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Wish, il film d'animazione del centenario della Disney: la recensione

Wish, il film d'animazione del centenario della Disney: la recensione

Wish, il film d'animazione del centenario della Disney: la recensione

Cinema Recensione di Elena Genero Santoro. Wish, il nuovo film d’animazione del centenario della Disney. Una diversa chiave di lettura per un cartone animato accolto tiepidamente dalla critica: più che di desideri e realizzazione dei sogni, è una favola che parla di abuso narcisistico.

Ogni fiaba ha un significato nascosto e anche in Wish ce n’è almeno uno.
Sappiamo che i film della Disney hanno sempre diversi piani di lettura, che sono adatti sia ai piccoli che agli adulti.
Wish in questo non fa eccezione e, come adulta, ne ho scorso uno per me molto chiaro.

Premetto che mi sono approcciata al film con scetticismo perché avevo sentito dei commenti molto negativi in merito.

Negativi, ma non specifici. Così in una domenica pomeriggio di fine vacanze, per non pensare troppo al ritorno al lavoro e alla scuola, ho deciso che lo avrei guardato al cinema, senza particolari aspettative.
Ne sono uscita incantata, e per la grafica davvero d’effetto, tra stelle, palle luminose e luci su sfondo scuro, e per la storia in sé. I richiami ai personaggi Disney più famosi, in onore del centenario, sono infiniti, voluti e sottili e non interferiscono con la storia. Topolino, la fata Madrina, i camei di Bambi e di Peter Pan, per citarne solo alcuni.
Tra i protagonisti, invece, non ci sono coppie di innamorati e Asha non è nobile.

La chiave di lettura con cui tutto il film acquista un senso logico e funziona alla perfezione per me è stata una: si tratta di un abuso narcisistico trasposto in favola.

Le fiabe edulcorano stupri, rapporti controversi e ambivalenti tra genitori e figli. Wish è una favola quanto mai moderna perché rappresenta in modo fantasioso e condito di magia un argomento molto in voga in questo momento della storia contemporanea: il narcisismo. In voga, sulla bocca di tutti, ma ancora parecchio sconosciuto e chiaro a pochi. Probabilmente per questo motivo il film non è stato compreso da parte di un certo pubblico che, non cogliendo la rivelazione del narcisista, non ha capito il motivo per cui il protagonista inizialmente è buono e poi diventa cattivo.
La trasformazione del protagonista in villain è parsa, anche a sedicenti esperti di cinema, come una forzatura incoerente in una trama scadente.
Io ho avuto un’impressione diametralmente opposta.

Wish, la locandina
Wish, il nuovo film d'animazione della Disney: la recensione

Wish

REGIA Fawn Veerasunthorn, Chris Buck
SCENEGGIATURA Jennifer Lee, Allison Moore
PRODUZIONE/PRODUTTORE Peter Del Vecho, Juan Pablo Reyes
DISTRIBUZIONE Walt Disney Company
FOTOGRAFIA Rob Dressel, Adolph Lusinsky
MUSICA David Metzger, Julia Michaels, Benjamin Rice
ANNO 2023

DOPPIATORI ITALIANI
Gaia, Michele Riondino/Marco Manca, Amadeus, Ilaria De Rosa, Carlo Valli/Vittorio Matteucci, Beatrice Caggiula/Claudia Paganelli, Vittoria Bartolomei/Margherita De Risi, Alex Polidori, Silvia Alfonzetti/Benedetta Boschi, Federico Campaiola/Alessio Parisi, Lorenzo D'Agata, Gabriele Patriarca, Monica Volpe/Margherita Rebeggiani

C’è questo re, Magnifico (e già il nome dovrebbe instillare un dubbio), che, datosi alla magia, ha imparato a realizzare i desideri delle altre persone.

Chi approda sulla sua isola, Rosas, può consegnargli un suo sogno e lui lo realizzerà. Forse. Se il desiderio non rischia di mettere a repentaglio la sicurezza di Rosas stessa. Ma è il re l’unico a giudicare la liceità dei sogni.
Il re viene quindi inizialmente dipinto come magnanimo, ma Asha, diciassettenne chiassosa e imbranata che vorrebbe diventare la sua apprendista, mette in dubbio la bontà del sovrano, che si rifiuta di esaudire il sogno del nonno di Asha nel giorno del centesimo compleanno, adducendo come motivazione ancora una volta la sicurezza dell’isola.

E pian piano Magnifico si svela, dando prova di avere un ego smisurato e di agire solo per il proprio tornaconto.

Ritiene infatti che la sicurezza di Rosas possa essere messa a repentaglio da chiunque diffonda idee o slogan diversi da ciò che lui pensa.
Per chi come me ha subito un abuso narcisistico e in seguito ne ha studiato per anni le dinamiche e le fasi, l’escalation di Magnifico segue persino un cliché banale e scontato.
Vediamo alcuni elementi.

Il love bombing.

È il momento in cui il narcisista sembra un eroe. Gentile, potente, generoso, bello. Ha tutte le caratteristiche dell’uomo ideale. Magnifico all’inizio appare… Magnifico. Splendido. Perfetto. È colui che custodisce i sogni e millanta di esaudirli. Millanta, perché non lo fa, o lo fa in parte, se gli conviene, e quanto basta per alimentare l’illusione.

La bontà del narcisista.

Qui voglio chiarire un equivoco che ha fuorviato molti. Può un narcisista essere buono? Può compiere azioni oggettivamente positive? Chi pensa di no, sbaglia. Chi pensa che il narcisista commetta solo azioni cattive, è in errore. Il narcisista è perfettamente in grado di compiere opere lodevoli. Persino Ted Bundy, serial killer psicopatico che ha ammazzato centinaia di donne, ha salvato molte vite. Una bambina che stava annegando e vari aspiranti suicidi che chiamavano il telefono amico presso cui lavorava. Ciò non significa che in lui ci fosse un “lato buono” che a un certo punto, per qualche ragione, si è corrotto. Conoscendo Ted Bundy, presumibilmente un lato buono non lo ha mai avuto. Quello che cambia è il fine, che nel narcisista non è un alto senso morale e di giustizia, ma è farsi notare, costruire un’immagine luminosa e falsata di sé. Falsata anche per se stesso. Il narcisista che compie un’azione buona, si crede buono. Forse è l’unico aspetto in cui è sincero. E si sente in diritto di essere sempre ringraziato. Magnifico si lamenta proprio di questo: il popolo chiede favori (che lui non sempre esaudisce), ma non lo ringrazia quanto lui vorrebbe. Non lo ringrazia per il fatto di custodire i suoi sogni, non lo ringrazia per il fatto di esaudirne qualcuno. Ma la vera bontà non pretende ostentata gratitudine. La vera bontà si nutre di ideali più alti.

I sogni del popolo, rappresentati come sfere volanti.

Un narcisista per definizione si nutre dell’energia delle persone. Magnifico si nutre dell’animo dei suoi sudditi – per inciso: questa è una storia di abuso narcisistico non riferita a una relazione sentimentale. C’è il re vs Asha e il resto del popolo. Dov’è il sogno di Magnifico? Non ne ha uno suo. Prende forza da quelli degli altri. Lui è vuoto. O meglio, il suo sogno è esercitare il suo potere sugli altri. Il suo sogno è avere il controllo delle vite degli altri, tipico di un narcisista che si rispetti.
Magnifico tiene in scacco le vite dei sudditi con promesse che raramente mantiene (altro elemento caratteristico) e vorrebbe controllarne persino i pensieri, motivo per cui censura certi sogni. 

La cattiveria di Magnifico.

Magnifico è cattivo, non lo diventa. Lo è già dall’inizio, Asha lo intravede immediatamente tra le sue fessure. Poi Magnifico si abbandona alla cattiveria più spietata, rafforzato da un libro di magia nera. Ma non è, come qualcuno ritiene, un buono divenuto cattivo in quanto deluso dall’ingratitudine del suo popolo.
E quando infine perde tutto, senza più alcun potere, torna a essere fintamente gentile.

Le scimmie volanti.

Sono le persone (in questo caso uno degli amici di Asha) che rimangono dalla parte narcisista perché a loro continua a mostrare il lato buono ed esaudisce i loro desideri.

Il vocabolario usato dal narcisista.

Dovrei rivedere il film dal principio, ma qualche frase è davvero caratteristica. Quando verso la fine Magnifico scatena tutta la sua furia, urla al suo popolo: «Tu sei nulla!».
Ed ecco che il narcisista, nel tentativo di nutrirsi dell’energia delle sue vittime, cerca di minare la loro autostima. Un classico: «Tu non vali niente. Tu sei niente senza di me». Il suo gioco funziona finché la vittima ci crede.

La morale.

Il popolo si rialza quando si rende conto che non ha affatto bisogno di un esterno che custodisca ed esaudisca i suoi sogni. E che l’unico modo di realizzare i propri sogni è provare a farlo. Non sempre i sogni diventeranno realtà. Ma apparterranno comunque al loro proprietario.
Eppure ciò che a me è parso di una chiarezza cristallina, da altre persone non è stato colto. Stiamo parlando di un film di animazione, ma qualcuno ha scambiato vittime e carnefici.
Che poi è ciò che avviene nella realtà. I narcisisti si mascherano molto bene. Si spacciano per vittime. Riescono a illudere. Se è capitato in questo film, capita anche nella vita reale. Forse proprio per questo il film è stato fatto bene. E il cammino verso la consapevolezza delle dinamiche narcisistiche è ancora molto lungo, temo.




Elena Genero Santoro
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Encanto, il sessantesimo film d'animazione della Disney: la recensione

Encanto, il sessantesimo film d'animazione della Disney: la recensione

Encanto, il sessantesimo film d'animazione della Disney: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Encanto, il nuovo film d’animazione della Disney: grafica iridescente e ritmi caraibici per raccontare l'amore familiare, il peso delle responsabilità e delle aspettative e l'importanza della condivisione.

Encanto è il sessantesimo classico d’animazione della Disney, uscito nelle sale a novembre – ora disponibile in abbonamento su Disney+ –, diretto da Byron Howard e Jared Bush, che con Zootropolis ha vinto l'Oscar come miglior film d'animazione.
La storia è ambientata in una coloratissima Colombia, lo si apprende dai vestiti tipici, dal cognome della famiglia protagonista, i Madrigal, e dalle musiche coinvolgenti dal ritmo caraibico.

I Madrigal sono la famiglia più importante di un piccolo villaggio cresciuto intorno alla loro casa.

La casa è il dono di una candela magica e della forza d'animo di Abuela – semplicemente, la "nonna" – che rimane sola a crescere tre figli dopo la morte del marito, avvenuta per cercare di salvare la famiglia e un gruppetto di esuli cacciati dalla loro terra da non ben identificati conquistatori – un aspetto che gli sceneggiatori Jared Bush, Charise Castro Smith, Lin-Manuel Miranda non hanno scelto di approfondire. Ma la magia non si limita a porte e piastrelle, anche chi abita la casita sviluppa, nel tempo, dei poteri, o meglio: un talento. Il tutto avviene durante una cerimonia, in cui la o il celebrato deve toccare la maniglia dorata della porta della sua stanza per far scaturire la magia.

Abuela è la custode del potere della famiglia, è questo il suo dono. I suoi tre figli sono i primi a sviluppare un talento.

Julieta – la cui voce in italiano è stata affidata alla doppiatrice originale, l'attrice colombiana Angie Cepeda – riesce a guarire le persone semplicemente facendo loro mangiare i suoi manicaretti, Pepa ha il dono di controllare il meteo col suo umore e Bruno – sst, «non si nomina Bruno» – può prevedere il futuro. Tra i loro figli: Luisa è dotata di superforza, Camilo – con la voce di Alvaro Soler – può trasformarsi a piacimento in altre persone, Isabela riesce a controllare piante e fiori – e questo fa di lei la "principessa rosa" della famiglia – Dolores ha un super udito e il piccolo Antonio acquisirà all'inizio del cartoon il potere di parlare con gli animali.
E poi c'è Mirabel, che non ha alcun talento.

Pur non avendo alcun talento, Mirabel pare essere quella più innamorata e fiera della sua famiglia, aggrappata al miraggio di ricevere, un giorno, il suo dono.

Cerca in tutti i modi di essere utile, è piena di entusiasmo e ammirazione, fin dalla prima scoppiettante canzone – un carnevale di note sudamericane e colori sgargianti – quando presenta i Madrigal «come gli astri delle costellazioni», perché «ognuno brilla di una luce unica». Ripete spesso che anche lei in qualche modo è speciale, come lo siamo tutti nella nostra unicità. Ma pare essere più una litania appresa dalla mamma Julieta per convincere se stessa, sempre in attesa che il suo talento si palesi perché evidentemente il suo essere speciale non è abbastanza.

Encanto, la locandina
Encanto, il sessantesimo film d'animazione della Disney: la recensione

Encanto

REGIA Byron Howard, Jared Bush
SCENEGGIATURA Jared Bush, Charise Castro Smith, Lin-Manuel Miranda
PRODUZIONE/PRODUTTORE Clark Spencer, Yvett Merino Flores
DISTRIBUZIONE Walt Disney Company
FOTOGRAFIA Geneviève Perron
MUSICA Germain Franco, Lin-Manuel Miranda
ANNO 2021

DOPPIATORI ITALIANI
Margherita De Risi, Franca D'Amato, Nanni Baldini, Ilaria De Rosa, Angie Cepeda, Alessia Amendola, Diana Del Bufalo, Luca Zingaretti, Álvaro Soler, Renata Fusco

In prima battuta, il messaggio fuorviante, o forse triste riflesso della realtà, è che la diversità è accettata solo quando è un talento.

A parte i genitori, il resto della famiglia vede Mirabel più come un elemento di disturbo, che può rovinarne la loro immagine agli occhi della comunità, che dai Madrigal si aspetta sempre lo straordinario. E se la diversità non è straordinaria ma è semplice unicità – come può esserlo nella visione edulcorata tutta «cup cake e arcobaleni» (Trolls) della Disney far indossare un paio di occhiali alla protagonista –, allora non c'è posto nemmeno in una foto di famiglia.
Eppure, la cosa che rende veramente speciale una persona di talento è mettere il suo dono al servizio della comunità. Così come, nel tempo, ha sempre fatto la famiglia Madrigal, risolvendo piccoli e grandi problemi o dispensando consigli. E per far questo, non basta un talento che riassesta la parete di una casa, fa ricoprire di fiori un deserto o spuntare il sole, servono empatia e condivisione.

Nell'ambientazione alla Gabriel Garcia Marquez di Encanto la famiglia riveste evidentemente un ruolo primario.

Ruota in essa una varietà di personalità che però non vengono sviluppate tutte allo stesso modo nel corso della narrazione. Ad alcuni personaggi sono stati riservati solo alcuni momenti, un paio di elementi slapstick e nulla più. Ad altri è stata data quadrimensionalità, dedicando loro sequenze musicali particolarmente coinvolgenti e risvolti narrativi fondamentali.
Questo, anche se rende il tutto incompleto, probabilmente è una scelta mirata per far spiccare un ulteriore tema della pellicola animata.

Pepa, Luisa, Isabela, l'innominabile Bruno: il peso delle responsabilità e delle aspettative.

Ognuno dei personaggi è schiavo del proprio talento, dietro al quale, in particolare nei personaggi di spicco, si cela una commovente fragilità, il desiderio di compiacere gli altri arrivando a mettere le aspettative del prossimo davanti a quello che li rende davvero felici, costretti a un benessere solo di facciata. 
Bruno è investito di un'enorme responsabilità che arriverà a fagocitarlo e ricoprire di sabbia il suo stesso talento, come se la previsione degli eventi equivalesse a causarli. Da Luisa tutti si aspettano che sia forte e disponibile, perché tutti contano su di lei, da Pepa che non palesi mai emozioni negative, altrimenti si scatenano tempeste, da Isabella che sia "rosa", delicata, bella e che si sposi con un buon partito – a pensarci bene, è quello che troppo spesso si pretende dalle donne, i tre aspetti insieme da un'unica persona, che anche questo sia un messaggio del cartoon?

Encanto è un'esplosione di colori e note raccontati con una perfezione grafica al pari della Pixar.

Ogni scena del film è energica, intensa, i movimenti sono frutto di un montaggio sincopato. Fin dall'inizio il dettaglio sul singolo elemento scenico, che sia un capello o una foglia, è sbalorditivo. L'espressività dei personaggi non ha nulla di artificioso. Si nota il progresso tecnologico dell'animazione Disney, oltre a quello narrativo in termini di rottura con gli stereotipi del passato – processo iniziato già qualche anno fa.
La cura nel rendere l'ambientazione fino all'ultimo ricamo o elemento naturale è amplificata dalla colonna sonora di Germain Franco e soprattutto di Lin-Manuel Miranda, sceneggiatore e attore di musical, che ha già curato le canzoni ci Oceania e Il ritorno di Mary Poppins.

La struttura narrativa scricchiola nel finale, un po' debole e artefatto, quasi scontato. Ma si riesce comunque a trarne un messaggio importante.

Forse complice l'assenza di un vero villain, i contrasti vengono interiorizzati e Mirabel si ritrova a combattere con se stessa, sospesa tra il desiderio di essere protagonista della sua famiglia al pari degli altri e il presagio di esserne la rovina. Così come accade a tio Bruno. Che poi sono quelli che più degli altri tengono alla "salute" dei Madrigal, gli unici preoccupati di saldare le crepe della casita e di chi la abita. Perché Encanto non è un racconto egoriferito, la vera protagonista è la famiglia, anzi: l'amore verso la famiglia, di più, verso la comunità. E forse la chiusura del cerchio nel finale è quella che lo salva dalla sua banalità: Mirabel, che come sua nonna Abuela non ha un talento palese, in realtà è la sua naturale erede, quella che tiene unite le individualità sotto un'unica egida, la custode della magia. E lo fa andando oltre il dolore e la sofferenza che hanno animato Abuela nel tempo, ottime fondamenta per una casa ma non sufficienti a costruire davvero. Mirabel, invece, ricostruisce con serenità e speranza, aggiunge, per così dire, alle macerie il filtro iridescente delle lenti che porta sul naso.
E lo fa senza apparente talento, semplicemente tenendo per mano la sua famiglia e l'intero villaggio. Perché quello che si dà agli altri torna sempre indietro, quando meno te lo aspetti. E il vero talento da preservare è la condivisione.




Stefania Bergo
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Soul, l'ultimo film d'animazione Disney-Pixar: la recensione

Soul, l'ultimo film d'animazione Disney-Pixar: la recensione

Soul, l'ultimo film d'animazione Disney-Pixar: la recensione

Cinema Recensione di Elena Genero Santoro. Soul è l'ultimo film d'animazione Disney-Pixar, uscito in streaming su Disney+ il 25 dicembre: godibile per grafica e ritmo della trama, racconta un Aldilà funzionale alla vita sulla Terra, lasciando qualche domanda senza risposta.

Soul è stato la ragione per cui ho deciso di sottoscrivere l'abbonamento a Disney+, per deliziare i miei pargoli anche con i film di una delle case di produzione cinematografica più note e quotate al mondo.
Partorito dai creatori di Inside Out e di Coco (che ho adorato e recensito), mi sembrava una garanzia a prescindere.
Con Inside Out condivide la vena psicologica e intimista che rappresenta le emozioni o, in questo caso, l'anima, come omini che ci affollano il cervello.
Con Coco condivide il tentativo di parlare dell'Aldilà.


Soul è un film che punta a emozionare, che gioca sui sentimenti di chi guarda.

Il protagonista è Joe Gardner, un jazzista nero di mezza età che in una assolata New York sogna ancora di sfondare e poco apprezza il lavoro di docente di musica delle scuole medie, che gli consente comunque di campare.
Quando finalmente la leggenda del jazz, Dorothea Williams, gli dà l'occasione di unirsi al suo gruppo nello spettacolo di quella sera, lui è talmente felice da non capire più nulla, così cade in un tombino e quasi muore. Lo ritroviamo sotto forma di anima in una specie di tapis-roulant che dovrebbe condurlo verso una luce che rappresenta l'altro mondo.
Ma lui non ha intenzione di morire, deve ancora suonare con Dorothea Williams, quindi riesce a fuggire e si ritrova in un altro ambiente ultraterreno popolato da anime che devono ancora incarnarsi e pertanto vengono formate e cercano la "scintilla" che determinerà il loro scopo nella vita.
Joe diventa quindi il mentore di 22, un'anima inquieta che non trova una ragione per incarnarsi e non si fida della vita che l'attende. Dopo varie (dis)avventure, lei e Joe torneranno provvisoriamente sulla terra, 22 nel corpo di Joe, Joe nel corpo di un gatto e 22 capirà cosa vuol dire vivere.

Soul

Soul, il nuovo film della Disney: la recensione

Soul

REGIA Pete Docter
SCENEGGIATURA Pete Docter, Kemp Powers, Mike Jones
PRODUTTORE/PRODUZIONE Dana Murray/Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures
MUSICHE Trent Reznor, Jon Batiste, Atticus Ross
DISTRIBUZIONE ITALIA Disney+
ANNO 2020
DOPPIATORI ITALIANI Neri Marcorè, Paola Cortellesi, Oreste Baldini, Perla Liberatori, Federica De Bortoli, Oliviero Dinelli, Ludovica Modugno, Rossella Izzo, Jonis Bascir, Fabrizio Vidale, Paola Egonu

Come tutti i film della Disney-Pixar, Soul è molto godibile, sia dal punto di vista grafico che del ritmo della trama.

Ma, nonostante la storia si svolga per buona parte nell'altro mondo, l'Aldilà rimane un contesto vago e poco approfondito e, francamente, poco accattivante. Non si parla di paradisi o di inferni, di premi e punizioni, esattamente come in Coco dove il mondo dei morti era speculare a quello dei vivi. Quindi la vita non assume più significato se vissuta, per esempio, facendo del bene. Tuttavia in Coco si trovano ben altri elementi, il cattivo alla fine viene in qualche modo punito e c'è un contesto di unità familiare che nemmeno la morte può spezzare. In Soul questo manca.
Nessuno immagina cosa Joe troverà quando raggiungerà la luce bianca, se per lui ci sarà una nuova felicità o una rassegnata pace dei sensi. Non viene spiegato che fine farà 22, né se lei e Joe si ritroveranno in qualche forma.
E anche le anime in formazione vengono forgiate senza alcun criterio morale "alto", ce n'è una che dichiara tutta allegra e orgogliosa che una volta incarnata sarà un'egocentrica e manipolatrice o qualcosa del genere.

Quindi l'Aldilà è solo funzionale all'Aldiqua, seppure organizzato con una struttura propria di cui gli umani possono intuire poco.

Né è previsto, come in Coco, un ritrovamento postumo delle persone che si sono amate in vita. Insomma, ci sono domande che non trovano una risposta nella narrazione.
Questi sono i motivi per cui Soul mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmata.
L'altro mondo viene scomodato per raccontare cosa significa vivere sulla Terra. La morale del film è tutta lì e pazienza se nell'arco narrativo resta qualche buco.
Joe e 22 capiranno che il senso della vita non è il suo scopo, non sono le passioni che si possono coltivare o il successo che si riesce a ottenere. Che la scintilla della vita, e la felicità che questa si porta appresso, sta nelle piccole cose. Che la vita stessa è gioia. E per il dopo, di cui nulla si sa, c'è tempo.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
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Trolls World Tour, il sequel: la recensione

Trolls World Tour, il sequel: la recensione

Trolls World Tour, il sequel: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Trolls World Tour, il sequel del celebre film d'animazione della DreamWorks. Questa volta lo scontro è sui generi musicali.

Anche il cinema si adatta alla pandemia e per rispettare sia la quarantena e le disposizioni dei governi di tutto il mondo, sia la programmazione delle uscite dei film nelle sale, Trolls World Tour, il sequel del celebre film d'animazione della DreamWorks uscito nel 2016, ha fatto il suo debutto in digitale sulle principali piattaforme di TV on demand a pagamento. Dal 10 aprile, infatti, è possibile vedere il cartone animato standosene comodamente sul proprio divano. Molte la piattaforme su cui il cartoon è disponibile, come indicato direttamente sul sito della casa di produzione americana, fra cui Prime Video, Sky Primafila, Timvision, Apple TV, Google Play e Infinity.


Tornano i trolls di zucchero filato e pannolenci della DreamWorks, con la loro contagiosa positività: abbracci, feste glitterate e album dei ritagli. Ma questa volta non sono soli.

Si scopre che di comunità di trolls ce ne sono tante, tutte legate a un differente genere musicale, nate per "contaminazione" da sei tribù principali: Pop, Funk, Classica, Techno, Country e Rock. Ogni comunità cela una corda colorata che, tesa e pizzicata, produce l'armonia primaria. Ma la crudele regina rock, Barb, le vuole tutte per sé, per riunire in un unico genere musicale, ovviamente il suo, tutti i trolls.
Una "guerra" tra generi musicali realistica spiegata ai bambini. Soprattutto per far capire loro quanto sia insensata. Perché non esiste un genere musicale per eccellenza, quello migliore di tutti gli altri, esistono solo gusti personali differenti e a partire dalle stesse sette note si possono creare miriadi di armonie meravigliose, a volte frutto di favorevoli contaminazioni. Un po' come succede per le persone, che a partire dallo stesso materiale genetico, hanno dato vita a tutte le sfumature del mondo.

Trolls World Tour
Trolls World Tour, il sequel: la recensione

Trolls World Tour

REGIA Walt Dohrn, David P. Smith
SCENEGGIATURA Jonathan Aibel, Glenn Berger
PRODUTTORE/PRODUZIONE Gina Shay/DreamWorks Animation
MUSICHE Theodore Shapiro
DISTRIBUZIONE Universal Pictures
ANNO 2020
DOPPIATORI ITALIANI Francesca Michielin, Stash Fiordispino, Elodie, Luigi Morville, Marco Mete, Roberto Draghetti, Anna Pettinelli, Sergio Sylvestre, Pino Insegno

Poppy, sempre animata da inguaribile ottimismo, parte alla volta del regno del Rock, intenzionata a diventare amica della regina Barb, dando per certe le sue buone intenzioni malgrado il padre e Branch la mettano in guardia.

Non solo per una visione del mondo fatta di lustrini e di momenti dell'abbraccio – o di album dei ritagli, così tanto contestati da Branch in passato. Poppy vuole dimostrare di essere una brava regina, di avere a cuore la sua comunità e di voler creare un mondo migliore in condivisione con le altre tribù. Sente sulle sue spalle il dovere non solo di essere ma anche, e soprattutto, quello di dimostrare di essere. Che poi è quello che accade troppo spesso alle donne quando ricoprono ruoli dirigenziali e si sentono in obbligo di dimostrare continuamente di meritarselo – chissà se le intenzioni della DreamWorks erano di parlare velatamente ai bambini anche di questo tema.
Barb, invece, non sente il bisogno di dimostrare nulla, nemmeno di essere forzatamente amica di Poppy per il semplice fatto di essere sua pari. Perché l'amicizia, come l'amore, non è dovuta: gli amici si scelgono, è fisiologico, e l'amicizia si rafforza nel tempo, attraverso esperienze comuni, non a priori.

Tra colpi di scena, gag slapstick e computer grafica fluorescente, vince senza dubbio la musica.

Anche alla mia bimba di nove anni è piaciuta proprio la varietà delle canzoni della colonna sonora, sempre curata da Theodore Shapiro. Nella versione originale si avvale delle voci di Anna Kendrick, Justin Timberlake e Ozzy Osbourne. In Italia, il sequel di Trolls è stato affidato, tra i nomi più noti del panorama musicale nostrano e non solo, a Francesca Michielin (Poppy, doppiata nel film del 2016 da Elisa), Stash dei The Kolors (Branch) ed Elodie (Barb). A dimostrazione di quanto la musica sia la vera protagonista di questo psichedelico sequel – molte le cover di canzoni memorabili, come quella di Rock You Like a Hurricane degli Scorpions.
Oltre ai generi delle comunità principali di trolls, le canzoni, originali e non, spaziano dal reggae allo yodel, abbracciando davvero molti generi, avvicinando ai bambini anche il concetto di contaminazione creativa e associando le note ad uno stile di vita, sottolineato dal diverso aspetto e carattere dei trolls delle differenti correnti musicali.

Con un messaggio dichiarato e non sottinteso che va oltre l'ipocrisia: non è vero che siamo tutti uguali e non dobbiamo sforzarci di esserlo. La vera bellezza nasce proprio dalle differenze.

A Trolls World Tour si può imputare, a detta di molti, la mancanza di un chiaro filone narrativo – Prince D sembra addirittura seguire un copione differente, affrontando un viaggio personale alla ricerca di risposte sulla propria esistenza. Ma gli si deve riconoscere di aver valorizzato la multiculturalità, messa nelle sfumature di colore e della musica, curiosamente legate a filo doppio – soprattutto nel momento in cui si perdono, rappresentando un mondo grigio e silenzioso. Un tesoro prezioso da difendere. Uniformare il tutto non significa andare oltre le differenze, significa non vederle affatto, ritenerle qualcosa da nascondere. Le differenze non vanno livellate ma valorizzate.
Del resto, è vero che tutta la musica è un ripetersi ritmico delle stesse, solite sette note, ma questo non significa che dobbiamo ascoltare un'unica armonia uniforme. Ve lo immaginate un mondo senza Mozart e i Queen?





Stefania Bergo
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Frozen II - Il segreto di Arendelle, il nuovo film di animazione della Disney: la recensione

Frozen II - Il segreto di Arendelle, il nuovo film di animazione della Disney: la recensione

Frozen II - Il segreto di Arendelle, il nuovo film di animazione della Disney: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Malgrado le candidature ai Golden Globes e ai Critics Choice Award, Frozen II - Il segreto di Arendelle stenta a decollare: troppi filoni e buchi narrativi, aggrovigliati e non del tutto sviluppati, in questo film d'animazione in cui i punti di forza sono senza dubbio la grafica e il messaggio di emancipazione e indipendenza femminile.

L'ho già visto due volte. Ebbene sì. La prima ci sono andata con la mia bimba, solo io e lei, la seconda con delle care amiche che non potevano perdere Frozen II - Il segreto di Arendelle. Emma ne era entusiasta, perché a lei, nove anni, è piaciuto più del primo. Io, invece, gli stavo dando una seconda possibilità perché, in realtà, a me non è piaciuto. No, non sto dicendo che sia un brutto film, ci mancherebbe, ma... Ma andiamo con ordine.
Frozen II - Il segreto di Arendelle è il nuovo film di animazione della Disney. È il sequel di quel colossale Frozen che abbiamo amato, uscito nel 2013, che ci ha accompagnato per anni con gadgettistica, costumi di carnevale, canzoni, come se non ci fosse un domani. Ricordo la mia bimba pestare il pavimento fingendo con fierezza di ghiacciarlo, guardare fino allo sfinimento la scena della creazione del castello, il momento in cui Elsa si scioglie i capelli e trasforma il suo vestito, diventando la celebre principessa del ghiaccio. E si sa, non è facile reggere il confronto con un grande primo capitolo, si rischia di strafare inseguendo l'ideale pirotecnico di un fuoco d'artificio.

Frozen II - Il segreto di Arendelle racconta ancora una volta la storia di Elsa, Anna e di Arendelle, la loro città nel fiordo norvegese, ma aggiungendo dettagli nel passato e nel presente della vicenda.

La narrazione si apre con le due sorelle ancora piccine, come nel primo capitolo, e con il racconto di un evento leggendario che sarà poi il fulcro attorno cui si svilupperà il resto del film. In un flashback nel recente passato, vediamo il nonno delle due bimbe, re Runeard, costruire una imponente diga come regalo alla popolazione dei Northuldri, abitanti della Foresta Incantata in armonia con la natura e i suoi spiriti – a metà tra una tribù di Lapponi e gli Indiani d'America, che ricordano anche negli abiti e nella fisionomia. Il papà di Elsa e Anna, il futuro re Agnarr, è piccolo e ricorda di aver assistito a una improvvisa guerriglia tra suo padre e le sue guardie e i Northuldri, durante la quale lui cade, sbatte la testa e sviene. E viene salvato da qualcuno di cui non scoprirà mai l'identità – prima incongruenza, come mia figlia stessa ha osservato. Questa battaglia fa infuriare gli spiriti della Foresta Incantata – acqua, aria, terra e fuoco – che la inglobano in una nebbia impenetrabile che non può essere oltrepassata – e anche questo darà origine a un inverosimile risvolto narrativo, che però non voglio spoilerare.

Frozen II - Il segreto di Arendelle - locandina
Frozen II - Il segreto di Arendelle, il nuovo film di animazione della Disney: la recensione

Frozen II - Il segreto di Arendelle

REGIA Chris Buck, Jennifer Lee
SCENEGGIATURA Jennifer Lee, Allison Schroeder
PRODUTTORE Peter Del Vecho
MUSICHE Robert Lopez, Kristen Anderson-Lopez
DISTRIBUZIONE Walt Disney Pictures
ANNO 2019
DOPPIATORI ITALIANI Serena Autieri, Serena Rossi, Paolo De Santis, Enrico Brignano, Massimo Bitossi, Joy Saltarelli, Stefano Benassi, Massimo Lopez

Passano gli anni – e le vicende narrate in Frozen I – e ritroviamo Elsa e Anna adulte, ormai felicemente coinquiline del castello di Arendelle, in cui abita anche Kristoff. Forse.

In effetti non è chiara la sua posizione. In questo secondo capitolo è goffo, rappresenta la quota comica del film, nel suo rocambolesco tentativo di chiedere Anna in moglie, sempre sfumato per improbabili incomprensioni dovute alle paturnie di lei. Un ingombro minimo, quasi superfluo, in questa trama ingarbugliata che, a mio avviso, mette troppa carne al fuoco.
Ma quando tutto scorre serenamente, tra serate a giocare ai mimi e feste organizzate in paese, Elsa comincia a sentire le voci. Una, in particolare, femminile e seducente. La avverte come un richiamo ipnotico, conscia di doverla seguire per scoprire il mistero dei suoi poteri. Una nuova necessità, a quanto pare, mai avvertita nel primo capitolo, quando semplicemente li aveva accettati e si era ritirata da eremita tra i ghiacci per seguire la sua vera essenza. Una forzatura, necessaria per intraprendere una nuova avventura, un nuovo viaggio verso Ahtohallan, un'isola nel mare del Nord che pare avere tutte le risposte.

Malgrado le due candidature a Golden Globes e quelle ai Critics Choice Award, Frozen II - Il segreto di Arendelle stenta a decollare. Troppi filoni narrativi, aggrovigliati e mai del tutto sviluppati, in questo film d'animazione in cui il punto di forza è senza dubbio la grafica computerizzata.

Se in Frozen I protagonista era la neve, in Frozen II protagonista è l'acqua. Eccezionale la resa dell'increspatura della superficie del mare placido o delle onde infuriate, talmente realistica che pare di sentire gli schizzi o di nuotarci dentro. Spettacolari le scene della valanga d'acqua che travolge il fiordo o di Elsa che cerca di domarne lo spirito. Altrettanto spettacolare è la sua evoluzione a Elsa 3.0, una nuova trasformazione che vi lascerà a bocca aperta – anche se non ha alcun senso narrativo.
Ma molte sono le incongruenze, i filoni narrativi appena abbozzati o lasciati sospesi, senza alcuna spiegazione. Alcuni concetti sono sottolineati dai dialoghi o dai testi delle canzoni, quasi forzatamente, perché la trama accelerata e confusa non è in grado di farli cogliere come messaggi emozionali. Altrettanto forzati, e forse superflui, sono alcuni dettagli aggiunti alla storia del primo capitolo, da cui si attinge secondo me troppo, anche per momenti a metà tra l'easter egg e la gag slapstick.
Molti i personaggi che hanno ruoli marginali, da cui ti aspetti sviluppi narrativi importanti, ma che sfumano in qualche battuta o banale canzoncina – si ventilava, ad esempio, di una coraggiosa relazione tra Elsa e una ragazza northuldra...
Pure le canzoni appaiono confuse – e forse sono pure troppe. Molti hanno parlato di nuovi tormentoni, io ammetto di non ricordarne nessuna – mentre con Frozen I sono uscita dal cinema canticchiandole quasi tutte, soprattutto l'indimenticabile All'alba sorgerò. Che sia da imputare anche alla non facile traduzione italiana?

Ma ai bambini piacerà molto. Il loro beniamino Olaf ha un ruolo di primo piano, comico e tenero, e scatenerà più di qualche risata in una trama che tutto sommato non ha pathos né una componente drammatica, scevra di un reale villain contro cui lottare e di un chiaro intento.

Davvero divertenti le scene del gioco dei mimi e del riassunto della prima puntata in pochi minuti di trasformismo, esilaranti anche le altre battute di Olaf, come sempre al limite del nonsense.
Riguardalo speravo mi avrebbe fatto apprezzare maggiormente il nuovo lungometraggio Disney, perché ammetto di essermi più volte smarrita, a una prima visione, nella selva di linee narrative di Jennifer Lee, che firma la sceneggiatura e la regia – questa insieme a Chris Buck – di  Frozen II - Il segreto di Arendelle. Invece, mi ha addirittura fatto cogliere alcune incongruenze e superficialità che la prima volta mi erano sfuggite.
Ma ci sono anche cose che mi sono piaciute, in questo film. Oltre alla grafica, ancora una volta ho apprezzato molto lo spazio dato alle protagoniste femminili, ormai quasi assolute: dalla Regina Iduna, che nella storia ha un ruolo salvifico di aggregazione, alla capa dei Northuldri, da Anna, che senza superpoteri dovrà prendere decisioni importanti per sé e il proprio popolo, a Elsa, che combatte contro i suoi stessi fantasmi, i suoi limiti, e celebra l'indipendenza femminile come un trionfo, congiungendo addirittura la dimensione umana a quella di una natura magica, con tanto di rappresentazione iconografica su un destriero trasparente che solca le acque.
C'è tanto in Frozen II - Il segreto di Arendelle, forse troppo o semplicemente non adeguatamente sviluppato. Ma abbastanza da meravigliare i bambini, farli ridere e sognare. E del resto, non è forse questo ciò che ti aspetti da un film d'animazione Disney?





Stefania Bergo

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Coraline e la porta magica, un film d'animazione di Henry Selick: la recensione

Coraline e la porta magica, un film d'animazione di Henry Selick: la recensione

Coraline e la porta magica, un film di Henry Selick: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Coraline e la porta magica: dall'autore di Nightmare Before Christmas, Henry Selick, un film in stop motion dalle atmosfere dark tratto dal romanzo di Neil Gaiman. 

A dieci anni dalla sua prima uscita nelle sale cinematografiche italiane, Coraline e la porta magica di Henry Selick – che ha co-diretto anche Nightmare Before Christmas assieme a un certo Tim Burton – mantiene inalterata la sua quota artistica e originale nel mare di film d'animazione a tinte pastello per bambini, anche se, dobbiamo ammetterlo, le storie stereotipate di balocchi e palline colorate sono ormai una minima parte delle proposte per l'infanzia. Al giorno d'oggi, ogni film pensato per i bambini è in realtà stratificato e godibile anche da un pubblico adulto, e quando questo non succede – vedi ad esempio Hotel Transilvania 3, di cui vi parlerò la prossima volta – stride come eccezione.
Henry Selick confeziona un film psichedelico e al contempo noir, addirittura orrorifico a tratti, che combina stop motion e stereo 3D – posso solo immaginare come sia stato vederlo al cinema – per raccontare la storia di una bambina di undici anni, Coraline, che si trasferisce con i genitori a Pink Palace, in un posto un po' fuori città.

Con il suo impermeabile giallo – sì, come quello di Greta –, Coraline, che si definisce "strega dell'acqua", inizia subito a perlustrare i dintorni della casa in un'atmosfera grimy, data dal grigiore di una giornata di pioggia. 

E incontra due nuovi amici: un gatto nero spelacchiato e un bambino eccentrico e un po' inquietante a cavallo di una bicicletta che pare rombare. È Wybie – diminutivo di Wyborn, why born... – nipote dell'anziana vicina di casa che in gioventù ha perduto la sorella, scomparsa improvvisamente.
Coraline ha due genitori, entrambi scrittori di libri e riviste sul giardinaggio, troppo impegnati per accorgersi del suo bisogno adolescenziale di attenzioni e stimoli, e viene spesso invitata ad occuparsi da sola di se stessa e soprattutto a non disturbare il loro lavoro. E credo che ogni genitore, anche il più presente, si riconosca in loro: quante volte abbiamo risposto con un vacuo «mmh mmh» ad una domanda insistente dei nostri figli, senza nemmeno capire davvero cosa volessero? Una leggerezza che diviene il fulcro su cui poggia la storia...

Coraline e la porta magica, un film di Henry Selick: la recensione
Coraline e la porta magica, un film d'animazione di Henry Selick: la recensione

Coraline e la porta magica

REGIA Henry Selick
SCENEGGIATURA Henry Selick
FOTOGRAFIA Pete Kozachik
MUSICHE Bruno Coulais, They Might Be Giants
DISTRIBUZIONE Universal Pictures
ANNO 2009 

DOPPIATORI ITALIANI
Eva Padoan, Francesca Fiorentini, Sergio Lucchetti, Gabriele Patriarca, Paolo Marchese, Angelo Nicotra, Lorenza Biella, Ludovica Modugno

Annoiata e trascurata dai genitori, esplorando la casa, Coraline scopre una porta magica nel soggiorno, chiusa a chiave e ricoperta con la carta da parati, col preciso intento di nasconderla.

Cosa cela quella porta? Apparentemente nulla, solo un muro di mattoni. Ma poi, una sera, risentita per le continue mancate attenzioni parentali, e soprattutto incuriosita, come solo i ragazzini in cerca di avventure sanno essere, apre la porta chiaramente magica e intravede un tunnel vibrante che pare fatto di gommapiuma colorata. Senza nemmeno porsi un ragionevole dubbio sul da farsi, lo attraversa e sbuca... nel suo soggiorno di casa! Si affaccia in cucina e vede sua madre – stranamente – intenta a cucinare, come raramente fa di solito. Con voce cinguettante la invita ad accomodarsi, pronta a gustare il suo piatto preferito. Ed è allora, quando glielo porge, che Caroline si accorge che sua madre ha un paio di bottoni neri cuciti al posto degli occhi. Una visione inquietante, se si pensa che in passato venivano posate sugli occhi dei defunti delle monete per agevolarne il trapasso. Inquietante anche se li si considera come i consueti occhi delle bambole di pezza...

Non voglio svelarvi di più di Coraline e la porta magica, un film che vi consiglio di scoprire e gustare colpo di scena dopo colpo di scena.

Da qui in poi la narrazione si fa onirica, psichedelica, burtoniana quanto basta per renderlo un film adatto ai bambini dagli otto anni in su, possibilmente insieme ai genitori – Emma lo ha visto due anni fa e ne è rimasta un po' turbata, mentre ora, che di anni ne ha appunto otto, lo ha rivisto con piacere, cogliendone alcuni dei messaggi. I colori tetri si alternano a sprazzi scintillanti ma mai glitterati, si tratta più di un gioco di luci e, soprattutto, ombre – date non solo dalla mancanza di luce, ma anche dalla pioggia, dalla nebbia, dall'atmosfera lugubre in genere.
Il gatto e Wybie giocheranno un importante ruolo nella storia e condurranno Coraline, novella Alice nel paese delle Meraviglie – grottesche –, alla scoperta della verità.
Il messaggio che domina su tutti è che non è tutto oro ciò che luccica – la famiglia del Mulino Bianco non esiste. La felicità immaginata è solo apparente, quella reale è altra cosa e non necessariamente è scevra di momenti difficili in cui pare allontanarsi irreversibilmente. Quanto siamo disposti a sacrificare per inseguire un miraggio? Siamo sicuri di volere ciò che desideriamo? Perché, a volte, i sogni possono celare incubi spaventosi e gli incubi, se si ha pazienza, acquistare splendidi colori e fiorire come un giardino. In altre parole, «facciamo attenzione a ciò che desideriamo»...





Stefania Bergo
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Dragon Trainer 3, l'ultimo capitolo della storia d'amore tra draghi e umani: la recensione

Dragon Trainer 3, l'ultimo capitolo della storia d'amore tra draghi e umani: la recensione

Dragon Trainer 3, l'ultimo capitolo della storia d'amore tra draghi e umani: la recensione

Cinema Recensione di Elena Genero Santoro. Dragon Trainer 3, l'ultimo capitolo della saga, un film d'animazione che parla d'amore: quello parentale, tra draghi e umani, e quello di coppia, tra Hiccup e Astrid e tra Sdentato e la Furia chiara.

È proprio vero che nel gradimento di un libro, o di un film, il proprio stato d'animo incide pesantemente. Forse è questa la ragione per cui, in un momento difficile a livello personale, ho trovato Dragon Trainer 3 più triste di quanto fossi disposta a sopportare. Triste per me, ma tutto sommato giusto, anche se avrei sperato in un finale diverso.
Nel villaggio di Berk, di cui il giovane Hiccup ormai è il capo, i draghi sono troppi. Hiccup e i suoi amici (i Cavalieri dei Draghi) continuano a liberare i draghi che gli umani tengono prigionieri, ma Berk ormai è sovrappopolato e, di fatto, indifendibile dagli attacchi dei nemici. È ora di trovare una nuova terra, in cui vivere in pace.
Hiccup ricorda che suo padre Stoick gli aveva parlato di un regno nascosto dietro una cascata. Suo padre però non era mai riuscito a raggiungere quella terra.
Minacciato dal perfido Grimmel, che vuole uccidere i suoi draghi, in particolare il suo Sdentato, la Furia Buia, Hiccup trasferisce il suo villaggio su un’isola poco distante.
Nel frattempo Sdentato ha conosciuto una draghessa della sua stessa specie, una Furia Chiara, e inizia il suo corteggiamento, mentre Hiccup trova il mondo che suo padre aveva cercato a lungo. La Furia Chiara è stata però usata da Grimmel come esca inconsapevole e ciò porterà allo scontro e alla battaglia finale.


La grafica è ottima, forse è migliorata rispetto al primo film in cui in alcune scene gli stormi di draghi sembravano appena abbozzati. Adesso è tutto più rifinito.

Il film è carino, ma ho trovato qualche gap narrativo, dei punti che potevano essere approfonditi meglio. In particolare alcuni personaggi, tipo Valka, la madre di Hiccup, ritrovata solo nell'episodio precedente, poteva essere sfruttata meglio, invece rimane sullo sfondo. Hanno più rilievo Testabruta e Testaditufo, coppia di fratelli dal non elevato quoziente intellettivo che spiccano per quanto sono irritanti. Loro rappresentano la parte più comica di un film altrimenti molto avventuroso e dinamico, non sempre spensierato e allegro. Io invece amo Hiccup, così normale nella sua disabilità acquisita (gli manca parte della gamba sinistra, persa nel primo film).

Dragon Trainer 3 Il mondo nascosto

Dragon Trainer 3
Il mondo nascosto

REGIA Dean DeBlois
SCENEGGIATURA Dean DeBlois
FOTOGRAFIA Gil Zimmerman
MUSICHE John Powell
DISTRIBUZIONE Universal Pictures
ANNO 2019

CAST: Flavio Aquilone, Letizia Scifoni, Massimo Lodolo,Carlo Valli, Alessio Nissolino, Gabriele Patriarca, Mattia Ward, Letizia Ciampa, Daniele Giuliani, Francesca Fiorentini

In Dragon Trainer 3, divertente e buffo è anche il rituale di corteggiamento dei draghi, la nuova storia d'amore tra Sdentato e la Furia chiara.

Alla storia d'amore dei draghi è dato più spazio che a quella tra gli umani, appena abbozzata e tratteggiata. In pratica il fidanzamento tra Hiccup e Astrid è lasciato ai sottintesi, lo spettatore non vive alcun momento "epico" (non dico la passione, visto che il target di questo film sono i minori, ma più vicinanza e complicità sarebbero state gradite), ci sono solo un paio di passaggi in cui Astrid supporta un demoralizzato Hiccup. A rimarcare il fatto che, anche se Hiccup è il capo, la gestione del regno funziona meglio quando una donna supporta il proprio compagno.

E poi c'è un'altra storia d'amore, il rapporto tra draghi e umani, ed è questo ciò intorno a cui il film ruota, in realtà.

Il finale, dicevo, è giusto, ma molto triste, anche se [Spoiler! Se vuoi, passa il mouse per leggere] tranquilli, nessuno muore. Ci ricorda che quando ci si ama bisogna accettare anche una dose di sofferenza.
Ma attenzione: la sofferenza in amore non è piegarsi al volere dell'altro, o accettare che l'altro ci tratti male. Quello sarebbe amore malato; quando un amore esige quel tipo di sopportazione, non è amore. L'amore non è possesso. Proprio per questo [Spoiler! Se vuoi, passa il mouse per leggere] Hiccup decide, per amore dei draghi, di separarsi da loro, di lasciarli raggiungere il loro mondo sommerso dove avrebbero potuto vivere in pace, lontani dagli umani malvagi.
È quello che accade nelle coppie, ma anche e soprattutto tra genitori e figli. La convivenza tra draghi e umani procedeva bene. C'era un equilibrio, una pace e un'armonia. Ma in una famiglia, in una famiglia di umani o in una grande famiglia come quella di Berk, questa perfezione può essere solo provvisoria. [Spoiler! Se vuoi, passa il mouse per leggere] I figli (e i draghi del film sono un po' dei bambinoni) non possono rimanere in eterno con i genitori. Devono trovare una loro strada, una loro dimensione, un mondo che sia loro congeniale. Devono guadagnare la propria autonomia. È la natura che chiama. Infatti i draghi del film, nel momento in cui vengono "liberati", non tornano indietro. Abbracciano la loro nuova vita, salutano i loro umani con commozione, ma poi partono senza voltarsi. Accettare che l'altro possa vivere in modo migliore, anche se questo può significare allontanamento: questo è vero amore.
Ed è ciò che porta struggimento e commuove.




Elena Genero Santoro
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La stella di Andra e Tati, un cartoon per raccontare l'Olocausto: la recensione

La stella di Andra e Tati, un cartoon per raccontare l'Olocausto: la recensione

La stella di Andra e Tati, un cartoon per raccontare l'Olocausto: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. La stella di Andra e Tati, un cartoon prodotto da Rai Ragazzi e Larcadarte per raccontare l'Olocausto ai bambini.

Avevo visto il trailer di La stella di Andra e Tati, pensavo ad un nuovo film d'animazione per il cinema di gennaio. Ne avevo intuito l'intento: raccontare l'Olocausto ai bambini, perché è giusto che conoscano questa pagina oscura del nostro passato, senza che venga loro negata la conoscenza, senza che vengano raccontate frottole, ma filtrando opportunamente il tipo di messaggio — non i contenuti, solo i toni. Perché i bambini capiscono molto più di quanto pensiamo, ma hanno diritto alla loro infanzia, al non essere violentati con immagini scioccanti o parole incomprensibili. Hanno bisogno di una comunicazione immediata, di adulti che si abbassino accanto a loro, in modo da poterli guardare negli occhi, non dall'alto, e cerchino di spiegare loro quelle immagini che per loro non hanno alcun senso. Perché non possono concepire tanta crudeltà, i bambini.
La scelta dei registi Rosalba Vitellaro e Alessandro Belli e della Rai Ragazzi che ha co-prodotto il cartoon con il Centro Larcadarte, è stata a mio avviso davvero intelligente ed efficace. Per raccontare l'orrore ai bambini, si è scelto di narrare la storia di due bambine, Andra e Tati, deportate in un campo di concentramento. Una storia terribile che, tuttavia, ha un lieto fine. Perché per un bambino, tornare tra le braccia di mamma e papà non può che essere la giusta conclusione di un incubo. Anche se non si è trattato di un incubo, ma dell'atroce realtà dell'Olocausto.

Alessandra e Liliana Bucci sono due sorelle italiane sopravvissute all'Olocausto. Solo recentemente hanno trovato il coraggio di raccontare la loro storia.

Residenti a Fiume, di madre ebrea, hanno sperimentato sulla loro pelle prima l'ingiustizia delle leggi razziali, poi l'orrore della deportazione. Ad Auschwitz. All'epoca avevano solo quattro e sei anni.
I disegni intensi di Annalisa Corsi sanno rendere l'emozione, il dramma provato, il senso di smarrimento e di inconsapevolezza tipico dei bambini. I colori sono cupi, come lo è la paura, ma non grigi. Le sfumature ci sono ancora, malgrado i bambini sperimentino subito l'assurdità di una condizione disumana inspiegabile: Andra e Tati vengono subito separate dalla mamma, private dei loro abiti, tatuate, ma trovano ancora il modo di trascorrere le giornate a giocare. Un istinto di sopravvivenza che spinge i bambini a rielaborare quello che accade loro intorno, come succede nei sogni, e a renderlo più accettabile. Perché non viene risparmiato nulla, ai bambini, ad Auschwitz.


La stella di Andra e Tati

La stella di Andra e Tati, un cartoon per raccontare l'Olocausto: la recensione

La stella di Andra e Tati

REGIA Rosalba Vitellaro e Alessandro Belli
SCENEGGIATURA Valentina Mazzola, Alessandra Viola, Rosalba Vitellaro
PRODUZIONE Larcadarte, Ministero dell'Istruzione, Rai Fiction
ANNO 2018
DOPPIATORI
Loretta Goggi, Ludovica Modugno, Leo Gullotta, Laura Morante

La stella di Andra e Tati racconta soprattutto le emozioni, le sensazioni delle due bambine.

Come quando la più grande, Andra, si sente in colpa per non aver "riconosciuto" la madre in uno dei rari incontri nel campo e non averla abbracciata. «Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo», vien da pensare guardando quella madre. Eppure, la mamma di Andra e Tati ha ancora una luce dentro e la fermezza di dire alle sue bambine di ripetere il loro nome per non scordarlo. Quest'esercizio sarà loro utilissimo alla fine della guerra, perché attraverso il loro nome potranno ricongiungersi alla famiglia. Ma aggrapparsi a un nome non è solo questo: nel nome di una persona c'è la sua identità, la sua umanità. Ridurre un individuo a un numero significa privarlo del suo essere "persona", diventa solo uno tra i tanti, un insignificante dato che fa statistica.

Come sono sopravvissute ad Auschwitz Andra e Tati? Per caso. 

Il caso ha voluto che la mamma le avesse vestite uguali nel momento in cui sono state deportate e siano state prese per gemelle, condizione invitante per il sadico "angelo della morte", il criminale di guerra Joseph Mengele. Il caso ha voluto che la loro blockova — l'addetta alla sorveglianza della loro baracca — le avesse prese in simpatia e le abbia salvate dalla fine atroce riservata invece al loro cuginetto Sergio, trasferito al campo di concentramento di Neuengamme, in mano ad un altro "dottor morte".
Il caso. L'umore di chi gestiva il campo. La congiunzione astrale tra Venere e Marte. Non ci sono meriti, non ci sono colpe. Nell'Olocausto la distinzione tra chi è morto e chi è sopravvissuto è solo frutto del caso. Oltre 200 mila bambini entrarono ad Auschwitz, solo 50 ne sopravvissero al di sotto dei dieci anni. Due di questi furono Andra e Tati.

La stella di Andra e Tati non racconta solo l'orrore del passato, pone sotto i riflettori l'indifferenza di oggi.

Ho trovato davvero interessante e vincente l'aver raccontato la storia di Andra e Tati parallelamente a quella di ragazzini di 13-14 anni che, con la scuola, vanno in visita ad Auschwitz. Tra di loro, un gruppetto di ragazzini sbruffoni, i classici bulli che se la prendono coi più deboli. O anche semplicemente ragazzi superficiali, intenti a chattare tra i social dai loro smartphone, insofferenti all'obbligo di una "gita" che dovrebbe essere solo svago e non certo un momento didattico. È bello l'accostamento a compagni di classe con differente sensibilità, che invece l'Olocausto l'hanno già digerito. È commovente la trasformazione psicologica del capogruppo di questi bulli alla vista dei cumuli di valigie, degli occhiali intrecciati, dei pigiami a righe che paiono lapidi. La scuola, dunque, nel cartoon La stella di Andra e Tati assolve al suo compito di educazione delle nuove menti, sensibilizzandole, senza arrendersi al primo ostruzionismo, insistendo proprio con quei soggetti che paiono i più reticenti e disinteressati. Cercando di far cogliere la dissonanza tra la facile condanna del passato e l'indifferenza per le ingiustizie di oggi. Ricordare non basta, bisogna imparare davvero. Imparare a distinguere i tratti comuni e spaventosi di come tutto è iniziato.


E la scuola elementare di mia figlia ancora una volta ha dimostrato la grande sensibilità delle sue  maestre e il suo valore educativo mostrando La stella di Andra e Tati ai bambini e facendo loro delle semplici domande dopo la visione del cartoon. 

Cosa avresti fatto al posto di Andra e Tati? Cosa ci ha insegnato questo film? Cosa ne pensi della storia di Andra e Tati? Per Emma il film è «triste per il suo significato reale e ingiusto», perché «anche se siamo di colore e paese diverso siamo comunque uguali». E se fosse stata al posto delle due bambine, avrebbe semplicemente «obbedito alle regole anche se spaventata». Risposte semplici, da bambina. Da bambina pensante.
Andra e Tati, ormai anziane, in una conferenza hanno detto di ammirare il popolo tedesco, pur avendone avuto paura e disprezzo a lungo, perché sono stati in grado di ammettere le loro colpe e fare i conti col loro passato. L'Italia no, non l'ha ancora fatto. E, forse, comincerà a farlo proprio attraverso i bambini.



L'intero film è disponibile sul sito www.raiplay.it, ed è possibile visionarlo semplicemente creando un account.
Dal film è stata tratta la graphic novel omonima, La stella di Andra e Tati, di Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro, con le illustrazioni originali del cartoon e la prefazione di Andra Bucci e Tatiana Bucci, edita da De Aostini.


Stefania Bergo
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Smallfoot, la recensione

Smallfoot, la recensione

Smallfoot, la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Smallfoot - Il mio amico delle nevi, diretto da Karey Kirkpatrick per la Warner Bros., quando cambiare il punto di vista può farci ricredere e aprire al diverso.

Smallfoot, il film d'animazione di Karey Kirkpatrick e Jason Reisig, ispirato a Yeti Tracks di Sergio Pablos e distribuito dalla Warner Bros., ha una narrazione stratificata, come ci ha abituati la Disney. Un piano narrativo per i bambini, più immediato e divertente, e uno per gli adulti, in cui si toccano temi importanti come la libertà dell'informazione e l'importanza della meraviglia, della curiosità di fronte all'ordine costituito delle cose — scintilla necessaria al vero progresso della conoscenza — e soprattutto della comunicazione, dell'apertura mentale verso l'altro.
L'introduzione mi ha ricordato la prefazione di Hip nei Croods — e forse per molti aspetti i due film si assomigliano. La voce del protagonista, doppiato in italiano dal bravissimo Lorenzo Licitra, racconta che gli Yeti vivono sulla cima di una montagna che galleggia tra le nuvole, sorretta da quattro enormi mammut, al di sotto dei quali c'è il Nulla.

Tutta la vita degli Yeti è organizzata nel dettaglio per far funzionare la società seguendo i dettami delle Pietre, piccole tavolette con geroglifici primitivi appese alla veste del Guarda Pietre, il capo e saggio del villaggio. 

Un po' come gli alert del padre di Hip, che illustrava nella caverna quello che era proibito fare, più che la vera conoscenza. Si tratta quindi, per gli Yeti o Bigfoot che dir si voglia, di leggi da accettare senza chiedersi se siano giuste o meno, verosimili o campate in aria. E ogni volta che qualcuno ha l'istinto di porsi una domanda per indagare la realtà, deve prendere un bel respiro e spingerla in basso, ingoiarla e digerirla senza una risposta. Tanto basta per tornare ad essere sereni. L'ignoranza come protezione, quindi, le regole come una to do list che toglie dall'imbarazzo di doversi creare, da soli, uno scopo nella vita.
Ecco allora che il protagonista, Migo, è orgoglioso della tradizione di famiglia: quella di risvegliare il sole ogni mattina lanciandosi contro un gong gigantesco da suonare con la testa. Anzi, il gong deve risvegliare la Grande Lumaca, che striscia nel cielo e porta la luce, altrimenti il mondo resterebbe al buio. Perché così dicono le suddette Pietre. E chiunque le contraddica o metta in dubbio il loro messaggio viene ritenuto pazzo, un visionario suonato cui non dare credito.

Un giorno, Migo si imbatte in uno smallfoot, un umano, che poi però, con un espediente, viene risucchiato oltre le nuvole da una corrente d'aria e sparisce. 

E quando Migo racconta le verità agli abitanti del villaggio, lo prendono per pazzo, perché secondo le pietre gli smallfoot non esistono. Gli Yeti, quindi, con un meccanismo del tutto realistico e specchio di ciò che accade nella nostra quotidianità, danno più credito a una credenza pesante e stabile, come un macigno appunto, piuttosto che metterne in discussione i contenuti confutati dalla realtà stessa. È quello che deve essere successo nei secoli bui di fronte alle nuove scoperte scientifiche.
Tuttavia, questo tema stratificato risulta un po' ambiguo, date alcune tendenze complottiste odierne. Il messaggio destinato agli adulti, quindi, può essere diversamente interpretato, a mio avviso, e non è chiaro quale sia il punto di vista del regista. Si tratta di mettere in discussione le credenze popolari e chi cerca di manipolare l'informazione o di screditare la scienza e i fatti in virtù di un "ci stanno nascondendo qualcosa"?

Smallfoot - Il mio amico delle nevi

Smallfoot - Il mio amico delle nevi

REGIA Karey Kirkpatrick, Jason Reisig
SCENEGGIATURA Karey Kirkpatrick, Clare Sera
MUSICHE Heitor Pereira
ANNO 2018
DOPPIATORI ITALIANI
Lodovica Comello, Lorenzo Licitra, Sofia Scalia, Luigi Calagna, Massimiliano Alto, Ludovico Versino, Andrea Mete, Gemma Donati, Gabriele Patriarca

Migo viene bandito perché continua a difendere la verità, ma questo gli permette di venire a conoscenza di una setta creata proprio dai pazzi del villaggio — quelli "strani" — e dalla bella figlia ribelle del Guarda Pietre, Miki.

Mi ricorda un po' Footloose, non trovate? Loro credono nell'esistenza degli smallfoot, ne hanno le prove. E Miki crede anche un sacco di altre cose, tipo che la montagna non possa galleggiare nel nulla —  come dire, la Terra non è piatta — e che in realtà la Lumaca che dà luce al cielo altro non sia che una palla di gas infuocati. Una figlia ribelle, intelligente e avida di conoscenza che induce anche Migo a farsi domande, a desiderare di andare oltre la superficie delle cose, a pensare con la propria testa. Un messaggio potente rivolto anche ai più piccoli grazie alla bella canzone Wonderful life, cantata in italiano da Lodovica Comello, voce di Miki.
Non si tratta solo di farsi domande, ma di trovare le proprie risposte e scoprire le proprie verità. Non puoi essere sempre soddisfatto di ciò che ti è stato detto o tramandato. A volte è importante uscire dagli schemi.
Ma inseguire la verità, mettere in discussione l'ordine costituito delle cose, occorre avere coraggio, o incoscienza, e affrontare l'ignoto. Migo, aiutato dalla setta degli Yeti ribelli, viene calato oltre le nuvole e cade, con la goffaggine di Willy il Coyote, nel mondo degli smallfot che abitano le pendici della montagna. Lì, fa la conoscenza del coprotagonista della storia, Percy, giornalista naturalista in cerca di uno scoop per risollevare le sorti del suo programma televisivo.

Con il giornalista Percy, lo smallfoot, vengono toccati altri temi importanti. 

Lui, infatti, pur di creare un contenuto virale per il web, e quindi ottenere like sui social network, è disposto a perdere la propria integrità di professionista e inventare una storia da spacciare per vera: lo Yeti esiste.
L'incontro tra Migo e Percy mette in luce, forse non in modo originale ma sicuramente efficace, anche che spesso le incomprensioni nascono solo da un difetto di comunicazione. Entrambi si parlano, ma a Migo le parole dell'umano paiono come lo squittio di un topolino, mentre a Percy lo Yeti pare ruggire e quindi anche la parola più amichevole viene interpretata come una dichiarazione di guerra. E anche le azioni che ne conseguono vengono interpretate, in modo esilarante soprattutto per i bambini, non sempre correttamente.

Migo porta con sé lo smallfoot per provare la sua buonafede. Ma si trova ad affrontare il peso della verità.

Una volta mostrato l'umano al villaggio, gli abitanti iniziano a farsi domande, a mettersi in discussione, e soprattutto devono affrontare l'instabilità e la paura di fronte allo sgretolamento delle proprie certezze — i dettami delle Pietre. Molto meglio una sana ignoranza, facilmente ottenibile manipolando l'informazione con bugie dette a fin di bene, protettive, come quelle che a volte si raccontano ai bambini.
Ma questa è solo una scorciatoia, una soluzione temporanea, non può essere uno stile di vita. Proteggersi è un'esigenza condivisibile, ma a volte, mettendosi in discussione e andando verso l'altro con empatia, ci si accorge che non sia sempre necessario.

È Miki a sollevare per prima il dubbio: «noi vediamo loro come dei mostri aggressivi, ma forse si stanno solo difendendo perché pensano che i mostri siamo noi».

Sbam! Che messaggio potente e immediato, alla portata dei bambini. E infatti tutto il film, fin dal titolo, è un rovesciamento di punti di vista, un suggerimento ad andare oltre i preconcetti: gli Yeti, in questo film, vedono gli esseri umani come una leggenda nello stesso modo in cui, nella realtà, noi consideriamo "gli abominevoli" delle creature leggendarie.
Affrontare qualcuno diverso da noi, che parla un'altra lingua e ha diversi punti di vista, tradizioni e fattezze, è difficile, è più immediato cacciarlo che comprenderlo. Ma basterebbero un po' d'empatia, di fiducia e di sincero desiderio di conoscenza e accettazione, e potremmo anche scoprire che siamo tutti più simili di quanto pensiamo e che diventare amici può essere un sorprendente effetto collaterale.

Smallfoot è adatto a grandi e piccini, con una colonna sonora accattivante e una computer grafica eccellente.

Le canzoni, come sempre, fanno parte della narrazione, ma non sono invadenti. I brani sono stati scritti da Karey Kirkpatrick e dal fratello Wayner, mentre la musica è di Heitor Pereira. Le più belle e significative sono Wonderful Life, Finaly Free di Niall Horan, e Let it Lie, cantata in originale da Common, il coinvolgente rap del Guarda Pietre che svela a Migo la verità sulle credenze tramandate dagli Yeti.
La grafica digitale è eccellente. Per dare tridimensionalità agli Yeti e far risaltare il loro manto candido sul bianco della neve è stato animato ogni singolo pelo della loro folta pelliccia, risultando così fluida e morbida.
Smallfoot è veicolo di alcuni importanti messaggi per i più piccoli, resi immediati dalle immagini tridimensionali, dalle mimiche facciali accattivanti e dai dialoghi semplici e diretti, intervallati da gag slapstick che paiono ispirarsi agli intramontabili Looney Tunes — come le cadute da altezze impossibili di Migo & co. Ma il ventaglio di spunti di riflessione si amplia se letto da una mente adulta. Non si consumeranno i fazzoletti, come in altri lungometraggi, non c'è il dolore catartico che conduce al lieto fine. Ma è un film che ha comunque molto da dire e da dare. Anche solo instillando nello spettatore, grande o piccolo che sia, qualche domanda.





Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, Gli scrittori della porta accanto Edizioni (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Coco: tradizioni messicane e amore famigliare

Coco: tradizioni messicane e amore famigliare

Coco: tradizioni messicane e amore famigliare

Cinema Recensione di Elena Genero Santoro. Una bella storia di tradizioni, ricongiungimento e amore famigliare, dove i morti sono rappresentati dai teschi decorati caratteristici del culto messicano.

Succede che nelle famiglie si creino degli strappi. Che qualcuno si comporti in modo egoista, che per inseguire i propri sogni trascuri i suoi cari. Che la conseguenza di certi errori si tramandi per generazioni.
È quello che accade nella famiglia di Miguel, ragazzino messicano che ama la musica, ma che non può suonare perché genitori e nonni non glielo permettono. Il suo trisavolo infatti era un musicista che aveva lasciato la moglie Imelda per la sua carriera. Da quel momento Imelda si era dedicata alla fabbricazione delle scarpe, per mantenere sé e la figlia. E il suo rigetto per la musica si è tramandato, come forma di difesa, tra tutte le generazioni a venire, tra zii, cugini e fratelli.
Ma il “gene musicale” del trisavolo viene ereditato, inaspettatamente, proprio da Miguel, che, non avendone vissuto l’abbandono, è molto attratto dalla vita di quel musicista, di cui non conosce nulla, nemmeno il nome. Anzi, si convince che il trisavolo sia Ernesto de la Cruz, cantante, ormai defunto, originario del suo paese che ebbe una discreta fama qualche decennio prima e che è sempre stato il suo idolo.
Così, nel Dia de los Muertos, il giorno dei morti, Miguel prende in prestito dalla tomba di Ernesto de la Cruz la chitarra per partecipare a un talent e affermarsi come musicista. Ma questo gesto getta su di lui una maledizione. Miguel viene catapultato, vivo, nel mondo dei morti, e per tornare tra i suoi opprimenti famigliari deve riuscire a ottenere una benedizione da parte di un suo parente defunto. Qui ritrova la trisavola Imelda, ma se ne allontana, perché questa lo rimanderà sulla terra dei vivi solo se lui smetterà di suonare, e decide invece di cercare Ernesto de la Cruz per avere la sua benedizione.

Il film mette in scena la consuetudine messicana del giorno dei morti, che è una ricorrenza molto gioiosa, ed è vissuta con uno spirito completamente diverso da quello europeo. 

Si ritiene infatti che se una persona muore nella gioia, sarà felice anche dopo, quindi celebrare i propri defunti è un modo per averli vicini. Questo approccio è di derivazione azteca, come anche la tradizione dei teschi colorati e decorati che non hanno il significato macabro che avrebbero da noi. La Disney ha innestato la sua storia su queste usanze e ha dato vita a un film molto vivace in cui i morti sono rappresentati proprio con i teschi decorati e caratteristici del culto messicano.
Nel film il regno dei morti è presentato come una città molto colorata, simile e in fondo parallela al mondo dei vivi. Non c’è un paradiso, non c’è un inferno. Non esiste la meritocrazia. I trapassati non pagano per le loro colpe in vita. Al contrario, sembra che, in un mondo dove il numero di like sui social determinino la fortuna di una persona, anche i defunti della Disney siano soggetti all’indice di gradimento. In quello che è l’aldilà, se la passano meglio le star e quelli che hanno avuto molto successo da vivi, perché vengono ricordati da chi è ancora sulla terra. Il terrore delle anime defunte, infatti, è di essere dimenticate. E quando nessuno più si ricorda di loro, queste spariscono, raggiungono un oltre che in realtà nessuno conosce.



Al contrario, se qualche parente espone la loro foto nel Dia de los Muertos, i morti possono tornare sulla terra per una notte e fare visita ai loro cari.
Nella famiglia di Miguel, durante il giorno dei morti, viene mostrato tutto l’albero genealogico, ma la foto del trisavolo musicista è stata stracciata. Dunque lui, rifiutato dalla sua famiglia, non ha il permesso di tornare sulla terra come desidererebbe. L’unica persona vivente che serba ancora un ricordo di lui è la figlia, bisnonna di Miguel, la quale, molto anziana, vive quasi in stato vegetativo e potrebbe morire da un momento all’altro. Se lei dovesse morire, nessun altro saprebbe chi era il trisavolo di Miguel, il quale, pertanto, scomparirebbe e non potrebbe più ricongiungersi con la figlia nemmeno nell’oltretomba.

Coco, il cartone animato della Disney

Coco

REGIA Lee Unkrich, Adrian Molina
PRODUZIONE Darla K. Anderson, John Lasseter, Pixar Animation Studios
DISTRIBUZIONE Walt Disney Studios
SCENEGGIATURA Lee Unkrich, Adrian Molina, Jason Katz, Matthew Aldrich
MUSICHE Michael Giacchino
ANNO 2017

CAST (doppiatori ita)
Luca Tesei, Simone Iuè, Emiliano Coltorti, Fabrizio Russotto, Doriana Chierici, Mara Maionchi, Saverio Moriones, Mauro Gravina, Valentina Lodovini

In questo lungometraggio la Disney si è superata. I colpi di scena si susseguono uno dietro l’altro, l’azione pure, e la grafica è superba. 

Ma non è solo un film movimentato, è anche un film poetico che induce al pianto in più di una occasione.
Le conclusioni sono molteplici.
La prima è che quando una famiglia è divisa, non lo è mai per davvero. Ripudiare un congiunto, mettere un figlio contro un padre separato, è del tutto inutile. Ci sarà sempre qualcosa, una caratteristica, un talento, che nei discendenti ritornerà e non potrà mai essere dimenticato o rimosso. Forzare un figlio a non seguire la propria strada, anche quando ricalca quella del parente scomodo, è sempre sbagliato e controproducente. Chi ama, lascia liberi.
La seconda è che c’è sempre un perdono possibile, una spiegazione, un ritorno, anche nell’oltretomba. Ogni equivoco può essere risolto, ogni contrasto appianato, quando ci si ama. I morti sono più vicini a noi di quanto immaginiamo.


Ma chi è “Coco”, il cui nome ha dato il titolo al film?

Coco è la figlia abbandonata dal trisavolo musicista, nonché la bisnonna di Miguel. Era una bambina quando suo padre se n’era andato, ed è una bambina anche ora che è un’anziana rugosa, svanita e indifesa, con grandi mani nocchiute che si muovono poco e occhi sempre socchiusi.
E sarà proprio questo suo tornare un po’ bambina, questa sua sensibilità ritrovata a risolvere il nodo della sua famiglia. Miguel, cantandole la canzone del trisavolo, le permetterà di ricordare suo padre e di aprire la strada al perdono. Perché in mezzo c’è stata la vita, ma ora la bambina che è lei è più presente che mai e può manifestare liberamente l’amore che per tanti anni ha dovuto reprimere per il suo papà.
Insomma, largo ai fazzoletti per una bella storia di tradizioni, ricongiungimento e amore famigliare.



Elena Genero Santoro
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