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Novità editoriali

All is true: William Shakespeare torna a casa e al cinema

All is true: William Shakespeare torna a casa e al cinema



Cinema Di Lara Zavatteri. All is True: William Shakespeare torna a casa nel film di Kenneth Branagh, nelle sale a luglio.

All is True – è tutto vero – è il titolo del film del regista Kenneth Branagh, distribuito da Warner Bros Italia, dedicato alla figura del poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare (1564-1616), quando nel 1963 questi decide di far ritorno a casa, abbandonando Londra, dove si è fatto una reputazione, per la cittadina di Stratford upon Avon, luogo di nascita e di residenza della famiglia Shakespeare.
Nel cast di All is True, lo stesso Branagh nei panni del bardo, al suo settimo “incontro” con Shakespeare dopo film quali Enrico VMolto rumore per nulla e Come vi piace per citarne qualcuno.
Nel film anche Judi Dench che interpreta la moglie e Ian McKellen (il “Magneto” degli X-Men) nel ruolo di Henry Wriothesley.

Ma davvero all is true

Della vita di William Shakespeare si sa a tutt'oggi molto poco e anche ciò che sappiamo potrebbe non corrispondere al vero. Il film cerca di ripercorrere, sulla base delle informazioni giunte fino a noi e colmando le lacune con una certa dose di fantasia, il periodo in cui Shakespeare torna da moglie e figli, dopo i fasti di Londra, dove ha conosciuto il successo con le sue opere e grazie all'amore per il teatro della regina Elisabetta I, figlia di Enrico VIII. Poco si sa di quali fossero i rapporti tra il poeta e la famiglia, mentre questi era a Londra, certo è che il film racconta il suo arrivo in famiglia dopo l'incendio del Globe Theatre, il teatro di Skakespeare che andò distrutto nel 1613, mentre si rappresentava il suo dramma storico Enrico VIII.

Shakespeare nel film All is True decide di far ritorno dalla moglie Anne Hataway (sì, lo stesso nome dell'attrice de Il diavolo veste Prada...) e dalle figlie, perché il figlio Hamnet è morto. 

Gli storici hanno ipotizzato che Hamnet potesse essere una storpiatura da cui Shakespeare derivò il nome Amleto dell'omonimo dramma. Fatto sta che nel film, come nella vita, William è sempre fuggito, dalle fonti di cui disponiamo, dalla famiglia e dalla cittadina di Stratford upon Avon.
Nel film il ritorno è l'occasione per prendere finalmente atto della morte del figlio, sempre rifiutata dallo scrittore, per rivedere anche l'amico Henry Wriothesley, amico e patrono del Bardo.
Il suo ritorno a casa darà anche la possibilità a Shakespeare di fare il punto sulla sua vita – morirà tre anni dopo il suo ritorno – e di pensare alla sua stessa esistenza come al soggetto ideale per un'ultima commedia.

Il misterioso William Shakespeare. 

Sono molti i misteri che da sempre circondano la figura del bardo. Il primo riguarda la sua identità: nel corso dei secoli si è ipotizzato che fosse un altro a scrivere le sue opere o che Shakespeare fosse in realtà una donna, cui all'epoca non era concesso rappresentare né essere attrici di commedie o drammi teatrali. Della sua vita non si conosce quasi nulla – anche il vero aspetto del suo volto non è certo – e anche alcune sue opere non sono attribuibili con certezza assoluta, come un Edoardo III, mentre altre sicuramente sue, come Cardenio, sono andate perdute.
All is True uscirà nelle sale cinematografiche il 4 luglio, vedremo se con questo film qualche lacuna sulla vita del bardo verrà colmata, o se si tratterà solo di una ricostruzione ipotetica, considerate le poche fonti che parlano della sua vita. Sta di fatto che a distanza di secoli dalla sua morte William Shakespeare continua, insieme alle sue opere, ad affascinare chi ama il teatro e, in questo caso, anche il cinema.



Lara Zavatteri

Lara Zavatteri
Classe 1980, vive e lavora nel paese di Mezzana in val di Sole (Trentino). Iscritta all'Ordine nell'elenco dei pubblicisti dal 2000, scrive articoli di cultura, ambiente e attualità locale. È anche blogger e autrice di libri.
Guardando le stelle,Un cane di nome GiulianoRisparmia Subito!Amici per sempreCuor di Corteccia, Sopravvissuti, Youcanprint.
Reset, Photocity.it.La strada di casa, Edizioni del Faro.
Agata. Come un funerale ti salva la vita, Youcanprint.
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Luca Murano presenta: Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano

Luca Murano presenta: Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano

Luca Murano presenta: Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano

Presentazione Libri Intervista a cura di Silvia Pattarini. Luca Murano presenta la sua raccolta Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano (Bookabook edizioni), che pone l’accento sull’assurdità che circonda l’essere umano con humor pungente.

Luca Murano nasce al Nord (Lodi) da genitori del Sud (Salerno) e attualmente vive al Centro (Firenze). Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne a Pavia, ha lavorato per due anni con la casa editrice Mondadori come redattore e correttore di bozze. Dal 2009 vive in Toscana dove mangia tanto, si occupa di logistica, gioca a basket, suona il basso, legge e scrive con fortune alterne ma ben compensate da passione e dedizione.

Pasta fatta in casa
Sfoglie di racconti tirate a mano

di Luca Murano
Bookabook
Narrativa | Racconti
ISBN 978-8833230757
cartaceo 10,20€
ebook 7,99€

"Pasta fatta in casa" è una raccolta di racconti incentrati sull'agio e sul disagio dei vari protagonisti. Essi, slegati l'uno dall'altro, sembrano però raccontati dalla stessa voce narrante che si declina in più storie, aprendo il sipario su ambientazioni urbane, diversi fraintendimenti, malesseri autentici e problematiche poco originali. Fra queste pagine non troverete eroi morali o paladini della giustizia, ma piuttosto lo stridente contrasto fra persone normali che fanno cose semplici e il mondo attuale, un mondo accelerato e decadente che di normale, ormai, ha ben poco.


L'autore racconta



Buongiorno, Luca Murano, e benvenuto nel nostro web magazine culturale. Com’è nata l’idea di questo libro, di questo titolo?

Quando alcuni dei racconti qui contenuti sono stati scritti, non potevo davvero immaginare che tempo qualche anno avrebbero avuto una casa a forma di libro tutta per loro dove respirare carta e provare a farsi belli (si spera) agli occhi dei lettori. La prima persona a credere che quel ‘cumulo’ di racconti potesse trovare spazio in un libro fu mio padre: se quindi ho trovato il coraggio di esplorare la giungla dell’editoria italiana e poi pubblicare con Bookabook lo devo sicuramente a lui. Il titolo del libro, invece, richiama il titolo di un racconto contenuto nel libro al quale sono molto legato. È un racconto che parla di ‘perdita’ e di come perdere qualcosa o qualcuno ci cambi dentro, dal profondo. E per sempre.

E.M. Cioran affermava: «I libri andrebbero scritti unicamente per dire cose che non si oserebbe confidare a nessuno». Ci anticipi qualche indiscrezione su Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano, in giusta misura per incuriosire il lettore?

Pasta fatta in casa è una raccolta esigente, seppur intrisa di semplicità, che pone l’accento sull’assurdità che circonda l’essere umano, ben rappresentata ed espressa mediante un humor presente, pungente, che quasi si tramuta in un’alzata di spalle rispetto ai fatti del quotidiano. I protagonisti sono persone comuni, senza super poteri, che si calano nella realtà con le nostre stesse dinamiche e abitudini. Nonostante questa normalità imperante, ho comunque lasciato ai finali di ogni singola storia il compito di sorprendere di volta in volta il lettore. Anche se spesso in maniera molto poco “politically correct”..

Si dice che lo scrittore sia un “ladro di vite”. Per creare i tuoi personaggi hai “rubato” la vita a persone di tua conoscenza? Quanto c’è di Luca Murano e quanto di romanzato?

In effetti qualcosa di autobiografico, qua e là, lo troverete. I racconti sono comunque frutto della decodificazione su carta di quello che, in questi anni, mi è passato per la testa e, proprio in questo senso, essi rappresentano la mia versione più pura e autentica. Attraverso queste storie vi parlerò come farebbe un vostro caro amico che non vedete da molto, troppo tempo.

I luoghi del libro sono reali o di fantasia?

Assolutamente reali. Sono tutti luoghi in cui ho vissuto, per settimane, mesi o anni e in cui la mia coscienza ha in qualche modo sedimentato. I racconti hanno avuto il merito di tirarla fuori, di richiamare alcune voci, alcuni colori che quei luoghi mi avevano mostrato.

A monte dei racconti, c’è un lavoro di ricerca o di documentazione?

Niente di strutturato o programmato: piuttosto è qui presente un lavoro di ascolto interiore costante e molto paziente.

A che genere letterario appartiene e che target di pubblico ambisci conquistare?

Il libro appartiene all’ambito della narrativa, ed è rivolto a tutti coloro che ‘restano’, nonostante tutto, mentre il mondo sembra scivolare via; a quelli che continuano ad amare, anche nei modi sbagliati, ma non per questo meno sinceri ed appassionati e a chi sa prendersi in giro anche e soprattutto di fronte alle difficoltà e agli ostacoli della vita.

Italo Calvino citava così: «Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto». Tra le righe di Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano si cela qualche messaggio particolare che il lettore dovrà scoprire?

Hai citato uno dei miei autori preferiti... Calvino aveva quella che potremmo definire una spiccata capacità ‘affabulatoria’, tale da infarinare di ironia, semplicità e intelligenza i concetti e le riflessioni più profonde dell’essere umano e, in particolar modo, dell’essere umano che lavora con la scrittura. Con la massima umiltà ti dico che la lezione di Calvino l’ho fatta mia e che quindi anche le storie del mio libro tentano di comunicare al cuore ma con la leggerezza e leggiadria della parola scritta.

Luca Murano, grazie per essere stato con noi e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.


Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Madre di tre figli, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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Chi vuoi essere: solo una persona o una persona giusta?

Chi vuoi essere: solo una persona o una persona giusta?

Chiediamoci chi vogliamo essere: solo una persona o una persona giusta?

Di Stefania Bergo. L'uomo ha bisogno di appartenere a un gruppo. E questo è stato spesso usato per influenzare le masse, attraverso i mezzi di comunicazione. Propaganda, de-umanizzazione, assuefazione: quali sono i meccanismi che portano all'indifferenza? Essere spettatori ci assolve dalla colpa? Chi vogliamo essere: solo persone o persone giuste?

Stavo cercando degli spezzoni video per creare un booktrailer e mi sono imbattuta in questo documentario. La parola chiave della mia ricerca era: action, azione...
Just People, a quest for social souls with indipendent minds è un documentario del 2011, commissionato dall'associazione Humanity in Action ad una regista olandese, Annegriet Wietsma – lo trovate alla fine di questo articolo e vi consiglio vivamente di guardarlo. L'epilogo del film è proprio una chiamata all'azione, un tentativo di risvegliare le coscienze con una semplice domanda: chi vuoi essere? Solo una persona o una persona giusta? In inglese si traduce con un gioco di parole assonanti eppure con una differenza talmente profonda da spaccare in due la coscienza: What would you like to be, a just person or just a person?
Mi ha fatto molto riflettere su certi meccanismi sociali, ingranaggi sottili con precise funzioni. Alcune di quelle che appaiono piccolezze in realtà sono profonde impronte che ci vengono impresse nella mente, in grado di indirizzare il nostro comportamento e le nostre percezioni su ciò che è giusto e ciò che invece lo è solo per consuetudine. E ho sentito la necessità di condividere quanto segue, in parte riassunto di quanto mostrato nel documentario, in parte frutto della mia coscienza di essere umano in subbuglio.

Partiamo da un assioma: l'uomo è un animale sociale. 

Siamo "sociali" per necessità, fin dalla Preistoria: per procurarci il cibo più facilmente, per difenderci, portare avanti delle attività, crescere i figli. È innato nell'uomo un bisogno di appartenere: a una famiglia, a una nazione, a un gruppo di persone con cui avere qualcosa in comune, con cui identificarci. Viviamo gomito a gomito coi nostri vicini. Ma vivere insieme in armonia è solo apparentemente facile: dobbiamo fare attenzione, perché «i piccoli screzi possono diventare conflitti, i conflitti possono diventare guerre e le guerre possono includere massacri e genocidi». Dai massacri in Ruanda, ai genocidi in Bosnia, Congo, Turchia; dall'Olocausto, alle repressioni di dittatori sudamericani – solo per citarne alcuni. E risale sempre lungo l'esofago una domanda: com'è potuto – come può – accadere?

L'amara constatazione è che quando si tratta di conflitti, siamo per la maggior parte spettatori, indifferenti. Perché decidere di dissentire, significa pensare autonomamente, fuori dal coro, fuori dal gruppo. 

E questo fa paura, perché, dicevamo, siamo animali sociali.
Il nostro appartenere ad un gruppo significa uniformarsi in qualche modo in esso, condividere e, soprattutto, identificarsi in un noi contrapposto a un loro. Il problema nasce quando, facendo leva sull'appartenenza, le decisioni di uno, che si erge a leader, inficiano il giudizio di molti, non più abituati a pensare in modo autonomo e soprattutto intimoriti dall'essere esclusi dal gruppo stesso. Perché pensare fuori dal coro, ribellarsi quando non si condividono le scelte del leader, significa spesso essere soli, emarginati, diversi.

Già nei piccoli gruppi, anche se non si condividono le scelte del leader e pur volendo opporvisi, allo stesso tempo si teme di essere esclusi

Il binomio appartenenza/esclusione, crea un'altra realtà sociale: le minoranze. E facendo leva su questo, in alcuni casi può avere luogo una propaganda contro di esse.

Si tratta di comportamenti e automatismi sociali estremamente semplici ma maliziosamente e pericolosamente sottili, che proprio in quanto "automatismi" passano inosservati o vengono sottovalutati. In questo modo, vengono iterati in ogni epoca, sempre uguali – eppure pare che continuiamo a ignorarli.
I grandi genocidi della storia sono opera di un lavoro di propaganda atto a sfruttare semplici meccanismi psicologici per addomesticare le masse. Basti pensare alla propaganda di Hitler contro gli ebrei, mirata alla loro de-umanizzazione – li paragonava a ratti infestanti –, per cambiare la percezione collettiva del popolo tedesco. Così come la propaganda di Juvenal Habyarimana, in Ruanda, paragonava i Tutsi a scarafaggi da schiacciare.

Si inizia col creare un nemico esterno al gruppo. Si prosegue de-umanizzandolo, spogliandolo dei suoi diritti. Si finisce per non sentirsi più in colpa a discriminarlo o addirittura sopprimerlo, lo si ritiene una legittima difesa

Si crea un nemico: si fa leva sulla sicurezza del gruppo apparentemente minacciata, sulla proprietà privata collettiva di cui fantomatici loro vogliono appropriarsi, sul concetto di limitazione delle scorte alimentari ed economiche che non basterebbero alla sopravvivenza della comunità. Lo si priva bella sua umanità, dei suoi diritti di essere umano, e così facendo si afferma che discriminarlo, rifiutarlo, perseguitarlo o addirittura ucciderlo sia giusto, un atto di legittima difesa. O che vederlo fare da qualcun altro, essere meri spettatori, quindi, non ci debba far sentire colpevoli. Si diventa aguzzini o indifferenti. In ogni caso, senza compassione. Sì, perché come effetto collaterale, spogliare il nemico – presunto –  della sua umanità, de-umanizza noi stessi.

Il processo di de-umanizzazione non è mai spontaneo ma fomentato lentamente da pochi attraverso i mezzi di comunicazione di massa: radio e televisione un tempo, social network ora – Facebook, YouTube, Twitter. 

In questo modo, anche il nostro vicino, o il nostro compagno di banco, possono diventare, domani, un nemico. È quello che accadde con le leggi razziali – ed è quello che accade troppo spesso anche oggi –: improvvisamente gli ebrei non avevano più diritto all'aria stessa che respiravano, colpevoli di chissà quale ingiustizia che ne rendeva tollerabile la deportazione, nei ghetti prima, nei lager poi.
Menti criminali furono quelle che ordirono l'intero meccanismo perverso, criminali furono quelli che gestivano i campi di sterminio o rastrellavano i ghetti, ma che dire della gente comune?, di quella che semplicemente accettava la situazione, appendendo cartelli ai negozi per informare gli ebrei che non erano ben accetti o che li tradivano svelando alla polizia dove erano nascosti? Davvero «non potevano fare altro»? Gli indifferenti possono essere assolti? È auspicabile pensare che molti non approvassero affatto le leggi razziali e le loro tragiche conseguenze, eppure la maggior parte non fece nulla, semplicemente perché aveva paura o pensava che fosse un problema troppo grande da risolvere, al di sopra delle proprie possibilità individuali.



La risposta a un senso di impotenza è quasi sempre l'assuefazione, l'adattamento, il considerare certi comportamenti normali. Si diventa passivi. Si finisce per non sentirsi colpevoli.

Come si accetta, in nome della moda e della consuetudine, di indossare scarpe scomode, così si finisce per accettare situazioni scomode, come la discriminazione o la persecuzione, ad esempio, solo perché si pensa di non poterle cambiare. Si finisce per sentirsi come soldati in guerra, incapaci di disobbedire agli ordini anche quando li riteniamo ingiusti.
Ma essere semplicemente esecutori di un crimine e non i mandanti che decidono di perpetrarlo, ci rende davvero meno colpevoli? Possiamo decidere deliberatamente di non obbedire affatto?
In un famoso esperimento sociale americano del 1963, poi ripetuto in epoca recente, il Milgram Experiment, un gruppo di persone rivolgeva delle domande a una fantomatica cavia nascosta e in caso di risposta sbagliata doveva spingere un bottone per darle una scarica di corrente di intensità sempre maggiore. Ovviamente la cavia non c'era, si trattava di un esperimento psicologico per osservare il comportamento di persone che eseguono un ordine autorevole – in questo caso quello di uno scienziato – pur essendo in conflitto con i loro valori etici e morali. Il 50% di  loro obbedì. Il 50% si rifiutò di andare oltre. Perché la verità è che ognuno di noi ha una scelta, la scelta di seguire ciò che suggerisce la propria coscienza di esseri umani.

Possiamo fare la scelta di obbedire agli ordini, fingendo di non essere parte del crimine, aspettando che altri prendano l'iniziativa, o dissentire e agire in contrapposizione. Possiamo, in qualche modo, essere eroi.

Tuttavia, spesso gli atti di eroismo sono occasionali, non premeditati, inconsapevoli. Spesso si tratta di individui che non avrebbero mai voluto essere tali. È quello che è accaduto a Rosa Parks, paladina della ribellione degli afroamericani contro la segregazione razziale e del boicottaggio dei mezzi di trasporto pubblici, o a un ragazzo sconosciuto in piazza Tienanmen che si oppose ai carri armati del regime. Loro dissero semplicemente no, scelsero istintivamente di stare dalla parte giusta. Chiunque di noi, quindi, «può essere un eroe», come cantava David Bowie. Ed è in queste circostanze che si realizza che tipo di persona siamo realmente.


Spesso, in un gruppo si aspetta che qualcun altro faccia il primo passo per agire e andare nella giusta direzione. È dunque necessario qualcuno che rompa lo stallo per primo, dia il buon esempio. 

A volte, basta che uno inizi a ribellarsi allo status quo per dare il via anche al resto del gruppo, perché in fondo tutti noi siamo in grado di discernere il giusto dallo sbagliato. Le rivoluzioni nascono sempre da eroi inconsapevoli, o semplicemente individui non più in grado di tollerare le ingiustizie. Basta decidere di volerlo fare, di non essere più un semplice spettatore indifferente.
Non possiamo giudicare chi, in passato, non prese posizione contro le ingiustizie, non possiamo sapere cosa avremmo fatto noi allora. Ma possiamo decidere cosa fare adesso, sapendo che uniformarsi al gruppo non ci rende meno colpevoli, perché alla fine sta a noi scegliere e decidere da che parte stare. Chiediamoci: chi voglio essere? Solo una persona, o una persona giusta?




Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Che colore ha il vento, di Marina Panatero e Tea Pecunia

Recensione: Che colore ha il vento, di Marina Panatero e Tea Pecunia

Recensione: Che colore ha il vento, di Marina Panatero e Tea Pecunia

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Che colore ha il vento di Marina Panatero e Tea Pecunia (Feltrinelli). Un must per chi è appassionato di zen e buddhismo ma al tempo stesso ne cerca una chiave di lettura alternativa.

In quanto estimatore della filosofia zen e simpatizzante del buddhismo, non potevo esimermi dal leggere questo libro impregnato di saggezza orientale a 360°.
Il volume inizia descrivendo brevemente la vita di Siddharta e spiegando cosa sono le Quattro Nobili Verità, il karma, il Nirvana e i koan. Ma sia chiaro, questo è solo la punta dell’iceberg, in quanto il meglio deve ancora arrivare! Infatti, subito dopo si entra nel vivo, attraverso un susseguirsi di brevi biografie di tutti quei maestri che hanno reso grande e rinomata la filosofia zen, con tanto di loro sutra, aforismi, metafore e, più in generale, perle di saggezza tramandate attraverso le loro opere.
Ogni maestro offre la sua chiave di lettura sulla vita e sulle sue mille sfaccettature, spaziando da ciò che conta veramente nella propria quotidianità alla crescita interiore, dai dubbi esistenziali all'essenza delle cose, dal percorrere la retta Via al risvegliare il Buddha che è in ognuno di noi, dallo svelare ciò che ci mantiene in uno stato di perenne insicurezza e paura a cosa ci permette di raggiungere la pace dei sensi.


Che colore ha il vento di Marina Panatero e Tea Pecunia è sostanzialmente una raccolta variegata di aforismi incantevoli pregni di positività e di gioia di vivere (non ci si potrebbe aspettare nulla di diverso, dato che sono stati composti dai più illustri e rinomati saggi…) ma anche di riflessioni su come diventare un tutt’uno con l’universo.

Lo ammetto, ciò che mi ha spiazzato di più di questa lettura è che quando si pensa al buddhismo e allo zen ci si sofferma sempre sul Buddha, e mai su chi è giunto dopo.
Senza contare, poi, che si cresce con questa concezione romantica del monaco, ovvero di una persona integerrima, costantemente in pace con il mondo quando in realtà, leggendo le biografie dei maestri, si scopre come alcuni di essi siano stati perseguitati e persino uccisi perché considerati eretici, usavano metodi poco ortodossi (quali bastonate e violenze verbali), per indurre i propri allievi a illuminarsi, o bislacchi per designare il proprio successore, implementavano le pratiche zen tradizionali con riti locali o pratiche esoteriche, erigevano o gestivano templi sfarzosi, scendevano a compromessi o si abbassavano ad azioni discutibili con i potenti dell’epoca e cercavano improbabili alleanze per perseguire i propri scopi. Senza contare quelli che hanno affrontato lotte di successione, hanno tratto profitto e fama dal loro essere considerati illuminati, hanno viaggiato per anni tra Cina e Giappone per accrescere la loro saggezza o, alla faccia della retta Via, mostravano la loro illuminazione in modi fuori dall’ordinario, quali chiudersi nei bordelli, ubriacarsi e mangiare carne.

Però Marina Panatero e Tea Pecunia non si limitano a narrarci le opere di monaci eremiti e vecchi saggi ma anche di maestri Samurai, esperti di Bushido.

Infatti questi ultimi, prima di essere guerrieri, erano dei profondi conoscitori dello zen, quindi uomini giusti, saggi e centrati, che miscelavano sapientemente la nobile arte della spada alla saggezza spirituale.
Di conseguenza, Che colore ha il vento ci fornisce una carrellata omogenea, ma non per questo meno variegata, di maestri zen vissuti dal 500 A.C. fino agli inizi del 1900, ovvero fino a coloro che hanno fatto della poesia (specialmente dell’haiku, una sorta di poesia breve) un mezzo per condividere e interiorizzare l’essenza di ogni cosa in poche parole.

Quindi, che opinione mi sono fatto di Che colore ha il vento di Marina Panatero e Tea Pecunia?

Certamente è un must per chi è appassionato di zen e di buddhismo ma al tempo stesso cerca una chiave di lettura alternativa al classico resoconto sulla vita di Siddharta e su dogmi e regole di questa filosofia. Lo permette attraverso questo doppio approccio: da una parte mostrando l’evoluzione dello zen grazie ai maestri che lo hanno reso fonte di spiritualità e dall’altro per merito delle opere che hanno influenzato generazioni di credenti.
Quindi tanto di cappello a Marina Panatero e Tea Pecunia che, rimboccandosi le maniche, hanno scovato, tradotto, fatto una cernita e condiviso materiale che abbraccia circa un millennio e mezzo di opere e autori.

A questo punto però è necessario fare una precisazione: Che colore ha il vento non è un libro da spiaggia o da prendere alla leggera. 

Infatti ogni poesia e aforisma dev’essere letto con attenzione per poter essere assimilato e interiorizzato al meglio. È un’opera impegnativa rivolta per lo più a quei lettori sensibili a certe tematiche spirituali e perle di saggezza da decifrare.
Ergo, non è di facile comprensione per chi si affaccia per la prima volta allo zen; bisogna almeno avere un minimo di background culturale sull’argomento per non perdersi tra termini e concetti fuori dall’ordinario, ignoti ai neofiti (anche se, ottima mossa delle autrici, aiuta la comprensione del testo l’aver riportato nei primi capitoli la storia dello zen e alla fine un piccolo glossario). Ciò nonostante, chiunque può leggere e trarre giovamento dai suoi insegnamenti in quanto certi aforismi, ma soprattutto certe poesie, sono universali e trascendono la cultura, la fede religiosa o la nazionalità del lettore, dato che ne tocca il cuore con la loro delicatezza. Questo perché, in ultima analisi, lo zen è più di una filosofia o una disciplina; è uno stile di vita fondato sull’amore verso se stessi e verso ciò che ci circonda. E questo è il più grande insegnamento che un libro potrà mai fornirci.

Che colore ha il vento

di Marina Panatero, Tea Pecunia
Feltrinelli
ISBN 978-8807891359
Cartaceo 8,41€
Ebook 6,99€

Sinossi

Un libro pieno di ispirazione per non soccombere in questi tempi terribili. Una raccolta di aforismi, koan e sutra, che ci siano d'aiuto a sconfiggere il dolore, a dimorare nella calma, a sorridere di più, a vivere nel momento presente, dissolvendo la paura. Piccoli aforismi in grado di cambiare la vita, che abbiano un impatto istantaneo e che accendano in noi "la scintilla", tradotti direttamente dal giapponese e ripresi da maestri quali Bodhidharma, Dogen, Rinzai, Nansen. Lo zen ci insegna a scardinare la "modalità predefinita", la mente reattiva, ed essere veramente liberi da tutte le emozioni distruttive, e ce lo insegna nel qui e ora, nell'adesso, nel vivere pienamente. Per diventare consapevoli e dimorare nella piena consapevolezza mentale, e alla fine risvegliarci. Finché sogniamo, l'oca è nella bottiglia. Se siamo svegli, invece, l'oca non è mai stata nella bottiglia. Non è possibile risolvere un koan, è possibile solo dissolverlo. Noi tutti siamo Buddha dimentichi di esserlo. L'oca è fuori! È fondamentale uscire dallo stato di sonno, in cui siamo sonnambuli, e finalmente risvegliarci, ricordandoci di essere già illuminati.
Andrea-Pistoia

Andrea Pistoia
Nasco in una solare giornata di luglio a Vigevano. A dodici anni scoppia l’amore per la letteratura. Affronto la scuola come un condannato a morte. In compenso la mia cultura extra-scolastica cresce esponenzialmente. Dopo due anni vissuti a Londra, torno in Italia come blogger, giornalista, recensore di fumetti e sceneggiatore di un fumetto online per una nota casa editrice. Chitarrista dei ‘Panama Road’, direttore editoriale di una fanzine online.
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Di donne, di amori e di altre catastrofi, Youcanprint.
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Scrittori, intervista a Francesco Coppola: «La creatività ha bisogno di un pubblico»

Scrittori, intervista a Francesco Coppola: «La creatività ha bisogno di un pubblico»

Scrittori, intervista a Francesco Coppola: «La creatività ha bisogno di un pubblico»

Caffè letterario A cura di Silvia Pattarini. Intervista a Francesco Coppola, alla sua seconda raccolta di racconti sanguinosi, grotteschi e imprevedibili, Il ponte chiuso. Sette racconti senza via d'uscita (GDS edizioni): quando il destino scambia ruoli e prospettive e sovverte apparenze e certezze. 

Francesco Coppola è nato il 3 aprile 1964, vivo a Cassino (FR). È avvocato. Ha due grandi passioni con cui dà sfogo alla sua creatività: la fotografia e la scrittura. Ha pubblicato due raccolte di racconti, La notte più fredda del mondo e altri racconti (ed. Lillibook, 2013) e Il ponte chiuso. Sette racconti senza via di uscita (ed. GDS, 2017), nonché, con licenza Creative Commons, romanzi e poesie.
Il suo sito personale è www.francescocoppola.net.

Francesco Coppola, benvenuto nel web magazine culturale Gli scrittori della porta accanto – Non solo libri. Come sei capitato sul nostro blog e perché hai deciso di affidarti a noi per la promozione del tuo libro?

Salve, sono ben lieto di raccontare qualcosa di me agli scrittori e ai lettori “della porta accanto”.
Ho scoperto il vostro blog casualmente, gironzolando in rete, mi è piaciuto e... eccomi qui.

Ora che abbiamo rotto il ghiaccio raccontaci qualcosa di te. Qual è quell’alchimia, quella scintilla interiore che ti spinge a scrivere nella vita di tutti i giorni: cosa ti affascina e ti ispira?

La seduzione. Mi spiego: ritengo che la letteratura e l'arte siano una forma raffinata di seduzione, una seduzione intellettuale, ovviamente. A me piace sia essere sedotto, come lettore, sia sedurre, da narratore. Per questo non credo a chi dice di scrivere “per se stesso”. Tenere i propri scritti chiusi in un cassetto non ha senso, è un esercizio sterile. La creatività ha bisogno di un pubblico, magari minuscolo, ma sinceramente interessato a ciò che vuoi esprimere. È anche per questo che sul mio sito personale – francescocoppola.net – è possibile scaricare liberamente diversi contenuti, pubblicati con licenza Creative Commons.

«La creatività ha bisogno di un pubblico»
Francesco Coppola

Il ponte chiuso. Sette racconti senza via d'uscita, ci racconti il perché di questo titolo?

I personaggi di questi racconti sono accomunati da un senso di impotenza di fronte al destino che si compie. Un destino spesso paradossale, irrazionale, e proprio per questo ancor più ineludibile. Senza via d'uscita, appunto.

Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Dipende. Alcune storie sono state scritte di getto, nell'arco di una giornata, altre hanno richiesto una gestazione più lunga.

Come intendi impostare la promozione dei tuoi libri: ti impegni personalmente in presentazioni presso biblioteche, librerie, centri culturali e assessorati alla cultura, oppure preferisci il web o, tutte le soluzioni possibili purché se ne parli?

Sinceramente credo che la promozione spetti innanzitutto all'editore (ché altrimenti non vedo che funzione debba avere, al tempo dei social e del self publishing). Purtroppo in questo caso sono stato sfortunato, perché l'editore si è completamente disinteressato dell'ebook dopo la sua pubblicazione. Io cerco di fargli avere almeno un po' di risalto in rete, perché francamente e senza falsa modestia, credo che lo meriti.

Una buona maggioranza di editori delega la promozione all'autore, in alcuni casi è proprio stabilito da contratto e credimi, di editori ne ho conosciuti tanti. Che altra funzione debba avere? Potremmo aprire un bel dibattito sull'argomento. Ma passiamo ad altro. Intendi iscrivere Il ponte chiuso. Sette racconti senza via d'uscita a concorsi o premi letterari?

No, non sono particolarmente interessato a mettermi in competizione, ma non si sa mai. Peraltro, uno dei racconti di questa raccolta, "Soggetto 11" ha vinto la 48ma edizione del Nero Premio, indetto dal sito LaTelaNera.com.

Che tipo di lettore è Francesco Coppola? Preferisce sfogliare le pagine dei libri, annusando il profumo delle pagine, oppure si è lasciato sedurre dalle nuove tecnologie preferisce gli ebook?

Sono onnivoro, da questo punto di vista. Credo che ci vorrà molto tempo, comunque, prima che il libro elettronico si affermi definitivamente su quello cartaceo, ammesso che ciò possa davvero accadere.

Progetti per il futuro: ci sono nuovi lavori in corso, nuove pubblicazioni o ambizioni particolari?

Ho da poco firmato un contratto editoriale con una casa editrice che – a proposito di ciò che dicevo prima – mi dà buone garanzie in fatto di promozione per il mio nuovo lavoro, un romanzo che mi ha appassionato molto scrivere e spero posso essere altrettanto appassionante da leggere.

Francesco Coppola, noi te lo auguriamo che questa casa editrice sia un po' più attiva dal punto di vista promozionale. Ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi e, a nome degli scrittori della porta accanto ti faccio i complimenti per il tuo ultimo libro, in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri!




Il ponte chiuso
Sette racconti senza via d'uscita

di Francesco Coppola
GDS edizioni
Racconti | Thriller | Horror
ASIN B01N210NWB
Ebook 2,49€

Sette racconti accomunati dal gusto del paradosso, con cui spesso il destino scambia ruoli e prospettive, sovverte apparenze e certezze. Con conseguenze drammatiche, sanguinose, grottesche, imprevedibili. In Vincere il futuro i finalisti di un reality dal montepremi milionario scoprono che la vera partita si sta giocando nel mondo reale, ed è una partita che non promette niente di buono, neanche per loro; il protagonista di Soggetto 11 si è sottoposto ad una cura sperimentale che avrà ottimi risultati per la sua salute, ma che lo condannerà altresì a diventare, suo malgrado, il protagonista di un classico della letteratura; in Per la pelle due amiche condividono un'esperienza davvero particolare, e a una delle due toccherà fissare il limite oltre il quale nemmeno un'amicizia tanto profonda può spingersi; Un uomo tranquillo vive nella provincia americana degli anni '60 del secolo scorso, è un insegnante stimato e un uomo devoto. Soprattutto alle sue perversioni; Il ponte chiuso è la storia di un'amicizia che si trasforma in ossessione, una storia di formazione che cede il passo ad una spiazzante conclusione, forse già nelle cose fin dall'inizio; un marito violento scopre a sue spese che L'anziano col cappello, spauracchio di qualunque automobilista, non è soltanto un vecchietto dai riflessi troppo lenti per guidare; in Raccolta differenziata due signore di un condominio discettano su dove sia più opportuno collocare i resti del cadavere di una professoressa in pensione.

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Madre di tre figli, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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