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Collana Editoriale

Recensione: Al centro del mondo, di Alessio Torino

Recensione: Al centro del mondo, di Alessio Torino

Recensione: Al centro del mondo, di Alessio Torino

Libri Recensione di Davide Dotto. Al centro del mondo di Alessio Torino (Mondadori). Un corredo di forze centripete e centrifughe che attirano ed espellono, come se il mondo moderno bussasse chiedendo di entrare in un universo incontaminato.

«Ha fatto duecento metri e poi è atterrato. Quando l’ho ripreso, respirava forte come un cagnolino. Non ce la fa più a volare davvero. Anche se per me è solo paura.»
Alessio Torino, Il centro del mondo
In Damiano vive l'eco di un evento tragico del passato. Il padre Pietro, «attaccato con la corda al ramo» di una quercia secolare, si è suicidato. Nel ragazzo alberga una follia che si fatica a tenere a bada, fra ricorrenti crisi, deliri passeggeri. Non è sicuramente un caso che il suo nome richiami la forza che divide e restituisce il caos a ogni forma d'ordine. Troppo facile intendere che il "demonio" abiti il più delle volte chi lo vede ovunque, con la consistenza di pensieri ossessivi, o di incubi di ignota origine.
Non lo abbandona mai: da bambino, da ragazzo quando si incammina verso l'età adulta. Il suo centro sono il sanguigno zio Vince e nonna Adele, strutture portanti che mantengono, per quanto possibile, un precario equilibrio dato dall'ambiguità insanabile di chi tira il carro in direzioni contrarie. Nonna Adele è la vera pietra angolare: con la propria presenza resiliente difende e conserva, lenisce le ferite del tempo.

Centro del mondo è soprattutto Villa la Croce, un luogo da preservare o di cui liberarsi al più presto, dove si intreccia il vissuto di chi vi abita con quello di altri che – sporadicamente – fanno la loro comparsa.

Alla morte di nonna Adele (il cui ricordo a poco a poco sbiadisce) nuovi eventi ed altri personaggi si fanno strada, con qualcosa di meno da tramandare e trarre in salvo.
Fanno da cornice le minacce e le promesse di tempi nuovi. Ecco zio Vince con un cellulare in mano, o in testa il berretto di Trump, vincitore delle elezioni americane.
I demoni che si sono scatenati nel corso degli anni prendono il sopravvento. È una follia di fondo votata al caos e alla dissoluzione. A volte si mimetizza muovendosi all'interno di un ordine qualunque, sopravvivendoci dentro; legge  gli eventi, gli animi, un intero paese.

Si tratta di un corredo di forze centripete e centrifughe, che attirano ed espellono. 

Tra esse, l'incubo di sempre: che Villa la Croce sia venduta e cada in mano ad estranei, unito allo strenuo e disperante tentativo di tenere insieme cose che insieme non stanno.
È come se il mondo moderno bussasse chiedendo di entrare in un universo incontaminato. O un universo incontaminato domandasse di adeguarsi  a qualcos'altro. Solo che questo luogo, tutt'altro che immacolato in realtà, si difende tramutandosi in un girone infernale. Chi già vi si trova non può fuggire; e chi vi entrasse – per qualsiasi motivo – non può che raccoglierne, suo malgrado, la maledizione.


Al centro del mondo

di Alessio Torino
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-880472466
Cartaceo 17,57€
Ebook 9,99€

Sinossi 

Damiano Bacciardi vive con Nonna Adele, il nonno chiuso in un antico silenzio e Zio Vince, detto il Gorilla, a Villa la Croce, che nel borgo poco distante è stata ribattezzata "Villa dei Matti", lungo uno stradone che si muove nel cuore delle colline marchigiane. Il miele dei Bacciardi, "la manna", è celebre perché fa ingravidare le donne, così come è leggenda la quercia a cui si è impiccato il padre di Damiano e che è tornata a far foglie dopo dieci anni. Damiano è un ragazzo scosso da accessi violenti di malessere e segnato da una vitale ansietà: sente la natura, sente il volo delle rondini, il brusio delle api, il rotolio delle stagioni, e sa riconoscere la presenza del Demonio e il male degli uomini. Zio Vince trama per vendere la proprietà a gente che viene da lontano e Damiano se li immagina tutti con la faccia demonica di Trump che ha visto in televisione. Damiano sa di dover difendere Villa la Croce, di dover difendere la memoria della sua sgangherata famiglia e la bellezza talora limpida, talora mostruosa e selvatica, della natura in cui è cresciuto accompagnato da incubi, deliri e ventate di struggente dolcezza. Nonna Adele muore e la prospettiva di vendere si fa sempre più concreta: a quel punto Damiano obbedisce a un impulso sempre più convinto e quando, ultimi, arrivano "gli olandesi" e provano a farla da padroni, un disegno di riscatto si incide come la ramaglia di un albero, potente e severo, nella sua coscienza.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente e con Art-Litteram.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Presso Ciesse Edizioni è uscito Il ponte delle Vivene .
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Recensione: L'isola senza tempo, di Gianluca Mercadante

Recensione: L'isola senza tempo, di Gianluca Mercadante

Recensione: L'isola senza tempo, di Gianluca Mercadante

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. L'isola senza tempo di Gianluca Mercadante (Las Vegas). Un romanzo introspettivo che aiuta a demistificare la morte, la perdita del passato e quella del futuro.

L’Isola Senza Tempo di Gianluca Mercadante è una storia che unisce inizio e fine e che aiuta a capire l’importanza della fantasia per convivere con la certezza della morte. È anche un racconto basato sul dolore, quel «diapason che accorda animi semplici, ridotti all’essenza» . Insomma, L’Isola Senza Tempo non si può definire una lettura facile né leggera, ma il modo in cui viene condivisa con il lettore è gentile, canzonatorio e ricco di introspezione.
Biagio e Marcello sono un figlio e un padre che devono salutarsi. Biagio è un uomo che si sta costruendo la felicità con Andrea, il suo compagno che, però, è sposato con una donna e ha persino una figlia, mentre Marcello è un corpo che va spegnendosi. Com’è naturale che sia, Marcello è orgoglioso di Biagio, quel figlio che è sempre di corsa e che ha cresciuto da solo, mettendocela tutta.

Quando Biagio va a trovare suo padre in casa di riposo, poco prima della partenza per le vacanze con Andrea, gli è ben chiaro che la memoria di Marcello sta rapidamente diminuendo.

La storia dell’asino, un grande classico nel repertorio di Marcello, rimane a metà, mentre Biagio si ripete quello che i medici gli hanno detto. Niente di personale, gli hanno spiegato, la malattia non guarda in faccia nessuno.
Proprio mentre è in procinto di partire per la vacanza in Sardegna con Andrea, un viaggio che hanno dovuto organizzare fin nei minimi dettagli per evitare di essere scoperti, Biagio viene chiamato da Angela, la operatrice socio-sanitaria che si prende cura di suo padre. Marcello non vivrà ancora per molto. Biagio, allora, lascia l’aeroporto e si reca da suo padre, dove cerca di dire e farsi dire tutto quello che non ci sarà più occasione di condividere.
È proprio a quel punto che Marcello suggerisce di andare insieme sull’Isola Senza Tempo, il luogo immaginario (ma neanche poi troppo) dove ha ambientato tante delle storie che raccontava a Biagio da bambino.

Gianluca Mercadante ha scritto un romanzo doloroso che lascia il lettore con la consapevolezza di quello che succederà sin dalla fine del primo capitolo.

È una storia che può e farà scorrere qualche lacrima in coloro che hanno perso qualcuno di amato.
Allo stesso tempo, però, L’Isola Senza Tempo aiuta a demistificare la morte, la perdita del passato e quella del futuro. In un certo senso, si tratta di un romanzo che dà forza a chi lo legge perché mostra tutto in una prospettiva più allegra, ma non meno reale.
Consiglio vivamente di leggere questa piccola perla e di assaporarne la scrittura scanzonata. Buona lettura.

L'isola senza tempo

di Gianluca Mercadante
Las Vegas
Narrativa
ISBN 978-8831260053
Ebook 5,99€ Cartaceo 14,25€

Sinossi 

Biagio dovrebbe partire per un viaggio con l'amato Andrea, un medico sposato e padre dalla doppia vita. All'aeroporto, però, riceve una chiamata dalla casa di cura in cui il padre Marcello è ricoverato per la demenza senile: è peggiorato ed è stato portato in ospedale. Biagio e Andrea decidono di risalire in macchina e tornare indietro. All'ospedale Marcello è stranamente lucido e in forma, al punto che propone a Biagio di fare un giro sull'Isola Senza Tempo, un luogo immaginario di cui gli raccontava sempre quando lui era piccolo. E i due sull'Isola ci vanno davvero. Che ci fa lì, Biagio, e che significato ha l'Isola? In una storia sospesa tra realtà e fantasia, il protagonista dovrà fare i conti con la propria esistenza e con i segreti che hanno tenuto insieme la sua famiglia, fino all'epilogo che stravolgerà le sue e le nostre certezze.


Giulia Mastrantoni
Ho collaborato per quattro anni all’inserto Scuola del Messaggero Veneto. Scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare. Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada e ora vivo in Australia. Ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
La forma del sole, Gli Scrittori della Porta Accanto.
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The social dilemma, un docufilm di Netflix: la recensione

The social dilemma, un docufilm di Netflix: la recensione

The social dilemma, un docufilm di Netflix

Cinema | Netflix Recensione di Elena Genero Santoro. The social dilemma, un docufilm targato Netflix: cosa c’è dietro al business dei social media?

Ricordo ancora quella sera. Una coppia di amici era venuta a cena da noi e mia figlia di quattro mesi se ne stava buona nella sua sdraietta. E chiacchierando questa amica mi parlò di Facebook, che era un network nuovo in cui si caricava la propria foto e si scriveva il proprio nome, come negli annuari dell’università americana.
Era il 2008.
Il giorno dopo sia io che mio marito creammo il nostro profilo. Cercammo subito vecchie conoscenze, gente che non vedevamo più delle scuole superiori, notammo che qualcuno aveva già ben 122 amici a fronte dei nostri sette o otto. In breve fu chiaro che mio marito avrebbe abbandonato presto. Raggiunta la quota dei 50 contatti – suppergiù – perse del tutto interesse verso questo arzigogolo nuovo. Io invece continuai e devo dire che Facebook è nato e cresciuto con me con mia figlia. All’inizio cercavamo solo i vecchi compagni di scuola, pubblicavamo post del tipo "Ciao come state? Vado a far la spesa". Ma poi tutto diventò molto più complicato. E oggi Facebook è quasi un luogo invivibile, che mi ha portato a farmi tante domande.

Proprio queste domande hanno trovato alcune risposte nel docufilm The social dilemma visibile su Netflix, dove esperti del settore, ex programmatori, ex responsabili addetti alle vendite che hanno lavorato in Google, Facebook, Pinterest e altri social spiegano cosa c’è dietro al business dei social media.

Sono persone che dopo averci creduto per davvero sono giunte a una posizione molto critica nei confronti dei social media. Primo tra tutti Tristan Harris, ex programmatore di Google e oggi imprenditore etico.
All’inizio sembrava che il vero grosso problema dei social fosse la condivisione di contenuti personali quali foto di figli, dati sensibili e quant’altro. A questo il docufilm di Netflix nemmeno fa menzione e io stessa do per scontato che ormai siamo tutti consapevoli che una foto caricata in rete può restarci per sempre e finire anche in mano a gente poco raccomandabile.
Gli inventori di Facebook e Google avevano intenzioni buone. Questi social media sono nati per fare del bene e in molte occasioni ne hanno anche fatto: c’è chi ha ritrovato la famiglia perduta, c’è chi ha contattato donatori di organi. È bellissimo essere costantemente vicini ad amici difficilmente raggiungibili in altro modo. Ma l'utopia di mettere la gente in pacifico e amorevole contatto con i congiunti lontani si è scontrata presto con la vile realtà che muove il mondo. Perché né Facebook né Google sono delle ONLUS e quindi in seguito hanno cercato un modo per ottenere dei finanziamenti e trarne profitto.

The social dilemma
The social dilemma, un docufilm di Netflix: la recensione

The social dilemma

REGIA Jeff Orlowski
SCENEGGIATURA Jeff Orlowski, Davis Coombe, Vickie Curtis
FOTOGRAFIA Mark A. Crawford
PRODUTTORE Larissa Rhodes
DISTRIBUZIONE Netflix
ANNO 2020

CAST
Skyler Gisondo,Kara Hayward,Vincent Kartheiser

Il docufilm Netflix The social dilemma incentra la narrazione proprio su questo, sul modello imprenditoriale alla base dei social media che, negli anni, ha portato a conseguenze inimmaginabili e molto negative.

Tristan Harris dice che in tempi passati i prodotti della Silicon Valley erano i computer, erano i software, e il cliente pagava per comprarli; oggi i social media, per i quali l’utente non paga, non sono prodotti: i prodotti siamo noi utenti. E qui entrano in gioco i nostri dati.
A differenza di ciò che pensano molti, Facebook non cede i nostri dati a terzi, non avrebbe senso. Non sarebbe conveniente. Facebook e tutti gli altri, in base ai nostri gusti, ci propongono prodotti che potrebbero essere di nostro interesse affinché noi li acquistiamo. Infatti gli unici finanziatori di Google e di Facebook sono gli inserzionisti.
Fin qui si potrebbe dire tutto bene, di questo ce ne eravamo accorti anche noi. A me che interessano vestiti e cosmetici molte volte sono stati mostrati post di aziende di abbigliamento e di creme anti-età che ancora non conoscevo e in un paio di occasioni posso dire che se l’intento era quello di spingermi ad acquistare, ci sono riusciti. Ho scoperto aziende che facevano al caso mio e sono pure soddisfatta. Nessuno mi ha puntato una pistola alla tempia affinché comprassi; mi è stata offerta una possibilità e l’ho sfruttata. Non parliamo dei libri. Dunque tutti contenti, tutti felici, gli inserzionisti guadagnano, Facebook guadagna, Instagram guadagna, e la mia pelle è più giovane ed elastica.

Quello che i più ignorano sono i meccanismi con i quali l’utente viene incentivato a restare connesso per il maggior tempo possibile.

Innanzitutto, per propormi pubblicità di mio interesse, il social media, con i suoi algoritmi, studia il mio profilo. Ma non si limita a considerare la mia età, il mio sesso, i miei interessi generali. Il famoso algoritmo, che pare vivere di vita propria, registra tutti i post su cui mi soffermo e anche per quanto tempo li ho osservati. A essere sotto controllo è l’attività di ciascun utente e il suo tempo di permanenza sui social. Ovviamente, per venire incontro ai bisogni degli inserzionisti che pagano, il tempo di permanenza deve essere il più alto possibile. Inoltre i social sono in concorrenza tra loro, Google cerca di strappare gli utenti a Facebook e viceversa.

E qui inizia il (social) dilemma etico con cui i progettisti con una coscienza a un certo punto si sono scontrati. Per incentivare un utente a prendere in mano il telefono e a non posarlo mai si è giocato sui meccanismi di dipendenza.

Avere un telefono in mano deve essere un’attività piacevole, che fa salire la dopamina del cervello. Il telefono diventa il ciuccio consolatorio in cui ognuno indugia nei tempi morti.
«La domanda è: guardi il telefono prima di andare in bagno al mattino o mentre stai urinando? Perché non ci sono altre scelte.» Tristan Harris spiega che lo scroll, sul quale personalmente non mi ero mai posta domande, è stato pensato in quel modo proprio per aumentare la dipendenza. Scrollare una pagina con la speranza di ottenere contenuti nuovi è analogo a giocare con la slot-machine.
Mi viene in mente l’esperimento dei topi ai quali viene erogata una porzione di cibo solo se schiacciano un pulsante. Loro associano il piacere del cibo a quel pulsante e continuano a schiacciarlo anche quando da quel pulsante il cibo non esce proprio più, perché ormai il meccanismo di dipendenza è consolidato. Con lo scroll è la stessa cosa. L’utente usa lo scroll ripetutamente nella speranza che gli dia un nuovo contenuto piacevole, cosa che non sempre succede, e proprio questa incertezza lo porta a ripetere l’azione in maniera compulsiva.

Un altro mezzo per incentivare le dipendenze è il sistema delle notifiche.

Quando l’utente riceve una notifica difficilmente resiste alla curiosità di guardare. Se viene taggato guarda. Se gli viene segnalato l’arrivo di un messaggio guarda. E poi continua la navigazione. Sono gli stessi meccanismi psicologici che vengono utilizzati dai prestigiatori durante i loro spettacoli. Capite dunque che se la maggior parte delle persone oggi giorno è soggiogata dall’incantesimo collettivo dei social una ragione c’è.
Ma cosa succede se il fine dell'inserzionista non è solo farci acquistare un paio di scarpe nuove ma, per esempio, farci decidere come votare? Inoltre, se un adulto tutto sommato gode di una coscienza critica, quali possono essere le conseguenze sulle menti più giovani?

Riguardo ai giovani The social dilemma presenta due dati molto inquietanti.

Il primo è l’aumento dei suicidi e dei comportamenti autolesionistici negli adolescenti a partire dagli anni 2011-2013, quelli in cui i social media hanno avuto il boom.
Il secondo è il nuovo trend dei giovani che chiedono interventi di chirurgia estetica per assomigliare a se stessi con i filtri (in questo punto del docufilm non viene indicato Instagram, ma ritengo che Instagram sia il più responsabile e il social che più stuzzica il narcisismo e l’edonismo).
Infine il dato più allarmante: le fake news. Né Facebook né Google mostrano al proprio utente una realtà unica. Al contrario lo chiudono nella bolla di ciò che vorrebbe vedere. Quello che vedo io non è quello che vedi tu. Se l’utente chiede solo gattini, gli mostrano solo gattini. Anche questa non è una notizia nuova.
Il panorama è customizzato, come nel Truman Show.


Da un lato ci controllano, dall’altro quel che abbiamo intorno è creato su misura per noi.

Se un contatto è molesto può essere agilmente rimosso e nessuno è più costretto a starlo a sentire. Ammetto che io stessa, nell’ultimo periodo, piuttosto che impelagarmi in discussioni sterili e senza costrutto, di cui Facebook è pieno (e questo è il motivo per cui comincia ad andarmi molto stretto) preferisco rimuovere certi amici con idee per me inaccettabili e già che ci sono li banno anche, non per malanimo o risentimento, per non commettere l’errore di chiedere loro di nuovo l’amicizia in futuro.
Aggiungo un altro commento personale: se Instagram è il social del narcisismo, Facebook ormai è una piazza piena di cagnara. Mark non ha mai voluto mettere il tasto dislike per promuovere la positività, e forse ci credeva davvero, ma la sola esistenza dei cosiddetti "gruppi" dove gli sconosciuti possono insultarsi senza neanche conoscersi è causa di litigi continui e di istigazione all'odio.
A questo fenomeno se ne sommi un altro: Facebook o chi per esso ci fa vedere la realtà che vogliamo, ma non analizza criticamente la veridicità delle notizie a cui permette di circolare. Ora, siccome le bufale piacciono molto più della verità perché sono più divertenti, mentre la realtà è ritenuta noiosa, le fake news si diffondono a macchia d’olio e se qualcuno le ritiene vere da quel momento vedrà solo notizie simili ritrovandosi infine ingabbiato in una sua realtà personale che non è oggettiva. Da qui il dilagare di no-vax che si danno man forte uno con l’altro, di terrapiattisti, ed ecco il diffondersi di tutte le teorie del complotto possibili e immaginabili. Bisognerebbe avere lo spirito critico di capire che non tutto ciò che circola su Facebook è scientificamente verificato, ma purtroppo non tutti sono in grado di analizzare le fonti.


La conseguenza di ciò è una maggiore polarizzazione delle fazioni su ogni possibile argomento.

Per esempio in America abbiamo democratici contro repubblicani (in questo momento ognuno pensa che l’altro sia il demonio, che sarà la rovina degli Stati Uniti e della democrazia). Questa enorme polarizzazione, questo questo arroccarsi su opinioni opposte come fossero montagne, senza lasciar margine al dialogo sta uccidendo ogni forma di scambio culturale.
Devo fare un mea culpa, anche io ho annullato (virtualmente) persone pro Salvini o pro fascismo, o no-vax, o no-mask, e per quanto sia convinta che né Salvini né il fascismo siano cosa buona per il mio paese, probabilmente l’uccisione virtuale dei suoi sostenitori non è la via corretta da percorrere. Ma anche io devo difendermi. Ed è un vero peccato che le cose vadano così, perché Facebook, in particolare, è una piattaforma fantastica per lo scambio di notizie e informazioni. A me piace condividere articoli, leggere pezzi scritti da altri. Potrebbe diventare un potente mezzo culturale, invece, impostato così, diffonde solo il populismo e amplifica i bassi istinti.
Addirittura l’ansia degli ex operatori di Facebook e Google, ora divenuti imprenditori etici, li porta a credere che nell’arco di un paio di decenni questa polarizzazione di opinioni possa condurre a delle guerre civili. Guerre civili nella vita reale, intendo.
Da cui la riflessione sul modello imprenditoriale perseguito da almeno dodici anni. Che, anche senza prossime guerre civili, stando al clima che oggi si respira sui social, deve essere fatta per forza.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto (seconda edizione).
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (terza edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
Ovunque per te, PubMe.
Claire nella tempesta, Leucotea.
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100 anni di emozioni: l’Ippodromo Snai San Siro compie un secolo

100 anni di emozioni: l’Ippodromo Snai San Siro compie un secolo

100 anni di emozioni: l’Ippodromo Snai San Siro compie un secolo

Grandi eventi per festeggiare il centenario dell’impianto liberty milanese: il concerto di Dardust ai piedi del Cavallo di Leonardo e la mostra permanente 100 anni di emozioni inaugurata durante le Giornate FAI di Autunno.

All’interno delle celebrazioni dei 100 anni dell’unico ippodromo al mondo dichiarato monumento di interesse nazionale, Snaitech – proprietaria della struttura – ha dato vita ad alcune iniziative per festeggiare al meglio questo importante anniversario.
Il 16 ottobre ha dato il via il concerto in streaming di Dardust: pianista italiano tra i più ascoltati al mondo, compositore e produttore d’eccezione, firma di alcune tra le più importanti hit italiane dell’ultimo periodo, l’artista si è esibito con un quintetto d’archi ai piedi del Cavallo di Leonardo. L’evento è stato trasmesso in diretta sulla pagina Facebook dell’Ippodromo a partire dalle 19.30 e il contenuto video rimarrà disponibile per la visione on demand. È stato un concerto speciale e suggestivo, durante il quale arte e musica si sono incontrati creando un’atmosfera magica ed emozionante: durante l’esibizione sono stati svelati in anteprima esclusiva i contenuti della mostra 100 anni di emozioni, inaugurata il giorno seguente.

L’esposizione permanente che celebra il primo secolo di storia dell’Ippodromo Snai San Siro è stata infatti aperta al pubblico il 17 ottobre, in occasione delle Giornate FAI d’Autunno.

Per il terzo anno di fila, l’Ippodromo Snai San Siro si conferma uno dei gioielli da scoprire inseriti nella lista del FAI – Fondo Ambiente Italiano.
Dopo le migliaia di visitatori accolti nelle precedenti edizioni, l’affascinante impianto liberty situato al centro della città di Milano, ha partecipato anche quest’anno alle Giornate FAI d’Autunno, aprendo i suoi cancelli nel weekend del 17 e 18 ottobre dalle ore 10 alle ore 18. Un appuntamento molto importante, durante il quale Snaitech ha deciso di inaugurare la mostra 100 anni di emozioni. L’impianto milanese vanta infatti una lunga e affascinante storia, iniziata esattamente un secolo fa, nel 1920, quando venne inaugurato alla presenza di più di 30.000 persone. Questi aneddoti e tanti altri contenuti inediti saranno al centro della mostra 100 anni di emozioni, patrocinata dal Comune di Milano e realizzata da Snaitech con la curatela del Professor Stefano della Torre, Docente di restauro al Politecnico di Milano.

L’esposizione si compone di 6 pannelli allestiti nell’Area del Cavallo di Leonardo che, attraverso stampe d’epoca, fotografie e testi, illustreranno l’evoluzione storico-architettonica di un luogo unico nel suo genere come l’Ippodromo Snai San Siro.

Per garantire il pieno rispetto delle norme di sicurezza sanitaria, le visite si effettueranno in gruppi ristretti con prenotazione online vivamente consigliata su www.giornatefai.it.
Oltre alla mostra, ci saranno molte altre sorprese ad attendere i visitatori: come sempre, infatti, grazie ai volontari del FAI che accompagneranno i visitatori, si potranno scoprire le note bellezze di questo magnifico luogo, dal parco botanico con le 55 specie differenti registrate e cartellinate al Cavallo di Leonardo, una delle più grandi sculture equestri presenti al mondo. Inoltre, per la prima volta i partecipanti all’evento potranno inoltre ammirare i 13 magnifici Cavalli di Design del Leonardo Horse Project, riproduzioni in scala del Cavallo di Leonardo personalizzate da artisti di fama internazionale e collocate all’interno del parco.
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Scrittori: intervista a Veronica Pecorilli

Scrittori: intervista a Veronica Pecorilli

Scrittori: intervista a Veronica Pecorilli

Caffè letterario A cura di Silvia Pattarini. Intervista a Veronica Pecorilli, in tutti gli store online con Siamo in grado di farci vedere? ( Youcanprint): «Tramite la scrittura affronto me stessa con sincerità e senza limitazioni».

Diamo il benvenuto a Veronica Pecorilli. Grazie per avere scelto il nostro web magazine culturale Gli Scrittori della Porta Accanto – Non solo libri. Entriamo subito nel vivo di questa intervista. Per scrivere un libro è necessario avere una storia da raccontare: raccontaci qual è stata quell’alchimia, quella scintilla interiore che ti ha spinto a scrivere Siamo in grado di farci vedere??

Grazie per avermi accolta. Innanzitutto mi sento di dirti che sicuramente il mio passato è stato un punto forte e fondamentale per la stesura del libro, è corretto dire che in ogni libro c'è sempre un po' di noi e di esperienze vissute. Il lavoro che ho fatto su me stessa su corpo e mente, e sugli altri attorno a me, mi ha portata inevitabilmente a scegliere e desiderare di condividere, è stato un vero e proprio impulso fisico, ed avere un obiettivo; fare in modo che un essere umano sia in grado di relazionarsi con se stesso e guardarsi dentro, accettandosi in ogni forma ed avere quella consapevolezza di poter decidere di cambiare qualcosa di se stesso non lasciando mai nulla in sospeso. Fare introspezione è fondamentale, per scoprire chi veramente siamo, soprattutto sapere osservare le persone attorno a noi, poter conoscerle veramente in tutti quegli impulsi che quotidianamente ci trasmettono perché questo molte volte può cambiare il percorso della nostra vita. 

Siamo in grado di farci vedere?, perché hai scelto proprio questo titolo?

Fin da subito per questo libro ho desiderato un titolo che lo rappresentasse molto affondo, per cui l'ho cercato e ricercato dentro me stessa per molto tempo prima di trovarlo.
Quando l'ho trovato ho capito fin da subito che tutto il libro fosse all'interno di questa domanda; una domanda che ci lancia verso un'immagine introspettiva della persona che siamo o cui vorremmo auspicare. Siamo in grado di farci vedere?, rispecchia con esattezza il messaggio che ho voluto presentare al lettore, ed è costantemente onnipresente nelle pagine, tramite gli svariati messaggi.
Possiamo essere percepiti e conosciuti alla nostra prima immagine? O secondo voi, serve una seconda possibilità? Le vibrazioni che riceviamo dagli altri corpi non sono mai sbagliate.

Veronica Pecorilli ci riveli qualche indiscrezione sulla trama, così da farci addentrare meglio nel tuo contesto?

In realtà la trama riportata in quarta di copertina vi espone il diretto messaggio del libro! Quindi mettendo immediatamente in luce i punti focali che verranno raccontati con diversi esempi ed esperienze vissute e condivise.

Perché consiglieresti Siamo in grado di farci vedere??

Penso che poter fare un viaggio introspettivo sia sempre un buon modo che conoscersi e per scoprire qualcosa di nuovo e mai scorto, oppure accettare lati di noi stessi che ci mettono un po' in difficoltà. Il libro affronta temi di attualità ed altri ancor più diretti sulla persona, lo fa in un modo confidenziale, quasi amicale, ed è come un biglietto regalo d'entrata senza inganno, all'interno dei nostri stessi pensieri. Ci sono pensieri che molte volte ci fanno paura, ci privano dell'ossigeno e tentano di metterci in un angolo, a volte ancor prima di accorgercene, ma è importante capire che siamo solamente ed unicamente noi, a permettere tutto questo.
Questo è il mio obiettivo, lo scopo di Siamo in grado di farci vedere?, riuscire a dare un aiuto attraverso una profonda riflessione sulla nostra persona, iniziare seriamente a realizzare cosa desideriamo oggigiorno nella nostra vita e ciò cui vorremmo liberarci.
Siamo in grado di farci vedere?v

Siamo in grado di farci vedere?

di Veronica Pecorilli
Youcanprint
Narrativa
ASIN B08CHLY7BB
ebook 6,99€

Quanto ti ha coinvolto emotivamente la stesura di questo romanzo?

Scrivere il romanzo è stato per me un momento di sincero sollievo... Tutto è venuto con naturalezza e nonostante gli orari fuori dalla norma per scrivere, non ho mai percepito alcun peso! È così che accade per le cose a cui realmente teniamo e questo è un modo per accorgercene, non percepirne mai la 'stanchezza'. Scrivere e riportare tutto il pensiero concretizzato su di un foglio, essendo stato radicato e fortificato dal tempo, mi ha resa emotivamente sollevata e piena di speranza. Inconsapevolmente rimembrare affondo tutte le mie credenze, anche quelle nascoste, sia su me stessa che sui rapporti relazionali, mi ha permesso di conoscermi ancor più di quanto credessi. Non si finisce mai di conoscersi, è una grande verità. E questo, proprio perché ogni giorno si cresce e ci si modifica, si diventa più saggi e vicini al completamento di se stessi.

Se potessi esprimere con un'immagine ciò che rappresenta veramente per te la scrittura, quale sarebbe?

Questa è una domanda straordinaria cui non ho mai avuto l'onore di rispondere. Se penso alla scrittura immediatamente intravedo un corpo di donna, desiderosa di esprimere le sue emozioni. Un corpo umano di donna, con volto sereno, deciso, ha fascino. È come se volteggiasse in uno spazio bianco e molto luminoso, la chioma fluente si muove, e con le mani cinge il vuoto attorno a se, come se ricercasse sempre più luce. Una corpo il cui nucleo esplode di luce, spaziandola nell'aere.

Scrivere, a volte, diventa terapeutico. Ma non credo sia solo questo lo scopo del tuo libro. C'è qualche altra motivazione?

Scrivere è sicuramente terapeutico per se stessi poiché rende in sostanza uno scrittore più sicuro di se stesso e delle proprie idee recondite, ma sicuramente mette in luce anche ben altro all'interno della mente di un autore.
Lo rende un essere creativo, capace di mostrare con eleganza e purezza lati di se stesso; verso di lui che per chi lo circonda. Scrivendo, ci si approccia ad un modo nuovo di osservare il mondo circostante con maggiore sensibilità e trasporto, varcando ogni confine e limite di ciò con cui ci circondiamo.

Ringraziamo tantissimo Veronica Pecorilli per essere stata ospite degli Scrittori della porta accanto e, anche a nome dei nostri lettori, le auguriamo in bocca al lupo per suoi progetti futuri.

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Madre di tre figli, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Mal di terra, il romanzo d'esordio di Tomas Gazo

Mal di terra, il romanzo d'esordio di Tomas Gazo

Mal di terra, il romanzo d'esordio di Tomas Gazo

Libri Comunicato stampa. Mal di terra (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto), il romanzo d'esordio di Tomas Gazo: una storia per chi ama navigare sul mare e non saprebbe vivere senza, una storia che sa di vele bagnate, legno e salsedine.

Il ponente di quel pomeriggio era semplicemente perfetto. Francesco poteva tenere la barra del timone e parlare con il suo “equipaggio”. Elisabetta, dal canto suo, poteva cercare un suo riflesso nell’acqua. Ci fu un momento in cui pensò anche di tuffarsi. Poi desistette.
Il tempo passò e il sole si abbassò sull’orizzonte.
Francesco pensò con preoccupazione all’arrivo sullo scalo. Doveva tirare su la deriva, togliere il timone e sventare le vele senza l’aiuto che avrebbe normalmente avuto dal suo amico. Non poteva contare su Elisabetta. A pochi metri dall’arrivo la sua felicità, invece, aumentò quando vide gli occhi della ragazza che brillavano.
«Lo ammetto – gli disse lei con un grande sorriso – la vela è proprio fantastica. Non ho capito praticamente niente di quello che hai fatto ma voglio capirlo, voglio diventare una velista anch’io!»
Fece una pausa.
«Però mi dovresti spiegare una cosa. Adesso sento la terra che si muove e non capisco, sono assolutamente ferma!» «Si chiama “mal di terra”», rispose Francesco.
«Di terra?»
«Sì, succede a chi ha poca abitudine a stare in barca e continua a sentire il movimento delle onde anche quando è sulla terraferma. Anche a me succede, ma solo quando rimango in mare per tanto tempo, almeno per una giornata. Se navigassi più spesso non proverei neppure io questa sensazione. E comunque è fastidiosa ma passa presto.»
Lui, con l’unica mano libera, l’altra a un capo della corda, stringeva quella di lei. Tomas Gazo, Mal di terra

Mal di terra

di Tomas Gazo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 978-8833666815
cartaceo 10,00€
ebook 2,99€

Sinossi

Anni ‘50, Liguria. Francesco ha venticinque anni e lavora, insieme al suo migliore amico Leonardo, come apprendista maestro d’ascia nel cantiere di padron Berto. Un lavoro che gli dà modo di coltivare la sua grande passione per la vela.
La perdita del padre gli preclude la possibilità di laurearsi e di evadere dalla sua piccola realtà che sente stretta. Alla morte della madre, per arrotondare, nella stagione estiva affitta le camere della sua umile casa sul mare. Conosce così Elisabetta, venuta a godersi le vacanze col padre, ingegnere lombardo. I due condividono serate, sguardi: s’innamorano.
Elisabetta deve tornare a Milano, mentre Francesco resta a vivere al Borgo, sognando un giorno di poter andare per mare con una barca tutta sua. I primi mesi la lontananza è tenuta viva da lettere d’amore, poi lei gli comunica che dovrà sposare un giovane in grado di risollevare le sorti dell’azienda di famiglia.
Pochi anni e il progresso arriva anche al Borgo: padron Berto è costretto a chiudere il cantiere e Francesco e Leonardo a iniziare una nuova vita: uno diventa marinaio in giro per il mondo, l’altro trova lavoro al paese come pescatore.
Francesco tornerà dopo un anno senza aver mai rinunciato alla barca dei suoi sogni o aver dimenticato Elisabetta. Ma forse, non è mai troppo tardi…
Una storia che sa di vele bagnate di mare, legno e salsedine.



Tomas Gazo

Tommasino Gazo, nato a Imperia nel 1946, ha svolto incarichi in qualità di direttore dei servizi generali amministrativi presso diversi istituti scolastici statali della città. Collabora dal 1990 con il quotidiano «Il Secolo XIX» edizione Imperia-Sanremo e da oltre due decenni con il magazine mensile «Vela e Motore».
Nel 2012 ha vinto il premio speciale della Giuria per il miglior racconto di mare al Premio Internazionale di narrativa “Il Prione” a La Spezia. Dopo la maturità ottenuta presso il Liceo Scientifico “G.P. Vieusseux” di Imperia si trasferisce a Milano per conseguire il Diploma universitario in Statistica nei primi anni ’70 presso l’Università Cattolica.
Non saprebbe vivere lontano dal mare.
Nella sua città natale trova occupazione in ambito statale soltanto per poter essere vicino all’acqua salata. La passione per il mare e la vela, che gli hanno fatto vivere molte stagioni di regate, hanno sempre segnato la sua esistenza. 
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