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La lettera d'amore, di Riley Lucinda: incipit

La lettera d'amore, di Riley Lucinda: incipit

La lettera d'amore, di Riley Lucinda: incipit

Incipit #168 Londra, 20 novembre 1995. «James, che ci fai qui?» Lui si voltò, disorientato, e perse l’equilibrio.


La lettera d'amore

di Riley Lucinda
Narrativa
Giunti
ebook 9,99€
cartaceo 14,36€




Lo afferrò al volo appena prima che cadesse. «Sonnambulo, eh? Forza, torniamo a letto.»
La voce premurosa della nipote gli fece capire di essere ancora sulla Terra. Era sicuro di starsene lì impalato per un motivo, di avere qualcosa di urgente da fare, e che aveva rimandato fino all’ultimo istante…
Ma adesso era passato. Sconsolato, lasciò che la nipote lo riportasse a letto. Maledisse i suoi arti, malandati e fragili, che lo rendevano impotente e inutile come un neonato, e maledisse anche la sua mente confusa, che ancora una volta l’aveva tradito.
«Ecco, ci siamo» disse lei, rimboccandogli le coperte. «Senti dolore? Vuoi un altro po’ di morfina?»
«No. Ti prego, io…»
Era la morfina a confondergli le idee. L’indomani non ne avrebbe presa, così si sarebbe ricordato cosa doveva fare prima di morire.
«Okay. Rilassati, allora, e prova a dormire» gli disse, accarezzandogli la fronte. «Il dottore arriverà presto.»
Sapeva di non dover dormire. Chiuse gli occhi, frugandosi disperatamente nella memoria, rovistando dappertutto… frammenti di ricordi, volti…
Ed eccola, vivida come il giorno in cui l’aveva incontrata. Bellissima, delicata…
«Ti ricordi, amore mio? La lettera» gli sussurrò. «Hai promesso di restituirla…»
Ma certo!
Aprì gli occhi, provò a mettersi seduto e notò l’espressione preoccupata della nipote. Poi avvertì una puntura nell’incavo del gomito.
«Il dottore ti ha dato qualcosa per farti calmare, James» disse lei.
No! No!
Le parole tardavano a formarsi sulle labbra e, quando si accorse dell’agocannula che gli avevano infilato nel braccio, capì di aver aspettato troppo.
«Mi dispiace, mi dispiace tanto» ansimò.
Le palpebre si chiusero e la tensione abbandonò il suo corpo. La nipote posò la guancia sulla sua e la trovò umida di lacrime.

Besançon, Francia, 24 novembre 1995.
Si avvicinò lentamente al caminetto del soggiorno. Faceva freddo, e la tosse era peggiorata. Abbandonò le sue fragili membra su una poltrona e prese una copia del Times, per leggere i necrologi mentre sorseggiava il suo solito tè. Per poco non le cadde di mano la tazzina quando lesse il titolo che occupava un terzo della prima pagina.

MUORE LEGGENDA DEL CINEMA
Sir James Harrison, ritenuto da molti il più grande attore della
sua generazione, si è spento ieri nella sua casa di Londra,
circondato dall’affetto dei cari. Aveva novantacinque anni.
La settimana prossima avrà luogo il funerale privato, seguito da
una commemorazione che si terrà a Londra a gennaio.

Le si strinse il cuore, e le tremavano talmente tanto le mani che non riuscì a leggere il resto dell’articolo. In fondo c’era una fotografia
che lo ritraeva con la regina il giorno in cui era diventato baronetto. Con gli occhi annebbiati dalle lacrime, sfiorò il profilo deciso della sua mascella, la folta chioma di capelli grigi…
Poteva… poteva forse azzardarsi a tornare? Un’ultima volta, solo per dirgli addio…?
Con il tè che si freddava nella tazzina, aprì il giornale per continuare a leggere, assaporando i dettagli della sua vita, della sua carriera. Poi un altro titoletto attirò il suo sguardo.

SCOMPAIONO I CORVI DELLA TORRE
Ieri sera è stato confermato: i famosi corvi della Torre di Londra
sono spariti. Secondo la leggenda, gli uccelli vivono nella
torre da oltre novecento anni, a guardia del monumento, e
sono legati per decreto di Carlo II alla Famiglia Reale.
Ieri pomeriggio l’addetto alla cura dei corvi è stato allertato, e si è
avviata un’indagine su scala nazionale.

«Che il cielo ci aiuti» sussurrò, mentre l’assaliva la paura. Forse era soltanto una coincidenza, ma conosceva fin troppo bene il significato di quella leggenda…

Londra, 5 gennaio 1996

Joanna Haslam correva a rotta di collo attraverso Covent Garden; aveva il respiro affannato e il petto che bruciava per lo sforzo. Con lo zaino che le sobbalzava sulla schiena, evitava turisti e scolaresche quasi senza rallentare, e per poco non rovinò addosso a un musicista di strada. Arrivò in Bedford Street proprio mentre una limousine accostava davanti al cancello di ferro battuto che delimitava i terreni della chiesa di St Paul. I fotografi la circondarono immediatamente e uno chauffeur scese per aprire la portiera.
Maledizione! Maledizione!
Con le ultime forze che le erano rimaste, Joanna accelerò infilandosi nel cortile lastricato dietro la chiesa. L’orologio sulla facciata di mattoni rossi le confermava quello che già sapeva, ossia che era in ritardo. Avvicinandosi all’ingresso lanciò un’occhiata al gruppo di paparazzi e vide Steve, il suo fotografo, in prima fila, appollaiato sui gradini. Agitò la mano per attirare la sua attenzione e lui le rispose alzando il pollice. A quel punto Joanna dovette farsi largo a gomitate nella calca di fotografi che si era formata intorno alla celebrità appena uscita dalla limousine. Una volta entrata in chiesa vide che anche le panche erano gremite, illuminate dalla tenue luce dei candelabri appesi all’alto soffitto. In fondo alla navata, l’organo suonava una musica mesta.
Joanna mostrò il tesserino da giornalista all’usciere, poi si sedette su una delle panche in fondo e riprese fiato. Ansimava mentre frugava nella borsa alla ricerca di taccuino e penna.
In chiesa faceva un freddo mortale, ma Joanna sudava; il maglione di lana a collo alto che si era messa prima di uscire, in preda al panico, le si era appiccicato fastidiosamente alla pelle. Prese un fazzoletto e si soffiò il naso; poi, passandosi le dita nella massa intricata di capelli scuri, appoggiò la schiena alla panca e chiuse gli occhi.
Fino a quel momento, nei pochi giorni di un nuovo anno tanto promettente, Joanna non si era mai sentita così abbandonata, gettata via; era come se l’avessero scaraventata giù dall’Empire State Building. E senza preavviso.
La causa di tutto questo era Matthew, l’amore della sua vita, o meglio l’ex amore della sua vita, a partire dal giorno prima.
Joanna si morse il labbro inferiore per costringersi a non piangere, poi allungò il collo spiando le file più vicine all’altare e notando con sollievo che i membri della famiglia che tutti attendevano non erano ancora arrivati. Si girò verso l’ingresso e vide i paparazzi che si accendevano sigarette e giocherellavano con la lente delle macchine fotografiche. Davanti a lei, gli intervenuti iniziavano ad agitarsi sulle scomode panche di legno, bisbigliando con i vicini. Diede una rapida occhiata in giro e si appuntò mentalmente le celebrità più conosciute per citarle nell’articolo, anche se non era facile riconoscerle da dietro. Scribacchiò qualche nome nel taccuino, ma le immagini del giorno precedente invasero di nuovo i pensieri…
Matthew si era presentato senza preavviso nel suo appartamento di Crouch End, nel pomeriggio. Dopo i bagordi di Natale e Capodanno avevano concordato di ritirarsi ciascuno a casa propria e di prendersi alcuni giorni di riposo prima di tornare a lavorare. Sfortunatamente Joanna li aveva trascorsi a letto, colpita dall’influenza più aggressiva che le fosse mai venuta da anni. Aveva aperto la porta stringendo al petto la borsa dell’acqua calda di Winnie the Pooh, indossando un vecchio pigiama termico e un paio di calzini pesanti a righe.

Aveva capito subito che qualcosa non andava, perché Matthew indugiava sulla porta, non voleva togliersi il cappotto e aveva lo sguardo sfuggente, che si posava ovunque tranne che su di lei…

L’aveva informata di aver “riflettuto”. Di essere giunto alla conclusione che la loro relazione non sarebbe mai andata da nessuna parte e che forse era giunto il momento di farla finita.
«Ormai stiamo insieme da sei anni, da quando abbiamo finito l’università» aveva detto, giocherellando con i guanti che lei gli aveva regalato per Natale. «Non so, ho sempre pensato che col passare del tempo avrei sentito il desiderio di sposarti… sai, di rendere il nostro legame ufficiale. Ma ancora non è successo…» Aveva scrollato le spalle. «E se non ne ho voglia adesso, credo che non l’avrò mai.»
Joanna stringeva forte la borsa dell’acqua calda, osservando la sua espressione colpevole. Nella tasca del pigiama aveva trovato un fazzolettino usato e si era soffiata il naso. Poi l’aveva guardato dritto negli occhi.
«Come si chiama?»
Matthew era arrossito all’istante. «Non volevo che succedesse» aveva borbottato. «Ma è successo, e non posso più continuare a fingere.»
Joanna ripensò al Capodanno che avevano trascorso insieme quattro giorni prima e decise che sì, Matthew era stato proprio bravo, accidenti a lui.
Si chiamava Samantha, a quanto pareva. Lavorava nella sua stessa agenzia pubblicitaria. Era direttrice delle vendite, nientemeno.
Tutto era iniziato la sera in cui lei aveva dovuto piantonare la casa di un parlamentare per l’articolo sull’immoralità e non ce l’aveva fatta ad arrivare in tempo per la festa di Natale dell’agenzia di Matthew. La parola cliché le vorticava ancora in testa, ma si controllò. Si chiamavano cliché proprio perché erano il comune denominatore dei comportamenti umani, no?
«Te lo giuro, mi sono sforzato di non pensare più a lei» aveva proseguito Matthew. «Davvero, ci ho provato per tutto il periodo delle feste. È stato bellissimo stare con te e la tua famiglia, su nello Yorkshire. Ma poi la settimana scorsa l’ho rivista, siamo usciti a bere una cosa e…»
Fuori Joanna, dentro Samantha. Semplice come bere un bicchier d’acqua.
Era riuscita soltanto a fissarlo, con gli occhi accesi dalla sorpresa, la rabbia e la paura. Lui aveva continuato a parlare: «All’inizio pensavo che fosse solo un’infatuazione, ma è ovvio che se una donna qualsiasi mi fa questo effetto, non posso certo impegnarmi con te. Perciò faccio solo quello che è giusto».
L’aveva guardata, quasi implorandola di ringraziarlo per la sua nobiltà d’animo.
«Quello che è giusto» aveva ripetuto lei, con voce lontana.
Poi era scoppiata a piangere, la disperazione acuita dall’influenza. Sentiva la sua voce borbottare altre scuse. Aprendo a fatica le palpebre gonfie di lacrime, l’aveva guardato lasciarsi cadere sulla sua poltrona di pelle consunta, mortificato e pieno di vergogna.
«Vattene» aveva gracchiato alla fine. «Brutto bastardo, bugiardo traditore! Vattene! Vattene subito!»

Quarta di copertina
"La lettera d'amore" di Riley Lucinda, Giunti, 2018.

Ci sono segreti facili da smascherare e altri che restano sepolti per una vita intera. Come quello di Rose, l'anziana signora che Joanna, giovane reporter del Morning Mail, conosce durante la cerimonia di commemorazione del famoso attore Sir James Harrison. Pochi giorni dopo, Joanna riceve un plico contenente una vecchia lettera d'amore e un biglietto dalla grafia tremolante, ma è ormai troppo tardi per chiedere qualsiasi spiegazione: Rose è morta e la sua casa completamente svuotata, come se la donna non fosse mai esistita.
Quando anche l'appartamento di Joanna viene messo sottosopra, la giornalista capisce che ha tra le mani una storia scottante, e la sua unica via d'uscita è scoprire la verità sui misteriosi amanti della lettera. Chi erano realmente? E perché è così importante che nessuno sappia di loro?
Sulle tracce di un enigmatico carteggio, Lucinda Riley ci trasporta in un mondo di pericolosi segreti, intrighi di Stato e sconvolgenti colpi di scena, in cui lasciarsi andare all'amore, a volte, è un rischio troppo grande.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti

Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti

Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti - Recensione

Libri Recensione di Ornella Nalon. Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, Einaudi 2010. L'ingenua innocenza di Filippo, il sequestrato, e del suo “angelo custode” Michele in un romanzo ben ideato, ben scritto, avvincente.

Sembra un'estate come tante, quella del 1978. Un'estate afosa dove i cocenti raggi del sole, da intere settimane, arroventano i muri delle quattro case che costituiscono il piccolo borgo di Acque Traverse (un immaginario paese del sud Italia) e maturano in fretta le spighe che coprono le sue terre come fosse una immensa coltre gialla. Dove il solito gruppetto di amici sfida il caldo torrido con le loro partite di pallone o le corse in bicicletta. Tra questi, c'è Michele Amitrano, un bambino sveglio e vivace che spesso si deve portare al seguito la lagnosa sorellina di cinque anni. È lui il protagonista, colui che si troverà a vivere un'esperienza che cambierà il corso della sua vita.
Durante un'escursione in un vecchio casolare fatiscente e abbandonato, Michele scopre una fossa nel terreno al cui interno scorge un corpo inanimato: sembra un ragazzino e pare sia morto! Poi, invece, scorge un lieve movimento e capisce che è ancora in vita.
La sorpresa, l'agitazione e il timore di essere scoperto lo inducono a sistemare la buca come l'aveva trovata e a non proferire parola con i suoi compagni. Invece, cercherà di raccontare la sua scoperta ai genitori, ma in tutte le occasioni si sovrapporrà qualche evento che lo farà desistere dal parlarne.

Dunque, il rinvenimento del bambino rimane un segreto la cui prorompente componente emotiva si amplificherà con il tempo, man mano che le visite alla fossa si fanno sempre più frequenti e l'amicizia tra i due bambini diventa più solida.

Nella loro ingenua innocenza, sia Filippo, il sequestrato, che il suo “angelo custode” Michele, sembrano non comprendere appieno la gravità della situazione, almeno finché quest'ultimo non scoprirà il coinvolgimento di persone a lui molto vicine e l'ordito di una trama dai risvolti tragici.
Ammirevole l'identificazione di Niccolò Ammaniti con un ragazzino di nove anni, Michele, che è la voce narrante e il protagonista assoluto di Io non ho paura; nulla potrebbe far supporre che il racconto sia narrato da una persona adulta. Il registro è basso e nei dialoghi tra bambini spesso i verbi sono coniugati in maniera errata, compatibilmente con il parlato infantile, e la struttura è per lo più costituita da frasi semplici e poco articolate. Ciò non deve indurre a credere che il ritmo narrativo sia lento, anzi, per tutta la durata della storia permane alta la curiosità di arrivare all'epilogo anche se, devo ammettere, è stata la parte che mi ha meno entusiasmato. Forse non avrei voluto che terminasse in quel modo, o forse mi è sembrato troppo affrettato e non propriamente conclusivo, il che non risponde pienamente a tutta l'aspettativa creata.

Non ho visto l'omonimo film diretto da Gabriele Salvatores, che peraltro si è aggiudicato ben due David di Donatello ma, da quanto ho letto, rispetto al libro, il finale è stato leggermente ampliato, ed è questa versione che io preferisco.

Ciò non toglie che Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti, sia davvero ben ideato, ben scritto e assolutamente avvincente. Perfettamente descritti i paesaggi assolati di campagna che sembrano rimarcare ancora di più le tenebre della prigionia del piccolo Filippo, virgulto indifeso e fragile di fronte alla cattiveria umana. Quella cattiveria che Niccolò Ammaniti ha voluto mostrare con il volto umano, con un cuore che può voler bene, con delle labbra che possono baciare, con delle mani che sanno accarezzare ma, allo stesso tempo, anche uccidere. A dimostrazione che il mostro non è il fantasma o il lupo mannaro che il bambino tanto teme, bensì una persona dall'apparenza comune che può affiancarsi a noi nella vita di tutti i giorni e può addirittura far parte della nostra stessa famiglia.
È costata davvero molto cara quell'estate del '78 al nostro piccolo eroe il quale non poteva trovare mezzo più veloce ed altrettanto intenso per sconfiggere efficacemente le sue paure e per potere affermare, a pieno diritto “Io non ho paura”!


Io non ho paura

di Niccolò Ammaniti
Einaudi
Narrativa
ISBN 3125658683
ebook 6,99€
Cartaceo 8,74€

Sinossi
Dopo Ti prendo e ti porto via, Niccolò Ammaniti in questo romanzo va al cuore della sua narrativa, con una storia tesa e dal ritmo serrato, un congegno a orologeria che si carica fino a una conclusione sorprendente: e mette in scena la paura stessa. Michele Amitrano, nove anni, si trova di colpo a fare i conti con un segreto cosí grande e terribile da non poterlo nemmeno raccontare. E per affrontarlo dovrà trovare la forza proprio nelle sue fantasie di bambino, mentre il lettore assiste a una doppia storia: quella vista con gli occhi di Michele e quella, tragica, che coinvolge i grandi di Acqua Traverse, misera frazione dispersa tra i campi di grano. Il risultato è un racconto potente e di assoluta felicità narrativa, dove si respirano atmosfere che vanno da Clive Barker alle Avventure di Tom Sawyer, alle Fiabe italiane di Calvino. La storia è ambientata nell'estate torrida del 1978 nella campagna di un Sud dell'ltalia non identificato, ma evocato con rara forza descrittiva. In questo paesaggio dominato dal contrasto tra la luce abbagliante del sole e il buio della notte, Ammaniti alterna a colpi di scena sapienti, la commedia, il mondo dei rapporti infantili, la lingua e la buffa saggezza dei bambini, la loro tenacia, la forza dell'amicizia e il dramma del tradimento. E insieme tratteggia un indimenticabile campionario di adulti. Romanzo della scoperta di sé attraverso un rischio estremo, e la necessità di affrontarlo, lo non ho paura diventa un addio struggente all'età dei giochi e dello stupore, all'energia magica che ci fa lottare contro i mostri. E si insinua sotto pelle in ciascuno di noi, come una tenera pugnalata nel petto.

Ornella Nalon

Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, 0111 Edizioni.
Una luce sul futuro, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto.
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Il giocatore randagio, un romanzo in crowdfunding di Fabio Cozzi

Il giocatore randagio, un romanzo in crowdfunding di Fabio Cozzi

Il giocatore randagio, un romanzo in crowdfunding di Fabio Cozzi

Libri Sponsored Il giocatore randagio, Bookabook, un romanzo in crowdfunding di Fabio Cozzi. Una favola nera sempre dalla parte dei visionari, dei ribelli.


Fantastico
ebook 5,99€
cartaceo 16,00€

Sinossi
Il giocatore randagio nasce in un paese del Sud ed ha un sogno: diventare un calciatore famoso...
Sulla sua strada troverà un cane lupo malato e la Legge della più potente società calcistica nazionale per la quale i giocatori “devono soltanto giocare, non pensare”. Chi non si adegua ai voleri della società viene trasferito nell’"Albergo provvidenza" dove gli spiriti ribelli avranno quel che si meritano. Nel frattempo sul palcoscenico del romanzo si alterneranno altre figure randagie: il portiere Ivan Selbin che si scontrerà con l’Uomo Diabolico del Paese del Male, l’allenatore serbo Bruno Paletic con il suo rivoluzionario schema di gioco (un solo difensore e nove attaccanti), l’allenatore italiano Tommaso Bernardi che insegna ai suoi giocatori la fratellanza e la solidarietà, unico mezzo per poter vincere con merito a pallone…
Una favola nera sempre dalla parte dei visionari, dei ribelli.

Estratto
Il giocatore randagio nacque in un paese del Sud, un paese sperduto e anonimo, dimenticato perfino dalle carte geografiche nazionali e forse soprattutto da Dio. In quel posto non esisteva un campo di calcio, né una piscina, o una pista ciclabile. Non c’erano nemmeno una libreria, una biblioteca, una sala di musica o da ballo, così da permettere all’anima di ricrearsi e riconoscere i segni della bellezza. L’estate sembrava essere l’unica stagione ammessa. La gente del paese andava al mare oppure si chiudeva in casa a vedere la televisione, con i condizionatori d’aria che facevano concorrenza alle zanzare nel loro continuo e inesorabile ronzio; guardava soprattutto trasmissioni dove le persone s’incontravano nuovamente dopo tanto tempo, piangevano, si abbracciavano, e magari poi si baciavano pure. Oppure serie televisive sudamericane, dalle repliche infinite. Il resto del tempo lo passava a mangiare piatti elaborati e molto piccanti, per poi, finalmente, dormire. E continuare con quell’estate infinita e afosa che privava la mente di qualsiasi speranza nel futuro.
L’unico a fare eccezione in quello stato di cose era proprio il giocatore randagio. Il giocatore randagio, a quel tempo ancora bambino, si divertiva a tirare calci a una palla mezza sgonfia di vecchiaia sul lungomare del suo paese. Immaginava di essere un giocatore brasiliano che si allenava in qualche spiaggia meravigliosa, affacciata sull’Atlantico luccicante di allegria e voglia di vivere. Molto spesso il giocatore randagio, quando toccava la palla lamentosa di vecchiaia si battezzava, sempre nella sua testa infantile, con un nome nuovo e affascinante. “Sono Rivelino”, diceva mentre la palla rotolava già sfiancata verso il mare. “Sono Zico”, mentre cercava di dribblare i cani randagi che infestavano la zona e che gli correvano incontro, abbaiando feroci, per mordergli la palla. Ma quei cani non eran veramente dei cani per lui, per la sua mente di bambino. Erano i difensori italiani, oppure quelli tedeschi, oppure ancora argentini (la razza di difensori più bastarda della storia del calcio mondiale): così immaginava ancora il giocatore randagio. Uno di questi cani, il più cattivo e insistente, una specie di cane lupo con il pelo slabbrato, chiazzato per qualche malattia, era quello che si avventava con più frequenza sulla palla, sbavando di rabbia. Era una mattina stranamente buia, con un principio di foschia in mare, quella in cui il giocatore randagio, quel giorno ribattezzatosi “Socrates”, si parò davanti al cane lupo malato, per l’occasione soprannominato “Stielike”, per fargli una finta e dribblarlo, ma il cane era più rabbioso del solito e gli si lanciò addosso mordendogli una gamba. Il giocatore randagio si accasciò sulla spiaggia con la gamba che perdeva sangue, mentre Stielike si allontanava verso l’orizzonte nebbioso, la palla che faceva scorrere avanti con il muso fremente. Il cane lupo e il pallone, nella visione ormai compromessa dal dolore del giocatore randagio, si mischiarono poi all’orizzonte e diventarono punti indistinti, quasi miraggi intravisti dalla sua mente. Eppure per un attimo il giocatore randagio pensò di morire e di non avere più la possibilità di diventare famoso. Più che la paura della morte, era proprio questo che faceva piangere disperato il giocatore randagio: non aver la possibilità di apparire un giorno da calciatore famoso sugli schermi televisivi, dentro le case dei suoi compaesani. Ad un certo punto il giocatore randagio svenne e pensò di esser morto veramente. Immaginò anche il suo funerale, un funerale che solo la fantasia di un bambino poteva ospitare. La nazionale brasiliana, quella del mondiale del 1982 (da Socrates a Falcao, da Zico a Junior), portava a spalla la bara del giocatore randagio che però dentro quella bara era ancora un bambino. Il giocatore randagio sognò anche la commemorazione funebre fatta da Cerezo che visibilmente emozionato parlava del giocatore randagio, il quale sulla sua strada aveva incontrato cani crudeli. Lui, Cerezo, ne aveva invece di buoni e affettuosi. “È stato il migliore”, dichiarava il brasiliano che per l’emozione sembrava inghiottire sane, con la sua bocca enorme, quelle parole.

Fabio Cozzi

Fabio Cozzi




È nato e vive a Roma dove si occupa di formazione. Scrive soprattutto racconti. Alcuni sono stati pubblicati in antologie: uno, dal titolo "Dove per il West?", è apparso in "Amore e sesso fantareale" di Omero edizioni. Il racconto "La strada e Mamma Roma" è stato premiato nel concorso "Note a margine. Premio letterario per le periferie romane". Collabora con il blog www.sulromanzo.it scrivendo recensioni di libri.
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Falcone e Borsellino nel celebre scatto di Tony Gentile

Falcone e Borsellino nel celebre scatto di Tony Gentile



FotografiA Di Emanuele Zanardini. Una fotografia, mille storie. Falcone e Borsellino, due eroi "normali", uomini, amici veri. Due martiri per la giustizia immortalati una sera qualunque nello scatto di Tony Gentile.

A ogni anniversario, le immagini di quel tappeto di macerie sull'autostrada a Capaci, il fumo e la polvere delle macerie in via D'Amelio, oltre a coprire i troppi misteri italiani ancora irrisolti, rischiano di vestire di sacralità e venerazione due “martiri per la giustizia”, che erano per prima cosa uomini. E come tutti gli uomini capaci di atti semplici, di amicizia vera.
Lavoravo come fotoreporter dal 1989. Nel 1992 collaboravo già con l’agenzia Reuters dalla Sicilia e con la cronaca locale del Giornale di Sicilia. Una sera, il 27 marzo di quell’anno, mi sono trovato a coprire un convegno legato alla candidatura del magistrato Giuseppe Ayala. Falcone e Borsellino erano seduti a quel tavolo. Non so cosa si siano detti, ma a un certo punto tra di loro si è creato questo momento di battuta e hanno sorriso. Io credo che stessero scherzando su una delle persone sedute al tavolo con loro. Ma è una mia idea. Così è venuta fuori quella foto.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel celebre scatto del 27 marzo 1992 | (c) Ph Tony Gentile

Tony Gentile, fotografo, presenziava a quella serata con altri colleghi, ma solo il suo scatto mostrava la complicità e l'amicizia tra i due magistrati.
Di loro si racconta che, quando erano ancora adolescenti, giocavano a pallone nei quartieri popolari di Palermo e che fra i loro compagni di gioco c'erano anche alcuni ragazzi che in futuro sarebbero diventati uomini di Cosa Nostra.
- Aurora Romeo, www.ic4modena.gov.it

Mentre Borsellino propendeva verso i partiti di destra diventando un membro del Fronte Universitario d’Azione Nazionale (FUAN), Falcone si orientò politicamente verso il comunismo. Le loro diverse inclinazioni politiche non ostacolarono però la loro amicizia. 

Quello scatto, purtroppo, ha acquisito il significato che oggi gli diamo per quello che è successo dopo, a causa delle stragi. Se non fossero stati uccisi Falcone e Borsellino, sarebbe stata una foto come un’altra. C’è stato un editore in città che decise di metterla sui manifesti contro la mafia che venivano affissi a Palermo in quei giorni. Qualcuno pensava che io fossi l’unico fotografo presente quella sera al palazzo Trinacria. In realtà c’erano altri colleghi che scattarono foto simili. Ma quella complicità, quei sorrisi ce li ha solo quella foto.
Eravamo a pochi giorni dal tritolo che avrebbe eliminato Giovanni Falcone.
Insieme all'amico Paolo Borsellino era stato protagonista della stagione più luminosa nella lotta alla mafia. Al fianco di altri poliziotti e magistrati, che li avrebbero preceduti nel novero dei “martiri per la giustizia”, tolsero il velo al fenomeno criminale allora avvolto nel mistero.
I successi delle loro indagini, consentirono di sferrare duri colpi alla struttura mafiosa. Fino al maxiprocesso, che decretò la condanna di molti esponenti della “piovra”.


Questo attirò su di loro anche infamie e ritorsioni. Cattiverie che miravano a sminuire il loro valore e quello delle loro inchieste. Fino a veri e propri depistaggi (la scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino). Finché non si trovò altro modo per fermarli, se non ucciderli. Anche in questo destino, furono amici e solidali fino in fondo.


Quel tappeto di macerie sull'autostrada a Capaci, il fumo e la polvere delle macerie in via D'Amelio, non devono coprire nemmeno il ricordo delle altre vittime, fedeli custodi dei due magistrati, morti insieme a loro. 

Il boato delle bombe non deve coprire il grido di dolore della vedova dell'agente Rocco Schifani.
Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato... chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Dopo tanti anni, la rabbia è intatta.
Nessuno voleva morire quel giorno. Nessuno voleva fare l’eroe, il martire, il decorato dalla Patria. Loro sono stati soltanto dei poveri sfigati, che sono finiti lì, al momento sbagliato, al posto sbagliato.
- Laura Anello, "L'altra storia" Sperling&Kupfer 2012


Mi ricordo però del discorso di Paolo Borsellino alla biblioteca comunale di Palermo dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci. Ho scattato tante foto, ma a un certo punto le sue parole mi hanno talmente emozionato che mi sono seduto a terra all’angolo della scrivania a osservarlo da vicino. Avrei voluto scrivergli un mio pensiero su un bigliettino per fargli arrivare la mia vicinanza. Ma non lo feci, non so perché. Dopo il 19 luglio andai a raccontare questa cosa a Rita Borsellino e le portai in regalo quella foto che ritraeva il fratello sorridente insieme a Giovanni Falcone.
- Lidia Baratta, intervista a Tony Gentile www.linkiesta.it

La Sicilia di Tony Gentile | (c) Ph Tony Gentile

Tony Gentile lavora ancora per Reuters, ma rimane legato a quell'immagine e ai suoi molti significati. 

Non è comune vedere una fotografia trasformarsi in icona e poi se capita con una tua fotografia diventa tutto più interessante. La fotografia di Falcone e Borsellino è diventata un’icona e un simbolo di legalità, e porta con sé una serie di valori positivi, come l’amicizia, la complicità, la serenità; ma è anche simbolo della rinascita di un popolo e del suo riscatto contro una mentalità mafiosa che ci opprime da troppo tempo.
- Max Firreri, www.diocesimazara.eu

In memoria di:
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Agostino Catalano.


Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
La guerra è finita, andate in pace, bookabook.
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Gualtiero Ferrari presenta: Zetafobia

Gualtiero Ferrari presenta: Zetafobia

Gualtiero Ferrari presenta: Zetafobia - Intervista

Presentazione libri Intervista a cura di Silvia Pattarini. In tutti gli store on line Zetafobia di Gualtiero Ferrari, Delos Digital 2018, un futuro distopico, una zombie novel alle porte di Torino.


Zetafobia

di Gualtiero Ferrari
Horror | Zombie Novel
ISBN 9788825405637
ebook 3,99€
cartaceo 23,16€

Sinossi
Domenico, un chimico con tendenze paranoiche, abita alle porte di Torino insieme alla moglie Lucrezia e al figlio Sebastiano.
Il protagonista si trova a fronteggiare una pandemia d’influenza aviaria, il cui virus evolve tramutando gli infetti deceduti in zombie. I Governi mondiali, impreparati a una crisi di questo genere, reagiscono troppo tardi, permettendo al morbo di dilagare e condannando la società civile al collasso.
Isolati dal resto del mondo, nella casa ora trasformata in una fortezza autosufficiente, la famiglia riesce a ricreare un angolo di normalità, al riparo dai mostri cannibali che infestano la metropoli e i sobborghi.
La speranza arriva sotto forma di un reparto corazzato dell’Esercito che tenta la riconquista del capoluogo piemontese. Una serie di circostanze impreviste daranno il via ad una corsa contro il tempo, al termine della quale Domenico dovrà decidere se resistere sino alla morte, o giocarsi il tutto per tutto con un espediente disperato e definitivo.


L'autore racconta



Bentornato Gualtiero Ferrari, raccontaci brevemente di te: quando hai iniziato a scrivere e cosa?

Buongiorno, ho quasi cinquant’anni, sono nato e cresciuto a Torino, dove attualmente lavoro in un’azienda di meccanica di precisione. Sono sposato con una donna meravigliosa, che mi sopporta, e abbiamo uno splendido ragazzo di 14 anni che ci fa dannare.
Da ragazzo, oltre a leggere fumetti, giocavo a giochi di ruolo come Dungeons and Dragons e simili, in quel momento ho iniziato a scrivere le avventure che poi giocavo con gli amici.
Solo qualche anno fa, però, sono passato a scrivere vera e propria narrativa. Limitarmi a leggere non era più sufficiente, volevo essere parte della storia. Così ho iniziato con qualche appunto, poi alcuni racconti, di cui solo uno pubblicato in un’antologia, e infine sono approdato ai romanzi.


Quanti libri hai scritto, quali sono?

Zetafobia è il mio romanzo d’esordio. Al momento sono finalista in un torneo letterario Nazionale con un altro libro di genere distopico, ma la competizione è dura e la concorrenza accanita. Vedremo se riuscirò a piazzarmi e pubblicare anche questo.

In bocca al lupo! Come è nata l’idea di questo romanzo, Zetafobia? È nata prima la trama o prima il titolo?

In origine il titolo era diverso ma non mi piaceva affatto. Perciò possiamo dire che la trama è nata prima del titolo definitivo.

A monte del romanzo ci sta un lavoro di ricerca e documentazione o non si è reso necessario?

Molta, moltissima ricerca. L’ambientazione mi è famigliare, sono di Torino e le zone in cui si svolge la storia sono quelle che frequento d’abitudine, ma il resto ha richiesto ricerche per far funzionare gli incastri ed evitare scivoloni.

E.M. Cioran affermava: “I libri andrebbero scritti unicamente per dire cose che non si oserebbe confidare a nessuno”. Ci anticipi qualche indiscrezione sulla trama, quanto basta per incuriosire il lettore?

La trama ad una prima analisi può sembrare lineare, ma ci sono diversi spunti che aggiungono qualcosa al romanzo. Il protagonista, un chimico con tendenze psicotiche, teme il collasso economico-finanziario globale e si prepara al peggio accumulando scorte di viveri e non solo. Questa è la sua fortuna. Quando il mondo viene colpito da una pandemia zombie è già attrezzato per la sopravvivenza. O così credeva. Solo a questo punto iniziano i veri problemi.

Gualtiero Ferrari , nei tuoi personaggi, anche in quelli secondari, c’è qualche esperienza autobiografica, o hai preso spunto da persone di tua conoscenza, oppure sono esclusivamente frutto di fantasia?

Di autobiografico c’è poco.
Per il figlio del protagonista mi sono ispirato al carattere schivo e talvolta scontroso di mio figlio. Non voglio dire che lo abbia trasportato nel libro ma gli spigoli che lo rendono unico ci sono tutti. Per gli altri personaggi, protagonista compreso, ho osservato amici, colleghi e parenti per poi estrarne ed esaltare qualche caratteristica peculiare che li rende unici.

I luoghi del romanzo: Zetafobia è ambientato a Torino. Hai scelto questa location per necessità, per moda o per altri motivi?

I luoghi in cui si svolge la vicenda, la porzione di Torino e della prima cintura cittadina in cui ho creato l’ambientazione, sono i quartieri e i borghi che frequento abitualmente e che conosco bene. Mi è venuto naturale, oltre che comodo. Descrivere ciò che conosci è più semplice che immaginare una scena in un luogo ignoto. Inoltre spesso ho fatto sopralluoghi, giusto per rendermi conto se quanto avevo scritto poteva reggere il confronto con la realtà.

Un tweet di Bermat cita così: “I libri non verranno uccisi dagli ebook, ma da quelli che comprano solo titoli presenti nei primi 10 posti della classifica”. Che ne pensi al riguardo e com’è il tuo rapporto con gli ebook?

Il mio rapporto con gli ebook è buono. Trovo lo strumento comodo e funzionale anche se manca di poesia. Non credo però che i lettori si limitino ai titoli in classifica. Certo, il lettore occasionale spesso compra quello che trova sulla scaffale, ma chi legge per passione sceglie. Ed in quella scelta c’è tutta la differenza del mondo.

Gualtiero Ferrari, ci lasci qualche stralcio d’autore, uno spaccato accattivante tratto dal tuo romanzo Zetafobia?

Breve ma intenso:
Il senso di colpa mi serra lo stomaco, e respirare diventa doloroso.
Solo ora mi rendo conto di non aver mai smesso di piangere da quando ho iniziato.
Mi odio con tutta la rabbia di cui sono capace, mentre la parte razionale di me s’illude che quanto accaduto non sia colpa mia. Non del tutto, almeno.

Il tuo romanzo si fa portavoce di qualche messaggio particolare, o si propone esclusivamente di intrattenere il lettore?

È un horror. Anzi un sottogenere dell’horror. Non è mai stata mia intenzione voler trasmettere un messaggio universale o una verità profonda. Volevo regalare al lettore un momento di svago, la sensazione di vivere una vita diversa a fianco del protagonista, condividendone paure e gioie.

Ramon Eder afferma: “Quando un libro ci fa sorridere questo libro vale più di ciò che costa”. Sei d’accordo con questa affermazione o ti è capitato di pensare la stessa cosa leggendo un libro particolarmente divertente?

Sono d’accordo con Eder, anche se mi spingerei oltre al semplice sorriso. Un libro che ci fa provare un’emozione vale più di ciò che costa.


Grazie Gualtiero Ferrari per essere stato con noi, in bocca al lupo per questo romanzo, Zetafobia, e per i tuoi progetti futuri.

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Diplomata in ragioneria, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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