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Novità editoriali

Recensione: Il Muro, di Francesco D'Adamo

Recensione: Il Muro, di Francesco D'Adamo

Recensione: Il Muro, di Francesco D'Adamo

Libri Recensione di Stefania Bergo. Il Muro di Francesco D'Adamo (DeA). Una crepa sul muro dei pregiudizi e della paura che separa sempre un noi da un loro, un libro da leggere coi bambini dai dieci anni in su.

Sto leggendo molti libri dedicati ai lettori più giovani, in questo periodo. Un po' perché ho poco tempo da dedicare alla lettura e non vorrei trascinarmi per settimane un libro, un po' perché sto investendo sul futuro di mia figlia, che di anni ne ha nove, e mi piacerebbe crearle una piccola biblioteca di storie che lascino il segno, che la facciano riflettere.
Ho appena finito di leggere Il Muro (DeA), di Francesco D'Adamo. Un titolo che mi ha attratta subito.
Il Muro.
I muri che si sollevano tra noi e gli altri, senza che nemmeno che ne accorgiamo.
Era comparso un mattino, uscendo all'improvviso dalle brume della notte, tanti anni prima. Aveva rotto le tenebre ed era là, immenso.
Francesco D'Adamo, Il Muro
Un muro nero, liscio, senza appigli o brecce. Come ce ne sono tanti.

C'è chi i muri li costruisce e chi li vuole attraversare.

Inizia così, il racconto di Francesco D'Adamo, con la piccola Teresa, di dodici anni, che vuole attraversare il muro e andare Di Là. Scritto maiuscolo, sì. Perché Di Là è il Paradiso, un luogo di cui si narra, dove tutti sono felici e sereni, in cui si lavora e si viene ripagati equamente, si hanno diritti e opportunità – il che non dovrebbe essere prerogativa del Paradiso, ma del Mondo intero, no? Anche se nessuno sa veramente come sia Di Là. Ciò che sanno è che non sarà difficile trovare qualcosa di più. Perché dove vive Teresa ora, c'è «un accidenti di niente», spesso mancano anche i diritti, la libertà. E i genitori, gli adulti, lo sanno bene che se vogliono dare un futuro ai loro figli li devono caricare sul Tren de la muerte e spedirli Di Là, oltre il Muro – o magari oltre il Mare...

Non è difficile capire a quale muro di riferisca Francesco D'Adamo, lo suggeriscono anche i nomi ispanici dei bambini protagonisti del romanzo.

Teresa, quella determinata e coraggiosa, che vuole andare oltre il Muro per ritrovare sua sorella Consuelo, partita l'anno prima e di cui non si hanno più notizie. Pato, un bambino di sei anni con un curioso berretto da giovane marmotta, spelacchiato e fuori luogo, nel deserto, che vuole andare Di Là a cercare Batman per portarlo al suo villaggio a combattere contro i cattivi, contro le ingiustizie, come faceva il suo papà, che però ora è sparito. Pedro Uno e Due, fratelli, spediti oltre il Muro dalla famiglia, in cerca di fortuna per loro stessi e per chi è rimasto all'Inferno. Màrquez, che porta il nome del grande scrittore, perché Cent'anni di solitudine è tutto ciò che gli ha lasciato in eredità suo padre, un minatore, prima di morire di lavoro. Coyote – un vero coyote – che racconta a Teresa – sì, lei parla con alcuni animali, li sente – di dover andare Di Là per raggiungere la sua compagna che ha attraversato il Muro in cerca di un posto sicuro dove mettere al mondo i loro cuccioli.
Gli ingredienti ci sono tutti, i riferimenti alle tante storie di migranti sono evidenti. Ma Francesco D'Adamo fa anche di più. Aggiunge alla sua storia magia e mistero – una nonna sciamana, ad esempio –, aggiunge la fantasia dei bambini, il loro bisogno di supereroi, in modo non solo da rendere Il Muro una lettura adatta ai giovani lettori, dai dieci anni in su, ma anche di presentarci le loro percezioni della realtà: la fiducia dei più piccoli, il disincanto dei più grandi.

Francesco D'Adamo narra questa storia con un linguaggio semplice ma estremamente efficace, ricco di immagini e sensazioni.

E lo fa con intelligenza e imparzialità. Perché non c'è solo la storia di Teresa, il suo punto di vista – che poi è quello di chi cerca di attraversare il muro per andare Di Là. C'è anche il punto di vista di Màrquez, che Di Là non ha mai voluto andare, pur abitando vicinissimo al Muro, perché la sua libertà se l'è creata da solo, perché ci si è accomodato dentro. E c'è anche il punto di vista di Signore, che il Muro lo deve controllare e difendere, seduto nella stanza dei bottoni, a fissare monitor e dare ordini a soldati e macchine. Perché gli hanno detto di presidiare il muro, è il suo lavoro.
Chi lavorava nella Sala di Controllo non era pagato per farsi domande o avere scrupoli. Doveva difendere la Sicurezza.
Francesco D'Adamo, Il Muro
Ci sono anche gli Sciacalli, nel racconto, quelli che guidano il Tren de la muerte e convincono le madri a dare loro tutti i risparmi, quelli di una vita, magari raccolti da famiglie intere, per garantire ai figli un futuro – «Dacci tuo figlio, lo metteremo sul Tren, lo porteremo Di Là, diventerà ricco». Ammaliatori, criminali, che guidano il treno nel deserto, un carico di vita di cui non si curano, perché a loro interessano solo i soldi. Poco importa se le condizioni dei bambini a bordo sono disumane, poco importa se sui tetti dei vagoni si muore di freddo di notte e ci si brucia la pelle di giorno, poco importa se non c'è cibo, né acqua. L'importante è portare forza lavoro a basso costo laddove certi compiti non vengono svolti, perché troppo faticosi o sporchi – «Dicono che puzziamo e facciamo troppa cacca ma hanno bisogno di noi, per tosarci e sfruttarci». Perché c'è anche questo, nel libro di Francesco D'Adamo: la denuncia di chi sulla disperazione della gente ci marcia, ancora una volta acutamente da più punti di vista.

Ma chi vive Di Là dal Muro – o dal Mare –, come vede i disperati che cercano di attraversarlo?

La verità – Teresa lo sapeva bene, non era sciocca – era che chi viveva Di Là – in Paradiso – non voleva straccioni stranieri tra i piedi. Per questo avevano alzato il Muro e lo difendevano a fucilate.
Francesco D'Adamo, Il Muro
Eppure, malgrado vogliano difendere con i Muri il loro Paradiso, quelli «mica sembrano felici», come osserva il piccolo Pato, intriso di sogni di giustizia nelle mani di un supereroe, accorgendosi solo alla fine che i veri supereroi non portano certo maschere ed eccentrici costumi.
Il mondo si divide sempre tra chi è di qua e chi è di là. E non sempre i muri sono veri e propri confini, non sempre sono monoliti che si estendono a perdita d'occhio – a volte sono distese d'acqua, porti chiusi. Quelli più invalicabili cono i muri che costruiamo con i nostri comportamenti, con il pregiudizio, con la paura di perdere ciò che abbiamo, compresi i sogni, alimentata da chi questa paura cerca di sfruttarla a proprio favore. Del resto il Muro è piatto, liscio, uguale su ogni lato, equo. Separa e basta. Chi può dire chi siano i veri prigionieri, se chi sta da un lato o dall'altro. L'unica certezza è che certi muri vadano abbattuti. Ma come?
Non voglio dire di più, non voglio svelarvi l'epilogo, perché Il Muro di Francesco D'Adamo ha una buona dose di suspense da non rovinare. Leggetelo con i vostri figli più piccoli o fatelo leggere a quelli adolescenti. Sarà una crepa su quel Muro.

Il Muro

di Francesco D'Adamo
DeA
Young Adult | Narrativa per l'infanzia 12+
ISBN 978-8851163082
cartaceo 11,81€
ebook 6,99€

Sinossi

Esiste un Muro, una barriera così alta che è impossibile vederne la cima. Un Muro che cresce, allungandosi di giorno in giorno. Un muro di pregiudizi, bugie e parole non dette. Non si sa bene che cosa ci sia dall'altra parte. In tanti hanno provato a oltrepassarlo, nessuno è mai tornato per raccontarlo. A Márquez, invece, non è mai interessato scoprire cosa c'è oltre il Muro: lui ha un cavallo, un fucile e tutta la libertà che può desiderare. Ma la mattina in cui conosce Teresa le cose cambiano. Perché Teresa ha due grandi occhi neri a cui è difficile resistere. E le idee chiare. Vuole andare Di Là e salvare sua sorella, che è partita mesi prima sul Tren de la muerte e non ha più fatto sapere nulla di sé. Insieme a Teresa c'è Pato. Pure lui non ha dubbi, anche se ha solo sei anni: è praticamente certo che dall'altra parte del Muro ci sia Batman, l'eroe di Gotham City, e vuole trovarlo per chiedergli di salvare il suo villaggio. Infine c'è Coyote, che si unisce al gruppo per trovare qualcosa per cui valga la pena di lottare: la sua compagna, i suoi cuccioli, la vita. Comincia così un viaggio che porterà Teresa, Márquez e i loro improbabili compagni a scoprire il valore dell'amicizia e della libertà. Dalla penna dell'autore di "Storia di Iqbal", un romanzo attuale, una metafora sul mondo di oggi e sulla paura dell'altro: perché quando la paura cresce può diventare una barriera invalicabile.



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Leggi e vinci: uova di cioccolato e libri, per una Pasqua piena di sorprese

Leggi e vinci: uova di cioccolato e libri, per una Pasqua piena di sorprese

Leggi e vinci: uova di cioccolato e libri, per una Pasqua piena di sorprese

Contest Di Stefania Bergo. Leggi e Vinci: un contest ricco di piacevoli sorprese, perché i libri, come le uova di cioccolato, possono celare tesori inaspettati e hanno gusti differenti, così ognuno può trovare il suo preferito. 

Dall'uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: "Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio".
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
"Viva la pace,
abbasso la guerra".
Gianni Rodari

Il guscio dell’uovo che si rompe, rappresentando la nascita di un essere vivente, è da sempre per il cristianesimo il simbolo della resurrezione, dell’uscita di Cristo vivo dal sepolcro per portare il suo messaggio di vita e di pace. Si narra che Maria Maddalena si sia presentata davanti all'imperatore Tiberio per regalargli un uovo dal guscio rosso, a testimonianza della Resurrezione di Gesù.
La diffusione dell'uovo come regalo pasquale sorse probabilmente in Germania, dove si diffuse come tradizione. In origine, le uova venivano bollite avvolte con delle foglie o insieme a dei fiori, in modo da assumere una colorazione dorata.
La ricca tradizione dell'uovo decorato è però dovuta all'orafo Peter Carl Fabergé, che nel 1885 ricevette dallo zar il compito di preparare un dono speciale per la zarina Maria. L'orafo creò per l'occasione il primo uovo Fabergé, un uovo di platino smaltato contenente un ulteriore uovo, d'oro, il quale conteneva a sua volta due doni: una riproduzione della corona imperiale ed un pulcino d'oro. La fama che ebbe il primo uovo di Fabergé contribuì anche a diffondere la tradizione del dono interno all'uovo.

Uova di cioccolato: ne esistono di tanti gusti e celano inaspettate sorprese, come i libri!

Oggi, le varianti di cioccolato offrono molteplici possibilità per soddisfare il palato di ciascuno, secondo il proprio gusto personale e il bisogno di stimoli emozionali - non dimentichiamo che il cioccolato è legato alla produzione di endorfine nel nostro corpo.
E in questo, assomiglia molto a un buon libro. Come per il cioccolato, infatti, ce n’è per tutti i gusti, dai palati più forti alle menti più delicate. Generi letterari e trame per chi ricerca conferme e non vuole rischiare di essere deluso o per chi, al contrario, azzarda gusti nuovi, ricavandone anche piacevoli sorprese. Leggiamo il titolo, guardiamo la copertina, incuriositi dall'involucro, magari una bella carta colorata che crepita tra le dita, leggiamo l'etichetta, gli ingredienti. Uhm, la trama pare deliziosa, proprio quello che stavamo cercando. Lo acquistiamo e, riappropriandoci del nostro tempo, gustando un pezzetto di sano cioccolato aromatizzato, lo leggiamo. E spesso troviamo, incastonata tra le righe, una bellissima sorpresa: un'emozione inattesa, una riflessione preziosa, la virtuosa descrizione di un paesaggio incantato, un personaggio di cui ci innamoriamo perdutamente.

Contest Leggi e Vinci, fino al 25 aprile: in palio tanti libri Feltrinelli e 0111 Edizioni.

Vi auguriamo, dunque, di trovare tante belle sorprese tra le pagine dei libri. E anche quest'anno, per festeggiare la Pasqua, abbiamo pensato di riproporvi un contest molto apprezzato negli anni scorsi, per premiare i nostri affezionati lettori.
Avete già letto o state leggendo qualcuno dei nostri libri, magari scelti tra la vasta offerta degli Scrittori della Porta Accanto Edizioni?
Bene! Allora potete partecipare al contest Leggi e Vinci fino al 25 aprile e vincere il pacchetto  contenente due romanzi Feltrinelli o quattro romanzi 0111 Edizioni (versioni cartacee), di diversi generi letterari.



Leggi e vinci: uova di cioccolato e libri, per una Pasqua piena di sorprese. Partecipare al contest è facilissimo.

Basta:
  1. lasciare un commento o una recensione su Amazon o Ibs a due dei nostri libri letti anche non recentemente, a scelta tra i tanti titoli proposti;
  2. lasciare un commento a questo post con il vostro augurio di buona Pasqua (un pensiero, una citazione, una frase dal vostro libro preferito, ...) e l'indicazione di quale premio vorreste vincere, se:
    • il pacchetto di due libri Feltrinelli (versione economica);
    • il pacchetto di quattro libri di autori emergenti (0111 Edizioni).
E siccome «le uova sono buone anche dopo Pasqua», come recita un famoso detto, il contest scadrà il 25 aprile.
Venerdì 26 aprile verrà annunciato il vincitore – con comunicazione sulla nostra pagina Facebook –, scelto in base al commento lasciato a questo post, l'augurio che ci avrà maggiormente colpiti.
Non ci resta che augurarvi Buona Pasqua, cari Amici lettori, in compagnia dei vostri cari e di tanti bei libri!


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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A quattro anni in Etiopia: viaggio a Wolisso, da Addis Abeba all'Africa rurale

A quattro anni in Etiopia: viaggio a Wolisso, da Addis Abeba all'Africa rurale

A quattro anni in Etiopia: viaggio a Wolisso, da Addis Abeba all'Africa rurale

Mamme in viaggio Di Stefania Bergo. A quattro anni in Etiopia, il ricordo di un viaggio del 2014, a luglio: l'Africa rurale di Wolisso, a sud-ovest di Addis Abeba, nella stagione delle piogge.

La prima volta che ho portato Emma in Africa aveva tre anni e mezzo, in Uganda. Era Dicembre, e viaggiare verso il caldo, verso il sole, ha reso l'esperienza ancor più straordinaria. La seconda volta è stata dopo qualche mese, in luglio. In Etiopia. Destinazione Wolisso, ospedale St. Luke, dove il papà stava svolgendo un'altra delle sue tante missioni di qualche mese per Informatici Senza Frontiere e il CUAMM.


Prenotiamo il volo almeno tre settimane prima della partenza, il che, nel mio caso, significa un tempo incredibilmente ampio per poter preparare con cura questa nuova avventura. Avendo più giorni a disposizione, faccio fare ad Emma il vaccino anti epatite A, chiudendo il ciclo dei vaccini essenziali per poter gironzolare per l'Africa senza troppi problemi, e depredo H&M di felpe e magliette autunnali, dato che in Etiopia ci attende la stagione delle piogge – purtroppo.
Mi assicuro nuovamente con www.worldnomads.com e registro la mia presenza a Wolisso su www.dovesiamonelmondo.it, scoprendo che l'Etiopia è lo stato africano più sicuro – almeno nel 2014, quando siamo partite –, a patto di evitare le zone di confine con l'Eritrea, il Kenya, la Somalia e il Sudan "potenzialmente pericolose", come recita la bibbia del viaggiatore – le zone di confine sono sempre un po' più calde, in Africa.
A pochi giorni dalla partenza mi sorge un dubbio: l'obbligo di sei mesi di validità residua del passaporto per entrare in Etiopia vale solo se si fa richiesta del visto in Italia o anche se lo si ottiene direttamente all'aeroporto di Addis Abeba? Nessuno mi risponde, a parte un funzionario della polizia di stato del mio paese che mi suggerisce addirittura di rinunciare al viaggio, dato che il passaporto di Emma scade a dicembre. Ecco, alla mia terza isterica email, il 17 luglio qualcuno dall'ambasciata italiana in Etiopia mi risponde che la validità residua si abbassa a tre mesi se si ottiene il visto a destinazione. Ecco, tutto ok, possiamo andare senza paturnie.

Partiamo per l'Etiopia in mattinata, da Bologna, questa volta con Turkish Airlines. 

Ormai Emma sembra una viaggiatrice esperta, o meglio, una zingara felice come la mamma. Siamo una coppia perfetta. Faccio il check in con i miei che quasi quasi ci vorrebbero trattenere a terra, mentre noi non vediamo l'ora di volare. L'aeroporto è pieno per le vacanze estive. Per ogni operazione necessaria facciamo almeno venti minuti di coda. «Ma perché siamo ancora in fila, mamma?», mi chiede Emma ogni volta. Alla fine, dopo il controllo bagagli e passaporti, ci ritroviamo, senza alcuna priorità, ad attendere di salire sull'aereo, in una stanza densa di bambini, la maggior parte dei quali viaggia solo con la madre. E constatare questo, ancora una volta, mi fa sentire di appartenere ad un sesso che non è poi così debole e dipendente.

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Gli spazi tra i sedili della Turkish Airlines non sono molto ampi, ma il cibo è davvero buono, Emma spazzola la pasta al pomodoro e il dolce – c'è la possibilità di scegliere menu speciali, compreso quello per bambini, sempre accompagnato da gadget.
Mi illudo che poi voglia dormire un paio d'ore durante lo scalo a Istanbul, ma lei provvede molto presto a farmi cambiare idea. Ci facciamo una passeggiata per gli ampi negozi di sigarette/dolci/giocattoli e poi ci accingiamo alla nostra prossima meta: finalmente l'Etiopia. Il gate, al quale arriviamo per prime, si riempie dopo poco di viaggiatori di pelle scura. E solo allora realizzo che sto tornando in Africa. E quasi me ne commuovo.

Atterriamo ad Addis Abeba in piena notte. 

Emma è più sveglia che mai, mi dirigo verso lo sportello per ottenere i nostri visti. Siamo in fila con alcuni ragazzi – veneti, tra l'altro – conosciuti in volo e diretti ad una scuola gestita da un'associazione romana. Alcuni di loro escono dal guscio per la prima volta e mi ricordano tanto un lontano dicembre di dieci anni prima – dieci! – quando arrivai in Africa più imbranata che mai. Dopo il timbro, recuperiamo la valigia e cerchiamo papà Alessandro, cui non hanno permesso di entrare nell'aeroporto perché l'accesso è consentito ai soli viaggiatori, senza alcuna eccezione. Usciamo e lo troviamo ad attenderci al fresco di una notte appena un po' uggiosa. La stagione delle piogge ci accoglie con il suo profumo inconfondibile di terra – rossa – bagnata, aria umida e aromi esotici. Malgrado il fresco dato dall'altitudine, riconosco la mia casa.

Addis Abeba: in attesa dell'autobus | Ph. Stefania Bergo

Cosa fare ad Addis Abeba? Curiosare tra arti e mestieri e scoprire la tradizione gastronomica dell'Etiopia. Ed evitare il Lion Park!

Restiamo due giorni ad Addis Abeba, nella guest house del CUAMM, aspettando la macchina dell'ospedale che ci condurrà a Wolisso. Bevo finalmente il bunna, il vero caffè etiope servito in una tazzina riempita fino all'orlo – la cerimonia del caffè è assolutamente da non perdere e ormai la fanno in ogni locale –, e mi strafogo di injera, il pane spugnoso, rotondo, che funge anche da piatto, e shiro, una crema di ceci e legumi speziata con zafferano e berberè – peperoncino molto piccante! E per Emma non è difficile trovare nei ristoranti un buon piatto di spaghetti al pomodoro, forse ricordo della colonizzazione, oltre all'injera di cui subito si innamora.
Percorriamo i marciapiedi di Addis Abeba, una città in costruzione. Emma è comoda nella fascia dei viaggi e sbircia il mondo che la circonda, chiedendomi perché i bambini vendano chewingum sui marciapiedi. Io resto colpita soprattutto dai pulitori di scarpe, seduti su piccoli sgabelli o enormi pietroni, armati di straccio, contenitore d'acqua e bottiglia con il lucido. Pure le fermate dell'autobus sono state convertite a questo business: i clienti, sorprendentemente tanti, vi siedono in attesa del servizio, chiacchierando con il vicino come si fa solitamente dal barbiere – sono tutti uomini –, mentre il commerciante – a volte più d'uno, tutti in fila alla stessa fermata dell'autobus – lustra qualsiasi tipo di calzatura, dalle scarpe di tela ai mocassini di vernice.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
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Volo

La domenica arrivano altri volontari – che per pura e sorprendente coincidenza hanno gli stessi nomi degli amici di Emma conosciuti in Uganda –, con la macchina che ci porterà, in serata, finalmente a destinazione. Con loro, sebbene non ne sia del tutto convinta, facciamo una rapida visita al tristissimo zoo della capitale – che a dispetto del nome non è affatto un parco per i leoni, ma una prigione –, in cui dei leoni sedati sonnecchiano intorpiditi in anguste gabbie piccolissime. Emma diventa lì un'attrazione, al pari degli sfortunati e penosi felini. Più di qualcuno, infatti, rimane incantato dai suoi capelli biondi e la fotografa distraendosi dal motivo per cui ha pagato 1 birr d'ingresso – circa 5 cent di euro –, facendo una lunga fila per entrare. C'è anche un parco giochi preso d'assalto dai bambini, che attendono il loro turno per accedere alle giostre, leccando un gelato o imbrattandosi le dita con dello zucchero filato.
Nel tardo pomeriggio, salutiamo la città e ci inoltriamo nella periferia. Dalle casupole cadenti ai lati di vie lastricate cosparse d'acqua e rifiuti organici, escono i più disparati personaggi: donne variopinte, lente, signorine eleganti e apparentemente fuori luogo, bambini scalzi, capre ruminanti e cani intimoriti. Il solito affresco a me tanto caro.


Wolisso: l'Etiopia rurale a 120 km da Addis Abeba. 

Lì ci aspettano Silvia, Fabio e i loro due bambini: il bellissimo e buffo Matteo e Linda, una quasi coetanea di Emma che l'attende già da giorni, annoiata dopo la chiusura delle scuole che lì frequenta. Fabio è il project manager del CUAMM, arrivato a inizio anno a sostituire il precedente, la moglie Silvia è una neonatologa che, per un'altra ancor più sorprendente coincidenza, ha iniziato a lavorare al centro neonatale di Camposanpiero proprio nel giugno del 2010 e si ricorda di Emma, di averla conosciuta con i tubicini nel naso e il cappellino di lana rosa – non fanno venire i brividi queste coincidenze?
A Wolisso c'è una lunga strada principale d'asfalto, percorsa da auto, bus e velocissimi bajaj, i piccoli autocarri a tre ruote così comuni in india e sulla costa del Kenya – i tuk tuk –, mentre le stradine perpendicolari, se si eccettuano alcune più ampie, sono lingue di terra fangose su cui si affacciano piccoli negozietti, accessibili attraverso ponticelli di assi di legno tremolanti. Si può trovare di tutto, dai tipici vestiti di cotone bianco o colorato, al pane fresco appena sfornato, alla pasta sfusa tenuta in grossi sacchi di iuta, alle scarpe con tacco per signore o quelle con fronzoli per bambine vezzose, alla frutta e verdura disposte in modo invitante sulle bancarelle, alle bevande e biscotti ricchi di coloranti. Ci sono numerosi locali dove trascorrere le serate ed eleganti patisserie dove ordinare dolcetti o spriss juice, dei frullati di frutta densi  – mango, papaya e avocado senza aggiunta di acqua o latte –, serviti con succo di lime.

Wolisso | Ph. Stefania Bergo

Scoprire Wolisso e i dintorni: l'Etiopia rurale e il Negash Lodge.

La migliore amica di Emma diventa presto Rhadit, una ragazzina bellissima, con i classici lineamenti etiopi, slanciata ed elegante. Lei sa parlare italiano, essendo cresciuta a contatto con i volontari, e prende subito in simpatia Emma, come fosse una sua sorellina maggiore, coccolandola e proteggendola da Buchi, la cagnolina che rincorre le bimbe chiassose per giocare.
Le mie giornate trascorrono lente, quasi avessero preso i ritmi locali. Risiediamo in una delle case dei volontari, dividendola con una pediatra. Al mattino, mentre gli altri sono al lavoro in corsia o negli uffici della direzione, chiacchiero con Mulu, la signora che si occupa della casa e di cucinare il pranzo, e mi improvviso baby sitter per Matteo e Linda, aspettando che Emma si svegli. Mulu avrà una cinquantina d'anni, eppure viene sempre al lavoro in jeans. Vedo anche molte altre donne portare usualmente i pantaloni e la cosa mi sorprende. Mi fa pensare che le donne qui, al contrario della rurale realtà conosciuta in Kenya, Sudan e Uganda, siano emancipate, che possano (sperare di) tener testa ad un uomo. E ovviamente me ne compiaccio. Ma sarà davvero così?
Con Emma, Linda e la sua mamma, ci addentriamo nelle viuzze di terra battuta di Wolisso, scoprendo i negozietti e facendo spesa di frutta e verdura ai mercatini. Una domenica andiamo a pranzo al Negash Lodge tutti insieme. I tavoli sono apparecchiati nel parco, tra rivoli d'acqua, ponticelli e scimmie che scorrazzano tra i rami, rubando di tanto in tanto il cibo ai commensali – anche a noi, ovviamente. Il lodge offre tutte le comodità ricercate da una clientela esigente, con camere ben rifinite, piscina coperta e scoperta e addirittura la SPA.

Wolisso: negozi e amici | Ph. Stefania Bergo

Luglio è la stagione delle piogge, in Etiopia. E Wolisso si trova a più di duemila metri d'altitudine. 

Questo implica che piova almeno una volta al giorno, spesso a lungo e abbondantemente, come aprissero una diga sulle montagne intorno e l'acqua si riversasse senza barriere, dirompente. L'aria è fresca e il cielo quasi sempre coperto. Ma Emma è felice, può indossare i suoi stivali di gomma rosa, l'impermeabile arancione, saltare nelle pozzanghere schizzandosi fino ai capelli, e ballare sotto la pioggia, come una principessa romantica. Anche io sono felice, anche se è la prima volta, qui in Africa, che dormo con le coperte di lana sul letto e non riesco a togliere la felpa nemmeno di giorno.
Ma l'aria profuma sempre di terra e natura bagnata.
Una mattina Emma si sveglia vomitando. E quello che sembrava solo un episodio, si trasforma in un paio di giorni di pena, in cui non riesce a trattenere nulla, nemmeno l'acqua, e piano piano si indebolisce. Fortunatamente, due pediatre si prendono cura di lei, visitandola e consigliandomi che fare: semplicemente aspettare, farla riposare e idratarla a piccoli sorsi. Dopo due giorni, si riprende e torna quella di sempre. In compenso, la notte prima di rientrare in Italia, lo stomaco mi tira un brutto scherzo e mi ripresenta la cena. Mi soccorrono sul pavimento del bagno mentre, completamente sudata, sono indecisa tra lo svenimento e il vomito. In queste condizioni non posso viaggiare, penso. Che succederebbe se svenissi in aereo o durante lo scalo a Istanbul? Chi si prenderebbe cura della mia bimba, che nemmeno capisce l'inglese? – al di là dei primi dieci numeri e di alcuni colori. L'idea mi terrorizza, così decido saggiamente di far valere la mia assicurazione, che ci prenota – e paga – un altro volo cinque giorni più tardi.


Quando lasciamo Wolisso il sole splende alto e la giornata è calda. L'estate è alle porte! 

Sono felice di questa giornata così limpida, sembra quasi fatto apposta per farmi vedere l'Etiopia in tutto il suo splendore almeno una volta prima di andarmene. E infatti, il viaggio in macchina fino alla capitale diviene un regalo. Vedo le immense pianure verdi dell'altipiano, le mandrie che pascolano o aiutano gli uomini ad arare i campi, i piccoli villaggi allungati sulla strada che brulicano di vita indaffarata, il cielo carico di nubi bianche, soffici. Respiro l'aria della mia Africa, umida, calda, l'inconfondibile mix di aromi che la contraddistingue: terra  – rossa – bagnata, natura incontaminata, legno, frutta e bucce essiccate al sole negli scoli, capre che ruminano tra l'immondizia, uomini e donne che lavorano sotto il cielo, fiori esotici e setosi, bambini che corrono scalzi, popcorn e caffè bollente servito lungo la strada.
Sebbene l'abbia vissuto in sordina, complice l'ansia di madre e il mio malessere fisico, ogni viaggio in Africa è per me un dono prezioso, un'occasione irrinunciabile. E mi lascia inevitabilmente dentro, davvero nel profondo, il desiderio di tornarci presto, di prendere un nuovo volo. E di portare Emma con me.
Amesegenallo Etiopia!




Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Lascia andare!, di Tea Pecunia e Marina Panatero

Recensione: Lascia andare!, di Tea Pecunia e Marina Panatero

Recensione: Lascia andare! di Tea Pecunia e Marina Panatero

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Lascia andare! Tecniche semplici ed efficaci per liberarti dallo stress quotidiano di Tea Pecunia e Marina Panatero (Fabbri Editore). Concetti zen e di consapevolezza con un linguaggio accessibile, meditazione e tecniche per vivere con più spensieratezza.

Vi basta sapere che mi è piaciuto questo libro per indurvi ad acquistarlo?
No? E allora proseguite la lettura per scoprire perché l’ho apprezzato così tanto.
Ma innanzitutto, di cosa tratta?
È sostanzialmente un libro che si sofferma su quanto noi disperdiamo energie tra rammarichi, tristezze, delusioni, timori più o meno fondati e rabbia inespressa. Tutto questo ci mantiene in un continuo stato di stress, fisico ma soprattutto emotivo.
La soluzione per liberarci da questa zavorra? La meditazione.
Il libro la introduce proponendoci alcuni esercizi di base, concepiti per ascoltare con più attenzione il nostro corpo, e tecniche di visualizzazione atte a ridurre, se non addirittura a eliminare, ciò che ci separa dalla felicità e dalla pace interiore. L’ultima parte del libro propone invece delle strategie per vivere con più consapevolezza il qui e ora, in modo da liberarci dallo stress quotidiano e da quelle reazioni che attuiamo quando qualcuno ci fa un torto e che danneggiano più noi che quest’ultimo.


Tra una tecnica e l’altra, Tea Pecunia e Marina Panatero sviscerano il variopinto mondo di tutto ciò che ci ancora al passato e che ci terrorizza del futuro.

Arricchendo le loro spiegazioni di pillole di saggezza, metafore, riflessioni ed esempi concreti che ci guidano passo a passo verso una comprensione più profonda delle nostre zone d’ombra. Sono presenti anche dei “box” dove si approfondisce un concetto o si forniscono informazioni e nozioni utili per espandere il proprio bagaglio culturale sull’argomento.
La ciliegina sulla torta sono le continue confidenze delle due autrici, le quali a cuore aperto ci dimostrano come anche loro hanno avuto dei momenti difficili ma li hanno superati sperimentando sul campo e in prima persona gli esercizi riportati in questo libro.
Tutto ciò che apprendiamo ci viene comunicato attraverso una scrittura frizzante e un linguaggio chiaro, senza fronzoli o giochi di parole. Lo dimostra il fatto che usano a volte un linguaggio molto terra terra, quasi colloquiale, a volte sboccato, attraverso vocaboli quali “stronz… e” e “vaff… ulo” atti a rendere la lettura più piacevole. Ciò dimostra come, anche nei discorsi più seri e complessi, un pizzico di leggerezza e spensieratezza non guasta mai (anzi, a volte è proprio ciò che ci serve per comprendere meglio certi concetti).

Tea Pecunia e Marina Panatero non si perdono in chiacchiere superflue e discorsi fini a se stessi, non ci subissano di concetti filosofici e psicologici senza fornire al tempo stesso delle soluzioni pratiche. 

Tanto meno vogliono stupire con frasi a effetto o spiegazioni da dotte (anche se potrebbero tranquillamente farlo, data la loro immensa cultura sull’argomento), in quanto il loro obiettivo è, in primis, quello di fornire al lettore, principiante o meno, gli strumenti necessari per approcciarsi alla meditazione.
Espongono concetti zen e tecniche di consapevolezza usando un linguaggio accessibile anche a noi occidentali, acerbi alla filosofia buddhista, e al lettore alla sua prima esperienza meditativa.

Lascia andare! di Tea Pecunia e Marina Panatero: che dire infine?

Ho letto libri di meditazione a sufficienza per aver sviluppato un sesto senso su quale possa essere valido, quindi concretamente d’aiuto, e quale no. E questo, non ho dubbi, merita una lettura approfondita.
Senza contare che mi ha chiarito dei concetti che per anni mi hanno lasciato perplesso e lo ha fatto con una semplicità ma al tempo stesso profondità encomiabile. E di questo gliene sono grato.
Ho apprezzato infine il suo fornire concetti profondi alternandoli però a esercizi facili da apprendere e quindi alla portata di tutti.
Di conseguenza, non è uno di quei libri che si legge una volta sola e poi lo si lascia ingiallire sulla mensola della propria libreria ma che si sfoglia spesso, per il piacere di rispolverare certi concetti ma soprattutto certe tecniche che ci permettono di vivere con più spensieratezza la nostra esistenza.

Lascia andare! 

di Tea Pecunia, Marina Panatero
Fabbri
Meditazione
ISBN 978-8891580795
Cartaceo 13,60€
Ebook 8,99€

Sinossi 

Spesso superare indenni le sfide della quotidianità si rivela più difficile che attraversare periodi di effettiva crisi, perché è la continua reiterazione di momenti di stress a logorarci e sfinirci, a riempire 'il vaso' finché trabocca." Se l'aria che tira in ufficio è diventata soffocante, se il tempo non ti sembra mai abbastanza per fare tutto, se hai paura di situazioni che prima non ti facevano né caldo né freddo, se ti senti sempre sotto giudizio e vorresti piacere a tutti (prima che a te stesso), e se questo mix di stress, ansia e preoccupazioni è diventato costante, è arrivato il momento di prendere in mano la situazione. Perché ti meriti di tornare a vivere con leggerezza, di stare meglio con te stesso e con gli altri, di affrontare con lucidità e pacatezza le sfide di ogni giorno e di ricominciare a goderti a pieno le piccole e grandi gioie quotidiane! In questo libro le autrici tracciano un percorso che, partendo dall'accettazione e passando dalla gratitudine, dalla fiducia e dal perdono, ti insegnerà l'arte preziosissima di "Lasciare andare". Con brevi (e potenti) esercizi quotidiani imparerai a entrare profondamente in comunicazione con te stesso e a ritrovare la tua centratura, il tuo equilibrio. Arriverai "a capire che sei tu il regista del tuo lungometraggio, che sei libero, di una libertà meravigliosa, interiore, profonda, immensa. E che puoi stare bene".
Andrea-Pistoia

Andrea Pistoia
Nasco in una solare giornata di luglio a Vigevano. A dodici anni scoppia l’amore per la letteratura. Affronto la scuola come un condannato a morte. In compenso la mia cultura extra-scolastica cresce esponenzialmente. Dopo due anni vissuti a Londra, torno in Italia come blogger, giornalista, recensore di fumetti e sceneggiatore di un fumetto online per una nota casa editrice. Chitarrista dei ‘Panama Road’, direttore editoriale di una fanzine online.
Ancora e mai più (nelle mutande), Youcanprint.
Di donne, di amori e di altre catastrofi, Youcanprint.
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Recensione: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia

Recensione: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia

Recensione: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia

Libri Recensione di Davide Dotto. Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia (Mondadori). Un romanzo che racconta e riflette su amore, fallimento, ossessione, e sul rapporto tra padri e figli. Può un orrore che è altro da noi salvarci dalla nostra personale tenebra?

Il cuore e la tenebra è la storia di un uomo che, non tollerando più il suo presente e non vedendo più alcun futuro, sceglie di rifugiarsi nel passato. Ma non in un passato per così dire di comodo, come il protagonista di Midnight in Paris e i suoi ruggenti anni Venti. No: lui sceglie il cuore di tenebra dell’Europa.
Giuseppe Culicchia, Il cuore e la tenebra
Compito dell'artista non è di soccombere alla disperazione, ma di trovare un antidoto per la futilità dell'esistenza.
Midnight in Paris, regia di Woody Allen (2011)
Alla morte del proprio padre, il figlio Giulio riannoda fili sin troppo sparsi, ricostruendone la vita e i frammenti di un intero destino. Se un tempo si frugava soltanto nei cassetti, oggi si rovista tra i file di un computer.
Di Federico Rallo ricorda che ha fatto il giudice di X Factor, e che «ha dato uno schiaffo ad Allevi».
Al termine della direzione dell’Orchestra filarmonica di Berlino comincia il declino. È il 2002: a precederlo, nientemeno che Von Karajan e Claudio Abbado, dopo di lui Simon Rattle e Kirill Petrenko.
Non arriva a dirigere i Berliner in pubblico, per via – anche qui – di un raptus che lo porta a spezzare la bacchetta sulla testa del secondo violino.


Non è casuale il riferimento a Joseph Conrad, alla linea d'ombra che Federico supera più di una volta in modo irreversibile. Nel romanzo di Giuseppe Culicchia cuore e tenebra si legano indissolubilmente.

Le vicende famigliari di Federico stanno all'origine delle tenebre che lo avvolgono, e lo spingono ad allontanarsi: «Scappare. Già. Anche tu papà un giorno scappasti via da noi».
Difficile tirare le somme da parte di Giulio. Al momento dell’abbandono ha tre anni, Pietro, il fratello, cinque. Fatica a capire il senso di quello che scopre. L’impegno con i Berliner per suo padre è un tutt’uno con l’ossessione maturata nei confronti di Wilhelm Furtwängler:
Avevi lavorato tutta la vita per arrivare a dirigere quell’orchestra, che a tuo dire nel 1942, proprio per il compleanno di Hitler, si era prodotta nella più straordinaria esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven di sempre.
Giuseppe Culicchia, Il cuore e la tenebra
Il suo sogno è non solo rievocare, ma replicare quella esecuzione. Per questo motivo non cessa di riascoltare – e riproporre alla sua orchestra – il concerto di Berlino del 1942. Ciascuno deve contribuire a riprodurne la perfezione. Affinché ciò sia possibile, occorre calarsi nel tempo e nel contesto di allora. Imprescindibile immergersi nel Nazionalsocialismo e in chi lo personifica: Adolf Hitler.

L’esigenza è quella di fuggire dalla disperazione. 

Al proprio spirito annientato oppone un’epoca ormai lontana di «mondi in fiamme» e di «rivolgimenti dall’esito tragico». La Nona Sinfonia di Beethoven diretta da Furtwängler è una barricata, la possibilità di recuperare un genere di grandezza che si fa strenua resistenza contro la fine incipiente.
Le implicazioni di ciò sono enormi: il modello, l’eroe, è Furtwängler. Il Nazismo e Hitler sono il contenitore, lo strumento affinché l'opera artistica raggiunga vette di fatto invalicabili.
Replicare il concerto del 19 aprile 1942 significa aderire all’ideologia Nazista? Arduo negarlo:
Ma Furtwängler non avrebbe mai diretto a questo modo la Nona Sinfonia se sulla sua strada e su quella della Germania non fosse apparso Adolf Hitler: che nella sequenza iniziale del Trionfo della Volontà di Leni Riefenstahl giunge da un cielo carico di nubi per squarciarle e portare il sole sulla Terra, come solo una divinità. E la Svastica è non a caso il simbolo del sole.
Giuseppe Culicchia, Il cuore e la tenebra
Un sole prossimo al collasso, una supernova destinata  a esaurirsi dopo la tremenda e spettacolare deflagrazione. A dominare è ciò che a Hitler si accompagna: lo spettro della fine “l’Angelo della Morte” che «aleggia sopra Berlino, e lì rimarrà fino al maggio del 1945».
Non c’è più scampo. La sconfitta è certa. L’orrore incombe.
La linea d’ombra è stata attraversata, ma non da una persona sola. Giulio lo sa, e lo sa sua madre: «Ma è vero che sta tornando il fascismo?»

Vi sono, alla base, chiari segni di una continuità storica, anche se grottesca e subdola. 

A tratti è persino vera un'altra cosa, come il fatto che sembrano in molti ad aderire a idee che circolano sotto banco da decenni se non da secoli. La loro origine trascende gli stessi Fascismo e Nazionalsocialismo, esperienze (sul punto è utile rimandare alle riflessioni del recente volume di Emilio Gentile, Chi è fascista), esauritesi storicamente nel 1945.
Ci vuol pochissimo, per esempio, a cogliere quel che sta dietro al Trionfo della Volontà e al Nazionalsocialismo, che hanno raccolto i frutti della Ragione Illuminista e delle Passioni del Romanticismo. Le quali – come si legge tra le righe – esprimono non una ideologia politica ma una Weltanschauung. Non una Weltanschauung qualunque ma una visione del mondo che si fa concezione dell'esistenza e della condizione umana. Condizione umana che si riflette in un DNA dello spirito e, insieme a esso, in una normalità capace, non di rado e facilmente, di spingersi troppo oltre, dal regno del cuore a quello della tenebra.



Il cuore e la tenebra

di Giuseppe Culicchia
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804708032
Cartaceo 14,45€
Ebook 9,99€

Sinossi

Giulio, trent'anni superati da poco, viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Famoso direttore d'orchestra, si era trasferito anni prima a Berlino, dove era stato nominato direttore della Filarmonica. Ossessionato dall'esecuzione della Nona Sinfonia diretta da Furtwängler nel 1942 per il compleanno di Hitler, aveva costretto l'orchestra a migliaia di prove estenuanti per ripeterla identica. La rivolta dei musicisti e l'accusa di nazismo che ne era seguita avevano troncato la sua carriera. Sullo sfondo di una Berlino in costante mutazione, Giulio intraprende il suo viaggio per raccogliere i pezzi della vita di quel padre scomparso improvvisamente e che aveva visto così poco dopo che aveva lasciato la madre e lui e suo fratello ancora bambini. Tocca a Giulio occuparsi di tutto e, nell'appartamento berlinese, tra gli oggetti, i libri e i file personali, quella che piano piano prende forma davanti ai suoi occhi è una nuova immagine del padre, una nuova storia. Culicchia scrive un romanzo che racconta e riflette su amore, fallimento, ossessione, e sul rapporto tra padri e figli. Sulla nostalgia di ciò che è passato e non tornerà più e di ciò che non è mai accaduto, di ciò che non siamo riusciti a far accadere. E allora come si colmano i vuoti da noi stessi creati? Che cosa significa fallire? Cosa significa per un padre lasciare i figli? E per i figli crescere con un amore spezzato a metà? Può un'ossessione salvarci dal rimorso e dal rimpianto? Può un orrore che è altro da noi salvarci dalla nostra personale tenebra?
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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