilmente offerto dall’alta fatturazione del negozio, e cedutomi da mio padre, contribuì non poco a consolidare la mia istruzione.
Il salvataggio dalla monotonia di un paesaggio che, bambini, per tratti infiniti, ci accompagna dai finestrini di un treno diretto lentamente, troppo lentamente, verso il tanto sospirato Salento.Ha inizio così l’avventura agognata.
La strada rossa scompare tra acacie e arbusti fioriti, giraffe curiose e crateri lontani: uno sfondo disegnato nel riflesso dei miei desideri, dispersi in nuvole cumuliformi che corrono vertiginose nell’aria, il cui sapore puro risveglia i polmoni e pulisce ogni singolo alveolo da diciassette anni di polvere, muffa e agonia. Il cuore, come in un feto che brama di nascere, pulsa impazzito: la vita è davanti a me come la strada rossa dell’Amboseli, sul Kilimangiaro, tra gli elefanti enormi, a branchi, a famiglie, in gerarchie declinate su altipiani senza tempo. L’infinito è unità di misura dello spazio, il verde inonda le pupille; le ombre di ciò che è animato si allungano al tramonto. Mi affiancano ed entrano nella mia anima per non uscirne più. Ho diciassette anni e sono nel seno del pianeta, nel fulcro della vita. Diciassette anni e cammino su spiagge solitarie, accompagnato dal fruscio delle palme da cocco, suono instancabile, continuo, quasi perpetuo, come i ritmi e le tonalità che riportano la mente alle canzoni rapite dai dischi di mia madre, colonna sonora della mia infanzia.
Malinconia e storia si annodano in un’emozione profonda, ancora oggi dolorosa e inesprimibile. La mia è stata un’adolescenza timida, riservata e contestata. Ma qui i desideri coltivati mulinano nel vortice di un’inconscia giovinezza, concentrati in migliaia di foglie di palme danzanti ai ritmi improvvisati dal vento. Riecheggiano nelle voci lontane di ragazzi in spiaggia. Parlano lingue incomprensibili di fronte alla bassa marea, che lascia emergere come rocce scultoree i loro giovani corpi neri. Dall’altra parte dell’orizzonte, le praterie sterminate di animali giganteschi, un’idea sovrumana di spazio offerta in un cocktail di odori forti, talvolta ributtanti.
Il primo viaggio in Kenya, ancora adolescente, è il punto di partenza per inseguire un sogno chiamato mondo.
Il mal d’Africa dà inizio a una vita alla ricerca della libertà personale, delle latitudini più lontane, delle solitudini più profonde, del luogo perfetto dove vivere, della conoscenza di persone eccezionali, svolgendo un lavoro per certi aspetti sconosciuto ed esplorando i luoghi più suggestivi del pianeta.
Il viaggio che rifarei è il libro di una vita. Una prima sintesi, più che il bilancio, di un percorso ancora vivo ma già ricco, del suo svolgersi tra il racconto di una professione, poetiche descrizioni di paesaggi unici, lussi e party esclusivi, piccole solitudini e grandi lontananze, suggerimenti di viaggio e grotteschi aneddoti sui turisti italiani. Brasile, Giordania, Egitto, Estremo Oriente, Santo Domingo, Tenerife, Mykonos, Bali, Cuba e Miami, sono alcune delle mete vissute da Johnny Do come tour leader e da residente.
Il libro è stato scritto con la collaborazione di Salvatore Gerace, insegnante di lettere presso il liceo “Norberto Bobbio” di Carignano (TO) e scrittore di saggi, articoli di teatro e letteratura italiana e sportiva.

La “Giannina”, di Elvira Rossi
Ogni giorno Erminio tra i dirupi della costiera percorreva un sentiero sassoso per raggiungere una spiaggetta poco accessibile e protetta alle spalle da un roccione scosceso, che a tratti era coperto da arbusti ed erbe cristalline.
La sinuosità delle rocce disegnava una insenatura dove il mare si infiltrava con prepotenza e le onde prima crespe andavano poi a stendersi piatte sulla battigia. Il vento incurante delle barriere riusciva a incunearsi tra le rocce diffondendo nell’aria salmastra una malinconica sinfonia. Sulla parte alta dell’arenile, a ridosso di una duna sabbiosa, una vecchia barca sonnecchiava con i remi usurati stesi all’interno dello scafo. Lo scafo era dipinto di azzurro, il colore preferito da Graziella che se n’era andata troppo presto nel dare alla luce quella bambina tanto desiderata.
Tanti anni addietro Erminio e Graziella lì si erano amati nell’armonia della risacca, lì avevano sognato di salire su un traghetto per raggiungere il Continente dove, come qualcuno giurava, sarebbe stato possibile fare fortuna. E invece di quel sogno di amore era rimasto solo un nome “Giannina” scritto a pennellate nere sulla fiancata della imbarcazione.
Una sera d’inverno, mentre il mare in lontananza rumoreggiava spaventando le povere case dei pescatori, Graziella e Giannina in un unico abbraccio se n’erano andate come trascinate dal maestrale che faceva sbattere le imposte delle finestre.
Quel cordone ombelicale, appena tagliato dalla sola levatrice di quel piccolo borgo, fu presto riannodato in un’unica bara.
La vita di Graziella, che nel grembo custodiva Giannina, era stata spezzata come un albero maestro abbattuto da una invincibile tempesta. Da quel momento a infrangersi contro gli scogli non furono solo le onde ma la mente di Erminio, che più irato di un mare in burrasca precipitò in un silenzio impenetrabile come abissi oceanini.
Erminio iniziò a camminare con la schiena curva, il capo rivolto verso terra per schivare ogni sguardo e con il tempo sia i vecchi che i giovani pescatori, già poco avvezzi alla parola, si adattarono alla sua taciturnità.
In ogni stagione il vecchio marinaio verso sera raggiungeva quel lembo di spiaggia e andava a sedersi in quell’angolo solitario accanto alla “Giannina”, un nome che di fatto non aveva mai potuto pronunciare.
Quello era l’unico momento in cui Erminio chiuso nei propri pensieri sollevava il capo e mentre il corpo restava immobile, gli occhi protetti dalle palpebre corrucciate esploravano l’immensa distesa alla ricerca incessante dell’orizzonte.
Quando distoglieva lo sguardo da quel confine tra cielo e terra era per rivolgerlo alla “Giannina”, che non riusciva a nascondere i rattoppi che la rendevano simile agli abiti sdruciti dell’uomo.
Erminio spesso poggiava una mano sullo scalmo quasi a chiedere conforto, altre volte con un gesto monotono passava la ruvida mano sul fasciame della barca come se avesse voluto accarezzarla.
Di cosa discorressero rimane un mistero.Sembrava che parlasse con la sua “Giannina”.
Chi ha detto che le cose non hanno un’anima? E la “Giannina” un’anima l’aveva e come se la possedeva! Di legno, segnata dalla fatica e dal dolore. E proprio da quei solchi che si schiudevano come labbra le proveniva la facoltà di raccontare.
Era un racconto sommesso che non ammetteva uditori.
Poi il pescatore tornava a guardare dinanzi a sé, scrutava il mare alla ricerca perenne di quell’orizzonte, così vicino così lontano. La sua inquietudine, risaputa solo dalle rupi, si placava nel protendersi verso l’infinito.
Quella caletta, difficile da raggiungere da terra, era la dimora preferita dai volatili.
A interrompere la solitudine di questa gola remota era un vecchio gabbiano che stanco di inseguire le barche a vela, con uno slancio ardito ad ali spiegate si calava a precipizio dal cielo e placido andava a posarsi sulla prua della “Giannina”.
Il grande uccello restava raggomitolato su sé stesso, gli occhietti vivaci osservavano con discrezione Erminio che simulava indifferenza. In realtà il marinaio lo aspettava e quando l’amico pennuto non c’era, ne avvertiva la mancanza.
I due figli del mare erano lì, in silenzio, uno accanto all’altro, stretti da un patto di fratellanza. Ognuno indovinava nell’altro il dolore custodito nella segretezza del proprio animo.
È un'antologia di racconti brevi risultato della selezione di testi a seguito del concorso letterario indetto dall'associazione culturale "Cultura al Femminile". Sono storie intense di onde di memoria e di oceani di epoche ed etnie che si abbracciano e fondono nell'utero di una sola Storia. Tutto il ricavato della vendita di questa antologia sarà devoluto a Casa AIL di Sassari, che ospita pazienti e parenti dei pazienti malati di leucemia.
«I venticinque racconti vengono dal mare, e sembrano uno stormo di uccelli migratori che abbiano percorso una lunghissima rotta immaginaria per approdare su una costa sicura. Hanno viaggiato per tantissimo tempo nella testa e nelle emozioni di chi li ha scritti. Sono tutte storie di mare, come diceva il bando, così le storie sono tutte intrise di salsedine, hanno piedi bagnati o sporchi di sabbia, e il vento in faccia che ti fa strizzare gli occhi.»
[dalla prefazione di Pier Bruno Cosso]

Immaginate una Milano svuotata dalle ultime ferie estive e un uomo solo a solcarne i fiumi grigi che la attraversano. Parlerò di lui, della sua solitudine, e di quella parte della vita che precede la morte, fondamentale per la sua formazione più di qualsiasi evento vissuto prima.
Lui si chiama Gianni. Il tempo sembra non averlo scalfito. Ha fatto lavori che gli hanno risparmiato il fisico ed è sempre stato alla larga dal prendere troppo sul serio quanto gli accadeva attorno.
Forse per questo, o per qualche fortunata combinazione genetica, le mani e la fronte non sembrano aver risentito del passare degli anni. Mentre cammina, sfilano nella sua testa pensieri, ricordi, decisioni, sogni.
Un viaggio in treno.
Ad accompagnare il paesaggio che cambia, il viaggio richiama musica, oppure silenzio e caos di pensieri. Se impone musica, deve essere qualcosa di incalzante.
Lo vedo, Gianni, uomo dalla ignota età ma ben noto destino, addormentarsi cullato dal ritmo delle ruote sui binari, con le note di Ivano Fossati e i suoi treni a vapore, o quelle oltreoceano di Eddie Vedder.
On bended knee is no way to be free
Lifting up an empty cup I ask silently
That all my destinations will accept the one that's me
So I can breath.
Si avvicina alla periferia di Milano uno degli ultimi temporali della stagione. Sopra di lui una pingue nuvola nera sembra minacciarlo, gli urla di tornare dentro.
«Torna dov’eri e chiedi scusa» lo rimprovera come fosse un bambino. O si rimprovera lui, che non è mai stato più presente di così nella sua vita. Lascia indietro palazzoni color mattone e alti cancelli: la cupa ironia di un luogo di cura che ricorda un carcere.
Loro avevano promesso, e nonostante questo, non sono riusciti a liberarlo. Non può restargli che evadere allora, dalla sua malattia, o da se stesso.
«Come già sa, la radioterapia non ha funzionato. Non siamo riusciti a sospenderne la crescita ma possiamo ancora rallentarla. La chemio è la soluzione che le proponiamo. Avrà uno scopo palliativo, le potrà dare un paio di mesi in più di quelli che ci aspettiamo.»
Aveva sempre pensato che fosse un talento solo suo, quello di trovare soluzioni non definitive ai problemi. Il fisico ha assorbito tutto quello che lui sperava di aver evitato e ora batte cassa sotto forma di vita aliena. Di palliativo non vuole più niente.
Si alza il vento.
La può sentire urlare, la vede lanciare dardi di luce là fuori. E anche lì dentro. Lui la percepisce, ne sente il vento e l’elettricità, la potente voglia di scaricarsi.La nuvola bussa alla finestra dell’ambulatorio.
Urla un vaffanculo potente come un tuono: al suo male, a quel posto, a chi gli ha promesso di curarlo e ora prova a patteggiare con il destino un paio di mesi in più. Persa la sfida, i suoi ex salvatori ora gli sembrano patetici e quasi annoiati dalla sua presenza.
Se ne va, sbattendo la porta al ritmo del temporale.
È giorno di decisioni: sulla sua morte, sul perdere l’autobus, sul riconciliarsi con il verde elettrico di Parco Sempione bagnato dalla pioggia, sul ritrovare il movimento dei suoi piedi. Qualcuno passeggiando con l’ombrello lo guarda, indeciso se offrirgli un riparo temporaneo o lasciarlo solo nel tentativo di salvare se stesso.
Nella strada verso casa gli viene in mente il viso dolce di sua madre. Lei era stata padrona della sua vita, in ogni scelta, tranne in quella di andarsene. La ricorda piccola, nel suo letto di ospedale, a rifiutare il cibo insipido e a sognare Venezia.
Ha sempre saputo dove lei avrebbe voluto morire e non l’aveva accontentata. Un uomo non è mai pronto al riaffiorare dei rimpianti nello stesso modo in cui non sarà mai preparato a lasciar andare la propria madre.
Una coppia gli fa un cenno di saluto e compassione da sotto la loro cupola colorata. Camminano veloce. Lei ritorna a guardarlo una seconda volta. Le donne sono allenate a capire quando non sono solo le gocce di pioggia a bagnare un viso.
Gianni è arrivato alla fine della corsa. Sa di essere ancora giovane, sa di aver sprecato la sua esistenza curando troppo il lavoro e troppo poco i suoi legami sociali. Decide di scappare da una grigia Milano, fare un viaggio in treno e approdare a Venezia, per permettersi di ritrovare antichi ricordi e farne propri di nuovi. È qui che conoscerà Sabrina, oste e strega, e Guido, aiutanti magici e anime complementari. Tra le nebbie della laguna comincerà a ricordare anche Grazia, sua madre, e tra le maree verranno a galla vecchi rimpianti.
Il mare, nel frattempo, riempie le reti, nutre gli uomini, porta messaggi ai vivi e ai morti.
Un breve viaggio di riflessione sulla morte e sulla vita, una colonna sonora ad ogni atto. Rilassatevi, fate partire la playlist e godetevi il paesaggio dal vostro posto al finestrino.

Tre furono gli eventi catastrofici che sconvolsero l’umanità.
Un primo conflitto mondiale, durato pochi mesi, avrebbe dovuto allarmare le nazioni; ma fu solo il preludio all’ultima grande guerra, che devastò migliaia di città in tutto il globo.
Trascorsero gli anni, i sopravvissuti tentarono di ripristinare la civiltà, impiegando le tecniche e le tecnologie ancora disponibili, ma un batterio, nominato Anthrax, mise a dura prova quel tentativo. Non vi erano più strutture sanitarie abbastanza attrezzate e organizzate sui territori, per questa ragione si cercò di isolare i focolai e si sperò di essere immuni.
In alcune aree del mondo nacquero nuove comunità, collegate tra loro da una rete di scambio commerciale e culturale.
Così avvenne per esempio nelle Americhe e soprattutto in Britannia, un territorio che si estendeva dalla Groenlandia alla Norvegia, dove ci si sosteneva a vicenda, in forma paritaria, riprendendo il modello delle antiche poleis.
Dell’Europa continentale si avevano informazioni frammentarie, mentre in Medio Oriente sopravviveva una società feudale divisa tra gli immuni e i contagiabili. L’Africa era tornata una terra ignota, isolata dal resto del mondo. Ritrovò, forse così, la propria pace. Nemmeno da Oriente vi furono più notizie.
Un giorno, tuttavia, la grande pioggia cominciò a cadere e non smise per tredici mesi. Molte comunità, che erano state fondate sulle coste o nei pressi dei fiumi, finirono per essere travolte dalle acque. L’umanità fu ulteriormente decimata dalla Natura.
Quando la pioggia cessò e le acque si ritirarono, i pochi sopravvissuti erano ormai esausti, privati di una guida umana o divina che li rialzasse. Fu allora che da Oriente giunse un popolo misterioso, di cui nessuno seppe mai l’origine, che colonizzò gran parte del pianeta. Esso portò nuova linfa al genere umano e stabilì una pace con la Natura.
Rispettandola e rendendole onore, questa avrebbe permesso all’umanità di vivere un’età dell’oro e di poter aspirare alla liberazione dalla materia.
Guerre, una pandemia e la grande pioggia: questi i tre fenomeni che cambiarono il mondo. Prima della loro realizzazione, le due stirpi più nobili del creato, l’una di origine umana, l’altra luciferina, si incontrarono in diversi secoli, nell’attesa della fine dei tempi.
Per millenni si scontrarono con il Nemico, intenzionato a fare in modo che in seguito all’apocalisse continuasse a regnare il caos.
Nel corso delle tre catastrofi, artisti, profeti e veggenti furono animati da incredibili ispirazioni, come nell’antichità. Con le loro abilità sigillarono l’ultima gloriosa opera di quella generazione di uomini.
Compiuta la fine, l’Essere venuto alla luce dalle due stirpi cammina nel tempo. In ogni luogo che visita aspira a estinguersi in Brahmâ. Le vicende di ciascuno si intersecano tra le epoche e sembrano confondersi tra passato, presente e futuro.
Uccise Vera Kaufmann in modo atroce, manifestando una cattiveria del tutto gratuita. Quando John si avvide della differenza sostanziale tra la vita e la morte, era già troppo tardi.John Komie fece un grosso errore.
In un secondo riuscì a provare un potere sovrumano nelle proprie mani e l’istante successivo rimase impotente di fronte a quel corpo spento.
Si accorse con estasi di come fosse irrimediabile la morte e delle conseguenze che essa portava con sé. Si rese conto che sarebbe stato un reietto, costretto a nascondersi al giudizio su di sé che egli vedeva riflesso nei volti degli altri.
Un killer fuori controllo è un predatore il cui desiderio è tanto intenso da volerlo manifestare in un atto di potenza che tutti possano ammirare. E John quel delirio poteva ora comprenderlo, ma non era in grado di appropriarsene. Vestiva un abito scomodo, quello del killer, nascosto sotto l’abituale confuso insieme di tinte spente.
Un giorno, molto tempo prima, Vera gli aveva domandato quale fosse il maggior pregio di una persona.
«La trasparenza» rispose lapidario John con quell’atteggiamento distaccato che si era imposto ormai da lunga data.
Vera era una donna curiosa, in grado di trasformare la curiosità in ansia e l’ansia in insistenza. Una dolce insistenza, a voler essere onesti. John le pagò il conto, e Vera disse che ci aveva già pensato lei per prima a pagare quello di lui. L’uomo fu riportato alla realtà dopo anni di apatia emotiva; un solo piccolo atto fuori dalla norma dei codici sociali.
Da allora, ogni sera, si incontravano in quello stesso locale. A volte si aspettavano per ore; tra un tè ormai freddo e un libro finito, c’era sempre tempo per altri dieci minuti.
«È sbagliato» le disse John anni dopo, nella loro nuova casa. Ma Vera insistette, era lei la regista, nel lavoro e nella vita. In un mondo restrittivo per molti e permissivo per altri, Vera era abituata a quei gesti significativi che spezzavano la calma piatta della quotidianità pubblica e privata.
«Uccidimi, John!»
L’Ānanda è un nome, un luogo sospeso nello spazio e nel tempo, nonché una condizione dello spirito. Cela e disvela il sacro, che parla dell’umanità, dei meccanismi che la spingono all’autodistruzione, ma anche di ciò che la apre all’intima armonia con ciò che la circonda. Questa raccolta di racconti narra le vite di alcune persone vissute nel periodo in cui avvennero tre catastrofi planetarie che sconvolsero l’umanità. L’ultima grande guerra devastò migliaia di città in tutto il globo; i sopravvissuti tentarono di ripristinare la civiltà, ma un batterio li mise nuovamente a dura prova. In alcune aree del mondo nacquero nuovi centri, collegati tra loro da una rete di scambio commerciale e culturale, sul modello delle antiche poleis. Poi, la grande pioggia cominciò a cadere e non smise per tredici mesi. Molte comunità, sorte sulle coste o nei pressi dei fiumi, finirono per essere travolte dalle acque. L’umanità fu ulteriormente decimata dalla Natura. Quando la pioggia cessò e le acque si ritirarono, i pochi sopravvissuti erano ormai stremati. Fu allora che da Oriente giunse un popolo misterioso, di cui nessuno seppe mai l’origine, che portò nuova linfa al genere umano e stabilì una pace con la Natura.
In particolare, si raccontano le vite di tre donne: Judy, la figlia Vera e la nipote Rebecca. In parallelo, una figura misteriosa, chiamata il Discepolo, percorre i secoli (e i millenni) alla ricerca di un significato alla vita. Le loro storie si intersecano nel tempo, in un continuo salto tra passato e presente, in cui il lettore, come un archeologo, è chiamato a ricostruire gli eventi e le genealogie familiari.


Tommy è un volpino arancione, con il muso a punta e il pelo morbido. Abita in una casa rossa di legno, su una collina, in Italia. E anche se la casa è tanto grande, lui ci abita da solo.
Il suo sogno segreto – in realtà lo sanno tutti – è quello di riempirla di amici e vivere insieme, condividendo tutto come si fa nelle grandi famiglie.
È un cagnolino molto curioso e goloso e, anche se non lo ha mai fatto, gli piace viaggiare. In casa, infatti, ha trovato un grande mappamondo e si fa sempre raccontare dalla sua vicina Maria, che è una labrador, di tutti i paesi dove è stata con i suoi padroni, le storie della gente che ha conosciuto, le leccornie che ha assaggiato. Lei sì che viaggia spesso! A Tommy piace sentir parlare di luoghi sconosciuti, ma soprattutto è affascinato dal cibo particolare che si mangia nei diversi paesi: piatti a base di frutta, verdura e carne locale, sapori che solo lì si possono trovare.
Così, un giorno decide di fare un viaggio tra i suoi posti preferiti, per conoscere nuovi amici e assaggiare tutti i piatti di cui Maria gli ha raccontato. Prende le sue cose e le infila in uno zaino: la torcia frontale che ha trovato in un vecchio magazzino, qualche snack per il viaggio… taaanti snack, alcuni sacchi a pelo (per lui e per i suoi futuri amici) e alcuni giocattoli (Tommy non riesce a stare senza giochi!).
E parte per la prima tappa: Londra, in Inghilterra. Ci vuole andare perché è curioso di vedere il Big Ben, la famosa torre con l’orologio che è diventata uno dei simboli della città.
Inizia a camminare verso Londra, ma si accorge presto che la strada da fare è davvero tanta. Allora decide di salire sul treno e, siccome il viaggio è lungo, di mangiarsi qualche snack e farsi un pisolino.
Tommy è un cane e vive in una casa troppo grande per starci da solo. Decide allora di fare un viaggio nei suoi posti preferiti, quelli di cui gli ha raccontato la sua vicina di casa Maria, alla ricerca di amici, paesaggi fantastici e piatti tipici. Durante il viaggio incontrerà animali diversi ma tutti soli e un po’ tristi. Ma far parte del gruppo di viaggiatori li farà sentire di nuovo accettati e felici. Un libro che parla di amicizia, di accettazione e della curiosità di scoprire il mondo, raccontato da una giovane scrittrice di quasi 11 anni. Alla fine, ci sono anche delle fantastiche e facili ricette da fare in famiglia, un "cruciviaggio" ispirato al racconto e le figure dei personaggi della storia da ritagliare e incollare sulla mappa per ricostruire il loro viaggio o tracciare il proprio percorso. Vuoi partire anche tu con Tommy e i suoi amici? Sei pronto a viaggiare attraverso paesi e sapori?
Età di lettura 6+

Tutte le notti lo stesso incubo.
Ogni volta che mi addormento, un mese dopo l’altro da oltre cinque anni, trascorro le ore che vanno dal tramonto all’alba in un eterno déjà-vu. Una montagna di sabbia dalle vaghe fattezze umane mi opprime il petto rubandomi il respiro, mentre con gli occhi chiusi ripercorro la fine della civiltà umana.
Rivivo i giorni dell’incredulità e dello sgomento, quando i telegiornali sparavano notizie a raffica e le urla dei video amatoriali rimbombavano nelle orecchie, sovrastando le immagini che scorrevano sgranate sullo sfondo.
Il ricordo delle vittime sbranate dagli zombie m’infiamma i sensi.
Sudo.
Tremo.
Ho paura.
L’inconscio vomita immagini raccapriccianti.
Tante, troppe.
Talmente numerose da non permettere alla parte razionale di elaborarle, e si sovrappongono.
Il suicidio dei miei genitori si mescola al massacro dei militari, e la morte di Aurora si fonde col sacrificio di Alex, il fuciliere che non amava il suo cognome.
Ansimo, mi manca il respiro.
I muscoli si contraggono fino a imprigionarmi, impedendo qualsiasi movimento.
Sono sveglio, o credo di esserlo, ma resto bloccato, disteso sul materasso lercio, inerme.
Solo ora li vedo arrivare.
Sono migliaia, decine di migliaia!
È impossibile definirne l’ordine di grandezza.
Rimango ipnotizzato dall’orrore, incapace di distogliere lo sguardo fino a quando lo sciame circonda la casa.
Poco dopo sfondano il cancello. Si muovono lenti eppure in una manciata di secondi raggiungono la porta.
Lucrezia e Sebastiano piangono e io non posso fare altro che unirmi a loro.
Il legno cede.
Ci sono addosso.
Percepisco le mani che mi afferrano e rabbrividisco di fronte alle bocche spalancate.
Il tanfo putrescente della morte s’insinua nelle narici riscuotendomi dal sonno.
Sono lucido, però non riesco a muovermi.
Incatenato dal terrore che m’inchioda a terra attendo il sorgere del sole, conscio che là fuori ci sono miliardi di zombie pronti a divorarmi. Dovrei aver paura. Anzi: vorrei avere paura, e invece non è così.
Alla fine ci si abitua a tutto, o quasi; ma al fottuto incubo che mi tormenta ogni singola notte, proprio non riesco a farci il callo.
È a causa sua se odio dormire.
Beh… non odio solo quello.
Odiavo i turni di guardia.Lunedì 6 luglio 2015,
ore 06:13
Spesso, anzi direi quasi sempre, non accadeva nulla e mi ritrovavo solo, al buio, a pensare.
Nelle tenebre della solitudine la paura si rinvigoriva, cresceva, ramificava. Protendeva i suoi tentacoli in ogni remoto anfratto della mente, uccidendo la speranza che incrociava sul proprio cammino.
Il terrore stritolava la lucidità spezzando la ragione; e là, dove non riusciva ad arrivare, gettava il seme dell’incertezza. Così mi sentivo: nudo e inerme, di fronte a qualcosa più grande di me.
Erano quelli i momenti in cui i pensieri negativi che mi frullavano in testa prendevano il sopravvento, gli attimi in cui l’ansia mi si insinuava dentro, schiacciando il petto fino a togliermi il fiato.
Talvolta, la sensazione di soffocamento era così forte che ne rimanevo paralizzato. In quegli istanti ogni fibra del mio corpo urlava, agonizzante e disperata, mentre il cervello lavorava senza sosta per disinnescare la bomba e rompere il meccanismo logico secondo cui, a dispetto di tutte le evidenze empiriche, ero portato a vedere solo il lato più oscuro delle cose.
Era in quei momenti che la mia psicosi prendeva forma. Più forte della parte razionale, assumeva il controllo e per quanto ci provassi, nonostante i miei sforzi, faticavo a uscire da quella condizione.
Non c’era logica che tenesse.
L’intelletto rassicurava l’anima con riflessioni positive e ponderate, eppure il cuore e lo stomaco se ne sbattevano. Ignoravano i fatti e si lasciavano catturare dall’angoscia, cedendo al panico.
Ne risultava una sensazione di malessere strisciante.
Iniziava con un piccolo cedimento. Un mattone mentale che si spezzava; poi, nel breve volgere d’un ragionamento malato, l’intero palazzo della mia psiche crollava, minato alle fondamenta dalla paura e sotto il peso del terrore.
Per rompere il loop, il dannato circolo vizioso che mi trascinava nella depressione più nera, dovevo spegnere il cervello; congelare i neuroni in uno stato di sospensione dal quale non riuscissero a fuggire.
Il mio cervello, però, era un gran bastardo e di spegnersi non ne voleva sapere.
Quando la resistenza era troppa, e mi accorgevo che a breve avrei perso la battaglia, partivo all’attacco inondando le sinapsi di complessi pensieri alternativi.
Nel corso degli anni avevo perfezionato la tecnica, trovando un efficace sollievo nel gioco degli scacchi.
Lasciavo che l’ansia procedesse col suo piano d’invasione, senza opporle resistenza, ma giusto un attimo prima di venirne del tutto soggiogato dedicavo una porzione di logica a immaginare una scacchiera vuota.
La visualizzavo in ogni dettaglio, tanto che, oltre a poterla descrivere minuziosamente, riuscivo quasi a percepirne la consistenza fisica.
Appena soddisfatto posizionavo i pezzi.
A volte la disposizione era casuale, altre volte ricalcava lo schema di partite celebri che avevo studiato; più spesso era l’evoluzione di una partita mentale precedente.
Le altre mosse a seguire.Cavallo in b6.
Regina in g4, scacco.
Creare una struttura così complessa e giocare una partita solo visualizzandola con l’immaginazione, richiedevano una concentrazione assoluta. Infatti, all’aumentare dei pezzi coinvolti, corrispondeva la diminuzione del numero di neuroni impegnati ad alimentare l’ansia.
Di solito, nel breve volgere di un’ora, quest’ultima moriva di fame e io riuscivo a calmarmi.
Era questo il motivo per cui sceglievo sempre il terzo turno di guardia, l’ultimo, quello dalle cinque alle otto del mattino; così, in caso d’emergenza, avrei potuto lasciar dormire Lucrezia e Sebastiano, guadagnando abbastanza tempo da riuscire a riprendere il controllo dei nervi.
Le poche volte che avevano chiesto spiegazioni li avevo convinti che in quel modo potevano riposare più a lungo, e la soluzione andava bene a tutti: io avevo la mia privacy durante i gli attacchi di panico, mentre loro restavano a letto fino a tardi.
Prima dell’apocalisse, prima di quell’ultima dannata notte in cui perdemmo per sempre la nostra casa, anch’io amavo crogiolarmi nel tepore delle lenzuola; ma, trascorsi sei anni in cui lo stesso incubo mi scavava nel cranio ogni singola notte, il sonno aveva perso ogni fascino, riducendosi a una pura funzione fisiologica e nulla più.
Sono trascorsi sei anni dalla pandemia di H5N1v2, la mutazione del virus dell’aviaria che ha dato il via all’apocalisse zombie.
Domenico, suo figlio e la moglie Lucrezia, scampati per il rotto della cuffia a orde di non-morti famelici, sono riusciti a sopravvivere fino a oggi.
L’isolamento della famiglia è bruscamente interrotto da un’automobile che si schianta contro una cabina elettrica. All’interno una giovane donna in travaglio sta dando alla luce suo figlio. Appena il bimbo è nato la madre taglia tre pezzi di cordone ombelicale e chiede a Domenico di consegnarli al distretto militare di Torino. Ottenuto ciò che voleva la donna estrae una pistola, uccide il neonato e si spara.
Chi era la donna? Perché quel pezzo di materiale organico è così importante? E soprattutto Domenico e la sua famiglia sono pronti a rischiare tutto per portare a termine una missione di cui non sanno nulla, addentrandosi nel pericoloso territorio della città morta, Torino?
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Professione lettore Di Stefania Bergo. La settimana mondiale dello spazio, dal 4 al 10 ottobre: eventi scolastici e governativi, mostre e...