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Recensione: So che un giorno tornerai, di Luca Bianchini

Recensione: So che un giorno tornerai, di Luca Bianchini

Recensione: So che un giorno tornerai, di Luca Bianchini

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. So che un giorno tornerai di Luca Bianchini (Mondadori). Un romanzo da cui prendere ispirazione, con la dolcezza narrativa, l’umanità e il chiaro amore per Trieste dell'autore.

So che un giorno tornerai, dell’ormai ben noto Luca Bianchini, è una storia che mi ha fatta tornare indietro nel tempo. Se non siete mai stati in Friuli Venezia Giulia e se non avete idea di quale sia la differenza tra un friulano e un triestino, beh, allora So che un giorno tornerai per voi sarà un viaggio vero e proprio. Se invece, come me, avete già avuto modo di apprezzare l’atmosfera triestina e la rivalità che scorre tra triestini e friulani, allora in questo romanzo ritroverete tutto ciò che vi è familiare. Io ci ho ritrovati gli anni della mia laurea triennale, che sembrano lontani anni luce, ma tutto sommato sono, se non dietro l’angolo, di certo in fondo al viale.

Emma è la figlia di Angela e Pasquale. Angela è una bella triestina bionda, mentre Pasquale è un calabrese affascinante. E sposato, ma non con Angela. 

Quando Angela rimane incinta di Emma, Pasquale decide di non riconoscere la bambina e di traslocare in Calabria, dove si ripromette di stare lontano dai guai, ovvero dall’amore scomodo di Angela. Il problema è che a Emma non si comanda, e una donna che non si fa mettere in riga da nessuno può tutto, anche cambiare le sorti di una famiglia.
So che un giorno tornerai porta la firma di Luca Bianchini in tutti i sensi. La dolcezza narrativa, l’umanità e il chiaro amore per Trieste, sua città natale, sono elementi che saltano subito all’occhio. Nello stesso modo, salta all’occhio la volontà di dare a Emma un futuro migliore, magari fatto di errori, ma comunque libero.

Le tematiche trattate da Luca Bianchini in So che un giorno tornerai sono attualissime.

Emma vuole diventare un maschio, perché se fosse nata maschio Pasquale l’avrebbe riconosciuta, allora gioca con tutto ciò che è da bambino. Si fa regalare un pallone, riempie la sua stanza di soldatini e indossa tute mimetiche. Ma Emma è soprattutto una bambina confusa, che non si sente mai fuori posto, ma che non riesce mai a capire perché accidenti dovrebbe portare il cognome del suo papà biologico. In fondo, se ha quello di sua mamma, cosa cambia? Emma è il non-pregiudizio fatto persona, la donna che si sente a suo agio ovunque e con chiunque, perché sa bene che in ogni caso lei avrà la forza di andare avanti e di cercare nuove avventure. Emma è il futuro, l’accettazione del diverso e la voglia di cambiamento, quello positivo e costruttivo.
Angela, invece, è colei che scappa continuamente. Scappa da se stessa, da chi si aspetta qualcosa da lei, da tutti coloro che l’hanno vista “cadere in basso”. Ma Angela è la madre di Emma, e una bambina tanto ribelle deve pur aver preso da qualcuno. Angela è colei che è molto più forte di quanto lei stessa pensi e che troverà il modo di cambiare la sua vita.
So che un giorno tornerai è un romanzo da cui prendere ispirazione, che demolisce le convenzioni e che dà forza a chi lo legge. Luca Bianchini ha scritto una storia godibile, ricca di significato e ambientata in una regione bellissima.

So che un giorno tornerai

di Luca Bianchini
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804706151
Cartaceo 15,30€
Ebook 9,99€

Sinossi
Angela non ha ancora vent'anni quando diventa madre, una mattina a Trieste alla fine degli anni Sessanta. Pasquale, il suo grande amore, è un "jeansinaro" calabrese, un mercante di jeans, affascinante e già sposato. Lui le ha fatto una promessa: "Se sarà maschio, lo riconoscerò". Angela fa tutti gli scongiuri del caso ma nasce una femmina: Emma. Pasquale fugge immediatamente dalle sue responsabilità, lasciando Angela crescere la bambina da sola insieme alla sua famiglia numerosa e sgangherata. I Pipan sono capitanati da un nonno che rimpiange il dominio austriaco, una nonna che prepara le zuppe e quattro zii: uno serio, un playboy e due gemelli diversi che si alternano a fare da babysitter a Emma. Lei sarà la figlia di tutti e di nessuno e crescerà così, libera e anticonformista, come la Trieste in cui vive, in quella terra di confine tra cielo e mare, Italia e Jugoslavia. Fino al giorno in cui deciderà di mettersi sulle tracce di suo padre, e per lui questa sarà l'occasione per rivedere Angela, che non ha mai dimenticato.



Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
La forma del sole, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Intervista a Saverio Tommasi, attore, scrittore e giornalista per Fanpage

Intervista a Saverio Tommasi, attore, scrittore e giornalista per Fanpage

Intervista a Saverio Tommasi, attore, scrittore e giornalista per Fanpage

People A cura di Claudia Gerini. Intervista a Saverio Tommasi, attore, blogger e giornalista italiano. Realizza documentari e video inchieste per Fanpage e ha all'attivo anche la pubblicazione di alcuni libri, come il suo primo romanzo Sogniamo più forte della paura.

Lo seguo da sempre sui social, sul media per cui lavora, FAN PAGE, e ho letto il suo libro Siate ribelli, praticate gentilezza (Sperling & Kupfer), in cui si rivolge alle figlie con una lunga lettera, affrontando il mondo con le sue brutture e le sue tante cose belle. Il libro mi era molto piaciuto perciò quando ho saputo che Saverio Tommasi avrebbe presentato il suo nuovo libro Sogniamo più forte della paura (Sperling & Kupfer) a due passi da casa mia non potevo perdermi questo appuntamento. Sono andata e, prima della presentazione, ho scambiato quattro chiacchiere con lui. Ho avuto l’opportunità di conoscere meglio questo personaggio con la sua genuinità tipicamente toscana, la sua simpatia e il suo essere impegnato sempre in prima fila.


Grazie Saverio Tommasi per aver deciso di raccontarti ai nostri lettori. Per chi ancora non ti conosce, chi sei e che cosa fai nella vita?

Sono giornalista per Fanpage, un media in cui si trattano molti argomenti e racconto storie. In base alla storia che voglio raccontare cambia un po’ il mezzo. Talvolta uso il video, altre volte la scrittura. Qualche storia me la invento e devo metterla dentro un libro.

Ci parli di questo tuo ultimo libro, Sogniamo più forte della paura edito da Sperling & Kupfer? Di cosa parla?

Questo mio ultimo libro è in realtà il mio primo romanzo ed è una favola moderna al quale sono molto affezionato. Non è indirizzato ad un pubblico di bambini, è una fiaba per adulti o per ragazzi curiosi in cui ho utilizzato il linguaggio della favola. Ad esempio uno dei personaggi più curiosi del libro è una gatta parlante che si chiama Fabula Tropea Diva Divina, nome di una gatta davvero esistita, quella di una mia amica, la gatta più brutta che abbia mai visto. Mi piaceva il contrasto del nome Diva, che rimanda a qualcosa di bello e speciale, quando in realtà la gatta era brutta. Anche in altri pezzi del libro utilizzo una realtà trasfigurata, cambiandone un po’ il senso, per indicarne altre.

Seguendoti sui social ho visto che hai ricevuto un premio, di che cosa si tratta?

Il CILD, Coalizione Italiana per la Libertà e i Diritti civili, che monitora quello che accade a livello giornalistico e di racconto durante l’anno, mi ha consegnato un premio. Sulla targa hanno usato quell’espressione esagerata che ha accarezzato il mio ego “il giornalista dell’anno”. A me sarebbe bastato anche che ci fosse scritto il giornalista della settimana!

Saverio Tommasi, ti piace più scrivere libri o raccontare storie?

Il linguaggio video e quello dei libri sono totalmente diversi ma a me piacciono entrambi. Mentre, quando scrivo degli articoli, lo faccio perché è il mezzo più funzionale per quell’argomento anche se non è la cosa che preferisco. Prediligo il linguaggio video che a volte risulta essere molto più immediato. Riesco a fare all’incirca due video al mese perché dietro c’è molto lavoro. Per scrivere un libro di lavoro ce ne vuole ancora di più. Anche se libro e video in teoria sono due linguaggi differenti, in realtà si assomigliano molto. Il libro è la parola scritta e il video è l’immagine. Alcune volte però la parola scritta prova ad evocare un’immagine mentre l’immagine cerca di regalarti delle parole.


Tu hai un rapporto speciale con Iacopo Melio, fondatore di #Vorreiprendereiltreno e promotore di innumerevoli iniziative sociali, che già èstato ospite del nostro web magazine. Come è nata la vostra amicizia?

La nostra amicizia è nata da una conoscenza sul web. Avevo seguito quello che lui aveva fatto con la sua Onlus e mi era venuta in mente un’idea di racconto che poi non è andata a buon fine. Su quello non ci trovammo però abbiamo continuato scriverci e ora ci vediamo e ci mandiamo delle chat irripetibili! È divertente provare a scardinare insieme dei pregiudizi, a trovare nuove parole, nuove narrazioni per raccontare storie già raccontate da una prospettiva diversa.

Quanto è difficile fare il tuo lavoro che ti porta ad essere sempre al centro dell’attenzione, a leggere commenti non sempre lusinghieri, anzi, a volte pesanti e offensivi? Che rapporto hai coi social network?

Dipende dai momenti e spesso da come mi sveglio la mattina. Talvolta è molto doloroso. Capita che sulle mie pagine social vengano organizzate delle shit storm. Alcuni si organizzano su gruppi o profili privati decidendo di mandare un messaggio, tutti uguale e di solito con commenti dispregiativi o canzonatori, sulla pagina di un personaggio pubblico. Mi è capitato cosi di ricevere decine di commenti ad un mio post con un simpatico disegnino di una “cacca” oppure la solita parola offensiva ripetuta all’infinito. Altre volte invece interagire sui social è come aprire tante porte e finestre che danno l’opportunità di far entrare aria buona, strie buone e di accrescere e approfondire cose inimmaginabili prima della nascita dei social. Io sono un gran fautore dei social network. Ci hanno cambiato la vita, spesso in meglio e vi si trovano tanti spunti per leggere, per capire che cosa riesce a sfiorare i sentimenti delle persone.

Il tempo delle chiacchiere è finito, adesso tocca a Saverio Tommasi incantarci con le sue storie e i personaggi di Sogniamo più forte della paura



Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere questo suo primo romanzo.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
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Torna Beverly Hills 90210, la serie cult degli anni '90

Torna Beverly Hills 90210, la serie cult degli anni '90



Serie TV Di Lara Zavatteri. Torna Beverly Hill 90210, la serie divenuta cult negli anni '90, in una sorta di finto documentario per la CBS: sul piccolo schermo rivedremo gran parte del cast originale.

Per chi è cresciuto negli anni '90 la serie TV Beverly Hills 90210 è un cult. Oggi, come trapela dalla Rete, pare che sarà realizzata una sorta di serie-esperimento con gran parte del cast originale, con due illustri attori che invece non prenderanno parte al progetto.
Cos'è Beverly Hills 90210? Se non l'avete mai visto (cosa??) ecco in breve la trama. A Beverly Hills, California, luogo dove i ragazzi delle superiori girano con macchine di lusso e vivono nella bambagia, arrivano dalla per niente glamour città di Minneapolis (in Minnesota) i gemelli Brandon (Jason Priestley) e Brenda (Shannen Doherty) Walsh con i genitori Jim e Cindy. All'inizio sono del tutto spaesati, ma la loro normalità farà cambiare anche i viziati ragazzi di Beverly Hills che, nonostante la loro ricchezza, hanno grossi problemi di dipendenza e con i genitorio.

Il cast negli anni '90.

Accanto ai gemelli troviamo la bionda Kelly (Jenny Garth) e la svampita Donna (Tori Spelling, figlia di uno dei produttori della serie, Aaron, l'altro era Darren Star), la secchiona Andrea (Gabrielle Carteris), lo sbruffone Steve (Ian Ziering), il bello e problematico Dylan (Luke Perry) e l'imbranato David (Brian Austin Green). Insieme, cresceranno dalle superiori all'università e anche in seguito, in una serie che spopolò in TV dal 1990 al 2000. Nelle puntate si affrontano temi come la droga, il divorzio, l'anoressia, l'alcol, e i veri valori cui cercano di restare fedeli specialmente i gemelli Walsh, “contagiando” così gli altri del gruppo. Nel corso delle stagioni si aggiungeranno altri personaggi, ma i principali saranno loro.
Che fine hanno fatto i protagonisti di Beverly Hills 90210? A parte Shannen Doherty, una delle Streghe dell'omonima serie, tutti gli altri si sono visti in comparsate in serie TV o in qualche film minore. Dopo il boom della serie, nessuno ha più avuto la stessa popolarità che aveva ottenuto con Beverly Hills 90210 (il numero del titolo è la casella postale della zona).


Beverly Hills 90210 torna in TV. 


Si sta lavorando per quella che sarà una sorta di “esperimento” che andrà in onda sulla CBS (nulla ancora si sa per tempistica e messa in onda in Italia). Il “nuovo” Beverly Hills 90210 vedrà riunito quasi per intero il cast originale, che sarà sostanzialmente impegnato, in una sorta di documentario falso, a rimettere i panni dei loro personaggi vent'anni dopo. Grandi assenti saranno Shannen Doherty e Luke Perry, impegnati in altri progetti, a meno che non cambino idea più avanti.
Vi convince? Personalmente, questa sorta di documentario fake che vedrà gli attori calarsi ancora nei panni dei protagonisti, per farne una sorta di serie, non mi convince fino in fondo, così come non mi ha convinto il sequel 90210 di qualche anno fa, con un cast nuovo e qualche comparsata di Jennie Garth e altre attrici. Meglio sarebbe stato riprendere da dove si era lasciato, vent'anni più tardi e capire come si sono evolute le vite personali e le carriere dei personaggi anche se, a dirla tutta, vederli invecchiati, alle prese con mille problemi tra famiglia, lavoro e carriera, smanettare con smartphone e Facebook che negli anni '90 nemmeno esistevano, mi avrebbe fatto tristezza. Per me Beverly Hills 90210 resta quello originale, e basta.



Brenda e Dylan si dicono fuori. 

Shannen Doherty sul set di Beverly Hills 90210 ha sempre avuto problemi con il cast, tanto che ad un certo punto se ne andò, come capitò anche in Streghe. Colpita da tumore qualche anno fa e guarita, non si sa bene perché ha detto no al progetto. 
Luke Perry invece sarà impegnato nelle riprese del film C'era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino. Resta il fatto che era proprio questa coppia a rendere speciale Beverly Hills e chissà come sarà la “serie” senza di loro.
Per i fan Beverly Hills 90210 resta quello originale, vedremo comunque cosa uscirà da questo progetto quando arriverà in Italia. Per il momento date un'occhiata in Rete per scoprire come sono cambiati gli attori: quasi tutti fanno spavento (Tori lo faceva anche nel 1990!) perfino Luke Perry (lo confesso, il mio preferito insieme a Brenda e Andrea) mentre a sorpresa proprio il “brutto anatroccolo” Gabrielle Carteris, ossia Andrea, è molto migliore oggi di ieri. Il tempo passa per tutti, insomma, però... che svilimento.
E voi, quale personaggio di Beverly Hills 90210 amavate di più? Rispondete lasciando un commento!
Lara Zavatteri

Lara Zavatteri
Classe 1980, vive e lavora nel paese di Mezzana in val di Sole (Trentino). Iscritta all'Ordine nell'elenco dei pubblicisti dal 2000, scrive articoli di cultura, ambiente e attualità locale. È anche blogger e autrice di libri.
Guardando le stelle,Un cane di nome GiulianoRisparmia Subito!Amici per sempreCuor di Corteccia, Sopravvissuti, Youcanprint.
Reset, Photocity.it.
La strada di casa, Edizioni del Faro.
Agata. Come un funerale ti salva la vita, Youcanprint.

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Recensione: Shantaram, di Gregory David Roberts

Recensione: Shantaram, di Gregory David Roberts

Recensione: Shantaram, di Gregory David Roberts

Libri Recensione di Angelo Gavagnin. Shantaram di Gregory David Roberts (Neri Pozza). «Ogni persona al mondo è nata in India almeno in una delle sue vite precedenti.»

Mr Lindsay, il protagonista del libro, scappato dalla galera in Australia, arriva a Bombay mescolandosi con un gruppo di neozelandesi. Ha un passaporto falso da far schifo che se fosse stato da solo non avrebbe mai passato i controlli dell’aeroporto. Arrivato a Bombay, come succede sempre ai turisti, viene subito avvicinato da un indiano: Prabaker che si offre di accompagnarlo in giro. All’inizio per guadagnare qualche rupia, dopo diventeranno amici inseparabili e sarà, per Lin, un rapporto fondamentale.
È Prabaker a battezzare Lindsay e a farlo diventare Linbaba, nome molto più indiano.
Nei successivi giorni, settimane e mesi di vita a Bombay, conoscerà occidentali come lui che ormai vivono nella metropoli indiana da anni con attività sempre al limite della legalità.

A un certo punto, Lin perde il già misero passaporto e, non potendo più frequentare gli alberghi, è costretto ad andare a vivere in uno slum in mezzo alla vera povertà.

Con le sue poche conoscenze di pronto soccorso diventerà addirittura il medico dei poveri abitanti dello slum, che un vero medico non se lo potrebbero mai permettere.
Così si fa amare e rispettare da tutti, compreso il capo della comunità: Qasim Alì, personaggio saggio e autorevole che riesce a gestire i poveri abitanti dello slum, anche nelle loro inevitabili azioni negative. La sua legge è: punizione equa, perdono, salvezza.
Al Leopold, frequentatissimo locale di Bombay, conosce Karla: donna bella e molto affermata.
Karla, facendogli visita allo slum, nella baracca in cui vive, lo rassicura:
Ho vissuto per un anno in un posto come questo, a Goa, ed ero felice. Penso che la felicità sia inversamente proporzionale alle dimensioni della casa.
- Gregory David Roberts, Shantaram
Nello slum, Lin insegna l’inglese ai bambini, ma gli viene l’angoscia ragionando su cosa ne potrebbero fare di questo sapere. Ricorda un aneddoto di quando era in galera in Australia: aveva abituato un topolino a fargli compagnia, il topolino si fidava di lui e mangiava dalle sue mani. Poi Lin venne spostato di cella e il prigioniero arrivato dopo di lui uccise malamente il topolino che, naturalmente, si era fidato del nuovo inquilino.
A volte facciamo del bene ma le conseguenze ultime non le conosciamo affatto.
- Gregory David Roberts, Shantaram

Linbaba impara a guadagnarsi da vivere facendo piccoli affari un po’ loschi con i turisti.

È ben accettato dagli indiani perché non è esoso e si accontenta di guadagnare nei limiti della media stabilita dai più stimati e rispettabili delinquenti della città. A un certo punto, senza nemmeno conoscerne il motivo, viene arrestato e finisce in galera.
Sarà il periodo più brutto e violento della sua vita: la galera indiana è quanto di più disumano si possa immaginare.
Dopo molto, troppo tempo, riesce a evadere aiutato da un potente amico, Kaderbhai: un personaggio forte e autorevole che ha conosciuto prima dell’arresto e che considera come un padre.

In quasi milleduecento pagine, la trama di Shantaram di Gregory David Roberts è articolata e non si può e non si deve raccontarla tutta.

Vi posso però citare qualche passo gustoso, per esempio questa chicca di Didier, un altro amico di Lin che ha vissuto un periodo a Genova:
Gli indiani sono gli italiani dell’Asia.
Gli italiani sono gli indiani d’Europa.
Sia in India che in Italia ogni uomo diventa un cantante quando è felice. Entrambe le lingue fanno di ogni uomo un poeta.
- Gregory David Roberts, Shantaram
E ancora:
La tristezza è lo stato d’animo più elevato del genere umano, molti animali sanno esprimere la felicità, ma solo l’uomo possiede il genio di manifestare una sublime tristezza, è una specie di meditazione.
- Gregory David Roberts, Shantaram

Kaderbhai, mentore e amico di Lin, che riesce a tirarlo fuori dalla galera salvandolo, ha una sua visione del mondo e della vita. 

Il suo pensiero gira intorno a una serie di domande. Al di là delle nostre convinzioni, come facciamo a capire se un’azione è bene o male? Secondo lui bisogna sempre porsi due domande. E se tutti facessero così? Questa azione che sto facendo aiuta o no la strada verso la complessità suprema, cioè Dio, cioè la nostra evoluzione, verso il divino?
Lin, seguendo Kaderbai finirà per andare in Afganistan a combattere a fianco dei Mujaheddin: i combattenti, i partigiani islamici all’epoca contro i Russi. Riuscirà a tornare a Bombay ancora intero e diventerà parte integrante di una sorta di cosca mafiosa: un gruppo che vive di illegalità ma che lui considera uomini d’onore. Non confonde onore e virtù: la virtù riguarda ciò che facciamo, invece l’onore riguarda come lo facciamo. Si può combattere una guerra in modo onorevole e invece mantenere la pace in modo riprovevole.

Shantaram significa uomo di pace, così lo chiamano, alla fine; lui che era stato eroinomane e aveva partecipato a guerre e mafie.

Shantaram di Gregory David Roberts è  un libro fantastico che ti tiene incollato per tutte le 1175 pagine, c’è prima di tutto l’India in tutti i suoi odori e sapori e colori e anche dolori. Uno di quei libri che alla fine ti lascia un vuoto e anche un po’ di difficoltà per scegliere il prossimo da leggere in grado di darti uguali emozioni.
Verso il finale c’è un’affermazione di Karla che ho amato e che per ciò che mi riguarda è sicuramente vera:
Ogni persona al mondo è nata in India almeno una delle sue vite precedenti.
- Gregory David Roberts, Shantaram
Troppo, troppo, troppo bello.

Shantaram

di Gregory David Roberts
Neri Pozza
Narrativa
ISBN 978-8854500570
Cartaceo 19,55€
Ebook 12,99€

Sinossi
Nel 1978, il giovane studente di filosofia e attivista politico Greg Roberts viene condannato a 19 anni di prigione per una serie di rapine a mano armata. È diventato eroinomane dopo la separazione dalla moglie e la morte della loro bambina. Ma gli anni che seguono vedranno Greg scappare da una prigione di massima sicurezza, vagare per anni per l'Australia come ricercato, vivere in nove paesi differenti, attraversarne quaranta, fare rapine, allestire a Bombay un ospedale per indigenti, recitare nei film di Bollywood, stringere relazioni con la mafia indiana, partire per due guerre, in Afghanistan e in Pakistan, tra le fila dei combattenti islamici, tornare in Australia a scontare la sua pena. E raccontare la sua vita in un romanzo epico di più di mille pagine.

Angelo Gavagnin - Gli scrittori della porta accanto

Angelo Gavagnin
Ho lavorato al Porto di Venezia, un lavoro che mi lasciava periodi di libertà che ho usato per viaggiare in Thailandia, Malesia, Sri Lanca, ma anche Cuba e Santo Domingo. Sono stato varie volte in India. Ho conosciuto il Maestro Indiano Osho e ho assistito alla sua cremazione tra canti e balli. Sono diventato papà all'età nella quale di solito si diventa nonni e così sono finiti i viaggi e mi è venuta voglia di scrivere.
Non sono nato e mi sento molto bene, IlMioLibro.
Il risveglio, IlMioLibro.
Lungo la via francigena, IlMioLibro.
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Recensione: Le palline di zucchero della Fata Turchina, di Piero Dorfles

Recensione: Le palline di zucchero della Fata Turchina, di Piero Dorfles

Recensione: Le palline di zucchero della Fata Turchina, di Piero Dorfles

Libri Recensione di Davide Dotto. Le palline di zucchero della Fata Turchina. Indagine su Pinocchio di Piero Dorfles (Garzanti). La particolareggiata disamina critica delle avventure di Pinocchio, specchio di quello che siamo stati e, crescendo, siamo diventati.

Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana; e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualcosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre, si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchie, di lucertole e d’uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca.
- di Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio

Sarà un sintomo di pinocchiolatria, di pinocchiofilia ossessiva, ma quando penso che c’è chi dice, con malcelato disprezzo, che Pinocchio non l’ha mai letto, mi ribello. Leggete Le avventure di Pinocchio, disgraziati! Non sapete cosa avete perduto; e ora cerco di spiegarvelo.
- di Piero Dorfles, Le palline di zucchero della Fata Turchina

Pinocchio da più di centotrent’anni entra nel nostro immaginario. Non solo – o non necessariamente – tramite Collodi. Per chi è nato negli anni Settanta, molto probabilmente il primo approccio è avvenuto con la trasposizione di Comencini. Nulla di male in questo, se non fosse per il rischio di una lettura procrastinata a tempo indeterminato. Non è, infatti, la stessa cosa leggere (o farsi leggere) Pinocchio a sei anni, quando si aprono gli occhi curiosi sul mondo; a dodici l’impatto è sicuramente diverso, perché la personalità è definita, come le domande e le risposte di cui si va in cerca. In età adulta emergono con prepotenza il linguaggio di un testo ottocentesco, le efficaci forme dialettali in disuso, e tutta una serie di «allusioni e messaggi» che difficilmente un «lettore in età scolare» potrà scoprire.

A seconda delle età cambiano i personaggi con i quali si è in sintonia (o ci si immedesima persino). 

A sei anni si è Pinocchio: si vive in una sorta di eterno presente, il passato e il futuro sono dimensioni troppo astratte per essere concepite. A dodici, quattordici si è ribelli come Lucignolo, mentre a quaranta è scontato intendersela col Grillo Parlante.
È vero quindi che le Avventure di Pinocchio non sono soltanto un libro per bambini, ma un libro sui bambini e cioè «su come sono fatti, su com’è il loro mondo, su come si articola il loro linguaggio e il processo di organizzazione del pensiero che lo sostiene». Queste le parole di Carlo Dorfles che ne Le palline di zucchero della fata turchina dedica al romanzo un esauriente e particolareggiato resoconto critico.

Numerosi i temi passati in rassegna. 

Si va per esempio alla disamina delle bugie del burattino che provocano l'allungamento del naso, e di altre moralmente inconsistenti:
– Aprimi! – intanto gridava Geppetto dalla strada.
– Babbo mio, non posso, – rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra.
– Perché non puoi?
– Perché mi hanno mangiato i piedi.
– E chi te li ha mangiati?
– Il gatto, – disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.
– E la casacca, babbo?
– L’ho venduta.
– Perché l’avete venduta?
– Perché mi faceva caldo.
Per mentire mentono un po’ tutti, a rigore pure la fata turchina e, in forza del proprio ruolo, il Gatto e la Volpe.

Interessante l’attento esame delle interpretazioni, talora fantasiose, date alla favola di Collodi. 

Se sono suggestive le tracce che comprovano tangibili richiami evangelici (più o meno consapevoli), esorbitante appare la minuziosa rilettura in chiave cattolica fatta dal cardinale Giacomo Biffi nel  noto saggio Contro Maestro Ciliegia. Quasi naturale associare il burattino wireless ai Golem, ai Frankenstein o persino agli androidi replicanti di Philip Dick, se non fosse che Pinocchio preesiste alla sua stessa creazione. Nasce ed era già nato, «Pinocchio è, per così dire, già in atto».



Pinocchio esiste prima di essere costruito perché ha un ruolo da giocare: la sua ribellione alla pialla di maestro Ciliegia lo destina alle mani di Geppetto, che vuole costruirsi un burattino. E il burattino che non solo sa parlare, ma è dotato di personalità prima ancora di nascere, ha una filosofia e un progetto di vita.
- di Piero Dorfles, Le palline di zucchero della Fata Turchina

Sempre in tema di interpretazioni, non è trascurabile l’epoca del racconto.

Il romanzo esce nel 1883, a conclusione – o quasi – dell’Età Risorgimentale. Col senno del poi, tra le pagine, si tirano un poco le somme di quella esperienza, tra lo sconforto, la rassegnazione di aspettative frustrate e la diffidenza nei confronti delle nuove istituzioni:
«Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione»
Ma ormai l’Italia è fatta e le Avventure di Pinocchio rinsaldano, specie sul piano linguistico, l’identità di un popolo in formazione. Il riferimento al De Vulgari eloquentia di Dante è tutt’altro che marginale, condividendone, nei fatti, la missione: rivolgersi al popolo significa parlare la sua lingua. In sostanza è «portare il pane agli affamati», così Chiara Mercuri nel recente Dante, una vita in esilio. La qual cosa ci introduce alle metafore gastronomiche presenti un po’ ovunque.
Attraverso di esse emerge il ritratto della società di allora – sul finire del XIX secolo – decisamente differente dalla attuale:
Spesso, per trovare il paragone giusto per definire un personaggio o una situazione, Collodi attinge a elementi della gastronomia. L’omino che porta al Paese dei balocchi è untuoso come una palla di burro e ha un visino di melarosa; Geppetto, invecchiato, è come di panna montata; lo stomaco del Pesce-cane sa di pesce fritto; l’acqua del ruscello è color caffè-e-latte; il Pesce-cane inghiotte la barchetta di Geppetto «come un tortellino di Bologna», e deglutisce Pinocchio «come avrebbe bevuto un uovo di gallina».
- di Piero Dorfles, Le palline di zucchero della Fata Turchina

In questo modo affiora un’Italia contadina, povera ma fiera.

Che per sopravvivere si accontenta di tre pere (bucce e torsoli compresi), cede alla tentazione di un cavolfiore condito con l’aceto, o festeggia – quando può – con panini imburrati sopra e sotto. Nulla a che vedere col pasto pantagruelico del Gatto e la Volpe all’Osteria del Gambero Rosso, o con la cucina della borghesia cittadina descritta da Pellegrino Artusi nel celebre La scienza in cucina e l’arte del mangiar bene (del 1891):
La scienza in cucina è uno straordinario lavoro di ricognizione antropologica e di arguto commento alla gastronomia dei ceti abbienti; le Avventure sono il ricordo indelebile di una indigenza diffusa, di una fame atavica, di magrezze patologiche, che in Italia sono state sconfitte soltanto nel secondo dopoguerra.
- di Piero Dorfles, Le palline di zucchero della Fata Turchina

In conclusione, merita di essere fatta una riflessione su Le palline di zucchero della Fata Turchina di Piero Dorfles. 

Certo le cose sono molto cambiate e le privazioni di allora sono state dimenticate. Anche per questo, in fondo, le Avventure di Pinocchio sono «lo specchio, rivolto al passato, della cosa che siamo stati e [...] non saremo mai più». Non c’è verso che le ristrettezze di un tempo possano ripresentarsi tali e quali. La povertà che l'Occidente benestante teme non è quella dell'universo contadino, è piuttosto la crisi di un modello che ci ha svuotato di troppe cose: è la povertà vergognosa del paese di Acchiappa Citrulli, del Gatto e la Volpe che vanno a carità, assai lontana da quella dignitosa di Geppetto che, comunque, trova la forza di adeguarsi alle traversie che ciclicamente si alternano alla buona sorte. Alla fine - ecco perché il libro di Pinocchio merita una rilettura - vince davvero chi ha più risorse, non necessariamente economiche.


Le palline di zucchero della Fata Turchina Indagine su Pinocchio di Piero Dorfles

Le palline di zucchero della Fata Turchina
Indagine su Pinocchio

di Piero Dorfles
Garzanti
Saggio
ISBN 978-8811604334
Cartaceo 13,60€
Ebook 9,99€

Sinossi
Le avventure di Pinocchio è uno dei libri più noti al mondo: ogni anno si aggiungono nuove versioni teatrali, cinematografiche e a fumetti. I protagonisti - da Lucignolo al Grillo Parlante, da Mangiafoco al Gatto e la Volpe - sono entrati nell'immaginario collettivo a simboleggiare vizi e virtù del nostro paese. Ma qual è il segreto del suo successo? Perché il burattino nato dalle mani di Geppetto è diventato così popolare? Riportandoci come per incanto a spasso tra il Paese dei Balocchi e l'osteria del Gambero rosso, Piero Dorfles ci dimostra come in fondo non possiamo fare a meno di questo burattino perché in lui ci riconosciamo, perché è il simbolo del nostro essere stati giovani, monelli e incoscienti. Noi lo amiamo così tanto perché rappresenta tutto quello che, diventati adulti, a lungo rimpiangiamo: l'essere liberi, senza senso del dovere né complessi di colpa. In altre parole, perché Pinocchio siamo noi, e rappresenta quello che siamo stati, quello che crescendo siamo diventati, e insieme le nostre aspirazioni più profonde per quello che saremo.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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