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Stranger Things IV: solitudine e sensi di colpa nella serie TV Netflix

Stranger Things IV: solitudine e sensi di colpa nella serie TV Netflix

Stranger Things IV: solitudine e sensi di colpa nella serie TV Netflix

Serie TV Di Loriana Lucciarini. Stranger Things IV: la quarta stagione della celebre serie di Netflix gioca con la solitudine, i sensi di colpa, i muri che costruiamo attorno a noi e le paure che ci atterriscono.

Primissima impressione già dopo le prime scene del Volume 1 di Stranger Things IV: “Urca! Si è passati all’horror!”.
Sì, c’è stato un cambio di passo per la celebre serie TV disponibile in abbonamento su Netflix che immagino gli spettatori come me, poco avvezzi al genere horror, hanno notato immediatamente: le atmosfere, alcune scene, il nuovo nemico che si profila all’orizzonte, tutto marcatamente più cupo rispetto alle stagioni precedenti. O almeno, c’è più di questo.

I temi cardini di questa IV stagione di Stranger Things sono sicuramente la solitudine e il senso di colpa che paiono e trasudare in ogni fotogramma nei momenti topici.

Dai primi piani su visi atterriti dalla paura e dai propri segreti che sono poi i mostri che ci portiamo dentro. Dai piani sequenza verso i singoli protagonisti, spesso ripresi con il vuoto attorno. Dalla colonna sonora, il brano di Kate Bush diventato la hit del momento, che parla proprio di questo.
Di solitudine e senso di colpa si ciba anche il nuovo mostro del Sottosopra, che pare infatti prediligere vittime che sono alle prese con il trauma, in silenzio. Proprio come Max, che vive un dramma simile, e come Nancy, ancora scossa per la morte della sua amica Barb.

Seguendo gli eventi, arriviamo anche ad altri temi: alla difficoltà di essere accettati per quel che si è, la spinta all’omologazione, la cattiveria della società, il bullismo.

Lo sanno bene i ragazzi di Hawkins: Mike e Dustin che continuano a cercare un posto nella loro nuova scuola. Lo sa bene Lukas, che ha iniziato a frequentare il gruppo dei “popolari” cercando di staccarsi da un passato da nerd. Purtroppo lo vive sulla sua pelle anche Undici, nella nuova vita in California: persi i poteri, lontana dagli amici, in una nuova scuola, si ritrova a fare i conti con scherzi crudeli e prese in giro che la avviliscono e ne accentuano il senso di solitudine e di disperazione, già è fortemente radicato in lei a causa del suo passato e dei recenti tragici avvenimenti di Hawkins.

Scavare in sé per affrontare i propri mostri.

Undici si ritroverà, suo malgrado, a tornare indietro con la memoria e scavare nei ricordi. Nel suo viaggio in solitaria alla scoperta di dolorose verità su se stessa, ritroverà persino chi l’ha delusa e abbandonata. E affronterà tutto da sola, in una grande prova di coraggio.
Ma anche gli altri avranno la loro dose di guai. Prima fra tutti Max – che in questa stagione è stra-to-sfe-ri-ca! Così come Hopper – lui, puntata dopo puntata, ha acquisito sempre più spessore ed è diventato colossale!

La forza delle prime due stagioni di Stranger Things erano il gruppo e l’ambientazione anni Ottanta. Dalla terza stagione si assiste a uno sfilacciamento di queste dinamiche.

Tanto che i diversi personaggi – tutti ben tratteggiati con le loro peculiarità – si ritrovano a salvare il mondo in gruppetti sparsi.
In questa IV stagione la distanza è sempre più evidente e lo scostamento da ciò che erano le relazioni del passato si è fatto più pesante, solido. Un elemento che fa anche male dover appurare. Comunque, per alcuni legami che si perdono, nuovi se ne creano ed ecco che l’entrata di Svitato crea nuovi equilibri, apre nuovi piani narrativi. Andando avanti però, quello che era un punto di forza della serie ritorna: l’importanza del gruppo, del darsi una mano, dell’amicizia che non fa sentire soli torna a essere preponderante.

Così, se il muro si scioglie, se qualche crepa si apre ci si salva.

Ci si salva dalla morte grazie alle persone e alle cose che amiamo. La scena clou con Max nell’episodio “Caro Billy” è emblematica e da pelle d’oca.
Per deformazione professionale, la mia mente da scrittrice si concentra sempre sulla trama, sulla struttura narrativa, sul detto-non-detto e ciò che lascia intuire – che non sempre sono poi le rivelazioni, ma spesso anzi sono messe lì per creare falsi indizi. Quindi sono andata in brodo di giuggiole in questa stagione. L’ho rivista ben due volte per raccogliere particolari, trovare ganci, spiegazioni, piccole rivelazioni. Perché tutto è legato al passato e al futuro. Occorrerebbe trovare la chiave…
Potranno le ultime due puntate dare risposte ai tanti interrogativi? Perché tirare le fila può essere difficile e complesso, soprattutto mantenendo organicità narrativa e coerenza strutturale.

Il passato che ci portiamo dietro può diventare un peso. Le paure che ci hanno dominato e da cui scappiamo possono diventare i nostri peggiori nemici.

I nostri mostri da combattere e che, prima o poi, dovremo affrontare. Ecco ciò che mi lascia la visione di questa IV stagione, che mi ha coinvolto e che ho amato, almeno fino a questo punto.
Per ora l’ho trovata di ottimo livello, superiore ai precedenti. E anche se alcuni episodi sono eccessivamente lunghi e potevano essere ridotti, ho apprezzato le citazioni a pellicole più famose, i piccoli omaggi neanche troppo velati. Così, anche se alcune novità mi hanno spiazzata, certi personaggi mi hanno piacevolmente stupita (Murray unico!), alcuni impercettibili cambi di rotta, di ritmo, di luce mi hanno condotta laddove non pensavo di arrivare; e anche se un paio di protagonisti li ho trovati davvero sottotono – il che mi fa sperare che possano prendersi la rivincita negli ultimi due appuntamenti di chiusura stagione, come Will, Jonathan, relegati ai margini e decisamente sottotono rispetto al passato – sono certa che il finale di stagione sarà con il botto!
Ancora pochi giorni poi tireremo le somme, almeno fino ad arrivare al finale conclusivo della V stagione.




Loriana Lucciarini
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Recensione: Il mago del Cremlino, di Giuliano da Empoli

Recensione: Il mago del Cremlino, di Giuliano da Empoli

Recensione: Il mago del Cremlino, di Giuliano da Empoli

Libri Recensione di Argyros Singh. Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli (Mondadori). Il monologo di Vadim Baranov, immaginario consigliere di Putin, testimone della caotica imprevedibilità del presidente russo che si trasforma in uno strumento di potere.

Il mago del Cremlino è l’ultimo libro di Giuliano da Empoli, già pubblicato in Francia per Gallimard e ora giunto in Italia. Al centro del romanzo, il personaggio immaginario di Vadim Baranov, consigliere del presidente russo Vladimir Putin, ispirato allo spin doctor Vladislav Surkov. Questi racconta al narratore la sua vita, in quella che appare una lunga intervista, o meglio un monologo, scaturito dall’incontro tra due appassionati di Evgenij Zamjatin, scrittore russo autore del romanzo distopico Noi.

Il protagonista finisce non solo per raccontare se stesso, ma i cambiamenti che hanno interessato la Russia dagli anni Novanta fino alla sua rimozione quale consigliere.

A Surkov è accaduto nel 2020, dopo essersi occupato, tra gli altri incarichi, anche dei rapporti con l’Ucraina.
La forma del romanzo consente a Giuliano da Empoli di rendere più accessibile una materia intricata, fatta di nomi non sempre noti a chi non si occupa di attualità politica o di geopolitica. I dialoghi si inseriscono nel monologo aprendo nuovi varchi al lettore, che può così uscire dalla casa di Baranov per entrare nella storia russa recente, come nei fotogrammi di un film accordati a una voce fuori campo.

Prima di interpretare i panni di un novello Rasputin, Baranov proveniva dal mondo dell’arte e dello spettacolo, ed è per questo che gli è più facile interpretare i personaggi della storia come attori su un palcoscenico.

Egli stesso, nel suo piccolo, vive il dramma dell’ascesa e della caduta, pur portando con sé un bagaglio di mistero e di segreti, appena sussurrati.
Nei primi capitoli, egli cita una lettera di Zamjatin rivolta a Stalin, in cui lo scrittore afferma di anteporre la verità alla convenienza.
Nell’interpretazione di Baranov, Zamjatin e Stalin si confrontano su due progetti creativi, in nome di una supremazia che è il secondo a ottenere «con la carne e il sangue degli uomini.» Ciò nonostante Zamjatin non rinuncia a esprimere la sua opinione eretica a ogni costo, che nel suo caso si traduce nell’esilio.
Nelle pagine successive, il campo si allarga rispetto al singolo e, in realtà, tutta la prima metà del Novecento è per Baranov uno «scontro titanico tra artisti» d’avanguardia – i leader di Stato e i dittatori – che mirano a plasmare una realtà, non solo a descriverla o ad accompagnarla.

Nella prima parte del romanzo, molto importante è la figura del nonno del protagonista, un aristocratico sopravvissuto alle purghe staliniane, che addomestica persino i comunisti, addolcendoli con la vodka e i ricordi nostalgici di un passato semi-mitizzato.

Baranov stesso, raccontando la storia della sua vita, si lascia andare alla nostalgia. Egli idealizza la vecchia generazione del nonno, convinta che fosse indispensabile trasmettere un savoir-vivre a figli e nipoti: con la generazione di suo padre, invece, sembrava che tutti fossero divenuti esperti, moderni, e nessuno voleva correre il rischio di essere considerato vecchio. Eppure, il nonno era già moderno nel suo tempo: leggeva Kafka e Mann, e non aveva paura di apparire ridicolo, purché ognuno potesse scegliere il senso da «dare alle cose che accadono».
Il nonno odiava invece il parere di scrittori come Adolphe de Custine, che nel Voyage en Russie aveva interpretato fin troppo bene la Russia, dove la corte zarista rappresentava l’unico modo per ottenere potere e ricchezza. Un luogo in cui l’adulazione e il silenzio scalzavano il talento e la passione popolare. In fondo, tutto promanava dalla corte e alla corte doveva rendere conto.

Per analogia, Baranov ricorda gli anni Novanta del Novecento, un momento in cui in Russia circolarono tanti soldi, molti finanziamenti, ma questi finirono nelle mani di politici spregiudicati e di mafiosi.

Perché a contare, in Russia, non è mai stato il denaro, ma la “vicinanza al potere”. E l’esempio dell’URSS lo testimonia. Quella stessa vicinanza, però, risulta pericolosa. Stalin abitava le stesse stanze dei suoi consiglieri e ministri; i figli e i nipoti condividevano le giornate, ma tutto questo non impedì al leader sovietico di ucciderli. Anzi, fu favorito dalla prossimità. Così gli uomini più vicini a Putin hanno conosciuto sorti alterne e non pochi sono caduti in rovina, sono stati esiliati o sono morti in circostanze quantomeno sospette.
Gli anni Novanta hanno costituito un folle decennio per la Russia. Nel mondo della cultura e dei media, personaggi incarnati da Baranov sono passati da un’esistenza fatta di restrizioni a un successo economico che li ha catapultati nelle grandi capitali occidentali. Dietro al processo di liberalizzazione continuava comunque a sopravvivere l’anima russa, l’orgoglio patriottico: Baranov racconta di un sondaggio televisivo che avevano dovuto falsificare, perché gli spettatori, dovendo indicare i propri eroi, avevano votato in massa per Ivan il Terribile, Pietro il Grande e Stalin.

Come coniugare gli aspetti utili dell’occidentalizzazione senza negare la propria storia imperialista?

Per il protagonista, tra gli anni Novanta e Duemila, con l’ascesa al potere di Putin, ha cominciato a consolidarsi l’idea che l’unità dei russi dovesse prevalere su ogni divisione politica. C’era davvero spazio per tutti, fino all’assurda intesa tra nazionalisti e bolscevichi, i Nazbol di Ėduard Limonov. Questi viene descritto con tratti patetici e quasi macchiettistici, mentre addenta un cheeseburger e beve litri di vodka, criticando l’America e i suoi alleati, solleticando idee che sembrano più provocazioni artistiche (o di un disperato) che compiute ideologie. Nel Partito nazional-bolscevico si trovano quindi zaristi e stalinisti, skinheads e fanatici religiosi, uniti non da un programma, ma dalla volontà di sfuggire alla banalità delle loro vite.

Putin ha interpretato il sentimento di sconfitta dei russi e ha dato al popolo nuovi motivi d’orgoglio, reintroducendo un discorso neo-imperialista a maglie larghe, che potesse includere (quasi) tutti.

E ha cominciato dalla lotta spietata al terrorismo ceceno, con tanto di presidente ritratto negli accampamenti militari, tra aneddoti e frasi a effetto (dal brinderemo dopo la vittoria all’andremo a prendere i terroristi «fin dentro la tazza del cesso»). Secondo Baranov, l’affermazione di Putin si è basata su questo: non la politica dei numeri e dell’“amministrazione condominiale”, ma la politica come «risposta ai terrori dell’uomo».
Di fronte a un attore tanto carismatico, il ruolo stesso di Baranov – come egli riconosce – è stato solo quello di accompagnare. Al resto, ci ha pensato Putin, in solitudine. Per un uomo che era addetto al controspionaggio, tuttavia, quella solitudine al vertice era destinata a tradursi in paranoia e in una violenza impassibile. Figure come Borís Berezovskij, che lo avevano accompagnato al potere, magari pensando di manipolarlo, sono rimasti scottati. Alcuni più duramente di altri.

Le persone che hanno circondato Putin non sono mai state essenziali, ma solo strumenti per arrivare a una nuova definizione del potere, a una difficile coerenza tra le componenti attive della millenaria storia russa.

Tra i vari manichini, nel romanzo di Giuliano da Empoli trova un significativo spazio Alexander Zaldastanov, motociclista e attivista filoputiniano insignito della medaglia “Per la Liberazione della Crimea”.
Il tema del potere e della manipolazione che esso realizza sono il nucleo di Il mago del Cremlino. Non a caso Zamjatin ritorna nelle pagine successive e viene trasposto nel mondo contemporaneo, in cui il controllo socio-politico è delegato alle nuove tecnologie. Se per alcuni leader la politica è davvero una risposta ai terrori dell’uomo, le generazioni a venire avranno altri problemi, altre paure, e la risposta politica a quell’ansia potrebbe tradursi in una violenza inaudita alla libertà del singolo. La ripresa di Zamjatin è quindi un modo per rivendicare il ruolo della letteratura, in particolare nella storia russa, nell’affermare un fatto di fronte al controllo centralizzato della verità.

Giuliano da Empoli narra in forma di romanzo una realtà del tutto plausibile, con dialoghi che ripropongono contenuti veramente espressi da Putin e dai vertici russi.

Nel suo stile si rintraccia la cura documentaria per i retroscena tipica di scrittori come John Le Carré. Vi è poi un’ispirazione che rimanda al romanzo storico russo e a certi racconti lunghi di Nabokov o alla natura episodica dei rapporti umani ne Le notti bianche di Dostoevskij. Anche le descrizioni delle città, pur contenute, raccontano di questa influenza.
Inoltre, includendo Limonov, Giuliano da Empoli permette un confronto con il famoso romanzo di Emmanuel Carrère. In quel caso, il testo aveva le sembianze di una biografia, unita però a un taglio giornalistico inframezzato da aneddoti storici o personali, in un pot-pourri davvero eterogeneo. Ne risultava una lettura lenta, aritmica, divisa in capitoli meccanici. Questo al netto dell’indiscutibile successo commerciale.

Ne Il mago del Cremlino, invece, vengono meno gli elementi auto-biografici dell’autore e del narratore e il protagonista ha la possibilità di raccontarsi con maggiore trasparenza.

Manca quella artificialità che in Carrère sfiora spesso la presunzione; al contrario, egli lascia al lettore il compito di formarsi un’idea senza interferire con la sua intelligenza.
Infine, un ultimo elemento. Ne Il mago del Cremlino, è presente una violenza machiavellica tra le righe, nonostante il piglio stoico di Baranov nel raccontarsi. Eppure, ancora più forte è la componente pasionaria del potere, coperta dalla maschera di ghiaccio del capo del Cremlino. È così che la caotica imprevedibilità di Putin si trasforma in uno strumento di potere, che è flessibile per se stesso e una spada di Damocle sulla testa di ogni fedelissimo.


Il mago del Cremlino

di Giuliano da Empoli
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804765400
Ebook 10,99€
Cartaceo 18,05€

Sinossi

La Russia è "la macchina degli incubi dell'Occidente" e questo romanzo, che è un viaggio alla scoperta della mente genialmente tortuosa di uno stratega del Cremlino, ci porta al cuore di quella macchina e di quegli incubi. Nel corso di una lunga notte, Vadim Baranov, l'uomo conosciuto come "il mago del Cremlino", racconta gli uomini e le vicende che hanno accompagnato la trasformazione di un anonimo funzionario del Kgb nell'inesorabile Zar di oggi. Ispirato a una figura realmente esistente, Baranov è un personaggio di straordinaria originalità, lontano da come ci immaginiamo possa essere un consigliere di Putin: proviene dall'avanguardia artistica, ha prodotto dei reality tv, scrive romanzi sotto falso nome. È un uomo colto ma è anche un manipolatore senza scrupoli, capace di trasformare un paese intero nella scena di un teatro dove non esiste altra realtà che il compimento della volontà dello Zar. Un negromante che si nutre delle forze del caos per costruire il potere senza limiti del quale finirà col rimanere lui stesso prigioniero. Queste pagine si leggono come quelle di una tragedia antica animata da personaggi reali, piena di vendette, inganni e crimini. Ma al di là della radiografia implacabile del sistema con i suoi cortigiani, i suoi oligarchi, i suoi esuli braccati, le sue escort, i suoi killer, Il mago del Cremlino ci racconta la favola più tremenda di tutte: quella di un potere spietato, per il quale la violenza - come l'attualità ci ricorda tragicamente - costituisce l'unico orizzonte di sopravvivenza possibile. Al centro di questo sinistro palcoscenico si aggira un uomo imbalsamato in vita, solitario, paranoico, che lavora di notte: questo è diventato lo Zar, o forse è sempre stato così e "l'unico trono che gli porterà la pace è la morte". Questo libro intenso, visionario, ha la grazia senza tempo di un classico pur nella sua bruciante attualità. L'erudizione, lo stile e l'arte di raccontare di Giuliano da Empoli conferiscono a questa storia cruda e brutale un livello di purezza quasi metafisica. È Il Principe di Machiavelli attraversato dalle nebbie di John le Carré, narrato con le cadenze della grande letteratura russa.


Argyros Singh

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The week: focus sugli eventi tra il 20 e il 26 giugno

The week: focus sugli eventi tra il 20 e il 26 giugno

The week: focus sugli eventi tra il 20 e il 26 giugno

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 20 e il 26 giugno? L’Europa, tra guerra e crisi di governo, aggiornamenti sull'Ucraina, l'incontro tra i BRICS e le decisioni della Corte Suprema americana su aborto e armi.

La settimana scorsa ha avuto un’alta intensità di fatti rilevanti: in Europa, diversi governi stanno attraversando un vento di crisi, mentre la situazione sul campo in Ucraina non migliora per i resistenti. Nelle Americhe, le elezioni colombiane e le proteste ecuadoriane smuovono un continente dal precario stato di salute (ne parleremo nel prossimo incontro); a settentrione, gli Stati Uniti provano a uscire dalla dipendenza dalle armi, ma tornano a negare la libera scelta dell’aborto.


L’Europa tra guerra e crisi di governo

Ci sono tre grandi Stati europei che sono accomunati dalla possibilità di una crisi di governo. Si tratta di Italia, Francia e Regno Unito. Vediamo alcune notizie relative alla loro situazione interna.
  1. In Italia la siccità si è estesa a tutta la Penisola, colpendo soprattutto il Nord, ma anche regioni come il Lazio.

    Il 23 giugno si è svolta al Mipaaf una riunione inerente l’emergenza: Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile, ha dichiarato che, sui criteri individuati dalle regioni, sarà predisposto un Dpcm per regolare lo stato di emergenza. Si agirà su tre fronti: lavori strutturali (per esempio la creazione di nuovi invasi); interventi regionali specifici; ristori.
    Il livello idrometrico del fiume Po è di circa 3,3 metri rispetto allo zero idrometrico; il lago Maggiore ha un grado di riempimento del 22,7%. Tra le regioni più colpite, il Piemonte, che stima i danni a più di novecento milioni di euro. Il Lazio ha proclamato lo stato di calamità naturale; la Lombardia lo stato di emergenza. In Sardegna, alla siccità dello scorso inverno è seguita l’invasione delle cavallette, che è ormai una costante degli ultimi anni. Secondo Coldiretti sarebbero a rischio cinquantamila ettari di terreno, con una stima dei danni – secondo il docente Ettore Crobu – di cinquanta milioni di euro. Questi ritiene che la causa dell’emergenza risieda nella scarsa lavorazione dei terreni, che favorisce la riproduzione delle cavallette. Un altro allarme zoologico di queste settimane proviene dalle zecche, favorite dal clima caldo e dallo spostamento degli animali selvatici verso i centri abitati.

    In parallelo, anche a causa della guerra, aumenta il costo della vita e diminuisce il potere d’acquisto degli italiani per l’inflazione.

    Secondo l’ultimo Rapporto Retribuzioni di Odm Consulting, basato su dati del 2021, la categoria più colpita in termini di potere d’acquisto è quella degli operai, che ha visto un decremento della retribuzione, a fronte di un aumento degli stipendi per quadri e dirigenti. Per limitare l’inflazione, il premier Mario Draghi ha partecipato a un consiglio dell’UE il 24 giugno. Nel 2021, il tasso di inflazione è stato del +2,6%; secondo le recenti stime Istat, il 2022 segna un aumento del 5,2% per l’indice generale e del 2,0% per la componente di fondo. L’obiettivo era discutere un tetto al prezzo del gas, ma la sua proposta non è stata accolta, dal momento che Bruxelles attende uno studio solido sull’argomento e teme comunque la risposta russa sui tagli alle forniture. Timore che – ricorda Draghi – si è già realizzato, con i flussi in Germania ridotti del 50%.

    In conferenza stampa, Mario Draghi si è mostrato ottimista.

    Ha parlato di difendere il potere d’acquisto e di garantire ristori; ha fatto notare che la dipendenza dal gas russo si sia già ridotta dal 40% al 25% e che l’Italia si sta mettendo al riparo con gli stoccaggi per l’inverno (e dal prossimo anno è previsto l’afflusso di gas dai nuovi contratti con i Paesi africani).
    Su questo tema, vale la pena far notare un altro fatto parallelo: si è parlato della vendita massiccia di gas e petrolio russi a Cina e India, vendita che avrebbe permesso alla Russia di compensare una parte delle sanzioni occidentali. Il dato però è viziato e chi non lo sottolinea è in malafede: la Russia sta infatti svendendo un’ingente quantità di risorse a prezzi irrisori. Cina e India stanno approfittando di questo per accrescere le loro scorte, senza contare che la virata russa verso questi Paesi ne riduce il potere contrattuale, diminuisce le alternative e rende i russi dipendenti dal buono e dal cattivo tempo del vicino cinese, che è ormai di fatto il socio di maggioranza di un’alleanza di necessità. Sulla siccità italiana – adnkronors.com e ilsole24ore.com | Sull’inflazione italiana e sulla questione energia – tg24.sky.it e ansa.it

  2. In Francia, il secondo turno delle elezioni legislative per la nuova Assemblea nazionale ha portato alla sconfitta del presidente Emmanuel Macron, il cui partito Ensemble! ha ottenuto 245 seggi, sotto la soglia della maggioranza assoluta di 289.

    Jean-Luc Mélenchon, alla guida dell’alleanza della sinistra (Nupes), guadagna 135 seggi; segue Marine Le Pen con Rassemblement National, che raggiunge 89 – storici – seggi. Al ribasso i risultati di altri partiti come Les Républicains. Bassa comunque l’affluenza al voto, attestata al 46,23%.
    Si riduce quindi il potere di Macron e del presidente del Consiglio, Élisabeth Borne, che dovranno mediare tra l’agenda di governo e le pretese del parlamento. L’alleanza tra Macron e Les Républicains potrebbe portare alla maggioranza assoluta, ma il presidente del partito, Christian Jacob, ha affermato di voler rimanere all’opposizione. L’altra strada che potrebbe percorrere Macron prevede un governo di unità nazionale, che includa anche la sinistra. Sulla situazione francese – rainews.it e ansa.it

  3. Nel Regno Unito, i primi di giugno, per pochi numeri, il premier Boris Johnson si era salvato dal voto di sfiducia provocato dal cosiddetto Partygate.

    Johnson aveva fatto appello all’unità del partito tory, ripercorrendone le vicende degli ultimi anni, dalla vittoria storica alle elezioni del 2019 alla lotta alla pandemia e alle conseguenze della Brexit. A meno di un mese dal voto, la sua posizione non è comunque più solida.
    La scorsa settimana, lo sciopero delle ferrovie ha portato a picchi di cancellazioni delle tratte fino all’80% del totale. L’iniziativa ha coinvolto tutto il regno, in quello che è il più grande sciopero del settore negli ultimi trent’anni, motivato dal rifiuto del governo di aumentare i salari (la richiesta era di un +11%) e di non voler mediare sul tema.
    Secondo Bloomberg, potrebbero seguire altri scioperi, con insegnanti, medici e infermieri, avvocati penali sul piede di guerra. A due recenti elezioni suppletive, i conservatori sono stati sconfitti, con percentuali che alle elezioni generali potrebbero portare i laburisti al governo. Sono tutti segnali lanciati al primo ministro, dopo che il mese scorso i prezzi sono aumentati a un tasso annuo del 9,1%; le stime più negative, parlano di un ulteriore aumento in autunno al 14%, che riporterebbe il Regno Unito indietro di cinquant’anni. Martin Ivens di Bloomberg conclude: «C’è voluto un decennio di alta inflazione negli anni Settanta prima che Margaret Thatcher vi ponesse un freno quando divenne primo ministro nel 1979. Boris Johnson ha meno tempo per trovare una via d’uscita. Il primo passo è accettare che la nuova epoca di malcontento è incentrata su di lui.» Sulla situazione britannica – open.online, rainews.it e bloomberg.com


La guerra sul campo e l’incontro dei BRICS.

  1. Ucraina: l’esercito ucraino ha ricevuto l’ordine di abbandonare Sjevjerodonec’k, dopo aver subìto numerose perdite.

    La controffensiva non si è ancora concretizzata, ma Oleksij Reznikov, ministro della Difesa ucraino, ha annunciato l’arrivo dei primi lanciarazzi multipli leggeri M-142 Himars, dalla gittata di 80 chilometri. L’Ucraina vorrebbe fare pressione a ovest di Kherson e allargare l’offensiva il più possibile, in modo da poter negoziare con i russi a fine agosto. Nel frattempo, la nazione invasa ha ottenuto lo status di candidato all’ingresso nell’UE, un passaggio per ora più simbolico, ma che è indice di una netta volontà politica.
    A proposito dell’Unione, vale la pena citare i dati forniti dall’ultimo Eurobarometro, riferito alla primavera di quest’anno. Il 65% degli intervistati considera positiva l’appartenenza all’UE; il 59% mette al primo posto la difesa della libertà e della democrazia anche rispetto al controllo del costo della vita; l’80% sostiene le sanzioni alla Russia. Aumenta la popolarità degli USA, mentre decresce quella di Russia e Cina.
    Come fa notare Niccolò Locatelli sul sito di Limes, il fronte interno per ora sta reggendo, ritenendo più importante l’unità d’intenti tra gli Stati rispetto ai fattori di divisione. In Italia, per quanto il sostegno agli USA sia inferiore di dieci punti percentuali alla media comunitaria, l’opposizione a Russia e Cina si allinea al resto dell’Unione. Sulla situazione ucraina – ilsole24ore.com | Sull’Eurobarometro – europarl.europa.eu

  2. BRICS: l’acronimo sta per Brasile Russia India Cina Sudafrica

    Un tempo erano nazioni considerate emergenti, ma ormai la Cina “emersa” ha potuto esporre la sua linea politica. Alcune fonti di informazione come la CNN hanno parlato di un gran ritorno della Russia sul palcoscenico internazionale, ma è un fuoco fatuo rispetto alla direzione imposta dalla Cina. A uno dei vertici, Xi Jinping ha criticato le sanzioni occidentali, ritenute una militarizzazione dell’economia globale e un danno per i suoi stessi fautori. Egli ha così rilanciato la possibilità di creare un mercato sganciato dal dollaro, con sistemi di pagamento alternativi allo Swift. Sull’incontro dei BRICS – corriere.it e edition.cnn.com


USA: armi e aborto.

Un disegno di legge, passato alla Camere e firmato dal presidente Joe Biden, ha stabilito una stretta sulle armi, anche se in forma contenuta rispetto alle pretese del Potus. La legge bipartisan si concentra su nuove restrizioni alla vendita e su finanziamenti per undici miliardi di dollari nei settori della salute mentale e di due miliardi per la sicurezza nelle scuole. I controlli si concentreranno sui minori di ventuno anni e vengono incentivati con finanziamenti quegli Stati che implementeranno il divieto di accesso alle armi da fuoco per le persone ritenute pericolose.

Un risultato per l’amministrazione che però è stato macchiato da due sentenze della Corte Suprema: la prima ha stabilito il diritto fondamentale per gli americani di portare una pistola in pubblico; la seconda è stata un ribaltamento della sentenza nota come Roe v. Wade, che nel 1973 aveva garantito l’accesso all’aborto a livello federale.

Da questo momento, ogni Stato avrà la possibilità di decidere come regolamentare l’interruzione di gravidanza. Nove Stati vieteranno l’aborto nella maggior parte dei casi già nei prossimi giorni; altri potrebbero seguire nelle settimane a venire.
Secondo il Guttmacher Institute, un’organizzazione che si occupa di salute riproduttiva, citata da Il Post, nel 2020 – anno con i dati più recenti a disposizione – erano stati praticati 930mila aborti. A confronto con l’Italia, nello stesso anno, il tasso di abortività statunitense era di 14,4 ogni 1000 donne rispetto al 5,4 italiano.
Le dichiarazioni della politica europea in merito alla sentenza hanno, in generale, convenuto sul grave passo falso degli Stati Uniti. All’interno della superpotenza, però, ci sono fronti sempre più divisi, con l’ex presidente Donald Trump che ha parlato di una vittoria per la vita e l’ex presidente Barack Obama che ha interpretato la sentenza come un attacco alla libertà.


Al momento, circa la metà degli Stati americani permette l’aborto.

In particolare, alcuni come California e New York hanno annunciato di voler rafforzare tale diritto, offrendo assistenza alle donne provenienti dagli Stati proibizionisti. Anche alcune multinazionali si sono mosse in questa direzione rispetto ai loro lavoratori.
Qual è stata la motivazione che ha portato a questa sentenza? Cinque giudici di orientamento conservatore hanno avuto la meglio sui pareri contrari di tre giudici di orientamento progressista. Uno dei primi, Brett Kavanaugh, nominato a suo tempo da Trump, ha affermato: «La decisione di oggi non rende illegale l’aborto su tutto il territorio nazionale. Al contrario, restituisce alle persone e ai rappresentanti da loro eletti attraverso il processo democratico» il diritto di decidere sulla questione. Gli altri pareri dei giudici favorevoli si attesta su questa linea. Una verità oggettiva risiede nelle ultime parole: i cittadini statunitensi – come ha ricordato Biden – sono i soli a poter determinare la scelta di un governatore abortista o anti-abortista. Spetta a quel famoso potere del popolo, cantato da Patti Smith, dimostrare ora il proprio peso politico. A volte la strada dei diritti, anche quelli consolidati, può ridiventare tortuosa: rimettersi in marcia è sempre l’occasione per un rinnovamento.

Con questa sentenza, molti hanno detto che il sogno americano è definitivamente morto.

Su questo non sono certo, ma la lettura che consiglio questa settimana è particolare, nel senso che pur non condividendone le idee di fondo, ne colgo lo spirito riformatore. Si tratta di Post crescita. La vita oltre il capitalismo (Il Mulino, 2022) di Tim Jackson. La prosa dell’Autore è accattivante: prendendo spunto dalle biografie di celebri personaggi storici riesce a mostrare alcune possibili alternative al capitalismo così come si presenta oggi. In termini generali, la sua critica non ha elementi particolarmente originali: tra questi, il tema già noto degli indici che dovrebbero regolare diversamente il PIL, tenendo conto di fattori di vita più “umani”.
Vista però come una critica costruttiva in seno al capitalismo (cosa che è bene chiarirlo: non è), il testo assume un valore positivo. Le biografie che vengono citate, come quella di Robert F. Kennedy, sono una fonte di ispirazione per i lettori.
L’Occidente sarà in grado di fondare un nuovo mito, che riduca il peso preponderante del progresso materiale e la crisi ambientale e sociale che questo ha generato? Il testo di Jackson non offre molte risposte, anzi forse nessuna, ma è un buon mezzo per riflettere su questi temi. In conclusione, se anche il sogno americano fosse morto, vale la pena ricordare quanto ci ha permesso di compiere come società in settant’anni, incluso il diritto all’aborto. Non è forse che bisognerebbe recuperare quel sogno anziché criticarlo, confondendolo con ciò che non funziona nel presente? O meglio, noi europei non potremmo reinterpretare un nuovo mito per la nostra società, ispirandoci a quella parte di persone che nella storia occidentale hanno reso concreta la visione della libertà? Sulle armi – rainews.it e edition.cnn.com | Sull’aborto – ilpost.it, ilpost.it e abc.net.au

Argyros Singh

Argyros Singh
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Recensioni: quando i lettori stroncano i grandi scrittori

Recensioni: quando i lettori stroncano i grandi scrittori

Recensioni: quando i lettori stroncano i grandi scrittori

Professione scrittore Di Ornella Nalon. La recensione: delizia degli scrittori, può diventare una croce, soprattutto per gli emergenti. Ma non solo, perché a volte i lettori stroncano anche i grandi autori contemporanei e i classici.

Chi, come me, ama dedicarsi con assiduità alla scrittura, sa bene che può entrare talmente nella propria consuetudine da diventare una forma di dipendenza. Ogni momento che le si dedica, rubato alla corsa sfrenata quotidiana, diventa un prezioso toccasana, un ritaglio di tempo in cui si tralasciano i pensieri e i problemi e ci si lascia trasportare dalla fantasia.
Per alcuni, la scrittura ha un potere prettamente rilassante, per altri può essere persino terapeutico, andando a scavare fin nel profondo del subconscio, il più delle volte, entrambe le cose. È per tale motivo che alla domanda «Perché scrivi?», molti di noi rispondono: «Per me stesso».
Tale risposta è senz'altro vera, ma non completa.

Si scrive perché si hanno tante cose da raccontare, perché si ha una fervida creatività, perché ci fa stare bene, ma non è solo questo. Prima di tutto, si scrive per essere letti.

Se così non fosse, dopo la parola fine, si prenderebbe il proprio bel manoscritto e lo si porrebbe in un cassetto. Invece, ci si affanna per cercare un contratto editoriale o, perché no, si autopubblica il proprio libro e poi ci si affanna il doppio, anche il triplo, per promuoverlo, farlo conoscere a più persone possibili.
La verità è che lo scrittore ama essere letto, lo desidera ardentemente. Vuole che le sue parole vengano scorse dagli occhi del lettore, che la sua mente le assimili, che ne gioisca, si rattristi, si emozioni. E più sono i lettori, più si sente fiero, realizzato, più si rafforza il suo ego e si convince che la sua non è soltanto una passione ma anche una missione.

E qual è la migliore testimonianza di essere stato letto? Di sicuro, nulla è meglio di una recensione.

Certo, potendo scegliere, la si vorrebbe positiva, di quelle che esaltino i lati migliori del proprio scritto e sorvolino su quelli più deboli. Si vorrebbe che esprimesse esattamente quanto volevamo dire, che fosse la testimonianza di una totale sintonia con il lettore. Ma non sempre è così.
A volte ci coglie lo sconforto più nero: quando un lettore non ha gradito quanto abbiamo scritto, anzi, ne sta parlando nel peggior dei modi e si lamenta di avere perso i suoi soldi e il suo tempo!
Siamo certi che abbia davvero letto il nostro “capolavoro”? Siamo sicuri che non sia un “concorrente” invidioso che vuole soltanto sminuire la nostra opera? Credo che ognuno di noi, di fronte a una recensione negativa, si sia posto una di queste domande.

Ci sono anche persone invidiose o totalmente prive di tatto che vogliono screditare o infierire sullo scrittore. Ma bisogna anche rendersi conto che non si può piacere a tutti.

Ognuno ha una differente sensibilità e dei gusti diversi. Ciò che rientra nelle corde di uno, può lasciare del tutto indifferente un altro. C'è a chi piacciono le lunghe descrizioni e chi vuole arrivare subito al sodo. Uno ama l'azione, l'altro è più introspettivo.
Nessuna opera è mai stata esente da almeno una critica negativa e quando dico nessuna, non mi riferisco solo agli esordienti che, magari, qualche pecca stilistica o di forma potrebbero anche averla, ma anche agli scrittori di fama consolidata e, udite udite, pure ai mostri sacri della letteratura.

Curiosando tra le recensioni ad alcuni grandi scrittori, sia contemporanei sia del passato, mi sono divertita a leggere alcune decise stroncature.

I fratelli Karamazov, di Fëdor Dostoevskij

Noioso e dispersivo come tutti i romanzi russi dell'ottocento, troppo lungo per quello che vuole raccontare, e non si capisce che fine fanno questi fratelli. Come figlio della nostra epoca in cui tutto si deve "consumare" in un tempo ragionevole e mai eccessivo trovo questo libro prolisso. Al giorno d'oggi qualsiasi editore obbligherebbe Dostoevskij a tagli massicci, soprattutto in certe descrizioni. L'opera corposa e la lettura impegnativa rispecchiano perfettamente l'epoca in cui fu scritta in cui la vita aveva altri ritmi e altri valori. Confesso che ad un certo punto non vedevo l'ora di arrivare alla fine. Certe pagine sui temi della fede e della filosofia sono comunque proprio notevoli ed ancora attuali. Il mio parere non è certo quello di sconsigliarne la lettura (ci mancherebbe altro !) ma di preparare il lettore ad un cimento molto lungo e talora faticoso.
So che qualcuno storcerà il naso di fronte alla mia recensione... tuttavia voglio essere molto sincero e non voglio esprimere giudizi basandomi solo sull'autore o sulla fama dell'opera, perciò il giudizio che esprimo su quest'opera è piuttosto negativo. Poche volte ho desiderato arrivare alla fine di un libro per sfinimento, e questo è uno di questi casi! Il racconto in sé è anche piacevole (un omicidio, un imputato, qualche colpo di scena), ma è talmente prolisso e denso che ha reso questa lettura una delle più noiose della mia vita! La scrittura risente dell'epoca (seconda metà dell'Ottocento) e la descrizione di piccoli eventi può durare decine di pagine a volte. Inoltre sono riportati molto spesso dei monologhi infiniti, conditi di elucubrazioni mentali asfissianti per i miei gusti. D'altra parte non posso nascondere che Dostoevskij in quest'opera tocca delle corde davvero profonde dell'anima umana, capaci di mettere in crisi il lettore di fronte a temi quali la fede e la filosofia. In conclusione ammetto di essere rimasto un po' deluso da questo romanzo, soprattutto per quanto riguarda la sua scorrevolezza, completamente assente in alcune sue parti. Lo consiglio solo a chi è pronto a spendere molto tempo di fronte a libri impegnati.

La coscienza di Zeno, di Italo Svevo

Una sola parola: ripetitivo. Calvino avrebbe potuto scrivere 200 pagine in meno riuscendo ad esprimere gli stessi concetti. È considerato un capolavoro della letteratura italiana, ma io non riesco a comprenderlo. Il protagonista è patetico e la narrazione fredda.
Ho dovuto comprare questo libro per la scuola e devo dire che è veramente noioso e per questo non si capisce niente perché dopo un po' la concentrazione si perde.
Un libro illeggibile. E lo dico da insegnante di lettere. Quarta volta che provo a leggerlo e quarta volta che dopo 50 pagine lo chiudo esausto e disgustato dalla noia e dalla pesantezza.

Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

Polpettone amoroso di autrice ventenne ambientato nell’Inghilterra di fine ‘7oo.
Ovviamente il romanzo vale molto più di tre stelle, ma la quantità di errori ortografici e grammaticali è tale da svilire il piacere della lettura. Peccato!
A me questo libro non è piaciuto affatto. L'ho trovato pesante e noioso (sarebbero bastate cinquanta pagine). L'Autrice scrive bene ma è logorroica. Ho visto anche il film (probabilmente l'ultima versione) tratto da questo libro: bellissimi i paesaggi, le dimore ecc. ma mi stavo smascellando dalla noia.
Sarà anche un classico ma leggerlo non dà alcuna emozione. Grigio piatto troppo descrittivo dopo alcune , pagine sei stanco e annoiato di leggere. Lo sconsiglio.

Il piccolo principe, di Antoine de Saint-Exupéry

Una storia senza capo né coda, priva di un senso e di un filo logico, e non ci si capisce praticamente nulla […] Sono le troppe metafore e i racconti sconclusionati, scritti qua e là senza una precisa corrispondenza, che rendono questo libro incomprensibile.

Madame Bovary, di Gustave Flaubert

È un libro penoso come si fa a scrivere in questo modo. Lo cancellerò dalla mia biblioteca o quanto meno lo dimenticherò, mi dispiace di averlo acquistato.

Il nome della Rosa, di Umberto Eco

Altro che thriller. Pagine su pagine di tediose descrizioni, tediosi elenchi, tediose dissertazioni religiose. Ogni tanto, un cadavere, un po’ di sangue, un sospetto. E poi ancora tediosi riferimenti, tediosi particolari, tediose citazioni in latino […] Prolisso allo sfinimento e poco interessante.
Delusione! Umberto Eco non ha il senso della misura e vuole fare sfoggio culturale annoiando in gran parte del romanzo. Non è assolutamente un libro che consigliere ai miei amici e tanto meno al mio acerrimo nemico... Forse se lo rileggerò quando sarò più anziano cambierò idea.

Lolita, di Vladimir Nabokov

Io sinceramente ne sono rimasta disgustata e scandalizzata! È nulla di più che una storia di pedofilia. Potrò sembrare drastica, ma a mio avviso andava proprio censurato. Sono arrivata alla fine solo ed esclusivamente per vedere sin dove si spingesse l'autore. IL romanzo è la storia di un uomo maturo che si invaghisce di una ragazzina e grazie al destino e alla sua intraprendenza ne diventa il tutore. La storia si snoda in giro per gli Stati Uniti dove l'uomo conduce la piccola per non lasciar tracce di sé. IO ne sconsiglio vivamente la lettura che trovo morbosa e malata. Il peggior libro mai letto per i contenuti, se pur scritto molto bene. Conclusione: un testo da evitare.

Una vita, di Guy De Maupassant

Che pesantezza questo libro... Alla fine la domanda è solo: perché?? La risposta potrebbe semplicemente essere nel titolo stesso del romanzo... Pur tuttavia, noia.

L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera

Ancora prima di terminarlo mi stavo chiedendo a chi poterlo dare (forse ad una biblioteca o venderlo come usato?) affinché un libro così brutto non occupi spazio nella mia libreria. Ma che razza di dono sarebbe uno che tedia chi lo riceve ed offende il buon gusto di chi lo regala?

Moby Dick, di Herman Melville

Se vi interessa un trattato sui cetacei questo è il libro che fa per voi, altrimenti andate incontro ad una noia assoluta.


Che ne dite scrittori, dopo avere letto queste recensioni, non c'è di che consolarci per i nostri piccoli insuccessi? E voi lettori, quanto vi lasciate influenzare, per la scelta di un libro, dalle recensioni che leggete?

Ornella Nalon
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Ballata triste a due voci, di Dina Ravaglia: pagina 69

Ballata triste a due voci, di Dina Ravaglia: pagina 69

Ballata triste a due voci, di Dina Ravaglia: pagina 69

Pagina 69 #184 Ballata triste a due voci, di Dina Ravaglia (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un incontro che produce scintille e mostra come l’incendio che divampa, anziché distruggere, finisce per creare. Perché le cose insolite non necessariamente sono destinate a fallire.

«Qual è il tuo nome per intero?» mi ha chiesto, anche se non c’entrava niente.
«Theodor» ho risposto, mentre lei ha infilato la giacca, raccolto la borsa, ed era strano che proprio il mio nome fosse l’ultima parola. La maestra Giada mi ha lasciato lì un sorriso e se ne è andata, chiudendo piano la porta.
Mi sono seduto sul divano, e ancora non ci credevo che l’avevamo fatto.
Capivo che non aveva senso, lei è una donna fatta, deve avere qualcosa come ventisei, ventisette anni, mentre io non sono niente, un ragazzo che non va nemmeno a scuola quando deve. E poi non so nulla di lei, magari ha un fidanzato, un marito. O sta per sposarsi.
Capivo che era stata una cosa stranissima, sentivo che non sarebbe accaduto mai più e mi dispiaceva da matti, cresceva dentro di me già un senso di perdita che non riuscivo a spiegarmi, e il dispiacere che provavo mi faceva malissimo, in tutto simile al dolore.
Allora mi sono fatto venire in mente le sue tette spettacolari, e avevo già voglia di farmi una sega, avevo già abbastanza materiale nel cervello per procedere. Sì, perché le altre ragazze con cui sono stato avevano seni piccolissimi, del tutto insignificanti rispetto alla dotazione da fuoriclasse della maestra Giada. E poi, le altre ragazze con cui sono stato erano sfrontate, pronte a provarci per prime, e la sapevano lunga più di me. Non avevano nemmeno diciotto anni e nessun pudore. Invece la maestra Giada ha questo, di stupefacente: si vergogna. Una bambina di dieci anni nel corpo di una donna di trenta. Sarà per questo che mi è rimasto dentro un senso estraneo e nuovo di dolcezza, potente allo stesso tempo come la prima luce del mattino?

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Ballata triste a due voci, di Dina Ravaglia (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto)




Ballata triste a due voci

È un racconto a due voci, sommesso come una poesia intimista e duro come un assolo heavy metal.
È la storia dell’incontro inatteso di due mondi deserti, quello del diciannovenne Theo, chitarrista rock, e di Giada, la ventisettenne maestra elementare di suo fratello. Un incontro che produce scintille e mostra come l’incendio che divampa, anziché distruggere, finisce per creare. Perché le cose insolite non necessariamente sono destinate a fallire, e a volte le strade tortuose ci portano a destinazione.
Narrato in prima persona, in un duetto di voci e punti di vista, il romanzo esplora le parti buie e intime dei due protagonisti, affrontando anche il tema della depressione conseguente le drammatiche vicissitudini della vita di Theo, quali la morte della madre e un’accusa infondata ma infamante che gli costerà molto cara, in termini di violenza e separazione.
Ma il romanzo affronta anche la zona luminosissima dell’amore: quello innato per la musica, quello incondizionato per un fratello e quello dolce e passionale tra i due protagonisti. In un finale avvolgente come un abbraccio, liberatorio come le lacrime.

Dina Ravaglia

Dina Ravaglia, nata a Parma, vive a Brescello. Architetto, tre figli, per lei scrivere è importante da sempre.
Ha pubblicato numerosi racconti e libri, con cui ha vinto anche premi prestigiosi.
“La curva del cielo”, racconto inserito nell’antologia Matrimoni (Effequ Ed., marzo 2008). La luna sporca (Edizioni Ponte Gobbo di Bobbio, 2008), romanzo vincitore del premio al concorso Città di Bobbio 2008 e 2° premio al concorso per narrativa edita “Livio Paoli” San Mauro 2009 a Signa, Firenze. La mano di legno (Edimond Edizioni, 2011), romanzo vincitore del 2° premio Città di Castello 2010 e arrivato tra i quattro finalisti del Premio Città di Forlì 2010. L’isola degli internati (ebook Io Scrittore, maggio 2013; cartaceo Independently published, gennaio 2020), romanzo finalista al torneo letterario IoScrittore 2012. Uno (Nicola Calabria Editore, settembre 2014). “Nero ultimo espresso”, racconto inserito nell’antologia del premio letterario Moak 2015. Il cuore opposto (Gilgamesh Edizioni, febbraio 2017), romanzo vincitore 1° premio narrativa concorso Andrea Torresano. Cattiva stella (Nuova Santelli Edizioni, novembre 2018). “Natalia”, racconto pubblicato nell’antologia La Cassa (Sensoinverso ed., 2019).


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Tutto in un minuto, il romanzo di Nicolò Maniscalco e Diego Piccardo

Tutto in un minuto, il romanzo di Nicolò Maniscalco e Diego Piccardo

Tutto in un minuto, il romanzo sull'agility dog di Nicolò Maniscalco e Diego Piccardo

Libri Comunicato stampa. Tutto in un minuto, (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto), un romanzo di formazione scritto a quattro mani da Nicolò Maniscalco e Diego Piccardo, una storia di resilienza e segreti familiari che ruota intorno all'agility dog.

«L’agility dog arrivò un po’ più tardi, il giorno che mi vide fare un’esibizione alla fiera del bestiame insieme ai miei allievi. Era lì per acquistare delle pecore e con lui c’era anche Max a dargli una mano per caricarle sul camion. Rimase affascinato da quello che i nostri cani riuscivano a fare, e io, a mia volta, da come lui fosse in simbiosi perfetta con Max. Era uno spettacolo vederli lavorare insieme, lo dirigeva con molti fischi e poche parole e lui gestiva il gregge come un direttore d’orchestra. Ero impressionato da quei due quanto lui lo era dalla mia squadra. Così mi presentai e lui capì subito che non ero un ficcanaso, ma un ammiratore. Lo persuasi. Nacquero, così, una bella amicizia e un grande binomio.»
Catherine era sempre più rapita dalle sue parole.
«Fu lui a darmi l’idea di chiamare il centro “Tutto in un minuto”. Un giorno, durante un allenamento durato più del solito, aveva esclamato: “Ci si allena mesi per partecipare a una gara che dura un minuto!”»
Sorrisero entrambi pensando a quanto fosse vera e romantica quell’affermazione.
Nicolò Maniscalco e Diego Piccardo, Tutto in un minuto


Tutto in un minuto

di Nicolò Maniscalco e Diego Piccardo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 979-1254581681

Sinossi

“La vita è come l’agility dog. Non importa quanti ostacoli ti troverai davanti, dovrai comunque affrontarli tutti, uno ad uno, se vuoi arrivare in fondo al tuo giro, ed è inutile pensare agli errori che hai fatto. Il tempo per recuperare c’è, ma solo se ti concentri su ciò che deve ancora arrivare.”
Questo pensò Catherine Bechs dopo essersi rialzata dall’ennesima caduta.

Catherine Bechs è una ragazza ordinaria che si troverà, insieme al suo border collie Billy, a vivere un’avventura straordinaria: la partecipazione all’Agility World Championship. Ma per loro non sarà tutto facile e scontato: lei affronterà i fantasmi di un passato sconosciuto che le procurerà una crisi emotiva, mentre Billy farà i conti con l’imprevedibile crollo psicologico della sua conduttrice.
Catherine dovrà più volte rimettersi in discussione e cominciare daccapo, ma capirà che lottare è l’unico modo per raggiungere i suoi obiettivi, potendo contare solo su se stessa e su poche altre persone: sua madre Joan, donna dal passato tormentato, Hank, vecchio burbero che convive con un segreto che non può rivelare, e Tom, l’amico di sempre, il compagno di giochi da bambini e la spalla su cui piangere una volta divenuti adolescenti.
Un intreccio di situazioni, colpi di scena e continui flashback, un romanzo che parla di persone, segreti, sentimenti e cani, con l’agility dog a fare da sfondo e da motivo conduttore delle vite di tutti i personaggi della storia.



ESTRATTI E RECENSIONI

SCRIVI UNA RECENSIONEALTRI LIBRI DI NICOLò MANISCALCO

Nicolò Maniscalco





Diego Piccardo

Diego Piccardo nasce a Genova nel 1975, fin da piccolo manifesta la sua passione per gli animali.
Poco dopo i vent'anni corona il suo sogno di avere un cane tutto suo e intraprende con lui un percorso di addestramento.
Si cimenta in quasi tutti gli sport cinofili, ma il suo amore è l'Agility Dog, che pratica ad alti livelli fino ad arrivare ad insegnarla e a partecipare al Campionato Mondiale.
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The week: focus sugli eventi tra il 13 e il 19 giugno

The week: focus sugli eventi tra il 13 e il 19 giugno

The week: focus sugli eventi tra il 13 e il 19 giugno

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 13 e il 19 giugno? Politica interna: femminicidi, infanticidi, morti sul lavoro, molestie e aggressioni di massa, suicidi e il dibattito sull'eutanasia.

Questa settimana mi concentrerò quasi unicamente sulla situazione italiana, scrivendo di alcuni problemi sociali, di politica interna ed estera. Nel contesto di quest’ultima, avrò modo di scrivere anche della situazione internazionale.
Gli argomenti da affrontare sono molti, alcuni affini, altri diversi tra loro. Vediamoli per punti.


  1. Negli ultimi mesi, sembrano essere aumentate le notizie di cronaca legate alla violenza.

    Omicidi, tra cui femminicidi e infanticidi, suicidi, morti sul lavoro, molestie e aggressioni di massa. Ciò che bisogna comprendere è se si tratti di un fenomeno in effettiva crescita o se siano i media a darne maggiore risalto.

    Secondo un rapporto Eures (Ricerche economiche e sociali), citato dall’AGI, dal 2010, in Italia, sono stati uccisi 268 figli.

    Oltre la metà di loro aveva meno di dodici anni: le vittime maschili sono maggiori e il padre è l’assassino nel 64,2% dei casi, con un capovolgimento nella fascia 0-5, con più madri assassine. Spesso all’infanticidio segue il suicidio del killer o la strage dell’intera famiglia.
    Circa la metà degli omicidi delle madri è connesso a un disturbo psicologico, per esempio una depressione nata nei primi mesi di vita del bambino, nel caso dei padri si tratta di oltre un terzo dei casi, altri moventi sono dovuti alla concezione del possesso del figlio, oppure a litigi o interessi di soldi. Le vittime si concentrano al Nord (45,1%), con in testa la Lombardia; segue il Sud (34,3%), soprattutto in Sicilia; poi il Centro (20,5%), con il Lazio.
    Negli ultimi vent’anni gli infanticidi sono stati poco meno di cinquecento, con una media di un omicidio ogni circa due settimane.

    In generale, gli omicidi volontari, solo negli ultimi sei mesi del 2022, sono stati 123, secondo l’ultimo report del Servizio analisi criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza, che si può trovare sul sito del Ministero dell’Interno.

    Tra questi 123 omicidi, 50 vittime sono donne: quasi tutti crimini consumati in àmbito familiare, 26 per mano dei partner o ex partner. Rispetto allo stesso periodo nello scorso anno, il report segnala comunque un decremento del 5% degli omicidi volontari (da 130 a 123) e un decremento del 7% degli assassinii di donne (da 54 a 50).
    Il fatto che ci sia stata una leggera diminuzione non deve però far credere che il problema sia in via di risoluzione. Per varie ragioni. Innanzitutto, solo per citare uno dei dati del report, il numero di omicidi commessi da partner (o ex) con vittime di sesso femminile ha subìto minime variazioni negli ultimi anni, con anzi un aumento nel 2021 rispetto ai due anni precedenti. Solo negli ultimi sei mesi, stiamo comunque parlando di un femminicidio ogni circa quattro giorni. Una piaga sociale. Infine, benché il femminicidio costituisca l’atto estremo, molte donne in Italia continuano a subire molestie, violenze domestiche, pressioni sociali di varia natura, un incremento di fenomeni come il revenge porn, molestie, che possono diventare di massa, come accaduto nell’ultimo mese tra l’adunata degli alpini a Rimini e il grande raduno a Peschiera del Garda. Sugli infanticidi — AGI.it | Sugli omicidi volontari e i femminicidi – interno.gov.it | Sui fatti di Peschiera del Garda – open.online

  2. In questo approfondimento sulla violenza nel nostro Paese, non manca quella verso se stessi.

    Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ogni anno nel mondo muoiono per suicidio circa ottocentomila persone: tra i giovani (15-29 anni), il suicidio è la seconda causa di morte.
    In Italia, sono circa quattromila, con una crescita dei numeri riguardante proprio i giovani. Oltre a specifiche categorie sociali, anche determinati lavori hanno conosciuto un incremento del fenomeno, per esempio tra le Forze di Polizia e quelle Armate, una realtà di cui si parla poco a causa di un ambiente spesso pervaso da una concezione nociva della virilità.
    In molti ambienti sociali italiani il tema del suicidio è forse ancora un tabù. In effetti, se ne è parlato davvero poco, ma la scorsa settimana è stata approvata in Parlamento una mozione che impegna il governo ad adottare un piano nazionale di prevenzione del suicidio. Un osservatorio pubblico che possa mappare la situazione per poter agire con maggiore efficacia. Nel mondo sono solo trentotto gli Stati che hanno adottato una strategia nazionale per tale prevenzione: sarebbe un bel segnale se l’Italia ne facesse parte. Sul suicidio – repubblica.it | Sui cosiddetti “suicidi in divisa” – rollingstone.it

  3. Un altro tema italiano – che se non è un tabù è comunque molto osteggiato – riguarda l’eutanasia.

    Dopo decenni di lotte giudiziarie, di cui negli ultimi anni Marco Cappato è stato (ed è) uno dei principali portavoce, non esiste ancora una legge che regoli il suicidio medicalmente assistito, né è stato possibile consultare i cittadini con un referendum, a seguito del recente diniego della Corte Costituzionale. Grazie però alla sentenza 242 del 2019, emessa proprio dalla CC, il suicidio medicalmente assistito è ora possibile. La sentenza prevede che la richiesta provenga da una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile e che sia nella piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli rispetto a una situazione ritenuta intollerabile. La richiesta rimane comunque subordinata alle verifiche della struttura pubblica del SSN e al parere del comitato etico competente sul territorio.
    Il flop della recente consultazione referendaria sui cinque quesiti legati alla giustizia è un segnale dato alla politica. Non che cittadini non siano interessati a essa, ma che questa sembra aver abdicato al suo compito di proporre e discutere leggi e riforme, chiedendo ai cittadini un’opinione su temi da loro non sentiti. Quanta partecipazione porterebbe, al contrario, un referendum su una legge sull’eutanasia? Sull’eutanasia adnkronos.com e radioradicale.it

  4. Morti sul lavoro.

    Secondo l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro, promosso da Vega Engineering e basato sui dati INAIL, nel primo quadrimestre del 2022 c’è stato un decremento del 15% della mortalità rispetto all’anno scorso, ma si parla ancora di ben 261 vittime sul lavoro. Aumentano inoltre i dati sugli incidenti (+46% rispetto al 2021).
    Ogni regione è classificata, in base al rischio, secondo i quattro colori a cui siamo stati abituati con la pandemia: in generale, il Nord è in testa per numero di casi, con l’esclusione di Friuli Venezia Giulia e Liguria (zone bianche). Regioni come Puglia e Toscana sono però considerate rosse.
    Gli infortuni mortali aumentano tra i 55 e i 64 anni, ma l’indice di incidenza più alto di mortalità rispetto agli occupati è tra gli ultrasessantacinquenni. I settori economici più coinvolti sono i trasporti e il magazzinaggio, le costruzioni, le attività manifatturiere. Il giorno con maggiori infortuni mortali è il martedì, seguito dal lunedì.
    Bisogna infine tenere conto del fatto che, anche se c’è stato un decremento della mortalità, in questi numeri sono scomparsi gli infortuni mortali per Covid. I dati sono quindi condizionati da tale fattore e non c’è nulla di cui rallegrarsi. A ciò si aggiunge la doverosa attenzione mediatica per i giovani studenti morti o infortunatisi durante la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”: numeri che, pur avendo una bassa incidenza percentuale, risultano particolarmente inaccettabili. Sui morti sul lavoro – vegaengineering.com | Sugli studenti morti sul lavoro – luce.lanazione.it

  5. Per concludere questo focus italiano, non si può non parlare di politica estera.

    Nonostante le fibrillazioni seguite alle elezioni amministrative di domenica 12, che hanno coinvolto anche i partiti della maggioranza, il premier Mario Draghi ha realizzato due importanti viaggi diplomatici.
    In settimana, si è incontrato a Kyïv con i presidenti ucraino, francese, tedesco e romeno. Per Draghi, Scholz e Macron si è trattato della prima visita in Ucraina dall’invasione di febbraio. Il nostro primo ministro ha ribadito la volontà italiana di premere affinché l’Ucraina ottenga lo status di candidato nell’UE. Dopo aver fatto visita a Irpin, uno dei luoghi in cui si indaga per i crimini di guerra russi, egli ha ribadito il diritto alla difesa e che la pace dovrà essere accettabile prima di tutto per il popolo ucraino. Anche il presidente Macron ha ribadito che né la Francia né la Germania negozieranno con la Russia alle spalle dell’Ucraina. Il cancelliere Scholz, infine, dopo che la Germania era sembrata fredda nei confronti del sostegno, ha affermato che la solidarietà tedesca non consisterà di sole parole, ma anche di effettivi aiuti finanziari, umanitari e di armi.
    Si è poi parlato delle materie agricole bloccate nei porti e della possibilità di sbloccarle entro settembre con una risoluzione dell’ONU. In merito alla recente riduzione nelle forniture di gas da parte della Russia, Draghi ha commentato di non credere ai problemi tecnici addotti da Mosca e che si tratti di una bugia a scopo politico.

    Durante la visita dei quattro leader europei, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha commentato che l’adesione dell’Ucraina all’UE sarà un grande problema per la stessa Unione.

    Saranno necessarie riforme e fondi per la ricostruzione, oltre al fatto che altri richiedenti verranno scavalcati. Più provocatorie le parole di Dmitrij Medvedev, vicepresidente russo del Consiglio di sicurezza, che ha valutato inutile la visita dei leader europei a Kyïv, definiti con una serie di stereotipi «mangiatori di rane, salsicce di fegato e spaghetti».
    All’indomani della visita a Kyïv, la Commissione europea ha dato il via libera alla candidatura dell’Ucraina nell’UE, insieme a Moldova e Georgia. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha però sottolineato la necessità di avviare riforme sullo stato di diritto, la giustizia, la lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi. Bruxelles lavorerà ora per raggiungere l’unanimità dei ventisette membri in merito alla procedura di ingresso.
    I rapporti diplomatici sono cosa delicata, soprattutto se si parla dei Balcani: l’accesso dell’Ucraina all’UE deve infatti tenere conto di altri negoziati, in corso da anni, che coinvolgono Serbia e Montenegro (già a buon punto) e Albania e Macedonia del Nord (che attendono di aprirli). Il dialogo e le discussioni hanno la possibilità di trasformarsi in una forza di rinnovamento per i meccanismi dell’Unione.

    Tornando alla politica estera italiana, prima del viaggio a Kyïv, il premier Draghi si era recato in Israele, in concomitanza con un viaggio di von der Leyen nello stesso Stato.

    Due giorni di incontri con i vertici israeliani e palestinesi. Al centro la crisi alimentare ed energetica, che anticipa il viaggio in Turchia, previsto per i primi giorni di luglio.
    Sulla guerra in Ucraina, il governo israeliano, guidato dal presidente Isaac Herzog, ha cercato invano di porsi quale mediatore, ma la visita italiana può rilanciare l’azione israeliana su un altro piano. In Medio Oriente si discutono diverse vie per i gasdotti: per Grecia e Cipro, Turchia, Egitto. Lo stesso Stato di Israele potrebbe svolgere un ruolo importante in merito alla fornitura di idrogeno verde e si parla di un’ipotesi di collaborazione tra i due Paesi su mobilità sostenibile, robotica e tecnologie aerospaziali.
    Incontrando poi il primo ministro palestinese, Mohammad Shtayyeh, i due leader hanno siglato a Ramallah sei accordi di cooperazione da diciassette milioni di euro, relativi all’occupazione giovanile e alla sanità. Benché Shtayyeh abbia chiesto il sostegno italiano per promuovere la formazione di uno Stato palestinese, nell’ottica della politica dei due Stati, Draghi ha risposto con un più generico interesse italiano per la pace in Medio Oriente, facendo crescere il dialogo tra le parti.

    A Gerusalemme, il premier ha inoltre parlato di antisemitismo presso il Tempio italiano della città, ricordando la lotta delle istituzioni e della società civile contro le discriminazioni agli ebrei.

    Sul tema, voglio indicare la lettura che consiglio questa settimana, Antisemitismo e sionismo. Una discussione (Einaudi, 2004), analisi scritta da uno dei più importanti scrittori israeliani, Abraham Yehoshua, scomparso proprio il 14 giugno. L’Autore vi discute il legame tra l’antisemitismo dell’antichità e quello di epoca moderna, basato sulla paura irrazionale per l’ebreo, che parte dal singolo individuo e, in date circostanze, si trasforma in un fenomeno sociale di odio. Si tratta di un piccolo libro, dal contenuto schietto e diretto, che non nasconde gli aspetti critici nello stretto rapporto tra religione e nazionalità. Nel parlare dell’identità del popolo ebraico, Yehoshua rammenta lo «schema di solidarietà collettiva», pur nella diversità tra gli ebrei in tutto il mondo.
    Proprio questa identità flessibile, dai confini sottili, porta chi non è ebreo ad affidarsi a pregiudizi o a costruzioni mentali legate alla cultura di appartenenza. Il gentile, interagendo con un ebreo, entra a contatto con quella che Yehoshua definisce la «componente virtuale»: se il gentile ha un’identità travagliata o non ben definita, l’interazione può portare a forti squilibri o a violenza: «L’ebreo diventa quindi una sorta di testo dalle discrepanze enormi che invita a svariati tipi di lettura, conformi ai bisogni intimi del lettore». E talvolta questa patologia del singolo può divenire collettiva. Sul viaggio di Draghi in Israele – ispionline.it, ansa.it e ansa.it | Sul viaggio di Draghi a Kiev – ansa.it e agi.it | Sull’adesione all’UE – ispionline.it


Argyros Singh

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