• Il mare e la nebbia di Rosa Santi
  • Sei mesi di prova
  • Petrolio bollente
  • Copertina del libro
  • La ricamatrice Maurizio Spano
  • Andrà tutto bene
  • Un errore di gioventù   Elena Genero Santoro
  • Telma - Claudia Gerini
  • Il buio d'Etiopa - Nicolò Maniscalco
  • Racconti, Gratis, Natale, Gli scrittori della porta accanto
  • La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto
  • Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni
  • Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni
  • Storie di una assistente turistica
  • Da zero a 69
  • Il tesoro dentro, Elena Genero Santoro - Gli scrittori della porta accanto
  • Ponti sommersi, di Tamara Marcelli
  • Sulle ali della fantasia di Ornella Nalon
  • Il sogno di Giulia, Claudia Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Il tempo di un caffè, di Silvia Pattarini - Gli scrittori della porta accanto
  • Mwende, Stefania Bergo (Memoir) - Gli scrittori della porta accanto
  • Il sogno dell'isola, Tamara Marcelli - Gli scrittori della porta accanto
  • Ponsacco-Los Angeles Sulle tracce di Bruce Springsteen, Valentina Gerini (Mainstream) - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Volevo un marito nero, Valentina Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • Con la mia valigia gialla, Stefania Bergo (Memoir) - Gli scrittori della porta accanto
  • La notte delle stelle cadenti, Valentina Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Perchè ne sono innamorata, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Chiaroscuro, Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • L'appetito vien leggendo - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Anche la morte va in vacanza al lago
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Diventa realtà, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Immagina di aver sognato, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Di donne, di amori e di altre catastrofi (Romance ironico) - Andrea Pistoia, Gli scrittori della porta accanto
  • Grilli e Sangiovese
  • Il cielo d Inghilterra, Loriana Lucciarini - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Lungo la via Francigena, di Angelo Gavagnin - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Nucleo Operativo - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Ovunque per te, Elena Genero Santoro, PubMe
  • Racconti di stelle al bar Zodiak
  • Ritrovarsi di Loriana Lucciarini - Gli Scrittori della Porta Accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Un angelo protettore
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Una felicità leggera leggera, Loriana Lucciarini - Gli scrittori della porta accanto


Collana Editoriale

Ted Bundy: una biografia e due documentari sul serial killer manipolatore

Ted Bundy: una biografia e due documentari sul serial killer manipolatore

Ted Bundy: una biografia e due documentari sul serial killer manipolatore

Di Elena Genero Santoro. Ted Bundy, il serial killer manipolatore: una biografia e due documentari sulla vita di uno dei criminali più noti e controversi d'America.

La scorsa estate ho speso molte settimane per leggere un unico corposo libro: l'autobiografia di Michelle Obama.


Quest'anno mi sono dedicata con altrettanto interesse a un'altra biografia, solo assai meno edificante: quella di Ted Bundy, uno dei criminali più noti e controversi d'America. Un serial killer sul quale sono stati girati numerosi film e documentari.
E infatti mi sono documentata su di lui attraverso tre fonti: il libro di Ann Rule, Un estraneo al mio fianco, e quasi dieci ore di documentari, su Netflix (Conversazioni con un killer: il caso Bundy), e su Prime Video (Ted Bundy: Falling for a killer, raccontato in prima persona dalla fidanzata storica di Bundy, Elizabeth - Liz - Kendall, e dalla figlia Molly).

Ted Bundy: Falling for a killer

Potrei dire di conoscere tutto su Ted Bundy, ma la verità è che nessuno conosce davvero ciò che Ted Bundy è stato, nemmeno coloro che gli sono rimasti vicini fino all’ultimo.

Com'è nata la mia curiosità: ero reduce dalla lettura di La psicopatia di Robert D. Hare e Ted Bundy veniva menzionato già nell'introduzione in un lungo elenco di assassini a sangue freddo che avevano attirato l'attenzione della cronaca.
Il libro di Robert D. Hare, che ha trascorso la vita a studiare la psicopatia, soprattutto tra la popolazione criminale, mettendo a punto una checklist per diagnosticarla, non è incentrato su Ted Bundy. Hare dedica un breve capitolo a Ted Bundy, relativamente alla sua capacità manipolativa.

Ted Bundy tolse la vita a un numero davvero elevato di ragazze adescandole in un modo assai singolare: si muniva di stampelle o si metteva un braccio al collo, o si travestiva da poliziotto, e in questa posa in apparenza innocua chiedeva alle sue vittime di aiutarlo o di seguirlo. 

In questo modo ha ucciso almeno ventuno ragazze, ma forse molte di più, forse trenta, forse cento, forse trecento, dopo averle violentate e avere infierito sul loro corpo con estrema crudeltà. Si è persino macchiato di necrofilia.
Una annotazione: il libro di Ann Rule e i documentari televisivi descrivono con dovizia di particolari le sparizioni delle vittime di Bundy e i loro agghiaccianti ritrovamenti. Rendono anche omaggio alle vittime raccontando qualcosa della loro vita e dando voce alle loro famiglie.
Io invece non scenderò in alcun particolare del genere. I nomi delle ragazze sono noti alle cronache. Erano tutte giovani donne speciali, vitali, nel fiore degli anni. Sappiate solo che Bundy ha privato decine di genitori dei loro splendidi fiori. Ha causato molto dolore. Come madre fa male persino pensarci.

Netflix (Conversazioni con un killer: il caso Bundy)

I fatti: Theodore Robert Bundy nacque a Tacoma il 24 novembre 1946. Era un figlio illegittimo e sua madre Louise inizialmente voleva darlo in adozione. 

Ma poi ci ripensò e per salvare le apparenze gli fece credere di essere sua sorella. Tuttavia, quando quattro anni dopo Louise si sposò con Johnny Bundy, portò suo figlio con sé.
L'infanzia di Ted Bundy è meno nota, ma Julia, la sorella minore di Louise, affermò che Ted fosse inquietante e violento già a tre anni, mentre una testimone (docu-film di Netflix) racconta che il Ted Bundy bambino fosse diverso dagli altri: non faceva ciò che gli veniva richiesto nemmeno al campo scout, ma preparava trappole scavando buche nel terreno, dentro le quali inseriva bastoni appuntiti, e poi ricopriva tutto con foglie. Una bambina si era squarciata una gamba grazie alle sue prodezze.

Ted Bundy mieté le sue vittime in Colorado, nello Utah, nell’Oregon e infine in Florida. Forse non solo lì.

Fuggì di galera ben due volte, la prima dalla prigione di Aspen, saltando dalla finestra del secondo piano, la seconda alla fine del 1977, scappando dalla propria cella come un novello Houdini, dopo essersi infilato nei condotti dell’aria. Era già sospettato di essere il responsabile della sparizione di diverse donne e dell’aggressione ai danni di Carol DaRonch, una delle poche vittime riuscite a sfuggirli, ma anche se i primi processi erano già conclusi a suo sfavore, su di lui l’opinione pubblica era alquanto divisa. Lui continuava a proclamarsi innocente e i suoi modi gentili, controllati, garbati inducevano molte persone a credere che lo fosse.
Se dopo la seconda fuga fosse stato in grado di reprimere i suoi istinti omicidi e avesse cambiato vita, probabilmente sarebbe ancora libero da qualche parte. Ma la sua compulsione, la sua dipendenza dalle uccisioni seriali era talmente radicata che Bundy, rifugiatosi in Florida sotto falso nome, durò meno di due settimane. Entrò in un collegio universitario, nella casa delle congregazione delle Chi Omega, uccise brutalmente due studentesse e ne ferì altre a bastonate. Venne poi fermato dalla polizia per un motivo assolutamente futile – come la prima volta che era stato arrestato – ma una volta nelle mani dei tutori della legge venne riconosciuto.

Ted Bundy, laureato in psicologia e con l'aspirazione di diventare avvocato, aveva un QI pari a 124. 

Non era un genio, ma di sicuro un uomo intelligente e ambizioso che si era anche cimentato con la politica. La sua famiglia era religiosa e anche lui frequentava la chiesa metodista. A vent'anni si era innamorato di una ragazza di buona famiglia, Dianne (che nel libro di Ann Rule viene chiamata Stephanie), ma dopo un anno di relazione lei lo aveva lasciato. Tutte le giovani donne che avrebbero attirato l'attenzione di Ted Bundy successivamente sarebbero state simili a questa Dianne: belle, studiose, coi capelli lunghi e la riga in mezzo. Le ragazze che Ted riteneva inarrivabili.


Ted Bundy era un bel giovanotto: aveva due occhi azzurri magnetici, un sorriso simpatico, una parlantina loquace e un gran senso dell'umorismo.

Quando Ann Rule lo incontrò, lui era uno studente di ventiquattro anni e lei una donna di mezza età con quattro figli e un divorzio avviato. Non avrebbe mai provato attrazione per lui, però lo avrebbe considerato un amico.
Ann Rule, ex poliziotta divenuta giornalista e scrittrice di cronaca nera, lavorava con Ted Bundy come centralinista in un'unità di crisi. Loro erano quelli che ricevevano le telefonate degli aspiranti suicidi e tentavano di salvarli. E, come afferma Ann Rule nel suo libro, «Ted Bundy ha ucciso molte persone, ma ha anche salvato molte vite».
Quando tempo dopo si trovò a dover indagare sugli inquietanti casi di omicidio che si erano verificati, il cui sospettato era un certo Ted, non riusciva nemmeno a credere che quel Ted fosse proprio il suo amico.

Il libro di Ann Rule, Un estraneo al mio fianco, parecchio corposo e con capitoli finali aggiunti nel corso degli anni, cerca di essere obiettivo e di fare parlare i fatti prima dei sentimenti. 

Quella di Ann Rule è una lotta interiore perché Ted Bundy per lei era stato un amico e continuerà a considerarlo tale finché la sua condanna a morte non sarà posta in essere il 24 gennaio 1989. Ann Rule faticherà a credere che le doti di Ted, la sua generosità, il suo altruismo, fossero solo un sottile strato di vernice sopra un’anima nera.
È capitato anche a me di considerare amico un ragazzo che non rientrava nei miei canoni. Era un collega, mio coetaneo: non aveva commesso azioni estreme come quelle di Bundy, ma era maschilista – neanche troppo velatamente. Per lui le donne in ufficio potevano essere solo segretarie, non ingegneri, e affermava che i suoi amici dovessero essere principalmente belli. Non belli dentro, belli di bella presenza. In una circostanza normale non lo avrei degnato di uno sguardo. Ma stavo divorziando, ero depressa, e lui mi trattò da amica. Mi invitava quando si usciva al cinema. Mi stava ad ascoltare. Non aveva mire su di me, anche la sua vita sentimentale era abbastanza complicata, eppure, benché sotto certi aspetti fosse pessimo, io ancora lo annovero tra gli amici e non mi scordo del tempo che mi ha dedicato quando ne avevo bisogno.
Credo che qualcosa del genere, molto più intenso, sia capitato ad Ann Rule, che fino al processo di Miami non si era voluta convincere del tutto della colpevolezza di Ted, eppure anche quando l’evidenza era ormai schiacciante, non lo ha mai abbandonato del tutto.

Killer psicopatici

Ann Rule, deceduta nel 2015, non era un’ingenua. Era ben conscia delle abilità manipolatorie di Ted, anche nei suoi confronti. Eppure a suo modo gli voleva bene.

Ma qual era esattamente il problema di Ted Bundy, annoverato come psicopatico? Era l’odio per le donne?
In parte, probabilmente, perché le ragazze intelligenti e di buona famiglia alimentavano la sua frustrazione. Rappresentavano tutto ciò che lui non avrebbe mai potuto possedere.
Il documentario di Prime Video, quello in cui in buona parte si ascoltano le parole di Liz Kendall e della figlia Molly, viene raccontato anche il contesto socio culturale dei primi anni Settanta: la rivoluzione sessuale, la presa di coscienza femminile, i diritti acquisiti. Non saprei se lo squilibrio di Ted Bundy possa avere una connotazione socio politica. Si sospetta addirittura che la sua prima vittima sia stata una bambina di otto anni nel 1961, una vicina di casa sparita nel nulla quando Ted aveva solo quattordici anni. Se così fosse, il contesto culturale non rappresenterebbe proprio nulla.

Peraltro, per quanto certe donne fossero per lui inarrivabili, aveva molta facilità a fare conquiste. Liz Kendall era la sua ragazza storica, con lei e la figlia Molly ebbe quanto di più simile a una famiglia.

Liz, nel documentario video, racconta che i primi anni con Ted erano stati fantastici: divertenti, allegri. Molly lo considerava come un padre, lui le aveva persino insegnato ad andare in bicicletta. Ma poi il rapporto si era raffreddato. Lui era diventato più scostante. E a un certo punto proprio Liz aveva avuto dei sospetti su Ted, l’ansia che potesse essere il responsabile delle misteriose sparizioni di ragazze, perché queste erano avvenute in momenti in cui Ted non era a casa. Ted inoltre possedeva oggetti strani: chiavi inglesi, piedi di porco, calzamaglie bucate, ingessature e stampelle. E assomigliava all’uomo di cui era stato diffuso un identikit. Poteva il suo Ted essere il responsabile di azioni così terribili?
Era stata Liz a denunciare il suo fidanzato, a un certo punto.  All’inizio i poliziotti nemmeno l’avevano presa sul serio, subissati com’erano dalle chiamate dei mitomani. Ma questo non le aveva permesso di affrancarsi del tutto da lui, nonostante i dubbi. Evidentemente la manipolazione nei suoi confronti era stata importante. Oppure pensare di avere vissuto per anni con un mostro era qualcosa di inaccettabile per qualunque psiche. Comunque Liz Kendall ci avrebbe messo anni a perdonarsi di non aver capito, di aver trascurato la figlia per lui, di avere ceduto all’alcol per via delle situazione che era diventata insostenibile.

Per contro, Ted teneva a Liz, a suo modo. Nonostante le storie parallele che intratteneva. Nonostante una volta (o forse più d’una) avesse cercato persino di ucciderla. 

Liz assomigliava per certi versi a sua madre Louise: era una donna minuta e fragile. In quella che Robert D. Hare chiama “affettività superficiale” degli psicopatici, Ted ci metteva di sicuro Liz e la sua famiglia d’origine.
Dopo Liz Ted sposò Carole Ann Boone, in modo plateale durante un processo in Florida, mentre Ted, avvocato di se stesso, la stava interrogando al banco dei testimoni. La Boone, descritta da Ann Rule tanto altera quanto riservata, era convinta dell’innocenza di Ted in modo radicato. Riuscì ad avere da lui persino una figlia, concepita clandestinamente in carcere. Lo chiamava Bunny, coniglietto. Era completamente cieca nei suoi confronti. Eppure nel 1986 lo lasciò. Se ne andò, senza clamori. Non si fece più vedere.



Senz’altro uno dei fattori che causò più problemi a Ted Bundy fu il suo enorme narcisismo, talmente grande che lo portò ad atti di autolesionismo inutili. 

Questo emerge molto bene nel documentario di Netflix.
A un certo punto i suoi avvocati difensori volevano patteggiare e ottenere il carcere a vita, a fronte di una dichiarazione di colpevolezza, per evitargli la pena di morte. Pareva che Bundy si fosse convinto, invece, con un colpo di teatro, ricusò gli avvocati e da quel momento iniziò a difendersi da solo. Con il suo anno scarso di studi di giurisprudenza, divenne l’avvocato di se stesso.
Contro interrogò i testimoni e qui, a detta del documentario di Netflix, indugiò in modo autocelebrativo su tutti i dettagli macabri (peraltro descritti da Ann Rule nel libro e in tutti i documentari) di cui evidentemente andava orgoglioso; così agendo, non si fece un favore.

Bundy era sempre favorevole a far parlare di sé. Era felice se i giornalisti lo notavano. Ci teneva a dare di se stesso un’immagine splendida, di uomo onesto, controllato. 

In aula era un vero istrione, un intrattenitore. Scherzava col giudice. Insomma, manipolava. I suoi processi erano eventi mediatici e lui ne era bene felice. Era persino convinto che lo avrebbero assolto.
Aveva un sacco di fan e donne che erano affascinate da lui, che assistevano ai suoi processi, che gli scrivevano in carcere.
Eppure certe scelte non erano state così intelligenti. Il suo identikit era stato diffuso dopo le sparizioni del 14 luglio al Lake Sammamish State Park. Quel giorno Bundy rapì e uccise due ragazze in poche ore, ma qualcuno lo notò, per come era vestito, e udì mentre si presentava come Ted. Insomma, non proprio un basso profilo.
E la scelta di rifugiarsi in Florida dopo l’evasione? La Florida, la “fibbia del braccio della morte”, uno degli stati più forcaioli d’America. Non fu una strategia vincente, ma alquanto stupida e forse supponente. Bundy si sentiva il più furbo, si credeva sopra le parti. E comunque, l’importante per lui era eccellere in qualcosa e farsi notare. Riuscì appieno nel suo intento e ciò gli costò la vita, a riprova che era lui “il peggior nemico di se stesso”.

Dunque Ted Bundy era intelligente o no? Di certo era pieno di contraddizioni. Era consapevole?

A livello giuridico lo era quanto bastava per essere incriminato per le sue orribili azioni: ricordava ciò che aveva fatto, aveva agito lucidamente. Non era uno psicotico, anche se una psicologa, prima che fosse giustiziato (era riuscito a fare rimandare l’appuntamento con la sedia elettrica per tre volte) gli aveva diagnosticato il disturbo bipolare, asserendo che commettesse gli omicidi in fase down.
Di sicuro c’era qualcosa di anormale nelle sue pulsioni, di cui lui stesso pareva rendersi conto, sebbene non capisse perché le avesse. Quelle fantasie, quelle compulsioni che doveva per forza soddisfare uccidendo, e che non si placavano mai.
Anche gli avvocati che avevano cercato di salvargli la pelle in extremis, gli ultimi che erano subentrati dopo che lui li aveva cacciati tutti, quelli che avevano meno preclusioni nei suoi confronti, erano rimasti impressionati quando quell’uomo dall’aria mansueta e dagli occhi limpidi si era incupito al punto da trasfigurarsi, mentre parlava. Ted Bundy sapeva fare paura, quando perdeva il controllo.



Ted Bundy aveva due effetti sulle persone: c’erano quelli che ne rimanevano incantati e quelli che restavano turbati dall’abisso nero del suo sguardo.

Bundy non espresse mai pentimento per le sue vittime. La sua mancanza di empatia, caratteristica del suo essere psicopatico, gli permetteva di infierire su donne innocenti senza alcuna pietà e di non provare mai rimorso. Soltanto verso la fine, quando iniziò a confessare gli omicidi (ma solo nel tentativo di salvarsi dalla sedia elettrica), sì mostrò dispiaciuto mentre asseriva di essere diventato così perché traviato dalla pornografia. Era l’ennesima manovra, per avere visibilità e apparire migliore; ad Ann Rule, anni prima, aveva scritto di non aver mai visto riviste pornografiche in gioventù. Quindi in un caso o nell’altro mentiva.
Manipolava gli altri, ma non riusciva a controllare se stesso. Le sue pulsioni prendevano sempre più spesso il sopravvento.

Verso la fine del libro Ann Rule, nella biografia, lo descrive così, in piena armonia con il pensiero di Hare sugli psicopatici.

Lo psicopatico non ha regole innate di comportamento cui ispirarsi, e somiglia al visitatore di un altro pianeta, che si sforza d’imitare le persone che incontra. […] Il soggetto è sempre molto intelligente e ha imparato da tempo le risposte giuste, i trucchi e le tecniche che compiaceranno le persone da cui vuole ottenere qualcosa. È furbo, calcolatore, acuto e pericoloso. Ed è senza speranza.
Ann Rule, Un estraneo al mio fianco
Nel libro di Hare vengono in effetti citate le parole di un altro psicopatico, Jack Abbott: «Ci sono emozioni, un intero spettro di emozioni, che conosco solo attraverso le parole, attraverso la lettura e la mia immaginazione immatura. Posso immaginare di provare queste emozioni (so, quindi, che cosa sono), ma non le provo. A trentasette anni sono appena un bambino precoce. Le mie passioni sono quelle di un bambino».
La personalità antisociale non rivela i disturbi del pensiero più facilmente individuabili: sono pochi i segni di ansia, fobia o di delirio. In pratica, si tratta di un robot emotivo che si è autoprogrammato per reagire nel modo che la società si aspetta. E poiché tale programmazione è spesso eseguita abilmente, tale personalità è assai difficile da smascherare. Ed è impossibile da curare.
Ann Rule, Un estraneo al mio fianco
Un estraneo al mio fianco di Ann Rule

Un estraneo al mio fianco

di Ann Rule
TEA
Biografia
ISBN 978-8850243884
Ebook 7,99€
Cartaceo 12,00€

Ma come si diventa psicopatici?

Ann Rule afferma una cosa che alcuni studiosi ritengono vera.
È quasi impossibile individuare il momento preciso in cui si manifestano per la prima volta i sentimenti antisociali, anche se la maggioranza degli esperti concorda nell’affermare che, in simili individui, lo sviluppo emotivo si è arrestato nella prima parte dell’infanzia, talvolta già a tre anni. In genere il blocco delle emozioni è causato da un bisogno d’amore o di accettazione non soddisfatto, dalla privazione e dall’umiliazione. Una volta che questo processo si è innescato, il bambino può crescere, ma non maturare emotivamente.
Ann Rule, Un estraneo al mio fianco
In effetti Ted Bundy era stato abbandonato alla nascita e poi cresciuto con un nonno che, nonostante lui lo mitizzasse, era un uomo razzista, antisemita, anticattolico, molto collerico con la famiglia e sadico verso gli animali.
Robert D. Hare non sembra sempre concorde su questo punto. Anche se afferma la necessità di diagnosi e cura precoci della psicopatia, in più punti del suo libro sembra propendere per cause genetiche della psicopatia stessa, riscontrabili in certe modificazioni cerebrali. (Forse Ted era geneticamente simile al nonno? mi domando). Il dibattito è ancora aperto.

Ciò che mi chiedo è se un serial killer, che è pure cosciente delle sue azioni, possa essere ritenuto del tutto colpevole. 

La sua mancanza di empatia e la sua carenza di sentimenti non sono colpa sua. Che uno ci nasca o che ci diventi nella prima infanzia, essere psicopatico è un handicap. Un handicap che però devasta tutti quelli che hanno a che fare con lui. Si può avere pietà di lui che non ne ha avuta di nessuno?
Ad Ann Rule Ted faceva pena, per certi versi.
Ted Bundy morì sulla sedia elettrica quando ormai era diventato un mito, nel bene e soprattutto nel male. Quando ormai era la caricatura di se stesso, quando in molti lo sfottevano, bramavano la sua morte, inventavano gadget, canzoncine e magliette che alludevano alla sua “frittura” elettrica. La sua esecuzione fu accolta con soddisfazione e celebrata da gran parte della popolazione della Florida.
Se fosse stato libero avrebbe continuato a uccidere.
Se fosse stato ricoverato in un istituto psichiatrico, sarebbe diventato un oggetto di studio d’eccellenza.

Leggi anche Paula Cooper & me

Forse avrebbe provato a fuggire ancora. Di certo non sarebbe mai guarito.

Comunque la giuria della Florida aveva scelto per lui un destino diverso, quella giuria che lui stesso aveva selezionato, composta da molte donne di colore o ispaniche, religiose e timorose di Dio.
Eppure non tutti gioirono per la sua esecuzione. Non gioì sua madre, che fino all’ultimo non si capacitava dell’efferatezza di suo figlio. Non gioirono nemmeno le famiglie di alcune vittime, che anzi, entrate in contatto con Louise, accolsero e condivisero il suo dolore di donna a cui un figlio era stato strappato e ammazzato. E capirono che la pena di morte distrugge, inutilmente, anche la famiglia del colpevole.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto (seconda edizione).
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (terza edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
Ovunque per te, PubMe.
Claire nella tempesta, Leucotea.
Continua a leggere >
Caro e stinto, di Maury Incen: incipit

Caro e stinto, di Maury Incen: incipit

Caro e stinto, di Maury Incen: incipit

Incipit #185 Caro e stinto di Maury Incen (Placebook Publishing): angeli con l’accento veneto, anime ninfomani, spettri ripetitivi e un cinquantaseienne redivivo che assiste al suo funerale.

Caro e stinto

Caro e stinto

di Maury Incen
Placebook Publishing
Umoristico
ISBN 978-1654938116
Ebook 3,90€
Cartaceo 12,50€



Non l’ho chiesto io. Non ho chiesto di venire al mondo, non ho chiesto di avere i capelli neri, e nemmeno di avere un nome ridicolo: Gianmarco. E non venite a dirmi che suona nobiliare, importante, distinto, aristocratico. Li ho sentiti tutti gli arrampicamenti sugli specchi di chi trova una cosa disgustosa ma è costretto a barcamenarsi nel pantano dei sinonimi per evitare di scoppiare a riderti in faccia. O di darti un’amichevole pacca sulla spalla e di dirti che sì, è vero, hai un nome tremendo. Tutto fuorché l’onestà, lì nel mondo.
Non ho chiesto di avere un fisico massiccio, grassoccio da bambino e quindi da tenere sotto controllo con diete, frullati, e soprattutto tanto tanto sport. Non ho chiesto di essere lo zimbello degli allenatori che ogni anno si disperavano a cercare di farmi correre, o di farmi azzeccare i giusti movimenti della loro disciplina. Il commento più gentile che ho ricevuto in quegli anni era “la patata della squadra”. E mentre il tubero arrancava, i fiori sbocciavano. Tutti belli, alti, sicuri. Eccellevano in uno sport che sicuramente amavano, e buon per loro, per carità! Ma io non avevo chiesto di essere lì!
Non ho chiesto di avere una mente più adatta ai numeri che alle parole, e infatti il liceo classico imposto da mio padre fu una passeggiata. Una passeggiata a piedi nudi su cocci di bottiglia, però. Tanto per darvi un’idea, prima versione tradotta dal latino: sei. Seconda versione, dall’italiano: uno. Perfino il bidello, che aveva la terza media, mi prendeva per i fondelli.
Non ho chiesto nemmeno di fare l’università, e una volta tanto fui accontentato. Le tasse universitarie costavano, e dato che avevo ben messo in chiaro di non voler fare nulla se non cercarmi un lavoro, questa volta ebbi la benedizione paterna. Sotto forma di un calcio nel didietro che mi spedì lontano da casa, verso una città più grande nella quale non avrei potuto arrecare onta all’augusto genitore. Andai da una zia, santa donna, che mi tenne con sé fin quando non fui in grado di mantenermi da solo. Entrai in una tipografia, inizialmente come tuttofare (stagista, si direbbe oggi), ma in breve tempo arrivai al bancone e lì scoprii cosa mi riusciva bene nella vita: vendere. Non so come, ma io che non ero mai riuscito a convincere nessuno (genitori in primis) improvvisamente mi resi conto che qualche battuta salace, unita ad un’impeccabile conoscenza del prodotto, erano un passe-partout verso la mente altrui, un mezzo capace di condizionarne le scelte e perfino i gusti.

Non ho chiesto di essere licenziato dalla tipografia.

Ma si sa, chi lavora bene è peggio di un fannullone o di un incompetente: mette in cattiva luce gli altri, no? Solo che ormai avevo scoperto il trucco. Parlare, parlare… rimbambirli di chiacchiere finché non si fossero convinti. Perciò fu facile trovare un altro lavoro. E fu così che iniziò la mia brillante carriera da commesso viaggiatore. Trent’anni di viaggi su e giù per l’Italia a vendere cucine. Non mi lamentavo, specie dopo essermi sposato ed essere diventato papà.
Già, perché un’altra cosa che non ho chiesto io è stata quella di sposare Marcella. O meglio, in realtà sì, gliel’ho chiesto io, solo che prima non era così! A volte mi sembra di avere in mano quelle figurine che andavano tanto di moda negli anni ‘90, quelle olografiche o come diavolo si dice, quelle che se le tenevi dritte avevano un’immagine e se le inclinavi cambiavano. Dritta: capelli castani a cascata su un fisico asciutto ma con le curve nei punti giusti. Inclinata: una parrucca stopposa marrone scuro rovesciata su due seni cascanti e girovita interminabile. Dritta: due occhi verdi curiosi e seducenti, un sorriso arioso reso unico da un piccolo spazio tra gli incisivi. Inclinata: lo sguardo di un gatto rincoglionito dal sole e denti davanti che hanno litigato. Abbronzata, pallida. Allegra, smorta. Non le ho chiesto io di diventare così.
Non ho chiesto nemmeno di avere un figlio deficiente. Mi spiace, sarò crudo, ma tanto ormai… Mattia, il nostro unigenito, orgoglio di suo padre e di suo nonno per procura (finalmente avevo fatto qualcosa di buono anch’io, ebbe a dire il vecchio), il neonato già destinato ad un futuro da avvocato, ingegnere, Presidente della Repubblica… lo stesso che all’asilo sbatteva contro lo specchio della sala dei giochi perché voleva andare a salutare “quell’altro bambino che fi vefte come me”, quello che alle elementari mangiava i regoli scambiandoli per cubetti di verdure e che all’esame di terza media sostenne con convinzione che il nome di battesimo di Garibaldi fosse “Piazzale”. Intendiamoci, non soffre di nessuna patologia, nessun ritardo cognitivo o che so io. Ho semplicemente messo al mondo un cretino. E non l’ho chiesto io, veramente non l’ho chiesto io.
Non ho chiesto nemmeno di trovarmi un’amante. Non l’ho chiesto perché è capitato, semplicemente. Quando uno viaggia e l’unica cosa che si trova nel letto al ritorno è la strega Ursula della Sirenetta… può capitare che decida di far durare i propri viaggi un po’ più a lungo. E di cambiare meta magari. La meta da me prescelta (o meglio, incrociata) si chiama Martina, ventiquattro anni, figlia di un nostro cliente nel campo della ristorazione. Per carità, anche lei non certo un’aquila, ma per certi versi devo dire che la giovinezza è una gran bella cosa.
Non ho chiesto tutte queste cose, mi sono capitate. Non ho chiesto questa vita, queste persone, questo aspetto. E soprattutto non ho minimamente chiesto, all’età di cinquantasei anni e del tutto inaspettatamente, di morire.

Quarta di copertina
Caro e stinto di Maury Incen.

Gianmarco muore improvvisamente (e pure un po’ maldestramente) all’età di cinquantasei anni. Pur essendo un uomo pieno di difetti, in vita non è stato di certo malvagio e gli viene concesso di tornare tra i viventi per poter assistere al proprio funerale. Sarà un’occasione per riflettere sul proprio percorso, sulle proprie scelte e, forse, potersi anche perdonare qualcosa. A patto di riuscire a districarsi tra angeli con l’accento veneto, anime ninfomani e spettri ripetitivi…

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


Continua a leggere >
Recensione: Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini

Recensione: Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini

Recensione: Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini (Gli scrittori della porta accanto). Cosa accadrebbe a quattro ragazzi in un’estate post diploma se la loro amicizia diventasse una bomba a orologeria pronta a esplodere?

Che vivrebbero avventure travolgenti, emozioni vorticose e imprevisti da cardiopalma.
Ma andiamo con ordine.
Estate 2005.
Valeria, Fabiana, Marisa e Giulio sono i protagonisti di questo romanzo.
Ognuno ha un carattere unico e accattivante, il quale amalgamato a quello degli altri componenti del gruppo diventa elemento essenziale e armonico.
Peccato che incombe su ognuno di loro un futuro incerto, fatto di sogni da realizzare e obiettivi da raggiungere.

Infatti c’è chi vuol andare in America a rincorrere il suo mito (Bruce Springsteen) e chi invece programma di trasferirsi in altre città, lontano da Ponsacco, la loro città natale.

Ecco perché vogliono godersi insieme e al meglio questa estate. E quale miglior modo se non immergendosi in serate goliardiche con zero pensieri molesti e divertimento a iosa?
Peccato che il tutto prenda una piega inaspettata quando una serata alcolica si conclude con un’amnesia collettiva (in stile Una notte da leoni) e con tanti misteri da svelare.
Ergo, dopo i primi capitoli in cui l’autrice presenta ogni personaggio, si passa al vivo della storia, la quale verte appunto sullo sbrogliare quella matassa di misteri.
Ma se credete che l’intero libro sia incentrato sulle loro indagini vi sbagliate di grosso.
Infatti dopo una scoperta sconvolgente, le vicende dei ragazzi vengono proiettate nel futuro, qualche settimana dopo quella notte, quando ormai ognuno ha preso la sua strada e della loro amicizia non resta che un lontano ricordo. Così compaiono nuove amicizie, città e abitudini. Eppure sopra ogni esperienza c’è quella sottile nostalgia verso i legami appena recisi.
Ma ecco che improvvisi cambiamenti, vecchie conoscenze e misteri rimasti fino ad allora insoluti ingarbugliano nuovamente la vita dei protagonisti, i quali scopriranno come, alla fine, l’amicizia è più forte di qualsiasi difficoltà e imprevisto.


Che dire di Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini? Mi ha piacevolmente stupito per svariate ragioni.

In primis perché mi aspettavo un intero racconto in chiave thriller, incentrato sullo svelare tutti i misteri di quella serata nebulosa. Invece tutto si è inaspettatamente ribaltato, spiazzandomi e incuriosendomi. È stato quindi per me inevitabile pormi più volte le domande: “Dove sta andando a parare la storia? Cos’accadrà ai protagonisti?”.
Senza contare che tutti i misteri fino ad allora irrisolti (e da me ingenuamente ritenuti “dimenticati per sbaglio” dall’autrice) sono stati svelati con il proseguo della storia, dimostrando invece come Valentina Gerini avesse pianificato ogni cosa per mantenere alta la curiosità del lettore e spronarlo a proseguire la lettura.

In più, il tutto viene narrato attraverso gli occhi dei quattro diciannovenni e ambientato nel 2005 ma con accenni agli anni ’80 e ’90 attraverso i loro ricordi. 

Ciò mi ha strappato più di un sorriso nostalgico in quanto anch’io figlio di quel periodo storico.
Mi è piaciuta anche la caratterizzazione dei protagonisti: ognuno ha una sua personalità distinta, arricchita da pensieri intimi ed emozioni sfaccettate. Merito dell’autrice che ha imbastito una storia in cui ognuno “dice la sua”, in prima persona e alternandosi agli altri, in modo da dargli un suo spazio e al tempo stesso la possibilità di mostrare la sua unicità.
Complimenti all’autrice anche per essere riuscita con la sua sensibilità e acutezza a gestire con coerenza le mille sfaccettature e differenze dei quattro amici. Persino nel rappresentare Giulio Valentina Gerini è riuscita a farlo agire e parlare come un tipico ragazzo ventenne (difficile da mantenere in quanto lei, essendo donna, poteva incappare nell’errore di “mettere accidentalmente un tocco femminile” alla personalità del protagonista, rendendolo troppo sensibile per essere un uomo).

Ma la cosa che ho adorato di più del libro, al di là della trama, sono stati i dialoghi, tutti in dialetto toscano (o più precisamente, ponsacchino). 

Le loro espressioni e certi modi di dire mi hanno fatto divertire e apprezzare ancor di più la leggerezza di certi episodi (d’altronde, come fai a non amare i toscani e i loro dialetti?).
Tirando le somme, è un libro di formazione in cui ogni protagonista lotta tutti i giorni contro le proprie paure di fronte a un mondo, quello post-scolastico, tanto nuovo quanto a tratti spaventoso. Infatti proprio in quei mesi in cui si dipana la storia si scorge l’evoluzione (in alcuni casi l’involuzione) dei quattro ragazzi, messi alla prova dalle difficoltà di una vita che li sprona (a volte li costringe) a crescere e a prendere delle decisioni difficili e sofferte.

Senza contare che lo stile narrativo dell’autrice aiuta a immergersi nelle loro inquietudini e speranze (ma anche in quelle di un’intera generazione, di cui ho fatto parte).

I loro stati d’animo e pensieri più intimi vengono infatti condivisi con un linguaggio ricercato e mai banale, con un tono a volte canzonatore ma all’occorrenza anche profondo e intenso (com’è, d’altro canto, la vita di un ventenne troppo giovane per essere uomo ma al tempo stesso troppo adulto per comportarsi ancora in modo infantile). L’abilità dell’autrice nel dipingere il conflittuale mondo dei protagonisti si evince anche dal fatto che durante le goliardate e quel loro bisogno di far baldoria non manca mai un sottile conflitto interiore tra desideri da soddisfare e paure da sconfiggere.
Infine, i misteri, i colpi di scena e i voltafaccia degli stravaganti coprotagonisti (dal misterioso stalker alla donna dalla dubbia femminilità, dal pazzo che attenta alla vita dei protagonisti alla rockstar spezzacuori) tengono costantemente il lettore incollato al libro.
Concludo con una riflessione.
È evidente che questo libro sia innanzitutto un tributo a un periodo importante della vita dell’autrice e a un’amicizia che l’ha segnata per sempre.
Certo, l’opera è talmente romanzata e rielaborata da non permettere al lettore di distinguere la realtà dalla fantasia, di capire dove finisce l’una e inizi l’altra o cosa sia stato riportato fedelmente e cosa abbellito per renderlo più funzionale alla storia (tra episodi esageratamente plateali e coincidenze tanto incredibili quanto improbabili). Ma ciò che resta vera, autentica e genuina è l’amicizia che lega i quattro protagonisti.

Ponsacco - Los Angeles: sulle tracce di Bruce Springsteen

di Valentina Gerini
Gli Scittori Della Porta Accanto
New Adult | Narrativa contemporanea
ASIN B0791N7HNV
ebook 2,99€
cartaceo 10,99€

Sinossi

Un paesino di provincia, quattro amici, quattro sogni e due grandi passioni comuni: Bruce Springsteen e le serate alcoliche.
"La nostra amicizia profuma di erba fresca, di campi in fiore, di primavera. Dentro è soffice come il pelo di un gatto, ma fuori ha una corazza croccante come la crosta del pane caldo appena sfornato” - Marisa
“L’ultima cosa che ricorderanno di questa scena è ciò che più mi rappresenta: la chitarra con su appiccicato un adesivo di Bruce Springsteen e il saluto di una che sta andando a costruire il proprio futuro a Los Angeles” - Valeria
“Tra di noi non ci sono mai stati tabù o segreti, o quasi. Loro sono la mia parte femminile, mi fanno vedere sempre l’altra faccia della medaglia e riescono a farmi entrare nella mente delle ragazze” - Giulio
“Ho smesso di bere ogni sera perché tanto al domani ci si penserà domani. No, adesso al domani ci penso oggi e bevo solo se domani non ho niente da fare. Questo, ne sono convinta, vuol dire crescere” - Fabiana.
Andrea-Pistoia

Andrea Pistoia
Nasco in una solare giornata di luglio a Vigevano. A dodici anni scoppia l’amore per la letteratura. Affronto la scuola come un condannato a morte. In compenso la mia cultura extra-scolastica cresce esponenzialmente. Dopo due anni vissuti a Londra, torno in Italia come blogger, giornalista, recensore di fumetti e sceneggiatore di un fumetto online per una nota casa editrice. Chitarrista dei ‘Panama Road’, direttore editoriale di una fanzine online.
Ancora e mai più (nelle mutande), Youcanprint.
Di donne, di amori e di altre catastrofi, Youcanprint.
Da zero a 69, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
Continua a leggere >
 La Repubblica delle stragi impunite, di Ferdinando Imposimato: estratto

La Repubblica delle stragi impunite, di Ferdinando Imposimato: estratto

 La Repubblica delle stragi impunite, di Ferdinando Imposimato: estratto

Libri Estratto. Da La Repubblica delle stragi impunite, un saggio di Ferdinando Imposimato, un estratto del cap. 6, dedicato alla Strage di Bologna del 2 agosto 1980. In ricordo delle vittime dell'attentato. In ricordo di un grande magistrato e di un grande Uomo.

La strage di Bologna

Alle ore 10:25 di sabato 2 agosto 1980 un violentissimo scoppio nella sala d'aspetto di seconda classe della Stazione ferroviaria di Bologna provocava il crollo delle strutture sovrastanti, adibite a uffici del bar ristorante Cigar, della sala d'aspetto di prima classe e della pensilina per circa trenta metri di lunghezza. L'esplosione investì anche due vetture del treno straordinario Ancona-Chiasso che, nella circostanza, si trovava in sosta sul primo binario.
L'ordigno era stato collocato nella sala d'aspetto di seconda classe, nell'angolo destro, sul tavolinetto portabagagli, a circa cinquanta centimetri dal suolo. Era probabilmente all'interno di una borsa-valigia, del tipo con cerniera e piedini metallici.
Le conseguenze dell'esplosione furono di terrificante gravità per l'affollamento della stazione, in un giorno prefestivo d'inizio agosto. C'erano lavoratori diretti verso il Sud, turisti e persone del luogo ad affollare la stazione, importante centro di smistamento ferroviario. Si conteranno ottantacinque morti e duecento feriti circa.
 I periti nominati dal giudice di bologna accertarono che la carica era realizzata con venti-venticinque chilogrammi di esplosivo gelatinato, i cui componenti principali erano nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, tritolo e T4 e nitrato sodico, mentre l'innesco era probabilmente un temporizzatore artigianale di natura chimica. Gli esperti del tribunale esclusero l'accidentalità dello scoppio per la natura dell'ordigno e del luogo in cui era deflagrato.
 La strage di Bologna fu il più vasto eccidio della storia della nostra Repubblica. Al pari della maggior parte degli altri, anche questo massacro non venne mai rivendicato, ma è il solo per il quale la giustizia italiana inflisse due condanne all'ergastolo a due terroristi conclamati, Valerio "Giusva" Fioravanti e Francesca Mambro, mentre il minore Luigi Ciavardini fu condannato a trent'anni. Tutti e tre hanno sempre ribadito la propria innocenza.
Quell'eccidio non rivendicato pose gli inquirenti di fronte a una carenza di elementi probatori specifici, di prove dirette, come confessioni, testimonianze, ricognizioni, possesso delle armi o degli esplosivi. Tuttavia, l'analisi politica  e il metodo deduttivo consentono certamente di risalire alla matrice di quella carneficina orrenda, esaminando i fatti certi e quelli probabili e cercando di capire prima la matrice, e poi i colpevoli.
Per fare questo dobbiamo cominciare a prendere in esame le caratteristiche fondamentali comuni a tutte le stragi commesse in Italia dal 1969 a quella di bologna. La tecnica operativa è stata, per tutte, quella di mettere gli ordigni nei luoghi frequentati dalla gente normale- treni, piazze, banche, musei - e di colpire soggetti vulnerabili più degli altri, come lavoratori, donne e bambini.
La Repubblica delle stragi impunite

La Repubblica delle stragi impunite
I documenti inediti dei fatti di sangue che hanno sconvolto il nostro paese

di Ferdinando Imposimato
Newton Compton Editori
Saggio
ISBN 978-8822734211
cartaceo 8,00€
ebook 3,99€

Sinossi

La storia recente dell’Italia è attraversata da una lunga linea rossa, che va dalla bomba di Piazza Fontana alle morti di Falcone e Borsellino.
Terribili eccidi di persone innocenti, sacrificate a trame segrete e oscure ragioni di Stato. Stragi ancora impunite, che hanno avvelenato il clima politico e sociale del nostro Paese e aumentato la sfiducia del popolo italiano verso le istituzioni. Ferdinando Imposimato – giudice da sempre in prima linea, che durante la sua carriera ha indagato su alcune delle pagine più drammatiche della parabola repubblicana – ricostruisce, con documenti inediti e una originale visione d’insieme, i fatti di sangue orditi da terroristi di destra e di sinistra, servizi segreti deviati, bande armate. Un’analisi lucida ed efficace, che non può non sollevare degli angoscianti interrogativi: quale ruolo ha avuto la politica nella stagione delle stragi di Stato? Perché alcuni uomini delle istituzioni hanno favorito quelle menti criminali? Quale collegamento esisteva tra la strategia della tensione e Gladio, tra gli americani e gli attentati che hanno drammaticamente caratterizzato gli anni di piombo e quelli a seguire?

L'autore

Ferdinando Imposimato, morto a Roma nel 2018, è stato avvocato penalista, magistrato e presidente onorario di Corte di Cassazione.
Nel 1959 si laureò in Giurisprudenza, nel 1962 entrò nella Polizia di Stato come Commissario e nel 1964 diventò magistrato. Si occupò di importanti processi della storia d'Italia, alcuni legati al terrorismo, altri connessi alla mafia e alla camorra, tra i quali l'attentato al Papa Giovanni Paolo II, l'omicidio di Aldo Moro e di Vittorio Bachelet, della strage di piazza Nicosia a Roma nel 1979 dove furono uccise due guardie di PS da un commando delle Brigate Rosse. Si occupò del processo a Sindona e della Banda della Magliana.
Purtroppo la camorra uccise in un agguato suo fratello Franco nel 1983.
Nel 1986 divenne consulente legale per le Nazioni Unite nella lotta al traffico di stupefacenti occupandosi anche di programmi destinati a giudici dell'America Latina. Negli anni novanta venne eletto al Senato e diventò membro della Commissione Antimafia dove si occupò di sequestri, terrorismo, pentiti e servizi segreti.
Fu docente di diritto penale al corso di Laurea in Scienze dell'Investigazione presso l'Università de L'Aquila e di procedura penale presso l'Università La Sapienza di Roma nel corso di Scienze Forensi diretto dal prof. Francesco Bruno.
Scrisse numerosi libri, tra i quali: Corruzione ad alta velocità. Viaggio nel governo invisibile, Vaticano. Un affare di Stato. Le infiltrazioni, l'attentato. Emanuela Orlandi, Terrorismo internazionale. La verità nascosta, La grande menzogna. Il ruolo del Mossad, l'enigma del Niger-gate, la minaccia atomica dell'Iran, L'errore giudiziario. Aspetti giuridici e casi pratici, Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta, Attentato al Papa, I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera, L'Italia segreta dei sequestri. Le inchieste shock dal caso Moro a Emanuela Orlandi, La Repubblica delle stragi impunite.
Continua a leggere >
Il mare e la nebbia, il romanzo d'esordio di Rosa Santi

Il mare e la nebbia, il romanzo d'esordio di Rosa Santi

Il mare e la nebbia, il romanzo d'esordio di Rosa Santi

Libri Comunicato stampa. Il mare e la nebbia (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto), il romanzo d'esordio di Rosa Santi. Una Venezia magica tra mare e cielo, una nebbia che uniforma nuovi incontri e vecchi ricordi, vita reale e sogni.

Immaginate una Milano svuotata dalle ultime ferie estive e un uomo solo a solcarne i fiumi grigi che la attraversano. Parlerò di lui, della sua solitudine, e di quella parte della vita che precede la morte, fonda-mentale per la sua formazione più di qualsiasi evento vissuto prima.
Lui si chiama Gianni. Il tempo sembra non averlo scalfito. Ha fatto lavori che gli hanno risparmiato il fisico ed è sempre stato alla larga dal prendere troppo sul serio quanto gli accadeva attorno.
Forse per questo, o per qualche fortunata combina-zione genetica, le mani e la fronte non sembrano aver risentito del passare degli anni. Mentre cammina, sfi-lano nella sua testa pensieri, ricordi, decisioni, sogni.
Un viaggio in treno.
Ad accompagnare il paesaggio che cambia, il viaggio richiama musica, oppure silenzio e caos di pensieri. Se impone musica, deve essere qualcosa di incalzan-te.
Lo vedo, Gianni, uomo dalla ignota età ma ben noto destino, addormentarsi cullato dal ritmo delle ruote sui binari, con le note di Ivano Fossati e i suoi treni a vapore, o quelle oltreoceano di Eddie Vedder.

On bended knee is no way to be free
Lifting up an empty cup I ask silently
That all my destinations will accept the one that's me
So I can breath.


Rosa Santi, Il mare e la nebbia

Il mare e la nebbia

di Rosa Santi
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 978-8833666235
cartaceo 10,00€
ebook 2,99€

Sinossi

Gianni è arrivato alla fine della corsa. Sa di essere ancora giovane, sa di aver sprecato la sua esistenza curando troppo il lavoro e troppo poco i suoi legami sociali. Decide di scappare da una grigia Milano, fare un viaggio in treno e approdare a Venezia, per permettersi di ritrovare antichi ricordi e farne propri di nuovi. È qui che conoscerà Sabrina, oste e strega, e Guido, aiutanti magici e anime complementari. Tra le nebbie della laguna comincerà a ricordare anche Grazia, sua madre, e tra le maree verranno a galla vecchi rimpianti.Il mare, nel frattempo, riempie le reti, nutre gli uomini, porta messaggi ai vivi e ai morti.Un breve viaggio di riflessione sulla morte e sulla vita, una colonna sonora ad ogni atto. Rilassatevi, fate partire la playlist e godetevi il paesaggio dal vostro posto al finestrino.

Rosa Santi

Rosa Santi

Rosa Santi è nata a Rovigo nell’autunno del 1989.
Appassionata come tutti i bambini di favole e racconti, decide di imparare a leggere molto presto e altrettanto presto a scrivere storie per sé. La vita l’ha portata a provare una facoltà di Conservazione dei beni culturali per poi conseguire una laurea in Scienze Infermieristiche che le ha permesso di sondare a fondo l’ampio ventaglio di emozioni umane, tra sofferenze e gioie, nonché molto spesso il confine sottile tra la vita e la morte.
Rimanendo legata profondamente al mondo della scrittura e dell’arte, decide di unire le sue passioni e il suo lavoro, riportando le esperienze di ogni giorno in quello che scrive.
Il coraggio di fare il coming out narrativo le è arrivato di recente. Nel 2018 partecipa a tre concorsi letterari, vincendone i riconoscimenti e le pubblicazioni nelle antologie relative. Pubblica con Apollo Edizioni il racconto Divisa, sostantivo femminile per la raccolta Io donna in 200 parole. Per Tralerighelibri, nella raccolta Antologia Criminale, Garfagnagna in giallo Barga noir pubblica il racconto giallo Blue Moon. Per la rassegna FIPILI Horror Festival, pubblica il racconto Un cerchio ristretto, edito da Il Foglio.

La colonna sonora del romanzo

Continua a leggere >
Recensione: Lolita, di Vladimir Nabokov

Recensione: Lolita, di Vladimir Nabokov

Recensione: Lolita, di Vladimir Nabokov

Libri Recensione di Davide Dotto. Lolita, di Vladimir Nabokov (Adelphi). Analisi e racconto di un sentimento troppo ambiguo perché si possa parlare di amore o di passione sublimata.

«Lolita,» dissi «forse questo non sta né in cielo né in terra, ma devo dirlo. La vita è molto breve. Da qui a quella vecchia macchina che conosci così bene ci saranno venti, venticinque passi. È un tragitto brevissimo. Falli, quei venticinque passi. Subito. Immediatamente. Vieni così come sei. E vivremo per sempre felici e contenti».
Vladimir Nabokov, Lolita

Per un disguido fastidioso Humbert Humbert, in cerca di un alloggio, capita nella pensione della vedova Charlotte Haze. Sulle prime non ha alcuna intenzione di rimanervi, se non fosse per un fattore decisivo: non la stanza, non il giardino, ma la dodicenne Dolores Haze (Lolita).

La signora Haze riesce nell’intento di conquistare il pigionante, diventandone la consorte. Ciascuno in fondo, in forza di una sorte benigna, ha guadagnato qualcosa: una famiglia, un marito, un patrigno, la stabilità del focolare.

Tuttavia è solo l’inizio di una storia molto particolare. Humbert Humbert conserva un diario in cui registra con cura i rivolgimenti dello spirito a cui consegna una parvenza di razionalità, giustificazione e metodo.
Lo so che è da pazzi tenere questo diario, ma il farlo mi dà uno strano brivido; e solo una moglie amorosa potrebbe decifrare la mia microscopica grafia. Lasciatemi dichiarare con un singhiozzo che oggi la mia L. ha preso il sole sulla cosiddetta «loggia», ma sua madre e un’altra signora erano sempre tra i piedi. Certo, avrei potuto mettermi sulla sedia a dondolo e fingere di leggere, ma per non correre rischi ho girato al largo: temevo che l’orribile, insano, ridicolo e patetico tremore che mi scuoteva mi avrebbe impedito di fare la mia entrée con una minima parvenza di disinvoltura.
Vladimir Nabokov, Lolita
Insomma: Humbert Humbert sposa la vedova Haze esclusivamente per frequentare la ragazzina che, nel frattempo, viene spedita nella colonia estiva, lontana miglia e miglia da lui.

Se la signora Haze non avesse scoperto e letto il diario, le cose potevano sistemarsi in una sorta di normalità. 

Tuttavia serpeggia in Humbert Humbert l’ossessione che non accetta impedimenti di sorta, in perenne ricerca di soddisfazione. Non mancano intenti uxoricidi, ai quali difetta la decisione nel concretizzarli. Nel libro di Vladimir Nabokov vediamo il protagonista immaginare il delitto, nel corso di una nuotata al lago.
La soluzione naturale era sopprimere la signora Humbert. Ma come? Nessun uomo può compiere il delitto perfetto, ma il caso sì.
Vladimir Nabokov, Lolita
È quasi una trovata alla Hitchcock, volendo, intensificata nel 1962 dal film di Stanley Kubrick in tutt’altro scenario. Invece del lago vi è una pistola, appoggiata sul comodino durante un vivace confronto tra i coniugi (interpretati da James Mason e Shelley Winters).

È proprio il caso a sciogliere l’intreccio. La signora Haze, sconvolta, viene a conoscenza delle insane mire di Humbert nei confronti della figlia. 

L’uomo si scagiona ricorrendo al pretesto di un romanzo che sta scrivendo. La donna, senza che lui se ne accorga, esce di casa e, nelle vicinanze, viene travolta e uccisa da un’auto in corsa.
Il patrigno, con la scusa della malattia della madre, preleva dal campeggio la figliastra, iniziando un lungo viaggio senza meta, dimorando in centinaia tra alberghi e motel.
Il diario non esiste più. Il contenuto è rievocato in una logorroica arringa difensiva rivolta ai «signori e alle signore della giuria» a seguito di un fatto di sangue che verrà narrato alla fine, ma i cui effetti si avvertono sin dall’inizio.

Humbert cerca, di pagina in pagina, di allontanare la riprovazione inevitabilmente attirata su di sé, ma anche di scovare «l’origine della crepa che percorre la sua esistenza».

I giochi sono già fatti. Quando Humbert ha perso Lolita per sempre, tenta di riavvicinarla. Come Gatsby nel romanzo di Francis Scott Fitzgerald, vuole recuperare un rapporto ormai concluso.
Humbert è un uomo malato, e ne è consapevole. Lo è anche il misterioso Clare Quilty, un drammaturgo statunitense. Figura ambigua, trasformista, ha tutte le fattezze di un acerrimo nemico, un'ombra malefica al loro inseguimento.
In comune, tra i due, la stessa fissazione, una perversione molto netta. Humbert vuole e deve attribuire ad altri le proprie voglie degradanti e rischiose, o negarle. Disperato, però, il riferimento di Dante con Beatrice, di Petrarca con Laura. Nel caso di Humbert l’età non è un accidens. L’unione con Charlotte Haze è, per forze di cose, un matrimonio a termine.
Sapevo di essermi innamorato di Lolita per sempre; ma sapevo anche che lei non sarebbe stata per sempre Lolita. Il primo gennaio avrebbe compiuto tredici anni. Entro un paio d’anni avrebbe cessato di essere una ninfetta e si sarebbe trasformata in una «ragazza», e poi, orrore degli orrori, in una college-girl.
Vladimir Nabokov, Lolita
Humbert appare prigioniero di un arco temporale che non contempla l'immediato futuro: Dolores crescerà, ma nel corso dell'ultimo incontro si rifiuta di vedere la realtà davanti agli occhi. Vorrebbe strapparla al marito, alla famiglia che si è costituita quando, la sua, si è sgretolata. Di sicuro Humbert non poteva diventare la sua famiglia, per ovvie ragioni nemmeno Quilty.

Se ripercorriamo il romanzo a ritroso, è evidente che la perorazione di Humbert è tanto efficace da distogliere l'attenzione dalla sua protagonista e dalle proprie responsabilità. 

Dolores Haze (Lolita) non aveva più una casa dove stare. Morti i genitori, si è trovata nelle mani di un tipo poco raccomandabile che non era in grado di educarla, consigliarla nel momento più delicato della sua età. Non priva di risorse, è sopravvissuta senza troppo danno a due uomini pericolosi (Humbert e Quilty); uscita dall’infanzia, ha perciò definitivamente chiuso una porta, ponendo nel nulla qualunque presupposto per dare un seguito alle attenzioni di Humbert.
Ebbene la cecità di questi non è diversa da quella di Quilty. Anche Quilty non vede oltre l’immediato, non prende sul serio i propositi di vendetta di Humbert, né si accorge di quanto sta per accadergli, o nell'istante in cui accade. Entrambi, insomma, si mostrano totalmente succubi della perversione che ottunde il loro intelletto.

Prendere una netta posizione nei confronti di quest'opera non è facile, per il rischio che venga contraddetta dalla lettera del testo.

 Il sentimento provato dal protagonista nei confronti di Dolores (se di sentimento si tratta) è troppo ambiguo perché si possa parlare di amore o di una passione sublimata. A complicare le cose è il tempo stesso del racconto: le emozioni che traspaiono nell'autodifesa sanno di giustificazione postuma, attenuano la crudeltà di fondo del personaggio e non è detto corrispondano in pieno a quelli provati nel momento delle vicende. La stessa voce narrante decanta le proprie doti di romanziere, non privo di metodo.

Lolita

di Vladimir Nabokov
Adelphi
Narrativa
ISBN 978-8845912542
Cartaceo 9,60€
Ebook 4,99€

Sinossi 

"Dopo trentasei anni rileggo Lolita di Vladimir Nabokov, che ora Adelphi ripresenta... Trentasei anni sono moltissimi per un libro. Ma Lolita ha, come allora, un'abbagliante grandezza. Che respiro. Che forza romanzesca. Che potere verbale. Che scintillante alterigia. Che gioco sovrano. Come accade sempre ai grandi libri, Lolita si è spostato nel mio ricordo. Non mi ero accorto che possedesse una così straordinaria suggestione mitica".
(Pietro Citati)

Per un ulteriore punto di vista leggi anche Nabokov, Lolita di Federica Dotto.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
Continua a leggere >
ARTICOLO PRECEDENTE >>
Post più vecchi
Home page

i più letti della settimana

Servizi editoriali
CREAZIONE BOOKTRAILER
Realizzazione professionale di booktrailer
utilizzando immagini, animazioni, musica e video royalty free o personali, forniti dall'utente per una durata massima di 2 minuti
(guarda la lista dei booktrailer già realizzati)




br/>
Pubblicità
Approfitta della promozione Feltrinelli


#mammeinviaggio e #gliscrittoridellaportaaccanto su Instagram