
Musica Di Davide Dotto. Marie Douceur, Marie Colère, dalla colonna sonora di John Wick 4: da Paint It, Black dei Rolling Stones alla danza macabra di Parigi, come la cover francese ridefinisce l'anima di Baba Yaga.
Ci sono due brani che nessuno si aspetterebbe di ascoltare tra i neon e i proiettili di un film come John Wick 4 – il quarto capitolo della saga, uscito nel 2023 per la regia di Chad Stahelski, ora disponibile in streaming. Il primo è Les amants du dimanche di Lucienne Delyle (1954), il secondo è una raffinata cover di Marie douceur, Marie colère, interpretata da Manon Hollander.Portata al successo nel 1966 da Marie Laforêt, Marie douceur, Marie colère è l'adattamento in lingua francese dell'inno nichilista dei Rolling Stones, Paint It, Black.
A firmare il testo è il paroliere Michel Jourdan, all'epoca poco più che trentenne: la sua penna ha dato vita a una rilettura che va oltre la traduzione e che non rappresenta un caso isolato.Questa pratica di co-creazione e adattamento radicale è infatti una prassi consolidata nell'industria musicale di quegli anni. Basti pensare a Comme d'habitude, un brano francese che cantava la grigia e malinconica routine di una coppia al capolinea, trasformato poi da Frank Sinatra in My Way.
La nuova profondità presente nella versione Marie Douceur, Marie colère inietta una tensione drammatica inaspettata nella rocambolesca corsa verso Montmartre di John Wick, diretta da Chad Stahelski. C’è da chiedersi se tale effetto sia stato calcolato e voluto. Un dialogo incessante anima questo brano: Marie douceur, Marie colère gioca su una dualità che agisce come un avvertimento rivolto all’esterno. Paint It, Black dei Rolling Stones è invece uno sguardo introspettivo che mette a nudo la disperazione e la rabbia, riflettendo la vicenda personale, in questo caso, di John Wick. Insieme, disegnano quasi un buco nero dove tutto il resto vortica fino a esserne divorato.
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Marie douceur, Marie colère e Paint It, Black: le due anime di una cover.
L'Europa, di fronte a questo archetipo musicale, si divide. L'Italia ha preservato il dramma cromatico e lo sguardo introspettivo nel brano Tutto nero di Caterina Caselli. La Francia – e di riflesso la colonna sonora che incornicia l'azione della saga di John Wick – ne ha invece fatto un inno d'azione e di esplosione di violenza rivolto all'esterno.Anche se il testo di Michel Jourdan parla di una relazione sentimentale, l'atmosfera che crea calza a pennello con il profilo di John Wick. La biografia dello stesso Keanu Reeves – l'attore che lo interpreta – si sovrappone in maniera sorprendente alla figura del protagonista. I lutti che lo hanno segnato nel profondo si riflettono in ogni inquadratura rendendo labile il confine tra personaggio e attore.
Mentre Marie douceur, Marie colère sfuma in un ricordo lontano, davanti si staglia una rabbia che ha preso il sopravvento, la quale sembra non curarsi nemmeno di sopravvivere. Ha in sé una ciclicità che ricorda il mito di Sisifo. Ma forse è pietra egli stesso che, raggiunta la cima, precipita rovinosamente come dalle scale di Montmartre, alla ricerca di un rito di purificazione fuori dalla sua portata.
Marie Douceur, Marie Colère: la danza macabra di un'anima rock.
Se da una parte John Wick, come il suo interprete, è prigioniero di un meccanismo invincibile, l’estenuante fatica fisica alimenta una catarsi privata. In questo, la sinergia con il regista Chad Stahelski è totale: assecondando la maniacale e ipnotica danse macabre d'azione, Keanu Reeves vi si immerge non solo da attore, ma guidato dal tempismo e dal "ritmo interiore" del musicista rock che milita da decenni nei Dogstar.Proprio in virtù di questa sua matrice rock, il cortocircuito creato dal brano dà vita a una vera e propria allucinazione estetica. Brani come Les amants du dimanche, Marie douceur, Marie colère di fatto attenuano l’aggressività di una scena piuttosto violenta nei pressi dell’Arco di Trionfo di Parigi, creando una dissonanza cognitiva che non è nuova, ma efficace.
Parigi però è solo una facciata, fa atmosfera, perché l’anima di John Wick è fin troppo legata alle sonorità dei Rolling Stones, fino a essere egli stesso una “pietra rotolante” in caduta libera.
Dal nichilismo disturbante dei Rolling Stones alla storia d'amore tradito cantata da Marie Laforêt: la metamorfosi di un testo musicale.
In Paint It, Black non c’è alcun alterco amoroso, come suggerisce invece il testo cantato da Marie Laforêt.Vi è un nichilismo che più disturbante non può essere, una eterna notte disperata legata a un lutto che rispecchia in pieno il brano di Mick Jagger.Marie douceur est avec toi bien trop gentille
Si tu persistes à regarder les autres filles
Marie colère ne sera plus du tout d'accord…
Et sautera sur toi toutes griffes dehorsLa dolce Marie è fin troppo buona con tese continui a guardare altre ragazze
la Marie furiosa non lo tollererà affatto...
e ti si avventerà contro, con gli artigli sguainati
Se in Paint it, Black l'oscurità interiore porta a una disperata implosione e il protagonista confessa il desiderio di svanire (fade away) perché non riesce ad affrontare la realtà dei fatti (face the facts / facin' up), nella cover francese di Marie Laforêt vi è invece una reazione violenta e attiva, una vera e propria aggressione frontale all’amato infedele (Marie colère sautera sur toi toutes griffes dehors) – in questo costante parallelismo, è affascinante notare come la versione italiana di Caterina Caselli rimanga il più possibile fedele all'incapacità di reagire dell'originale, traducendo quello smarrimento nel verso: «Affrontar la vita, se mi manchi, come farò».I look inside myself and see my heart is black
I see my red door and it has been painted black
Maybe then I'll fade away and not have to face the facts
It's not easy facin' up when your whole world is blackGuardo dentro di me e vedo che il mio cuore è neroVedo la mia porta rossa, ed è stata dipinta di nero
Forse allora svanirò e non dovrò affrontare la realtà
Non è facile affrontare le cose quando tutto il tuo mondo è nero
Marie Laforêt nella sua interpretazione non ha semplicemente tradotto i Rolling Stones, ma ne ha mutato il DNA, trasformando l'abisso nichilista in una minaccia esteriore. Ha forgiato così un brano del tutto nuovo, l'unico capace, a distanza di decenni, di scandire perfettamente la danse macabre della Parigi dei nostri giorni.
Nella interpretazione di Manon Hollander, dalla colonna sonora di John Wick 4, manca del tutto l’ultima strofa della cover del 1966 e non sembra affatto casuale.
Direbbe troppo e risulterebbe didascalica fino a non centrare più il bersaglio. O forse perché richiamerebbe troppo un'altra figura, la Beatrix Kiddo del Kill Bill di Quentin Tarantino.Marie colère est maintenant là devant toi
Marie douceur n'est plus qu'un souvenir déjàLa Marie furiosa è ora qui davanti a teLa Marie gentile è ormai solo un ricordo
Se la Sposa di Tarantino – interpretata da Uma Thurman – è l'incarnazione esatta di questa rabbia risolutiva, l'omissione di questi versi nella cover di Manon Hollander ha uno scopo preciso. L’effetto in fondo è assicurato: John Wick è privato di una qualsiasi conclusione terrena e sentimentale, e anche della malinconia e dello sfogo di chi può piangersi addosso. Il “nero” che ammanta il personaggio è la condanna a un limbo senza catarsi, elevandolo a figura mitologica. Più che subire la condanna di Sisifo, la sua è l'inerzia di una pietra che rotola. La “dolcezza” e la “rabbia” lo allontanano dalla figura di un Giano Bifronte per renderlo un'entità apocalittica.
È proprio questa assenza di scopo a radicare le critiche mosse al film.
Molti recensori hanno lamentato la ripetitività estenuante delle lunghissime sequenze d'azione, l'invulnerabilità di un protagonista ormai svuotato della sua umanità e la trasformazione della saga in un meccanismo che reitera all'infinito i propri schemi, privo di vera tensione emotiva. Solo che il difetto lamentato sembra essere la traduzione estetica di una tragedia senza soluzione, di radice dantesca.Gli ultimi versi di Marie Douceur, Marie colère non avrebbero senso per John Wick: osservando la sua inarrestabile caduta, comprendiamo che in lui si è dissolto ogni reale proposito di vendetta. Non ha un futuro da riconquistare né un torto da sanare che possano restituirgli la pace. Il suo è un agire puramente meccanico, la liturgia di un loop infinito in cui l’umanità è scomparsa.
Sui gradini di Montmartre l'eroe tragico scompare, inghiottito dall'ingranaggio di una vera e propria cibernetica esistenziale. Più la saga prosegue, più la figura di John Wick diventa l'attributo di un mondo in cui la violenza è l'unica lingua parlata. Si spoglia definitivamente del bisogno di vendetta – presente nel primo film – divenendo preda della necessità di seguire un codice interiore.
Neo e John Wick: due facce inscindibili della nostra modernità.
In quest'ottica, l'uso di Marie douceur, Marie colère ne diventa l'autocoscienza. E il dualismo douceur/colère si fa descrizione degli "stati del sistema" di un universo bolla non dissimile da Matrix.Lo spettatore accorto noterà, alla fine, un paradosso inquietante. Keanu Reeves, prestando il volto all'universo di Neo e a quello di John Wick, finisce per incarnare due facce inscindibili della nostra modernità: il primo è l’eroe umano che si ribella al sistema per scardinarlo, rivendicando la propria soggettività contro la macchina; il secondo è un esecutore, un algoritmo spietato che, nell'universo della High Table, ne esegue le leggi senza battere ciglio, diventando esso stesso procedura.
Si consuma così la frattura più profonda tra due destini. Neo scopre le rovine per poterle abitare e ricostruire, mantenendo ogni possibilità di scelta. John Wick, al contrario, è impegnato in una danse macabre degna della figura mitologica che incarna e del nome che porta fin dall’inizio (Baba Jaga, tradotto, anche se impropriamente, con Uomo Nero): la sua è una pura estetica della distruzione.
John Wick e la danza macabra per le strade di Parigi.
Quando vediamo John Wick incassare colpi inumani, schiantarsi al suolo e rialzarsi con la precisione di un automa che ricalibra la propria posizione, in una danza macabra sottolineata da Marie Douceur, Marie Colère, ci rendiamo conto che l'umano è ormai solo un guscio estetico. La sua resistenza perde ogni traccia di eroismo per trasformarsi nell'esecuzione cieca di un ciclo infinito.John Wick, così, trova il suo antenato cinematografico più inquietante nel pistolero (gunslinger) interpretato da Yul Brynner nel Westworld di Michael Crichton (1973): come il robot del parco a tema, Wick è un'entità inarrestabile, priva di quell'empatia che distingue l'uomo dalla macchina; entrambi programmati per eseguire un compito fino all'annientamento totale, con la medesima precisione statistica e la medesima assenza di esitazione.
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Davide Dotto |








