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Sorella maggiore, un racconto di Claudia Gerini

Sorella maggiore, un racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Sorella maggiore. Una felice bambina degli anni '70. Ma di che cosa poteva parlare lei quando gli altri bambini e bambine raccontavano delle marachelle che i fratellini avevano combinato il giorno prima?

Essere stati adolescenti negli anni novanta era stata una figata pazzesca. Se ne rendeva conto solo ora, alla soglia dei quarant’anni, guardandosi intorno perplessa e osservando orde di ragazzi e ragazze tutti uguali, con lo smartphone in mano e un dito bionico che si muoveva sulla tastiera alla velocità della luce. Oppure quando li vedeva seduti a tavola a qualche compleanno intenti a giocare una partita sul telefonino o a vedere, con espressione quasi inebetita, un video su YouTube. Ai suoi tempi non c’erano telefonini, lei il suo lo aveva avuto per la prima volta a ventuno anni, non esisteva YouTube e tantomeno gli YouTuber. A tavola si chiacchierava, a volte ci si tirava anche le briciole di pane, anche se era una cosa infantile, doveva ammetterlo. E la cosa più trasgressiva che potevano fare era fregare una sigaretta dal pacchetto della mamma e fumarla di nascosto fuori dal ristorante. Col senno di poi aveva capito che i migliori anni, come decantava una famosa canzone di Renato Zero, li avevano vissuti loro. Senza ombra di dubbio.
Era nata quasi a fine anni settanta. Anni difficili, questo lo aveva appreso poi, da grande, seguendo documentari e telegiornali. Della sua infanzia aveva ricordi abbastanza nitidi, soprattutto di episodi avvenuti nel corso degli anni che, messi tutti insieme, davano un quadro abbastanza fedele di come fosse stato quel particolare periodo. Ricordava per esempio di essere stata la regina di casa fino all’età di dieci anni. In quel periodo era decisamente la preferita, e soprattutto, l’unica nipote delle sue adorate nonne. Non solo, ma anche essere l’unica nipote degli zii non era affatto male. I regali di Natale erano tutti suoi e si poteva godere le bambole del momento in santa pace. Certo, i suoi genitori lavoravano sodo, tutto il giorno, e a lei mancavano un sacco. Ma cresceva coccolata dalle due nonne e in fondo la sua era stata davvero un'infanzia perfetta. Fin quando, alle elementari, non si ritrovò a essere l’unica bambina che non aveva né fratelli né sorelle. Fino ad allora essere stata figlia unica era stato bello. Ma adesso? Di che cosa poteva parlare lei quando gli altri bambini e bambine raccontavano delle marachelle che i fratellini avevano combinato il giorno prima?

Essere l’unica bambina in famiglia non le piaceva poi così tanto.

E iniziò a chiedere sempre più insistentemente di avere un fratello o una sorella. «Anzi, una sorella è meglio, mamma, perché poi le puoi anche mettere i miei vestiti e io ci posso giocare insieme, no?». Questo era quello che chiedeva Chiara tutti giorni quando tornava da scuola. A volte, visto che i genitori parevano proprio essere sordi alle sue richieste, aggiungeva anche un bel pianto disperato sdraiata sul divano, di quelli che poi alla fine singhiozzi e non riesci neanche a respirare. Ma niente, non c’era verso. La sua mamma e il suo babbo di altri bambini non ne volevano sentire parlare. Non era il momento, le dicevano. E con quella frase l’argomento era chiuso.
Poi un giorno, all’arrivo da scuola, trovò la mamma a casa. Era strano, pensò Chiara, a quell’ora di solito c’era solo la nonna in casa ad aspettarla e la mamma era al lavoro. Invece quel giorno era lì, tutta sorridente, seduta di fronte a lei e al suo piatto di pasta al pomodoro ormai scotta, che la guardava e sembrava in procinto di dirle qualcosa di importante. Che fosse importante lo intuiva dal tamburellare nervoso delle dita della mamma sulla tavola apparecchiata. Poi Manuela si fece coraggio e le rivelò che da lì a qualche mese il suo desiderio di avere un fratello o una sorella sarebbe diventato realtà. Chiara ci mise un po’ a realizzare che la mamma le stava dicendo, appunto, di essere incinta e che tra qualche tempo sarebbe nata la tanto desiderata sorellina. Ne fu davvero contenta, non importava che ormai lei avesse già dieci anni e che nel suo compito di sorella maggiore sarebbe stata, poi, distratta da altri interessi dettati dall’entrata nell’adolescenza come per esempio i ragazzi. In quel momento pensava solo al momento in cui sarebbe entrata in classe la mattina dopo e avrebbe esclamato a gran voce: «Finalmente sarò uguale a tutti voi. Avrò una sorella».
Aveva deciso, sua sorella, perché sarebbe stata certamente una bambina, si sarebbe chiamata Laura, come la protagonista della sua telenovelas preferita. In realtà non era proprio la sua preferita, cioè, se avesse potuto scegliere cosa vedere non avrebbe di certo guardato quel programma. Ma al tempo la televisione in casa era una sola, in cucina, le telenovelas andavano per la maggiore e la sua nonna aveva il monopolio assoluto sull’uso di quel piccolo elettrodomestico in bianco e nero. Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di “Anche i ricchi piangono” con l’allora famosissima Veronica Castro o di “Celeste” con Andrea del Boca. Ecco, le giornate di Chiara erano scandite dalle puntate delle telenovelas sudamericane del momento e da quelle di Bim Bum Bam, famosissimo programma per bambini di quegli anni. Perciò le fu facile scegliere un nome che sentiva rimbombare nelle sue orecchie tutti i pomeriggi. Laura. E poi quel personaggio in fin de conti le stava molto simpatico. Quando però comunicò la sua decisione alla mamma lei non sembrò poi così contenta. Anzi, storse la bocca in una smorfia e le rispose che ci avrebbero pensato più avanti.

Sua sorella non si chiamò mai Laura.

Il cambio nome fu comprato con la promessa di una nuova Barbie che spopolava nelle pubblicità in televisione, Barbie fiori di pesco. Era talmente bella ed elegante che Chiara, al solo pensiero di averla, non poté fare altro che tirarsi indietro e piegarsi alla decisione dei suoi genitori. Sua sorella si sarebbe chiamata Francesca, in ricordo del nonno scomparso prematuramente quando la mamma era piccola. Ma a lei, ormai, interessava poco. Avrebbe avuto tra le mani la sua bambola nuova scintillante e per quanto la riguardava, potevano chiamarla anche pinco pallino. Che le importava?
Quando sua sorella Francesca decise di venire al mondo Chiara fu “parcheggiata” dalla nonna. Le avevano spiegato che lei non sarebbe potuta andare in ospedale, era troppo piccola e nessuno avrebbe potuto badare a lei. Così si ritrovò nel grande lettone matrimoniale della nonna, guardando il primo film di Superman alla televisione. Non essendoci i cellulari al tempo si stava in attesa anche ore di una chiamata al telefono di casa. E se la chiamata non arriva non ci si poteva fare proprio un bel nulla! Oggi si può controllare tutto, anche quante volte una persona prende in mano il telefono. Ma negli anni ottanta si andava a fiducia. Quando una persona ti diceva ti chiamo quando arrivo… dovevi sperare che quella persona, poi, ti chiamasse davvero. Così, nel letto, Chiara chiedeva alla nonna ogni minuto di controllare la sveglia per vedere che ora fosse e la interrogava sul perché il babbo non avesse ancora telefonato. Solo a notte tarda lo squillo del telefono la svegliò dal sonno in cui era inevitabilmente caduta. Finalmente Francesca era nata. Si era fatta attendere un bel po’ la sua nuova sorellina. Sapeva che fino al giorno dopo non avrebbe potuto vederla così si addormentò cercando di immaginare nella sua testa che aspetto potesse mai avere. Quando la mattina il babbo la venne a prendere per portarla a trovare la mamma e la sorella lei era ormai sveglia da ore. Si era messa il vestito preferito della mamma, quello a fiori che lei non voleva mai indossare. Ma per l‘occasione aveva pensato che la sua mammina se lo era meritato. Quando finalmente appiccicò il viso al vetro della nursery cercò con lo sguardo il numero del letto che le aveva detto il babbo. Sua sorella era il numero sei. Così scorrendo lo sguardo a destra e a sinistra la vide.

Sorelle,dieci anni di differenza.

Non era poi così speciale, pensò.

Sicuramente lei, appena nata, era stata di gran lunga più bella, poteva scommetterci. Francesca aveva un colorito rosso, il viso e le mani piene di grinze come se invece di essere una neonata fosse stata una vecchia, i capelli neri, dirti in testa, che sembravano messi in posa con il gel. Inoltre non faceva che piangere in continuazione. Nella stanza, in cui erano messi in fila almeno una decina di lettini, era l’unica che si dimenava e si disperava. Chiara pensò che le premesse non erano affatto buone e che se, quando fosse arrivata a casa, avesse pianto in questo modo, lei si sarebbe stufata velocemente di aver desiderato una sorella. Appena questo pensiero aveva fatto capolino nella sua testa si era sentita davvero cattiva. In fondo anche lei piangeva quando c’era qualcosa che non andava. E aveva pianto per diventare sorella maggiore. E adesso che lo era non poteva tirarsi indietro, ne andava del suo onore. Quindi decise che sarebbe diventata la sorella maggiore migliore del mondo, anche se avrebbe dovuto sorbirsi il pianto di quella neonata aggrinzita.
Fare da mammina a Francesca all’inizio era stato quasi divertente. Aveva imparato a darle il biberon, a cambiarle il pannolino e a dondolarla nella carrozzina quando doveva addormentarsi. Ma lei alla fine che cosa ci guadagnava? Sua sorella mangiava, dormiva e faceva i bisogni. Stop. Non interagiva con lei se non attraverso qualche specie di sorrisetto involontario. Quindi, era tutto qui essere sorella maggiore? Che cosa ci avevano trovato i suoi compagini tanto divertente? Una volta si era fatta coraggio e lo aveva chiesto a Silvia, la sua compagna di banco. Lei le aveva risposto che il bello doveva ancora arrivare. Anche suo fratello all’inizio era noioso. Ma poi crescendo aveva iniziato a camminare e a fare cose buffe e lei si era divertita un sacco. E adesso che addirittura parlava gli insegnava nuove parole. E poi potevano giocare insieme a palla o a nascondino. E questo si che era divertente. Così Chiara, rincuorata e fiduciosa, aveva aspettato che Francesca crescesse per potersi divertire con lei. Ma non aveva messo in conto che quando sua sorella fosse stata in età di gioco anche lei si sarebbe ritrovata cresciuta, troppo cresciuta, e i suoi interessi sarebbero stati decisamente altri, non di certo la palla o nascondino.

Dieci anni, in effetti, erano veramente tanti.

Chiara aveva iniziato la scuola media, la scuola dei grandi come l’aveva sempre chiamata lei, e sua sorella aveva iniziato a chiacchierare e a cercarla sempre più insistentemente per giocare insieme a lei. Ma gli interessi di una quasi adolescente sono molto diversi da quelli di una piccola bambina paffutella. Così mentre all’inizio era stata Chiara a desiderare di giocare con la sorella adesso i ruoli si erano ribaltati e mentre Chiara se ne andava in giro con le amichette e aveva le prime cotte, Francesca le piangeva dietro elemosinando un po’ di tempo insieme. Certo, c’erano volte in cui Chiara si sedeva sul tappeto in camera e si metteva a giocare con le bambole o le costruzioni rendendo sua sorella la bambina più felice di questo mondo. Ma succedeva sempre più raramente.
Gli anni erano passati, a guardarsi indietro, adesso troppo velocemente.
Il primo ragazzo, il liceo, lo studio, la fatica di portare a casa buoni voti le prime uscite in libertà, le prime delusioni d’amore. Ogni passo in cui Chiara si sentiva un po’ più grande la divideva sempre di più da Francesca. Finché un giorno fu abbastanza grande per andare via e iniziare a camminare con le sue gambe. Lo fece presto, 21 anni, e forse troppo presto smise di sentirsi figlia e sorella maggiore. Francesca iniziava il suo percorso di crescita, l’adolescenza le prime cotte e tutto il “pacchetto” mentre lei faceva i conti con le cose da adulti, la ricerca del lavoro, le bollette da pagare, le responsabilità.

Poi un giorno Chiara si ritrovò a guardare Francesca con altri occhi.

In lei vedeva se stessa e fu come se la distanza degli anni, che fino ad allora le aveva tenute lontane, si fosse dissolta in un secondo. Chiara e Francesca non erano poi così diverse, erano donne, erano migliori amiche, erano spalle su cui piangere e braccia su cui appoggiarsi quando si sentivano stanche e sole. Erano complici. Erano sorelle che si erano ritrovate per non lasciarsi mai più. Perché se Chiara immaginava la sua vita in un futuro anche lontano se la immaginava con Francesca sempre protagonista delle sue giornate, pronta a un sorriso, una parola e anche a una strigliata d’orecchie quando serviva, ma sempre lì. E Francesca le avrebbe sempre ricordato che lei, in passato, forse non era stata proprio una sorella maggiore perfetta. Un giorno le disse: “Ti ricordi quando abbiamo iniziato a essere sorelle io e te?”
Chiara se lo ricordava bene, anche se per un periodo della sua vita se lo era dimenticato.
Avevano iniziato a essere sorelle da sempre. E poi… doveva ancora ringraziarla. Se aveva potuto giocare con la sua Barbie preferita lo doveva proprio alla sua sorellina!


Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).

About Davide Dotto

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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