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Da Roma a Trento, 3 mostre da non perdere

Da Roma a Trento, 3 mostre da non perdere

Da Roma a Trento, 3 mostre da non perdere

Arte Di Lara Zavatteri. Tre mostre da non perdere a Roma e a Trento: Impressionisti, la vita di Frida Kahlo e i ritratti delle figlie di Ferdinando d'Asburgo.

Quadri mai o quasi mai visti degli Impressionisti, la vita di Frida Kahlo e le figlie della dinastia degli Asburgo.
Sono le tre mostre che da ottobre si potranno visitare fino a marzo 2020, le prime due a Roma, l'ultima a Trento, ma vediamo di che si tratta.

Impressionisti segreti: a Roma, dal 6 ottobre all'8 marzo.

Impressionisti segreti è il titolo della mostra, aperta il 6 ottobre (visitabile fino all'8 marzo) a Palazzo Bonaparte a Roma, mostra prodotta e organizzata dal gruppo Arthemisia. Già il palazzo, reso fruibile da Generali Italia, è un pezzo di storia: al piano nobile visse infatti la madre di Napoleone, Maria Letizia Ramolino e proprio qui si potranno vedere i quadri esposti.
Si tratta di una cinquantina di opere degli Impressionisti, da Monet a Gauguin, da Cezanne a Renoir da Sisley a Cross per fare qualche nome, che normalmente si trovano in collezioni private e quindi non sono accessibili al pubblico.
Per la mostra Impressionisti segreti questi tesori possono finalmente essere ammirati da tutti, scoprendo per i vari pittori nuovi soggetti, colori e, appunto impressioni.
Altra chicca riguarda i curatori della mostra: si tratta infatti di Claire Durand-Ruel, che discende da Paul DurandRuel, ovvero colui che ridefinì il ruolo del mercante d’arte nonché – un dettaglio non da poco – il primo sostenitore proprio degli Impressionisti. La seconda curatrice è Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi, ovvero la sede delle più ricche collezioni al mondo di Claude Monet e Berthe Morisot.

Apre invece il 12 ottobre fino al 29 marzo la mostra Frida Kahlo. Il caos dentro al Set Spazio Eventi Tirso sempre a Roma.

Qui l'idea è far conoscere il mondo della pittrice messicana a tutto tondo, non solo attraverso la sua arte, ma soprattutto con immagini, diari, lettere, spazi dove lei visse con la famiglia e con il marito, il pittore Diego Rivera, come la Casa Azul, oggi sede di un museo a lei dedicato.
Oltre a questo saranno presenti gioielli e abiti, per immergersi in tutto e per tutto nell'universo di Frida.
Una mostra sensoriale per esplorare il vissuto di Frida, la sua arte, ma anche i suoi amori, le sue passioni e i suoi dolori, i luoghi che la videro crescere come artista e come donna con percorsi tematici dedicati alle sue opere e la possibilità anche... di incontrarla dal vivo!



Jakob Seisenegger ritrae le figlie di Ferdinando d'Asburgo: a Trento, dal 29 novembre al 6 marzo.

Il castello del Buonconsiglio a Trento proporrà a fine novembre, precisamente il 29 e fino al 6 marzo 2020, i ritratti di Jakob Seisenegger delle figlie di Ferdinando d'Asburgo.
Il pittore di corte ritrasse le bambine, figlie di Ferdinando d'Asburgo, re dei Romani e futuro imperatore nel 1534, quando la maggiore aveva otto anni e la minore solo uno. Un unico grande dipinto che in origine faceva parte di una serie di ritratti degli Asburgo, destinati a decorare gli appartamenti di Bernardo Cles, principe vescovo di Trento.


Lara Zavatteri

Lara Zavatteri
Classe 1980, vive e lavora nel paese di Mezzana in val di Sole (Trentino). Iscritta all'Ordine nell'elenco dei pubblicisti dal 2000, scrive articoli di cultura, ambiente e attualità locale. È anche blogger e autrice di libri.Guardando le stelle,Un cane di nome GiulianoRisparmia Subito!Amici per sempreCuor di Corteccia, Sopravvissuti, Youcanprint.Reset, Photocity.it.La strada di casa, Edizioni del Faro.Agata. Come un funerale ti salva la vita, Youcanprint.
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Disneyland Paris con i bambini: un’esperienza indimenticabile

Disneyland Paris con i bambini: un’esperienza indimenticabile

Disneyland Paris con i bambini: un’esperienza indimenticabile

Mamme in viaggio
Disneyland Paris con i bambini: alcuni suggerimenti per vivere un’esperienza indimenticabile. Come prepararsi e quali sono le attrazioni da non perdere.

Portare i bambini a Disneyland Paris è un sogno che prima o poi tutti devono realizzare. E quando finalmente arriva il momento, e non si sta più nella pelle, bisogna preparare la partenza con molta cura.

Come preparasi alla partenza per Parigi?

La prima cosa è stabilire il periodo più conveniente per andare e poi scegliere un alloggio adatto alle proprie esigenze. Ma, per quanto i preparativi possano essere dettagliati e perfetti, appena si arriva sul posto non si potrà fare a meno di chiedere informazioni sulle strade, i mezzi da prendere, dove mangiare un boccone.
Certo il parco di Eurodisney è internazionale, ma nel territorio in cui si trova la lingua parlata è ovviamente il francese, per cui sarà meglio conoscere qualche rudimento prima di partire. Essendo una lingua neolatina è abbastanza facile da imparare, ma è consigliabile studiare in anticipo le basi della grammatica francese, servendosi di metodi d’apprendimento digitali, rapidi e intuitivi, offerti da realtà tipo Babbel. Solo così, qualsiasi soluzione per l’alloggio si scelga e in qualunque posto si voglia andare a fare shopping o a mangiare, non sarà difficile farsi capire e ottenere le giuste informazioni. D’altronde il piacere di una vacanza sta anche nel fare conoscenza e comunicare con le persone del posto.

PIANIFICA UN VIAGGIO A PARIGI

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I servizi a misura di bambino.

Ma l’obiettivo principale di chi va a Disneyland Paris è prevalentemente quello di far divertire i bambini, quindi bisogna capire quali servizi si possono trovare per loro, insieme a biglietti agevolati. Tra i servizi da conoscere e da sfruttare, ad esempio, c’è il biglietto “Baby Switch” che dà la possibilità di evitare la coda al secondo genitore che sale su un gioco o un’attrazione. Poi c’è il “Single Ride” che fa accedere all’attrazione scelta attraverso un’entrata a parte, ma senza posto a sedere. Anche il “Fast Pass” è un servizio interessante, perché mette in condizione tutta la famiglia di prenotare l’orario di ingresso invece di fare la coda. Si fa gratis alle macchinette all’ingresso ma vale solo per un’attrazione alla volta. Sarà possibile fare il “Fast Pass” per la seconda ruota solo dopo aver usufruito della precedente.
Ovviamente, essendo pensato anche per i piccolissimi, il parco offre servizi indispensabili, come le aree fasciatoio per i cambi o la possibilità di affittare un passeggino. Ed è disponibile, se si vuole girare solo con i più grandicelli, anche un’area con servizio baby-sitting. Infine, ma bisogna prenotare, è possibile incrociare alcuni dei personaggi Disney più famosi tra i tavoli dei ristoranti più gettonati del Parco, come l’Auberge de Cendrillon e il Plaza Garden Restaurant.


Quali sono le attrazioni da non perdere?

Una volta capito come destreggiarsi al meglio nel Parco, bisogna scegliere le attrazioni più divertenti, anche in funzione dell’età dei ragazzi e del tempo disponibile. Per i più piccoli c’è da scegliere tra alcune attrazioni davvero carine ed estremamente colorate, come il Parco di Alice, con tutti i personaggi del Paese delle Meraviglie, compreso un percorso nel famoso Labirinto del Giardino della Regina di Cuori. E, per non dimenticare questi momenti magici, all’uscita è possibile fare una foto ai bambini con in testa il Cilindro del Cappellaio Matto. Ma si può vivere anche un’avventura unica nell’Isola che non c’è di Peter Pan o un’esperienza multisensoriale nella casa di Ratatouille.
Per i più grandi invece c’è la casa del terrore di Phanton Manor, infestata dai fantasmi, o la corsa da brivido sul trenino dei minatori di Big Thunder Mountain, circondati da montagne e città fantasma. Ma se si vuole vivere un’esperienza affascinante, da vero pirata dei Caraibi, allora bisogna prenotare un giro dei Pirates of the Caribbean ad Adventureland, insieme allo stesso Jack Sparrow. E non mancano neanche le pistole laser per uno scontro a fuoco con Zurg, prenotando a Discoveryland un giro al Buzz Lightyear Laser Blast.

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Franco Battiato, un eremita che ha rinunciato a sé

Franco Battiato, un eremita che ha rinunciato a sé

Franco Battiato, un eremita che ha rinunciato a sé

Musica Di Angelo Gavagnin. Mi piace pensare a Franco Battiato con le parole di una sua canzone, E ti vengo a cercare: «Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane, fare come un eremita che rinuncia a sé».

Franco Battiato, lo seguo da quando artisticamente è nato. Da Fetus e Pollution usciti nel 1972.
In quel periodo venne a Mestre per un concerto che diventò memorabile. Ci fece impazzire per la novità dei suoi testi, della sua musica e anche per come aveva ideato lo spettacolo, fu una novità assoluta. Ecco, da qui parte il mio amore e da allora non ho mai mancato di acquistare e ascoltare tutta la sua produzione e anche di partecipare a ogni tournée. Aspettavo sempre con ansia qualche data nei dintorni di Venezia.
I suoi primi lavori non furono certo accettati facilmente, all’epoca si ballava con le canzoni dei Pooh o, benissimo che andasse, si ascoltavano gli Equipe 84, Battisti e tutto ciò che ispirava il giusto, romantico approccio con le ragazze.


Fino al 1968, Franco Battiato fu Artista per pochi intimi. 

Dopo capì che, se voleva continuare a cantare e suonare, doveva anche vendere e arrivò L’Era del Cinghiale Bianco e soprattutto, nel 1981,  La voce del Padrone.
Dimostrò che si poteva fare della buona musica con ottimi testi (anche se non comprensibili a tutti) e pure vendere molti dischi. Fu per mesi primo nelle classifiche, pezzi come Centro di gravità permanente e Bandiera bianca divennero cultura popolare. Tutti ormai sappiamo che «ci si mette gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero!»
Poi fu un successo dietro l’altro, inutile citare tutti i titoli, chi vuole può trovare facilmente la discografia in rete.

Nel 1994, con L’ombrello e la macchina da cucire, inizia la sua collaborazione col filosofo siciliano Manlio Sgalambro.  

È una svolta che si percepisce, i testi diventano davvero canzoni filosofiche, aggiunge la musica a citazioni, da Cratilo, discepolo di Eraclito: «Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume».
Nel 1996 esce L'imboscata che inizia con una frase in greco antico, recitata da Manlio Sgalambro che parteciperà anche dal vivo a tutti i concerti del tour di quell’anno.
È una frase di Eraclito:
«È la medesima realtà il vivo e il morto,
il desto e il dormiente,
il giovane e il vecchio:
questi infatti
mutando son quelli,
e quelli di nuovo [mutando] son questi.»
Pensate che i due hanno collaborato per anni e nelle interviste come nel privato, si sono sempre dati del lei, nel panorama attuale così mediocre: signori d’altri tempi.
Dentro L’Imboscata troviamo una delle canzoni d’amore più belle di sempre: La Cura.



Battiato lo vivo come un fratello maggiore che mi ha insegnato e ancora mi insegna molto di quello che penso di sapere, le sue sono sempre canzoni stimolanti che mi obbligano a un approfondimento. 

C’è un pezzo sul bellissimo disco Café de la Paix del 1993: Ricerca sul terzo che è proprio una lezione pratica di meditazione.
Ascoltando i suoi dischi ho imparato soprattutto «il silenzio e la pazienza» il concedermi tempo per la contemplazione.
La dolcezza di molte sue canzoni mi faceva tornare alla mente mio nonno Rito, persona intelligente, buona e sensibile pur nella sua ignoranza, (erano gli anni in cui in Italia molta parte della popolazione, era ancora analfabeta). Mio nonno aveva un “sapere” che andava di là dalla cultura. Abitavamo sulla laguna veneziana, a Pellestrina e lui usciva tutte le sere, andava fino in riva: doveva indovinare il tempo del giorno dopo giacché faceva il pescatore e non c’era Il Meteo.it. Poi si perdeva a contemplare il tramonto, con Venezia come sfondo lontano e lo vedevo commuoversi.
Ultimamente, da quando Battiato si è ritirato dalle scene, verosimilmente per motivi di salute vista la non più tenera età, ho letto troppe polemiche inutili.
A me piace pensare a Franco Battiato con le parole di una canzone dell’album Fisioniomica uscito nel 1988, E ti vengo a cercare: «Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane, fare come un eremita che rinuncia a sé».  Lasciamolo vivere in pace: dopo tanto cercare, con tutto il mio amore voglio pensare che a suo modo, abbia trovato.




Angelo-gavagnin

Angelo Gavagnin
Ho lavorato al Porto di Venezia, un lavoro che mi lasciava periodi di libertà che ho usato per viaggiare in Thailandia, Malesia, Sri Lanca, ma anche Cuba e Santo Domingo. Sono stato varie volte in India. Ho conosciuto il Maestro Indiano Osho e ho assistito alla sua cremazione tra canti e balli. Sono diventato papà all'età nella quale di solito si diventa nonni e così sono finiti i viaggi e mi è venuta voglia di scrivere.
Non sono nato e mi sento molto bene, IlMioLibro.
Il risveglio, IlMioLibro.
Lungo la via Francigena, IlMioLibro.
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Scrittori, intervista a Laura Clerici

Scrittori, intervista a Laura Clerici

Scrittori, intervista a Laura Clerici

Caffè letterario A cura di Silvia Pattarini. Intervista a Laura Clerici, autrice del romanzo La memoria del fuoco (Youcanprint). Mistero, soprannaturale, suspense e storie d'amore a tinte noir.

Laura Clerici, benvenuta nel web magazine culturale Gli scrittori della porta accanto – Non solo libri. Entriamo subito nel vivo di questa intervista. Per scrivere un libro è necessario avere una storia da raccontare: qual è stata quell’alchimia, quella scintilla interiore che ti ha spinto a scrivere La memoria del fuoco?

Prima di tutto, grazie a voi per avermi ospitata nel vostro spazio culturale. La memoria del fuoco è nato perché volevo scrivere ancora sugli elementi della natura, come per i precedenti romanzi, e il fuoco si prestava molto bene. Ho pensato parecchio ai possibili punti cardine della storia... poi, durante un viaggio, come mi accade spesso, ho sentito la famigerata scintilla e ho avuto chiara sia l'ambientazione che il legame del fuoco con i personaggi. Solo questo però... la trama è in realtà uscita pian piano, durante la stesura del romanzo; anche questo è normale per me.

Ci ricordi i titoli delle tue precedenti pubblicazioni? 

Ho pubblicato Acque. Ttorbidi segreti con Butterfly edizioni nel 2014 e poi Mistral, con autopubblicazione Amazon alla fine del 2015. Acqua e aria, come dicevo poco fa...

La memoria del fuoco: ci riveli qualche curiosità sulla trama?

C'è del mistero e del soprannaturale, abbiamo una bellissima città a fare da sfondo, si parte per un viaggio che tutti prima o poi dovremmo fare, c'è una storia d'amore (anzi, più di una...), c'è anche molta suspense.

La memoria del fuoco di Laura Clerici

La memoria del fuoco

di Laura Clerici
Youcanprint
Noir | Romance
ISBN 978-8827824191
Cartaceo 20,50€
Ebook 4,99€

La memoria del fuoco si fa portavoce di qualche messaggio particolare o si propone esclusivamente di intrattenere piacevolmente il lettore?

Questo romanzo ha intrattenuto molto piacevolmente me durante la stesura e spero piaccia anche al lettore; in realtà non ha un messaggio particolare, apre gli occhi sull'importanza del perdono, della Fede che illumina i tratti della storia qua e là, e forse vuole dirci che non tutto è sempre come sembra.

Laura Clerici preferisce scrivere con carta e penna o meglio la tastiera?

Per scrivere romanzi, preferisco la tastiera! Per tutto quello che si scrive nella vita di tutti i giorni, come gli appunti al lavoro, i numeri di telefono importanti, la lista della spesa... ecco, per questo preferisco il vecchio bloc notes con la matita!

Ti è mai capitato di doverti confrontare col famigerato “blocco dello scrittore”? Come l’hai superato?

Per fortuna non mi è mai capitato! C'è da dire che il tempo per scrivere nel mio caso è davvero pochissimo, ho un lavoro indipendente che spesso mi impegna fino alla sera tardi. Diciamo che il Blocco non ha avuto modo di manifestarsi perché non gli ho dato tempo di farlo: quando riesco a mettermi a scrivere è proprio perché devo scrivere molto!

Laura Clerici, ti ringrazio tantissimo per essere stata con noi e, a nome degli Scrittori della porta accanto ti faccio i complimenti per il tuo libro e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri!

Grazie a Voi davvero di cuore, e complimenti per il Vostro lavoro!!!

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Madre di tre figli, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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Joker, un film di Todd Phillips: la recensione

Joker, un film di Todd Phillips: la recensione

Joker, un film di Todd Phillips: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Joker di Todd Phillips strizza l'occhio a Fight club e Taxi driver. Joaquin Phoenix non è semplicemente Joker, il personaggio, ma Joker, il film, è Joaquin Phoenix. Una interpretazione da Oscar per uno dei cattivi più folli della DC Comics. La malattia mentale che diventa rabbia incontrollata, la devastante solitudine di un invisibile di cui finalmente la società si accorge.

Questa è una recensione a caldo, di pancia. Ho ancora nelle orecchie la risata di Joaquin Phoenix e addosso la seduzione del suo personaggio, Joker. E il primo aggettivo che mi viene in mente per descriverlo è: immenso. Joaquin Phoenix non è solo Joker, è tutto il film. Non è un semplice protagonista. Lo è talmente tanto che avrebbero benissimo potuto risparmiare su scenografie e attori secondari, ridotti a semplici comparse, pure Robert De Niro, lui, che paradossalmente è stato protagonista dei due film di cui Joker pare essere un riadattamento in chiave DC Comics, Taxi Driver e Re per una notte, entrambi di Martin Scorsese.

Joker è un susseguirsi di primi piani ipnotici che sondano la mente di Arthur Fleck e ne raccontano la folle depressione, contornati da atmosfere e scenografie noir. 

Si ha l'impressione che Todd Phillips non voglia solo raccontare la malattia mentale. No, la vuole proprio far comprendere dal di dentro. La telecamera pare sondare la mente di Arthur Fleck, compenetrarlo, come se fosse lo spettatore stesso a farlo – questo grazie anche alle riprese in steadicam.
Stringere le inquadrature è anche un modo per raccontarci l'isolamento di Arthur, che vive emarginato dal mondo, nell’intimità dell'appartamento che divide con la madre o in mezzo alla folla che pare non accorgersi di lui. Perché Arthur Fleck è invisibile, un uomo solo, un soggetto depresso – il film ne racconta in qualche modo il motivo, da ricercare nel suo passato, non nella mancanza del padre come dicono molti, secondo me, ma nella figura della madre – che diviene folle di rabbia, prodotto di una società violenta che sfoga la sua miseria sui più deboli, soggetti da deridere nella penombra di un vicolo o alla luce dei riflettori sul palco di un locale.

Joker, lo spin-off di Todd Phillips
Joker, un film di Todd Phillips: la recensione
REGIA Todd Phillips
SCENEGGIATURA Todd Phillips, Scott Silver
FOTOGRAFIA Lawrence Sher
MUSICHE Hildur Guðnadóttir
DISTRIBUZIONE Warner Bros Italia
ANNO 2019

CAST
Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron

Arthur Fleck vive in una Gotham City dei primi anni '80, degradata, sporca, specchio di una società alla deriva, in balia di ratti giganti che infestano i vicoli ricoperti di immondizia. 

È in cura da una psicologa dell'assistenza sociale e lavora come clown per intrattenere i bambini del reparto pediatrico o fare promozione ai negozi, agitando cartelli pubblicitari tra i passanti che nemmeno lo vedono. Soffre di un disturbo psichico che lo porta a ridere compulsivamente, anche quando è fuori luogo. Una risata drammatica, straziante, che pare ogni volta sfociare in un pianto disperato, perché lui non vorrebbe ridere affatto, lo sa che può apparire molesta la sua risata acuta e martellante, isterica. Che poi diviene maligna, quando Arthur compie la sua trasformazione in Joker. Il film è tutto qui, è la narrazione della genesi di uno dei cattivi più famosi della DC Comics, l'esegesi della malattia mentale. Forse prevedibile e stereotipata – la vittima psicologicamente instabile che degenera in un insensibile villain – ma con qualcosa in più da dire, oltre alla prova da Oscar di Joaquin Phoenix.

Dan Slott, sceneggiatore della Marvel, ha twittato: «La performance di Joaquim Phoenix è una cosa grandiosa… in un brutto film».

Il che in parte è vero. È vero che Joaquin Phoenix domina lo schermo, quasi Joker fosse una sua personale prova d'attore. Interpreta il personaggio superbamente, sia quando subisce la sua vita da disadattato sia quando ne prende le redini e la fa virare indossando la maschera di Joker. Memorabili restano le scene dove ostenta la sua magrezza eccessiva ed espressiva su cui la macchina da presa indugia per esaltarne il dramma, il modo compulsivo che ha di ridere e fumare, la danza kata macabra e straziante nel bagno pubblico – frutto di un'improvvisazione dell'attore fuori copione –, e il balletto disinvolto e liberatorio di Joker sulla scalinata –  agile, in discesa, protagonista, dopo averla salita da comparsa con fatica, nei panni di Arthur, ogni giorno per tornare al suo appartamento con il peso del mondo intero sulle spalle –, sottolineata dalla splendida quanto controversa e criticata Rock 'n roll part 2 di Gary Glitter, condannato per pedofilia.

Joaquin Phoenix domina lo schermo, quasi Joker fosse una sua personale prova d'attore.

Ma Joker non è un brutto film. Sebbene sia a tratti prevedibile e lento, non è mai scontato e riserva accelerazioni e dettagli inaspettati sulla vita dell'anti villain Batman.

Todd Phillips aggiunge qualcosa di nuovo alla rappresentazione di una società che bullizza i deboli rischiando di trasfigurarli in altro da sé, traviando la loro natura: arriva paradossalmente a ergere le sue stesse vittime a modello cui ispirarsi, per liberarsi dalle oppressioni sociali ed economiche. Un passaggio che non ho compreso molto bene, un salto carpiato in avanti forse non abbastanza curato, ma che descrive perfettamente ciò che spesso avviene nella realtà. Fondamentale per far crescere in Arthur la consapevolezza e catalizzarne la trasformazione.
Splendide anche le musiche dell'islandese Hildur Guðnadóttir, tutte altamente evocative, per cui il film, già vincitore del Leone d'Oro a Venezia, ha ricevuto anche il premio Soundtrack Stars Award 2019, «per una colonna sonora che recupera alcuni tra i brani più noti della grande musica americana e per le composizioni originali, una musica atonale che unisce voce e violoncello» e che ben sottolinea la solitudine straziante di Arthur e l'apatia di Joker – e che mi ha ricordato Eyes wide shut di Kubrick.

I rimandi ad altri film sono tanti, non ultimo Fight Club o Il cigno nero. Ma questo Joker appare diverso da tutti i precedenti.

Jack Nicholson era sardonico, Jared Leto psicopatico con glamour, Heath Ledger distruttivo – e ricaduto nell'abisso in cui ha guardato, si dice, imputando la sua morte all'interpretazione stanislavskijana del personaggio. Joaquine Phoenix è un Joker drammatico. Si prova empatia per lui, lo si comprende e non si riesce a condannarlo nemmeno quando la violenza prende il sopravvento. Ci si lascia sedurre dal suo passo finalmente altero, non più claudicante, come la camminata lenta nella metropolitana verso lo spettatore – ammetto di aver compreso l'invaghimento di Harley Quinn, guardandolo –, si diviene parte di quella folla che lo osanna, la stessa che lo ha ignorato e bistrattato quando era semplicemente Arthur. E in fondo lui voleva proprio questo, solo essere amato, essere considerato, esistere. Essere visto, oltre la maschera che portava ogni giorno, sotto quella del clown. È quello che vogliamo tutti.
Joker di Todd Phillips è un film che merita comunque di essere visto perché emoziona e trascina dentro il mondo esclusivo della psiche di un maniaco depresso che «ha solo pensieri negativi», consapevolmente, e chiede costantemente aiuto senza ottenere risposta. Joker, il personaggio, è quasi solo un pretesto per raccontare la degenerazione della follia attirando nelle sale gli affezionati del genere. Non aspettatevi un gran film, ma godetevi una grande interpretazione, in grado di reggere due ore e restarvi dentro a lungo. Come una risata.





Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, PubMe Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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