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[Expat] Vivere a Berlino: Francesca De Santis, assistente costumista, intervista di Valentina Gerini

[Expat] Vivere a Berlino: Francesca De Santis, assistente costumista, intervista di Valentina Gerini

Berlino-Francesca-De-Santis

Francesca De Santis e l'arte di creare abiti e outfit. Dal DAMS di Roma al cinema, come assistente costumista, in una Berlino dinamica, ricca di opportunità ma a misura d'uomo.

Conosco Francesca dai tempi delle medie. Siamo state compagne di scuola fino alla maturità ed è, per me, una sorella più che un’amica. Ha sempre seguito la moda anzi, si può dire che lei la moda la facesse. Dai capelli, ai vestiti… non la vedevi mai due volte con la stessa cosa! E poi era una ragazza multitasking. Mentre gli adolescenti si rincitrullivano di spinelli e musica a palla, lei andava a danza, seguiva gli scout, coltivava passioni per la moda, il cucito, i film, guardava i programmi in seconda serata, leggeva… Insomma non mi meraviglia che adesso sia arrivata dove è arrivata.
Ve la presento brevemente: Francesca De Santis, classe 1986, nata e cresciuta in Toscana, come me, ha studiato a Roma, ha viaggiato molto e si è stabilita (momentaneamente) a Berlino, dove lavora come assistente costumista nel mondo del cinema e dello spettacolo. Ma come ci è arrivata fino a lì? Chiediamolo a lei…

Ciao Francesca, ben ritrovata! È un piacere immenso per me intervistarti e mostrare al pubblico che anche i giovani della nostra generazione, quella senza un lavoro fisso, che si sposa o fa figli in tarda età, qualcosa lo combina lo stesso. Raccontaci: cosa fai a Berlino e di cosa si occupa una costumista?
Ciao Vale, per me è un grande onore essere intervistata da te! A Berlino lavoro come stylist per riviste e designer, collaboro con artisti per la realizzazione di opere e come assistente costumista per cinema e tv. Sembrano tanti lavori, lo so, ma in realtà in questo campo bisogna essere molto flessibili, soprattutto se si è agli inizi. Negli ultimi due anni però sto lavorando sempre più spesso solo nel mondo del cinema e tv. Una costumista deve innanzitutto capire un personaggio e riuscire a visualizzarlo dandogli un’identità attraverso il vestiario. È un lavoro molto complesso visto che bisogna mettere d’accordo tre diversi individui: il regista, il produttore e l’attore che dovrà interpretare il personaggio. In qualità di assistente devo quindi combinare le mie capacità creative con quelle organizzative per poter permettere alla costumista di lavorare serenamente.

Il mondo del cinema è un mondo che, visto da fuori, sembra davvero magico. Ma che livelli di stress si raggiungono durante le giornate di ripresa? E come è lavorare con attori più o meno famosi?
Come hai appena detto, una giornata tipica può essere molto stressante: so quando inizio ma non so mai quando finisco. L’imprevisto è all’ordine del giorno, quindi devo essere preparata a qualsiasi evenienza e cercare di avere la soluzione ancor prima che il problema si presenti! Non avendo una sfera di cristallo a mia disposizione, l’unico modo per prevedere possibili inceppi è una comunicazione chiara e costante con i responsabili degli altri dipartimenti. Ogni giorno è completamente diverso dall’altro, quindi se da un lato non vi è modo di annoiarsi, dall’altro questo continuo cambiare alza molto i livelli tensione. Lavorare con gli attori non è sempre facile, credo sia importante instaurare sin dal primo incontro un rapporto di fiducia. Quindi a partire dalla prova costume si deve cercare di capire le esigenze specifiche e cercare di accontentare tutte le parti in causa. Devo dire che alla fine, nonostante lo stress accumulato, ho sempre avuto esperienze positive! 

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Perché proprio Berlino? 

Cosa offre questa città che in altre non hai trovato?
Mi sono trasferita a Berlino sette anni fa grazie a una borsa di studio e quello che mi ha trattenuto è stato la sua dinamicità. È una città che offre tante opportunità pur conservando una dimensione più intima, a misura d’uomo. Una cosa che in altre grandi città è molto difficile da trovare. Credo sia il perfetto compromesso per chi vuole vivere in una metropoli, ma allo stesso tempo desidera ritagliarsi il proprio spazio come in una piccola realtà.

A volte, pur vivendo in una metropoli, la piccola vita di provincia manca. Ecco, sono curiosa, a te manca il nostro paesino, Ponsacco?
Chiaramente sono una “country girl” e le mie radici sono a Ponsacco. Quello che più mi manca è la famiglia e gli amici di sempre. Ogni volta che torno è come se non me ne fossi mai andata, ed è una sensazione straordinaria vedere che anche se il tempo passa il rapporto con le persone è rimasto praticamente immutato, come se ci vedessimo tutti i giorni!

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C’è qualcuno a cui ti capita di pensare quando sei all’estero?
Penso spesso a mio fratello, Daniele. Inutile dire che ha un ruolo importantissimo nella mia vita, lo reputo una persona genuina, nel vero senso della parola. Anche se siamo molto differenti nelle scelte che facciamo, per non dire opposti, riesco sempre a capire le sue ragioni e a nutrire una profonda stima nei suoi confronti. Per me rappresenta un punto di riferimento costante. 

Ma quando all’estero dici che sei di Pisa cosa ti dicono: “Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”?
A dire il vero gli stranieri invece che Pisa, capiscono sempre “pizza” come se, in quanto italiana, provenissi da una pizza gigante! Poi, quando specifico che Pisa è quella città con la torre pendente capiscono tutti e un buon 80% c’è persino stato. Ci tengo sempre a precisare che vengo da Ponsacco, un paese in provincia di Pisa.

Facciamo adesso un passo indietro. Come sei arrivata a Berlino? Cosa hai studiato e che percorso hai fatto per diventare assistente costumista?

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Festival-Fusion-Germania
Ho studiato al DAMS di Roma. Ho sempre avuto una spiccata passione per la moda ma non mi ero ancora resa conto che quella passione sarebbe diventata un lavoro.
Nel 2010 vinsi una borsa di studio per fare un tirocinio al English Theater of Berlin. Iniziai come assistente alla regia e, dopo due settimane, la regista e lo sceneggiatore decisero di affidare a me, novellina, la responsabilità della scelta dei costumi. Capii che era quello che volevo fare e, da lì in poi, è stato un percorso naturale: mi comprai una macchina da cucire e, dopo il tirocinio, mi iscrissi a un corso di modellistica.
Iniziai a lavorare per diversi atelier mentre creavo outfit per me o per i miei amici. È stato il periodo più caotico e creativo della mia vita! È curioso come le persone possano cambiare il tuo percorso con delle così piccole decisioni senza neanche rendersene conto.

La tua creatività non ha mai fine. Ogni volta che ci vediamo indossi un abito diverso, cucito da te personalmente. Questo Natale, infatti, per la consueta cena a casa mia, sei arrivata con un vestitino a fiori di lana con le maniche a sbuffo! 
Come si arriva alla creazione di un abito? Da dove prendi l’ispirazione?
Il processo creativo è molto soggettivo e intimo: non esiste un’unica maniera. Io come mi lascio ispirare quasi sempre dal materiale, soprattutto dalla trama e la consistenza di un tessuto. Inizio immediatamente ad imbastire la stoffa sul manichino per sperimentare le varie possibilità e direzioni che mi si offrono. Solo in un secondo momento inizio con la ricerca iconografica, che spazia dalla pittura classica a riviste di moda, fino ad arrivare ad immagini della natura (soprattutto animali e piante). In seguito incomincio a scarabocchiare un abbozzo di quello che sarà l’abito e torno a modellare sul manichino il tessuto, ma stavolta con le idee più chiare riesco a visualizzare meglio le forme. Una volta trovata la soluzione giusta faccio il cartamodello e successivamente cucio.
Sono un’eterna insoddisfatta quindi questo processo può durare molto tempo e in fase di realizzazione cambio molti dettagli. Il risultato finale raramente coincide con l’idea di partenza.
Trovo che l’originalità sia il risultato della fusione tra il vecchio e il nuovo.

Dalla moda alla passione per i viaggi: India, Nepal, Iran, Marocco, Birmania, Thailandia, Fuerteventura...

Fuerteventura

Oltre a essere un’appassionata di moda, sei anche un’appassionata di viaggi, di quelle che parte zaino in spalla, scarpe da trekking e chi s’è visto s’è visto. Ricordo di quando mi hai raccontato che in Iran la famiglia che ti ospitava ti ha portata a fare “la colazione del venerdì” con una zuppa disgustosa ma che, per educazione, hai assaggiato… Quali paesi hai visitato e quale, più di tutti, ti ha fatto sentire a casa?
Sono affascinata dai paesi orientali. Con il mio ragazzo abbiamo viaggiato molto in India e in Nepal e sono dei paesi straordinari. Ma mai come in Marocco mi sono sentita a casa. Ho avuto la fortuna di incontrare delle persone (adesso amici) che mi hanno accolta nelle loro case, fatto conoscere le loro città e accompagnata nel mio viaggio. È stato il mio primo viaggio zaino in spalla da sola, e dopo quella esperienza ci sono tornata altre tre volte. La prossima tappa sarà la Birmania.

KatmanduNepal

Ti sei sempre messa in gioco. Io ti conosco, so che la strada non ti è stata spianata da nessuno, tutto ciò che sei lo sei grazie alla tua tenacia e testardaggine e io ti auguro il meglio. Ma dicci, quali sono le tue aspirazioni future?
La strada è ancora lunga, vorrei diventare costumista a tutti gli effetti! Il mio sogno nel cassetto è fare un film con Wes Anderson. So che può sembrare stravagante, ma sognare mi aiuta a stare con i piedi a terra e mi sprona a raggiungere nuovi obiettivi.

Valentina-Gerini

Valentina Gerini
Dopo la maturità scientifica e uno studio approfondito della lingua inglese inizia a lavorare all’estero. Le sue più grandi passioni sono i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ha fatto la sua professione, diventando accompagnatrice turistica; della scrittura il suo hobby, occupandosi degli articoli di copertina per un mensile dedicato alle storie di paese.
Volevo un marito nero, 0111Edizioni.
La notte delle stelle cadenti, Lettere Animate.


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Un biglietto per Berlino di andata e non-ritorno, rocamboleschi voli low cost

Un biglietto per Berlino di andata e non-ritorno, rocamboleschi voli low cost


L’epoca dei low cost è quello che è. Prenotare voli con mesi di anticipo e ricordarsene il giorno prima della partenza, prenotare voli molto (ma molto) last minute, partenze rimandate e anticipate con bagagli improvvisati. Sono tutte cose che capitano e, quando si parla di viaggi, non ci si stupisce più di nessuna stranezza. Eppure, il mio volo di andata e ritorno per Berlino è stato quanto di più strano mi riesca di immaginare. Folle e bellissimo, come questa capitale.
Sarei dovuta venire a Berlino per quattro mesi con un programma Erasmus + Traineeship. Avrei lavorato al Berlino Magazine e la cosa mi riempiva di gioia. Peccato che ero appena tornata dal Canada, con un volo che è durato la bellezza di 72 ore, giuro, e non riuscivo neppure a stare in piedi. Avevano cancellato il mio volo Montréal-Parigi, Parigi-Roma alle 4 del mattino il giorno di Natale causa sciopero. Vi lascio immaginare il resto.
Avevo chiamato l’assistenza, dove una simpatica e poco melodiosa voce mi aveva spiegato che era Natale e che, per questo motivo, il servizio clienti non era garantito. Avrei voluto rispondere che era Natale e che, per questo motivo, io volevo proprio tornare a casa mia, a Roma. Ma era una voce pre-registrata. Ho fatto amicizia con il tasto recall del telefono, fino a che mi ha risposto un essere umano. Hanno trovato un volo sostitutivo per il giorno successivo, cambiandomi rotta e compagnia. Secondo il gentile ragazzo dell’assistenza, avrei dovuto fare scalo da Montréal a NY, poi prendere un intercontinentale per Roma. Arrivo in aeroporto a Montréal il giorno dopo e scopro che il mio volo per NY è posticipato di un’ora. Perderò l’intercontinentale. Vado all’assistenza clienti, dove mi dicono che mi riserveranno un posto sul prossimo volo NY-Roma. Quando arrivo a NY, mi spiegano che posso prendere il primo intercontinentale per Roma, perché il gate è accanto a quello dove sono atterrata. Fantastico!, mi dico. Quando finalmente decolla anche il secondo aereo, una dolcissima hostess mi dice che il mio bagaglio verrà recapitato direttamente al mio indirizzo italiano, perché non hanno potuto imbarcarlo insieme agli altri. Sospiro e mi addormento, pensando che sia la cosa più saggia che possa fare.

Ero arrivata in Italia con la prospettiva di una settimana per riprendermi e prepararmi per Berlino, settimana in cui non ho dormito, presa tra amici che non vedevo da mesi e festeggiamenti vari. La sera prima della partenza tedesca, avevo un bisogno di dormire che rivaleggiava con quello della Bella Addormentata. Con la differenza che le mie occhiaie facevano di me la Nevrotica Insonne. Dettagli.
L’andata berlinese è stata tragicomica. Nonostante il sonno e la mezza idea di rimandare la partenza, sono arrivata a Fiumicino. È andato tutto benissimo: check in, luggage drop, security check, imbarco. «Ho già dato con il volo canadese», ricordo di essermi detta. Il momento del decollo, però, le cose hanno iniziato a prendere una piega diversa. Si sono accesi i motori e ho sentito il brivido che sento ogni volta. Poi ho avvertito anche un odore di fumo che non era proprio rassicurante. Fortunatamente, lo ha avvertito anche il pilota, che è atterrato nuovamente e ci ha detto che avrebbero provato ad aggiustare il guasto. Un paio d’ore dopo, ci fanno scendere dall’aereo, dicendoci che sta arrivando un aereo da Berlino tutto per noi per portarci in Germania. Qualcosa come sei ore dopo, sono finalmente nella mia stanza a Berlino. Mi sono innamorata una sola volta in vita mia e è successo proprio quella sera. Del mio letto. È stata un’esperienza fantastica.
I quattro mesi successivi sono stati eccezionali. Il Berlino Magazine è il luogo dove nessuna sfida è troppo grande e nessun traguardo troppo distante. Ho vissuto ogni giorno come se fosse contemporaneamente il primo e l’ultimo.


La città offre di tutto, il melting pot culturale è incredibile e la musica… la musica che c’è a Berlino ti entra dentro e non ne esce più. È stato meraviglioso.
Proprio per questo, una settimana prima del mio rientro in Italia, ho iniziato seriamente a pensare che avrei potuto stracciare il biglietto di ritorno. Che male c’era, a fermarsi un mese in più? Ci ho riflettuto sapendo già che lo avrei fatto. Ho fantasticato sul momento, meraviglioso, in cui avrei sentito la carta lacerarsi tra le mie dita. La sera prima della mia non-partenza, ho preso il biglietto e l’ho osservato come si fa con le cose che si odiano, ma si stanno guardando per l’ultima volta. In quel momento, mi ha chiamata la mia più cara amica, dicendomi che, wow!, ma allora domani ci vediamo e chissà quante cose mi dovrai raccontare e non sai cosa devo raccontarti io e, oddio, ma poi com’è andata con quel tizio carino che avevi conosciuto? Non ho stracciato il biglietto. Era troppo tardi per decidere di salutare tutti gli amici berlinesi, così mi sono detta che avrei usato quella scusa per tornare quanto prima a Berlino. Un po’ più soddisfatta, ho iniziato a fare i bagagli.
Il mio volo era decisamente mattiniero. Più di me sicuramente. Mi sarei dovuta svegliare alle 5. Tra fare i bagagli, l’insonnia pre-partenza, organizzarsi per lasciare le chiavi di casa all’amica che mi aveva affittato l’appartamento, si erano fatte le 3 di notte. Ed è allora che il destino ha deciso per me. Mi hanno chiamata degli amici e siamo usciti. Quando sono tornata a casa per prendere le valigie, erano già le 6. Sono arrivata a casa della mia amica alle 7 passate, tra sbahn, ubahn e trolley trascinati. E anche lì, il destino ha deciso per me. Immagino che si sia verificato un qualche fenomeno irripetibile nella storia del mondo. Le lancette dell’orologio, tra un caffè e un mare di abbracci, segnavano già le 8.30. Il mio volo sarebbe partito alle 10.35. Ero dall’altra parte della città. Ho fatto una super corsa per prendere la ubahn, poi la sbahn e poi il TXL. L’autobus sembrava non arrivare più e mi sono detta che oramai l’aereo era perso, tanto valeva tornare dalla mia amica, riprendermi le chiavi e restare a Berlino. «È il destino», mi sono detta, «devo restare». Quando sono arrivata in aeroporto, erano già le 9.45. In 50 minuti il volo sarebbe decollato. Una coppia belga con cui avevo chiacchierato durante il tragitto mi ha detto che sicuramente avrei fatto in tempo ad imbarcarmi, mentre io, dentro di me, pregavo che non fosse così. Ne ero sicura, in realtà. Avevo mentalmente iniziato a prepararmi per annunciare alla mia amica che «Sorpresa! Sono ancora qui». E invece mi hanno permesso di fare il check in. «Poco male», mi sono detta, «ci sarà un sacco di coda security check». Not really! Sono arrivata al gate addirittura prima che iniziasse l’imbarco. A malincuore, ho pensato che sì, quell’aereo, dopotutto, l’avrei preso. Poi ho alzato lo sguardo e ho letto il tabellone su cui era indicato il mio volo: See you again in Berlin, c’era scritto. L’ho preso come un segno del destino. Non vedo l’ora.



Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.

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Vivere a Berlino: intervista ad Arianna Dalerci, giovane insegnante di yoga

Vivere a Berlino: intervista ad Arianna Dalerci, giovane insegnante di yoga

Expat | A cura di Giulia Mastrantoni. Come si vive a Berlino da espatriati? Ce lo racconta Arianna Dalerci, giovane insegnante di yoga.

A 18 anni non è semplice decidere cosa fare della propria vita. In molti si iscrivono all’università, altri cercano lavoro. Arianna no. «Fidatevi della vostra intuizione perché è la guida interna che non sbaglia mai e vi porta esattamente dove chiedete di andare», ci racconta sorridendo sicura di sé. Arianna Dalerci, 21 anni, originaria di Roma, è partita per la Costa Rica appena diplomata con l’obiettivo di fare yoga. Aveva preso solo poche lezioni in Italia, ma aveva capito che quella sarebbe stata la sua strada. Bagagli ridotti al minimo, ha seguito la sua intuizione. Oggi, due anni dopo, mille esperienze in più, si è trasferita a Berlino, dove sta per vivere la sua prima esperienza come insegnante di yoga.

Cos’è per te lo yoga?
«Yoga» in sanscrito significa «unione». L’obiettivo è l’armonia tra mente, corpo e spirito. Si tratta di imparare a coordinare lo spazio e il tempo esterni con le stagioni interne del nostro essere, ovvero di vivere in simbiosi con l’onda della vita. Il respiro è l’elemento chiave, precede e guida il movimento. Viene anche chiamato «prana», ovvero «cibo, forza vitale». Focalizzandosi sul respiro, in ogni situazione mondana, ci si riesce a connettere con il presente e con il proprio io. È una pratica rilassante che aiuta a tornare in sintonia con se stessi.

Hai scelto una strada fuori dal comune, fatta di viaggi dettati soprattutto dal cuore. Sei andata in Costa Rica perché sentivi che era la scelta giusta, poi hai vissuto in Canada e adesso sei arrivata a Berlino. Perché hai viaggiato così tanto e cosa hai imparato?
Scegliere una vita di viaggi significa decidere di non avere più pregiudizi, di voler essere sempre pronti ad accogliere nuove persone nella propria vita e di accettare le sfide di crescita che la vita ci presenta. Le differenze ci aiutano a diventare consapevoli di chi siamo, perché attraverso l’altro capiamo ciò che è insito e impercettibile nella nostra vita. Viaggiare significa cambiare, ma anche imparare di cosa si ha paura e cosa si ama. Prima o poi, dobbiamo sottoporci tutti a questa prova di coraggio. Non è facile, ma è comunque qualcosa di meraviglioso.

Yoga a Roma e yoga in Costa Rica: due mondi opposti. Cosa puoi dirci al riguardo?
A Roma praticavo in uno studio indiano, dove ci si addentrava completamente nell’ambiente della filosofia yogica tradizionale. Oggi va molto di moda, questo yoga «semplificato». Viene anche insegnato in palestra come disciplina esclusivamente motoria. In Costa Rica, invece, si radunano da tempo insegnanti di tutto il mondo. È il luogo ideale per scoprire lo yoga come stile di vita. In ogni caso, esistono varie tipologie di yoga e non è detto che quella adatta a me sia adatta anche a un’altra persona. Occorre esplorare e trovare ciò che ci fa stare bene.

La vita prima e dopo lo yoga: alimentazione, filosofia di vita, tonicità muscolare. Cosa cambia e come?
Lo yoga aiuta ad avere un buon rapporto con il proprio corpo. La connessione con il respiro aiuta la consapevolezza, mentre l’alimentazione si coordina alle vere necessità personali che si iniziano ad avvertire. Viene voglia di muoversi perché il movimento procura gioia. La lucidità mentale aumenta, perché il respiro porta ossigeno al cervello. Si diventa forti, flessibili e sicuri di sé.

Quanto è stato importante il supporto della tua famiglia?
Molto! Accettare il fatto che una figlia abbia scelto di percorrere una strada così complicata è difficile, ma ho ricevuto supporto e amore.

Avere amicizie sparse per il mondo, come nel tuo caso, è bellissimo, ma anche difficile. Cosa ne pensi della distanza in relazione ai rapporti umani, tu che sei figlia della generazione dei low cost?
La maggior parte dei miei amici vive in altri continenti, ma il nostro rapporto va al di là della distanza. Avere i miei migliori amici fisicamente sempre accanto sarebbe molto più semplice, ma credo che sia già una fortuna aver trovato delle persone tanto meravigliose per accompagnarmi nella mia vita. Sono grata e so che la distanza è solo fisica e temporanea.

Tecnologia e stress: incidono l’uno sull’altra?
Odio e amo la tecnologia. Comunico con la famiglia e con persone distanti, diffondo il mio messaggio tramite la rete (ariannadalerci.wix.com/ariasole), lavoro e mi finanzio. Ma sono attività virtuali che sottraggono del tempo alla vita reale. Durante alcuni mesi cerco di limitare l’uso dei dispositivi elettronici, per ricaricarmi. La tecnologia è essenziale, ma lo è anche il suo uso consapevole.

Qual è il tuo antidoto contro la tristezza?
Immergermi nella natura mi aiuta molto, ma è lo yoga la mia vera rinascita! Respirare, concentrarmi su me stessa e sul presente, mi aiutano a ricordarmi che esiste un disegno più grande e che tutto è relativo. Oggi le emozioni sono vissute come un taboo, ma se ci permettiamo di viverle appieno sentimenti negativi come la tristezza andrebbero via prima. Farebbero il loro corso e poi lascerebbero spazio a una nuova felicità. Le scorciatoie non sono una soluzione. Tutto è in movimento e dobbiamo permettergli di inondarci per poi volare via.

Cosa ti aspetti da questa esperienza a Berlino? Stai per iniziare ad insegnare yoga al Berlino Magazine con un corso tutto tuo…
Sarà la mia prima esperienza di insegnamento. Voglio crescere e condividere qualcosa con le persone che parteciperanno! Il mio sogno è rendere gli insegnamenti dello yoga accessibili a tutti e far conoscere il mio stile di vita.

Cosa vorresti dire alle persone che oggi vivono la loro vita in modo insoddisfatto?
Quello che decidete di creare intorno a voi è ciò che renderà unica e soddisfacente la vostra esistenza. Focalizzatevi su voi stessi, sui vostri desideri, sulle vostre necessità e sui vostri obiettivi. Fate in modo che la vostra vita sia nelle vostre mani. È una responsabilità, ma è anche un potere enorme che ci è alleato durante la nostra ricerca della felicità. Le possibilità sono infinite e realizzabili. Scegliete e perseguite ciò che volete. Vi renderà felici. E amate la natura, perché è splendida. Viaggiate, imparate.




Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
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