Collana Editoriale

Recensione: Il sogno dell'isola, di Tamara Marcelli

Recensione: Il sogno dell'isola, di Tamara Marcelli

Recensione: Il sogno dell'isola, di Tamara Marcelli

Libri Recensione di Stefania Bergo. Il sogno dell'isola di Tamara Marcelli (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un romance psicologico: frasi brevi, incisive come lame fredde, una per riga, perché ad ogni lettura ci si deve fermare e respirare per non soffocare.

Ho letto il primo libro di Tamara Marcelli, Il blu che non è un colore, qualche anno fa. Un libro insolito, in parte silloge poetica, in parte monologo teatrale, in parte flusso ordinato di pensieri, commenti e interpretazioni di poesie di autori famosi. Aveva molto da dire in quel libro, la Marcelli, attraverso la passionale poesia e le labbra tormentate di Tara, la protagonista del monologo, che ho sentito subito affine. Una donna sempre sull'orlo del baratro, in equilibrio apparentemente precario: tra due personalità, tra realtà e immaginazione, tra paura e coraggio, tra vita e morte. E ho ritrovato Tara anche in questo romanzo, protagonista indiscussa, lei e l’altalena di emozioni che sempre la contraddistingue.

Tara è una donna che si definisce spesso e con orgoglio “pazza”.

Un’attrice teatrale che ama, oltre l’odore e lo scricchiolio delle assi del palcoscenico, il potersi trasformare, immedesimare, diventare altro da sé e paradossalmente sentirsi se stessa. Detesta il genere femminile con cui non si sente nemmeno in competizione, semplicemente vuole prenderne le distanze. Anzi, pare voler prendere le distanze da tutto. Dalla realtà. Si rifugia nelle notti silenti, a leggere alla luce di una lampada, quasi per avvertire il buio intorno, calda coperta che la tranquillizza e la spaventa allo stesso tempo. La notte è il suo riparo, ma anche il suo tormento, il momento in cui è obbligata a guardarsi dentro, rischiando di farsi male, in cui si materializzano le paure più profonde, i conflitti irrisolti della sua vita, come quello col suo corpo. Inquietudini che non la lasciano dormire. Eppure, Tara sogna...

In Il sogno dell'isola, che definirei un romance introspettivo, c'è anche Lawrence, il vero Amore.

Quella forza travolgente inarrestabile che nemmeno la volontà può fermare, perché il destino è più forte e li vuole unire, oltre le paure di Tara. Lui la raggiunge nell’intimo, riesce quello che nessuno mai era riuscito a fare prima: la mette a nudo e la ama a dispetto di tutto. Della sua "pazzia" e del suo approccio alla vita a volte autodistruttivo. La ama a tal punto da creare con lei delle aspettative per il futuro. Insieme percorrono una strada di sassi e spine, la drammatica ricerca di un figlio che nei sogni di Tara è presente da tempo, è il suo bambino delle stelle che la culla prima ancora che possa farlo lei come madre. Desiderio? Presagio? L’infertilità la angoscia, pagina dopo pagina. Gli insuccessi la devastano e aprono voragini nella sua psiche di cristallo. Vacilla e ci si aspetta che cada da un momento all’altro. Ma Tara non cade mai. La sua fragilità è in realtà solo apparente. Lei è roccia granitica.

Oltre a Lawrence, ci sono diversi personaggi maschili.

In particolare il Poeta e il Musicista, intenzionalmente anonimi. Ricordano artisti bohemien, spiriti liberi, animi maledetti, continuità di essenze, amori simbiotici. Al di là della relazione carnale, impersonano l’incontro di Tara con l’Arte. Il Poeta, in particolare, accende la sua passione per la letteratura, quell’amore totalizzante per i libri. Quando la loro storia finisce, Tara conosce l’inquietudine, quel desiderio ipnotico di morire, l’Uomo nero che visita i suoi sogni trasformandoli in incubi che le tolgono il respiro. E che non la lascerà mai più. Un velo angosciante, tipico di quella poesia che mette a nudo l’anima, graffiando la carne e mostrandone l’essenza. Come se, dopo aver fatto un giro di valzer con i suoi abiti, più che col suo corpo, il Poeta le avesse lasciato in dono l’ispirazione.

A volte si scorgono tratti autobiografici. O meglio, ciascuna di noi potrebbe intravvedere delle assonanze con la propria vita. Tara è una. Ma è anche molte.

Tamara Marcelli racconta una vita inquieta, in balia di un malessere sordo che le fa vomitare l’anima e la bile quando il livello della vita supera il limite di sicurezza; una sterilità che nasce forse prima di tutto nella testa che nelle ovaie pigre e disgraziate; una doppia triste perdita; complicazioni che fino all’ultimo le impediscono di essere semplicemente felice. Una vita quasi esagerata, per la concomitanza di avvenimenti avversi, che pare essere la fusione di molte vite. Le vite delle donne che in lei si identificano. Delle donne che incontra in un forum per madri in attesa. In attesa di realizzare un sogno, di accogliere nel ventre una nuova vita. Eppure, in questo romanzo, c'è anche tanta dolcezza, una successione discreta di piccoli istanti di serenità, come quando, dopo l'apnea e a dispetto di tutto, si stringe tra le braccia un neonato.

Nella narrazione ricorrono spesso elementi della natura.

Il mare, che lambisce l’Isola, le stelle che brillano nel cielo e nei sogni, i cani che umettano il dolore e l’attesa, la neve. La neve che ricopre, che nasconde le asperità della terra sotto una morbida coperta ovattata, rassicurante, che attutisce le grida, i boati, e purifica.
Lo stile della narrazione è lirico: frasi brevi, incisive come lame fredde, una per riga, perché ad ogni lettura ci si deve fermare e respirare per non soffocare. Emerge la profonda sensibilità di Tamara Marcelli, la sua abilità nel descrivere, oltre alle emozioni, i pensieri, facendo percepire chiaramente il ritmo sincopato delle sinapsi e dei respiri.
Una lettura che arricchisce, che fa sperimentare le vertigini, che frulla il cuore e alla fine lo culla, come il silenzio della neve che cade, come le onde del mare.


Il sogno dell'isola

di Tamara Marcelli
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 9788827519424
cartaceo 12,00€
ebokk 2,99€

Sinossi

«La mia vita è tutta qua. La mia follia sempre accanto per non soccombere al tempo, per non ingrigire, risucchiata dalla desolazione del mondo. Spesso serve bloccarsi, respirare e guardare indietro, per poter guardare avanti. Per guardare ad un sogno. E stare tra le stelle.»

Questo romanzo non è semplicemente il racconto di una storia d'amore, in tutte le sue accezioni, ma piuttosto quello di una vita che si interseca con molte altre. Un viaggio nel tempo che rappresenta un viaggio dentro se stessa. Fino alla consapevolezza dei propri incubi più segreti.
È la storia di Tara, la protagonista instabile e romantica, perennemente inquieta, innamorata della Vita, dell'amore e dell'arte. Il suo incontro con un Poeta, con un Musicista e con Laurence, l'uomo che diventerà il suo alter ego e la salverà dall'autodistruzione.
Una vita vissuta intensamente, tra luce e ombra. È la storia di un sogno che, una volta raggiunto, chiude il cerchio e rivive, trasfigurandosi, in nuovi occhi verdi. Nei sogni e nella vita, in un continuo scambio di dimensione e di senso, i segni diventano indizi, vanno colti e compresi.
Ciò che sembra squilibrio e irrazionalità, è emozione e istinto nel momento in cui incontra il mondo reale, le sue maschere, quelle che spesso si è costretti ad indossare per apparire "in linea" e sopravvivere. Ma l’anima va altrove.


Stefania Bergo
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Paola Napoleone presenta: Un modo lo trovo

Paola Napoleone presenta: Un modo lo trovo

Paola Napoleone presenta: Un modo lo trovo

Presentazione Libri Intervista a cura di Silvia Pattarini. Paola Napoleone presenta il suo romanzo d'esordio Un modo lo trovo (PubMe - Collana Gli scrittori della porta accanto): la storia intima di una rinascita dopo una diagnosi di cancro al seno, «una dolorosa lettera al corpo». 

Paola Napoleone nasce e vive a Roma con suo figlio.
Alla laurea in psicologia conseguita presso l'Università La Sapienza di Roma fa seguire un periodo in cui riveste diversi ruoli, partecipando a gruppi di ricerca e di formazione. Attualmente esercita la libera professione.
Un modo lo trovo è il suo libro d'esordio, un romanzo toccante e dall'identità delicata ma decisa.

Un modo lo trovo

di Paola Napoleone
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 978-8833666990
cartaceo 12,50€
ebook 2,99€

Sinossi

Futura è una donna realizzata, piena di vita, che nasconde una storia toccante. Nessuno immagina che abbia combattuto una strenua lotta contro il cancro, se non per l’incauta rivelazione di un’amica nel corso di una cena.
Sarà Futura stessa, spinta da chi le è vicino, ad abbandonare ogni reticenza e a parlare di sé, della malattia, delle preoccupazioni per suo figlio, del rapporto blindato con il padre di lui, medico e alleato nella battaglia.
A poco a poco la paura e lo sgomento iniziali lasciano spazio al coraggio e alla determinazione di guarire, all’ansia di lasciarsi alle spalle una parentesi intervallata da chemioterapia, interventi invasivi, radioterapia. Futura si confronta con se stessa, a caccia dell’innocua lusinga di una distrazione, di una routine salvifica. Realizza la metamorfosi dello spirito e del corpo, la propria fragilità e la necessità di adattarsi alla trasformazione in corso, di proteggersi da ingerenze indiscrete, di non elargire a chiunque la propria dimensione privata.
Vagando tra “ferite e cicatrici”, si confronta con emozioni contrastanti e dolorose che la accompagnano nel suo viaggio.
Grazie alla scrittura, Futura si toglie “la maschera di normalità” indossata di fronte agli altri, mostrando ciò che qualcuno, tuttavia, ha già letto tra le righe: la voglia di vivere, l’ansia di recuperare il tempo perduto, di lasciarsi ogni cosa alle spalle.


L'autrice racconta



Diamo il benvenuto a Paola Napoleone nel blog Gli scrittori della porta accanto. Rompiamo il ghiaccio con una domanda d'obbligo: com’ è nato il progetto di questo libro, è nata prima la trama o prima il titolo?

Non essendo una scrittrice, nessun progetto, almeno fino a quando non ho incontrato la protagonista, Futura. Il progetto nasce insieme alla trama. Desideravo che lei raccontasse il suo viaggio nel tumore, ma mi sorprende e si trasforma in un libro nel libro: Futura non racconta soltanto ciò che si conosce, ma descrive le sensazioni del momento, a me il compito di ricucire il tessuto della sua pena con rispetto e onestà delle emozioni in cui ha navigato. Il titolo è successivo, durante il nostro primo e unico incontro.
“Un modo lo trovo” è un personale intercalare, un aforisma che nella vita l’ha accompagnata ad affrontare ogni ostacolo, compresa la malattia, immediatamente ho pensato che fosse l’unico titolo possibile. Chi ha letto il libro credo condivida la mia scelta.

Con Un modo lo trovo affronti un tema drammatico. Ce lo vuoi accennare?

Un modo lo trovo è tratto da una storia vera. Conosco Futura per caso, benché sia amica delle mie amiche. In campagna, una serata estiva tra amici, in una piacevole atmosfera tra musica, risate, ricordi. Quando, inaspettatamente una delle nostre amiche racconta un aneddoto del tempo in cui lei e Futura erano in chemioterapia. L’atmosfera piacevole si gela, ma è un attimo, perché Futura distoglie l’attenzione da sé, coinvolgendo tutti noi nel ritmo appassionato di una salsa cubana. Da quel momento scatta la psicologa che è in me. È un tema di cui si parla molto in tutti i modi e ovunque, si racconta la malattia parlando di rinascita e cambiamento, perché questa reticenza? Da lì molte domande. Tra le tante mi sono chiesta, ma cosa succede tra la diagnosi e la guarigione? Desideravo scoprire, approfondire le tappe di un percorso che immaginavo intriso di emozioni contrastanti e turbolente, ma molte invisibili e inconfessate che abitano nella sofferenza. Una finestra emotiva sulla malattia e sulle cure con cui Futura si allea. È la messa a fuoco su quello spazio temporale, in cui Futura riesce a trasformare le sensazioni fisiche sul corpo, in un percorso introspettivo che la guida nella preziosa dimensione della consapevolezza.

Si dice che lo scrittore sia un “ladro di vite”. Per creare i tuoi personaggi, oltre a Futura, hai “rubato” la vita a persone di tua conoscenza o sono personaggi frutto di fantasia?

Alcuni personaggi li ho incontrati lavorando sugli appunti di Futura, altri sono persone di mia conoscenza a cui ho dato voce per sapere di Futura. Attraverso di loro sono riuscita a comprendere la lettura dei suoi stati d’animo, delle sue sfumature a cui ho potuto dare forma rendendo, spero, leggibile il suo tragitto.

Secondo te la storia fa il personaggio, o il personaggio fa la storia?

Non credo si possa dare una descrizione così netta. Secondo me sono in un rapporto dinamico e di reciprocità. Il personaggio affronta la realtà che lo circonda con il suo atteggiamento mentale ed emotivo frutto della sua storia personale. Nel personaggio c’è il suo modo di amare, ci sono i suoi limiti le sue risorse, le sue difese. Il suo modo di funzionare ha la potenza di trasformare l’andamento degli eventi e le risposte degli interlocutori che ne fanno parte.

Italo Calvino citava così: «Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto». Tra le righe di Un modo lo trovo si cela qualche messaggio particolare che il lettore dovrà scoprire?

Leggendo e raccontando Futura mi accorgevo che lei stessa mi stava offrendo l’opportunità di dare spazio e condividere la mia idea sulla sofferenza, certamente una dimensione faticosa, ma che, se percorsa permette di attingere a preziose risorse che alloggiano nel nostro mondo interiore, spesso offuscate. La sofferenza, il dolore è un’emozione inconfondibile. Interpretare il nostro sentire spesso spaventa e si preferisce distogliere l’attenzione, ignorando che il confronto onesto con noi stessi significa raggiungere il nostro lato in ombra, che fuggendo resterebbe lì, in un angolo taciuto e trascurato senza avere la possibilità di esprimersi. Per questa ragione, mi piacerebbe che il lettore “sentisse” quello che Futura descrive sul corpo e sente nella sua anima. Il suo è un percorso introspettivo completo, impegnativo, ricco di emozioni dolorose, ma anche solcato da leggerezza e ironia.


C’è una domanda che avresti voluto ti facessi? E quale sarebbe la risposta?

Ti piacerebbe essere una scrittrice?
Assolutamente sì. Grazie a Futura ho capito che la mia formazione in fondo può essere uno stimolo, un’opportunità per sviluppare, approfondire, scrivere e condividere temi importanti con cui siamo in contatto quotidianamente.

Molto bene! Hai già progetti per il futuro, quindi?

Un libro in fase conclusiva, redatto durante il lockdown, a quattro mani, con Giusy Giambertone esperta in Tricoprotesica. È un lavoro che si inserisce in un progetto di Psicotricologia che stiamo mettendo in piedi.

Bene, anche tu hai approfittato di questa pausa per dar seguito alla tua vena creativa! Attendiamo il tuo secondo lavoro, allora.
Ringrazio Paola Napoleone per essere stata con noi, in bocca al lupo con Un modo lo trovo e per i progetti futuri.

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
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Athlete A: un documentario Netflix original

Athlete A: un documentario Netflix original

Athlete A: un documentario Netflix original

Cinema | Netflix Di Elena Genero Santoro. Athlete A, un documentario Netflix original: violenza e abusi sessuali nel mondo della ginnastica artistica USA.

Il mondo della ginnastica artistica mi ha sempre affascinata moltissimo, tanto che a un certo punto della mia giovinezza l’ho praticata in prima persona, pur senza mai raggiungere i risultati eccelsi delle atlete che si vedono in TV. E anche se so ancora fare la ruota, so che volteggiare su una trave e atterrare in equilibrio su un piede solo è parecchio difficile.
La televisione, tra i vari Tu si que vales, Cirque du soleil e Italia’s got talent ci ha abituato a numeri acrobatici di livello altissimo, sempre diversi, sempre stupefacenti, per cui quando vediamo uno che cammina sulle mani senza aggiungere altre acrobazie, ci sa di già visto. Ma quanti di noi sarebbe in grado di camminare sulle mani o mettersi anche solo a testa in giù? E quanta fatica e quanto sforzo sono necessari a chi spera di arrivare addirittura alle olimpiadi?

Athlete A è un documentario di Netflix che racconta uno scandalo sessuale che nello scorso quinquennio ha investito le atlete della ginnastica artistica americana.

Quelle che sono arrivate nel 2016 alle olimpiadi di Rio de Janerio e hanno vinto e stravinto, portandosi a casa ceste intere di medaglie.
Chi non ha presente Simone Biles, atleta nera allora diciannovenne, che divenne il mito delle ultime olimpiadi?
Bene, tutte queste atlete, e centinaia di loro compagne, per decenni, sono state vittime di abusi sessuali da parte di Larry Nassar, il loro medico sportivo.
Si parla di almeno cinquecento vittime, eppure questi abusi si sono protratti per molti anni senza che nessuno fiatasse, finché nel 2015 Maggie Nichols - l'atleta A - denunciò (giocandosi probabilmente la convocazione a Rio) e dopo di lei altre ragazze, finché la facciata di perbenismo non franò tutta insieme.
Attualmente Larry Nassar rischia 175 anni di carcere.

Ma come è stato possibile tutto questo? E perché questo silenzio? Perché le vittime non hanno denunciato prima?

Concorrono a questa spiegazione una serie di fattori e concause che hanno reso possibile il protrarsi degli abusi con l’insabbiamento da parte della USA Gymnastics che ha coperto Nassar a lungo.
Ma facciamo un salto indietro. Un salto (mortale) di qualche decennio. Fino all’inizio degli anni Sessanta, se si riguardano i vecchi filmati d’archivio, le atlete olimpiche che praticavano la ginnastica artistica avevano l’aspetto di donne adulte. Erano donne adulte. Facevano una ruota aggraziata, si mettevano in posa, et voilà, la prova era terminata.

Il mito della ginnastica artistica attuale si consolidò alle olimpiadi del 1976 quando la quattordicenne Nadia Comaneci, con i suoi perfect ten, si esibì in numeri tanto graziosi quanto complicati.

Nadia Comaneci era snella, elastica, flessuosa, con una tecnica impeccabile. Non sbagliò una virgola, né una presa. I suoi atterraggi furono perfetti. Dieci in tutto. Vittoria.
Divenne un mito per molte ragazzine, me compresa, e da quel momento la ginnastica artistica si fece largo nel cuore della gente e delle giovani atlete.
Ma cosa c’era dietro Nadia Comaneci, dietro alla sua leggerezza, dietro all’apparente naturalezza con cui volava da una parallela all’altra? C’era il regime di Ceausescu. C’erano allenamenti durissimi, sfinenti. C’era la ricerca ostinata della perfezione a qualunque costo. C’erano i coniugi Bela e Màrta Karolyi, i suoi allenatori, che operavano con tutta la violenza prescritta dai metodi del regime.
Ed è con i Karolyi che la storia di Nadia Comaneci si intreccia con quella delle atlete americane.
I Karolyi scapparono in America come rifugiati politici. Ottennero la cittadinanza. E iniziarono ad allenare ragazze, forti dei successi di Nadia.
Misero su una scuola, un ranch in cui le ragazze che ambivano alla fama olimpica trascorrevano la maggior parte del loro tempo, separate dai loro genitori. E continuarono con metodi coercitivi, umilianti, violenti, come in Romania. Picchiavano le atlete, le insultavano quando non eseguivano correttamente l’esercizio, imponevano loro regimi dietetici al di sotto delle mille calorie giornaliere, le facevano sentire grasse, incapaci e inadeguate. Continuamente.


Stiamo parlando di ragazzine, bambine o poco più, tutte minorenni, tutte lontane dai genitori.

Giovani donne con una personalità non ancora formata che, divenute vittime dell’abuso quotidiano, presto ne divennero assuefatte. Lo consideravano la normalità, il prezzo da pagare per realizzare il loro sogno.
Ed è qui che entra in scena Larry Nassar. Sposato, con il viso rassicurante del buon padre di famiglia, era il medico sportivo al ranch dei Karolyi. Si presentava come l’amico buono, quello che ascoltava le ragazze, che regalava loro cibo e caramelle. Le atlete si fidavano di lui. E lo lasciavano fare quando, durante i trattamenti, praticava loro penetrazioni anali e vaginali, giustificandole come manovre mediche. Non si ribellavano anche se si sentivano a disagio. Perché lui era quello simpatico. Quello che le difendeva.

Perché l’abuso porta all’abuso, crea terreno fertile per nuovi soprusi.

La violenza praticata con costanza condiziona la mente di chi la riceve, riduce l’autostima, abbassa la soglia di accettazione per altre violazioni.
Crea nella vittima la dissonanza cognitiva. Rende impossibile riconoscere un mostro, tanto più se si nasconde sotto sembianze gentili e affettuose.
Oggi tutte queste donne, molte delle quali ormai adulte, si definiscono delle sopravvissute e stanno cercando di voltare pagina.


Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
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Libri al cinema:  Todo modo, di Leonardo Sciascia

Libri al cinema: Todo modo, di Leonardo Sciascia

Libri al cinema:  Todo modo, di Leonardo Sciascia

Cinema Recensione di Davide Dotto. Todo modo è un romanzo di Leonardo Sciascia, intriso di politica e cultura, portato sullo schermo da Elio Petri, con Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni e musiche di Ennio Morricone.

In apparenza Todo Modo di Leonardo Sciascia ha un intreccio semplice. Un pittore entra per caso in un curioso albergo-eremo. Programma di assistere – senza prendervi parte – agli esercizi spirituali dei suoi ospiti. Si prevedono quattro turni. Il più importante riguarda ministri, deputati, sottosegretari, notabili. Gli eventi, a causa di una serie di morti violente, non tardano a precipitare.
L’opera, pubblicata nel 1974, è una denuncia contro il potere e il modo di servirsene. Dal libro è stato tratto il film della regia di Elio Petri.

Profondamente incardinate nella attualità e nella storia politica degli anni Settanta, romanzo e pellicola sembrano imprigionate nell’epoca in cui sono state concepite. 

Sono la presa diretta di un presente fattosi storia; in sottofondo il compromesso storico; la crisi petrolifera; la legge sul divorzio; il disastroso referendum inteso ad abrogarla; il terrorismo, culminato più tardi nel rapimento Moro.
Venisse oggi scritto o girato, Todo Modo necessiterebbe di un lessico diverso. Quello utilizzato è troppo legato all’ideologia del tempo. È un inconveniente non da poco per autori politicamente impegnati.

Todo modo di Leonardo Sciascia è un testo breve con riferimenti colti. Cita una novella di Boccaccio, Origene, lo Pseudo Dionigi e soprattutto sant’Ignazio di Loyola.

Il rapporto tra potere e cultura è strettissimo. Non per nulla, si diceva, Luigi XIV aveva la stessa istruzione di Racine.
Il film di Elio Petri è una trasposizione piuttosto libera del racconto di Sciascia. Ciò che nel libro è taciuto, viene reso esplicito, l’aderenza all'attualità si fa totale, radicale e stridente. I personaggi ritratti richiamano correnti politiche precise, il Presidente interpretato da Gian Maria Volonté rievoca Aldo Moro. Cosa che, a seguito del drammatico epilogo che conosciamo, rese la pellicola non proiettabile.

Todo modo
Libri al cinema: Todo modo, di Leonardo Sciascia

Todo modo

REGIA Elio Petri
SOGGETTO Leonardo Sciascia
SCENEGGIATURA Elio Petri, Berto Pelosso
PRODUTTORE/PRODUZIONE Daniele Senatore, Cinevera
DISTRIBUZIONE PIC
MUSICHE Ennio Morricone
FOTOGRAFIA Luigi Kuveiller
ANNO 1976
CAST Gian Maria Volonté, Franco Citti, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato

Le differenze tra film e romanzo sono marcate.

Se nelle pagine prevalgono il ragionamento e la riflessione filosofica, nel film prende piede un registro severo, quasi fondamentalista. La relazione tra la classe dirigente e la Chiesa si fa più stretta. I linguaggi (religioso e politico) si confondono insieme ai ruoli: l’uomo di potere si trasforma in predicatore, l’uomo di Chiesa (don Gaetano, interpretato da Marcello Mastroianni) ha le mani in pasta nei pubblici affari.
Di lui il regista ha accentuato l’aspetto volitivo, inquietante, a tratti demoniaco. Se ve ne fosse stato bisogno, a sottolineare la corruzione diffusa, non fa difetto un blasfemo furto di ostie consacrate. Né manca una tesi complottista che individua un messaggio cifrato tra le sigle delle società pubbliche di cui le vittime sono presidenti (todo modo para buscar la voluntad divina).
Gli esercizi spirituali valgono una maratona e raccolgono meditazioni sulla colpa: «Ora io vi chiedo qual è il vostro peccato personale, il peccato di un uomo del potere?» domanda don Gaetano.
La risposta non rimane sottintesa: è il potere e il suo esercizio. Senza di esso non sussisterebbe nemmeno il peccato. Sarebbe facile costruirvi intorno un alibi, ben espresso nel monologo di Toni Servillo nel film Il Divo di Paolo Sorrentino, il quale vede nel potere una mostruosa e inconfessabile contraddizione.


Nel film di Elio Petri, l’invito a restituire il maltolto non significa cambiare rotta o optare per il buon governo.

Vi si aggiunge la pesante rinuncia alle insegne del potere: una pretesa insostenibile quanto la coscienza che obbliga a rispondere e non tanto «a parlar difficile solo se non si ha niente da dire».
Elio Petri porta alle estreme conseguenze il romanzo di Sciascia.
L’incapacità di abdicare al potere implica la difficoltà di arrestare la crisi che partiti e correnti vogliono risolvere, ma anche l’impossibilità di sfuggire al proprio supplizio. Inutile abbandonare l’eremo, luogo in cui vengono alla luce misfatti e si commettono inquietanti delitti. 
Superfluo, nel contesto del giallo, persino individuare un colpevole (o dei colpevoli) in carne e ossa.

Davide-Dotto

Davide Dotto
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Scrittori: intervista a Matteo Magnani

Scrittori: intervista a Matteo Magnani

Scrittori: intervista a Matteo Magnani

Caffè letterario A cura di Silvia Pattarini. Intervista ad Matteo Magnani, in tutti gli store online con il romanzo storico Beati i poveri di spirito (PubMe Editore): «Non riesco a immaginarmi senza scrittura o definirmi senza lettura».

Diamo il benvenuto a Matteo Magnani. Grazie per avere scelto il nostro web magazine culturale Gli Scrittori della Porta Accanto. Com'è nata l'esigenza di scrivere Beati i poveri di spirito?

Anche se potrebbe suonare strano, l’episodio culminante di questo libro (che non svelerò) è stato un sogno. Per di più un sogno basato su una particolare serie di circostanze: mio nonno, persona che definire affabulatrice sarebbe stato poco, mi aveva ripetuto, tanti anni fa, il racconto che gli aveva fatto a sua volta sua nonna. Questa donna, nata nel 1836 durante il Regno Lombardo Veneto, aveva assistito da bambina all’evento attorno al quale ruota tutta la narrazione del mio libro. Per sapere più in dettaglio di che cosa si tratti… non rimane che leggere il romanzo!

Ci ricordi i titoli delle tue precedenti pubblicazioni?

Le mie opere precedenti sono state tre raccolte di racconti che ho autopubblicato con Amazon: Avere metodo, La maggior parte dei problemi (non ha soluzione) e Elementi. Aggiungo che, a richiesta, allegavo gratuitamente al secondo libro una dimostrazione logico-matematica rigorosa dell’affermazione contenuta nel titolo. Per la cronaca: nessuno me l’ha mai richiesta. Evidentemente certe cose si preferisce ignorarle…
Questo è il primo libro che pubblico con una casa editrice, la PubMe, per la collana Iomeloleggo.

Beati i Poveri di Spirito: perché hai scelto proprio questo titolo?

L’ho sempre trovata una frase molto evocativa. Fa parte del famoso discorso della Montagna, tenuto da Gesù nel corso delle sue predicazioni. E tuttavia… è anche un falso storico. Nella versione originaria di Luca non era presente la specificazione (in realtà la limitazione) “di spirito”, che è stata aggiunta solo nella Vulgata di Matteo. Il passo suonava così molto più eversivo: “Beati i poveri”. Anche se non è da sottovalutare nemmeno quanto possa suonare strano proclamare: “Beati i poveri di spirito”, cosa non molto diversa dal dire: “Beati gli stupidi”.
Nel mio romanzo parlo di tre contadinelli mantovani che possono rientrare, nonostante il sincero affetto che provo per loro, in entrambe le classificazioni.

Matteo Magnani ci riveli qualche indiscrezione sulla trama, così da farci addentrare meglio nel tuo contesto?

Gli avvenimenti descritti nel romanzo hanno il loro inizio e la loro causa scatenante nello scherzo innocente che tre contadini, un malaugurato giorno, decidono di architettare. Di per sé non avevano in mente che di farsi due risate. E tuttavia scateneranno, con quel loro gesto, una incredibile serie di conseguenze sempre più gravi e preoccupanti, che né loro né nessuna delle persone coinvolte sarà più in grado di dirigere o di governare. Non ci riuscirà il Commissario Distrettuale che serve sotto l’amministrazione austriaca, né l’astuto cancelliere che governa gli uffici anagrafici. E quando ci proveranno l’Avvocato difensore, il Parroco del paese o il figlio del Notaio, c’è da scommetterci che riusciranno solo a ingarbugliare ancor più la faccenda.

Perché consiglieresti il tuo romanzo?

Il romanzo si situa a metà strada fra due esigenze differenti e per certi versi opposte: da una parte la volontà di raccontare la vita quotidiana di persone vissute oltre centocinquanta anni fa, ai tempi del Lombardo Veneto. Dall’altra parte e quasi in antitesi con questa istanza realista, c’è quella di raccontare una favola non molto diversa da quella che avrebbe potuto raccontare una persona presente agli avvenimenti, molti anni dopo, ai propri nipoti. In questo modo la stessa realtà si ingigantisce di esagerazioni, di personaggi grotteschi eppure non per questo meno veri. Ecco, io consiglierei il libro a chi ama questo tipo di mescolanza fra reale e immaginario, che in fondo sono concetti che, ai tempi delle vicende raccontate, avevano probabilmente dei confini molto meno marcati. Oppure dei confini che non passavano necessariamente lungo le stesse convinzioni e le stesse idee che possiamo avere noi oggi sul senso della vita e su che cosa spinga avanti il mondo, giorno dopo giorno.
Beati i poveri di spirito

Beati i poveri di spirito

di Matteo Magnani
PubMe
Narrativa storica
ISBN 978-8833666402
ebook 1,99€
cartaceo 12,35€

Quanto ti ha coinvolto emotivamente la stesura di questo romanzo?

Questo libro, anche in parte per la sua origine “genealogica”, è un libro verso il quale ho sempre sentito una grande familiarità. Certo potrebbe sembrare strano che il racconto di personaggi immaginari e vicende accadute così lontano nel tempo possa suonare più immediato di parlare del tempo presente. Ma si tratta di un passato mitico, che ho infarcito di personaggi e caratteri che, per lo più, è stato mio nonno a raccontarmi nel corso degli anni. Anzi, mi sono trovato ad avere così tanto materiale fra le mani che non escludo di scrivere, prima o poi, un seguito alle vicende raccontate. Un po’ come quando si fa l’impasto per i tortelli di zucca ma se ne fa così tanto che ci si ritrova con meno sfoglia di quella che sarebbe servita: forse varrebbe la pena mettersi a stendere altra sfoglia (per citare un altro ambito, la cucina mantovana, che mi coinvolge emotivamente parecchio).

Se potessi esprimere con un'immagine ciò che rappresenta veramente per te la scrittura, quale sarebbe?

Dico una cosa forse un po’ strana, provenendo da una persona che scrive. E tuttavia ammetto che l’immagine che mi faccio della scrittura o, meglio, del mio personale modo di vivere la scrittura non è un’immagine del tutto positiva. Mi ricorda piuttosto una di quelle immagini che circolano su internet di enormi voragini che si aprono all’improvviso in mezzo a una strada, in un bosco o persino in un lago, prosciugandolo. Dico questo avendo in mente il tempo che la scrittura mi richiede, anzi: che pretende. Che è tempo per forza di cose sottratto a qualcos’altro.

Scrivere, a volte, diventa terapeutico. Ma non credo sia solo questo lo scopo del tuo libro. C’è qualche altra motivazione?

Come dicevo, più che cercare un effetto terapeutico è piuttosto un cedere senza ritegno a un istinto ossessivo-compulsivo che può essere in parte quello del classificare l’esistente e in parte quello di costruirne una versione alternativa, più appagante. Non è un caso, citando una delle mie letture preferite, che i paladini dell’Orlando Furioso siano nati nei momenti di riposo di un impegnatissimo segretario di stato alla corte degli Estensi. Chissà quanto di quello che vedeva tutti i giorni Ludovico Ariosto, quante insulse chiacchiere di cancellieri, dignitari, ciambellani, buffoni, creditori, poeti, venissero poi ribaltate o sublimate in ciò che scriveva. Ecco, pur arrossendo fino alla radice dei capelli alla sola idea di una comparazione, ciò che voglio dire è che mi ritrovo molto nel concepire lo scrivere come un continuo travasare di idee, di concetti e di sensazioni da una parte all’altra dello specchio che divide la realtà esteriore da quella interiore. E poco importa se a farsi carico di questa fatica è uno scrittore di genio o un dilettante. È un po’ come se si somministrasse la stessa medicina a un premio Nobel o a un povero ignorante: possiamo solo immaginare che li curerebbe allo stesso modo.

Ringraziamo tantissimo Matteo Magnani per essere stato ospite degli Scrittori della porta accanto e, anche a nome dei nostri lettori, gli auguriamo in bocca al lupo per suoi progetti futuri.

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
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Canzoni come Poesie: «Afterglow» di Ed Sheeran

Canzoni come Poesie: «Afterglow» di Ed Sheeran

Canzoni come Poesie: «Afterglow» di Ed Sheeran

Musica Di Tamara Marcelli. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: «Afterglow» l'ultimo singolo del cantautore Ed Sheeran.

Edward Christopher Sheeran è nato in Inghilterra il 17 febbraio 1991, è cantautore e polistrumentista (chitarra, pianoforte, percussioni, violino).
La sua carriera inizia nel 2006 quando pubblica il suo primo album Ed Sheeran con etichetta Sheeran Lock e comincia a farsi conoscere esibendosi nei locali londinesi. Nel 2007 pubblica il secondo album Want Some?. Nel 2010 si trasferisce a Los Angeles e si fa notare dal produttore e attore americano Jamie Foxx. Nel 2011 pubblica l'album +, firmando il contratto con la Atlantic, e il singolo «The A team» lo fa conoscere al grande pubblico. Da quel momento in poi inizia la sua scalata al successo. L'album guadagna numerosi dischi di platino e d'oro in diversi Paesi in tutto il mondo. Nel 2014 pubblica il quarto album, X , per la Atlantic, con il quale conferma il successo a livello internazionale. Nel 2017 esce il quinto album, ÷, che contiene i singoli «Shape of you» e «Perfect» – imperdibile la versione di «Perfect» con Andrea Bocelli: quando la Musica è vera Arte....
Nel 2019 esce il sesto album, No.6 - Collaborations Project, che contiene i singoli «I don't care», «Cross me» e «Blow».
Ha vinto numerosissimi premi: British Awards, BT Digital Music Awards, Grammy Awards, MTV Music Awards, Q Awards, Teen Choice Awards, IHearth Radio Music Awards.

«Afterglow» è il suo ultimo singolo di Ed Sheeran, uscito a dicembre 2020 come regalo di Natale ai suoi fans.

Il brano rappresenta il suo ritorno sul panorama musicale internazionale dopo una lunga pausa.
«Afterglow» è disponibile su tutte le piattaforme digitali, come ad esempio Spotify o Amazon Music Prime o Unlimited.
Stop the clocks, it’s amazing
You should see the way the light dances off your head
A million colours of hazel, golden and red
Saturday morning is fading
The sun’s reflected by the coffee in your hand
My eyes are caught in your gaze all over again

We were love drunk, waiting on a miracle
Trying to find ourselves in the winter snow
Oh, I won’t be silent and I won’t let go
I will hold on tighter ‘til the afterglow
And we’ll burn so bright ‘til the darkness softly clears

Oh, I will hold on to the afterglow
Oh, I will hold on to the afterglow

The weather outside’s changing
The leaves are buried under six inches of white
The radio is playing “Iron & Wine”
This is a new dimension
This is a level where we’re losing track of time
I’m holding nothing against it, except you and I

We were love drunk, waiting on a miracle

Trying to find ourselves in the winter snow
So alone in love like the world had disappeared
Oh, I won’t be silent and I won’t let go
I will hold on tighter ‘til the afterglow
And we’ll burn so bright ‘til the darkness softly clears

Oh, I will hold on to the afterglow
Oh, I will hold on to the afterglow
Oh, I will hold on to the afterglow
Oh, I will hold on to the afterglow


Ferma gli orologi, è fantastico
dovresti vedere il modo in cui la luce danza sulla tua testa
un milione di colori di nocciola, oro e marrone
la domenica mattina sta passando
il sole riflesso dal caffè nella tua mano
i miei occhi catturati dal tuo sguardo di nuovo

Eravamo ubriachi d’amore, aspettando un miracolo
cercando di ritrovarci nella neve invernale
così soli nel nostro amore come se il mondo fosse scomparso
oh, non starò in silenzio e non lascerò andare
resisterò fino alla luce del tramonto
e bruceremo così forte fino a che l’oscurità se ne andrà delicatamente

Oh, resisterò fino alla luce del tramonto
oh, resisterò fino alla luce del tramonto

Il tempo fuori sta cambiando
le foglie sono coperte sotto sei centimetri di bianco
la radio sta passando “Iron & White”
questa è una nuova dimensione
un livello in cui stiamo perdendo la cognizione del tempo
non sto reggendo niente per contrastarlo, a parte te e me

Eravamo ubriachi d’amore, aspettando un miracolo
cercando di ritrovarci nella neve invernale
così soli nel nostro amore come se il mondo fosse scomparso
oh, non starò in silenzio e non lascerò andare
resisterò fino alla luce del tramonto
e bruceremo così forte fino a che l’oscurità se ne andrà delicatamente

Oh, resisterò fino alla luce del tramonto
oh, resisterò fino alla luce del tramonto
oh, resisterò fino alla luce del tramonto
oh, resisterò fino alla luce del tramonto

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Testo © Universal Music Publishing Group, Kobalt Music Publishing Ltd.


Tamara-Marcelli

Tamara Marcelli
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