Gli scrittori della porta accanto


Collana Editoriale

Il mare e la nebbia, di Rosa Santi: incipit

Il mare e la nebbia, di Rosa Santi: incipit

Il mare e la nebbia, di Rosa Santi: incipit

Incipit #198 Il mare e la nebbia, di Rosa Santi (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un breve viaggio di riflessione sulla morte e sulla vita, con una colonna sonora ad ogni atto.




Il mare e la nebbia

di Rosa Santi
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 978-8833666235
Ebook 2,99€
Cartaceo 10,00€


Immaginate una Milano svuotata dalle ultime ferie estive e un uomo solo a solcarne i fiumi grigi che la attraversano. Parlerò di lui, della sua solitudine, e di quella parte della vita che precede la morte, fondamentale per la sua formazione più di qualsiasi evento vissuto prima.
Lui si chiama Gianni. Il tempo sembra non averlo scalfito. Ha fatto lavori che gli hanno risparmiato il fisico ed è sempre stato alla larga dal prendere troppo sul serio quanto gli accadeva attorno.
Forse per questo, o per qualche fortunata combinazione genetica, le mani e la fronte non sembrano aver risentito del passare degli anni. Mentre cammina, sfilano nella sua testa pensieri, ricordi, decisioni, sogni.
Un viaggio in treno.
Ad accompagnare il paesaggio che cambia, il viaggio richiama musica, oppure silenzio e caos di pensieri. Se impone musica, deve essere qualcosa di incalzante.
Lo vedo, Gianni, uomo dalla ignota età ma ben noto destino, addormentarsi cullato dal ritmo delle ruote sui binari, con le note di Ivano Fossati e i suoi treni a vapore, o quelle oltreoceano di Eddie Vedder.

On bended knee is no way to be free
Lifting up an empty cup I ask silently
That all my destinations will accept the one that's me
So I can breath.


Si avvicina alla periferia di Milano uno degli ultimi temporali della stagione. Sopra di lui una pingue nuvola nera sembra minacciarlo, gli urla di tornare dentro.
«Torna dov’eri e chiedi scusa» lo rimprovera come fosse un bambino. O si rimprovera lui, che non è mai stato più presente di così nella sua vita. Lascia indietro palazzoni color mattone e alti cancelli: la cupa ironia di un luogo di cura che ricorda un carcere.
Loro avevano promesso, e nonostante questo, non sono riusciti a liberarlo. Non può restargli che evadere allora, dalla sua malattia, o da se stesso.
«Come già sa, la radioterapia non ha funzionato. Non siamo riusciti a sospenderne la crescita ma possiamo ancora rallentarla. La chemio è la soluzione che le proponiamo. Avrà uno scopo palliativo, le potrà dare un paio di mesi in più di quelli che ci aspettiamo.»
Aveva sempre pensato che fosse un talento solo suo, quello di trovare soluzioni non definitive ai problemi. Il fisico ha assorbito tutto quello che lui sperava di aver evitato e ora batte cassa sotto forma di vita aliena. Di palliativo non vuole più niente.
Si alza il vento.

La nuvola bussa alla finestra dell’ambulatorio.

La può sentire urlare, la vede lanciare dardi di luce là fuori. E anche lì dentro. Lui la percepisce, ne sente il vento e l’elettricità, la potente voglia di scaricarsi.
Urla un vaffanculo potente come un tuono: al suo male, a quel posto, a chi gli ha promesso di curarlo e ora prova a patteggiare con il destino un paio di mesi in più. Persa la sfida, i suoi ex salvatori ora gli sembrano patetici e quasi annoiati dalla sua presenza.
Se ne va, sbattendo la porta al ritmo del temporale.
È giorno di decisioni: sulla sua morte, sul perdere l’autobus, sul riconciliarsi con il verde elettrico di Parco Sempione bagnato dalla pioggia, sul ritrovare il movimento dei suoi piedi. Qualcuno passeggiando con l’ombrello lo guarda, indeciso se offrirgli un riparo temporaneo o lasciarlo solo nel tentativo di salvare se stesso.
Nella strada verso casa gli viene in mente il viso dolce di sua madre. Lei era stata padrona della sua vita, in ogni scelta, tranne in quella di andarsene. La ricorda piccola, nel suo letto di ospedale, a rifiutare il cibo insipido e a sognare Venezia.
Ha sempre saputo dove lei avrebbe voluto morire e non l’aveva accontentata. Un uomo non è mai pronto al riaffiorare dei rimpianti nello stesso modo in cui non sarà mai preparato a lasciar andare la propria madre.
Una coppia gli fa un cenno di saluto e compassione da sotto la loro cupola colorata. Camminano veloce. Lei ritorna a guardarlo una seconda volta. Le donne sono allenate a capire quando non sono solo le gocce di pioggia a bagnare un viso.


La trama

Il mare e la nebbia, di Rosa Santi

Gianni è arrivato alla fine della corsa. Sa di essere ancora giovane, sa di aver sprecato la sua esistenza curando troppo il lavoro e troppo poco i suoi legami sociali. Decide di scappare da una grigia Milano, fare un viaggio in treno e approdare a Venezia, per permettersi di ritrovare antichi ricordi e farne propri di nuovi. È qui che conoscerà Sabrina, oste e strega, e Guido, aiutanti magici e anime complementari. Tra le nebbie della laguna comincerà a ricordare anche Grazia, sua madre, e tra le maree verranno a galla vecchi rimpianti.
Il mare, nel frattempo, riempie le reti, nutre gli uomini, porta messaggi ai vivi e ai morti.
Un breve viaggio di riflessione sulla morte e sulla vita, una colonna sonora ad ogni atto. Rilassatevi, fate partire la playlist e godetevi il paesaggio dal vostro posto al finestrino.

Rosa Santi

Rosa Santi è nata a Rovigo nell’autunno del 1989.
Appassionata come tutti i bambini di favole e racconti, decide di imparare a leggere molto presto e altrettanto presto a scrivere storie per sé. La vita l’ha portata a provare una facoltà di Conservazione dei beni culturali per poi conseguire una laurea in Scienze Infermieristiche che le ha permesso di sondare a fondo l’ampio ventaglio di emozioni umane, tra sofferenze e gioie, nonché molto spesso il confine sottile tra la vita e la morte.
Rimanendo legata profondamente al mondo della scrittura e dell’arte, decide di unire le sue passioni e il suo lavoro, riportando le esperienze di ogni giorno in quello che scrive.
Il coraggio di fare il coming out narrativo le è arrivato di recente. Nel 2018 partecipa a tre concorsi letterari, vincendone i riconoscimenti e le pubblicazioni nelle antologie relative. Pubblica con Apollo Edizioni il racconto Divisa, sostantivo femminile per la raccolta Io donna in 200 parole. Per Tralerighelibri, nella raccolta Antologia Criminale, Garfagnagna in giallo Barga noir pubblica il racconto giallo Blue Moon. Per la rassegna FIPILI Horror Festival, pubblica il racconto Un cerchio ristretto, edito da Il Foglio.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole, di Lara Zavatteri

A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole, di Lara Zavatteri

A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole, di Lara Zavatteri

Libri Comunicato stampa. A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole di Lara Zavatteri (Youcanprint). Racconti, storie e leggende agrodolci dei luoghi, per respirarne il profumo, coglierne l'essenza, conoscerne la gente. Per non dimenticare.

S’intitola A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole l’ultimo libro della giornalista e scrittrice Lara Zavatteri edito da Youcanprint. Un libro che raccoglie racconti di due zone, la Valpantena (Verona) e la Val di Sole (Trento) nato per ricordare il padre Renato, scomparso nel luglio del 2020.
L’idea infatti è stata quella di raccogliere in un libro storie della zona in cui il padre è nato, la Valpantena, e altre di dove è vissuto, la Val di Sole. Il titolo fa riferimento ai momenti in cui, da ragazzo, il padre, nel paese di Marzana in Valpantena, pigiava l’uva nei tini a piedi nudi per fare il vino come si usava allora. Anche in copertina Lara Zavatteri ha scelto un’immagine del padre da ragazzo, in un momento della vendemmia.

A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole

A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole

di Lara Zavatteri
Youcanprint
Racconti
ISBN 9791220354608
cartaceo 11,40€

Sinossi 

La Valpantena (Verona) e la Val di Sole (Trento) sono le protagoniste di questo libro. Sono proposti racconti di queste due zone, dove è nato e dove è vissuto il padre dell'autrice, cui è dedicato il libro. Il primo racconto narra proprio la sua vita e dà il titolo al libro. Racconti, storie e leggende agrodolci di questi due luoghi, per respirarne il profumo, per coglierne l'essenza, per conoscerne la gente, soprattutto per non dimenticare.

Il primo racconto del libro s’intitola proprio A piedi nudi nei tini e narra la vita del padre, ragazzo nel veronese, fino al suo arrivo nel paese di Mezzana in Valle di Sole.

Sono protagonisti dei racconti, oltre al padre, anche paesi e persone della Val di Sole, come Roncio, piccola frazione del Comune di Mezzana, o Cavizzana, di cui si ricorda l’emigrazione in Alta Savoia, ma anche leggende come quella del brigante Falasco per la Valpantena e di Olinda e Arunte per la Val di Sole. Per la Valpantena sono citati Marzana, Grezzana, Stallavena per fare qualche esempio. Si parla anche di Verona dove il padre si trasferì.
A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole è dedicato anche a diverse altre persone care al padre e all’autrice e si può trovare online sui principali siti di vendita – Ibs, Mondadori Store, La Feltrinelli – ordinandolo in libreria o rivolgendosi all’autrice – scrivendo a larazavatteri@gmail.com. Per restare aggiornati sui libri di Lara Zavatteri, il blog è www.larazavatteri.blogspot.com.
A piedi nudi nei tini
Veniva da una terra in cui si pigiava l'uva nei tini, con le braghe tirate su e i piedi nudi, si sperava, puliti. Era più un gioco che un lavoro, tra urla, schiamazzi, schizzi d'uva e acini che andavano in ogni dove. Era un piccolo paese, Marzana in Valpantena, dove ci si conosceva un po' tutti, come accade nei piccoli borghi. Suo papà aveva i baffi, i capelli tirati indietro con il pettine - una cosa comune agli uomini, all'epoca - e la domenica, o quando la famiglia si riuniva, si tirava su le maniche della camicia, una camicia bianca, arrotolandole per non rischiare di macchiarla. Aveva fatto la seconda guerra mondiale ed era tornato a casa, come invece non era accaduto a molti altri.
Lara Zavatteri, A piedi nudi nei tini e altri racconti della Valpantena e della Val di Sole

Lara Zavatteri

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Razzismo, sessismo, depressione e omosessualità in 5 libri young adult

Razzismo, sessismo, depressione e omosessualità in 5 libri young adult

Razzismo, sessismo, depressione e omosessualità in 5 libri young adult

Professione Lettore Di Stefania Bergo. Cinque libri young adult per parlare di razzismo, sessismo, bullismo, depressione, omosessualità e porn revenge anche ai ragazzi, nel momento più caotico dell'esistenza.

Cinque libri per ragazzi, tra romanzi brevi, graphic novel e impaginazioni originali. Ogni libro lascia un messaggio chiaro e importante, che sia un seme da pintare o un velo da togliere. Cinque libri per ragazzi, non affatto leggeri. Sono adatti anche a lettori più maturi, magari come pausa tra un romanzo e l'altro o per scelta: personalmente spesso li preferisco, ben si adattano alla mia lentezza nella lettura – non me li devo trascinare per settimane, bastano pochi giorni o un solo pomeriggio – e li trovo molto curati nello stile e attenti a quanto è scritto soprattutto tra le righe. E in qualche modo sto creando una libreria per mia figlia, cui spero abbia voglia di attingere tra qualche anno...
Che altri libri young adult mi suggerite? Quali avete letto di recente?


Poet X

Poet X

di Elizabeth Acevedo
Sperling & Kupfer
Narrativa | Poesia
ISBN 978-8820069568
Cartaceo 16,00€
Ebook 9,99€

Un romanzo originale, a metà tra la narrativa e la poesia.

È un caso editoriale, l'ho acquistato appena uscito in Italia, a fine aprile.
L'impaginazione è decisamente originale e accattivante, la narrazione non è in rima ma ha la struttura visiva della poesia. La protagonista, infatti, una meravigliosa quindicenne dai capelli afro ribelli, viene spinta dalla sua insegnante a iscriversi a un club di poetry slam. Xiomara ha origini caraibiche ma vive ad Harlem e si deve scontrare con la rigida educazione cattolica della madre che la seppellisce sotto regole che le amputano i sogni e qualsiasi aspirazione e la fanno sentire colpevole per i pensieri impuri del prossimo – «Mami mi ha detto prega di più per non ficcarti nei guai col tuo corpo». Ma non è solo questo che non la convince.
Quando mi dicono di avere fede
nel padre
nel figlio
negli uomini
e gli uomini sono i primi
a farmi sentire così insignificante.
Elizabeth Acevedo , Poet X
Xiomara ha un corpo che non passa inosservato, al pari della sua personalità, sebbene il corpo «occcupa più spazio della voce». È formosa e in pieno tumulto ormonale ed emozionale. Per la madre deve nascondersi, per gli amici delle medie era una balena, per quelli delle superiori deve mostrarsi. C'è sempre qualcuno che vuole decidere per e di lei, fermandosi all'involucro.
Certe vole mi sembra
che il mio valore stia tutto tra le gambe
anzichè tra le mie orecchie.
Elizabeth Acevedo , Poet X
Ma lei si rifà le nocche e impara a difendersi, a imporsi. E la poesia la aiuterà ad abbattere tutte le barriere, prima di tutte quella che lei stessa ha costruito attorno a sè. Trascinando anche il fratello, il cui fardello non è un corpo formoso ma l'attrazione per i ragazzi.
Il sorriso gli diventa triste
e io penso a tutto quello che potremmo essere
se non ci ingabbiassero in ruoli prestabiliti.
Elizabeth Acevedo , Poet X


Il buio oltre la siepe

Il buio oltre la siepe

di Harper Lee
adattamento e disegni di Fred Fordham
Mondadori
Graphic novel
ISBN 978-8804712435
Cartaceo 22,80€

Il fedele adattamento di Il buio oltre la siepe di Harper Lee, una graphic novel per avvicinare i giovani lettori a un classico intramontabile.

Il buio oltre la siepe è uno di quei classici senza tempo. Malgrado il linguaggio debba essere contestualizzato al periodo storico narrato, il 1933, i temi trattati appaiono quanto mai attuali – purtroppo – a tal punto da prenderlo come cartina di tornasole per rendersi conto di quanta poca strada sia stata fatta in termini di razzismo e discriminazione di genere e soprattutto quanta ce ne sia ancora da fare.
L'adattamento a graphic novel è un valore aggiunto, lo veste a nuovo per renderlo più attraente, sebbene la storia sia raccontata da una ragazzina e sia quindi in ogni caso consigliata anche per i giovani lettori. Scout, infatti, ha circa otto anni, e si scontra con il razzismo esasperato del Ku Klux Klan e quello subdolo della gente comune, con la discriminazione di genere, perché alle donne vengono cuciti addosso ruoli ed etichette, con il pregiudizio verso il prossimo non conforme alla maggioranza. Tutto passa attraverso la sua mente semplice e pulita di bambina, indirizzata con l'esempio dal padre, avvocato spesso di cause perse – accetta di rappresentare anche i clienti più poveri senza far mai loro pesare la loro condizione e difende un uomo di colore accusato, ingiustamente, di aver violentato una ragazza bianca – che non perde occasione di insegnare a vivere anche e soprattutto controcorrente e sempre dalla parte giusta.
Coraggioso non è un uomo con un fucile in mano. Avere coraggio significa sapere che prenderai una batosta ancora prima di cominciare, eppure vai avanti per la tua strada.
Harper Lee, Il buio oltre la siepe

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Il mio migliore amico è fascista

Il mio migliore amico è fascista

di Takoua Ben Mohamed
Rizzoli
Graphic novel
ISBN 978-8817156257
Cartaceo 16,50€
Ebook 9,99€

Una graphic novel per parlare di pregiudizi, stereotipi e bullismo, che si rivolge direttamente ai più giovani con concreti spunti di riflessione.

Takoua Ben Mohamed è una fumettista, illustratrice, graphic-journalist e video-maker italiana di origine tunisina. In questa graphic novel, che si divora in poche ore, ma che consiglio di leggere lentamente per dar spazio alle riflessioni che solleva, racconta quella che è stata la sua vita quando si è affacciata alle scuole superiori. Mette in luce le difficoltà incontrate con professori e compagni di classe per integrarsi in un ambiente che dovrebbe essere inclusivo ma che ancora cade in preconcetti anche quando le intenzioni sono buone. Come l'insegnante che si ritiene "dalla sua parte", ma che non si sforza di chiamarla per nome perché non riesce a pronunciarlo – «I miei professori mi chiamano Ben, non hanno mai fatto lo sforzo di di imparare la pronuncia de mio nome e nemmeno di chiamarmi col cognome per intero [...] È come se un Mario De Rossi venisse chiamato solo De...» – e dà per scontato che i genitori di Takoua abbiano deciso per lei una vita da moglie e madre.
Un libro che sgretola i pregiudizi senza dare giudizi. Sembra un gioco di parole ma è il modo più intelligente e convincente di mettere in luce che le idee diverse dalla nostra e la nostra stessa idea, non sono totalmente giuste o sbagliate e che spesso anche chi è vittima di pregiudizio ne ha a sua volta. È una questione di atteggiamento. Quello migliore è di apertura, di confronto: mettere in discussione le nostre stesse convinzioni così come vorremmo che gli altri facessero con le proprie.
Molti i concetti inseriti nei fumetti dei personaggi, approfonditi in pagine di solo testo in cui si parla di fascismo e nazismo, cyberbullismo, terroristi e talebani, arabi e musulmani, femminismo, migranti. Perché Takoua e il suo compagno di banco "fascista", spesso non sanno nemmeno il significato e il valore delle parole che usano per ferire l'altro. E infatti, il pregiudizio è spesso figlio dell'ignoranza...
Scambiarsi opinioni con persone che la pensano diversamente da noi significa mettere in discussione la propria, significa essere consapevoli di non stare né dalla parte del giusto e nemmeno del torto. Perché ogni opinione ha valore. E attraversi lo sguardo dell'altro di chi mette in discussione tutto ciò che io rappresento, conosco meglio anche me stessa.
Takoua Ben Mohamed, Il mio migliore amico è fascista


La compagnia degli adii

La compagnia degli adii

di Axl Cendres
Il Castoro
Narrativa
ISBN 978-8869667145
Cartaceo 15,50€
Ebook 10,99€

Un romanzo che parla ai giovani lettori di depressione e del fascino bohemien del suicidio. Da animi inquieti, un inno alla vita e alle piccole e concrete felicità.

Mentre lo leggevo lo raccontavo a mia figlia di undici anni. Lei, che non è nemmeno una grande amante dei libri, ha voluto leggerlo subito dopo di me e l'ha divorato.
Il tema dominante è la depressione, l'inquietudine innata che qualcuno di noi ha o il desiderio, maturato nel tempo, di porre fine a una vita che fa male. Mi ha ricordato Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna, perché anche in questo caso un gruppo di aspiranti suicidi, incontratisi in una clinica, decide di fare una gita per andare incontro alla morte.
La clinica viene descritta come una comune in cui si trascorrono le settimane. Non è un manicomio, è un ospedale in cui i pazienti decidono di venire ricoverati, convinti da familiari preoccupati o in cerca di una via d'uscita. C'è il gruppo delle Anoressiche, da cui si possono recuperare dolcetti extra, quello degli Alcolisti, che riescono sempre a trovare qualche cosa da bere, quello dei Sessodipendenti, che non si annoia mai. E poi ci sono loro, i Suicidanti, in cerca di un modo per contrastare il fascino della morte come liberazione dal peso della vita – «Forse il cielo realizza i sogni che la terra uccide». C'è chi è depresso cronico, chi ha perso la madre – suicida – o il compagno di una vita, chi è in fuga dalla propria inspiegabile inquietudine o dal vago ricordo di uno stupro che ha lasciato addosso solo vergogna e rabbia. Diversità accomunate da un intento comune, o forse solo sfaccettature diverse di un'unica malattia. Ah, ci sono anche i pazzi, quelli veri, quelli che si credono Gesù o Napoleone, gli schizofrenici senza speranza.
Un'avventura grottesca e bohemien li attende. Diretti a una scogliera per un suicidio collettivo, alcuni di loro troveranno stimolanti nuovi occhi con cui guardare la vita, perché solo dandole la possibilità, la vita ci può sorprendere – «L'amore è il regalo della vita per scusarsi delle sue cattiverie». Altri, invece, troveranno la morte come ambito lieto fine.
«La speranza», ha continuato, «è un uccellino che continua a cantare nel mezzo del tornado. Se smette di cantare, affondiamo in questa merda nera chiamata disperazione. [...] Alcune persone [...] nascono senza quell'uccellino.»
Axl Cendres, La compagnia degli adii
Un romanzo che non vuole essere una favola, ma la fusione realistica di anime che si mettono a nudo e proprio nella condivisione trovano conforto.

Come le cicale

Come le cicale

di Fiore Manni
Rizzoli
Narrativa
ISBN 978-8817156233
Cartaceo 15,20€
Ebook 9,99€

Un romanzo che affronta il tema dell'omosessualità, degli impulsi adolescenziali che confondono e spaventano.

Teresa è un'adolescente nell'estate tra la prima e la seconda media, quando il suo corpo è ancora infantile, e questo da solo già potrebbe bastare a farla sentire sbagliata, circondata com'è da amiche che hanno forme inequivocabilmente femminili. E lei, inizialmente le invidia, poi si sente attratta. In particolare da Agata.
Il romanzo verte sui sentimenti di Teresa che si affacciano al suo cuore, inspiegabili, esondanti, arginati e infine accettati come uno dei tanti eventi della vita.
«Non pensi che io sia strana?» gli chiese dopo un po'.
Aveva bisogno di sentirsi dire che andava tutto bene, che non c'era niente di rotto o di sbagliato nel suo cuore.
Leonardo sospirò appena.
«Mica possiamo scegliere di chi ci innamoriamo. [...] Non c'è niente di sbagliato in quello che sei. Oggi ti sei innamorata di Agata, domani magari ti innamorerai di un ragazzino o magari di un'altra Agata... e va bene così.»
Fiore Manni, Come le cicale


Stefania Bergo
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Pets life: i porcellini d'India sono una fregatura

Pets life: i porcellini d'India sono una fregatura

Pets life: i porcellini d'India sono una fregatura

Lifestyle Di Elena Genero Santoro. Vivere con dei porcellini d'India può insegnare molto sull'accudimento e sull'amore, anche quando è senza aspettative. Il passaggio sulla terra di questi animaletti è breve, ma la nostra dedizione può renderlo migliore.

Sono cresciuta in una civiltà giudaico cristiana e nella mia famiglia siamo sempre stati specisti. Primo tra tutti l'essere umano, poi gli animali.
Non amiamo vedere soffrire gli animali, aborriamo la caccia, le torture e le uccisioni a scopo ludico, ma di fatto ci siamo prima noi.
A casa mia è sempre stato così. Fino a quando mia figlia non ha voluto un cucciolo...

Abbiamo adottato una cavia, che poi sono diventate tre, padre madre e figlio, perché doveva essere l'animale più semplice da gestire.

A me andava bene: chiusi in una gabbia, col pellet, nutriti due volte al giorno, puliti due volte alla settimana, le cavie erano l'ideale. Ogni tanto li tiravamo fuori per coccolarli, farli sgranchire, vedere che stessero bene, e poi li rimettevamo dov'erano.
Non sono cani che pretendono il contatto con l'umano – le cavie lo accettano, ma campano anche senza – il loro cibo non è costoso come chili e chili di carne, non sono criceti che girano su una ruota tutta la notte, non sono gatti che graffiano i mobili. Insomma, le cavie erano le bestie perfette e le consigliavo anche agli amici per i loro figli. Poco impegno, poca spesa e poco sentimento.
E poi si è rotto qualcosa. Prima si è incrinato, poi si è spezzato.

I porcellini d'India non sono bestiole affettuose o interattive e reattive come potrebbe essere un cane.

Non aspettatevi che un porcellino venga a piangere sulla vostra tomba come farebbe un pastore tedesco. Non è questo il tipo di amore che può offrirvi. Ma quel musino indifeso, quegli occhioni dolci sono irresistibili. I porcellini sono goffi, buffi, lenti nel movimento tranne che quando hanno fame di insalata: a quel punto diventano scattanti. Sono palle di pelo, "carine e coccolose", progettate per intenerire i cuori più duri. Sono simpatici. Averli intorno è piacevole e dolce. Mettono di buon umore. Quando quest’anno ho avuto degli interventi chirurgici ho usufruito della pet therapy grazie alla loro presenza.

In natura sono prede: passano la loro vita a scappare e nascondersi, sono molto paurosi. Il buon Dio non li ha dotati di grandi armi di difesa, ma di una spiccata fertilità e capacità riproduttiva per la sopravvivenza della specie.

Dopo poche settimane dalla nascita possono ingravidare la loro stessa madre o altre femmine presenti – uno dei motivi di tante patologie congenite è che si riproducono spesso tra parenti e non voglio nemmeno menzionare cosa capita in certi allevamenti...
Questo è il motivo per cui il nostro Stellina, che inizialmente credevamo una signorina, ha messo incinta la sorellina adottiva Moony in un battito di ciglia. Da questa unione è nato il piccolo Grisbì e ora alleviamo una vera famiglia di porcellini.
Dicevo, nella loro specie sono programmati per portare avanti la stirpe, mentre la loro esistenza individuale conta poco. In cattività possono raggiungere anche gli otto anni, ma solo nella misura in cui vengono sempre curati e seguiti e nessun predatore li sbrana. E un po' di fattore C (c*lo). Comunque, hanno una aspettativa di vita breve.

Porcellini d'India

Solo che io ormai mi sono affezionata. Mi sono innamorata di loro.

È successo piano piano. All'inizio era solo senso del dovere. Assunto l'onere di tre cuccioli, bisogna garantire loro le migliori condizioni di vita. Nutrimento di qualità, tranquillità, pulizia.
Ma poi si è creato un legame. Non può non avvenire. Prendersi cura di una creatura indifesa crea intimità con la creatura stessa. Se ti occupi di qualcuno, quel qualcuno diventa tuo. Parte di te. Che sia un neonato, che sia un anziano, che sia una bestiola. Il caregiver impara a individuare tutti i tratti caratteristici dell'essere a cui presta assistenza. Nel mio caso, riconosco gli squittii, il modo in cui reagiscono: Stellina è scorbutico e nervoso quando non sta bene, Grisbì batte i denti se ha paura, Moony non si lamenta mai di nulla e non perde mai l'orientamento in casa. Sono queste caratteristiche che rendono i miei porcellini diversi da tutti gli altri.

Mai come ora capisco la frase del Piccolo Principe: «È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante».

Sono solo tre umili roditori, ma sono i miei, unici e irripetibili. Io ne sono responsabile. E se vedo che soffrono, sto male anche io.
Alla fine del 2020 hanno preso un parassita. Stellina aveva il sederino tutto spellato e scarnificato. Era abbacchiato, zoppicava. Lo abbiamo curato con un ciclo di iniezioni. Si è ripreso. Ma vederlo così abbattuto mi ha stretto il cuore e mi ha fatto scaturire una serie di domande sul perché del dolore e della sofferenza. A volte noi umani cerchiamo di spiegare il dolore come un passaggio di evoluzione e di crescita – non è sempre così, ma ogni tanto questa soluzione ci appaga. Ma che senso ha il dolore in un essere così piccolo e indifeso? Quale lezione di vita può portare un odioso parassita a un porcellino d'India? Che karma deve bruciare? Per quel che riesco a vedere dai miei occhi umani, direi nessuno. Eppure il caviotto era lì che si lamentava, a fronte di nessuna crescita spirituale. Quando è guarito ho provato enorme sollievo.

Le cose si sono incredibilmente complicate quando, sempre Stellina, a fine agosto ha iniziato a starnutire e respirare male. Veterinari in ferie e irreperibili, ho preso mezza giornata di permesso dal lavoro per portarlo al pronto soccorso dell'ospedale veterinario dall'altra parte di Torino.

Da lì si è capito che il poveretto era diventato allergico al pellet di legno in cui era immerso quasi tutto il giorno, quello atto ad assorbire l'urina e ad accogliere le sue feci. Ciò ha comportato una rivoluzione copernicana nella gestione pratica delle tre bestiole. Siamo passati da una base in pellet da cambiare due volte alla settimana a traverse di pile di bambù da sostituire due volte al giorno e un bucato quotidiano aggiuntivo solo per la biancheria dei porcellini. E già che c'eravamo abbiamo creato un recinto nuovo, più ampio, dove i nostri tre potessero muoversi meglio.
Insomma, un bell'impegno che lì per lì mi ha sconfortata parecchio e che ha anche necessitato di un certo esborso economico per l'acquisto di tutte le traversine.
Eppure.

L’aspetto positivo è che le cavie stanno insegnando ai miei figli cosa significhi accudire.

Mio figlio se n’è accorto, quando facevamo il bidet a tutti e tre e tagliavamo le unghiette: «È come avere bambini piccoli», mi ha detto.
Anche i miei figli hanno sperimentato come infilare un antibiotico in bocca a un caviotto recalcitrante.
Mentre sono qua che scrivo Moony attende un intervento chirurgico. Le è venuto un ascesso alla gola, dovuto a un'infezione ai denti. La natura non ha dotato i porcellini d'India di quintali di salute. Non è previsto che vivano a lungo. La malocclusione è un problema frequente. L'ascesso anche. Si può curare, ma in seguito potrebbe tornare. E l'anestesia potrebbe esserle fatale.
Moony per adesso non soffre. Non si è nemmeno accorta di essere malata. Oggi era molto tranquilla. La quiete prima della tempesta. Se ne stava coricata con suo marito Stellina a godersi il pile di bambù, in un quadretto di normalità apparente che mi ha fatta stare male. Un vero struggimento.

Non sono diventata antispecista. Non mi vedrete ancora considerare gli animali migliori degli uomini per definizione. Ma questi tre esserini hanno mandato in frantumi alcune mie certezze e insegnato una lezione. Mi hanno ricordato che l'amore è gratis e sopravvive anche in assenza di aspettative.

Anni fa, quando non avevo ancora i figli, andai a trovare una coppia di amici con un neonato che non mangiava, non dormiva e stressava parecchio i neo-genitori. Il padre del bambino mi disse: «Non devi chiederti perché lo fai». In realtà quando cresci un figlio normodotato e sano, anche nei periodi più critici, sai che un giorno lui avrà una sua autonomia, speri che la sua vita sia piena e realizzata e in cuor tuo ti auguri che non ti lasci morire da solo in un ospizio. Ma ti consola sapere che, se le cose si evolvono senza intoppi, i figli ti sopravvivranno. È ciò per cui preghi da quando decidi di metterli al mondo. Un genitore, in maniera più o meno conscia, nutrirà sempre delle aspettative nei confronti di un figlio. E sarà poi il soddisfacimento di tali aspettative che determinerà una dinamica più o meno sana nel rapporto genitore-figlio.
Invece quando hai a che fare con un essere che non avrà mai un'evoluzione in meglio – che non avrà più salute di così, che non avrà più coscienza di così – come accade con un animaletto indifeso e che non sta bene, tutto quello che fai lo fai solo in nome dell'amore.*

Può essere frustrante. Nel caso dei porcellini d'India ho scoperto che lo è molto. Ti innamori di quei botoli, dei loro versetti, ti affezioni, li nutri, li coccoli e già sai che presto ti lasceranno.

Che la loro simpatia e la pet therapy di oggi non compenseranno il vuoto che scaveranno domani. Sai anche che non ti basterà "il colore del grano". Che "il colore del grano" (o in questo caso il colore del fieno, o dell'insalata) del Piccolo Principe non è un benefit che ti interessa. Sei conscia che per te sarà una grossa fregatura. Sarà un dolore.
Ma sai anche che grazie al tuo amore e al tuo accudimento, il passaggio sulla terra di questi animaletti potrà essere migliore. Non sai perché dei caviotti innocenti siano destinati ad ammalarsi e a soffrire, ma sai che farai di tutto per impedirlo.

* Postilla: si potrebbe parlare a lungo anche dell'accudimento degli anziani non autosufficienti o dei bambini disabili o malati terminali, ma a questo giro preferisco fermarmi agli amici pelosetti.

Elena Genero Santoro
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Paulina e l'Acqua della Vita, un libro per giovani lettori di Michaela Šebőková Vannini

Paulina e l'Acqua della Vita, un libro per giovani lettori di Michaela Šebőková Vannini

Paulina e l'Acqua della Vita, un libro per giovani lettori di Michaela Šebőková Vannini

Libri Comunicato stampa. Paulina e l'Acqua della Vita (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto KIDS), di Michaela Šebőková Vannini: una fiaba per giovani lettori, che mischia il folclore tradizionale a una sensibilità moderna e parla di amicizia, solidarietà, forza d’animo, ricchezza interiore, determinazione di fronte alle avversità.

«Devo morire perché sono stato stupido, ecco perché. E poi, fammi la cortesia e non chiamarmi Signor Uccello. Io sono il Condor.»
«Signor Condor, scusate se m'intrometto nelle vostre cose, ma non ho conosciuto nessuno che fosse morto perché era stupido. La stupidità non è una malattia, né una ferita» disse la bambina con convinzione.
«Allora come definiresti il fatto che sto morendo seduto su un albero, perché mi sono incastrato in una rete, e che poi questa si è aggrovigliata anche sul ramo dove sto seduto? Io lo chiamo Stupidità! – il Condor scosse la sua strana testa rossa e finì aspramente – Consuma pure la tua merenda, ragazzina, e poi vattene, lasciami morire con dignità, in silenzio e in solitudine, come si addice a un condor.»
La bambina posò la focaccina e si avvicinò sotto al ramo dov’era seduto il Condor.
«Deve esserci un modo per aiutarvi» non si volle rassegnare.
«Io non ho chiesto il tuo aiuto, né l’aiuto di qualcun altro» la guardò torvo il Condor.
«Perché qualcuno sia aiutato, non è necessario che lo chieda – gli fece la bambina con il dito alzato. – A volte basta guardare con gli occhi ben aperti, e si capisce subito se uno ha bisogno di aiuto o può farcela da solo. Voi dite quello che volete, io ci provo.»
Detto ciò, Paulina si arrampicò sull’albero. Per fortuna era un pino abbastanza basso, con la corteccia ruvida e nodosa, tutto contorto per le intemperie che erano frequenti in montagna. La bambina arrivò senza difficoltà fino al ramo dov’era seduto il Condor. Aggrappata al tronco, posò decisa un piede sul ramo, ma con grande trambusto questo si ruppe e cadde per terra, insieme all’uccello imprigionato.
«Signor Condor, vi siete fatto male?» gli gridò Paulina preoccupata e scese più veloce che poteva. Il Condor non rispondeva.
La bambina, arrivata sotto l’albero, lo trovò spaesato, intorpidito e confuso per quella caduta inaspettata.
«Signor Condor, state bene?» gli chiese di nuovo Paulina, avendo paura di toccarlo. Il becco del Condor era grande, ricurvo, e la testa era stranamente calva, con una specie di cresta che ricordava un buffo cappellino.
Lentamente, l’uccello tornò in sé. Guardò con gli occhi confusi la bambina, e disse, strascicando le parole: «Ecco come finisce la mia speranza di morire con dignità. Ora come farai a rimettermi sull’albero?»
Michaela Šebőková Vannini, Paulina e l'Acqua della Vita

Michaela Šebőková Vannini

Nata nel 1975 in Cecoslovacchia, risiede in Italia dal 2001 e vive attualmente in Toscana. L’italiano è la sua seconda lingua, e dopo un inizio da autodidatta intraprende un percorso che la porta a conseguire la certificazione PLIDA C2: oggi insegna a sua volta a italiani e slovacchi. Ha curato diverse traduzioni di opere ceche, ha redatto una grammatica italiana per autodidatti slovacchi e cura rubriche per il giornale slovacco BuongiornoSlovacchia che esce in lingua italiana. Ha esordito nel 2013 con il romanzo Dal diario di una piccola comunista (Besa Editrice), che nel 2020 è stato riproposto in una sua versione ampliata, arricchita di elementi storici, culturali e linguistici, e corredata di un apparato di note.


Paulina e l'Acqua della Vita

di Michaela Šebőková Vannini
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto KIDS
Narrativa per bambini 10+
ISBN 978-8833669977

Sinossi

È una fiaba che mischia il folclore tradizionale a una sensibilità moderna. Paulina è una bimba dolce e gentile, ma è anche molto determinata: si imbarca in un’avventura difficile che la porterà lontano da casa, in terre ostili e desolate, per amore della propria madre e in nome di un futuro migliore che la piccola sente tutto nelle sue mani. Durante la pericolosa traversata, incontrerà degli animali guida che, oltre a ricoprire la funzione di aiutanti, fondamentale nella fiaba tradizionale, nascondono anche delle sorprese, che verranno svelate al momento giusto e contribuiranno a un toccante lieto fine.
Caratteristica peculiare di Paulina e l’Acqua della Vita sono i richiami a una mitologia e a un folclore popolare che non è quello italiano e latino, ma appartiene al mondo dei racconti dell’Est Europa.
Una fiaba per giovani lettori e adulti, che mette al primo posto valori come l’amicizia, la solidarietà, ma anche la forza d’animo, la ricchezza interiore, il potere di decidere e la determinazione di fronte alle avversità.
Età di lettura 10+



ESTRATTI E RECENSIONI


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Recensione: Guns contro le armi, di Stephen King

Recensione: Guns contro le armi, di Stephen King

Recensione: Guns contro le armi, di Stephen King

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Guns contro le armi, un saggio di Stephen King (Marotta e Cafiero). Il più grande scrittore di thriller e horror al mondo si schiera contro la violenza armata.

Anni fa chattavo su Skype con un ventenne della Florida conosciuto su una piattaforma di scambio linguistico. Io volevo imparare l'inglese e lui l'italiano. In realtà ci scrivevamo solo in inglese perché lui di italiano spiccicava due parole di numero, tipo "hasa", cioè "casa" con accento toscano perché aveva alcuni parenti che vivevano lì.
Come fu, come non fu, arrivammo a parlare delle armi e toccai con mano l'abisso tra il nostro approccio europeo e quello americano.
Premetto che il ragazzo non era un bullo di strada, anzi, era un giovanotto molto carino che studiava da infermiere con l'obiettivo di curare i bambini. Era cioè animato dai migliori sentimenti, ma trovava perfettamente normale possedere un'arma per difendersi da eventuali assalitori. Giudicava folle che noi europei attendessimo la polizia per difenderci. O che ci facessimo bastare un antifurto per scongiurare le effrazioni. E lui stesso aveva acquistato una pistola senza alcuna difficoltà.
Il suo punto di vista, che tale rimase, viene inquadrato appieno nel breve saggio di Stephen King.

Guns contro le armi di Stephen King inizia con la descrizione di come, ogni volta che avviene una strage in una scuola americana, i media e i politici seguono un cliché standard, ma nessuno mette in discussione che la disponibilità illimitata di armi in America dovrebbe essere rivista.

Mentre la destra americana dà la colpa alla "cultura della violenza" e ai problemi psicologici di chi spara, le lobby delle armi prosperano. Stephen King la pensa diversamente. Intanto tutta questa violenza nei libri e nei film, che nella testa dei repubblicani sarebbe in grado di condizionare le giovani menti fino a portarle a compiere gesti insani, non è reale. Tra i videogiochi va ancora per la maggiore Super Mario Bros e i libri più diffusi appartengono al genere del mommy-porn: «Gli americani mostrano poco interesse verso l'intrattenimento che contiene violenza armata».

Vi è però, nella popolazione, l'idea diffusa, e distorta, che ognuno debba essere armato per potersi difendere da assalti indesiderati.

Proprio come affermava il mio giovane amico in chat. Il quale ne era sinceramente convinto e me lo spiegava con un candore "disarmante" (perdonate il gioco di parole).
Ma come spesso avviene, il pericolo percepito non è sempre quello reale. I numeri dicono una cosa ben diversa.
Avere un'arma in casa aumenta il rischio di suicidio del 300%.
Ogni sedici ore una donna viene uccisa con un colpo di arma da fuoco dal suo compagno attuale o da uno precedente.
Ogni giorno otto fra bambini e ragazzi vengono colpiti per sbaglio dalle armi da fuoco in famiglia.
Stephen King, Guns contro le armi
I numeri dicono che le morti o i ferimenti da arma da fuoco, volontari o accidentali, avvengono le mura domestiche, tra congiunti. Gli estranei, gli assalitori da cui gli americani vorrebbero difendersi, sono casi ben più rari. E periodicamente capita che qualcuno, con un'arma, ammazzi la moglie o il figlio dopo averlo scambiato per un ladro.

Guns contro le armi, il saggio di Stephen King, edito da Marotta e Cafiero di Rosario Esposito La Rossa, è lucido e alla fine propone tre soluzioni per limitare i danni.

Chiede che le armi che chiunque può comprare siano davvero calibrate per la legittima difesa, con un numero di colpi limitato, e che possano essere venduti solo a chi non ha precedenti e non si dimostra insano di mente. Un certo tipo di armi per un certo tipo di utenza. Probabilmente ciò permetterebbe di ridurre le vittime, di minimizzare le stragi nelle scuole e nei luoghi pubblici. Ma sarebbe una soluzione di compromesso, per trovare un punto di incontro con i repubblicani e i patrocinatori del diritto alla legittima difesa. Sarebbe una soluzione molto americana, che a me, da europea, appare ancora troppo poco.


Guns contro le armi

Guns contro le armi

di Stephen King
Marotta + Cafiero
Saggio
ISBN
Cartaceo 14,25€

Sinossi

Il più grande scrittore di thriller e horror al mondo si schiera contro la violenza armata. Uno Stephen King inedito in Italia, che presta la sua penna al tema più controverso d’America: l’utilizzo smodato delle armi da fuoco. Questo libro, scritto subito dopo la strage alla Sandy Hook Elementary School in cui morirono 20 bambini, accende le luci su una situazione fuori controllo negli States. King provoca, discute, tenta di suggerire possibili e necessarie soluzioni. Uno scritto a cuore aperto contro la violenza e gli uomini dal grilletto facile. Con numerose infografiche tratte dalla Brady Campaign to Prevent Gun Violence.

Elena Genero Santoro
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Recensione: Il potere del silenzio, di Carlos Castaneda

Recensione: Il potere del silenzio, di Carlos Castaneda

Recensione: Il potere del silenzio, di Carlos Castaneda

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Il potere del silenzio di Carlos Castaneda (BUR). Episodi di vita di Don Juan e Carlos, ridicoli, spaventosi, magici e drammatici. Un libro che non può essere compreso senza aver prima approfondito i precedenti.

Questo romanzo incomincia con un ripasso delle nozioni apprese nelle precedenti opere. Ciò è utile per comprendere i concetti presenti più avanti.
Poi ci si tuffa nella storia vera e propria, che segue sostanzialmente due livelli temporali diversi (in cui l’autore non è il protagonista ma per lo più una comparsa). Quindi è come se si stessero leggendo due libri distinti ma sapientemente amalgamati per offrire una certa omogeneità al tutto.


Il “primo libro” è incentrato su Don Juan che conduce Carlos in alcuni luoghi magici del Messico per fornirgli lunghe e complesse spiegazioni sui concetti chiave dello sciamanesimo.

Qui il maestro continua a trascinare l’allievo in stati alterati di coscienza per fornirgli degli insegnamenti utili al suo apprendistato. Ed è così che veniamo a conoscenza di nuovi concetti: “noccioli astrali”, “intento”, “spirito”, “anelli di collegamento” e “i quattro modi dell’agguato”. Ma c’è anche spazio per parlare del “corpo sognante”, ovvero la capacità di essere in due posti contemporaneamente, e delle esperienze passate di Carlos (incomprensibili a quest’ultimo fino a che il suo mentore non gli fornisce una spiegazione “sciamanica”).

Il “secondo libro” invece verte sul passato di Don Juan, da quando era scampato alla morte grazie a colui che sarebbe diventato il suo maestro, il nagual Julian, fino al suo apprendistato con quest’ultimo.

Lo fa narrando certi episodi, considerati da lui in un primo momento assurdi e incomprensibili ma col senno di poi (e soprattutto con le conoscenze sciamaniche acquisite) sensate se non addirittura necessarie. Infatti, Don Juan dimostra al suo allievo come ogni singola “follia” di Julian sia stata studiata a tavolino fin nei minimi particolari per indurlo in un certo stato d’animo o di coscienza e come un maestro sia disposto a tutto pur di rendere il suo allievo a sua volta un nagual.


Che dire di questo libro?

Innanzitutto che si alternano lunghe spiegazioni su concetti fondamentali per l’apprendistato di Carlos (su tutti i “noccioli astratti”, “l’intento” e “l’agguato”) a episodi di vita vissuta sia dall’autore che dal suo maestro. Peccato che, secondo me, proprio queste spiegazioni siano il punto debole del libro: non tanto perché si dilunghino in modo eccessivo quanto per la complessità dei concetti in essi contenuti. Come negli ultimi libri da me letti dell’autore, sono infatti troppo lontani dalla mia comprensione di “occidentale medio”. Di conseguenza sfugge non solo la loro essenza ma anche tutto ciò che si sviluppa da essa. Ergo, mancando la base, tutto il resto è un enorme ammasso d’informazioni lacunose che fanno perdere più e più volte il filo del discorso.


Seppur l’autore riassuma continuamente certe spiegazioni (sviluppate in modo esaustivo nei precedenti libri) c’è sempre quella sensazione di avere a che fare con nozioni troppo fuori dai consueti canoni per comprenderle appieno.

Per chiarire ciò a cui mi sto riferendo, quando si entra in concetti quali “il riflesso di sé”, “l’agguato” o “l’impeccabilità”, tutto diventa più difficile se non addirittura incomprensibile.
Anche se, di contro, queste spiegazioni vengono intervallate da (pochi) episodi d’azione decisamente d’effetto e spiazzanti. Basta citare quando Don Juan “impazzisce” per insegnare a Carlos la “lezione di spietatezza” o il finale, dove il maestro mostra come si può trascendere qualsiasi legge fisica una volta che si è divenuti sciamani.
Ovviamente nel romanzo fanno la loro comparsa altri sciamani, alcuni decisamente particolari e affascinanti (primo fra tutti, “lo sfidante della morte”, ovvero colui che può vivere in eterno).
Non mancano neppure concetti poetici, quali il “balzo del pensiero nell’inconcepibile” o cos’accade quando muore uno sciamano.

Dulcis in fundo, una domanda è d’uopo: “Mi è piaciuto?”

Ammetto che le troppe spiegazioni, a me incomprensibili, mi hanno fatto calare più volte l’interesse. Di contro, gli episodi di vita vissuta da Don Juan e Carlos, tra il ridicolo e lo spaventoso, tra il magico e il drammatico, mi hanno incuriosito e, a volte, appassionato. Senza contare che le spiegazioni “magiche” di certi comportamenti dei maestri sono un valore aggiunto all’opera.
Eppure tutto ciò non è stato sufficiente a farmi apprezzare appieno questo libro.
Specialmente perché mi aspettavo di leggerne uno incentrato ancora una volta su Carlos e il suo apprendistato, non certo su quello del suo maestro (chiariamo: comprendo la necessità di questa decisione narrativa. Semplicemente mi divertiva di più l’idea di Carlos sottoposto incessantemente alle “torture magiche” di Don Juan).
Infine, vi avverto, è un libro che non può essere sicuramente compreso senza aver prima approfondito i precedenti, né tantomeno letto con superficialità, in quanto la distrazione su un singolo concetto condurrebbe di conseguenza a non capire tutto ciò che ne segue.

Il potere del silenzio

di Carlos Castaneda
BUR
Saggio
ISBN 8817258911
Cartaceo 9,50 €
Ebook 6,99€

Sinossi 

È sempre don Juan il protagonista dei libri di Castaneda, studioso di etnologia dedicatosi in particolare alle antiche tradizioni esoteriche degli indios del Messico centrale. Nel paesaggio allucinato e selvaggio di un Messico immutabile si placa il rumore della vita quotidiana e si afferma il silenzio interiore. Diviene così possibile attingere ad arcane energie, forze recondite dello spirito che la razionalità del moderno mondo occidentale ha soffocato. Solo il nagual, lo sciamano (nelle vesti di don Juan) è in grado di controllare questi misteriosi poteri e di compiere incredibili esperienze, condividendole con colui che ha scelto come apprendista, cioè lo stesso Castaneda.

Andrea Pistoia
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