
Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Non chiamatelo amore di Carolina Bertolaso (HarperCollins). Un saggio prezioso che scardina l’idea che in una relazione abusante quella problematica sia la vittima e fornisce strumenti per riconoscere l'abuso narcisistico e le tecniche di manipolazione.
Confesso che quando è uscito il libro di Carolina Bertolaso, Non chiamatelo amore, mi sono domandata se valesse la pena leggere un altro trattato sul narcisismo e relazioni abusanti. Vanto, infatti, già una nutrita serie di letture in tema e una pregressa relazione con un narcisista patologico diagnosticato. Siccome seguo la psicologa e criminologa Carolina Bertolaso su Instagram e ho imparato a stimarla, ho deciso di dare al libro almeno un'occhiata.Ebbene, nonostante la parola "narcisismo" sia usata e abusata sia sui social sia nella letteratura, la pubblicazione questo nuovo saggio, con una visione più moderna e attuale, era assolutamente necessaria.
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Non chiamatelo amore, di Carolina Bertolaso, è un libro di facile lettura e comprensione.
Adatto a tutti, scorre in fretta. Eppure, è il libro di cui avevamo bisogno, per scardinare definitivamente l’idea infondata che in una relazione abusante quella problematica sia la vittima: personalità fragile, dipendente, in cerca di conferme. Un inciso: le relazioni abusanti possono essere di varia natura, Non chiamatelo amore si focalizza solamente su quelle di coppia.La dottoressa Carolina Bertolaso smonta la narrazione obsoleta e colpevolizzante per la vittima, eppure ancora applicata.
Quando mille anni fa, a cavallo della mia relazione abusante, avevo letto Donne che amano troppo di Robin Norwood (che Bertolaso mai menziona nel suo trattato) ero uscita depressa e con la netta percezione di essere io quella in difetto, incapace di trovare un partner adatto a me. Robin Norwood, adesso posso dirlo a voce alta, ha fatto un mare di danni.Carolina Bertolaso, con dati aggiornati e trattati di neuroscienze alla mano, spiega che nessuno è immune dalla possibilità di imbattersi in un individuo narcisista/psicopatico.
La persona abusante, che può avere un disturbo di personalità del cluster B, ha una carenza costituzionale di empatia e di senso morale.
Pertanto mette in atto, una dietro l’altra, una serie di manipolazioni in cui si premura di distruggere l’autostima della vittima in modo da averla sempre a disposizione per trarre nutrimento per il proprio ego.Il saggio di Carolina Bertolaso, pur fruibile al pubblico in generale, è molto tecnico, con capitoli che illustrano le fasi di una relazione abusante, dal love bombing – quel corteggiamento martellante troppo bello e troppo veloce per essere vero – all’inizio della svalutazione che mette in crisi la vittima che, da quel momento, non riesce più a ottenere la considerazione di cui godeva durante il love bombing. Ed ecco lo scarto, in cui la vittima viene allontanata in malo modo, magari le viene sbattuta in faccia una nuova relazione, una nuova vita fantastica da cui lei è esclusa. Infine la "ricattura", con tutte le promesse in cui l’abusante si prodiga pur di riportare la vittima nella propria orbita. Per poi ricominciare il ciclo da capo.
Si potrebbe andare avanti all’infinito se la catena non venisse spezzata.
Ma questo girotondo di fasi altalenanti si traduce in alterazioni neurochimiche nel cervello della vittima. E qui Bertolaso spiega nel dettaglio i ruoli di dopamina, serotonina, ossitocina che si attivano nelle differenti fasi della relazione abusante.C’è poi il capitolo in cui le tecniche di manipolazione vengono presentate in ordine quasi alfabetico. Le più famose sono il love bombing già menzionato, la triangolazione, il gaslighting, ovvero l’intento di minare le certezze e la sanità mentale della vittima stessa, di farla dubitare della propria intelligenza, del proprio istinto. La lista è lunga e nutrita e passa per il silenzio punitivo e per i discorsi senza senso volti a confondere.
Leggendo l’elenco, mi sono seriamente domandata se nell’aldilà, dove fabbricano i bambini prima di mandarli sulla Terra, i futuri psicopatici non vengano settati e con lo stesso chip, perché sembrano tutti identici, tutti i fratelli gemelli. Fanno tutti le stesse cose. Sembra che le studino sui libri. Ripensando al mio ex abusante, per ogni tecnica di manipolazione descritta nel saggio, potrei citare almeno un esempio di qualcosa che lui ha fatto uguale a me.
E poi c’è l’elenco speculare, quello delle caratteristiche della "vittima ideale".
Ebbene la vittima ideale non è debole, non è instabile, anzi, è forte, è determinata; è una persona leale ed empatica, che, ragionando con un criterio di moralità, non concepisce che ci siano persone che agiscono senza alcuna coscienza.Infine, la guarigione, processo possibile ma lungo e doloroso. Ma la guarigione da cosa, esattamente? Dalla dipendenza affettiva? No, dall'abuso narcisistico, che non è ancora entrato nel DSM-5 (c'è il disturbo narcisistico di personalità nel DSM-5 ma non l'abuso), ma l'Ordine degli Psicologi inizia a riconoscerlo.
Il Consiglio Nazionale dell'ordine degli psicologi, nell'estate del 2022 ha pubblicato un articolo specificamente dedicato all'abuso narcisistico. È stata la prima volta che un organo ufficiale della professione psicologica in Italia ha riconosciuto pubblicamente e formalmente questo concetto, affrontandolo come un tema clinico. Un svolta importante, che testimonia quanto la consapevolezza stia maturando non solo nel dibattito culturale, ma anche all'interno delle istituzioni professionali.
L'abuso narcisistico «si manifesta con modalità diverse, che spesso si sovrappongono, si intrecciano e si rafforzano tra loro all'interno di una relazione patologica».
«E possono essere suddivise oin cinque categorie principali: violenza emotiva, violenza psicologica, violenza fisica, violenza economica e isolamento coercitivo».Bertolaso si scaglia con particolare vigore su una categoria di terapeuti che, non essendo in grado di riconoscere una relazione abusante, fanno diagnosi sbagliate: personalità borderline, disturbo bipolare, dipendenza affettiva. E attaccano a scavare nel passato della vittima, nei traumi subiti in precedenza, dove per trauma psicologico si intende, nel DSM-5: «L’esposizione a morte reale o minaccia di morte, grave lesione o violenza sessuale». Provano a invitare la vittima a trovare una mediazione col partner, a comunicare in modo efficace. Di fatto mettono vittima e carnefice sullo stesso livello come pari, confondendo una relazione patologica con una relazione problematica. I danni per la vittima sono enormi.
Questa è una mentalità vecchia che ci auguriamo tutti che prima o poi venga cancellata. Anzi, che i terapeuti siano formati a riconoscere un abuso e a capire che la persona che hanno di fronte non è bipolare, ma soffre di una forma di disturbo postraumatico da stress. Questa è una nota molto dolente (spoiler: molti terapeuti non riconoscono l’autismo, figuriamoci l’abuso).
Se nemmeno i terapeuti capiscono che cosa hanno di fronte diventa davvero difficile che una potenziale vittima si renda conto di essere caduta nella tela di una personalità abusante.
Non lo capiscono i terapeuti, talvolta non lo capiscono gli assistenti sociali quando, in caso di separazione, si dà colpa all’altro genitore se un bambino rifiuta di vedere il padre o la madre. Ancora si parla di alienazione parentale, come se i genitori fossero sullo stesso piano, mentre magari uno dei due sta mettendo in atto una forma di abuso che in alcuni casi è anche sfociato in omicidio. Eppure i bambini non vengono ascoltati. Questo è il risvolto nero e perverso della bigenitorialità a tutti i costi, che è un principio meraviglioso quando i genitori sono persone sane e di buon senso.Il discorso è molto serio perché, se è vero che la colpa non è della vittima, è comunque molto importante che queste dinamiche, che si intrecciano più alle neuroscienze che al cattivo rapporto con la propria madre durante l'infanzia, vengano divulgate affinché chiunque diventi in grado di riconoscere una relazione patologica sul nascere.
È un vero peccato che in Italia il Governo si sia orientato verso una limitazione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.
Siamo stati cresciuti a fiabe e propaganda, col mito dell’amore eterno che vince su qualunque difficoltà. Ci hanno insegnato che in nome del matrimonio bisognava mandare giù bocconi amari, che il sacramento o il contratto sociale valesse più della felicità individuale. Ma non ci hanno mai spiegato come distinguere uno psicopatico da una persona con dei valori e non ci hanno mai detto che se ci imbattiamo in un individuo con carenza cronica di empatia e senso morale, l’amore è solo un’illusione e non riuscirà a far funzionare il rapporto. Quindi, non chiamatelo amore.Non chiamatelo amore
di Carolina BertolasoSaggio
HarperCollins Italia
ISBN 978-8830596665
Cartaceo 18,52€
Ebook 4,99€
Quarta
Sui giornali leggiamo di episodi eclatanti che per la loro gravità diventano immediatamente riconoscibili. Ma esistono dinamiche di abuso meno appariscenti, che non fanno notizia e non si impongono come violenza: si insinuano nella quotidianità, si strutturano nel tempo e minano progressivamente l’identità.
È quello che accade nelle relazioni patologiche, veri e propri eventi traumatici che Carolina Bertolaso, “psicologa, criminologa e sopravvissuta”, come si definisce lei stessa, ha sperimentato in prima persona e poi studiato per anni, così da poter dare ai suoi pazienti quell’aiuto che allora non ha trovato.
Ma come si finisce in una relazione di questo tipo? E soprattutto, perché non la si interrompe? Perché è così difficile uscirne? Partendo dall’analisi dei fattori di personalità patologici che formano la triade oscura - narcisismo, machiavellismo e psicopatia – Non chiamatelo amore esplora il funzionamento delle relazioni patologiche e dei legami traumatici che si instaurano con le persone che presentano queste caratteristiche. Attraverso una combinazione chiara e lucida di esperienza diretta e competenza professionale, Bertolaso offre al lettore degli strumenti fondamentali per comprendere e decodificare le zone d’ombra delle relazioni patologiche, aiutandolo a riconoscerle e ad acquisire consapevolezza.
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Elena Genero Santoro |









