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Non tutte le bambine ribelli giocano a calcio o vincono il Nobel

Non tutte le bambine ribelli giocano a calcio o vincono il Nobel

Non tutte le bambine ribelli giocano a calcio o vincono il Nobel

Di Stefania Bergo. Le bambine oggi sono incoraggiate a essere ribelli, a cimentarsi in attività ritenute maschili, confrontarsi con i loro amici o con le donne celebri della Storia. Questo rischia di essere l'ennesima imposizione di una società che ci vorrebbe in un determinato modo.

Storie della buona notte per bambine ribelli. Le donne son guerriere. 26 ribelli che hanno cambiato il mondo. Donne della Storia. Donne che lasciano il segno.
Negli ultimi anni la letteratura, il cinema e alcuni brand di giocattoli stanno viaggiando di bolina verso una nuova direzione: le bambine possono fare quello che vogliono. Contro i più radicati stereotipi femminili possono ribellarsi e cimentarsi in campi finora ritenuti maschili, diventando scienziate, cantanti, sportive, viaggiatrici. Passare alla Storia come la donna che ha vinto il Nobel, fatto il record del mondo o sfondato un arcaico portone andando contro lo status quo dell’epoca.

Io ho una bambina di nove anni e qualche giorno fa riflettevo sul fatto che possa sentirsi in dovere, per essere ribelle, di dimostrare di essere migliore dei suoi amici maschi o cimentarsi in qualcosa che sia etichettato come maschile, boicottando le attività ritenute femminili.

Una bambina di oggi è spinta a essere ribelle, così come fino a qualche tempo fa era incoraggiata ad essere composta, docile e tranquilla. Perché essere ribelle, andare contro chi vorrebbe porle dei limiti solo in virtù del suo essere femmina, è, oltre a un diritto, anche un dovere sociale. Ma spesso, essere ribelle vuol dire dover dimostrare qualcosa. Perché le bambine ribelli fanno attività finora ritenute prettamente maschili e da grandi diventano donne leggendarie con cui riempire nuovi libri di Storia. Perché le donne ribelli la Storia la cambiano proprio e con gran fragore, uscendo dall’anonimato. Le donne ribelli lasciano il segno.
Ma essere ribelli misurandosi coi coetanei o distinguersi dalla massa eccellendo in qualche campo non è a sua volta l’imposizione di una società che ci vorrebbe in un determinato modo?


Ancora una volta alla donna viene imposto qualcosa, fin da piccola. Sii ribelle. Gioca a calcio, conduci qualche battaglia o vinci il premio Nobel per la fisica. 

Leggi solo storie di donne celebri, abolisci il rosa dai tuoi vestiti. Perché è così che fanno le bambine ribelli, le adolescenti toste, le donne forti. Non si fanno dire come vivere la loro vita.
O forse sì.
Perché magari a quelle bambine il rosa piace davvero, non perché sia da femmina, o hanno una vera passione per la danza classica mentre odiano il calcio e qualsiasi altro sport competitivo oppure non sono interessate a Frida Kahlo o Rita Levi Montalcini come esempi cui assurgere ma solo per cultura generale.
Mi sono chiesta: oltre a doversi confrontare con i suoi coetanei maschi, c'è il rischio che una bambina si senta in dovere di misurarsi anche con le donne celebri della storia?

È giusto che le bambine abbiano dei modelli cui ispirarsi. Ma senza il peso della performance a tutti i costi.

È giusto che le bambine abbiano dei modelli cui ispirarsi. Soprattutto se questi modelli dimostrano che una donna può fare le stesse cose degli uomini, se lo vuole davvero, e non essere da meno, anzi, in alcuni casi decisamente migliore. Ma non necessariamente questo implica che debbano dimostrare di essere la novella Jeanne Baré e partire per il giro del mondo da sole. Il confine tra ispirarsi a un modello e sentirsi da questo schiacciate è molto sottile. Le bambine possono essere ribelli anche solo non lasciandosi condizionare nella semplice, noiosa vita di tutti i giorni, senza il peso della performance a tutti i costi. In ogni caso, non devono dimostrare nulla. Il mondo è pieno di bambine e donne ribelli di cui nessuno saprà mai l’esistenza. Perché non vinceranno alcun premio,  perché non eccelleranno in alcuna disciplina, non cambieranno da sole alcuna legge.

Quello che deve sapere, una bambina, è che può ribellarsi anche nella semplicità di un no qualunque. Non è chiamata a dimostrare ossessivamente qualcosa. 

Non si tratta di boicottare le attività ritenute femminili, si tratta di far saltare queste anacronistiche etichette, scegliendo semplicemente secondo le proprie inclinazioni. Perché essere ribelle non significa sporcarsi di fango quando si gioca o sbucciarsi le ginocchia andando sullo skateboard o mettersi in competizione con i propri coetanei. Una bambina ribelle può giocare con le bambole o vestirsi di rosa, se lo vuole. Non deve dimostrare nulla. Perché è consapevole che scegliere è un diritto senza discriminazione di genere, per lei, le sue amiche e i suoi amici. Una bambina ribelle semplicemente rifiuta etichette e imposizioni. Una bambina ribelle è consapevole che non dovrebbe esserci nulla cui ribellarsi.


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Osimo, nuovo Centro della Lega del Filo d’Oro: accesso gratuito alla tecnologia per sordo-ciechi

Osimo, nuovo Centro della Lega del Filo d’Oro: accesso gratuito alla tecnologia per sordo-ciechi



Il nuovo Centro di ricerca di Osimo voluto dall’associazione italiana Lega del Filo d’Oro, dove i sordo-ciechi possono usufruire di tecnologie assistive gratuite.

In Italia si stima che siano circa 189.000 le persone che soffrono di sordocecità e, nella maggior parte dei casi, finiscono relegate nelle abitazioni anche per via di ulteriori forme di disabilità. Per fortuna c’è chi da anni si occupa del benessere psicofisico di queste persone in un Centro di ricerca a Osimo, nelle Marche, che è stato di recente rinnovato e ampliato. Si tratta di una struttura voluta dall’associazione italiana Lega del Filo d’Oro e composta da nove edifici, 37 unità di supporto medico, tra ambulatori e laboratori per l’attività occupazionale, 40 aule dedicate alla formazione e alla didattica, 4 palestre per fare fisioterapia e due piscine idroterapiche. In ultimo, per sostenere i familiari dei disabili ci sono anche delle foresterie adibite ad alloggio.

Il Centro di ricerca di Osimo della Lega del Filo d’Oro.

Il Centro nazionale è già in piena attività da diverso tempo per accogliere ogni anno oltre 900 pazienti provenienti da tutta Italia. Si tratta di bambini con problemi quasi sempre molto gravi, di cui si prendono cura oltre 600 dipendenti e altrettanti volontari, che fanno ogni sforzo per trasformare il quadro clinico disperato in una diagnosi funzionale, mirata a scoprire il particolare meccanismo vitale che anima il singolo soggetto, considerandolo una risorsa piuttosto che un ostacolo. Un ambiente, quello del Centro di Osimo, realizzato appositamente per chi percepisce il contesto circostante in maniera diversa, misurando asperità e spessore col tatto invece che con l’udito e la vista. Un centro realizzato per due terzi grazie alle donazioni benefiche indirizzate proprio alla Lega del Filo d’Oro, una onlus che porta avanti progetti per i bambini dal 1964. Nel Centro di Osimo tra l’altro questa associazione offre gratuitamente ai pazienti la possibilità, alla fine del percorso riabilitativo, di continuare ad approfittare dei servizi disponibili.

Le tecnologie assistive di ultima generazione messe in campo.

Nel Centro di Osimo la prima cosa che gli operatori imparano ad affrontare è la consapevolezza di avere a che fare con persone che vivono una condizione di totale isolamento. Niente luce, niente suoni e nessuna possibilità di comunicare con le parole. Una situazione che, in molti casi, si accompagna anche a delle minorazioni intellettive, causate dall’isolamento e dalla mancanza di stimoli, quando non sono addirittura patologiche. E come se non bastasse, si aggiungono anche dei deficit motori e problemi di tipo comportamentale. La mente umana, d’altronde, almeno in condizioni di normalità, riceve il 95% dell’apprendimento da vista e udito, per cui in mancanza di questi stimoli non ha gli strumenti per potersi formare come dovrebbe. A Osimo l’obiettivo è proprio quello di abbattere, almeno parzialmente, questo ostacolo, dando la possibilità ai sordo-ciechi di interagire con l’ambiente circostante, fino a raggiungere un buon livello di autonomia. E ciò grazie alle tecnologie di ultima generazione, che fanno uso di applicazioni informatiche adattate alla realtà dei disabili. «Cerchiamo sempre di essere al passo con la tecnologia», afferma Patrizia Ceccarini, Direttore Tecnico Scientifico della Lega del Filo d’Oro e continua: «grazie al nostro Centro di Ricerca abbiamo messo a punto delle tecnologie che permettono di gestire attività occupazionali, comunicative ed essere maggiormente autonomi».


Per maggiori informazioni: www.legadelfilodoro.it

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Scrittori: intervista a Rosella Quattrocchi

Scrittori: intervista a Rosella Quattrocchi

Scrittori: intervista a Rosella Quattrocchi

Caffè letterario A cura di Silvia Pattarini. Intervista a Rosella Quattrocchi, autrice di Il cacciatore di orchi (Il Ciliegio): «Scrivo per vivere vite, situazioni, fantasie, storie sempre diverse».

Diamo il benvenuto a Rosella Quattrocchi nel web magazine culturale Gli scrittori della porta accanto – Non solo libri. Per scrivere un libro è necessario avere una storia da raccontare: qual è stata quell’alchimia, quella scintilla interiore che ti ha spinto a scrivere Il cacciatore di orchi?

Da sempre lettrice, mai mi sarei immaginata di diventare scrittrice ed effettivamente il mio libro non è nato come romanzo, ma come soggetto per una serie tv. Nasce dall'esigenza di portare all'attenzione dell'opinione pubblica la figura dell'assistente sociale, da sempre poco e mal conosciuta, negli ultimi mesi addirittura attaccata. Avevo deciso di farlo attraverso il canale della televisione, per arrivare a un vasto pubblico e fidelizzare lo spettatore attraverso la lunga serie, che porta a osservare il personaggio nelle sue varie sfaccettature e contesti di vita, professionale e familiare. Un'importante casa di produzione comprò il progetto con un'opzione di un anno, che però non ebbe poi sbocco in tv. Da qui l'idea di sviluppare un tipo di scrittura diversa e, a mio parere, molto più profonda e coinvolgente, giungendo al romanzo.

Perché questo titolo?

Perchè nell'immaginario popolare l'orco è il personaggio cattivo e mostruoso delle favole, ben riconoscibile per i tratti che lo connotano fisicamente. Nella realtà gli orchi non sono tanti, ma sono presenti in mezzo a noi, difficilmente riconoscibili, ben integrati nelle nostre case, nei luoghi di lavoro e di svago.

Rosella Quattrocchi, ci riveli qualche indiscrezione sulla trama?

Si svolge su due piani temporali diversi, ognuno dei quali ha un protagonista. Nel tempo presente (capitoli dispari) è protagonista Chiara, un'assistente sociale che affronta con passione il proprio lavoro ma che vediamo anche nella sua vita privata, tra famiglia e amici. I capitoli pari vedono invece protagonista Matteo, un bambino che si sta affacciando all'adolescenza e che porta dentro di se' un peso divenuto ormai insopportabile, del quale non sa come liberarsi. Le due storie si incroceranno, quando i ricordi di Chiara arriveranno all'incontro con Matteo e da quel punto il racconto prosegue su un solo piano temporale con l'intreccio delle vite dei due protagonisti.
Il cacciatore di orchi di Rosella Quattrocchi

Il cacciatore di orchi

di Rosella Quattrocchi
Il Ciliegio
Narrativa
ISBN 978-8867715954
ebook 3,49€
cartaceo 11,05€

Il tuo romanzo si fa portavoce di qualche messaggio particolare o si propone esclusivamente di intrattenere piacevolmente il lettore?

Intrattiene il lettore attraverso una vena sottilmente gialla, commuove toccando certe storie e diverte trattandone altre. Il tutto accompagnato dalle vicende dei due protagonisti che si dipanano lungo l'intero romanzo. Il messaggio c'è ed è insito nella motivazione che mi ha spinto a scriverlo: far conoscere questa professione meravigliosa, complessa, difficile ma unica, per la quale mi sveglio il lunedì mattina con l'entusiasmo di chi sa che l'aspetta una settimana di lavoro creativo, interessante, coinvolgente e mai noioso. Lavorare con e per le persone e vedere che tante di loro temono, accusano, fuggono dalla tua categoria professionale fa male. Il romanzo può essere uno strumento per avvicinare la figura dell'assistente sociale alla gente.

Rosella Quattrocchi preferisce scrivere con carta e penna o meglio la tastiera?

Scrivo solo al computer, uso notes e foglietti per fermare idee, pensieri, frasi nel momento in cui si affacciano alla mente, ma per tutto il resto meglio la tastiera (...e da quando ho perso alcuni capitoli scritti durante giorni di ferie presi appositamente, ora salvo sempre su due o tre diversi supporti).

Ti è mai capitato di doverti confrontare col famigerato “blocco dello scrittore”? Come l’hai superato?

Assolutamente sì, anche perchè non essendo scrittrice di professione, la mia è la scrittura dei weekend e delle ferie e non è detto che quando sono libera da tutte le altre attività, siano vive la creatività e l'immaginazione. Ho avuto vari blocchi e in genere, ma non sempre, li ho superati immergendomi nella lettura di altri autori.

Ringraziamo tantissimo Rosella Quattrocchi per essere stata ospite degli Scrittori della porta accanto e, anche a nome dei nostri lettori, le auguriamo in bocca al lupo per i suoi progetti futuri.



Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Madre di tre figli, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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Recensione: Vivere nella tempesta, di Nadia Fusini

Recensione: Vivere nella tempesta, di Nadia Fusini

Recensione: Vivere nella tempesta, di Nadia Fusini

Libri Recensione di Davide Dotto. Vivere nella tempesta di Nadia Fusini (Einaudi). Una lettura emozionante, una libera riscrittura della Tempesta di Shakespeare, per affrontare le piccole e grandi tempeste della vita quotidiana.

E il naufragar m'è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi, L’infinito
La tempesta, ultima opera di Shakespeare, fa da paradigma ai nostri naufragi. Di essi ci lamentiamo, ma senza le preoccupazioni e le ansie quotidiane, non potremmo stare.
Altrettanto archetipo è il mare – accogliente e primordiale –  in cui le burrasche si scatenano.
Non è poi così importante stabilire dove si trovi l'isola nella quale Prospero, un tempo duca di Milano, è stato esiliato con Miranda, la figlia neonata.
È nel Mediterraneo, quindi sulle rotte di Enea? O in un incontaminato Nuovo Mondo, luogo di creature mai viste e terre sconosciute da conquistare? Di sicuro non è quella di Edmond Dantès.
Ciò che rileva sono la sospensione onirica respirata nella commedia, la meditazione cui esorta, la  ricerca di una conoscenza più elevata.

I mari minacciano, ma anche salvano. 

La tempesta diventa l’imprescindibile prova; tale è il naufragio della Provvidenza dei Malavoglia.


Non è scontato il mutamento dei propositi originari, qualunque essi siano. L’invito raccolto da alcuni personaggi della Tempesta è quello della metamorfosi. Ci aspetteremmo che Prospero, sapiente e gran mago castighi e non perdoni gli antichi nemici, rei di un grave torto perpetrato ai suoi danni.
La storia medesima progredisce in ben altro intreccio, ognuno sollecitato a riconoscere le proprie colpe. Cosa che taluni si guardano bene dal fare.

Sotto questo profilo vi è continuità con il romanzo María di Nadia Fusini, tra chi, dopo la tempesta, contempla il proprio cammino e la propria evoluzione e chi, invece, regredisce, arretra nella violenza senza nessuna possibilità di remissione.


La Tempesta mette sul piatto il significato delle azioni compiute; la pausa meditativa dà il tempo di ripensare, convertirsi (rivolgere l' attenzione altrove), perdonare.

La domanda da porre è quale uso mai è fatto della seconda chance. Mutano le prospettive, o si è destinati a replicare quel che è già stato, nell’eterno ritorno che tormenta lo spirito di Friedrich Nietzsche?
Non tutti avvertono la necessità di purificarsi e proseguono lungo l’identico percorso. Tra i tanti, coloro che desiderano deporre di nuovo Prospero: «Sull’isola, chi vi giunge non vuole che comandare. Chi arriva, trama il colpo di stato [...]»
Eppure persino Caliban – l’aborigeno dell’isola – ha la sua illuminazione. Quella di Prospero gli permette di «guarire dalla sopravvalutazione di se stesso».
 La passione di sé, che ha annichilito tanti suoi eroi tragici, ora gli appare il frutto di un amore malposto, egocentrico ed egoistico, al fondo mortifero.
Nadia Fusini, Vivere nella tempesta

Diviene, la commedia, una presa d’atto d’eccezione, quella della indistruttibilità e ingovernabilità del male.

Qualcuno ha parlato, in merito, di banalità e di stupidità.


Il male è ineluttabile e composito. Se non lo si abbraccia totalmente col proprio essere, ci si deve passare attraverso. Se Prospero è stato spodestato, ha spodestato egli stesso. L’andamento circolare degli eventi non è in discussione. Lo sono piuttosto gli insegnamenti tratti dalle cose che si ripropongono uguali a loro stesse.
Le azioni in sé e per sé non passano in secondo piano: non c’è figura nella Tempesta priva di colpe. Ciascuno è caduto. E chi non lo è – per esempio Miranda, la figlia di Prospero – deve ancora affacciarsi alla vita e alle sue insidie.

Si deve pure ragionare sulle motivazioni profonde da cui esse (azioni e colpe) scaturiscono, con le rispettive e più autentiche responsabilità.

La Tempesta di Shakespeare chiede qualcosa di impegnativo sia ai suoi personaggi («di saper vedere, saper ascoltare») sia ai lettori. In particolare esorta costoro «non a distrarsi ma centrarsi».
A tutto questo conduce la lettura multiforme, fluttuante e a tratti biografica di Nadia Fusini:
Accostare un testo del passato all'orecchio come fosse una conchiglia per ascoltarvi i nostri pensieri, le nostre emozioni, è un modo di leggere – un modo all'apparenza possessivo, in cui pare trionfare una volontà appropriativa. Potremmo però anche intendere il gesto in senso opposto, e cioè come l’affermazione dell’incontrastata potenza metamorfica di un corpo di parole che sfugge al possesso di chi l’ha concepito e risponde di sé soltanto a chi legge e si plasma al suo desiderio...
Nadia Fusini, Vivere nella tempesta

Vivere nella tempesta

di Nadia Fusini
Saggio
ISBN 978-8806225957
Cartaceo 15,72€
Ebook 9,99€

Sinossi

Un libro può essere come una conchiglia che accosti all'orecchio e vi senti riecheggiare pensieri ed emozioni. La "Tempesta" di Shakespeare è la conchiglia di questo libro di tempeste, in cui si narra di navi, isole, viaggi e naufragi, e mari e oceani, dell'incontro con lo sconosciuto, il selvaggio, il diverso. Nella "Tempesta" di Shakespeare c'è la Mirabilis Miranda, la Bella che ci attrae; e c'è la Bestia Caliban che ci fa paura. Assistendo alla commedia, o leggendola e rileggendola, viviamo il rischio del naufragio e siamo premiati col dono della salvezza, patiamo la colpa e riconosciamo il debito, e con esso la logica della punizione e la gratuità del perdono. L'isola è infatti il luogo del salvataggio ma è anche il luogo dove si rimette in scena il delirio del potere, dove vivere si presenta insieme come una rinascita - e una ripetizione - e dove tutto volge verso la commedia. La commedia della vita umana. E se in questo suo ultimo dramma Shakespeare sceglie di volgere la trama verso uno scioglimento comico è appunto perché sceglie la vita e con essa non tanto il terrore, ma la pietà, la meraviglia della pietà. Questo nuovo libro di Nadia Fusini è una lettura emozionante e una libera riscrittura della "Tempesta" e insieme un invito a riflettere su quel che significa l'atto di vivere; e cioè, essere coscienti e vigili di fronte alle piccole e grandi tempeste della vita quotidiana. Per poi della vita riconoscere il dono, la meraviglia.

Davide-DottoDavide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

Recensione: L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

Recensione: L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi). Maternità, fratellanza, amicizia, amore e abbandono, visti con gli occhi di una ragazzina di tredici anni.

La protagonista di questo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, L'Arminuta – che in dialetto abruzzese vuol dire la ritornata –, pensa di avere una sola famiglia, quella con la quale vive in città. Invece, in un pomeriggio di agosto del 1975, scopre che i suoi veri genitori vivono in un paese montano dell'Abruzzo, cugini di quello che ha sempre ritenuto suo padre e che, invece, è suo zio.
A sei mesi, durante l'età dello svezzamento, i suoi genitori ridotti in miseria l'hanno infatti affidata a questi parenti che non potevano avere figli.
A tredici anni deve tornare dalla sua vera famiglia, forse perché la sua madre adottiva è malata.
Quando bussa alla porta della sua nuova casa, con «una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse», non ha una buona accoglienza. I genitori la salutano accennando poche parole, i fratelli la considerano un intralcio, una disgrazia. Per tutti è un'altra bocca da sfamare.

A tavola, difatti, l'Arminuta deve lottare per un boccone di cibo in più. 

Le cattive sorprese non sono finite. La sera si rende conto che i genitori non le hanno procurato un letto. È costretta quindi a dormire con sua sorella Adriana. Quest'ultima è più piccola di qualche anno. Nonostante tutto, si rende complice e protettiva nei suoi confronti. Anche suo fratello Vincenzo, quasi diciottenne, comincia a guardarla. Ne è affascinato e le dimostra il suo affetto. Invece gli altri fratelli le fanno solo dispetti e Giuseppe, il più piccolo, poiché affetto da deficit cognitivo, non è ancora in grado di manifestare qualunque sentimento.
L'Arminuta sta proprio male in questa casa piccola e buia, con due genitori ignoranti, tanti fratelli e molta miseria. Rimpiange la vita agiata che ha condotto nell'altra famiglia. Ricorda con nostalgia le vacanze al mare, la danza, il nuoto e i divertimenti. Solo Vincenzo, un giorno, la porta alle giostre. Per l'Arminuta è la prima volta. Ma rimane solo un'allegra parentesi, perché lei continua a rimpiangere i suoi genitori o meglio, i suoi zii.

Inizia a scrivere lettere accorate alla mamma adottiva, Adalgisa, preoccupandosi della sua salute e chiedendole di tornare da lei.

Quest'ultima non si fa né sentire, né vedere. Le manda solo dei beni per consolarla da tanto strazio come un letto a castello e dei soldi. Con questi ultimi l'Arminuta compra tanti gelati per sé e la sorella Adriana.
Decide di andare a trovare Patrizia, la sua amica d'infanzia che vive nella città dei suoi genitori adottivi, di cui spera di avere notizie precise, soprattutto della mamma malata. Invece quando l'amica la vede scendere dall'autobus, la accoglie con molta allegria e non le dà il tempo di pensare ad altro.
Le raggiunge la madre di Patrizia, Vanda, che, invece, chiede all'Arminuta della sua famiglia. La ragazza le racconta tutti i suoi guai e questa si sente molto dispiaciuta e impotente di fronte a questo doppio abbandono.

Presto arriva l'ora di tornare in paese e di cominciare ad andare alla scuola media. 

Qui non conosce quasi nessuno ma tutti sono al corrente della sua vita perché hanno sentito le chiacchiere degli adulti. Tutti la scansano.
Nonostante la derisione dei suoi compagni, a scuola ottiene ottimi risultati ed entra nelle grazie della sua insegnante, la Perilli. L'Arminuta vince anche un concorso scolastico con un tema sulla Comunità europea e l'insegnante orgogliosa, convince i genitori della ragazza a iscriverla a un liceo in città.
L'Arminuta, felice, pensa di tornare a vivere con la madre. Invece accadono tanti altri eventi, si trovano risposte a domande che sembrano non averne, tutto diventa più chiaro. L'Arminuta è costretta a diventare adulta prima del tempo.

Consiglio la lettura di L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio non solo perché ha vinto il premio Campiello 2017 ma anche perché affronta argomenti molto interessanti.

Come la maternità, la fratellanza, l'amicizia, l'amore e l'abbandono, visti con gli occhi di una ragazzina di tredici anni molto provata da questi sentimenti.
Tutto questo è narrato con grande maestria dall'autrice che ha usato un linguaggio autentico ed essenziale, per raccontare una storia dalla trama semplice ma toccante, che inchioda il lettore dalla prima all'ultima pagina.

L'arminuta

di Donatella Di Pietrantonio
Einaudi
NarrativaISBN 978-8806232108
Cartaceo 14,87€
Ebook 8,99€

Sinossi 

Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con "L'Arminuta" fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche più care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
Ho frequentato i corsi di archeologia, storia dell'arte e scrittura creativa presso l'università popolare eretina e ho collaborato come giornalista esterna per la rivista NOIDONNE, MINERVA, EPOCA. Ho vinto diverse edizioni dei concorsi letterari della Montegrappaedizioni e sono arrivata finalista con il racconto di “Gianna e Nicoletta” alla terza edizione del concorso letterario RacconTIAMO della Valletta edizioni.
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