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Canzoni come poesie: «Plus rien ne m'étonne» di Tiken Jah Fakoly

Canzoni come poesie: «Plus rien ne m'étonne» di Tiken Jah Fakoly

Canzoni come poesie: «Plus rien ne m'étonne» di Tiken Jah Fakoly

Musica Di Stefania Bergo. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: Plus rien ne m'étonne, dall'album Coup De Gueule di Tiken Jah Fakoly, cantante reggae ivoriano: un grido di denuncia politica e sociale contro il neocolonialismo, la corruzione politica e la rassegnazione di fronte alle continue ingiustizie subite dal continente africano.

Ci sono brani che, per la forza delle loro parole e la lucidità dello sguardo sulla realtà, diventano vera e propria poesia civile. È questo il caso di Plus rien ne m'étonneNulla mi stupisce più –, del cantante ivoriano Tiken Jah Fakoly.
Dietro il ritmo ipnotico e trascinante del reggae, Plus rien ne m'étonne cela un grido di denuncia potente, un testo che mette a nudo senza ipocrisie i meccanismi del neocolonialismo e la spartizione geopolitica dell'Africa – «Si sono spartiti l'Africa, senza consultarci / E poi si stupiscono se siamo divisi». Tiken Jah Fakoly canta la disillusione di chi ha visto troppe promesse infrante, ma lo fa con la dignità fiera di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi al silenzio.

Nato il 23 giugno 1968 in Costa d'Avorio, Tiken Jah Fakoly è una delle voci più influenti e coraggiose della musica africana e internazionale.

Cresciuto nel mito di Bob Marley, il profeta del reggae ivoriano – all'anagrafe Doumbia Moussa Fakoly – ha ereditato dal ritmo in levare la sua missione originale: essere la voce degli oppressi. Nate in seno a un paese ferito da profonde tensioni politiche, le sue canzoni gli sono valse un enorme successo popolare, ma anche l'esilio forzato in Mali a causa delle sue aperte critiche contro la xenofobia del governo.

Considerato la voce di un popolo che resiste e prova ad alzare la testa, Fakoly usa il microfono come un'arma di consapevolezza, e Plus rien ne m'étonne è il suo manifesto più lucido.

La denuncia al neocolonialismo delle sue parole, sebbene siano state scritte oltre vent'anni fa, suona terribilmente attuale, anzi, universale – «Se mi passi un bel po' di soldi / Io scendo in guerra al tuo fianco / Se mi lasci estrarre il tuo oro / Io ti aiuto a fare fuori il generale». Ma il suo «Nulla mi stupisce più!» non è affatto una resa o una normalizzazione. Al contrario, sottintende la consapevolezza che il cambiamento deve partire da noi, il popolo, perché chi decide – banalmente, di dividere una terra non sua con una linea retta, infischiandosene degli indigeni che da sempre la abitano –, ormai è tristemente prevedibile.

Coup De Gueule: il settimo album di Tiken Jah Fakoly (2004)

  1. Plus rien ne m'étonne
  2. Quitte le pouvoir
  3. Alou maye
  4. Tonton d'America
  5. Démé
  6. Ça va faire mal
  7. Kuma
  8. Où veux-tu que j'aille
  9. L'Afrique doit du fric
  10. Sauver
  11. Imadjigui
  12. Allah



Plus rien ne m'étonne di Tiken Jah Fakoly

Compositore e autore: Tiken Jah Fakoly
Testo: ℗ 2004 Barclay
Sezione ritmica: Sly & Robbie
Prodotto da: Tyrone Downie
Etichetta: Barclay
Ils ont partagé le monde, plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!

Si tu me laisses la Tchétchénie,
Moi je te laisse l’Arménie
Si tu me laisse l’afghanistan
Moi je te laisses le Pakistan
Si tu ne quittes pas Haïti,
Moi je t’embarque pour Bangui
Si tu m’aides à bombarder l’Irak
Moi je t’arrange le Kurdistan.

Ils ont partagé le monde, plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!

Si tu me laisses l’uranium,
Moi je te laisse l’aluminium
Si tu me laisse tes gisements,
Moi je t’aides à chasser les Talibans
Si tu me donnes beaucoup de blé,
Moi je fais la guerre à tes côtés
Si tu me laisses extraire ton or,
Moi je t’aides à mettre le général dehors.

Ils ont partagé le monde, plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!

Ils ont partagé Africa, sans nous consulter
Il s’étonnent que nous soyons désunis.
Une partie de l’empire Maldingue
Se trouva chez les Wollofs.
Une partie de l’empire Mossi,
Se trouva dans le Ghana.
Une partie de l’empire Soussou,
Se trouva dans l’empire Maldingue.
Une partie de l’empire Maldingue,
Se trouva chez les Mossi.

Ils ont partagé Africa, sans nous consulter!
Sans nous demander!
Sans nous aviser!

Ils ont partagé le monde, plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!
Plus rien ne m’étonne!
Si sono spartiti il mondo, ormai non mi stupisce più nulla!
Nulla mi stupisce più!
Nulla mi stupisce più!

Se tu mi lasci via libera in Cecenia,
io ti lascio carta bianca in Armenia.
Se tu mi lasci l'Afghanistan,
io ti lascio il Pakistan.
Se non te ne vai da Haiti,
io ti trascino a Bangui.
Se mi dai una mano a bombardare l'Irak,
io ti sistemo la questione del Kurdistan.

Si sono spartiti il mondo, ormai non mi stupisce più nulla!
Nulla mi stupisce più!
Nulla mi stupisce più!

Se mi lasci il controllo dell'uranio,
io ti lascio quello dell'alluminio.
Se mi lasci i tuoi giacimenti,
io ti aiuto a cacciare i Talebani.
Se mi passi un bel po' di soldi,
io scendo in guerra al tuo fianco.
Se mi lasci estrarre il tuo oro,
io ti aiuto a fare fuori il generale.

Si sono spartiti il mondo, ormai non mi stupisce più nulla!
Nulla mi stupisce più!
Nulla mi stupisce più!

Si sono spartiti l'Africa, senza consultarci.
E poi si stupiscono se siamo divisi.
Un pezzo dell'impero Mandingo
è finito in terra Wolof.
Un pezzo dell'impero Mossi
è finito dentro il Ghana.
Un pezzo dell'impero Susu
è finito in mano ai Mandingo.
Un pezzo dell'impero Mandingo
è finito in mezzo ai Mossi.

Si sono spartiti l'Africa, senza consultarci!
Senza chiederci nulla!
Senza nemmeno avvisarci!

Si sono spartiti il mondo, ormai non mi stupisce più nulla!
Nulla mi stupisce più!
Nulla mi stupisce più!





Stefania Bergo
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Twenty One Pilots: l'oscura allegoria di «Drag Path» da Breach: Digital Remains

Twenty One Pilots: l'oscura allegoria di «Drag Path» da Breach: Digital Remains

Copertina di Drag Path, la bonus track dei Twenty ∅ne Pil∅t

Musica Di Rosanna Costantino. Drag Path è una bonus track di Breach: Digital Remains, edizione esclusiva dell’album originale dei Twenty ∅ne Pil∅ts uscito il 12 settembre 2025. Il testo di Tyler Joseph racconta la fuga da tutto ciò che ci vuole distruggere e il disperato bisogno di lasciare un segno a chi viene dopo di noi.

Le canzoni dei Twenty ∅ne Pil∅ts sono famose per essere orecchiabili e ballabili, ma sono anche dei veri e propri manifesti della nostra psiche, delle piccole tavolozze in cui le pennellate sono le note musicali, e i colori sono le parole e le immagini che generano nella nostra testa. Anche quelle che possono sembrare – e che vengono ingiustamente considerate – delle tracce minori o poco conosciute, sono, per la verità, scritte con la stessa cura di quelle che hanno un’impostazione più radiofonica.

Prendiamo Drag Path, una bonus track di Breach: Digital Remains, edizione esclusiva dell’album Breach uscito il 12 settembre 2025 con un libretto digitale di 50 pagine con testi scritti a mano, fotografie rare e oggetti personali.

È una traccia rilasciata a sorpresa, inizialmente solo per i pochi che avevano acquistato l’edizione speciale digitale. E invece, poi, è diventa amatissima da tutti i fan poichè appare chiaro che rappresenti il completamento del percorso artistico fatto finora dalla band, ma anche l’epilogo di una storia allegorica che ci è stata raccontata da Tyler Joseph e Josh Dun in un arco temporale di ben dieci anni e cinque album.


Come per altri brani della loro discografia, Drag Path ha diverse chiavi di lettura.

Letterale, introspettiva, oppure più metaforica.
Quando vedo gli occhi del diavolo
Una corrente mi percorre lungo la schiena
Mi ha trovato
Sembra che io abbia perso di nuovo
Una storia raccontata fino alla nausea.
L’autore Tyler Joseph ci racconta dove si trova in questo preciso istante, dopo aver attraversato la via impervia della propria salute mentale, tra pensieri depressivi, crisi religiose e di identità, autolesionismo, depressione e fallimenti. Sembra di vederlo – e lo vediamo per davvero nel video di City Walls – in piedi davanti al male che lo guarda e lo sfida ancora una volta, senza sosta. E nonostante le mille prove vinte, ancora sente un fremito di paura che gli corre lungo la schiena: non è ancora finito quel ciclo in cui è bloccato, anche se l’istinto gli suggerisce di fuggire, finché il sole sorge e con lui la speranza.

Sia l’estetica visiva, con la copertina rossa con la sagoma nera del cantante che ricorda una figura demoniaca, che quella sonora sono perfettamente in sintonia con i vari strati di significati e le parole ricercate e ben studiate.

La linea sottile del synth rende la musica eterea, mentre le note velate al piano sono sorrette dalla ritmica come sempre decisa del batterista Josh Dun. La voce del cantante Tyler viene inglobata nella melodia, con la sua dolcezza, i suoi falsetti, i suoi scatti melodici. Quel «Can you, can you, can you» ripetuto e volutamente sottolineato con un crescendo, è come una invocazione che viene direttamente dallo stomaco. Come una richiesta di aiuto o un senso di riscatto nei confronti del suo malessere. E ci lascia con la domanda: quel «Can you find me?» a chi è rivolto? A Dio? A chi lo salverà? Alla sua sanità mentale? L’interpretazione è libera.

Drag Path, come è facile intuire, piace subito ai fan, anche a chi non ha comprato l’edizione speciale, dal momento che è trapelato sui social.

Qualche tempo dopo, il 18 febbraio 2026, i due ragazzi ne rilasciano una versione leggermente modificata su tutte le piattaforme di streaming, accompagnata da un video animato che assomiglia di più a un cortometraggio, come capita spesso con i video dei Twenty ∅ne Pil∅ts. Il protagonista è un piccolo coniglietto dalla faccia dolce e buffa e qui il riferimento è a uno dei versi più iconici della band, quello di Heavydirtysoul, «Death inspires me like a dog inspires a rabbit», quando la morte costringe l’autore a vivere la propria vita intensamente, proprio come un coniglio è spinto a correre alla massima velocità per sopravvivere quando viene inseguito da un cane. Il progetto visivo nasce in origine per la tesi del suo autore, Tobias Gundorff Boesen, ben 16 anni fa, per il corso di Animazione presso un laboratorio di Viborg, in Danimarca. Girato in esterni nelle foreste che circondano la cittadina danese, con la colonna sonora di Slow Show dei The National, si intitola Out of Forest, rimane impresso a Tyler tanto da volerlo adattare alla nuova traccia.

Il videoclip di Drag Path si apre con il suo autore vestito da mago che sale su un palco illuminato debolmente.

La scena poi si sposta in un bosco fiabesco dove seguiamo le vicende del coniglio protagonista che partecipa entusiasta a un banchetto di famiglia, tra foto ricordo e risate. Ma nell’oscurità si muove l’ombra inquietante di un lupo pericoloso che si avventa sui poveri inermi personaggi, risparmiando però il protagonista che riesce a dileguarsi, ma non del tutto. E quando il lupo sta per avventarsi anche su di lui, una mano – forse divina? – esce dal cielo illuminato solo da una bella luna piena, e lo prende per lo orecchie, di fatto, salvandolo. Solo in seguito si scopre che si tratta della mano del mago, che sta eseguendo il classico numero del coniglio che esce dal cappello, tra gli applausi del pubblico.



Drag Path è una favola oscura.

Tocca anche il tema religioso di un Dio che salva, ma introduce allo stesso tempo un risvolto inatteso che spezza la rigidità di questa lettura, aggiungendo una sfumatura simpatica, quasi ironica. Drag Path racconta la fuga da tutto ciò che ci vuole distruggere e il disperato bisogno di lasciare un segno a chi viene dopo di noi: come il dolce coniglio, anche noi corriamo costantemente per salvarci, e in questa corsa sfrenata non abbandoniamo la speranza che qualcuno segua le nostre impronte e riesca, finalmente, a trovarci. E metterci in salvo.



Rosanna Costantino
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Buon compleanno Chester!

Buon compleanno Chester!

Buon compleanno Chester!

Musica Di Rosanna Costantino. Oggi sarebbe stato il suo compleanno. Invece Chester Bennington si è tolto la vita nel 2017, lasciando un gran vuoto, perché la sua umana fragilità era in fondo simile alla nostra. Ed è quella che oggi vorrei celebrare: buon compleanno Chester!

«Ci sono le rockstar e poi c'è Chester Bennington», così scriveva un giornalista che aveva assistito a un’esibizione live del frontman dei Linkin Park. E poi proseguiva: «Non è tanto una rockstar quanto un artista nato per “sanguinare” sul palco», o per brillare. È quella sua attitudine di incantare e infiammare le folle che oggi ci manca di più e che vogliamo continuare a ricordare.


Oggi Chester Bennington avrebbe compiuto 50 anni se solo la depressione non avesse spento per sempre il suo magnifico sorriso quel maledetto 20 luglio del 2017.

Cinquant'anni fa la vita regalava al mondo un fremito di passione che ha cambiato i destini di milioni di persone con la sua luce capace di squarciare le più profonde e spaventose oscurità. Un'energia primordiale, che bruciava di passione ogni singola nota, ha preso il controllo delle anime dei suoi fan e non le ha mai più abbandonate. Un legame che si è consolidato ancora di più dopo la sua scomparsa e ha trasformato questa ricorrenza nella celebrazione più commossa della sua vita e della sua arte, ripercorse minuziosamente nel mio libro In the end. Una biografia non ufficiale di Chester Bennington.

Con i brividi sulla pelle e un sussulto nel cuore, oggi più che mai, risuona nella mente quella sua voce angelica cantare: «When you're feeling empty keep me in your memory. Leave out all the rest» [Leave out all the rest, Minutes to Midnight].


Inutile dire quanto l’assenza di Chester Bennington pesi ancora e quanto quella sensazione di ingiustizia sarà sempre insita nel profondo di chiunque lo ami.

Ma la sua musica ha il potere di raggiungere gli angoli più nascosti dell’anima e guarire ciò che nient’altro può, attraverso il modo in cui riesce a far tremare la nostra pelle con la sua voce e le sue urla e a far pulsare forte i grovigli del cuore.
Abbiamo amato intensamente e amiamo quelle sue cicatrici che non ha mai chiesto e quel dolore che si è trasfigurato in un universo di incanto e splendore.
Forse questo vuoto che proviamo non sarà mai riempito. Forse possiamo provare a dimenticare il dolore quando ci lasciamo riscaldare da quel suo calore prorompente, e forse possiamo provare a domandare alle stelle, perché sappiamo che lui è lì e guarda giù verso di noi.
In questi ultimi anni abbiamo raccolto la sua eredità e ogni giorno cerchiamo di affrontare e tenere a bada il buio dentro di noi, ripetendo ogni volta che ne sentiamo il bisogno: «Remember all the sadness and frustration and let it go» [Iridescent, A Thousand Suns].


Oggi celebriamo la sua umana fragilità così simile alla nostra, il suo entusiasmo genuino e gli rivolgiamo un pensiero commosso e grato, perché non pensare a lui sarebbe come non pensare, non ascoltare musica, non vivere.

Jonathan Davis, frontman dei Korn, disse di lui: «Ci vorrebbero più Chester nel mondo».
Il che è vero, ma a noi sarebbe bastato poter godere ancora della sua presenza e del suo vitale entusiasmo.
Buon compleanno, Chester. Ci manchi. Ti cerchiamo nella nostra memoria con gli occhi che bruciano. L’oscurità ti terrà stretto, finché il sole non sorgerà.



Rosanna Costantino
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Canzoni come poesie: «Barche di carta» di tellynonpiangere

Canzoni come poesie: «Barche di carta» di tellynonpiangere

Canzoni come poesie: «Barche di carta» di tellynonpiangere

Musica Di Stefania Bergo. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: Barche di carta, di tellynonpiangere, una nuova voce del panorama indie-pop italiano. Un testo che racchiude la storia di affido del cantautore, parole come grida di disagio, ma anche empatiche e accoglienti. Perché basta una brezza appena più sostenuta per affondarci, ma la stessa può anche sospingerci lontano, verso un futuro luminoso.

Giorgio Campagnoli, in arte tellynonpiangere, classe 2001, è un cantautore emiliano, una delle rivelazioni dell'edizione appena terminata di X-Factor.
Anima sensibile, «mood tendente al blu», come lui stesso dice, ha incantato il pubblico con la dolcezza della sua voce e la profondità del suo inedito, Barche di carta. Criticato per la sua mancanza di estensione vocale, ha riconfermato – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che non è la performance muscolare che fa l'artista, ma la capacità di veicolare messaggi ed emozioni, facendoli arrivare oltre la superficie, tra il respiro e il battito.
Di lui si dice abbia cominciato a cantare per gioco, registrando i primi brani tra amici con il cellulare. Più probabilmente, per tellynonpiangere l'espressione musicale, e in generale quella artistica – dato il suo percorso di studi –, è un bisogno, per raccontarsi e forse mettere ordine nel suo caos.

Se la timidezza gli dimezza le parole e pone una barriera invalicabile tra lui e qualsiasi interlocutore dal vivo e sul web, la scrittura gli ha permesso di farci conoscere la sua storia.

Non ha mai conosciuto suo padre . Ha vissuto con la madre naturale la prima infanzia e poi è stato affidato a diverse famiglie – «Ho cambiato tante case come fossero T-shirt». Una vita che gli ha lasciato addosso tracce indelebili che lui ha riempito di note e parole.
Nel 2022 ha esordito con il singolo Blu, cui sono seguite altre canzoni, tra cui – non in ordine cronologico – Vocine, Canterino, Acqua, Non mi piacciono molto le persone, Spinario, Appeso e L’unica, rivelandosi una delle voci più autentiche della nuova scena indie-pop italiana.
I ritmi non sempre sono malinconici, a volte il testo è apertamente in contrasto con la melodia, specchio di due aspetti della personalità di tellynonpiangere, in bilico perenne tra malinconia e ironia.

Barche di carta è l'inedito presentato da tellynonpiangere a X-Factor. Racconta il suo passato, ma può parlare di ognuno di noi, che almeno una volta nella vita ci siamo sentiti impotenti, in balia del vento.

«Dentro sto male e fuori è pure peggio» inizia a cantare. Barche di carta, come le altre sue canzoni, ha un peso specifico notevole, racconta la sua storia di affido, che diviene protagonista in un singolo dalle frasi che aprono brecce anche nei cuori più insipidi. Ma non c'è rabbia nelle sue parole, nessuna recriminazione o accusa, se non quel «Mi hai dato una carezza e mi hai centrato in pieno», immagine nitida di un gesto apparentemente affettuoso che in realtà ferisce per tutte le condizioni al contorno. La voce è dolce, carezzevole, grave. Quello che colpisce in piena faccia sono le parole, senza enfasi artificiosa, dritte, lineari, fendenti.
Racconta una quotidianità di amici che si sostengono – «quando ci vediamo parliamo, ridiamo» – che sono famiglia, che cercano un modo per sentirsi meglio, anche se a volte ne trovano di sbagliati.
«Siamo ciò che ci manca» canta tellynonpiangere nel ritornello, riferendosi a un'assenza pesante, un nulla con cui inevitabilmente si deve confrontare quando si guarda allo specchio e nota dei lineamenti che parlano di chi non c'è, non c'è mai stato – «Ho gli occhi di mio padre e non so come sia», e sono proprio gli occhi malinconici il suo tratto distintivo.

Ci sono modi diversi per reagire alle ferite della vita.

Ognuno trova il proprio, arrendendosi al buio o aggrappandosi a un tenue raggio di sole.
Giorgio Campagnoli pare inseguire un bagliore che da dentro gli graffia la pelle per uscire. E dall'esofago gli è salita anche Barche di carta, una poesia che parla a molti. Perché se il dolore può indurire l'anima, può anche metterci in vibrazione con altre persone che hanno percorso il nostro stesso sentiero di sassi e spine. Ed è proprio l'empatia che affiora da questo testo – «Ed ogni tuo dolore me lo sento mio» –, l'esortazione ad avvicinarci a chi sentiamo a noi simile, a chi è famiglia anche senza legami di sangue – noi, che almeno una volta nella vita ci siamo sentiti inutili come «cocci rotti», trascurabili come «il giallo dei semafori», dimenticati, come fazzoletti «nelle tasche dei jeans». Il rischio è quello di restare soli – «Chi si salva da solo poi ci resta da solo».
Barche di carta è anche un invito a riconoscere i nostri piccoli grandi successi quotidiani, ad essere per primi fan di noi stessi, mentre spesso capita di non spaer riconoscere il proprio valore – «Tagliamo dei traguardi e poi non ci premiamo».
Siamo fragili come barche di carta nel vento, è vero, basta una brezza appena più sostenuta per affondarci. Eppure, la stessa brezza può anche sospingerci lontano, verso un futuro luminoso. Sta a noi imbrigliarla a nostro favore. E mi piace pensare che tellynonpiangere ci sia riuscito e stia prendendo il largo.

«All’essere un pó blu ti ci affezioni.»
tellynonpiangere




Barche di carta di tellynonpiangere

Musica: Gianmarco Manilardi, Giorgio Campagnoli, Teseghella
Testo: Gianmarco Manilardi, Giorgio Campagnoli, Teseghella
Prodotto da: Gianmarco Manilardi
Etichetta: Atlantic Records Italy/Warner Music Italy‬
Dentro sto male e fuori è pure peggio
Con 'sto casino in giro almeno non ci penso
Che quando ci vediamo parliamo, ridiamo
Tra i fantasmi che sbuffiamo in cerchio
Se c'è un modo sbagliato per sentirci meglio
Che alla fine famiglia è con chi stai
Ma anche foto dove non ci sei
Non ci sei

Siamo ciò che ci manca
Chi si salva da solo poi ci resta da solo
Io ci canto con l'ansia
E ogni tuo dolore me lo sento mio
Quasi mi sento a casa
Non c'è un cane per strada come diceva Dalla
Qua nessuno che abbaia
Solo il vento ci affonda
Siamo barche di carta

Dentro un raggio di sole, fuori piange il cielo
Mi hai dato una carezza e mi hai centrato in piеno
Hai i pensieri incisi su un banco di scuola
Cercando lе parole, una parola sola
Che quando siamo soli pensiamo, pensiamo
Tagliamo dei traguardi e poi non ci premiamo
Vi piace, non so manco se mi piaccio io
Ho gli occhi di mio padre e non so come sia

Siamo ciò che ci manca
Chi si salva da solo poi ci resta da solo
Io ci canto con l'ansia
Ed ogni tuo dolore me lo sento mio
Quasi mi sento a casa
Non c'è un cane per strada come diceva Dalla
Qua nessuno che abbaia
Solo il vento ci affonda
Siamo barche di carta

Siamo cocci rotti
Il giallo dei semafori
Carta straccia in lavatrice
Nelle tasche dei jeans
Chi siamo, chi siamo
Se alla fine famiglia è un "come stai?"
Ma anche posti che ricorderai
Ricordi

Siamo ciò che ci manca
Chi si salva da solo poi ci resta da solo
Io ci canto con l'ansia
Ed ogni tuo dolore me lo sento mio
Quasi mi sento a casa
Non c’è un cane per strada come diceva Dalla
Qua nessuno che abbaia
Solo il vento ci affonda
Siamo barche di carta



Immagine di copertina: screenshot del video.


Stefania Bergo
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La metamorfosi di un testo musicale: «Rain Rain Rain» di Simon Butterfly

La metamorfosi di un testo musicale: «Rain Rain Rain» di Simon Butterfly

La metamorfosi di un testo musicale: il caso di «Rain Rain Rain» di Simon Butterfly

Musica Di Davide Dotto. Di cover in cover, un viaggio tra le versioni di Rain Rain Rain: da Simon Butterfly a Marie Laforêt, tra traduzioni, riscritture affettive e poetiche, una trasformazione che non è solo linguistica, è soprattutto narrativa, poetica, culturale. E riflette la vitalità stessa dell’atto interpretativo, quando abbandona l’imitazione per farsi scrittura originale.

Nel vasto e variegato mondo musicale, prima o poi ci siamo imbattuti nel termine cover, un fenomeno più complesso di quanto possa sembrare. Una cover può essere molte cose: un gesto di appropriazione, una rilettura che getta nuova luce, una riscrittura radicale capace di infondere nuova anima a un brano.

Tradotta e reinterpretata, una canzone può davvero trasformarsi in qualcos’altro, in una nuova storia.

Il dibattito sul significato e sul valore delle cover non appartiene solo al passato: continua ad animare la scena musicale contemporanea. Ne è prova la recente querelle tra Laura Pausini e Gianluca Grignani a proposito del brano La mia storia tra le dita, che ha riportato al centro la questione della paternità di un testo, della melodia e del diritto all’interpretazione.
Alcune canzoni che oggi consideriamo iconiche sono, in realtà, cover.
Non mancano adattamenti totali che spostano il punto di vista, cambiano il genere, riscrivono l’emozione. In questi casi, una voce maschile diventa femminile (o viceversa), un lamento amoroso si trasfigura in invocazione familiare, una metafora meteorologica si dissolve in una narrazione drammatica: il testo si emancipa proponendo una nuova storia, nuovi protagonisti e un differente destinatario emotivo.

Rain, rain
Oh, rain, rain
Oh, rain, rain va, la
Oh, rain, rain va, la

Oh, rain, rain
Since you went away
Oh, rain, rain
Beating down all day
Oh, rain, rain
Never seen such rain
Oh, rain, rain
Everything in rain

Lovers often fight about fat smallic quarrel
Making up will be born right that′s the moral
When we parted that mind you, you're mine
Did our hearts mean goodbye
So lovers separate and hurt one another
Leaving all to fate and then they discover
They believe it makes two lovers same
So they must start again

Oh, rain, rain
Since my love has gone
Oh, rain, rain
Sun has never shone
Oh, rain, rain
Hear it beating down
Oh, rain, rain
Feel like I′m gonna drown
Oh, rain, rain
Wonder where you are
Oh, rain, rain
Never see the star
Oh, rain, rain
Can it start the strain
Oh, rain, rain
Life is only rain

Say we meet again I can't live without you
Every dream I ever dream is about you
I shall know when I see your eyes shine
You will always be mine

Oh, rain, rain
Since you went away
Oh, rain, rain
Beating down all day
Oh, rain, rain
Flooding through my brain
Oh, brain, brain
Driving me insane
Insane, insane.

Ne è un esempio emblematico Viens Viens di Marie Laforêt, riscrittura profonda di Rain Rain Rain di Simon Butterfly, entrambe pubblicate nel 1973.

Il brano originale, Rain Rain Rain di Simon Butterfly, non parla che della pioggia, usata come metafora – ossessiva e prevedibile – di una delusione amorosa. Nella rielaborazione francese, il testo firmato da Ralph Bernet mette in scena la supplica straziante di una figlia rivolta al padre assente.
Il punto di vista narrativo si ribalta: non è più quello di un innamorato deluso. Il tono si fa più lirico e disperato, l’evocazione della pioggia scompare, lasciando spazio a un dialogo interiore intimo e doloroso. Questo effetto è reso ancor più intenso dalla capacità recitativa di Marie Laforêt, artista poliedrica che riesce a dare voce a emozioni complesse e sfumate.
Con una filmografia che conta circa 50 titoli, Laforêt era innanzitutto un'attrice affermata, e questo si percepisce chiaramente nella sua interpretazione – in Italia la ricordiamo, tra l’altro, nella serie La Piovra 3 (1987) e nell’adattamento di A che punto è la notte di Nanni Loy, tratto dall’omonimo romanzo di Fruttero e Lucentini (miniserie del 1994). L'interpretazione data è talmente intensa e autentica da suggerire che il vissuto personale di Marie Laforêt si sia fuso con le parole del brano, conferendo alla supplica una profondità e un'emotività uniche.



Esiste anche una versione italiana (adattata da Gian Pieretti), Lei Lei, incisa dalla stessa Marie Laforêt e successivamente ripresa da Dalida.

Lei Lei di Dalida rispecchia in larga parte la struttura e il contenuto di Viens, Viens, ma introduce variazioni che ne modificano la percezione.
Una differenza rilevante emerge nel verso «torna a casa se puoi»: una formula che introduce un margine di dubbio, una possibilità sospesa – forse una forma di pudore emotivo.
L’intensità non si attenua, ma si traduce in una malinconia più trattenuta, scandita da un lirismo delicato e convenzionale.

Viens, viens

Viens, viens, c'est une prière
Viens, viens, pas pour moi mon père
Viens, viens, reviens pour ma mère
Viens, viens, elle meurt de toi.
Viens, viens, que tout recommence
Viens, viens, sans toi l'existence
Viens, viens, n'est qu'un long silence
Viens, viens, qui n'en finit pas.

Je sais bien qu'elle est jolie cette fille
Que pour elle tu en oublies ta famille
Je ne suis pas venue te juger
Mais pour te ramener...
Il parait que son amour tient ton âme
Crois-tu que ça vaut l'amour de ta femme
Qui a su partager ton destin
Sans te lâcher la main?

Viens, viens, maman en septembre
Viens, viens, a repeint la chambre
Viens, viens, comme avant ensemble
Viens, viens, vous y dormirez.
Viens, viens, c'est une prière
Viens, viens, pas pour moi mon père
Viens, viens, reviens pour ma mère
Viens, viens, elle meurt de toi
Sais-tu que Jean est rentré à l'école
Il sait déjà l'alphabet, il est drôle
Quand il fait semblant de fumer
C'est vraiment ton portrait.

Viens, viens, c'est une prière
Viens, viens, tu souris mon père
Viens, viens, tu verras ma mère
Viens, viens, est plus belle qu'avant.
Viens, viens, ne dis rien mon père
Viens, viens, embrasse moi mon père
Viens, viens, tu es beau mon père
Viens, viens.

Lei, lei

Lei, lei canta una preghiera
Lei, lei che ritorni spera
Lei, lei si sta consumando
Lei, lei torna o morirà

Lei, lei ogni primavera
Lei, lei è bella come era
Lei, lei sola si dispera
Lei, lei aspetta solo te

Io io so che l'altra è molto graziosa
E per lei tu scordi la tua famiglia
Io non voglio giudicarti pero
Torna a casa se puoi

E sembra quasi che il suo amore ti leghi
E la mano di chi t'ama rinneghi
Ll destino di chi è stato con te
Tu scordare non puoi

Lei, lei un giorno di settembre
Lei, lei tinse la tua stanza
Lei,lei non puo stare senza
Lei, lei torna o morira
Lei, lei canta una preghiera

Lei, lei che ritorni spera
Lei, lei si sta consumando
Lei, lei torna o morirà

Il più piccolo è tornato già a scuola
Ci diverte quando legge qualcosa
Se fa finta di fumare pero
Ci ricorda un po te

Lei, lei torna padre mio
Lei, lei sto aspettando anch'io
Lei, lei nella nostra casa
Lei, lei manchi solo, solo, solo, solo, solo tu

Lei, lei non mi dire niente
Lei, lei oggi è più contenta
Lei, lei oggi è insieme a te
Lei, lei oggi è insieme a te

Lei, lei torna padre mio
Lei, lei sto aspettando anch'io
Lei, lei nella nostra casa
Lei, lei manchi solo tu.

Le versioni a confronto: Viens Viens e Lei Lei

È possibile che anche alcune scelte linguistiche abbiano contribuito alla minore incisività del brano: espressioni come “tinse la tua stanza” o “E la mano di chi t'ama rinneghi” risultano  leggermente auliche, e poco adatte alla naturalezza emotiva che ci si aspetta da un pezzo pop.
Questo registro, più vicino alla lingua letteraria che  parlata, potrebbe aver reso Lei Lei meno immediata, limitandone la presa sul pubblico italiano.
Il ritornello di Lei Lei introduce un effetto straniante: invece di rafforzare il coinvolgimento emotivo, come accade con il francese, tende a frammentare la narrazione, creando distanza con l’ascoltatore. In Viens Viens, «Maman en septembre... a repeint la chambre», la presenza esplicita della madre rafforza il legame affettivo, rendendo la scena più vivida. L'interpretazione italiana, invece evoca una figura terza, un’impersonalità  che attenua l’impatto drammatico.
Questa scelta, unita al lessico ricercato (“tinse”, “rinneghi”), contribuisce a un’eleganza formale che però ne raffredda l’emozione. Tuttavia, è proprio grazie all'interpretazione altrettanto intensa di Dalida che questa rilettura lascia un segno, colmando le incertezze linguistiche con una vocalità drammatica e avvolgente. Dove le parole non arrivano, arriva la voce.



Ciò emerge con ancora più forza nell’ultima strofa, dove si intuisce un cambiamento di atmosfera: il ritorno sembra imminente, forse è già avvenuto.

È un finale aperto, ma segnato da una fiducia trattenuta – una possibilità di riconciliazione che Viens Viens non contempla.
È una scelta che può essere letta anche alla luce del contesto storico italiano degli anni Settanta, segnato dall’approvazione della legge sul divorzio (1970) e dal successivo referendum abrogativo (1974). In quegli anni, l’idea di famiglia veniva profondamente ridefinita, tra nuove forme di rottura e il bisogno di elaborare in modo diverso il dolore affettivo.
L'adattamento riflette proprio questo clima: da un lato, il riconoscimento della sofferenza di una donna abbandonata; dall’altro, la speranza che la frattura possa essere ricomposta. Un messaggio che, nella sua apparente semplicità, traduce poeticamente la tensione tra un mondo che cambia e una visione ancora saldamente radicata nella tradizione.

L'originale inglese di Simon Butterfly presenta un approccio puramente sentimentale.

Rain Rain Rain procede per ripetizioni insistenti che creano un effetto ipnotico, costruendo l'intera composizione attorno a una metafora meteorologica essenziale e di per sé scontata. La pioggia diventa il correlativo oggettivo di una condizione emotiva, sviluppata su un nucleo tematico circolare.
La versione Viens Viens aggiunge invece l'aspetto narrativo, un abbozzo di caratterizzazione e lo sviluppo di un vero e proprio racconto con dignità letteraria.
Ma c'è di più.

Il testo di Rain Rain Rain è costruito su una serie di stereotipi che mal si prestano a una riproduzione diretta in altre lingue senza perdere mordente.

Per poter funzionare in altri contesti, la canzone ha dovuto essere rimodellata e adattata con decisione.
È diventata, insomma, una matrice da cui si sono generate versioni autonome e profondamente differenti. La trasformazione non è quindi solo linguistica: è narrativa, poetica, culturale. E riflette la vitalità stessa dell’atto interpretativo, quando abbandona l’imitazione per farsi scrittura originale.

Traduzioni parallele o progetto condiviso?

C’è un dato che colpisce per la sua forza simbolica e logistica: Rain Rain Rain, Viens ViensLei Lei, e persino la versione spagnola Ven ven di Marisol, sono tutte pubblicate nel 1973. Non si tratta di semplici adattamenti successivi, ma di varianti coeve, nate quasi in parallelo in diversi Paesi europei. A distanza di mesi (e talvolta settimane) l’una dall’altra, rivelano l’esistenza di una vera e propria operazione editoriale continentale, pensata per plasmare un brano-matrice.
Il successo non precede le versioni: le crea. Assistiamo alla diffusione sincronica di una melodia essenziale – di fatto un brogliaccio – che si lascia riscrivere.
Al tempo stesso, questa pluralità di voci imprime una dimensione corale, rendendo ciascuna versione parte di una costellazione narrativa che attraversa confini, generi e sensibilità.

Nel mondo della canzone d’autore, non era raro che un brano venisse lanciato su più mercati attraverso versioni parallele in diverse lingue, a volte con il coinvolgimento diretto di artisti di nazionalità diverse. 

Questa strategia di co-creazione e adattamento internazionale era già prassi consolidata negli anni Sessanta e Settanta, soprattutto per brani destinati al grande pubblico europeo. Canzoni come Comme d’habitude (ripresa poi da Frank Sinatra nella versione My Way) o Tornerò dei Santo California (riproposta poi come Apprends-moi da Mireille Mathieu) sono esempi noti. Tuttavia, in quei casi la dinamica sembra più lineare: esisteva un originale riconoscibile, da cui derivavano versioni successive.

Nel caso di Rain Rain Rain ci troviamo di fronte a un fenomeno atipico per intensità, simultaneità e diffusione.

Non è solo il segno di una buona intuizione commerciale, ma l’espressione di una collaborazione creativa transnazionale, capace di rendere un’idea musicale in apparenza modesta in un successo europeo multiforme. Un caso che anticipa, sotto molti aspetti, le logiche globali della musica pop contemporanea.
È possibile che il fenomeno abbia seguito una dinamica a effetto domino: il successo di Viens Viens nella versione di Marie Laforêt avrebbe dimostrato il potenziale commerciale del materiale melodico, innescando una reazione a catena che ha portato alla diffusione quasi simultanea delle altre.
La matrice musicale di Simon Butterfly – inizialmente poco considerata dai produttori – avrebbe trovato legittimazione proprio nel trionfo francese.

Zitas: la risposta greca.

Ogni nuova interpretazione – dalla spagnola Ven ven di Marisol alla greca Zitas di Marianna Toli –  nasce dal desiderio di replicare un successo adattandolo ai propri mercati linguistici. Il risultato è un fenomeno spontaneo di amplificazione culturale: una canzone che diventa europea non per pianificazione, ma per contagio artistico.
Alla mappa si aggiunge, grazie alla versione greca, un ulteriore tassello prezioso: essa prende una direzione autonoma rispetto sia alla matrice inglese sia alla riscrittura francese. Il titolo stesso, che significa “Chiedi”, inaugura una poetica del desiderio e della ricerca, sostituendo la ripetizione ossessiva di Rain Rain Rain con una litania matura, fatta di appelli e invocazioni per ricucire un legame spezzato.



Non c’è traccia del dramma familiare della versione di Marie Laforêt, né della malinconia liquida dell’originale inglese.

Il testo greco si presenta come una risposta consapevole e stilisticamente elaborata al lamento dell’amante abbandonato. Dove Simon Butterfly piange nella pioggia e si sente sopraffatto dalla perdita, Marianna Toli restituisce una maggior complessità. È il punto di arrivo di un processo di metamorfosi testuale che passa dal vittimismo all’introspezione attiva, dalla nostalgia alla possibilità di rinascita.
Volendo, potremmo ora leggere il trittico europeo come una vera e propria sequenza di narrazioni complementari, generate da una stessa base melodica ma autonome nei contenuti.



Metamorfosi a confronto: tre voci, tre prospettive.

Questo conferma che non ci troviamo di fronte a semplici adattamenti, ma a un processo di rielaborazione profonda del testo che ha seguito percorsi paralleli.
La traduzione del testo greco rivela la dimensione più affascinante dell'operazione: l'interpretazione di Marianna Toli non si limita a nobilitare il materiale grezzo, ma risponde al lamento inglese. Se Simon Butterfly geme «rain, rain, since you went away», la cantante greca replica con «ζητάς» (chiedi), convertendo la passività in azione, il vittimismo in proposta. Non è più piango perché te ne sei andato, ma chiedere, aprire alla possibilità di un ritorno (riallacciandosi al testo francese). È alchimia narrativa: ribalta i ruoli. Mentre Marie Laforêt modifica il genere (da amoroso a familiare), Marianna Toli ribalta la prospettiva (da passiva ad attiva).
La versione greca Zitas – ripresa nella cover di Evridiki del 1991 – non si limita a riscrivere il brano originale, ma lo contraddice silenziosamente, rispondendo a un certo immaginario sentimentale tipico della canzone d’autore maschile anni Sessanta e Settanta. Un universo in cui l’uomo, abbandonato, si dispera e sublima la donna assente, elevandola a figura angelicata e silenziosa, mentre evita ogni dialogo.

La donna diventa un’assenza decorata di fiori, mentre l’emotività maschile occupa tutta la scena.

È l’immaginario di brani come Fiori bianchi per te interpretata da Salvatore Adamo – già esso stesso riscrittura di un originale francese – o Rose rosse di Massimo Ranieri.
Anche Rain Rain Rain si muove in questo solco, una forma di autoassoluzione passivo-aggressiva. La donna è evocata come colpevole e inaccessibile, e la pioggia dell’abbandono diventa un alibi per non agire.
Contro questa narrazione, Zitas propone un controcanto: una donna che si interroga, che cerca, che chiede, ma che non si annulla. È una voce che tenta di ricostruire un legame su basi nuove, senza indulgere nel lamento o nella mitizzazione. In questo senso, la versione greca è una risposta culturale e poetica a un lessico sentimentale datato.

I testi esaminati diventano specchio di epoche e di modelli relazionali che la lingua veicola e cristallizza, senza che nessuno possa dirsi dominante sugli altri.  

Non è solo questione di stile, ma di posizionamento dell'io: chi parla, a chi, e perché? Il linguaggio da cui queste riscritture sembrano affrancarsi è quello del controllo, della colpa, del non-ascolto — un immaginario che non scompare, ma si evolve attraverso i decenni.
Dalla vittimizzazione sentimentale degli anni Sessanta e Settanta ("piango perché mi hai lasciato") si passa, talvolta, alla sacralizzazione dell’io creativo: un artista che reclama spazi inviolabili anche dagli affetti più prossimi, e che talvolta — l'ha messo in luce in un suo testo Roberto Vecchioni — riduce figli e compagna a vuoti dettagli sacrificati al trenino della letteratura.
È un’altra forma di autoreferenzialità, più colta ma non meno problematica: il soggetto-poeta si erge a custode del senso, e in questo stesso gesto rischia di dissolvere l’altro — non più assente per dolore, ma marginale per struttura. L’evoluzione è emblematica: dai fiori per l’assente ai monologhi del genio incompreso, il denominatore comune resta l’io al centro, che pretende comprensione senza offrirla, ascolto senza restituirlo.

Forse è proprio questo il destino delle canzoni: non restare mai ferme.

Passano da una lingua all’altra, cambiano voce, prospettiva, funzione. Si piegano ai codici del tempo e, nel farlo, ne rivelano le crepe. Ogni nuova rielaborazione è una domanda rivolta al presente: che cosa possiamo ancora dire dell’amore, della perdita, del ritorno?
E così, dalla pioggia sentimentale di Simon Butterfly al pudore filiale di Marie Laforêt, fino alla fermezza poetica di Marianna Toli, non assistiamo soltanto a un gioco musicale. Assistiamo alla riscrittura del linguaggio affettivo.
Non si può dire, al momento, molto di più: le fonti disponibili sulla genesi e la diffusione di Rain Rain Rain sono piuttosto lacunose. La stessa voce di Wikipedia si limita a riportare dati essenziali su autore, anno e adattamenti principali, senza approfondire le dinamiche editoriali o gli aspetti narrativi e poetici delle letture che ne sono derivate.
Cercando online, ci si può imbattere in molte altre versioni, persino in una in lingua tedesca dello stesso Simon Butterfly, coeva a quella inglese.

In fondo, si potrebbe dire che il brano originale sia la cover di se stessa, un paradosso che ne rivela la natura più autentica: non un testo, ma un’idea musicale in costante metamorfosi.

Tra gli altri testi in circolazione, si segnala quello cecoslovacco di Karol Duchon, Šiel šiel (si potrebbe tradurre con "se ne andò" o "partì"), che assume un'accezione quasi eroica, trasformando il lamento in un viaggio epico, solenne.
Poi c'è quello polacco di Lidia Stanisławska, Wiem wiem (un verbo che richiama Viens viens come la spagnola Ven ven, ma che si deve tradurre con "So so")  che si focalizza su una nuova introspezione.
Merita un cenno la turca di Füsun Önal, Gel gel, che ha un tono più leggero e quasi giocoso.
Infine,  la rielaborazione orchestrale di Paul Mauriat che, pur facendo a meno di un testo, veicola un'emozione profonda sottolineando, in fondo, la versatilità  e la forza intrinseca della melodia originaria.





Davide Dotto
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I Linkin Park incendiano Milano: un ritorno emozionante all’I‑Days 2025

I Linkin Park incendiano Milano: un ritorno emozionante all’I‑Days 2025

I Linkin Park incendiano Milano: un ritorno emozionante all’I‑Days 2025

Musica Di Rosanna Costantino. Martedì 24 giugno, i Linkin Park sono tornati in Italia all’I-Days festival dopo otto lunghi anni, regalando a una folla di più di 78.000 fan un evento con un impatto emotivo molto intenso: un tributo al compianto Chester Bennington e alla band, proiettata al futuro con la voce di Emily Armstrong.

Martedì 24 giugno, l’Ippodromo Snai La Maura si è trasformato nel palcoscenico di un rito collettivo: i Linkin Park sono tornati in Italia, all’I-Days festival, dopo otto lunghi anni, regalando a una folla di più di 78.000 fan una performance memorabile. L’ultima volta della band californiana nel Bel Paese è stata il 17 giugno del 2017, a Monza, con il loro storico e compianto frontman Chester Bennington, che solo un mese dopo si è tolto la vita nella sua casa di Los Angeles a causa della depressione di cui soffriva da tempo.
Da quel momento in poi, la band scioccata, ha interrotto tour e produzione di dischi, prendendosi il tempo necessario per elaborare la perdita del loro amico e collega. Sono tornati insieme sul palco il 27 ottobre 2017 all'Hollywood Bowl per uno spettacolo tributo in sua memoria. Poi, per anni, non si è mai parlato ufficialmente di un ritorno, solo sporadiche dichiarazioni che lasciavano intendere ancora tanta confusione.


Nell'ultimo anno, voci sempre più insistenti si sono rincorse intorno alla scelta di un nuovo frontman, fino all’annuncio a sorpresa di un misterioso countdown nell’autunno del 2024.

Conto alla rovescia che ha svelato una data misteriosa, 9 settembre 2024, giorno del ritorno dei nuovi Linkin Park al Kia Forum, che tra le note di un pezzo nuovo di zecca dal titolo The Emptiness Machine, ha presentato la formazione con Emily Armstrong (già cantante dei Dead Sara), Colin Brittain alla batteria al posto di Ron Bourdon e Alex Feder alla chitarra in sostituzione di Brad Delson nei live. Oltre agli storici Mike Shinoda (rapper e polistrumentista), Joe Hahn (DJ) e Dave Farrell (al basso). A conclusione, è stata annunciata l’uscita del nuovo album dal titolo From Zero, come il primo nome della band (Xero) e come la volontà di ripartire in qualche modo “da zero”, in termini di rinascita spirituale dopo uno stop così tragico.

© Rosanna Costantino

Il live di Milano ha registrato il sold‑out in soli 72 ore dall’apertura delle vendite, prova di quanto l’interesse e la passione per la band siano ancora vivi e radicati.

Il giorno prima del live di Milano è stato organizzato un evento pop-up chiamato “Linkin Pizza”, nella pizzeria Da Zero – non a caso come il titolo dell’album. Nello speciale menù preparato appositamente per l’occasione, pizze dai nomi che richiamavano la loro discografia e merchandising a tema, come magliette e cappelli. I più fortunati, tra i tanti partecipanti accorsi, hanno potuto anche salutare la band che, a sorpresa, è passata per assaporare le specialità e firmare autografi.

Al festival, oltre ai Linkin Park, gruppo di punta della serata, si sono esibiti il rapper statunitense JPEGMAFIA, il gruppo emo-rock Jimmy Eat World e la band metalcore canadese Spiritbox.

Artisti che hanno preparato il terreno alle oltre due ore di esibizione dei sei californiani, tra vecchi successi – tra cui Somewhere I Belong, Numb, Crawling, Waiting For The End, Faint, A Place For My Head e l’immancabile In The End – e nuove hit tratte dall’album From Zero, come la già citata The Emptiness Machine, l’esplosiva Two Faced, Stained, Heavy is The Crown, Up From the Bottom e Cut the Bridge, solo per citarne alcune. Poco prima che partisse l’intro costruito con una versione remixata di Castle Of Glass, un countdown ha accompagnato un pubblico fremente.

Come successo anche in altri Paesi, durante i tre minuti precedenti all’esplosione iniziale, hanno sparato dalle casse una canzone legata alla nazione che li ha ospitati.

Nel nostro caso è stata scelta La Solitudine, vecchio successo di Laura Pausini, tra lo stupore di alcuni e il divertimento di molti. Tutti hanno intonato quelle note, come un rito di liberazione dalla tensione pre-concerto. Impossibile non pensare al post, con tanto di foto, che l’artista nostrana ha scritto per Chester il giorno dopo la sua morte: “Quando ho conosciuto Chester mi ha sorriso così. Come in questa foto. Ci siamo parlati a lungo e ricordo che mi sorprese con la sua dolcezza. Dietro ad un gesto così estremo chissà quali tormenti nascondeva… sono molto dispiaciuta per questa perdita… Prego per la sua famiglia. Buon Viaggio Chester Bennington”.
A metà concerto, Mike è sceso tra il pubblico a stringere mani e a salutare. A un certo punto si è fermato davanti a una ragazza alle transenne e le ha regalato il cappello che aveva in testa autografato da tutta la band, uUn gesto simbolico di affetto e riconoscenza per il sostegno ricevuto in tutti questi anni. Emily ha cantato Lost in versione lenta come un tributo a Chester e quando il pubblico le ha cantato "sei bellissima", lei ha sorriso imbarazzata e contenta pur non avendo capito bene cosa significasse.


In generale, tutto l’evento ha avuto un impatto emotivo molto intenso.

Tra chi li ha visti per la prima volta e chi aveva già vissuto quell’esperienza, tutti hanno cantato a squarciagola canzoni legate a particolari esperienze di una vita o a ricordi indimenticabili. Brani che negli ultimi otto anni si temeva non potessero essere più cantati in un contesto live. La scomparsa di Chester Bennington ha lasciato uno vuoto troppo grande e troppo difficile da archiviare, ma quel rito collettivo ha creato una sorta di ponte tra passato e futuro, dove il presente è forse un po’ meno desolante e triste, ma ricco di gratitudine. Energia, ricordi e novità. Un modo per dire: “Dopo 25 anni, queste canzoni esistono e sono più che mai attuali e, nello stesso tempo, sono entrate a far parte della storia della musica”.

È stato un tributo alla carriera dei Linkin Park e il consolidamento del legame speciale con il pubblico italiano.

Un coro unanime che ha cantato anche per Chester, il grande assente, con le mani rivolte al cielo, e anche per quei fan per i quali è ancora troppo difficile ascoltare una voce diversa dalla sua sulle canzoni storiche. È stato come rivivere un pezzo della propria adolescenza o giovinezza, che però continua a riflettersi nella quotidianità, poiché non sono canzoni archiviate, ma presenti ancora nelle playlist attuali.


Il concerto ha dimostrato che i Linkin Park non sono affatto un’operazione nostalgia, ma sono una band che vive e produce ancora hit di successo fatte col cuore, che riesce a portare avanti una importante eredità storica e a proiettarsi con creatività nel domani.

Mike Shinoda, colui che ha gettato le prime basi della band nel lontano 1996, durante la serata ha ringraziato i presenti per aver accolto la nuova cantante Emily Armstrong e il nuovo batterista Colin Brittain con affetto e apertura mentale nella famiglia. Perché si può rinascere sempre, anche quando la vita sembra toglierti ogni speranza e prospettiva. E perché accogliere il nuovo non significa archiviare il passato – una cosa non esclude l’altra – ma vuol dire darsi una seconda possibilità, onorare un amore consolidato mentre si fa spazio a esperienze diverse. Significa poter ancora provare quei brividi che fanno sentire vivi e parte di una comunità.

© Rosanna Costantino

Ogni soldier – così si chiamano i fan dei Linkin Park – a modo suo impara giorno dopo giorno a vivere senza Chester.

E ciò può avvenire in tanti modi, anche partecipando a un concerto della sua band senza di lui. Tutto è lecito e non c’è una strada più giusta dell’altra, purché non si abbia la tendenza alla distruzione che, forse, può risultare la più facile, ma in verità non porta lontano. Costruire e rimanere positivi, invece, può aiutare a sopportare un po’ di più il dolore e a coltivare meglio la gratitudine. I Linkin Park hanno ancora molto da dire e lo scopriremo nei mesi a venire.
Il prossimo appuntamento con i fan italiani è per l’anno 2026, venerdì 26 giugno alla Visarno Arena di Firenze.



Rosanna Costantino
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Canzoni come poesie: «Gaza» dei Train To Roots

Canzoni come poesie: «Gaza» dei Train To Roots

Canzoni come poesie: «Gaza» dei Train To Roots

Musica Di Stefania Bergo. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: Gaza, il nuovo singolo dei Train To Roots, nato «dalla necessità di prendere una posizione netta e non ambigua nei confronti del massacro di civili che è in corso in Palestina».

I Train To Roots sono una delle band reggae più influenti e riconosciute del panorama musicale italiano. Nati nel 2004 in Sardegna, il gruppo ha saputo conquistare il cuore degli amanti del reggae grazie a un mix unico di sonorità tradizionali e innovative, testi profondi e un'energia travolgente durante le performance live.
La band è stata fondata da due DJ e produttori, Antonio Leardi "Rootsman I" e Antonio Bogoni "DJ Sardus P". I due, uniti dalla passione per il reggae e la cultura giamaicana, hanno iniziato a collaborare con vari musicisti locali, formando così un collettivo che avrebbe poi preso il nome di Train To Roots, il cui nome richiama l'idea di un viaggio verso le radici della musica reggae, un viaggio che la band ha intrapreso con grande entusiasmo e dedizione. La formazione attuale è costituita da: Simone Pireddu "Bujumannu" (voce), Antonio Leardi "Papa'Ntò" (tastiere / dub master), Stefano Manai "Stiv Man I" (chitarra), Giampaolo Bolelli "Jambo" (basso / voce) e Tommaso Gieri "Pol drummer" (batteria).

I Train To Roots non sono solo noti per la loro musica, ma anche per il loro impegno sociale.

Le loro canzoni affrontano temi come l’uguaglianza, la giustizia sociale, la pace e la lotta contro ogni forma di discriminazione. Questo impegno si riflette anche nella loro partecipazione a eventi benefici e iniziative di sensibilizzazione su vari temi sociali e ambientali.
E perfettamente in linea con la loro sensibilità esce a maggio il singolo Gaza, presentato come anteprima di quello che sarà il loro ottavo album.

Gaza «nasce dalla necessità di parteggiare, di prendere una posizione netta e non ambigua nei confronti del massacro di civili che è in corso nella striscia di Gaza e non solo» raccontano i Train To Roots.

Registrato in modalità analogica presso il Roble Factory Studio, il brano presenta sonorità elettroniche come l’utilizzo dei synth analogici e un drum pattern molto urban.
Il testo prende ispirazione da una poesia del poeta Peppino Mereu, pubblicata verso la fine dell’800 dal titolo Nanneddu Meu, un canto di protesta in cui, in forma di lettera ad un amico, Mereu denuncia lo stato di miseria e oppressione in cui versavano gli strati sociali più bassi verso la fine dell'Ottocento in Sardegna. Nanneddu diventa Mohammeddu e lo scenario della miseria e del popolo oppresso si trasferisce nella Palestina di questo nuovo millennio. A più di 100 anni dalla pubblicazione della poesia, purtroppo, gli stessi versi che descrivevano lo stato di oppressione in cui versava la Sardegna possono essere riportati al popolo palestinese. Train To Roots



Gaza dei Train To Roots

Musica: Leardi, Pireddu, Bolelli
Testo: Leardi, Pireddu, Bolelli
Prodotto da: Antonio Leardi per la ‪@RobleFactoryStudio‬
Etichetta: ‪@PHONOTYPERECORD‬
Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.
Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.

Como is pipius ci arruinti a terra
tzerriendi a forti: gherimus sa paxi.
Febi a caddaxiu semus pappande
tottus is sos stados si funti neghendi.
Nemus faid nudda tottus mudos
sa tzenti morid chenza una curpa.
Bomba in sa scolla in s’uspidalli
a s’ambulanza cichendi su malli.

Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.
Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.

Semus in tempus dde tirannia
infamidade e motus in sa ia.
Semus sididos ma no ciad funtanas,
pretende s’abba parimus ranas.
Como su populu presu che cane
gridende forte: gherimos pane!

Adiosu mundu, tenidi contu
candu ti iskidas deu seu giai mottu
Adiosu mundu, tenidi contu
candu ti iskidas deu seu giai mottu
Cumpantzu meu su mundu est gai
sa Palestina no s’arrendid mai

Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.
Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.

E gai chi tottus faghimus gherra,
pro pagas dies de vida in terra.
E gai chi tottus faghimus gherra,
pro pagas dies de vida in terra.

Adiosu mundu, tenidi contu
candu ti iskidas deu seu giai mottu
Adiosu mundu, tenidi contu
candu ti iskidas deu seu giai mottu.
Cumpantzu meu su mundu est gai
sa Palestina no s’arrendid mai.

Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.
Mohameddu meu, su mundu est gai
cumente fiad Gaza no torrat mai.

Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.
Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.

Ora i bambini cadono a terra
gridando forte: vogliamo la pace.
La rabbia ci divora mentre
tutti gli stati fanno finta di non vedere.
Nessuno fa’ nulla, stanno tutti muti
nel frattempo muore la gente innocente.
Bombardano le scuole, gli ospedali
le ambulanze, cercano il male.

Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.
Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.

Siamo in tempi di tirannia
di infamie e di morti nelle strade.
Siamo assetati, ma non ci sono più fontane,
abbiamo bisogno d’acqua come le rane al sole
Ora il Popolo legato come un cane
grida forte: vogliamo pane!

Addio mondo, tieni presente
che quando ti sveglierai Io sarò già morto.
Addio mondo, tieni presente
che quando ti sveglierai Io sarò già morto.
Caro compagno il mondo va così
la Palestina non si arrenderà mai!

Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.
Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.

E così facciamo guerra contro tutti
per pochi giorni di vita in questa terra
E così facciamo guerra contro tutti
per pochi giorni di vita in questa terra

Addio mondo, tieni presente
che quando ti sveglierai Io sarò già morto.
Addio mondo, tieni presente
che quando ti sveglierai Io sarò già morto.
Caro compagno il mondo va così
la Palestina non si arrenderà mai!

Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.
Caro Mohamed, il mondo è così
Gaza non sarà più come prima.



Immagine di copertina: screenshot del video.


Stefania Bergo
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Canzoni come poesie: «Autodistruttivo» e «La rabbia non ti basta» da Sanremo 2024

Canzoni come poesie: «Autodistruttivo» e «La rabbia non ti basta» da Sanremo 2024

Canzoni come poesie: «Autodistruttivo» e «La rabbia non ti basta» da Sanremo 2024

Musica Di Tamara Marcelli. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: Autodistruttivo di La Sad e La rabbia non ti basta di BigMama. Due testi che parlano ai giovani del loro disagio, di inadeguatezza, suicidio, autolesionismo ma anche di bullismo, violenza di genere e bodyshaming. Per farli sentire compresi e meno soli.

Dal Festival della Canzone Italiana di Sanremo 2024, vi propongo alcune canzoni coraggiose, con testi che devono farci riflettere. Parole e musica che colpiscono come pugni nello stomaco.


Autodistruttivo di La Sad

Il disagio giovanile, la mancanza di lavoro, la solitudine, le delusioni, le incomprensioni rappresentano purtroppo un pericoloso accelerante per gesti estremi, atti autolesionisti e distruttivi.
La rabbia di non essere come si vorrebbe può portare la mente a credere di non valere abbastanza, di valere niente. Quel senso di vuoto interiore che deve essere riempito, sfamato; quel senso di impotenza, di inadeguatezza, di insensibilità che deve essere tagliato, per provare una sensazione che sembra possa donare quella vitalità che manca. La frustrazione di vedersi sempre peggio, sempre un passo dietro agli altri. E non riuscire a darsi una possibilità. Il vortice dell'abulia che ti getta ancor più nel buio. Ma una luce c'è sempre, pur flebile. Bisogna lasciarle spazio per illuminare la strada davanti a noi e gettare le ombre alle spalle.
La Sad è un gruppo pop punk formato nel 2020 da Theø (Matteo Botticini), Plant (Francesco Emanuele Clemente) e Fiks (Enrico Fonte).
Sostengono Telefono Amico per la prevenzione del suicidio [www.telefonoamico.it].

E sto nella sad!

Questa è la storia di un’altra vita sprecata
Di un figlio triste appena scappato di casa
Lui è cresciuto in fretta dopo un’infanzia bruciata
Con sua madre che urlava, il padre che lo picchiava

Per loro non ha senso credere nei sogni
Ma lui sa che il suo tempo vale molto più dei soldi
E vive sotto effetto per scappare dai ricordi
Di un angelo sui tacchi col diavolo negli occhi

L’amore spacca il cuore a metà
Ti lascia in coma dentro il solito bar
Nessuno resta per sempre tranne i tattoo sulla pelle
Prendo qualcosa se qualcosa non va

E vomito anche l’anima per sentirmi vivo dentro ‘sto casino
Affogo in una lacrima perché il mio destino è autodistruttivo
E prendo a pugni lo specchio io non ci riesco a cambiare chi vedo riflesso
Il tuo cuore è di plastica e starti vicino è autodistruttivo

Questa è la storia di un mare di delusioni
E affoghi fino a quando non provi emozioni
Lui ha imparato come si sopravvive là fuori
Molto più dagli errori che dai suoi professori

L’amore spacca il cuore a metà
Ti lascia in coma dentro il solito bar
Nessuno resta per sempre tranne i tattoo sulla pelle
Prendo qualcosa se qualcosa non va

E vomito anche l’anima per sentirmi vivo dentro ‘sto casino
Affogo in una lacrima perché il mio destino è autodistruttivo
E prendo a pugni lo specchio io non ci riesco a cambiare chi vedo riflesso
Il tuo cuore è di plastica e starti vicino è autodistruttivo

E sono solo uno dei tanti
Col sorriso triste e con gli occhi stanchi
Che non riesce più a fidarsi degli altri
Con una mano mi abbracci e con l’altra mi ammazzi

E sono stato sempre quello solo
Perché non sono mai stato come loro
Che hanno lo sguardo pieno d’odio e il cuore vuoto
Il nostro amore maledetto mi mancherà in eterno

E vomito anche l’anima per sentirmi vivo dentro ‘sto casino
Affogo in una lacrima perché il mio destino è autodistruttivo
E prendo a pugni lo specchio io non ci riesco a cambiare chi vedo riflesso
Il tuo cuore è di plastica e starti vicino è autodistruttivo


La rabbia non ti basta di BigMama

Contro il bullismo, la violenza di genere, il bodyshaming anche il messaggio nascosto in una una canzone può fare molto. Può raggiungere qualcuno che si sente solo, incompreso e può aiutarlo a reagire, a prendere consapevolezza di se stesso. Ad accettarsi per quel che è, ad allontanare da sé le parole degli altri, a non dare troppa importanza alla cattiveria e, soprattutto, a chiedere aiuto, smettendo di alimentarsi di rabbia.
Al di là di semplificazioni e riflessioni sterili, l'unico messaggio che si può tentare di dare è: non vergognarsi, accettarsi e rispettarsi. Guardare a se stessi da bambini può far riscoprire un coraggio che non si credeva di avere. E allora per proteggere quel bambino del passato ci si può riscoprire, alla luce di un sogno, e dare una nuova possibilità. Riconoscendo i propri errori e guardandosi negli occhi, allo specchio.
BigMama, nome d'arte di Marianna Mammone, è una rapper italiana.

Se potessi andare indietro ti darei una casa vera in cui dormire
Se anche fossi solo vetro ti coprirei per strada e mi farei colpire

Spalle larghe, la testa sopra ma i sogni ancora più in alto
Parole tante, ma poi strappate da ciò che diceva un altro
Pochi anni ma tanti sbagli che manco facevi tu
Li nascondevi tra lacrime d’odio che riempiva i tuoi occhi blu

Coi pugni stretti e i pensieri fragili, guardati adesso
Crollavi sempre anche con basi stabili, ma ora detesto
Pensare a te come una di quelli lì, che ci hanno perso
Pezzi di loro per darne agli altri
Pezzi di cuore come gli scarti

Guarda me
Adesso sono un’altra
La rabbia non ti basta,
Hai cose da dire
Se ti perdi segui me
Quel vuoto non ti calma
È il buio che ti mangia e non ti fa dormire

Animo buono ma riempito d’odio
Per far testa a quello degli altri
Più di un colpo d’arma da fuoco
E ti restava solo incassarli
È facile distruggere i più fragili
Colpire e poi affondare chi è solo

Copri le lacrime segreti da tenere, non farti scoprire
Lo sai che a casa non devon sapere, cosa dovrai dire
Una figlia che perde chi la vuole avere, quindi apri ferite
Vorresti solo un altro corpo
Ma a quale costo?

Guarda me
Adesso sono un’altra
La rabbia non ti basta,
Hai cose da dire
Se ti perdi segui me
Quel vuoto non ti calma
È il buio che ti mangia e non ti fa dormire

Non ti fa dormire
Non ti fa dormire

Se potessi andare indietro ti darei una casa vera in cui dormire
Se anche fossi solo vetro ti coprirei per strada e mi farei colpire

Guarda me
Adesso sono un’altra
La rabbia non ti basta,
Hai cose da dire
Se ti perdi segui me
Quel vuoto non ti calma
È il buio che ti mangia e non ti fa dormire

Credere nei propri sogni salva
Se vuoi ballare balla
Non puoi sparire
Se ti perdi segui me
Quel vuoto non ti calma
È il buio che ti mangia e non ti fa dormire

Non ti fa dormire,
Non ti fa dormire


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Immagine di copertina: screenshot dai video.

Tamara Marcelli

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81 anni di emozioni con Lucio Battisti

81 anni di emozioni con Lucio Battisti

81 anni di emozioni con Lucio Battisti

Musica Di Tamara Marcelli. L'eterna musica di Lucio Battisti, parole e melodia che raggiungevano cuori e anime, semplicemente e intensamente, arte introspettiva che vive di sé, lontana dal gossip e vicina alla natura, al senso profondo di vita ed emozioni.

Lucio Battisti, cantautore, compositore, produttore discografico italiano è nato nel piccolo centro reatino di Poggio Bustone il 5 marzo 1943, da Dea Battisti e Alfiero Battisti.
Per motivi di lavoro del padre, la famiglia si trasferì nel 1950 a Roma, prima Tor Sapienza e successivamente in zona Casilina. È in quegli anni che cominciò il suo interesse per la musica. Si fece regalare la sua prima chitarra che suonava da autodidatta, allietando le estati trascorse dal nonno nel paese d'origine.
Diplomato perito elettrotecnico, poté finalmente dedicarsi alla sua musica. Negli anni riuscì ad inserirsi nel circuito dei locali con musica dal vivo della capitale che gli permise di fare incontri che lo arricchirono di esperienza e collaborazioni creative.

Nel 1963 debuttò con il gruppo I Campioni.

Convinto dal leader del gruppo Roberto Matano, si decise a trasferirsi a Milano, sede delle case discografiche maggiori e luogo d'incontro per molti artisti. Ottenne un provino con la casa discografica Ricordi e incontrò i componenti del gruppo Dik Dik con i quali cominciò una collaborazione artistica che portò al brano scritto per loro Se rimani con me. Durante un altro provino conobbe il discografico Franco Crepax e venne notato da Christine Leroux, editrice musicale che cercava talenti per la Ricordi. La Leroux fu talmente colpita da Battisti che organizzò un incontro con il paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol. Ne nacque una collaborazione artistica della quale beneficiarono altri cantanti, fino a quando, nel 1966, Mogol convinse Battisti a cantare le loro canzoni.

Nel 1966, durante un soggiorno a Londra con Mogol, Battisti conobbe Paul McCartney che gli offrì una collaborazione che poi non andò in porto a causa di questioni burocratiche.

Dal 1967 Mogol e Battisti composero brano indimenticabili come 29 settembre, interpretato dal gruppo Equipe 84, Il vento, Balla Linda, Io vivrò,Un'avventura, classificata al nono posto al Festival della Canzone Italiana di Sanremo.
Il 4 marzo 1969 pubblicò il primo album, Lucio Battisti, che fu il terzo album più venduto in Italia quell'anno. Il singolo Acqua azzurra, acqua chiara lo portò al terzo posto del Cantagiro, nonché a vincere il Festivalbar.
Compose canzoni anche per Mina, come Insieme che rimane uno dei capolavori assoluti di Battisti e Mogol. Album come Emozioni, Il mio canto libero, Il nostro caro angelo e Anima latina (scritto dopo un'intensa esperienza musicale in Sud America) lo consacrarono definitivamente nel panorama della canzone italiana. La canzone del sole e Anche per te, restano brani indelebili nei ricordi dei giovani del tempo.
Dal 1986 al 1994 collaborò con il paroliere, poeta e scrittore teatrale Pasquale Panella.

Con oltre 25 milioni di dischi venduti nel mondo, morì a Milano il 9 settembre 1998.

Le sue note riecheggiano ancor oggi ovunque e rappresentano repertorio classico imprescindibile per chiunque si accosti alla musica. La fortuna di chi ha potuto vivere quegli intensi anni in cui parole e melodia raggiungevano cuori e anime, semplicemente e intensamente, senza bisogno di inutili orpelli.
Fu sempre schivo e geloso della propria dimensione familiare e personale, mantenne il contatto con il pubblico attraverso le sue canzoni. Figlio di una terra accecata dal verde dei boschi e dal bianco della neve, Battisti simboleggia l'arte introspettiva che vive di se stessa, lontana dal gossip e vicina alla natura, al senso profondo di vita ed emozioni.
Nl comune di Poggio Bustone c'è un parco chiamato "I giardini di marzo" con una statua in bronzo dedicata al grande cantautore. Segno che la sua terra non lo ha mai dimenticato. La sua musica sarà eterna.

Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
Ritrovarsi a volare
E sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare
Un sottile dispiacere

E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
Dove il sole va a dormire
Domandarsi perché quando cade la tristezza
In fondo al cuore
Come la neve non fa rumore

E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere
Se poi è tanto difficile morire
E stringere le mani per fermare
Qualcosa che è dentro me
Ma nella mente tua non c'è

Capire tu non puoi
Tu chiamale se vuoi
Emozioni
Tu chiamale se vuoi
Emozioni

Uscir dalla brughiera di mattina dove non si vede a un passo
Per ritrovar se stesso
Parlar del più e del meno con un pescatore
Per ore ed ore
Per non sentir che dentro qualcosa muore

E ricoprir di terra una piantina verde sperando possa

Nascere un giorno una rosa rossa

E prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po' scortese
Sapendo che quel che brucia non son le offese
E chiudere gli occhi per fermare
Qualcosa che è dentro me
Ma nella mente tua non c'è

Capire tu non puoi
Tu chiamale se vuoi
Emozioni
Tu chiamale se vuoi
Emozioni
Emozioni
Che non si muore per amore,
È una gran bella verità
Perciò, dolcissimo mio amore,
Ecco quello,
Quello che da domani mi accadrà.
Io vivrò Senza te,
Anche se ancora non so,
Come io vivrò... Io vivrò senza te
Inseguendo una libellula in un prato,
Un giorno che avevo rotto col passato,
Quando già credevo di esserci riuscito,
Son caduto...
Chissà, chissà chi sei, chissà che sarai,
Chissà che sarà di noi,
Lo scopriremo solo vivendo... Con il nastro rosa
Come può uno scoglio
Arginare il mare?
Anche se non voglio
Torno già a volare.
Le distese azzurre,
E le verdi terre,
Le discese ardite
E le risalite
Su nel cielo aperto
E poi giù il deserto
E poi ancora in alto
Con un grande salto... Io vorrei, non vorrei... ma se vuoi
In un mondo che
Non ci vuole più
Il mio canto libero sei tu
E l'immensità
Si apre intorno a noi
Al di là del limite degli occhi tuoi
Nasce il sentimento
Nasce in mezzo al pianto
E s'innalza altissimo e va
E vola sulle accuse della gente
A tutti i suoi retaggi indifferente
Sorretto da un anelito d'amore
Di vero amore

In un mondo che (Pietre, un giorno case)
Prigioniero è (Ricoperte dalle rose selvatiche)
Respiriamo liberi io e te (Rivivono, ci chiamano)
E la verità (Boschi abbandonati)
Si offre nuda a noi (Perciò sopravvissuti, vergini)
E limpida è l'immagine (Si aprono)
Ormai (Ci abbracciano)
Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime in noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s'alza un vento tiepido d'amore
Di vero amore

E riscopro te
Dolce compagna che
Non sai domandare, ma sai
Che ovunque andrai
Al fianco tuo mi avrai
Se tu lo vuoi
Pietre, un giorno case
Ricoperte dalle rose selvatiche
Rivivono, ci chiamano
Boschi abbandonati
E perciò sopravvissuti vergini
Si aprono, ci abbracciano

In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi
Io e te
E la verità
Si offre nuda a noi
E limpida è l'immagine ormai
Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime in noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s'alza un vento tiepido d'amore
Di vero amore
E riscopro te
Il mio canto libero
Anche per te vorrei morire ed io morir non so,
Anche per te darei qualcosa che non ho
E così, e così, e così io resto qui
A darle i miei pensieri,
A darle quel che ieri
Avrei affidato al vento
Cercando di raggiungere chi...
Al vento avrebbe detto sì.
Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi
Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai
Per te che un errore ti è costato tanto
Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto... Anche per te
Doveroso tributo. Auguri Lucio.




Tamara Marcelli
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Canzoni come poesie: «Tu no», «Fragili» e «Ricominciamo tutto» da Sanremo 2024

Canzoni come poesie: «Tu no», «Fragili» e «Ricominciamo tutto» da Sanremo 2024

Canzoni come poesie: «Tu no», «Fragili» e «Ricominciamo tutto» da Sanremo 2024

Musica Di Tamara Marcelli. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: Tu no di Irama, Fragili di Il Tre e Ricominciamo tutto dei Negramaro. Tra rap, pop, ballate rock, testi emozionanti che parlano della fine di un amore, della lotta contro i propri demoni per non allontanare chi amiamo e della rinascita di una storia. In comune, una luce di speranza.

Dal Festival della Canzone Italiana di Sanremo 2024, tra cantanti della nuova generazione e antiche glorie, tra rap, pop, ballad e rock vi propongo alcuni testi che mi hanno lasciato un segno, mi hanno evocato un'emozione. Al di là delle classifiche, perché la musica non ha bisogno di numeri.
Le canzoni scelte e proposte di seguito hanno testi che raccontano le varie sfaccettature di un amore, verso gli altri e verso se stessi. Hanno una luce di speranza, nonostante tutto. E di speranza, in questo periodo, ne abbiamo bisogno.



Tu no di Irama

Irama, nome d'arte di Filippo Maria Fanti – e infatti Irama è l'anagramma di Maria –, esordisce nel 2016 a Sanremo Nuove Proposte con la canzone Cosa resterà. Due anni dopo vince l'edizione del Talent show Amici di Maria De Filippi e nel 2019 partecipa al Festiva di Sanremo come big con la canzone La ragazza dal cuore di latta e si classifica settimo. Nel 2021, nell'edizione del Festival di Sanremo in piena pandemia, Irama partecipa con la registrazione della prova in teatro della canzone La genesi del tuo cuore, non potendo presentarsi sul palco a causa della positività al virus di un suo collaboratore: arriverà quinto nella classifica finale. Nel 2022 partecipa di nuovo al Festival di Sanremo con la canzone Ovunque sarai, classificandosi al quarto posto. Quest'anno si è piazzato al quinto posto.
La canzone Tu no è una ballata sulla fine di un amore, intrisa di ricordi ed emozioni ormai lontane, annegate nella nostalgia e nel dolore. Un grido che nasce dall'anima e vibra ripercorrendo il passato, una carezza ruvida e struggente. Una grande prova, artistica ed emotiva.
Ma tu no
Tu no
Tu no
Tu no

Quando non c’eri
E non stavo in piedi
Avrei voluto aggrapparmi a un ricordo
Soltanto per vivere
E griderò forte
Ma non starò meglio
Cado ma in fondo me lo merito
Il fondo è così gelido

No
Tu no
Tu no
Tu no

Tu sorridevi
Cercavi un modo per proteggermi
Però non c’eri
Quando volevo che tu fossi qui
Bastasse
Solo una stupida canzone per riuscire a riportarti da me
Soltanto un’ultima canzone per riuscire a ricordarmi di te
Di te

Quando non c’eri
Passavano i mesi
E in un secondo tutto intorno era invisibile
E dimenticherò chi sei
Mi dimenticherò di te
E non lascerò
Non ti lascerò
Ancora una volta vedermi crollare
E mi innamorerò di lei
Ma tu non saprai mai chi è
Cado ma in fondo me lo merito
Il fondo è così gelido
No
Tu no
Tu no
Tu no

Tu sorridevi
Cercavi un modo per proteggermi
Però non c’eri
Quando volevo che tu fossi qui
Bastasse
Solo una stupida canzone per riuscire a riportarti da me
Soltanto un’ultima canzone per riuscire a ricordarmi di te
Di te
Di te

Non posso riportarti da me

Tu sorridevi
Cercavi un modo per proteggermi
Però non c’eri quando volevo che tu fossi qui
Bastasse
Solo una stupida canzone per riuscire a riportarti da me
Soltanto un’ultima canzone per riuscire a ricordarmi di te


Fragili di Il Tre

Il Tre, nome d'arte di Guido Luigi Senia, ha esordito nella trasmissione One shot game nel 2015. Nel 2022 l'album Ali vince il "Premio Lunezia" al Festival della luna. Il "Premio Lunezia", teso alla valorizzazione musicale-letteraria delle canzoni italiane, è stato fondato ad Aulla nel 1996 dall'autore Stefano De Martino, alla presenza di Fernanda Pivano e Fabrizio De André.
Quest'anno ha partecipato per la prima volta al Festival di Sanremo classificandosi al dodicesimo posto.
La canzone Fragili, un mix tra rap e pop, racconta la difficoltà di un amore, tra le naturali fragilità, i sensi di colpa, la paura di fallire, di riconoscere le proprie "crepe" che, in fondo, rendono ognuno unico. Non è facile amarsi e basta poco per rompere un equilibrio. I demoni delle proprie insicurezze rischiano di farci commettere errori che feriscono e allontanano chi amiamo. Un inno alla parte più nascosta che abita ognuno di noi. E con cui dobbiamo fare pace.
Le tue pupille sembrano pallottole, se mi guardi mi ferisci
Ho dei pensieri che alzano la voce ma vorrei farli stare zitti
Tu sai che avevo bisogno d'aiuto, potevi pure mandarmi a fanculo
Invece mi hai detto che gli occhi che indosso non sono mai stati più tristi
Ma se un giorno il vento, ti portasse indietro
Dalle mie promesse, come se piovessero
Da un cielo nero, lacrime di vetro
Perché ancora sento, il tuo rumore dentro

E siamo fragili
Come la neve, come due crepe
E so che non è facile
Volersi bene, stare in catene
Scusami ma può succedere
E scusami se ti ho fatto del male
Ma siamo fragili
Come la neve, come due crepe

Odio convivere con i demoni fissi nella mia testa
Il senso di colpa mi fa sentire una bestia
Vorrei dirti resta, sì ti prego resta, ma grido, "Vattene"
Perché sento la tempesta sotto le palpebre
E tu sei libera-a, sei come un'isola-a
Nessuno ti abita, mi rubi l'anima
E vorrei tornare indietro nel tempo
Sei la sete nel mio deserto
Sei come le fiamme che bruciano nell'inferno
Adesso mi sento come un naufrago in mare aperto
E se potessi scapperei da ricordi che sono vipere
Perché mi fanno male e mi potrebbero uccidere
Voglio averti ancora addosso però non posso
Non voglio lasciarti andare, non sono pronto

Ma siamo fragili
Come la neve, come due crepe
E so che non è facile
Volersi bene, stare in catene
Scusami ma può succedere
E scusami se ti ho fatto del male
Ma siamo fragili
Come la neve, come due crepe

In questo mare nero ci sei solo tu
Sei la mia isola ah, forse mi ucciderai ma
Volevo solo restarci di più

Ma siamo fragili
Come la neve, come due crepe
E so che non è facile
Volersi bene, stare in catene
Scusami ma può succedere
E scusami se ti ho fatto del male
Ma siamo fragili
Come la neve, come due crepe


Ricominciamo tutto dei Negramaro

I Negramaro sono il gruppo pop-rock salentino composto dal grande cantautore Giuliano Sangiorgi e da Emanuele Spedicato, Andrea Mariano, Ermanno Carlà, Danilo Tasco e Andrea De Rocco. Giuliano Sangiorgi è autore e compositore anche per altri cantanti, vanta numerose collaborazioni artistiche di rilievo. Tra i migliori cantautori presenti nel panorama internazionale, unico nel suo genere che, come si dice nell'ambiente, è il "genere Negramaro". Non ha eguali. Da ascoltare e riascoltare.
I Negramaro hanno esordito nel 2000 affermandosi presto nel panorama musicale italiano. La prima partecipazione al Festival di Sanremo risale al 2005 tra le Nuove Proposte con la canzone Mentre tutto scorre che vince il "Premio della critica radio e tv". Nello stesso anno partecipano al Festivalbar e vincono il "Premio Rivelazione Italiana" con la canzone Estate, poi nel 2006 con la canzone Nuvole e lenzuola vincono il "Premio best performer". L'album Mentre Tutto Scorre vince il "Premio Lunezia" e ottiene il disco di diamante, mentre nel 2008 lo vincono con il brano Via le mani dagli occhi e nel 2024 con Ricominciamo tutto.
La canzone Ricominciamo tutto è stata scritta durante una vacanza in Abruzzo, tra la neve, con la sua famiglia. Una ballata rock che è un inno alla rinascita di un amore. Alla speranza. Discese e risalite tra emozioni che tolgono il fiato. L'Arte si forma così.
Quanto tempo ti manca per esser pronta?
Io sono sotto che ti aspetto
Così ti porto al mare
Quanto è passato dall'ultima volta
Che mi hai detto, sì, mi hai detto
Che ti manca il sale
Che brucia le ferite?
E sulla pelle, tra i capelli, sulla tua bocca
Eravamo ghiaccio che si scioglie in mezzo al nulla
In mezzo a tutta quella neve
Dio, com'eri bella? (Dio, com'eri bella?)
E ogni volta che sembra essere tutto perfetto
C'è sempre un pezzo che ci manca anche sotto il tetto
Non rifacciamo il letto

E allora piove da quel buco sulle teste
Sì, ma non fa niente
Tanto si riparte
Non so nemmeno dove
Tu dici, "Andiamo ovunque, basta sia lontano dalla gente"
E non fa niente, non fa niente
Basta saper andare, andare, andare
Chi se ne frega dove
Quanto è rimasto addosso di quella rincorsa
Che tu hai preso, sì, mi hai preso
Solo per poi cantare "Discese e risalite"

E sulla pelle, tra i capelli, sulla tua bocca
Eravamo una canzone di Battisti all'alba
Anche senza bionde trecce
Dio, quanto sei bella

E allora piove da quel buco sulle teste
Sì, ma non fa niente
Tanto si riparte
Non so nemmeno dove
Tu dici, "Andiamo ovunque, basta sia lontano dalla gente"
E non fa niente, non fa niente
Basta saper andare, andare, andare
Chi se ne frega dove

Ma a me importa solo di poter restare
Fermo sulle mie gambe, qui, ad aspettare
E che sia al mare, che sia dove soffia il vento
Non mi importa
Ricominciamo tutto

E chi se ne fotte di tutti quei sogni
Di una canzone o uno stupido testo
Io, qui, ti aspetto
Dici che poi ti trovo in un cassetto
Intatto come quel sogno mai fatto
Uoh-oh-oh-oh-oh, scendi, che ti aspetto
Ricominciamo tutto


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Immagine di copertina: screenshot dai video.

Tamara Marcelli
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