Gli scrittori della porta accanto


Collana Editoriale

Recensione: Il potere del silenzio, di Carlos Castaneda

Recensione: Il potere del silenzio, di Carlos Castaneda

Recensione: Il potere del silenzio, di Carlos Castaneda

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Il potere del silenzio di Carlos Castaneda (BUR). Episodi di vita di Don Juan e Carlos, ridicoli, spaventosi, magici e drammatici. Un libro che non può essere compreso senza aver prima approfondito i precedenti.

Questo romanzo incomincia con un ripasso delle nozioni apprese nelle precedenti opere. Ciò è utile per comprendere i concetti presenti più avanti.
Poi ci si tuffa nella storia vera e propria, che segue sostanzialmente due livelli temporali diversi (in cui l’autore non è il protagonista ma per lo più una comparsa). Quindi è come se si stessero leggendo due libri distinti ma sapientemente amalgamati per offrire una certa omogeneità al tutto.


Il “primo libro” è incentrato su Don Juan che conduce Carlos in alcuni luoghi magici del Messico per fornirgli lunghe e complesse spiegazioni sui concetti chiave dello sciamanesimo.

Qui il maestro continua a trascinare l’allievo in stati alterati di coscienza per fornirgli degli insegnamenti utili al suo apprendistato. Ed è così che veniamo a conoscenza di nuovi concetti: “noccioli astrali”, “intento”, “spirito”, “anelli di collegamento” e “i quattro modi dell’agguato”. Ma c’è anche spazio per parlare del “corpo sognante”, ovvero la capacità di essere in due posti contemporaneamente, e delle esperienze passate di Carlos (incomprensibili a quest’ultimo fino a che il suo mentore non gli fornisce una spiegazione “sciamanica”).

Il “secondo libro” invece verte sul passato di Don Juan, da quando era scampato alla morte grazie a colui che sarebbe diventato il suo maestro, il nagual Julian, fino al suo apprendistato con quest’ultimo.

Lo fa narrando certi episodi, considerati da lui in un primo momento assurdi e incomprensibili ma col senno di poi (e soprattutto con le conoscenze sciamaniche acquisite) sensate se non addirittura necessarie. Infatti, Don Juan dimostra al suo allievo come ogni singola “follia” di Julian sia stata studiata a tavolino fin nei minimi particolari per indurlo in un certo stato d’animo o di coscienza e come un maestro sia disposto a tutto pur di rendere il suo allievo a sua volta un nagual.


Che dire di questo libro?

Innanzitutto che si alternano lunghe spiegazioni su concetti fondamentali per l’apprendistato di Carlos (su tutti i “noccioli astratti”, “l’intento” e “l’agguato”) a episodi di vita vissuta sia dall’autore che dal suo maestro. Peccato che, secondo me, proprio queste spiegazioni siano il punto debole del libro: non tanto perché si dilunghino in modo eccessivo quanto per la complessità dei concetti in essi contenuti. Come negli ultimi libri da me letti dell’autore, sono infatti troppo lontani dalla mia comprensione di “occidentale medio”. Di conseguenza sfugge non solo la loro essenza ma anche tutto ciò che si sviluppa da essa. Ergo, mancando la base, tutto il resto è un enorme ammasso d’informazioni lacunose che fanno perdere più e più volte il filo del discorso.


Seppur l’autore riassuma continuamente certe spiegazioni (sviluppate in modo esaustivo nei precedenti libri) c’è sempre quella sensazione di avere a che fare con nozioni troppo fuori dai consueti canoni per comprenderle appieno.

Per chiarire ciò a cui mi sto riferendo, quando si entra in concetti quali “il riflesso di sé”, “l’agguato” o “l’impeccabilità”, tutto diventa più difficile se non addirittura incomprensibile.
Anche se, di contro, queste spiegazioni vengono intervallate da (pochi) episodi d’azione decisamente d’effetto e spiazzanti. Basta citare quando Don Juan “impazzisce” per insegnare a Carlos la “lezione di spietatezza” o il finale, dove il maestro mostra come si può trascendere qualsiasi legge fisica una volta che si è divenuti sciamani.
Ovviamente nel romanzo fanno la loro comparsa altri sciamani, alcuni decisamente particolari e affascinanti (primo fra tutti, “lo sfidante della morte”, ovvero colui che può vivere in eterno).
Non mancano neppure concetti poetici, quali il “balzo del pensiero nell’inconcepibile” o cos’accade quando muore uno sciamano.

Dulcis in fundo, una domanda è d’uopo: “Mi è piaciuto?”

Ammetto che le troppe spiegazioni, a me incomprensibili, mi hanno fatto calare più volte l’interesse. Di contro, gli episodi di vita vissuta da Don Juan e Carlos, tra il ridicolo e lo spaventoso, tra il magico e il drammatico, mi hanno incuriosito e, a volte, appassionato. Senza contare che le spiegazioni “magiche” di certi comportamenti dei maestri sono un valore aggiunto all’opera.
Eppure tutto ciò non è stato sufficiente a farmi apprezzare appieno questo libro.
Specialmente perché mi aspettavo di leggerne uno incentrato ancora una volta su Carlos e il suo apprendistato, non certo su quello del suo maestro (chiariamo: comprendo la necessità di questa decisione narrativa. Semplicemente mi divertiva di più l’idea di Carlos sottoposto incessantemente alle “torture magiche” di Don Juan).
Infine, vi avverto, è un libro che non può essere sicuramente compreso senza aver prima approfondito i precedenti, né tantomeno letto con superficialità, in quanto la distrazione su un singolo concetto condurrebbe di conseguenza a non capire tutto ciò che ne segue.

Il potere del silenzio

di Carlos Castaneda
BUR
Saggio
ISBN 8817258911
Cartaceo 9,50 €
Ebook 6,99€

Sinossi 

È sempre don Juan il protagonista dei libri di Castaneda, studioso di etnologia dedicatosi in particolare alle antiche tradizioni esoteriche degli indios del Messico centrale. Nel paesaggio allucinato e selvaggio di un Messico immutabile si placa il rumore della vita quotidiana e si afferma il silenzio interiore. Diviene così possibile attingere ad arcane energie, forze recondite dello spirito che la razionalità del moderno mondo occidentale ha soffocato. Solo il nagual, lo sciamano (nelle vesti di don Juan) è in grado di controllare questi misteriosi poteri e di compiere incredibili esperienze, condividendole con colui che ha scelto come apprendista, cioè lo stesso Castaneda.

Andrea Pistoia
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Argyros Singh presenta: Ānanda

Argyros Singh presenta: Ānanda

Argyros Singh presenta: Ānanda

Presentazione Libri Intervista a cura di Silvia Pattarini. Argyros Singh presenta Ānanda (Pubme - Collana Gli Scrittori della porta accanto): «In un’atmosfera post-apocalittica, le possibili strade verso una vita più sostenibile».

Argyros Singh nasce a Pordenone nel 1994. Laureato in storia dell’arte a Udine, si dedica alla scrittura da giovanissimo, pubblicando sia saggi (La Regola templare, 2019) che opere di narrativa. Tra queste, il romanzo Nessuna pietà (2020), edito da Spring Edizioni.
Scrive inoltre sul suo blog, La Voce d’Argento (www.voceargento.blogspot.it), in cui tratta soprattutto di arte, storia e letteratura, ed è presente sui vari social, tra cui Instagram @argyrosingh.
Bibliofilo e appassionato di cinema, ha anche avviato un progetto musicale che mescola space rock, dream pop e musica da cantautore. Negli anni si è avvicinato alla spiritualità indù, aspetto che influisce in parte sul contenuto dei suoi scritti. Altre influenze, a seconda dell’argomento in questione, provengono soprattutto da Joseph Conrad, Aldous Huxley e René Guénon.
Da agosto 2021 si occupa di arte per Gli Scrittori della Porta Accanto.



Ānanda

di Argyros Singh
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Distopico
ISBN 978-8833669373
Cartaceo 18,00€
Ebook 2,99€

Sinossi

L’Ānanda è un nome, un luogo sospeso nello spazio e nel tempo, nonché una condizione dello spirito. Cela e disvela il sacro, che parla dell’umanità, dei meccanismi che la spingono all’autodistruzione, ma anche di ciò che la apre all’intima armonia con ciò che la circonda.
Questa raccolta di racconti narra le vite di alcune persone vissute nel periodo in cui avvennero tre catastrofi planetarie che sconvolsero l’umanità. L’ultima grande guerra devastò migliaia di città in tutto il globo; i sopravvissuti tentarono di ripristinare la civiltà, ma un batterio li mise nuovamente a dura prova. In alcune aree del mondo nacquero nuovi centri, collegati tra loro da una rete di scambio commerciale e culturale, sul modello delle antiche poleis. Poi, la grande pioggia cominciò a cadere e non smise per tredici mesi. Molte comunità, sorte sulle coste o nei pressi dei fiumi, finirono per essere travolte dalle acque. L’umanità fu ulteriormente decimata dalla Natura. Quando la pioggia cessò e le acque si ritirarono, i pochi sopravvissuti erano ormai stremati. Fu allora che da Oriente giunse un popolo misterioso, di cui nessuno seppe mai l’origine, che portò nuova linfa al genere umano e stabilì una pace con la Natura.
In particolare, si raccontano le vite di tre donne: Judy, la figlia Vera e la nipote Rebecca. In parallelo, una figura misteriosa, chiamata il Discepolo, percorre i secoli (e i millenni) alla ricerca di un significato alla vita. Le loro storie si intersecano nel tempo, in un continuo salto tra passato e presente, in cui il lettore, come un archeologo, è chiamato a ricostruire gli eventi e le genealogie familiari.


L'autore racconta



Argyros Singh, benvenuto sul blog Gli scrittori della porta accanto. Com’è nata l’idea di questo libro di racconti?

L’anno precedente avevo scritto e pubblicato il romanzo Nessuna pietà, che tratta di un’apocalisse vissuta da persone comuni. In quel caso l’obiettivo di fondo era mostrare le responsabilità umane, senza pretesti o giustificazioni di ordine religioso. Quando cominciai a sviluppare Ānanda, ripresi quell’immaginario per mostrare anche un aspetto più profondo dell’agire umano, quello connesso all’armonia (o disarmonia) del Cosmo, di cui l’umanità non è quasi mai cosciente. Iniziai a scrivere uno dei racconti, La grande pioggia, con in mente già un’idea generale della raccolta, che andò sviluppandosi nelle storie successive.

Ānanda è un titolo curioso. Che cosa significa, che cos’è Ānanda?

Il termine è ripreso dalla tradizione indù ed è stato rielaborato da me. Indica il piacere assoluto, non certo quello legato ai piaceri materiali: esso è piena felicità, in parte massima sapienza, ed è qualcosa che si realizza dimenticandosi di sé. Pensai a questo titolo scrivendo uno degli ultimi racconti (in ordine di stesura), ovvero Vertigo, in cui il termine dà il nome a un omonimo locale parigino. Oltre al significato metaforico contenuto nel libro, Ānanda ha rappresentato per me un momento personale di estasi spirituale, favorito dalla scrittura.

Che tematiche affronta Ānanda?

L’obiettivo del libro è di porre l’attenzione sui meccanismi che sembrano spingere l’umanità verso l’autodistruzione. In forma fantastica o parodistica, emergono la malvagità, l’istinto di sopravvivenza e le crisi del pensiero contemporaneo, di fronte all’incapacità di interpretare una realtà sempre più poliedrica. Un esempio, in un racconto che ha al centro il valore odierno dell’arte, è rappresentato dal testo Il faro.
Inoltre, è di grande importanza il ruolo e il significato della Natura, all’interno di una nuova cosmogonia incentrata sulla luce, nella prospettiva di una civiltà consapevole dei propri errori e in intima armonia con ciò che la circonda. Dunque, Ānanda è certamente caratterizzato da un’atmosfera apocalittica e post-apocalittica, ma non manca di suggerire le possibili strade verso una vita più sostenibile.

Ānanda è una raccolta di racconti in cui le vite di tre donne s’intrecciano abilmente tra passato, presente e futuro. Chi sono queste tre donne?

Troviamo innanzitutto Judy, della quale seguiamo l’intera esistenza in un racconto suddiviso in quattro parti (Astenia), da un’infanzia bizzarra alla lotta da adulta contro un demone che la tormenta. Si scopre scrittrice e i suoi libri diventano presto oggetto di culto da parte di lettori affascinati da tematiche soprannaturali. I rapporti familiari, però, diventano sempre più difficili e la figlia, Vera, cerca una propria strada per emanciparsi dalla figura della madre, trovando uno sfogo nel cinema, sia come attrice che come regista. Infine, Rebecca, la figlia di Vera, è il personaggio centrale per comprendere l’evoluzione di questa saga familiare e per interpretare il significato profondo di Ānanda. L’incontro di Rebecca con la misteriosa figura del Discepolo segna il culmine di un tortuoso cammino personale e, in metafora, rappresenta il ricongiungimento tra il mascolino e il femminino sacri, da loro rappresentati.

Esiste un legame tra le protagoniste, anche se sono vissute in epoche diverse?

Oltre alla loro parentela diretta, sono unite da una linea di sangue antichissima (Linea di sangue è infatti uno dei racconti, diviso in due parti), che le pone in rapporto con altre leggende simili sul sangue reale, di cui la più nota è forse quella che narra della discendenza di Gesù. Nel caso di Ānanda, il legame tra le tre donne trova radici analoghe.

Il Discepolo... Puoi anticiparci qualcosa sul suo conto?

Il Discepolo è un personaggio che ritorna in molti racconti, sia come protagonista che come figura marginale. Egli percorre millenni di storia, alla ricerca di una risposta alle grandi domande dell’umanità. Nel corso del suo cammino, incontra diversi personaggi e ciò contribuisce alla sua presa di coscienza sul significato profondo dell’esistenza.

I tuoi racconti si sviluppano nel corso dei secoli, è stato complicato creare le varie ambientazioni – luogo/spazio/tempo?

Al principio stavo scrivendo storie ambientate nello stesso arco di tempo, che potevano essere poste in successione cronologica. Andando però a fondo dei temi trattati, ho sentito l’esigenza di allargare l’orizzonte spazio-temporale. L’ultimo passaggio è stato quello di mescolare i testi, producendo notevoli salti temporali tra un racconto e l’altro, ispirandomi in particolare alla cinematografia di Christopher Nolan. Nel mio caso, l’obiettivo era di far intendere come ogni evento accadesse “sempre e in ogni istante”, per quanto noi umani siamo abituati a pensare il tempo come una successione di azioni. In ciò mi sono ispirato a diversi testi del pensiero esoterico.

Questi racconti aleggiano sospesi tra più dimensioni: il lettore si trova a dover discernere tra il reale e il non reale, il dentro e il fuori, il materiale e lo spirituale. Tanti argomenti sapientemente amalgamati tra di loro. Quanto tempo ti ha impegnato la loro stesura?

I primi racconti furono scritti intorno all’inizio del 2020 e per alcuni mesi lasciai in sospeso la stesura, per dedicarmi ad altri testi e per leggere opere che mi sarebbero state utili. Ritornai su Ānanda nell’autunno dello stesso anno e conclusi la prima stesura in poco meno di tre mesi. Quest’ultima fase fu segnata da una scrittura intensa, perché avevo ormai assegnato un ordine mentale a ogni elemento del mondo che intendevo creare.

A monte di questi racconti così elaborati, c’è un lavoro di ricerca o documentazione?

Ānanda è in parte la summa di studi personali intrapresi negli anni sugli scritti di autori come l’esoterista René Guénon e sui saggi di Aldous Huxley (in uno dei racconti c’è un riferimento esplicito al suo The Doors of Perception). Una particolare influenza in merito alle tematiche è provenuta da Unità trascendente delle religioni del mistico Frithjof Schuon. Infine, essendo l’arte un elemento centrale di Ānanda, ho fatto ricerche su pittori come Lorenzo Lotto e sull’iconografia relativa alla figura di Lucifero.
Per quanto riguarda la forma, è stato fondamentale rivedere gran parte della filmografia di Christopher Nolan, mentre – a livello letterario – ho trovato fonti di ispirazione in Siddhartha di Hermann Hesse, nell’Odissea e nei dialoghi platonici, oltre che in alcuni racconti di Pirandello e ne Le città invisibili di Calvino.

Un grande lavoro a monte del libro, ti faccio i miei complimenti! Dimmi un po', così a bruciapelo: perché di dovrebbe leggere Ānanda?

Il libro è un’insolita esplorazione spirituale, che attinge a diversi generi della narrativa e mescola racconti autonomi a un messaggio complessivo. Il libro è dedicato anche agli slow readers, perché il suo scopo è di far rallentare le persone, spingerle a meditare su alcune tematiche, senza perdere però di vista il gusto della narrazione.

Chi sono i lettori ideali di questo libro?

Mi rivolgo a quelle persone che hanno a cuore temi quali l’ambiente, il dibattito sul potere e, soprattutto, il futuro incerto della civiltà. Ritengo che l’opera possa essere apprezzata in particolare da coloro che appartengono alla mia generazione, sia per i vari argomenti affrontati che per la generale immedesimazione di fronte alla prospettiva di un’autodistruzione dell’umanità.

Argyros Singh ha ancora qualche sogno nel cassetto da realizzare o progetti ambiziosi per il futuro?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, che intende esplorare un filone “realistico” nella mia scrittura, ma al contempo sto raccogliendo materiale per un romanzo ambientato nello stesso universo narrativo di Ānanda, per quanto indipendente, che aggiunga ulteriori chiavi di interpretazione all’universo che ho creato.
Oltre alla scrittura, nei prossimi mesi conto di avviare un podcast dedicato all’arte dall’Ottocento a oggi.

Ringraziamo Argyros Singh per essere stato con noi e in bocca al lupo per questo libro e per i tuoi progetti futuri!

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
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Recensione: Di chi è la colpa, di Alessandro Piperno

Recensione: Di chi è la colpa, di Alessandro Piperno

Recensione: Di chi è la colpa, di Alessandro Piperno

Libri Recensione di Davide Dotto. Di chi è la colpa di Alessandro Piperno (Mondadori). La ricerca di un'identità in divenire, al di là di una certa concezione della legge, del giudizio e della colpa.

La differenza tra la vita che vivevo e quella che avrei potuto scrivere era tutta qui: la finzione mi offriva un’insperata possibilità, se non di dire a tutti i costi la verità, almeno di smettere di non dirla.
Alessandro Piperno, Di chi è la colpa
Certo che pacchia, poter star bene e scegliere di star male per vizio e dare la colpa agli altri, preferendo su tutti darla alla mamma…
Aldo Busi, El especialista de Barcelona

Di chi è la colpa è l’ultimo romanzo di Alessandro Piperno.


Nelle intenzioni è un romanzo vittoriano ambientato nei nostri giorni, non sono quindi casuali i richiami di un'autrice quale George Eliot (1819-1880).
A far da padrone è un tema che – vero e proprio terremoto – ha un suo epicentro, la colpa, e onde sismiche che si propagano oltre ogni dire, non risparmiando nulla che si trovi nei paraggi. Riguarda e divora ogni cosa. La voragine che si apre è la ricerca di senso di un universo sfaccettato, tipicamente borghese, che pur di non discendere in profondità si accontenta di sostare in superficie. Non studia il terreno su cui poggia i piedi, quasi fosse affare di qualcun altro.


Quel qualcun altro di solito è il colpevole, il diversamente responsabile, l'estraneo, il fuoriuscito, il ribelle, l'esiliato.
Il discrimine è tutto qui: il far parte di una cerchia, dentro la quale ci si sente al sicuro, protetti da una fitta rete di convenzioni, regole e leggi che incanalano più dimensioni.

Chi si pone al di fuori del gruppo cui in origine si appartiene è gettato in una sorta di limbo. 

Difficile uscirne, se non avventurandosi negli abissi più profondi, in un altrove che ha tutta l'aria di un Purgatorio dantesco.
Punto di vista e voce narrante è un figlio, prima bambino, poi adolescente, adulto alle prese col senno del poi cui piace la novità ma non la routine.
Qual è il ritratto di questo figlio che di sé sembra non dire niente, e tenderebbe a occupare gli spazi vuoti di un puzzle il cui disegno è un rompicapo? La sua identità sfugge da tutte le parti; il ragazzo – la voce narrante – abbozza la propria fisionomia in ragione dell'ambiente e degli altri. Va alla ricerca di un modello cui vuole assomigliare, scandaglia in giro per scovare la propria essenza, il marchio di fabbrica privo di difetti da riconoscere come proprio.

Passa in rassegna la desolante e sconsolante quotidianità familiare, quella di tutti e di ciascuno, quando ancora si sognano meraviglie e si confida nella loro realizzazione.

Finché – tra le pieghe della giovane età – tutto ancora può succedere, e lo sguardo è rivolto a un altrove incantato, a una svolta.
Tutto sembra ristagnare. Gli anni scorrono uguali a loro stessi,  a poco a poco si affaccia il sentore di una lezione male appresa. Il bambino, il ragazzo e infine l'uomo si concentrano su un mondo (ebraico e borghese insieme) che è un certo modo di essere, una dimensione che si allarga a dismisura, una pista d'atterraggio da cui non si decolla.
Tutto ruota intorno alle correnti d'ansia che lo avvolgono, al senso di inadeguatezza che chiama "turbolenta viltà romantica", alla poca dimestichezza dell'arte di stare a galla comunque: volgere gli eventi a proprio favore approfittando di «causalità favorevoli e unità d'intenti».

La colpa è una soltanto: non saper giocare le proprie carte, stare ai margini dell'ambiente piccolo borghese di cui si è (si vuole e si deve far) parte.

La figura dell'inetto che ha alimentato la narrativa del Novecento è quella verso cui si punta il dito. È il padre che ha fatto da modello e a cui non si deve assomigliare, perché  riassume un ventaglio di possibilità negate. È il rifiuto di un nome e la speranza di attribuirsene un altro, di mutare casacca, famiglia e destino.
Giunge il momento in cui non è più questione di farsi scudo con i massimi sistemi che alimentano verità di comodo (e la propria comfort-zone), né di distribuire torti e ragioni a man bassa. La difficoltà è – in questo la scrittura aiuta e appiana – porsi su un piano differente e più alto, fino vedere la verità delle cose. Non le si deve guardare in faccia, però, perché se non le si sfugge, si viene pietrificati come con Medusa.

Alessandro Piperno e il suo personaggio si vestono quindi dei panni di Perseo che, lungi dal soccombere, cambia avviso e metodi, e la prospettiva si fa diagonale.

"In vena di confidenze", il protagonista/voce narrante recupera  un ritratto alternativo non solo dei genitori, ma anche di sé. Si volta indietro non per recriminare, ma per mettere nuove e profonde radici, e di nuovo esaminare quello che è stato con una comprensione via via più nuova e ponderata.
Alla fine conquista quello che non si vede, il segreto di un'identità in divenire sottratta all'analisi psicoanalitica (la stessa che attribuisce ragioni e colpe, soprattutto ai padri, non di rado alle madri).
Chissà, forse anche per essere felici, come per amare liberamente, ci vuole un bel po’ di carattere. Questo in termini generali. Nello specifico devo dire che, pur senza averne coscienza, già allora la felicità mi lasciava perplesso: e mica per la sua natura intrinsecamente fraudolenta, ma perché sembrava parlarmi non già di ciò che avevo ottenuto ma di ciò che ero in procinto di perdere.
Alessandro Piperno, Di chi è la colpa

Smette di cercare la risposta nella parte sbagliata, cambiano anche gli interrogativi.

Ciò lo spinge a capire cosa lo riguarda veramente, di cosa fa parte sul serio, e cosa significa essere ebreo a tutti gli effetti.
«Dopotutto sei figlio di un’ebrea» mi disse a conferma dei miei sospetti [...]
E un ebreo non può che essere tale, anche se non sa di esserlo, anche se non vuole esserlo.
Alessandro Piperno, Di chi è la colpa
È un'identità che si può acquisire ma non perdere, prescinde dall'etnia e dalla pratica religiosa, cosa che ben sapeva Franz Kafka. È connessa a una certa concezione della Legge (e della colpa). Legge, giudizio e colpa sono da sempre strumenti da maneggiare con cura.

Nulla di diverso avviene nel mondo piccolo borghese, col bisogno di sicurezza e di stabilità che lo permeano.

Alla fine sono gradazioni diverse lungo la medesima corda di violino, ci si muove già lungo l'unica sintesi possibile, la più accomodante. Ogni possibile oscillazione è neutralizzata in una dimensione tutta orizzontale.
Quando e se si suona un'altra nota, la situazione si chiarifica. Vengono alla luce risorse inaspettate: sono la musica, la scrittura, in attesa di esplodere nella propria personale rivoluzione.


Di chi è la colpa

di Alessandro Piperno
Mondadori
Romanzo
ISBN 978-8804722618
Cartaceo 19,00 €
Ebook 10,99€

Sinossi 

Dare agli altri la colpa della propria infelicità è un esercizio di malafede collaudato, una tentazione alla portata di tutti. Ed è ciò che prova a fare anche il protagonista di questo romanzo. Almeno fino a un certo punto. Figlio unico di una strana famiglia disfunzionale, con genitori litigiosissimi e assediati dai debiti, è stato un bambino introverso, abituato a bastare a se stesso e a cercare conforto nella musica e nei propri pensieri. Cresciuto in una dimensione rigidamente mononucleare - senza mai sentir parlare di nonni e parenti in genere -, sulla soglia dell'adolescenza scopre che naturalmente un passato c'è, ed è anche parecchio ingombrante. Accade così che un terribile fatto di sangue travolga il protagonista facendo emergere i traumi fino a quel momento rimossi. Da un giorno all'altro entrerà a far parte di una famiglia nuova di zecca, in cui inaugurerà una vita di clamorosa impostura. Incontrerà personaggi affascinanti, viaggerà, frequenterà le migliori scuole e svilupperà un'insana passione per la letteratura, sulla scorta del disperato amore verso una cugina eccentrica, amante dei romanzi vittoriani. Ipocrisie, miserie, rancori e infelicità: pensava di esserseli definitivamente lasciati alle spalle, ma dovrà prendere atto che si tratta di veleni che infestano tutte le famiglie. Impossibile salvarsi. In questo romanzo scintillante, trascinante, commovente, Alessandro Piperno compie una magnifica sintesi delle sue identità romanzesche. Torna alla narrazione in prima persona ritrovando l'affabulazione pirotecnica, beffarda, iconoclasta del suo esordio, e la contempera con la vena introspettiva e dolente che percorre Il fuoco amico dei ricordi. Di chi è la colpa è il nuovo, bellissimo romanzo di uno dei più grandi scrittori italiani, vincitore del premio Campiello Opera prima, del premio Strega e, in Francia, del Prix du meilleur livre étranger.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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Canzoni come poesie: «La neve se ne frega» di Ligabue

Canzoni come poesie: «La neve se ne frega» di Ligabue

Canzoni come poesie: «La neve se ne frega» di Ligabue

Musica Di Tamara Marcelli. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: La neve se ne frega, di Ligabue, dall'album Mondovisione del 2013. La forza purificatrice della neve, la difesa da un mondo fatto di apparenza.

Luciano Riccardo Ligabue, per tutti Ligabue o Liga, è cantautore, sceneggiatore, scrittore e produttore italiano.
Nato a Correggio (Reggio Emilia) il 13 Marzo 1960, è uno dei più apprezzati artisti del panorama musicale italiano. Ha all'attivo 22 Album, cinque libri, tre film e oltre 800 concerti.
Il singolo La neve se ne frega, dall'album Mondovisione del 2013, segue la pubblicazione del romanzo dal titolo omonimo, edito la prima volta con Feltrinelli nel 2004. Romanzo distopico e sentimentale in cui la neve rappresenta una forza purificatrice, una difesa da un mondo fatto di apparenza e che, invece, nasconde un disegno ben preciso.

Mondovisione, l'album di Ligabue uscito nel 2013

  1. Il muro del suono
  2. Siamo chi siamo
  3. Il volume delle tue bugie
  4. La neve se ne frega
  5. Il sale della Terra
  6. Capo Spartivento
  7. Tu sei lei
  8. Nati per vivere (adesso e qui)
  9. La terra trema, amore mio
  10. Per sempre
  11. Ciò che rimane di noi
  12. Il suono, il brutto e il cattivo
  13. Con la scusa del rock'n'roll
  14. Sono sempre i sogni a dare forma al mondo

La neve se ne frega di Ligabue

Testo: Luciano Ligabue | © Warner Chappell Music, Inc
Musica: Luciano Ligabue
Tu che allarghi le braccia
vuoi sentirla cadere
e le porgi la faccia
ti sembra cotone, ti sembrano piume
Nessun tipo di sforzo
non fa neanche una piega
c’è chi ne ha già abbastanza
ma tanto la neve, lei se ne frega
Copre i coppi e le piazze
le altalene e i bidoni
i sorrisi dei pazzi
e le bestemmie di qualche barbone
tutti quanti costretti
ad un tempo diverso
io ti guardo negli occhi
e vedo lontano
il tempo che ho perso

Parlami davvero
dentro questo gelo
Sentimi davvero
che non fa più buio
Baciami davvero
che non casca mica tutto il cielo
che ci stiamo ancora sotto insieme

Sembra tutto pulito
sembra tutto più chiaro
tutto quanto più morbido
senza più spigoli da arrotondare
i progetti divini
il destino e la sfiga
fatti solo vicina che tanto
la neve lei se ne frega
I segreti più son vecchi
e più saran pesanti
puoi tirarli fuori
tanto qui saran coperti
La manna forse aveva questa forma
e allora puoi fidarti

Parlami davvero
sciogli questo gelo
Sentimi davvero
che spegniamo il buio
Baciami davvero
che non casca mica tutto il cielo
che ci stiamo ancora sotto insieme

Parlami davvero
non lasciare niente
Scaldati davvero
sotto questa coltre
Baciami davvero
che possiamo stare ancora fuori
che la neve qui fa il suo lavoro
copre antenne e furgoni
gli ospedali e gli incroci
desideri e intenzioni
e fanali che fanno già meno luce
Io ti guardo negli occhi
hai le ciglia bagnate
e prometti di tutto
e nevica ancora da togliere il fiato.
Ligabue, La neve se ne frega



Lyrics powered by www.ligabue.com


Tamara Marcelli
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Il viaggio che rifarei, un memoir di Johnny Do

Il viaggio che rifarei, un memoir di Johnny Do

Il viaggio che rifarei, un memoir di Johnny Do

Libri Comunicato stampa. Il viaggio che rifarei (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto), un memoir di Johnny Do. Un emozionante viaggio alla scoperta di paesi vicini e lontani, facendo il "mestiere più bello del mondo": il tour leader.

È il Kenya, nel secondo viaggio da solo, a darmi l’energia giusta, a farmi comprendere che la strada che si perde nell’incanto della natura, nell’infinità del tutto e dell’origine umana, deve essere la via da seguire, la mia vita, la mia casa. Da qui voglio partire per realizzare la mia ricerca di libertà, di spazio, di solitudine.
Porto con me un paio di valigie. Una è piena di vanità smisurata, eccessiva per i luoghi in cui mi muovo, alternativa, pesante, forte e a volte ingombrante, capace di motivarmi contro gli scherni e le critiche di chi mi vuole diverso. La seconda, più piccola, trattiene l’immagine della mia casa per ammortizzare il distacco dal nido, in ossequio all’orgoglio, intatto ancora oggi, di sentirmi italiano. Nei piccoli oggetti e nei dettagli di una quotidianità lontana, cerco la compagnia giusta per affrontare le barriere oceaniche che mi dividono dalla stretta della famiglia e degli amici distanti. Internet e i cellulari non esistono.
Anche un lenzuolo o una tazza per la colazione rendono la giornata più libera dalle involontarie e inaspettate nostalgie, dalle comprensibili malinconie tanto forti quanto saldi sono gli affetti lasciati.
Tenerife è il primo viaggio da solo, a poco meno di diciassette anni, con la mente rapita dal sogno di volare per la prima volta, dell’aereo sempre raccontato e mai vissuto, dei tropici e dell’oceano e delle atmosfere che forse avrebbero portato pace alla mia adolescenza. Il vulcano immenso, una flora smisurata, la spiaggia nera, un rombo esasperante come il battito del cuore sul cuscino nei giorni di febbre.
All’arrivo ci accolgono un flamenco improbabile e improvvisato, musiche e balli nel sangue già da anni e pronti, come piastrine impazzite, a evaporare in sudate isteriche, nervose di libertà. Spensieratezza allo stato puro: l’approccio col sesso – un amore fugace – la maturazione improvvisa tra palme, strelitzie e pappagallini; l’eco di musiche messe in sordina dal solito rimbombo del mare, confusione di parole e gesti, sudore mischiato alla salsedine, sentimenti incompresi e incomprensibili.
Poco a poco l’attesa di un nuovo viaggio diventa desiderio assoluto, priorità di vita. Ritornare a volare, a rivivere. Liberarsi al più presto dagli obblighi: il diploma, la maggiore età, la leva militare. E, dopo Tenerife, il Kenya conferma l’aspirazione a esistere ovunque, spaziando senza sosta, con il posto Y finestrino , file posteriori se possibile, come camera da letto prediletta, versione moderna della cuccetta del treno che in quindici ore porta me e Cinzia nel tanto anelato Salento dell’infanzia, delle corse scalzi, dei tuffi, della simpatica nonnina.
A essere decisivo per il mio destino è il terzo viaggio, consumato tra i mille divertimenti di Orlando e della Florida, abiti da sera sfarzosi per cene esorbitanti, le crociere di lusso alle Antille e il primo approdo in una Miami assopita, lontana dalla rinascita degli anni Novanta, con i palmizi e i cocchi sparsi ovunque sull’incanto di borotalco delle spiagge.
In questo bailamme divento amico di Tata, una tour leader, una donna che ha visto gli albori di un sistema turistico in cantiere, quando una comune vacanza era il ritorno al paese del sud con il portapacchi della macchina pieno di ciò che non sarebbe servito. Lei già accompagnava i pochi viaggiatori disponibili a sorvolare il reticolo magico di latitudini e longitudini. Ogni parola per me diventa Vangelo, sostanza per generare i sogni che covo, per assaporare i ritorni più dolci sotto il Teide, ma soprattutto dai miei elefanti sull’Amboseli. E così un volo notturno di American Airlines da San Juan de Puerto Rico a New York e poi verso l’Italia, ignaro che il destino mi avrebbe mandato a svolgere la leva militare nella sua stessa città di residenza – per altre sere di racconti e ascolto in estasi – diviene una lezione magistrale, l’occasione unica per crearmi un’idea lavorativa appassionante.
Johnny Do, Il viaggio che rifarei

Il viaggio che rifarei

Il viaggio che rifarei

di Johnny Do
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Memoir | Narrativa di viaggio | Non fiction
ISBN 9788833669984

Sinossi

Il primo viaggio in Kenya, ancora adolescente, è il punto di partenza per inseguire un sogno chiamato mondo.
Il mal d’Africa dà inizio a una vita alla ricerca della libertà personale, delle latitudini più lontane, delle solitudini più profonde, del luogo perfetto dove vivere, della conoscenza di persone eccezionali, svolgendo un lavoro per certi aspetti sconosciuto ed esplorando i luoghi più suggestivi del pianeta.
Il viaggio che rifarei è il libro di una vita. Una prima sintesi, più che il bilancio, di un percorso ancora vivo ma già ricco, del suo svolgersi tra il racconto di una professione, poetiche descrizioni di paesaggi unici, lussi e party esclusivi, piccole solitudini e grandi lontananze, suggerimenti di viaggio e grotteschi aneddoti sui turisti italiani. Brasile, Giordania, Egitto, Estremo Oriente, Santo Domingo, Tenerife, Mykonos, Bali, Cuba e Miami, sono alcune delle mete vissute da Johnny Do come tour leader e da residente.

Il libro è stato scritto con la collaborazione di Salvatore Gerace, insegnante di lettere presso il liceo “Norberto Bobbio” di Carignano (TO) e scrittore di saggi, articoli di teatro e letteratura italiana e sportiva.



ESTRATTI E RECENSIONI




Johnny Do

Johnny Do è nato a Torino nel 1969. A sedici anni, dopo aver usufruito di un primo viaggio incentive cedutogli da suo padre, inizia a maturare il desiderio di lavorare nell’ambito del turismo. Nel 1990 si trasferisce a Toronto dagli zii, per affinare la sua pratica dell’inglese, e successivamente lavora per grossi tour operator prima a Ibiza come assistente, successivamente come capo-area a Tenerife, Mykonos, Bali, Cuba e Miami. Nel 1997 si dedica per un breve periodo alla moda, altra sua passione, ma presto ritorna al turismo rientrando a Mykonos e trasferendosi a New York fino alla crisi del settore, successiva al crollo delle Torri Gemelle. Brasile, Giordania, Egitto, Estremo Oriente, Caraibi, sono alcune delle mete vissute da residente e come tour leader, ruolo che, dopo la morte della sorella Cinzia nel 2006, svolge solo d’inverno per stare vicino alla famiglia. Dal 2003 vive e lavora a Ibiza, accogliendo migliaia di turisti a stagione.
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Recensione: Per mia colpa, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Per mia colpa, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Per mia colpa, di Piergiorgio Pulixi

Libri Recensione di Stefania Bergo. Per mia colpa di Piergiorgio Pulixi (Mondadori). Un romanzo emozionale che gioca col chiaroscuro dei personaggi, rendendoli ulteriori filoni narrativi.

Ho letto altri libri di Piergiorgio Pulixi. Ho iniziato ad amarlo con Lo stupore della notte. Ho amato i personaggi, il suo racconto della Sardegna e il pathos che tiene legati alle pagine fino alla fine. Ho continuato a seguirlo con L'isola delle anime e Un colpo al cuore. Non potevo certo farmi scappare il suo ultimo romanzo, Per mia colpa, uscito il 28 settembre.
Anche qui, protagonista è una donna, una commissaria, Giulia Riva. È figlia di una madre che, rimasta vedova, se ne va in giro per il mondo, tra party esclusivi e crociere, ad affascinare uomini anche più giovani di lei, forse per metabolizzare, a modo suo, il lutto. È collega e soprattutto amica di un poliziotto, Flavio Caruso, che invece non riesce a metabolizzare il suo, di trauma – anche se fino alla fine non ci è dato di sapere quale – ma è anche la quota ironica del romanzo – che, malgrado la trama e gli scenari, non manca mai nei romanzi di Piergiorgio Pulixi.

Due casi, in cui i protagonisti palesi o sottesi sono i sensi di colpa, sconvolgono Giulia Riva, tanto da indurre una brusca virata alla sua vita: si tratta di una avvocata accusata di aver ucciso l'amante del marito e di una donna scomparsa da un anno.

Riflettere sul primo caso la porta a troncare una relazione clandestina con un suo superiore, che si trascina ormai da qualche anno in un vicolo cieco di possibilità negate. Chiede il trasferimento, vuole andare lontano da Cagliari per tagliare ogni cordone ombelicale con una storia senza futuro. Non prima di aver risolto l'ultimo caso, quello di una donna scomparsa da un anno, per una promessa fatta alla figlia, una bambina di nove anni che si presenta al Commissariato, implorando di ritrovare la mamma  malgrado tutte le indagini abbiano portato solo a binari morti: Virginia Piras non aveva alcun motivo per lasciare la sua famiglia e la sua vita e non è mai stato trovato il suo corpo. Ma è davvero così? Sarà ancora viva?

Per mia colpa è un romanzo psicologico che scandaglia l'animo umano.

Mette in luce le ombre dei suoi protagonisti, paradossalmente dando loro maggiore profondità. Ognuno ha un lato oscuro, un trauma passato, un senso di colpa che scava da dentro fino a bucare la superficie.
Il filone giallo è quasi secondario, sebbene il finale, completamente inaspettato, abbia un effetto pirotecnico. Anche le poetiche descrizioni dei luoghi, da cui traspare l'amore incondizionato di Piergiorgio Pulixi per la Sardegna, che elevano i suoi romanzi a eccellente narrativa, lasciano spazio all'approfondimento psicologico. Un approccio che risulta abilmente condiviso col lettore: ognuno di noi ha un senso di colpa che influenza la nostra vita. Può essere cosciente o restare latente fino a un episodio scatenante. Ed è allora che rompe gli argini come la piena di un fiume.

La suspense che aleggia tra le pagine di Per mia colpa non è la solita al cardiopalmo, non si inorridisce per delitti efferati. Si viene ipnotizzati dai personaggi stessi che si mettono a nudo, diventando ognuno un filone narrativo di cui si vuol conoscere l'epilogo.

Complici anche i capitoli brevi che si concludono sempre con presunti puntini di sospensione e che inducono nel lettore assuefazione.
Ho trovato un romanzo più emotivo, commovente, che gioca col chiaroscuro emozionale più che con l'azione, in particolare col senso di colpa che fa filtrare un po' di luce nel buio e di oscurità nei meandri inondati dal sole, senza uniformare, ma creando piccole o grandi discontinuità. Lo dimostra il fatto che il vero epilogo non è la sorprendente soluzione del caso ma, a mio avviso, l'ultimo capitolo, dove insieme a un nodo stretto del passato si è sciolta anche la mia commozione.
«Nonostante tutto, le capisco entrambe» le rivelai, riflettendo su come l'amore, oltre al dolore, spesso di portasse dietro anche l'odio e la vendetta [...]

Per mia colpa

Per mia colpa

di Piergiorgio Pulixi
Mondadori
Narrativa | Giallo
ISBN 978-8804743675
Ebook 9,99€
Cartaceo 17,00€

Sinossi

A volte l'unico modo per voltare pagina è andare via. È quello che si rassegna a fare la vicecommissaria Giulia Riva, decisa a chiudere una storia clandestina con un superiore che le procura soltanto dolore. Ha appena chiesto il trasferimento, che al commissariato di Cagliari si presenta Elisa, nove anni e una richiesta che raggela: ritrovare la mamma scomparsa. Giulia non può tirarsi indietro, anche se Virginia Piras era una moglie e una madre serena, e dunque per sparire così probabilmente è stata uccisa. Ma da chi? E perché? Tutti sembrano essersi dimenticati di lei, compreso l'ispettore Flavio Caruso, il partner e mentore di Giulia, a cui l'indagine è affidata. Caruso però non è più il poliziotto di un tempo, e Giulia capisce che potrebbe aver commesso errori fatali. Così si fa assegnare il caso, nella speranza di risolverlo ed evitare una possibile onta al suo partner. Non immagina che la ricerca la spingerà a interrogarsi anche sui propri errori passati: perché il cuore ha due lati, uno con cui si ama e uno con cui si odia. Piergiorgio Pulixi, vincitore del premio Scerbanenco 2019, debutta nel Giallo Mondadori con un noir sulle maschere a cui ricorriamo per preservare le emozioni che ci fanno sentire vivi – anche quando potrebbero esserci fatali.


Stefania Bergo
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Il buio di Etiopa, il romanzo sci-fi di Nicolò Maniscalco

Il buio di Etiopa, il romanzo sci-fi di Nicolò Maniscalco

Il buio di Etiopa, il romanzo sci-fi di Nicolò Maniscalco

Libri Comunicato stampa. Il buio di Etiopa (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto), di Nicolò Maniscalco: un romanzo sci-fi, un viaggio oltre i confini del sistema solare alla scoperta di un nuovo pianta governato da leggi fisiche sconosciute.

Il professor Bell, un luminare dell’astrofisica e padre del programma d’esplorazione spaziale, era anziano, molto anziano, si diceva avesse almeno centodieci anni e alla sua età erano in pochi a lavorare ancora. Si avvicinò al leggio e salutò gli astanti. Lo fece molto lentamente aiutato da due stampelle metalliche che, avendo l’impugnatura nascosta nell’enorme manica della tunica indossata dai cattedratici, sembravano un prolungamento delle braccia.
Si sistemò alla meglio davanti al leggio, poi prese a spiegare con la voce acuta dovuta all’età: «Fin da inizio millennio ogni volta che l’umanità cercava, oltre l’orbita di Plutone, la fine del sistema solare immancabilmente scopriva la presenza di altri pianeti a causa dei disturbi che questi creavano nelle orbite di quelli già conosciuti. Con la scoperta di Minosse, il quindicesimo pianeta, si pensava di essere arrivati ai confini del sistema solare, la scoperta di un altro pianeta avrebbe messo in serio pericolo le teorie newtoniane. Un mio carissimo amico e stimato astronomo dell’Università del Cairo, Marwan Assal, ha trovato il pianeta che le ha effettivamente messe a dura prova! Ha scoperto un sedicesimo pianeta che ha battezzato con il nome di Etiopa in onore delle sue origini etiopi».
Il professor Bell prese fiato per poi continuare: «Etiopa non è visibile né tracciabile fisicamente, non sappiamo neanche se esista realmente, perché finora ne registriamo solo il singolare effetto sull’orbita dei pianeti esterni. Quel pianeta è un vero enigma, non si riesce a determinarne con precisione né l’orbita né la distanza da Minosse. Secondo alcuni calcoli è contemporaneamente dentro e fuori il sistema solare. Si può calcolare un percorso celeste all’esterno ma poi altri calcoli escludono la sua presenza. Alcuni astronomi hanno fatto osservazioni che porrebbero Etiopa relativamente vicino all’orbita di Minosse. Lo abbiamo considerato un pianeta esterno e lontano ma la sua presenza non è stabile, è come se la sua gravità non seguisse effettivamente le leggi della gravitazione universale. Potremmo pensare di essere vicini a una singolarità creata dall’attrazione gravitazionale di un buco nero. Gli scienziati, ed io tra loro, considerano questa possibilità in qualche modo remota, allora intorno a Etiopa potrebbero esserci leggi fisiche sconosciute. Sembra che la sua caratteristica peculiare sia il buio scientifico, perciò è stato definito il buio d’Etiopa».
Il vecchio professore, al termine della sua spiegazione, si staccò con fatica dal leggio lasciando galleggiare nell’aria le sue ultime parole, poi si allontanò con un cenno del capo rivolto agli astanti e cedette la parola nuovamente a Moore. Quest’ultimo superò il leggio dirigendosi verso un video gigantesco mentre le luci della sala si attenuavano. Sul video comparve il disco rosso di Marte che s’ingrandì sparendo all’istante a causa di una zumata verso la zona verde della colonia fino ad arrivare all’astroporto del pianeta. Qui la zumata si fermò.
«Quella che vedete, signori, è la prima nave intergalattica o se preferite l’ultima generazione delle navi interplanetarie ed è per questo motivo che abbiamo continuato la tradizione chiamandola Helios. Vi presento Helios IV. Ovviamente è diversa dalle tre precedenti navi. Quest’ultima è dotata sia dei tradizionali motori stellari come le altre navi, sia dei nuovi propulsori intergalattici. Può viaggiare a c decimi ed è in grado di portarvi nei pressi di Etiopa.»
Nicolò Maniscalco, Il buio di Etiopa


Nicolò Maniscalco



Il buio di Etiopa

di Nicolò Maniscalco
PubMe - Gli scrittori della porta accanto
Fantascienza
ISBN 9788833664132

Sinossi

«L’astronomia ci ha insegnato che non siamo il centro dell’universo, come si è pensato a lungo e come qualcuno ci vuol far pensare anche oggi. Siamo solo un minuscolo pianeta attorno a una stella molto comune. Noi stessi, esseri intelligenti, siamo il risultato dell’evoluzione stellare, siamo fatti della materia degli astri.»
Margherita Hack, Siamo fatti di stelle - Dialogo sui minimi sistemi, 2013

Un viaggio ai confini del sistema solare, dove apparentemente le leggi universali della fisica non sono più valide, alla ricerca Etiopa, il pianeta misterioso in grado di dare una spiegazioine al paradosso. L’equipaggio dell’astronave Helios IV condurrà l'umanità alla scoperta del nuovo pianeta, che rivelerà, però, anche un’inquietante sorpresa.



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