
Di Elena Genero Santoro. Riflessioni sull'idea di "fatica" emerse dal brano di Mario Calabresi, tratto dal libro Alzarsi all’alba, traccia C2 dell'esame di maturità 2026.
«Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili… Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno. Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile. Ho visto la parola «fatica» assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. […] Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata. Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta. Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.»
Testo tratto da: Mario Calabresi, Alzarsi all’alba, Mondadori, Milano, 2025, pp. 10 -11.
Non fingerò che non siano trascorsi trentadue anni dal mio vero tema di maturità.
Non fingerò che per me la “fatica” abbia lo stesso sapore che può avere per un diciannovenne pieno di energia, con il destino in mano e tutte le strade aperte.Intuisco la ragione per cui questa traccia è stata scelta dal Ministero: probabilmente si aspettava un excursus sulla semplificazione della vita dal Novecento in poi, con elettrodomestici sempre più performanti e dispositivi elettronici che accorciano i tempi e le distanze. E magari attendeva anche qualche riflessione sugli influencer che si vantano di guadagnare un sacco di soldi lavorando due ore al giorno, o sull’idea utopica che per avere successo il talento sia sufficiente. Che per diventare ricchi basti un bel faccino e un paio di piedi (o altro) su OnlyFans.
Aspettativa ministeriale lecita, beninteso. E allora parliamone.
La lavatrice a mia nonna cambiò la vita.
Oggi non ce lo immaginiamo neanche più di andare al fiume con una cesta di panni, immergere la roba nell’acqua fredda e sfregare col sapone di Marsiglia. Oppure porre grossi pentoloni in cortile e farli bollire con le lenzuola, pregando di non ustionarsi. Preistoria. Eppure si faceva così, ed era faticosissimo. O, meglio ancora, non ci si lavava e si conviveva con puzzo, grasso, unto e pulci.Quella fatica ce la siamo bellamente scordata, ma ogni epoca ha le sue fatiche.
E persino i content creator seri, visto che abbiamo menzionato anche loro, se vogliono avere un seguito, devono postare con regolarità, mirando a un target ben definito, cosa che a me, che sono una Gen X, riesce malissimo.E qui ci si riallaccia alla costanza, alla determinazione, alla metodicità che compaiono nell’estratto di Mario Calabresi. La fatica di cui parla, in quelle poche righe, odora più di “impegno” che di “sforzo”.
Su questo sono d’accordo, ed è il messaggio che cerco di passare ogni giorno ai miei figli: dalla fatica intesa come metodo, come coinvolgimento, come partecipazione, non si scappa. Un atleta che vince una maratona si è allenato a correre per mesi e anni. Una medaglia vale l’impegno di un’esistenza. Non si improvvisa un successo sportivo, un riconoscimento al lavoro, una vittoria canora senza la fatica della preparazione, altrimenti si è dei millantatori e si fa poca strada.
Tuttavia, volendo metterla in termini matematici, la fatica è condizione “necessaria, ma non sufficiente” per raggiungere i propri obiettivi.
Ci sono sportivi che non vinceranno mai una medaglia, lavoratori che non faranno mai carriera (non ho ancora visto Il diavolo veste Prada 2, ma mi hanno detto che uno dei temi centrali è questo: il disincanto. Ci hanno fatto credere che le nostre rinunce sarebbero state ricompensate e invece non è accaduto).E qui arriviamo all’augurio dei genitori per i propri figli, come scrive Mario Calabresi: che possano non fare mai fatica.
Da madre, in questo caso, mi viene in mente un’altra fatica. In fisica e nella scienza dei materiali, la fatica è il progressivo degrado strutturale che un materiale subisce quando è sottoposto a carichi variabili o ciclici nel tempo (sollecitazioni dinamiche).
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La fatica è usurante, la fatica logora, la fatica porta al disincanto quando, nonostante l’impegno, il risultato sfiora lo zero.
Parliamo degli annunci di lavoro farlocchi, di impieghi da dieci ore al giorno retribuiti a pochi euro l’ora. Parliamo di stage non pagati perché intanto ti fai l’esperienza. Parliamo di flessibilità sempre richiesta e difficilmente concessa. E poi proviamo a buttarla sulla serietà, sull’importanza di fare gavetta, sull’indolenza di questa generazione che non ha voglia di lavorare. Se i giovani non ci sputano in un occhio siamo fortunati. E hanno ragione.Ma anche noi over cinquanta non siamo messi tanto meglio: i nostri genitori alla nostra età erano già in pensione o comunque la stavano pregustando. A noi, quando abbiamo iniziato a lavorare, hanno imposto di pagare i contributi agli anziani, ma a noi chi li pagherà? La pensione è una chimera sempre più lontana.
Perché siamo costretti alla fatica di lavorare fino a settant’anni? Cosa otteniamo in cambio?
La fatica pizzica come formiche sulla schiena quando inizia a puzzare di ingiustizia e sfruttamento e a volte fatica e abuso non sono concetti tra loro così distanti.
Un caso eclatante è quello della Cina. Pare che ci siano qualcosa come quarantasette milioni di senza tetto. Homeless per scelta. Gente che è stufa di farsi prendere in giro dal Governo. In Cina, nei decenni passati, per uscire dalla povertà i cittadini si erano messi di grande impegno: tante ore di lavoro, vita con pochi svaghi, stipendi minimi, cintura stretta, tutto con l’idea che tale sforzo avrebbe portato benessere alle generazioni successive. Fatica per il bene dei figli. Invece il Governo si è arricchito con l’export, ma i guadagni pro capite non sono mai cresciuti. La popolazione è stata mantenuta povera pur continuando a lavorare in condizioni disagevoli. E adesso? I figli, che avrebbero dovuto beneficiare dei sacrifici dei padri e delle madri, conducono una stessa esistenza e molti di loro hanno iniziato a rifiutarsi. Per guadagnare poco o niente logorandosi in una fabbrica preferiscono non avere nulla ma almeno non stancarsi. Il Governo ha dapprima reagito con sdegno (shame on you) perché il valore del lavoro prima di tutto (lo diceva anche un mio ex capo tanti anni fa: il lavoro è il valore che viene prima di tutto. Lui girava con la BMW decappottabile, a me dava le briciole). Eppure, i senza tetto cinesi hanno continuato a non vergognarsi.Fanno bene.
Puntare sul valore della fatica, della serietà, della dedizione, per manipolare la forza lavoro, la popolazione, la gioventù è ingiusto.
Nessun genitore può auspicarla per i propri figli.Quindi, no, non tutta la fatica ha un significato positivo. Quella senza prospettive è immorale.
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Elena Genero Santoro |














