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2 poesie da dedicare al papà per la sua festa

2 poesie da dedicare al papà per la sua festa

Poesie da dedicare al papà per la sua festa

Poeticamente Di Silvia Pattarini. 19 marzo, due poesie inedite per bambini da dedicare al papà per la sua festa: quando i figli chiedono attenzione, tempo di qualità a loro dedicato, perché alla fine è l'unica cosa che conta.

Oggi è la festa del papà. Come ogni anno cade il 19 marzo, giorno in cui si festeggia San Giuseppe.
Ogni occasione è buona per fare festa, è così bello riunirsi in famiglia e con buon cibo e assieme a uno degli uomini più importanti della nostra vita.
E mentre tra i banchi di scuola le aule assumono le sembianze del laboratorio di Babbo Natale, i bambini tagliano, incollano e disegnano, le maestre si spremono le meningi per realizzare l'ennesimo lavoretto, che non sia banale o scontato e assolutamente diverso da quello degli anni precedenti!
Una maestra stramba, per caso inventa rime, ma non rime qualsiasi; rime potenti, che disturberanno e faranno riflettere qualcuno, specialmente qualche genitore un po' frettoloso. Ma è proprio questo l'intento della poesia: intrattenere sì, oppure portare a riflessioni.
Una poesia d'attualità che rispecchia molto bene, forse troppo, la società del nostro tempo.
Il tempo è prezioso e purtroppo, non ritorna. Fate tesoro del tempo che passate con i vostri figli, che sia tempo di qualità, godetevi i vostri figli perché il tempo fugge e non ritorna, in un baleno quel bambino di sei anni, si ritroverà adolescente e sarà lui a sfuggirvi. E capirete di avere perso occasioni uniche ed esperienze preziose.

Caro papà

di Silvia Pattarini

Caro papà sei arrabbiato
nel traffico sei bloccato,
porta pazienza, caro papà,
presto il semaforo verde sarà.

Ma non correre, te ne prego
del tuo ritardo io me ne frego
io ti aspetto a tutte le ore
col cuoricino colmo d’amore.

Finalmente sei arrivato
ti corro incontro tutto agitato
ma ti squilla il cellulare
mentre io con te vorrei giocare

o fare un giro al parco
ma tu sei troppo stanco,
con tutti gli impegni che hai
un po’ di tempo per me non trovi mai!

Quando guardi la televisione
io mi sento un po’ in prigione,
poi ti addormenti sul divano
e ti accarezzo piano piano.

Caro papà, sai che ti dico?
Se prendi ferie ti benedico
così potremo andare al mare
e ridere e nuotare.

Quando sto in tua compagnia
sono il bambino più felice che ci sia!

Papà mi porti in giro?

di FraStè

Papà mi porti in giro
Lassù sulle tue spalle?
Voglio danzare in aria
Come le farfalle

E poi mi lasci in alto
Per fare l'aeroplano?
Lo sai che tocco il cielo
Se tu mi dai la mano

Sei il mio supereroe
Anche senza mantello
Perché quando mi abbracci
Tutto sembra più bello

E quando chiudo gli occhi
E sogno il futuro
Mi basta averti accanto
Per sentirmi al sicuro

Silvia Pattarini
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Evadere ai tempi del coronavirus: un racconto di Maria Dell'Anno

Evadere ai tempi del coronavirus: un racconto di Maria Dell'Anno

Evadere ai tempi del coronavirus,: un racconto di Maria Dell'Anno

Inediti d'autore Racconto di Maria Dell’Anno. Evadere ai tempi del coronavirus: quando andare a prendere il pane è una fuga dagli arresti domiciliari.

Omicidio, sostituzione di persona, truffe miliardarie…
Chi guarda le fiction televisive deve pensare che i processi siano sempre misteriosi, appassionanti e degni della prima pagina dei giornali. Lavorando in un Tribunale, invece, la prima cosa che si impara è che la realtà è spesso meno entusiasmante di una sceneggiatura, e che le giornate scorrono per lo più tra piccoli furti, altrettanto piccole truffe, e altrettanto piccoli spacciatori. Ma, a volte, accade anche che la realtà superi la fantasia, ed è così che, per esempio, l’evasione assume un nuovo significato.
Una rocambolesca fuga da Alcatraz? Un letterario diversivo per uscire non visto dallo château d'If? Una prosaica e pesante bustarella data a qualche agente della penitenziaria per abbandonare Poggioreale? No, niente di tutto questo. Qui si evade solo da casa.
Certo che gli arresti domiciliari ai tempi del coronavirus sono diventati un po’ più patrimonio comune di quanto non fossero prima, visto che quasi tutti siamo rimasti reclusi in casa in attesa che la tempesta passasse, con il desiderio di evadere per una passeggiata. Ma c’è anche chi pure ai tempi del covid-19 evade nel senso legale del termine. Da casa, però.

La modalità dell’evasione è piuttosto semplice: basta aprire la porta.

Niente a che vedere con la fatica che ha dovuto fare Edmond Dantès, prima scavando un tunnel nei muri e poi approfittando della morte del povero abate Faria per farsi buttare da un dirupo avvolto in un sacco, forte della speranza di poter compiere la sua vendetta contro chi lo aveva ingiustamente incarcerato. Ma, mentre il buon Edmond, dopo l’evasione, con costanza e astuzia, pianifica e realizza la sua agognata vendetta, chi evade da casa ai tempi del coronavirus viene arrestato a pochi metri dal suo portone dai carabinieri di quartiere. Appena pochi minuti per respirare il profumo della libertà – naturalmente attraverso l’obbligatoria mascherina -, per poi finire nuovamente davanti a un giudice per la direttissima.
Ma perché si evade ai tempi del coronavirus? Per vendicarsi di una soffiata? Per recuperare la refurtiva nascosta? Per raggiungere i propri complici in un paese senza estradizione? No. Ai tempi del coronavirus si evade per andare a comprare il pane. Pane rigorosamente già prenotato per telefono, per non creare code e assembramenti davanti al negozio.
D’altra parte l’attenzione alla salute viene prima di tutto, anche del crimine. Ed è così che un giudice, un pubblico ministero, un avvocato, un carabiniere e un evaso, al posto di occupare il ruolo di personaggi in una barzelletta da bar, si ritrovano collegati da remoto, ciascuno dalla sua aula, dal suo ufficio e dalla caserma, per discutere se e come punire questa violazione della legge.
Chi si aspetterebbe un’arringa alla Perry Mason in un processo che si apre con queste premesse? Eppure le vie della giustizia sono infinite, perché è proprio nei contesti più impensati che emerge il riferimento a quei pochi articoli del codice penale che sono diventati la base dei grandi romanzi: la legittima difesa e lo stato di necessità.
Il povero evaso racconta che, in effetti, si trovava in regime di detenzione domiciliare per reati già commessi e condannati e che, non avendo nessuno che si possa occupare di lui e aiutarlo nelle incombenze quotidiane indispensabili, aveva chiesto al magistrato di sorveglianza un permesso di uscita in certi orari. L’avvocato precisa che l’illustre magistrato ancora non ha provveduto in merito all’istanza, forse perché anche la pandemia influisce sui tempi della giustizia, notoriamente già tibetani. Il povero evaso prosegue raccontando che dopo qualche giorno di reclusione, privo ormai anche dei più essenziali mezzi di sostentamento alimentare, ha dovuto farlo.

Si è risolto a violare la detenzione per andare a comprarsi un po’ di pane.

Pane rigorosamente già prenotato telefonicamente, come già detto, per non creare code davanti al negozio.
Il carabiniere conferma di averlo arrestato proprio in quei pochi metri che separano il suo appartamento dalla panetteria e aggiunge che, dopo aver proceduto all’arresto, si è preoccupato anche di ritirare il pane già prenotato a nome dell’evaso, perché non sia mai detto che i carabinieri non sono al servizio dei cittadini, tanto più in una circostanza storicamente drammatica come quella che stiamo vivendo.
E così, sazio e ammanettato, il povero evaso chiede clemenza al giudice: non aveva altro modo di sfamarsi. L’esperto avvocato illustra quindi la fine giurisprudenza pronunciata dalla Suprema Corte sulla tanto importante previsione normativa dello stato di necessità, argomentando in modo inoppugnabile che il povero evaso non ha fatto altro che esaudire una necessità fisiologica non altrimenti soddisfabile, e che è proprio il fine ultimo della giustizia quello di tutelare i diritti fondamentali e inalienabili dei cittadini.
A questo punto il pubblico ministero, allargando le braccia, in modo solo parzialmente visibile attraverso il collegamento da remoto, si rimette a giustizia. Il giudice riflette. Forse pensa alla strana forma di detenzione domiciliare a cui la natura ci ha così inaspettatamente tutti condannati. Forse pensa che il suo stomaco reclama il pranzo e che in effetti quando lo stomaco chiama è difficile non rispondergli. E in nome del popolo italiano assolve il povero evaso, che se ne torna accompagnato dai fidati carabinieri al suo luogo di espiazione della pena in regime domiciliare, con un nuovo sacchetto del pane.

© Maria Dell'Anno, autrice di Troppo giusto quindi sbagliato (Le Mezzelane).
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Riflessi di Pandemia, poesia di FraSté

Riflessi di Pandemia, poesia di FraSté

Riflessi di Pandemia, poesia di FraSté

Poesia Di FraSté. Riflessi di Pandemia: un nuovo isolamento, ancora solitudine, rinnovato coraggio e «Quella della speranza che è l’ultima a morire».


Specchio… specchio delle mie brame
Sono di nuovo sola nel mio piccolo reame
Abbracciami forte tu che puoi starmi accanto
Abbracciami ogni volta che mi manca il mondo

C’è in giro una minaccia che toglie il respiro
E tiene tante vite appese per un filo
Ha messo il futuro in dubbio perenne
Ha preso in ostaggio il nostro presente

Senza arma alcuna e nemmeno una parola
Ci ha tolto ogni certezza
Ci ha tolto ogni carezza
Ha messo le distanze ovunque c’era amore
Ha costruito muri di ansia e di terrore
Senza più libertà ci vuole separati
In gabbie trasparenti ci tiene carcerati

Specchio… specchio amico mio fidato
Aiutami a struccare quel volto disperato
Rifletti la mia immagine forte e coraggiosa
Convincimi che anche sola, io posso ogni cosa

Consola la mia anima ogni volta che ti guardo
Accendi di fiducia il mio sorriso e il mio sguardo
Ricordami che tutti siamo tristi e soli
Ma che non c’è distanza che allontani i cuori
Raccontami una storia che mi sappia confortare
Quella della speranza che è l’ultima a morire


FraSté, autrice di Dai graffi del cuore nascono parole.
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Diario di una quarantena: un racconto di Claudia Gerini

Diario di una quarantena: un racconto di Claudia Gerini

Diario di una quarantena: un racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Diario di una quarantena: un adolescente, la sua voglia di giocare a calcio messa in pausa solo dalla pandemia.

Filippo gioca a calcio da sempre. Aveva cinque anni e già rincorreva un pallone.
Filippo ha sedici anni e una vita piena di gente e cose da fare come solo un adolescente può avere.
Filippo lunedì ha avuto una partita, amichevole dice lui, ma non importa. È una delle prime partite della stagione e la squadra avversaria è fortissima. Si prepara, Filippo, a giocare la sua prima partita, forse in panchina, poco importa, l’importante è esserci.
Gli avversari sono veramente forti, Filippo e la sua squadra perde la partita 3 a 0. Non importa, ci sarà modo e tempo di rifarsi. Si torna alla vita di tutti i giorni: la scuola, a cui si deve di nuovo abituare, gli amici, gli allenamenti.

Drin… squilla il telefono…

«Buongiorno è la Asl, suo figlio è in quarantena. La sua squadra è entrata in contatto con dei soggetti positivi, la richiameremo per il tampone.»
Sconforto, paura e anche un po’ di rabbia.
E ora? Come si fa a dire a un adolescente che deve rimanere in casa per due settimane senza avere rapporti con il mondo esterno?

Filippo è in quarantena.

Filippo non può abbracciare sua madre, scherzare con suo fratello, vedere gli amici, andare a scuola.
Filippo si ritrova catapultato in una dimensione parallela, dove ci sono gli altri che vivono la vita di tutti i giorni, e poi c’è lui, che vive nel limbo, in attesa di una sentenza, appeso a un filo. Filippo pensa che forse non è poi così male questa quarantena. Non andare a scuola è la cosa più positiva di tutta questa situazione. E poi c’è la Play, e i tornei che può giocare con i compagni di squadra, in quarantena pure loro!

Drin…

Al telefono c’è la Asl, dice che domani Filippo deve fare il tampone.
Ci siamo!
L’ansia si taglia a fette con il coltello.
Arriva il giorno, Filippo si prepara, indossa la mascherina e monta in macchina.
Filippo fa anche un selfie, che non si sa mai… e poi quest’esperienza va immortalata.
AD 2020, pandemia da Covid e tampone fatto!
Le testimonianze sono discordanti. Qualcuno dice che fare il tampone è come avere un trapano nel cervello, altri dicono che ti fanno solo il solletico. Filippo non sa catalogare la cosa con precisione, non è dolore, molto fastidio e lacrime agli occhi. Ma sorride, alla madre seduta accanto a lui, Filippo sorride e spera, in cuor suo, che «andrà tutto bene».
La risposta arriverà nelle prossime quarantotto ore. Non sono molte quarantotto ore, ma in questo momento sembrano un’eternità.
Filippo conta le ore, i minuti. Continua a giocare alla Play, continua a essere quasi contento di non dovere andare a scuola...
Ma aspetta con ansia il risultato che può cambiare l’equilibrio della sua vita coinvolgendo affetti e amici.

Nemmeno ventiquattro ore dopo arriva la sentenza... negativo.
Mai in vita sua ha amato di più questa parola, negativo.
Negativo al bastardo Covid-19.
Filippo sorride, abbraccia sua madre.
Filippo sorride pronto a tornare a vivere, anche senza Play!
Claudia Gerini

Claudia Gerini
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La casa: un racconto di Luigi Lazzaroni

La casa: un racconto di Luigi Lazzaroni

La casa, un racconto di Luigi Lazzaroni

Inediti d'autore Racconto di Luigi Lazzaroni. La casa: una grande casa di famiglia, l'eredità contesa da fratelli e nipoti.

Il grande albero non c’era più, la casa era nuda in mezzo ai vigneti sulla collina.
Carla rallentò dopo la curva, sorpresa, sì Paolo le aveva detto che il noce era caduto ma non si aspettava una vista così. La casa senza il riparo dell’albero si nascondeva vergognosa tra i filari, la facciata gialla sbiadita, i coppi del tetto più scuri di quanto ricordasse, le finestre chiuse come occhi ciechi, ancora incredula, è sempre stato su, estate e inverno, possibile? Facevi la curva e sorridevi dopo la noia dell’autostrada, l’albero era là a segnalarla in cima alla collina come un faro tra le onde dei filari, e arrivavano tutti quando mamma organizzava una festa per il compleanno di qualcuno o semplicemente per il piacere di riunire tutta la famiglia. Un temporale? Lo dicevo che doveva essere potato, papà faceva venire un giardiniere, quando l’ultima volta? Prima che mamma morisse, quattro, cinque anni fa?
Un colpo di clacson, ad aprire il cancello in fondo al viottolo Francesca con la bambina. Ciao, ciao bellissima, dov’è mio fratello?, chiese Carla nervosa appena scesa dall’auto. Paolo è su a controllare le camere, il noce ha tirato giù anche un pezzo di tetto, ma come mai sei venuta da sola? Sì poi vi spiego, questa mattina ho sentito Angela per telefono.
Sì lo so che è sabato e devi curarlo ma potresti venire almeno tu. Perché?, tuo marito non può badare a suo figlio? È fuori per una gara? Ma scusa Angela, tuo marito, non è per farmi i fatti tuoi, ma tuo marito pensa ancora di vincere a cinquant’anni contro chi di anni ne ha venti? Sì lo so che non è quello, scusami, se vuoi passo a prendervi, tu e il bambino, sì lo so che non è più un bambino, scusa, sì, ha undici anni, mia figlia? Perché non porto mia figlia? Quella tra l’università e il ragazzo è sempre fuori, figurati se la posso portare in campagna di sabato e poi cosa c’entrano i figli, siamo noi che dobbiamo decidere, ho capito che hai già deciso, ma non ne abbiamo nemmeno discusso!?

Il grande tronco era caduto appoggiandosi al muro posteriore.

Sull’intonaco i segni della strisciata, per terra calcinacci, un intrico di rami e coppi rotti. Carla si fermò a guardare mormorando tra sé e sé, che disastro, ci mancava solo questa, Francesca se ne stava qualche passo indietro e la osservava pensierosa, la bambina chiamava a gran voce, papà c’è zia Carla! Il tetto? Ha scoperchiato tutto lo spigolo di destra, rispose Paolo tirandola più lontano nel frutteto per mostrarle tutti i danni, il soffitto delle camere è a posto ma se non lo ripariamo in fretta al prossimo temporale l’acqua ce l’avremo in casa.
Davvero, un bel problema, mormorò Carla guardandosi intorno, per terra nel frutteto qualche frasca e le mele cadute col vento, con lo sguardo cercava il ciliegio. Lo vide. Ma è tutto rotto!, esclamò stupita avvicinandosi all’albero scheletrico e toccava con le dita la corteccia nera di fuliggine, sfiorava la resina raggrumata come sangue dalle ferite, osservava i rami appesantiti dai festoni di licheni, paramenti funerari, il suo ciliegio. Non che fosse veramente suo il ciliegio, la casa di campagna era di tutti e tre, un’eredità che papà non aveva avuto tempo o voglia di organizzare, ma se il noce era già un bell’albero quando l’avevano acquistata, il ciliegio l’aveva proprio piantato lei con papà alla nascita di Paolo. Quando? Quarant’anni fa? Eh già, papà voleva festeggiare il maschio tanto atteso, con la seconda figlia non avevano piantato niente, Angela scherzando, ma non troppo, ogni tanto lo rinfacciava a mamma e papà.
Il ciliegio? No non si è rotto col temporale dell’altro giorno, era già malconcio questa primavera, ha fatto tre ciliegie in croce, è vecchio, abbiamo dovuto tagliarne via quasi metà, si intromise Francesca con tono acido, ma te ne accorgi solo adesso? Ma voi quando siete venuti l’ultima volta? Questa è proprio stronza quando vuole, pensò Carla, lo sa benissimo che da quando mio marito ha litigato con Paolo i due meno si vedono meglio è, e così sorridendo e con la faccia dispiaciuta le rispose, in questo periodo mio marito è preso con le elezioni comunali, è sempre fuori o per una riunione o per una raccolta firme, oggi non poteva proprio, ha una riunione col sindaco.

Il ciliegio era vecchio? Il mio ciliegio!? 

Questa si crede la padrona della casa, adesso attaccherà con la solita storia, il prato lo taglia sempre Paolo, ho fatto un orto dove prima c’erano solo rovi, devo pulire sempre io perché voi non venite mai, ma se è più contenta se noi non veniamo?! E lui le dà sempre ragione, lei lo manovra come vuole, e la mia bambina e mio marito e la nostra casa di campagna, con la mamma non si permetteva di parlare così sta civetta.
Va bene, è un altro il problema, si intromise Paolo per tagliar corto a una conversazione che stava prendendo la solita piega, il problema è come facciamo a riparare la casa, chi se ne occupa, chi paga e indicava inutilmente alle due il tetto sfondato, le crepe nel muro, il moncone del grande tronco spezzato a metà.
Dicevo a Francesca che questa mattina ho parlato ancora con Angela, riprese Carla fissando la cognata. Cosa c’entra lei? Non capisce che è una questione nostra? Tra fratelli? Ma Francesca se ne stava lì di fianco a Paolo come un avvocato difensore, vai a giocare col gatto, eccolo là, diceva alla bambina, anzi, non come un avvocato difensore ma come un Pubblico Ministero. Perché non c’è tuo marito, perché non c’è Angela, accusavano i suoi occhi.
Angela non è potuta venire, il centro per l’autismo è chiuso di sabato, tentò di discolparsi Carla. Ma non lo può curare suo marito almeno una volta?, chiese Paolo. Suo marito? Quello non ha ancora accettato la malattia del figlio, lo sai anche tu, va alle gare per stare fuori casa e comunque Angela mi ha detto e ridetto che lei ha già deciso. Cosa ha deciso? Intervenne Francesca con tono inquisitorio. L’ho già ripetuto più volte a Paolo, Angela non vuole più spendere per questa casa, vuole vendere la sua parte e subito, dice che ha bisogno di soldi.

Il cielo si era di nuovo rannuvolato, minacciava pioggia.

Andiamo dentro, disse Paolo scuotendo preoccupato la testa. Le due donne immobili si sfidavano con gli occhi, l’imputato era una casa ferita, un ciliegio moribondo e un noce caduto i testimoni.
E tu cosa hai deciso?, chiese Carla anticipando Francesca. Lo sai benissimo cosa vorremmo fare noi, rispose Paolo, io questa casa la voglio tenere, è la casa di papà, mi ha spiegato tutto, come potare le rose, tagliare il prato, pulire la piscina, noi qui ci veniamo appena possiamo. Se non fosse per noi questa casa sarebbe già caduta in rovina, aggiunse Francesca con voce aspra, e adesso la volete vendere!?
Ehi venite, mamma sta piovendo, chiamò la bambina dall’uscio della casa, il gatto bianco e nero in braccio. Stai calma, diceva Carla a sé stessa varcando la soglia della cucina, è a mio fratello che devo parlare. Il gas è ancora lo stesso, anche il frigo, la TV non l’avevo mai vista, i quadri in porcellana che mamma aveva acquistato in Costa Azzurra sono al loro posto, o no? Quello col gallo non c’era. Volete un caffè?, chiese Francesca con voce più calma. Sì grazie, ascolta Paolo, la conosci Angela, si è sempre sentita la seconda, anzi terza, dopo di me e dopo di te, e si è sempre fatta i fatti suoi, sai quante volte ho cercato di organizzare un incontro qui in campagna come faceva mamma? Non è mai venuta, non ne vuole più sapere di questa casa, e poi ha i problemi che ben sai col figlio e il marito, ci vuoi parlare tu? Sapeva che non l’avrebbe mai fatto, i due da anni si sorridevano e si ignoravano, ognuno per la sua strada e lei in mezzo e chi glielo faceva fare e con che risultato?

Della casa ne avevano parlato ormai molte volte per telefono.

Paolo aveva continuato a portare avanti lo Studio Associato di papà cosa che né lei né Angela avevano voluto fare per allontanarsi da una figura paterna ingombrante. Lo sai Carla che il lavoro non è più come ai tempi di papà, ci sono grandi studi commerciali, c’è concorrenza, stiamo ancora pagando il nuovo appartamento. E voi cosa intendete fare?, lo interruppe di nuovo brusca Francesca spegnendo il caffè.
Lo sapeva che sarebbe arrivata, l’aspettava, noi cosa intendiamo fare? Mio marito, fai come vuoi, la casa è tua, non mettermi di mezzo, ma io là non so proprio cosa ci verrei a fare e con chi poi? Vendila e la facciamo finita, mia figlia, ti interessa la casa dei nonni in campagna? Ma mamma, non ho tempo, fosse al mare… e questa vuole sapere cosa abbiamo deciso, cosa ho deciso. Ma tu Paolo hai i soldi per comprarla? No, te l’ho detto, adesso poi con i soldi delle spese che Angela non paga da due anni, col tetto da rifare, con le crepe nei muri e la piscina che perde… Che cazzo di domanda fai? Sibilò Francesca smettendo di versare il caffè, quella vuole solo i soldi e tu non hai il coraggio di dire che te ne freghi di questa casa, è da quando è morto vostro padre che non ci vieni più, tu, te lo ripeto, che cazzo intendi fare?
Carla si morse la lingua, tirò un lungo respiro, calmati, ha ragione lui, mio marito, che ci faccio io in questa casa? La vogliono tenere? Che se la comprino!
Guardò nello specchietto retrovisore per un’ultima volta, il viottolo era deserto, la casa era scomparsa dietro la siepe, nemmeno la bambina era venuta a salutare.
Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori.
Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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L'occhiata: un racconto di Giulia Mastrantoni

L'occhiata: un racconto di Giulia Mastrantoni

L'occhiata: un racconto di Giulia Mastrantoni

Inediti d'autore Racconto di Giulia Mastrantoni. L'occhiata: Maria, Angela, Ugo e Aurelio, quattro amici, i giardinetti di paese, i ricordi d'infanzia.

Ci si incontrò ai famosi “giardinetti”, quelli dove tutti m’avevano avvisato di non andare. Io ci vo, m’ero detto, ché mal che vada me ne torno a casa. Ero in ritardo, ma tanto io so’ sempre in ritardo. E poi le uscite in comitiva non iniziano mica puntuali.
Ugo, ricordi del 1988

Venimmo invitate entrambe ai “giardinetti”. Non pensavamo che fosse una cosa particolarmente bella, ma non era neppure così strana. Magari voleva conoscerci entrambe, ci dicemmo, per capire chi di noi due gli piacesse davvero. Arrivammo lì puntuali e lo trovammo seduto su una panchina all’ombra di un albero. La prima cosa che facemmo, fu arrotolare l’elastico della gonna per mostrare più coscia.
Maria e Angela, ricordi del 1990

Il giorno in cui andai ai “giardinetti” non avevo grandi aspettative. Sapevo che nell’opinione comune era un luogo di non ritorno, ma non ci credevo. Quello che mi preoccupava, però, era che potessero esserci i bulli della scuola. Bella cazzata che hai fatto, mi sarei detto in quel caso, e avrei provato a darmela a gambe. Un piano di fuga di merda, con il senno di poi!
Aurelio, ricordi del 1990

Oggi, 2020

Siamo seduti al nostro solito tavolo. Ugo con il suo caffè lungo che mi fa ribrezzo solo a vederlo, Maria e Angela con la loro spremuta d’arancia senza semi (una scelta parecchio discutibile) e io, l’unico del gruppo che ci capisca qualcosa di caffè, con il mio espresso doppio.
«Magari ci si è pure ragionato su, prima di decidere ‘sta cazzata!»
L’accento toscano di Ugo si è affievolito con gli anni, eppure certe parole ancora non gli riesce di pronunciarle correttamente (o magari fa solo finta).
«Di certo non sarebbe il primo parco che viene distrutto» commenta Maria. «Però di tanti parchi...»
«Parco! E chiamali per quello che sono: i giardinetti!» sbotto. «Parco!» aggiungo poi a mezza voce.
«Fammi leggere di nuovo» si intromette Angela, l’unica di noi che potrebbe davvero fare strada nella vita e che, invece, è rimasta al palo.
Mi sono detto spesso che Angela è una donna da sposare, la donna ideale per me, in effetti. Peccato che si sia fatta mettere incinta a sedici anni da quel coglione di Corrado, il bullo della scuola, per l’appunto.
Inutile dirlo, Corrado si diede alla macchia non appena il fratello di Angela, quell'ammasso di muscoli e zero materia grigia di Piero, mise in giro la voce che ci avrebbe pensato lui ad “aggiustare le cose”. E così non solo non ho sposato Angela, ma mi sono trovato pure a portarla in ospedale sul mio motorino blu quando ha avuto le doglie.
«Toh, tientelo pure se vuoi.» Le passo il giornale nel quale viene annunciato che i nostri giardinetti diventeranno una piazza di merdosissime piastrelle bianche “dove grandi e piccini potranno ritrovarsi.” Che cazzo significa, io proprio non lo so.
«Mah, io ‘on mi stupisco più di niente» dice Ugo. «Ha chiuso tutto qua ’ntorno. La fabbrica del latte, la libreria di Gigino»

«E che c’entra che i business chiudono? I giardinetti non sono mica un’attività commerciale.»

«Ah, Marì, il corso in Digital Coso t’ha fatto male. I ‘business’.» Ugo ridacchia. «Gigino manco ‘o sa che l’è un business.»
Maria lo fulmina con lo sguardo.
«Possiamo tornare a parlare dei giardinetti?» mi intrometto, cercando di riportare la conversazione nella direzione che desidero: quella delle lamentele (grande invenzione, le lamentele).
Maria e Ugo si guardano con quel loro solito astio che in realtà è solo lussuria non consumata.
Gliel’ho sempre detto, io, che devono farsi una serata romantica e boom, passa la paura.
«Non so» dice Angela. «Non mi capacito del fatto che si possano distruggere i nostri giardinetti.»
«Non è distruggere» puntualizza Maria. «Stanno solo ripulendo la zona. Vedi? È scritto qui.»
«E lo chiami ripulire?» mi intrometto di nuovo. «Che cazzo di pulizia è se sradicano alberi per sostituirli con ‘ste piastrelle del cazzo?»
«Dai, non sono piastrelle» risponde lei. «Vogliono solo...»
«Sono d’accordo con Aurelio, Mary,» la interrompe Angela (l’ho già detto che me la dovrei sposare?). «Non voglio buttarla sul drammatico, neh, però che ci si liberi degli spazi verdi con il climate change...»
«Quindi cos’è che si fa?» chiede Ugo, che comunque di toscano ha sempre avuto ben più che il suo (forzato, diciamolo!) accento (era cocciuto come una fottuta piastrella bianca).
C’è un attimo di silenzio. Ugo è l’unico del gruppo che ha sempre avuto una malsana mania di “fare”. Noialtri siamo spiriti contemplativi, più meditativi, per capirci.
«In che senso?» chiedo io.
«Come in che senso? Fammi capire, Aurè: prima ti lamenti e ci tieni qua durante tutta la pausa caffè a parlare dei giardinetti, poi ti chiedo che si fa e tu mi dici ‘in che senso’?»
Rimango nuovamente in silenzio. La mancanza di voglia di fare che ha fagocitato un po’ tutti nella nostra ridente cittadina non è mai riuscita a prendersi Ugo.
«E io che c’entro? Se l’amministrazione decide, io che devo fare?» ribatto, determinato a lamentarmi.
«E la dài vinta all’amministrazione?» è la risposta di Ugo.
«Ha ragione, sai?» mi dice Angela indicando Ugo con un cenno del capo. «Se ci teniamo davvero ai nostri giardinetti, perché non ci diamo da fare per una buona volta?»
«In che senso?»
Questa volta è Maria a pronunciare la domanda più significativa del mondo.
«Hai capito in che senso. La vita va a puttane da queste parti, è inutile negarlo. Non dico di rivoluzionare tutto, ma almeno i giardinetti!»
«Ma sei seria?» chiede ancora Maria.

Angela espira come se quel gesto le costasse fatica. «Tu sei felice?» chiede poi a Maria. 

«Rispondi sinceramente.»
Maria rimane a guardarla senza rispondere. È un modo come un altro per dire che col cazzo che lo ammetterebbe, ma che no, non è felice per niente.
«Appunto» conclude Angela, «Però cos’è che fai per cambiare le cose? Non ti dico di fare niente di grosso, neh, però potremmo pure lanciarla una petizione.»
Ironia della sorte, Maria è la persona più adatta per una cosa del genere: dopo aver terminato il liceo con ben due anni di ritardo, è rimasta a fare la casalinga con sua madre, mentre suo padre si barcamenava a fare il peggiore di tutti i freelance, l’avvocato. Un fiotto clienti, ma quelli paganti erano sempre meno e i delinquenti che te lo mettevano nel culo dopo essersi avvalsi dei tuoi servigi non facevano che aumentare.
Dopo cinque anni di vita da Donna del Focolare, Maria si era iscritta a un corso per diventare Social Media Manager e Marketing Expert. Il corso era online e sarebbe durato circa dodici mesi. Lei lo ha completato in quarantotto e attualmente lavora quattro ore a settimana come social media manager della gelateria di Palantiucchi (il cui nipote è stato difeso in tribunale dal padre di Maria almeno tre volte). Certo, non è la Social Cosa più quotata sul mercato, ma di sicuro i giardinetti non farebbero gli schizzinosi.
«Io, comunque, non sono infelice» si intromette Ugo. «E non sono infelice perché mi faccio il culo.»
E, in effetti, il caro vecchio Ugo se la cava discretamente: toscano di genitori toscani, ha traslocato nella nostra ridente cittadina all’età di dodici anni. Suo padre ha aperto un negozio di ortaggi che ha fatto la fortuna della famiglia grazie alle verdure cotte dalla signora Rosalba, sua moglie. A diciott’anni, Ugo è entrato nell’azienda di famiglia per “ampliare le nostre prospettive”.
«E tu? Tu sei felice?» chiedo allora ad Angela, che si meriterebbe di esserlo più di chiunque altro io conosca.
Abbassa lo sguardo. Tra di noi, è quella che ha avuto più sfortune: dopo che Corrado se ne è andato, Angela ha partorito Alice, una bambina bellissima ma diversamente abile. Da allora, Angela è madre full-time.

«Sì, dai» risponde Angela dopo una lunga pausa. «Io ho Alice. Sono fortunata.»

«E ad Alice garbano i giardinetti?» chiede Ugo, del tutto inconscio della figura di merda che ha appena fatto. «Se ad Alice garbano, allora.»
«Alice gioca ai giardinetti tutti i giorni insieme alla nonna» lo interrompo io, che invece so bene che quel coglione di Corrado ha messo incinta Angela proprio ai giardinetti e che da allora Angela si è rifiutata di tornarci.
«Comunque» prosegue lei sorridendomi di sfuggita, «io questa volta voglio fare qualcosa per salvare i giardinetti.»
La guardo senza sapere cosa rispondere. Angela è intelligente, un’intelligenza al di sopra della media, ma l’impresa mi sembra a dir poco disperata.
«E pure io» si aggrega Ugo, suscitando così un altro sorriso meraviglioso da parte di Angela.
Poi, Angela si volta verso Maria: «E tu? Tu vuoi darci una mano con la petizione?»
Maria sembra tentata di dire di no (e la capisco). Io stesso sono in procinto di dire che l’ultima cazzata che mi serve è lanciare una petizione. Le possibilità che si riesca a far cambiare idea all’amministrazione sono esigue, se non inesistenti, mentre quelle che si riesca a coinvolgere la cittadinanza sono proprio pari a meno infinito.
Angela è ancora intenta a guardare Maria, fiduciosa che la risposta sarà un sì. È veramente bella, una di quelle persone che nella vita non hanno mai potuto fare un granché, ma che avrebbero le capacità per fare tutto. Angela è veramente speciale, una di quelle persone che meritano tutto.
«Vabbè, dai, vi do una mano anch'io. Ma niente di grosso» aggiungo prima che Maria possa dire alcunché. La osservo cambiare espressione. L’ho messa alle strette e non se l’aspettava. La guardo mentre pensa a cosa fare, a come dire che non vuole saperne nulla della petizione. Attendo pazientemente, pronto a sentirla imbastire una qualche scusa per tirarsi indietro.
«E che cazzo, va bene!» dice invece Maria dopo un lungo silenzio. «Ci sto!»
Angela sorride.
Poi ci scambiamo tutti e quattro un’occhiata di quelle che descriverle è inutile: devi essere lì, farne parte, sentirle solleticarti l’anima. Ci scambiamo l’occhiata che, chissà, magari cambierà il destino della nostra ridente cittadina.


Giulia Mastrantoni
Ho collaborato per quattro anni all’inserto Scuola del Messaggero Veneto. Scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada e ora vivo in Australia. Ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
La forma del sole, Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Vita da gastronoma, racconto di Claudia Gerini

Vita da gastronoma, racconto di Claudia Gerini

Vita da gastronoma, racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Vita da gastronoma, dedicato ai clienti abituali e a tutti i colleghi che, come me, passano più tempo tra le mura di un supermercato che nella propria casa.

Sono ormai più di venti anni che lavoro in un supermercato. Ne avevo ventitré quando sono stata chiamata per il mio primo contratto a tempo determinato. La mia destinazione sarebbe stata la barriera casse ma il destino ha voluto che in quei giorni fosse andata in maternità un’addetta alle vendite del reparto gastronomia.
Ed è così che sono diventata una gastronoma.
Fare la gastronoma è uno dei lavori più belli che io abbia mai fatto ma allo stesso tempo uno dei più duri e faticosi. Lavorando dietro ad un banco si impara veramente un mestiere. Ci sono i prodotti e le materie prime da conoscere, le lavorazioni che sono molte e vari livelli di difficoltà.
Devi essere una brava venditrice perché non sempre un prodotto si vende da solo.

E poi c’è il cliente.

La persona che ogni giorno ti sceglie per portare in tavola i prodotti che vendi.
Sì, perché il cliente non sceglie solo il supermercato. In una realtà abbastanza piccola come la mia, il cliente sceglie anche chi gli vende le cose.
Lavorare in un supermercato in una piccola cittadina, dove quasi tutti si conoscono per nome, credo davvero che sia una fortuna. Ti mette davanti una realtà che spesso, nella frenesia di tutti giorni, viene dimenticata. Il cliente che ti chiama per nome, che ti chiede come stai o con il quale puoi scherzare e fare una battuta, è merce sempre più rara.
Ed è a loro e tutti i colleghi che, come me, passano più tempo tra le mura di un supermercato che nella propria casa, che è dedicato questo racconto.
La sveglia suona presto questa mattina, alle cinque in punto. Il mio turno di lavoro inizia alle sei. In un’ora devo, in quest’ordine: cercare di svegliarmi in fretta mettendomi l’anima in pace e alzarmi dal calduccio del mio letto; fare colazione, perché l’idea di affrontare le seguenti sette ore a digiuno non è di certo una buona idea; darmi una parvenza di decenza mettendo almeno un filo di trucco sulla faccia che pare uscita da un libro di Stephen King; sghiacciare il vetro della macchina, che d'inverno sembra avere cinque centimetri di ghiaccio depositato sopra; guidare senza andare a sbattere, cercando di “indovinare” la strada a memoria perché il vetro non farà mai in tempo a sbrinare; cambiarmi e indossare la divisa da lavoro; timbrare il cartellino. Alla fine di questa lista sicuramente anche voi vi sentirete già stanchi, come me!
Invece la giornata è appena iniziata.

Che cosa ci vorrà mai a tagliare un po’ di prosciutto e due spicchi di formaggio?

In realtà prima di arrivare ad affettare quel prosciutto o quei due spicchi di formaggio le cose da fare sono davvero tantissime. Così, in religioso silenzio, come richiede l’ora estremamente mattutina, mi metto a rifornire i vassoi del banco dei formaggi e a sistemare i prosciutti e i salami del retrobanco. Metto a cuocere polli e arrosti che devono essere pronti, belli caldi e fumanti per l’orario di apertura. L’attività è frenetica in tutti i reparti del supermercato. Si sentono le voci dei colleghi che in corsia riforniscono gli scaffali di scatolette e detersivi.
Davanti a me i ragazzi dell’ortofrutta scherzano e ridono mentre posizionano pesanti cassette di frutta e verdura. L’odore dei cornetti appena sfornati inebria l’aria col suo profumo invitante. I camion dei rifornimenti iniziano ad arrivare, si mettono in fila indiana aspettando pazientemente il proprio turno di scarico. Inizia il via vai dei muletti elettrici che spostano bancali di merci dai camion ai magazzini, dai magazzini all’area vendita. I bancali aspettano solo qualcuno che inizi a mettere sugli scaffali la merce che trasportano.
Mi sento quasi fortunata. Non tocca me disfare i bancali di rifornimento e fare ordini. La mattina la passerò dietro al banco, a diretto contatto con i miei clienti! Una voce ormai diventata familiare annuncia l’imminente apertura al pubblico. Sono le 8. Iniziano le danze.

Cascasse il mondo la prima cliente è sempre la solita.

Non capisco se, per essere la prima che mette piede in negozio, passi le sue notti appostata in macchina, nel parcheggio, o metta la sveglia tutte le mattine alla solita ora, come se dovesse timbrare il cartellino! Fatto sta che entra, tutte le mattine, alle 8 in punto, cascasse il mondo. E se una mattina, per un motivo o per un altro, non la vedo entrare mi preoccupo. Che cosa sarà mai successo? Si sarà ammalata, avrà fatto un incidente? O forse semplicemente non ha suonato la sveglia?
Ma dopo la prima cliente c’è sempre la seconda. Insomma, almeno per le prime ore, è un rito che si ripete giorno dopo giorno, anno dopo anno. Così arriva Maria, una mia ex bidella che ha visto praticamente in fasce me e la maggior parte degli adulti del mio paese. Me la ricordo quando ci coccolava o ci sgridava all'occorrenza. E ora eccola lì, a comprare i suoi cornetti vuoti, il prosciutto cotto e la polenta fritta per i nipoti. Tutti i giorni.
Una mattina arrivò tutta sorridente e soddisfatta. «Buongiorno Maria, come stai oggi?» Maria mi guardò e sorrise di nuovo. «Oggi molto bene. Sai che è il mio compleanno? 80, Claudia!» Accidenti, come si dice, 80 anni e non sentirli! Maria guida, fa la spesa, pensa ai nipoti… ci vorrei arrivare io alla sua età così. «E allora Maria tanti auguri! Oggi devi festeggiare per bene». E mentre le passavo la busta con dentro il prosciutto e la polenta per i nipoti, pensavo che alla fine sono davvero fortunata perché ogni giorno vedo persone, non semplici clienti, persone che mi raccontano di sé e delle loro storie.
Negli anni ho visto mamme con la pancia fare la spesa, con la carrozzina prima, il passeggino poi, e rincorrere i loro bimbi per tutto il supermercato.
E la cosa strana è che siamo sempre lì a rincorrere. Corse per servire speditamente i clienti, riempirei banchi e cercare di non far mancare nulla. Mandare via il cliente il più velocemente e il più soddisfatto possibile.
Ma se mi fermo a pensare il mio lavoro non è solo questo. Il mio lavoro è anche incrociare persone, conoscere storie, parlare, molte volte ascoltare.

A volte ascolto storie divertenti, altre banali.

Oppure mi ritrovo mio malgrado ad ascoltare storie tristi, a commuovermi io stessa ed a lottare con le lacrime che premono per scendere dagli occhi. E non possono perché sto lavorando, e magari gli altri intorno a me non capirebbero.
C’è stata quella volta in cui il marito di una signora che ho conosciuto fin da quando ero bambina è venuto a mancare. Non un’amica certo. Una conoscente, che poi in un paese piccolo come il mio, il confine tra amici e conoscenti è veramente molto sottile. E allora la vedo arrivare, tocca a me servirla, e il primo istinto è quello di stendere il mio braccio oltre il banco che ci divide e stringerle forte la mano, senza bisogno di parlare. Perché a volte i gesti valgono davvero più di mille parole, e non importa se io sono la commessa del supermercato, ti sono vicina e te lo faccio sapere.
Intanto arriva l’ora di pranzo e vedo entrare Martina dalla porta, come tutti santi giorni. So già che cosa chiederà. Ormai so già che cosa chiederà la maggior parte dei clienti che si fermano davanti al mio banco. “Una vaschetta piccola di zuppa di pane, senza tanta roba verde per favore… e sei fette di pancetta arrotolata fine.” Tutti i santi giorni. Tant’è vero che io a volte mi chiedo se non le venga a noia mangiare sempre le solite cose. Voglio dire la zuppa non è proprio una cosa leggerina, con tutto quel pane e il cavolo… e allora come diavolo fa? Ma non è mica la sola Martina. Ci sono quelli che tutti i giorni comprano un etto di ricotta, o il salame e la mortadella, oppure un etto e mezzo di patate arrosto e due pezzi di polenta. Tutti i giorni che Dio mette in terra da che lavoro lì! Non riesco a capire se sono solo degli abitudinari o dei compratori di affettati seriali!
Intanto tra clienti, polli in forno e patate arrosto il mio turno sta per finire. Anche oggi ho incontrato tutte le persone che da venti anni in qua fanno parte della mia vita.
Mi preparo per uscire, timbro il cartellino e mi avvio verso gli spogliatoi.
Mi tolgo il grembiule. Torno ad essere una persona e smetto i panni della gastronoma. Vado a casa, per oggi tornerò a fare la mamma. Domani la sveglia suonerà di nuovo all’alba e allora sarò ancora lì con i miei clienti e le loro storie.

Claudia Gerini
Nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Telma, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Fuori piove, una poesia di Vincenzo Mirra

Fuori piove, una poesia di Vincenzo Mirra

Fuori piove, una poesia di Vincenzo Mirra

Inediti d'autore Poesia di Vincenzo Mirra. Fuori piove: sugli italiani in lotta col coronavirus, sui profughi al confine con la Grecia. Un metro di distanza ci salverà da noi stessi?

Tutto chiuso
Tutto sospeso
La finestra bagnata
e un rivolo che inesorabile
muto la percorre
poi un altro
e subito uno ancora,
nuovo al primo e uguale all'altro,
uguale a sé.

Fuori piove
Piovono le notifiche di Facebook
di eventi annullati, di appuntamenti sospesi, anche il mio lo è,
- ed io che volevo offrirvi
dei versi col tè -
non posso garantire
la distanza di un metro dalla poesia.
Decreto
Presidenza
del Consiglio
dei Ministri
4.3.2020,
chissà cosa canterebbe oggi
Lucio, marinaio del '43,
se è ancora bello quell'uomo
venuto dal mare

Fuori piove,
anche al confine tra Ankara
e Atene piove, un esodo di disperati:
uomini respinti da altri uomini
così, nell'insensata e spietata natura di sé, l'uomo respinge la sua specie.
SONO VIETATE TUTTE LE MANIFESTAZIONI DI RISPETTO
E TUTELA DELLA DIGNITÀ
UMANA
sembra recitare
l'insensata ordinanza della pestilente
miseria dell'uomo.

Un bimbo è morto a Lesbo
Non siamo capaci di fermare le guerre
Come possiamo fermare il virus.

Un metro da me dite?
Oggi non sono sicuro che ci salveremo,
da noi stessi.

Vincenzo Mirra
Vincenzo Mirra

Nato a Napoli nel 1973, si è diplomato all'Istituto Nautico per poi laurearsi in Ingegneria Aeronautica ad indirizzo Spaziale. Alle passioni per la navigazione, il mare e l’astronautica, ha sempre aggiunto quelle per la letteratura, la scrittura di viaggio e di meditazione ed il teatro. È autore del blog letterario Beaufort, scritture al vento e taccuini di mare che esprime scritture di vario tipo e argomentazione, anche di natura sperimentale. Dal 2005 vive a Pisa, dove dal 2015 ha iniziato a frequentare corsi e laboratori teatrali, di recitazione, di lettura corale e di drammaturgia.
Isole, AUGH! Edizioni.
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Il mio viaggio, racconto di Claudia Gerini

Il mio viaggio, racconto di Claudia Gerini

Il mio viaggio, racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Vakaramoko oggi lavora, studia, cerca di vivere una vita dignitosa. Il mio viaggio è dedicato a lui e a tutti quelli che cercano di ricominciare a vivere.

Vakaramaoko è entrato nella mia vita un paio di anni fa. Appena arrivato nel mio paese, Ponsacco, in uno di quei centri dove vengono “ammassate” le persone come lui in attesa di non si sa che cosa. Vakaramoko oggi lavora, studia, cerca di vivere una vita dignitosa. Vakaramoko è un amico, un figlio, un fratello, una persona speciale che ormai fa parte della nostra famiglia. A lui e a tutti quelli che cercano di ricominciare a vivere dedico questo racconto.

Sono arrivato in Italia per caso.

Sono arrivato in Italia perché è il paese più vicino alla Libia. Sono arrivato in Italia per caso perché qualcuno su quella barca sapeva orientarsi con le stelle e con il sole.
Mi dicevano che se avessi studiato in Europa avrei avuto un sacco di opportunità. Vuoi mettere avere sul curriculum scritto università di Parigi, di Berlino o di Roma? Ero sicuro che studiare all’estero mi avrebbe aperto un sacco di porte e dato mille opportunità. E allora addio sacrifici, che mia madre aveva fatto per tutta la sua vita per farmi studiare. Addio pecore, che beate brucavano davanti casa. Addio spaccarsi la schiena per guadagnare qualche soldo. Mia madre e le mie sorelle sarebbero state orgogliose di me. E io avrei ripagato loro tutti gli sforzi e le rinunce che avevano dovuto fare fino a quel momento.
Ero riuscito a mettere da parte qualche soldo, non molto. Non mi sarei mai potuto permettere un biglietto aereo e il passaporto. Ma mi avevano detto che c’era un altro modo per raggiungere l’Europa. Era difficile e anche pericoloso, dicevano, ma costava molto meno. Avevo pensato e ripensato a questo, disteso nel letto, con mia madre che dormiva nella stanza accanto e che non immaginava lontanamente che idea avevo nella mia testa.
Una notte presi la mia decisione e sapevo che dopo non sarei mai potuto tornare indietro.

Sono nato in Costa d’Avorio. 

Il giorno che ho deciso di partire ho abbracciato mia madre consapevole che non l’avrei rivista mai più. Ho pagato il mio biglietto e ho lasciato per sempre il mio paese.
Avevo 18 anni.
Sono arrivato in Burkina Faso una sera di maggio. Avevo viaggiato prevalentemente di notte. In Burkina mi sono fermato circa due settimane. Avevo cercato lavoro ed ero stato fortunato perché avevo trovato un signore che cercava un muratore. Mi ero improvvisato muratore e avevo ottenuto il lavoro. Due settimane, giusto il tempo di racimolare qualche soldo.
Sono ripartito, destinazione Niger. Mi avvicinavo sempre di più alla costa. Ho viaggiato a piedi, attraversando foreste e deserti. Un viaggio infinito. Ogni sera ringraziavo Dio per essere arrivato fino a lì sano e salvo. Ogni sera credevo sempre di più in Dio.
Sono arrivato in Libia.
Non sapevo cosa avrei trovato.
Ho trovato la guerra.
Ho sentito le bombe sfiorare la mia testa. Ho visto uomini sparare. Ho respirato l’odore della morte e della paura. Ho pensato che sarei morto lì, a un passo dal mare, a un passo dall’Europa. Ho pensato che l’uomo a volte è crudele, che si uccide a vicenda per niente.
Ho pregato tanto.
Ho sentito la canna di una pistola contro la mia tempia.
Gli arabi ci disprezzavano solo perché eravamo africani. Eravamo schiavi, merce di scambio, merce.
Una mattina, prima del sorgere del sole, mi hanno messo su una barca insieme ad altri come me. Una barca di plastica che sembrava galleggiare per miracolo.
Ci hanno caricato lì sopra e ci hanno detto che di là dal mare c’era l’Europa.
Eravamo un puntino in mezzo al niente, il mare. Piccoli e sperduti, senza meta. Ma qualcuno sapeva cosa fare. Il sole sorge ad est. Alla sua sinistra c’è il nord. L’Europa è a nord. Qualcuno ha preso coraggio, ha preso in mano il timone…
Non sapevo come si chiamava la terra dove finalmente avevo messo piede. Non sapevo che fosse l’Italia. Non sapevo che sarebbe stato questo il paese che mi avrebbe accolto.
Non sapevo che sarebbe stato qui che avrei ricominciato a vivere.

Claudia Gerini
Nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Telma, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Bali on the road, racconto di Luigi Lazzaroni

Bali on the road, racconto di Luigi Lazzaroni

Bali on the road, racconto di Luigi Lazzaroni

Inediti d'autore Racconto di Luigi Lazzaroni. Una Bali on the road, un botta e risposta serrato tra due viaggiatori e il loro autista indonesiano, per scoprire usanze e tradizioni.

Lui è Wayan. Io sono io. Lei è mia moglie.
Wayan è l’autista/accompagnatore, io sono seduto al suo fianco per fargli compagnia, mia moglie è dietro e si sente emarginata. Sulla strada che da Sidemen porta al tempio madre di Besakih, il tempio più importante di Bali. La conversazione si svolge in balinglese infiorato da neologismi briantei.
Io, per attaccare bottone: «Bella la tua macchina, è nuova?» (è una Toyota Avanza, sono tutte Toyota Avanza a Bali, il finestrino lato passeggero non funziona e la tendina parasole è bloccata col nastro adesivo).
Wayan: «No, non è mia, è di mio fratello, me la presta quando devo accompagnare qualche turista, in realtà è della banca, i soldi che guadagno vanno un po’ a me, un po’ a mio fratello e il resto alla banca».
Lei: «Chiedigli quanti fratelli ha». Io: «Quanti fratelli hai?» Wayan: «Quattro fratelli».
E lui è? E tu sei? Io sono il terzo.
Nessuna sorella? Nessuna sorella? No, nessuna sorella.
Io, per riprendere l’iniziativa: «Che bella valle! Non ci sono però risaie, cosa coltivano?»
Ortaggi, arachidi, chili… Chili? Sì i peperoncini piccanti, li alternano col riso.
Lei, come se non avessimo detto niente: «Chiedigli quanti anni ha». Quanti anni hai? 32 anni.
È sposato? Sei sposato? Sì.
Ha figli? Hai figli? Sì, uno di tre anni e uno in arrivo.
Maschio? Maschio? Sì due maschi.
Allora serve una femmina. Non è una domanda. Dai, diglielo.
Io, di nuovo: «Ma di chi sono questi campi?»
Sono di grandi proprietari e i contadini che li coltivano dividono il raccolto col padrone. Come? Nel caso del riso 60% al padrone, 40% al contadino, gli altri prodotti 40% al padrone e 60% al contadino. Ma i soldi per comprare i vestiti, la casa, andare a scuola, da dove arrivano? Dalla vendita del chili e degli ortaggi, il riso lo si consuma tutto ma il resto si vende e poi ci sono i tessuti che fanno le donne in casa.

Lei, sporgendosi in avanti: «Donne? A che età ci si sposa in Indonesia?» 

Generalmente a 25 -28 anni.
Lei: «I matrimoni sono matrimoni combinati in Indonesia?» Io, sapendo dove sarebbe andata a parare: «Come si fa il matrimonio a Bali?»
Quando due si vogliono sposare devono avere il permesso dei genitori poi si fa una cerimonia al tempio e solo dopo possono andare a vivere assieme alla famiglia.
Io, subito di seguito: «Ma poi per farle diventare di nuovo risaie serve ancora l’acqua, da dove viene e chi la gestisce, è un bel casino (in italiano)?»
L’acqua delle risaie della parte est dell’isola arriva tutta dal Gunung Agung, il vulcano su cui stiamo salendo, e viene gestita dal subak. Cos’è? È una specie di assemblea di ogni villaggio che decide per tutti ma poi i lavori per sistemare i canali si fanno in comune e si ricevono un po’ di fondi anche dal governo.
Insiste lei: «Non ho capito, ma loro si sono sposati per amore o no?» Wayan: «Amore (in italiano)?»
Ma come parli italiano? No, qualche parola. E dove l’hai imparato? Ho lavorato sulle navi della Costa Crociere per sette anni. Io: «E cosa facevi?» Prima le pulizie, poi cameriere di cabina. Lei: «Guadagnava bene?» Io: «Com’era il lavoro?» Certo, era un lavoro duro ma guadagnavo quattro o cinque volte di più, anche se dopo Schettino (Schettino? Lo sanno anche qui?) Costa Crociere ha abbassato i salari ma io sono contento ho girato il mondo e imparato un po’ di altre lingue, i soldi mi sono serviti per sposarmi e costruire la casa.
Io, cercando di prevenire l’inevitabile: «Guarda, un altro contadino con un sacco di erba in spalla, a cosa serve?»
È l’erba per le mucche, vengono tenute nelle capanne in mezzo alle risaie. Ecco cosa sono quei muuu che ogni tanto si sentono.
Lei, insensibile: «Va bene le mucche, ma lui dove abita?»
Dove abiti adesso? A Sidemen con i miei genitori e i fratelli.
Lei: «Ma non si è fatto una casa tutta sua?» Sì ma forse non ho capito bene, vivete tutti assieme? Sì, a Bali tutte le famiglie vivono insieme, genitori, figli, zii, nipoti. Lei: «Che casino». Devo dirglielo? No, però pensa, la suocera col muso, la nuora con i bambini che piangono, la zitella inacidita, e se uno vuole, se ne può andare? Io: «Volendo, una coppia può mettere su famiglia da sola?» Se uno ha i soldi può decidere di acquistare un nuovo terreno e inizia una nuova famiglia allargata, tranne l’ultimo nato. Senza aspettare lei: «Perché?» Perché si deve prendere cura dei genitori, spesso non hanno la pensione e tutti i vecchi soffrono di dolori alla schiena per via dei lavori in risaia. Io: «Tu sei l’ultimo?» No, sono il terzo. Lei: «L’aveva già detto, chiedigli piuttosto se ha ancora i genitori».
Io: «Ma questo Besakih arriva o non arriva?»

Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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A Natale compro su Zalando, racconto di Claudia Gerini

A Natale compro su Zalando, racconto di Claudia Gerini

A Natale compro su Zalando, racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. A Natale compro su Zalando: quando gli angeli custodi indossano il camice bianco e strappano sorrisi.

L’ultimo ricordo che ho prima di crollare come un sasso per l’anestesia è il chirurgo che mi chiede: «Buongiorno, preoccupata?».
Lo guardo, con le palpebre calanti che faticano a restare aperte.
«Eh, parecchio.». Il chirurgo si sposta sulla mia sinistra, e mentre traffica con fili, tubi e monitor vari mi dice: «Beh, fa bene!».
Io ho appena il tempo di realizzare che forse se fossi in una situazione normale lo avrei di certo mandato a quel paese ma non faccio in tempo…

Sono stata fortunata nella mia vita perché ho avuto bisogno di fare l’anestesia totale solo due volte per motivi non gravi. A sei anni mi hanno tolto tonsille e adenoidi e non ho nessun ricordo del prima e del dopo. L’appendice a 16 anni invece me la ricordo molto bene. L’anestesia non fu per niente una cosa simpatica. Freddo, caldo di nuovo freddo, nausea, febbre e totale incoscienza per diverse ore. Ed è con questo ricordo che mi apprestavo ad affrontare la mia terza anestesia. E questa volta lo avevo anche scelto io! Chi si è trovato ad affrontare operazioni non per scelta, ma per forza, magari può anche prendermi per scema. Ma io lo sapevo. Anche la mia era una necessità. Ci ero arrivata piano piano, nel corso degli ultimi anni ma alla fine avevo alzato le mani. Ok, da sola non ce la faccio. Perché non sempre, anche con tutta la forza che ci possiamo mettere, otteniamo il risultato sperato. E quando, oltre allo specchio che rimandava un’immagine di me che non riconoscevo affatto, erano iniziati i problemi di salute avevo detto STOP. Allora mi ero seduta un attimo, avevo chiuso gli occhi e avevo aspettato che la testa facesse pace col cuore e gli dicesse che era la cosa migliore da fare. Ne avevo proprio bisogno perché così non poteva andare.
Quando testa e cuore avevano finalmente fatto pace ero andata dritta per la mia strada, come un treno. Qualcuno mi aveva detto che dovevo essere davvero scema per sottopormi a questa operazione, riduzione dello stomaco? Fossi matta! Altri, quelli che per me contano davvero, mi hanno abbracciato, mi hanno guardata dritto negli occhi e mi hanno detto: sono con te.

E così eccomi su quel lettino della sala operatoria, con addosso solo la vestaglia verde leggera che ti fanno indossare prima degli interventi.

A cercare di rispondere alla battuta del chirurgo che ha in mano il destino della mia pancia, anzi, del mio stomaco, per essere più precisi. Mi sono fidata di lui fin dal primo momento, quando tutto serio seduto alla sua scrivania, mi spiegava le varie possibilità e quello a cui sarei andata incontro. Mi sono fidata di lui perché aveva saputo essere preciso, esaustivo e anche simpatico. Aveva sorriso spesso, anzi aveva anche riso quando ingenuamente gli avevo chiesto se dovevo per forza fare l’anestesia totale. «Se vuol fare da cavia, potremmo anche provare a farlo in anestesia locale, che dice?» Aveva risposto così, con una battuta mettendomi a mio agio e facendomi capire che lui era quello giusto. Solo lui avrebbe potuto aprire la mia pancia, lui e nessun altro!
La notte prima dell’operazione non passava mai. Sola in quella stanza di ospedale mi ero ritrovata a pensare a mille cose, immagini, paure che mi affollavano la testa. Avevo paura. Una tremenda, maledetta paura. Non era tanto il dolore, a quello non pensavo, ci avrei pensato poi. Ma avevo una enorme paura di non svegliarmi. Quella maledetta anestesia mi spaventava a morte. E se l’ultima cosa che avessi visto in vita fosse stata l’enorme lampada al neon sopra al mio lettino? Se non avessi più rivisto i miei bimbi, mio marito, le persone che amavo? Facile intuire che con questi pensieri in testa non ero riuscita a chiudere occhio durante tutta la notte. Di certo se non per l’anestesia mi sarei addormentata dal sonno!
Ed ora eccolo lì il mio dottore che mi dice che faccio bene a preoccuparmi! Questo è il suo modo di farmi coraggio. Lo capisco e mi addormento quasi col sorriso.

Apro gli occhi, o per lo meno ci provo. Sento le palpebre pesanti. Vincono loro. Chiudo gli occhi. Faccio in tempo a veder sopra di me il viso di Marco, forse accenno un sorriso. Crollo di nuovo.
Mi guardo la pancia e i quattro cerotti che la coprono in ordine sparso. Non provo dolore, non ancora. So che arriverà. Ma so che ci saranno delle persone che si prenderanno cura di me. Ho ricordi sbiaditi di quella giornata. Dormiveglia, nausea, freddo e caldo. Sensazioni che ricordavo bene. Flebo di antidolorifici e antibiotici. Mio marito accanto a me che mi veglia come un guardiano gentile.

È strano l’atmosfera che si crea in ospedale tra te e chi si prende cura di te. 

Non ricordo i nomi dei miei angeli custodi. Ma ricordo i visi, le voci sempre gentili e le mani sulla spalla. Ma una in particolare mi è rimasta nella mente e nel cuore. L’ultimo giorno di degenza, quando ero davanti al mio piatto di brodo insipido che non voleva sapere di andare giù, quasi fosse un cosciotto di cinghiale intero, entrò nella mia stanza l’infermiera più simpatica di tutte, quella che ogni volta mi faceva fare una risata. Mi coccolava ma allo stesso tempo mi dava tanta forza. Avevo le lacrime agli occhi. Perché mi avevano detto DEVI mangiare. Ma il cibo non andava giù. Non entrava dove doveva entrare, quasi ci fosse stato un tappo. Non riusciva a passare neanche l’acqua. Lei mi vide, vide le mie lacrime. E così, senza però dargli molto peso, disse: «Vai tranquilla che a Natale compri su Zalando!»

Da quel momento in poi è iniziato un nuovo percorso della mia vita. Dovevo ripartire da lì. Rimboccarmi le maniche e guardare oltre. La meta era lontana, lo è tutt’ora, ma non potevo farmi distrarre, non potevo più sbagliare strada. E in fondo a questa tortuosa salita, fatta di brodini, yogurt e pappine, c’era la nuova me che mi aspettava.
Ed ero sicura che alla fine di quella strada, dietro una curva ci sarebbe stata una grossa insegna con su scritto ZALANDO, proprio come mi aveva detto uno dei miei angeli custodi.


Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).

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Lo stereo rosso, un racconto di Claudia Gerini

Lo stereo rosso, un racconto di Claudia Gerini

Lo stereo rosso, un racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Due amiche adolescenti, una sera d'estate, un Ciao bianco, uno stereo rosso.

Il piano era decisamente perfetto. Io e Debora saremmo andate a vivere insieme, appena ci fosse stato possibile, certo. Il che voleva dire che avremmo almeno dovuto aspettare altri tre anni, tanti quanti ne mancavano ai 18. Questo, da una parte, poteva rivelarsi una fortuna perché ci dava modo di organizzare la cosa per bene.
Ci eravamo conosciute pochi anni prima, alle medie. Ricordo ancora il primo giorno di scuola del terzo anno. Entrai in classe poco ansiosa di rivedere i professori ma molto ansiosa di ritrovare i miei compagni. Ad un banco, appiccicato alla cattedra, c’era questa ragazzina mai vista prima, con i capelli ricci e un piumino verde pisello, che sedeva con le braccia poggiate sulle gambe, schiena dritta e sguardo basso. Quel giorno non sapevo che quella ragazzina riccioluta sarebbe diventata la mia migliore amica.
Con le scuole superiori prendemmo strade diverse ma questo non impediva di vederci e passare del tempo insieme. Studiavamo, guardavamo film in videocassetta e ci riempivamo di schifezze. E sognavamo, sognavamo tanto. Come saremmo state da grandi? Cosa avremmo fatto? C’era una sola certezza: saremmo state insieme.
Escogitammo il piano, che ai nostri occhi rasentava la perfezione, una sera d’estate, sedute sul mio motorino bianco.
«Secondo me, per prima cosa, dobbiamo fare una lista di tutto quello che ci serve» dissi tutta seria con in mano foglio e penna.
«Certo! Così siamo sicure di non dimenticare proprio nulla» rispose Debora.
Ci guardammo serie, cercando di pensare quale fosse la prima cosa da scrivere sulla lista…

1. Stereo rosso

Lo stereo rosso era il mio mitico mangianastri, con doppia porta e doppia cassa, che mi avevano regalato per la Cresima. Era il mio compagno fidato, con la radio sempre posizionata su Radio Deejay e dove avevo fatto pure un segno con l’Uniposca bianco per essere sicura di ritrovare sempre la frequenza giusta. Se ci penso oggi non posso trattenere un sorriso. Il primo pensiero uno stereo invece di quattro mura! Perché alla fine di dove saremmo andate a stare non ci importava proprio nulla. L’importante era avere con sé lo stereo per ascoltare la musica.
2. Musicassette varie (diretta conseguenza del punto 1).
3. Ciao bianco, che serviva per tutti i nostri spostamenti e che non mi aveva mai lasciata a piedi nemmeno una volta.
4. Zaino e vestiti.
Qui la nostra lista si interrompeva. In fondo di cosa avevamo bisogno ancora? Avremmo avuto la nostra musica, vestiti da indossare e uno zaino pieno di sogni. Tutto quello che serviva.

A vivere insieme non ci siamo mai andate. Ma ci è rimasta la nostra amicizia, solida come le quattro mura a cui non avevamo pensato quella sera d’estate, sedute su un Ciao bianco, ad immaginarci grandi.
Ad immaginarci felici.
Insieme.


Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
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Sorella maggiore, un racconto di Claudia Gerini

Sorella maggiore, un racconto di Claudia Gerini

Sorella maggiore, un racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Sorella maggiore. Una felice bambina degli anni '70. Ma di che cosa poteva parlare lei quando gli altri bambini e bambine raccontavano delle marachelle che i fratellini avevano combinato il giorno prima?

Essere stati adolescenti negli anni novanta era stata una figata pazzesca. Se ne rendeva conto solo ora, alla soglia dei quarant’anni, guardandosi intorno perplessa e osservando orde di ragazzi e ragazze tutti uguali, con lo smartphone in mano e un dito bionico che si muoveva sulla tastiera alla velocità della luce. Oppure quando li vedeva seduti a tavola a qualche compleanno intenti a giocare una partita sul telefonino o a vedere, con espressione quasi inebetita, un video su YouTube. Ai suoi tempi non c’erano telefonini, lei il suo lo aveva avuto per la prima volta a ventuno anni, non esisteva YouTube e tantomeno gli YouTuber. A tavola si chiacchierava, a volte ci si tirava anche le briciole di pane, anche se era una cosa infantile, doveva ammetterlo. E la cosa più trasgressiva che potevano fare era fregare una sigaretta dal pacchetto della mamma e fumarla di nascosto fuori dal ristorante. Col senno di poi aveva capito che i migliori anni, come decantava una famosa canzone di Renato Zero, li avevano vissuti loro. Senza ombra di dubbio.
Era nata quasi a fine anni settanta. Anni difficili, questo lo aveva appreso poi, da grande, seguendo documentari e telegiornali. Della sua infanzia aveva ricordi abbastanza nitidi, soprattutto di episodi avvenuti nel corso degli anni che, messi tutti insieme, davano un quadro abbastanza fedele di come fosse stato quel particolare periodo. Ricordava per esempio di essere stata la regina di casa fino all’età di dieci anni. In quel periodo era decisamente la preferita, e soprattutto, l’unica nipote delle sue adorate nonne. Non solo, ma anche essere l’unica nipote degli zii non era affatto male. I regali di Natale erano tutti suoi e si poteva godere le bambole del momento in santa pace. Certo, i suoi genitori lavoravano sodo, tutto il giorno, e a lei mancavano un sacco. Ma cresceva coccolata dalle due nonne e in fondo la sua era stata davvero un'infanzia perfetta. Fin quando, alle elementari, non si ritrovò a essere l’unica bambina che non aveva né fratelli né sorelle. Fino ad allora essere stata figlia unica era stato bello. Ma adesso? Di che cosa poteva parlare lei quando gli altri bambini e bambine raccontavano delle marachelle che i fratellini avevano combinato il giorno prima?

Essere l’unica bambina in famiglia non le piaceva poi così tanto.

E iniziò a chiedere sempre più insistentemente di avere un fratello o una sorella. «Anzi, una sorella è meglio, mamma, perché poi le puoi anche mettere i miei vestiti e io ci posso giocare insieme, no?». Questo era quello che chiedeva Chiara tutti giorni quando tornava da scuola. A volte, visto che i genitori parevano proprio essere sordi alle sue richieste, aggiungeva anche un bel pianto disperato sdraiata sul divano, di quelli che poi alla fine singhiozzi e non riesci neanche a respirare. Ma niente, non c’era verso. La sua mamma e il suo babbo di altri bambini non ne volevano sentire parlare. Non era il momento, le dicevano. E con quella frase l’argomento era chiuso.
Poi un giorno, all’arrivo da scuola, trovò la mamma a casa. Era strano, pensò Chiara, a quell’ora di solito c’era solo la nonna in casa ad aspettarla e la mamma era al lavoro. Invece quel giorno era lì, tutta sorridente, seduta di fronte a lei e al suo piatto di pasta al pomodoro ormai scotta, che la guardava e sembrava in procinto di dirle qualcosa di importante. Che fosse importante lo intuiva dal tamburellare nervoso delle dita della mamma sulla tavola apparecchiata. Poi Manuela si fece coraggio e le rivelò che da lì a qualche mese il suo desiderio di avere un fratello o una sorella sarebbe diventato realtà. Chiara ci mise un po’ a realizzare che la mamma le stava dicendo, appunto, di essere incinta e che tra qualche tempo sarebbe nata la tanto desiderata sorellina. Ne fu davvero contenta, non importava che ormai lei avesse già dieci anni e che nel suo compito di sorella maggiore sarebbe stata, poi, distratta da altri interessi dettati dall’entrata nell’adolescenza come per esempio i ragazzi. In quel momento pensava solo al momento in cui sarebbe entrata in classe la mattina dopo e avrebbe esclamato a gran voce: «Finalmente sarò uguale a tutti voi. Avrò una sorella».
Aveva deciso, sua sorella, perché sarebbe stata certamente una bambina, si sarebbe chiamata Laura, come la protagonista della sua telenovelas preferita. In realtà non era proprio la sua preferita, cioè, se avesse potuto scegliere cosa vedere non avrebbe di certo guardato quel programma. Ma al tempo la televisione in casa era una sola, in cucina, le telenovelas andavano per la maggiore e la sua nonna aveva il monopolio assoluto sull’uso di quel piccolo elettrodomestico in bianco e nero. Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di “Anche i ricchi piangono” con l’allora famosissima Veronica Castro o di “Celeste” con Andrea del Boca. Ecco, le giornate di Chiara erano scandite dalle puntate delle telenovelas sudamericane del momento e da quelle di Bim Bum Bam, famosissimo programma per bambini di quegli anni. Perciò le fu facile scegliere un nome che sentiva rimbombare nelle sue orecchie tutti i pomeriggi. Laura. E poi quel personaggio in fin de conti le stava molto simpatico. Quando però comunicò la sua decisione alla mamma lei non sembrò poi così contenta. Anzi, storse la bocca in una smorfia e le rispose che ci avrebbero pensato più avanti.

Sua sorella non si chiamò mai Laura.

Il cambio nome fu comprato con la promessa di una nuova Barbie che spopolava nelle pubblicità in televisione, Barbie fiori di pesco. Era talmente bella ed elegante che Chiara, al solo pensiero di averla, non poté fare altro che tirarsi indietro e piegarsi alla decisione dei suoi genitori. Sua sorella si sarebbe chiamata Francesca, in ricordo del nonno scomparso prematuramente quando la mamma era piccola. Ma a lei, ormai, interessava poco. Avrebbe avuto tra le mani la sua bambola nuova scintillante e per quanto la riguardava, potevano chiamarla anche pinco pallino. Che le importava?
Quando sua sorella Francesca decise di venire al mondo Chiara fu “parcheggiata” dalla nonna. Le avevano spiegato che lei non sarebbe potuta andare in ospedale, era troppo piccola e nessuno avrebbe potuto badare a lei. Così si ritrovò nel grande lettone matrimoniale della nonna, guardando il primo film di Superman alla televisione. Non essendoci i cellulari al tempo si stava in attesa anche ore di una chiamata al telefono di casa. E se la chiamata non arriva non ci si poteva fare proprio un bel nulla! Oggi si può controllare tutto, anche quante volte una persona prende in mano il telefono. Ma negli anni ottanta si andava a fiducia. Quando una persona ti diceva ti chiamo quando arrivo… dovevi sperare che quella persona, poi, ti chiamasse davvero. Così, nel letto, Chiara chiedeva alla nonna ogni minuto di controllare la sveglia per vedere che ora fosse e la interrogava sul perché il babbo non avesse ancora telefonato. Solo a notte tarda lo squillo del telefono la svegliò dal sonno in cui era inevitabilmente caduta. Finalmente Francesca era nata. Si era fatta attendere un bel po’ la sua nuova sorellina. Sapeva che fino al giorno dopo non avrebbe potuto vederla così si addormentò cercando di immaginare nella sua testa che aspetto potesse mai avere. Quando la mattina il babbo la venne a prendere per portarla a trovare la mamma e la sorella lei era ormai sveglia da ore. Si era messa il vestito preferito della mamma, quello a fiori che lei non voleva mai indossare. Ma per l‘occasione aveva pensato che la sua mammina se lo era meritato. Quando finalmente appiccicò il viso al vetro della nursery cercò con lo sguardo il numero del letto che le aveva detto il babbo. Sua sorella era il numero sei. Così scorrendo lo sguardo a destra e a sinistra la vide.

Sorelle,dieci anni di differenza.

Non era poi così speciale, pensò.

Sicuramente lei, appena nata, era stata di gran lunga più bella, poteva scommetterci. Francesca aveva un colorito rosso, il viso e le mani piene di grinze come se invece di essere una neonata fosse stata una vecchia, i capelli neri, dirti in testa, che sembravano messi in posa con il gel. Inoltre non faceva che piangere in continuazione. Nella stanza, in cui erano messi in fila almeno una decina di lettini, era l’unica che si dimenava e si disperava. Chiara pensò che le premesse non erano affatto buone e che se, quando fosse arrivata a casa, avesse pianto in questo modo, lei si sarebbe stufata velocemente di aver desiderato una sorella. Appena questo pensiero aveva fatto capolino nella sua testa si era sentita davvero cattiva. In fondo anche lei piangeva quando c’era qualcosa che non andava. E aveva pianto per diventare sorella maggiore. E adesso che lo era non poteva tirarsi indietro, ne andava del suo onore. Quindi decise che sarebbe diventata la sorella maggiore migliore del mondo, anche se avrebbe dovuto sorbirsi il pianto di quella neonata aggrinzita.
Fare da mammina a Francesca all’inizio era stato quasi divertente. Aveva imparato a darle il biberon, a cambiarle il pannolino e a dondolarla nella carrozzina quando doveva addormentarsi. Ma lei alla fine che cosa ci guadagnava? Sua sorella mangiava, dormiva e faceva i bisogni. Stop. Non interagiva con lei se non attraverso qualche specie di sorrisetto involontario. Quindi, era tutto qui essere sorella maggiore? Che cosa ci avevano trovato i suoi compagini tanto divertente? Una volta si era fatta coraggio e lo aveva chiesto a Silvia, la sua compagna di banco. Lei le aveva risposto che il bello doveva ancora arrivare. Anche suo fratello all’inizio era noioso. Ma poi crescendo aveva iniziato a camminare e a fare cose buffe e lei si era divertita un sacco. E adesso che addirittura parlava gli insegnava nuove parole. E poi potevano giocare insieme a palla o a nascondino. E questo si che era divertente. Così Chiara, rincuorata e fiduciosa, aveva aspettato che Francesca crescesse per potersi divertire con lei. Ma non aveva messo in conto che quando sua sorella fosse stata in età di gioco anche lei si sarebbe ritrovata cresciuta, troppo cresciuta, e i suoi interessi sarebbero stati decisamente altri, non di certo la palla o nascondino.

Dieci anni, in effetti, erano veramente tanti.

Chiara aveva iniziato la scuola media, la scuola dei grandi come l’aveva sempre chiamata lei, e sua sorella aveva iniziato a chiacchierare e a cercarla sempre più insistentemente per giocare insieme a lei. Ma gli interessi di una quasi adolescente sono molto diversi da quelli di una piccola bambina paffutella. Così mentre all’inizio era stata Chiara a desiderare di giocare con la sorella adesso i ruoli si erano ribaltati e mentre Chiara se ne andava in giro con le amichette e aveva le prime cotte, Francesca le piangeva dietro elemosinando un po’ di tempo insieme. Certo, c’erano volte in cui Chiara si sedeva sul tappeto in camera e si metteva a giocare con le bambole o le costruzioni rendendo sua sorella la bambina più felice di questo mondo. Ma succedeva sempre più raramente.
Gli anni erano passati, a guardarsi indietro, adesso troppo velocemente.
Il primo ragazzo, il liceo, lo studio, la fatica di portare a casa buoni voti le prime uscite in libertà, le prime delusioni d’amore. Ogni passo in cui Chiara si sentiva un po’ più grande la divideva sempre di più da Francesca. Finché un giorno fu abbastanza grande per andare via e iniziare a camminare con le sue gambe. Lo fece presto, 21 anni, e forse troppo presto smise di sentirsi figlia e sorella maggiore. Francesca iniziava il suo percorso di crescita, l’adolescenza le prime cotte e tutto il “pacchetto” mentre lei faceva i conti con le cose da adulti, la ricerca del lavoro, le bollette da pagare, le responsabilità.

Poi un giorno Chiara si ritrovò a guardare Francesca con altri occhi.

In lei vedeva se stessa e fu come se la distanza degli anni, che fino ad allora le aveva tenute lontane, si fosse dissolta in un secondo. Chiara e Francesca non erano poi così diverse, erano donne, erano migliori amiche, erano spalle su cui piangere e braccia su cui appoggiarsi quando si sentivano stanche e sole. Erano complici. Erano sorelle che si erano ritrovate per non lasciarsi mai più. Perché se Chiara immaginava la sua vita in un futuro anche lontano se la immaginava con Francesca sempre protagonista delle sue giornate, pronta a un sorriso, una parola e anche a una strigliata d’orecchie quando serviva, ma sempre lì. E Francesca le avrebbe sempre ricordato che lei, in passato, forse non era stata proprio una sorella maggiore perfetta. Un giorno le disse: “Ti ricordi quando abbiamo iniziato a essere sorelle io e te?”
Chiara se lo ricordava bene, anche se per un periodo della sua vita se lo era dimenticato.
Avevano iniziato a essere sorelle da sempre. E poi… doveva ancora ringraziarla. Se aveva potuto giocare con la sua Barbie preferita lo doveva proprio alla sua sorellina!


Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
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