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Adua, di Igiaba Scego: incipit

Adua, di Igiaba Scego: incipit

Adua, di Igiaba Scego: incipit

Incipit #172 Sono Adua, figlia di Zoppe.


Adua

di Igiaba Scego
Narrativa
Giunti
cartaceo 11,05€
ebook 4,99€


Oggi ho ritrovato l’atto di proprietà di Laabo dhegah, la nostra casa a Magalo, nella Somalia meridionale. Era nascosto in una vecchia valigia di peltro che tenevo in magazzino, era in quel posto da secoli e io non me ne ero mai accorta.
Ora sono in regola. Ora se voglio posso tornare anch’io in Somalia.
Ho una casa e soprattutto un documento ufficiale dove c’è scritto che è appartenuta a mio padre Mohamed Ali Zoppe, quindi è mia.
Finalmente potrò sgomberare gli abusivi che l’hanno occupata in questi tristi anni di guerra.
Laabo dhegah, significa due pietre in italiano. Uno strano nome per una casa, forse non tanto di buon auspicio. Ma non me la sentirei di cambiarlo ora. Non avrebbe proprio senso cambiarlo. Con quel nome è nata e con quel nome è destinata a esistere.
La leggenda vuole che mio padre, Mohamed Ali Zoppe, abbia detto: «Queste sono le due pietre, i laabo dhegah, su cui costruirò il mio avvenire».
Chissà se l’ha detta veramente quella frase. Suona un po’ biblica.
Sta di fatto che ormai la leggenda si è impiantata nei nostri cuori e, anche se a scapito della verità, devo dire che le siamo affezionati in famiglia ormai.
Ogni notte prima di addormentarmi mi chiedo se potrò pure io, come mio padre, costruire nella nostra terra il poco di avvenire che mi è rimasto.
Ho detto a Lul se ci buttava un occhio a Laabo dhegah visto che sarebbe partita subito da Roma.
Le ho detto: «Ti prego. Conto su di te, abaayo, per conoscere ogni minimo dettaglio della mia casa che fu».
Era una giornata ventosa, i nostri foulard ballavano sull’architettura di Roma Capitale.
Io l’ho abbracciata e le ho detto: «Non ti scordare di Laabo dhegah, non ti scordare di me, sorella».
Non ha fatto promesse solenni.
Lul è stata la prima delle mie amiche a tornare. Mi ha chiamato dopo una settimana che stava a Mogadiscio, e mi ha detto «l’aria odora di cipolla». Non mi ha detto molto altro. Io le ho fatto domande su domande. Volevo sapere se era davvero cambiato tanto il nostro paese e se noi che da più di trent’anni viviamo fuori avremmo potuto legarci di nuovo alla nuova, nuovissima Somalia della pace.
«Ci crollerà il sogno?» le chiedevo. «Ce la faremo a viverci?» la incalzavo.
Lul però non ha risposto. Al telefono ripeteva «business», «money». Continuava a dirmi che il tempo di fare affari era ora, non domani. Ora il tempo dei denari. Ora il tempo dei guadagni.
«È la pace, bellezza,» ha sogghignato «se ci tieni alle tue due pietre, vieni.»
La pace. Prima di agosto credevo che la parola “pace” fosse una parola bella.
Nessuno mi aveva detto che “pace” è, di fatto, una parola ambigua.
Nel 1991 è scoppiata la guerra civile nel mio paese. Nel 2013 sta scoppiando la pace.
Hip hip hurrà!
Business è diventata l’idea fissa di tutti i somali.
Di Lul…

Ma io sono ancora a Roma e da qui mi sembra tutto così strano.

Mi piace Roma d’estate, soprattutto la sua luce di sera, sul far del tramonto, è calda, e anche i gabbiani diventano più buoni e viene voglia di abbracciarli. Sono i padroni delle piazze, ma qui ci sei tu, elefantino mio, e loro non si azzardano. Via, state lontano da piazza Santa Maria sopra Minerva! Mi sento protetta vicino a te. Qui sono a Magalo, a casa. Anche mio padre aveva le orecchie grandi, ma lui non mi ha mai saputo ascoltare, né io sono mai riuscita a parlarci. Con te è diverso. Per questo ringrazio Bernini di averti creato. Un piccolo elefante di marmo che sostiene l’obelisco più piccolo del mondo. Uno stuzzicadenti. Non offenderti se ti dico questo. Lo sai, io ho bisogno di te.
Lul è partita e non so ancora se la ritroverò. Ma tu me la ricordi. Sai ascoltare. Ho bisogno di essere ascoltata, altrimenti le parole si sciolgono e si perdono.
«Guarda la negra, parla da sola» dicono i passanti e ci indicano. Ma noi non badiamo a loro. Ci intendiamo a meraviglia io e te, dopotutto veniamo dall’Oceano Indiano. Il nostro oceano di magia e profumi. Oceano di separazioni e ricongiungimenti. Sei un errabondo, come me.
Ora è Lul a respirare il tanfo di tonno del nostro oceano.
A bere shai addes. A dare ordini trattando in malo modo le persone pensando che tutti siano i suoi adon.
La conosco Lul, è una brava ragazza e proprio per questo è la più perfida delle streghe.
Lul è in cima ai miei pensieri. Che starà facendo ora la mia amica in Somalia? In quale business si è ficcata alla fine?
E se la raggiungessi davvero? La valigia è pronta, non l’ho mai disfatta.
È pronta dal 1976. Dovrei prenderla e poi caricare il mio stanco corpo su un aereo per Ankara e da lì volare dritta dritta verso Mogadiscio.
Ma sto sognando a occhi aperti.
Ieri ho incontrato sul tram una ragazza. Era nera, rasata e con le cosce grosse. Eravamo sul 14, allo svincolo per Porta Maggiore. Mi fissava fin dalla stazione Termini. Ero infastidita dal suo sguardo puntuto. Avrei voluto voltarmi e dirle «Basta». Mischiare la lingua madre all’italiano di Dante e fare una di quelle belle scenate che vivacizzano il viaggiare sui mezzi pubblici a Roma. Avrei voluto essere volgare e debordante. Mi andava una bella scenata, così non avrei più pensato a Lul, a Laabo dhegah, alla strana pace somala. Ma poi la ragazza è stata furba. Mi si è avvicinata lentamente e senza quasi preavviso mi ha sparato la sua domanda: «Sei Adua, vero? L’attrice? Io l’ho visto il tuo film». E poi dopo una pausa di quelle studiate ha aggiunto: «Lo sai che fai impressione?».
Ero sgomenta.
Il mio film? C’era davvero qualcuno che si ricordava ancora di quel film?

Stai composta, Adua.

Togli quei gomiti dal tavolo. E asciugati quella bocca sudicia. La schiena dritta, per Dio. Perché te ne stai tutta floscia? Hai le mani zozze, lavatele subito, se no ti bastono. È questo il modo di guardare tuo padre, Zoppe, screanzata? Sei come tua madre, Asha la Temeraria, quella poco di buono. Tua madre, quella troia, che è morta lasciandomi qui solo con il mio amore. Come si è permessa di morire? Eh? Come si è permessa? Maledetta femmina! E tu? Morirai pure tu? Hai gli stessi occhi suoi, non li sopporto! Ma vedi come ti aggiusto io. Con me non si scherza, si riga dritto, ragazza. Ora la musica è cambiata, non è come nella boscaglia, dove ti viziavano. E, se non ubbidisci, lo sai cosa ti succede, sì? Ecco, allora stai dritta con quella schiena e per carità non piagnucolare. Mi urti i timpani. Zitta. Ecco, stai zitta!

Quarta di copertina
Adua, di Igiaba Scego, Giunti, 2018.

Igiaba Scego nel suo romanzo ci racconta la storia di una donna matura, Adua, che vive a Roma da quando ha diciassette anni. Adua è una Vecchia Lira, così i nuovi immigrati chiamano le donne giunte nel nostro paese durante la diaspora somala degli anni Settanta. Ha da poco sposato un giovane immigrato sbarcato a Lampedusa e ha con lui un rapporto ambiguo, fatto di tenerezze e rabbie improvvise. Adua è a un bivio della sua vita: medita di tornare in Somalia, paese che non ha più visto dallo scoppio della guerra civile. Ormai è sola Roma (la sua amica Lul è già rientrata in patria), per questo confida i suoi tormenti alla statua dell’elefantino del Bernini che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sopra Minerva. Piano piano racconta a questo amico di marmo la sua storia: suo padre Zoppe, ultimo discendente di una famiglia di indovini, lavorava come interprete durante il regime fascista e negli anni Trenta baratta involontariamente la sua libertà con la libertà del suo popolo. Adua, fuggita dai rigori paterni e dalla dittatura comunista, approda a Roma inseguendo il miraggio del cinema.
Romanzo a due voci, quella di un padre e di una figlia, Adua indaga il loro rapporto impossibile e ci racconta il sogno di libertà che ha consumato in modi e tempi diversi le vite di entrambi.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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Recensione: Branchie, di Niccolò Ammaniti

Recensione: Branchie, di Niccolò Ammaniti

Recensione: Branchie, di Niccolò Ammaniti

Libri Recensione di Ornella Nalon. Branchie di Niccolò Ammaniti, Einaudi, edizione 2010. Uno spassoso romanzo breve che ha il sapore di una goliardata. 

Di Niccolò Ammaniti ho letto da poco Io non ho paura e sono rimasta affascinata sia dalla storia che dal suo stile di scrittura. Quando, su una bancarella, ho trovato il suo libro Branchie l'ho subito fatto mio e ho cominciato a leggerlo il prima possibile. Assoluta sorpresa! I due libri sono all'antitesi. È come voler comparare il caldo al freddo, il dolce al salato, il giorno alla notte.
In Branchie ho scoperto uno spassoso Niccolò Ammaniti autore di una storia umoristica con alcuni picchi di pura demenzialità che trasmette la sensazione di assistere a quei cartoni animati in cui tutto è possibile e nessuno si fa mai male.
Marco Donati è un giovane con la passione dei pesci e che grazie a questi si sarebbe costruito anche una produttiva e soddisfacente attività. Il condizionale è d'obbligo poiché da quando viene a sapere di essere ammalato di cancro ai polmoni, il suo interesse per il lavoro e per tutto il resto scema sino a farlo diventare una persona apatica che affoga le sue paure nell'alcool.
Con questa premessa si potrebbe pensare a una storia dagli sviluppi drammatici e infatti, per una quindicina di pagine è quello che ho creduto anch'io, ma la svolta si realizza quando a Marco arriva per posta la commessa di una facoltosa signora indiana per costruire nella sua villa il più grande e fornito acquario dell'India. Il compenso è decisamente lauto, ma più che altro il giovane pensa che questo potrebbe essere lo stimolo per concludere la sua vita in bellezza.

È da quando mette piede in India, che al protagonista di Branchie di Niccolò Ammaniti accade di tutto. 

 Scopre che la sua potenziale cliente non esiste all'indirizzo che gli ha dato, a più riprese viene inseguito da un gruppo di persone vestite d'arancione che lo vogliono rapire, ma dopo rocambolesche fughe riesce sempre a seminarli. Avrà a che fare con la più sordida delle persone, un certo Subotnik, che non solo si arricchisce con il commercio di organi e di parti anatomiche di persone che rapisce, ma prova anche piacere nel praticare le sevizie. Scopre che la madre è complice del malefico uomo perché in cambio si è completamente rifatta il corpo e il viso, coronando il suo sogno di tornare giovane e sexy.
Unica nota positiva: conosce un gruppo di musicisti, la Banda dell'Ascolto Profondo (BAP), tra cui una ragazza che gli ruberà il cuore, che ama esibirsi nei tombini per produrre un nuovo tipo di musica con effetto rimbombante. Si unirà a loro suonando un didgeridoo ricavato da una grondaia. A questo punto, il genere letterario non può che risultare chiarissimo.
Resta solo da dire che Niccolò Ammaniti sa coinvolgere con il suo tono scanzonato e un po' ruffiano, poiché fa raccontare la storia in prima persona a Marco Donati che spesso si rivolge direttamente al lettore, a volte in via confidenziale.

Spassosi gli stacchi in cui Niccolò Ammaniti passa dalla più assurda delle avventure, alla descrizione classica e poetica del paesaggio, come fosse il più formale dei romanzi.

È chiaro che egli si sia divertito a scrivere la storia quanto noi a leggerla, e sono convinta che questo libro costituisca una sua goliardata, tant'è che si tratta della sua prima opera letteraria (anche se revisionata) scritta nel 1993 quando stava ancora frequentando l'università. Ecco perché mi sentirò un po' ridicola a riportare i messaggi che vi ho scorto come: l'importanza dell'amicizia e dell'avere uno scopo per dare un senso alla vita, e non per ultimo, il trionfo del bene sul male. Non credo sia stato nei suoi propositi trasmettere tutto questo, anche se poi, in fondo, l'importante è ciò che ogni lettore sa trarre da quanto legge e se anche fosse soltanto qualche ora di svago, il libro avrebbe già un suo senso.



Branchie

di Niccolò Ammaniti
Einaudi
Narrativa
ISBN 880622171X
cartaceo 11,00€
ebook 6,99€

Sinossi
Protagonista di Branchie è Marco Donati, un ragazzo che studia il comportamento dei pesci, malato terminale, con madre ossessiva e fidanzatina. Dall'abulico trascinarsi da una festa all'altra nella Roma dei quartieri alti, Marco precipita in una avventura senza limiti, come un cavaliere senza paura, in un'India che sembra il capolavoro di un falsario pazzo. Road movies, videogames, quiz col domandone nei momenti piú critici, demenziali sport estremi, manie generazionali e molto altro, tutto Ammaniti frulla come in un «tramezzino ripieno di baccalà, broccoli, maionese e cipolle al curry».

Ornella Nalon
Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, 0111 Edizioni.
Una luce sul futuro, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto.
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Recensione: Questione di virgole, di Leonardo G. Luccone

Recensione: Questione di virgole, di Leonardo G. Luccone

Recensione: Questione di virgole, di Leonardo G. Luccone

Libri Recensione di Davide Dotto. Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, di Leonardo G. Luccone, Laterza 2018. Fin dove può spingersi la creatività di un autore nell'uso della punteggiatura? 

Qualcuno è convinto che le virgole siano usate quando è bene fare una pausa.
Non è del tutto vero. La funzione della punteggiatura è molto più articolata e complessa. Quando pensiamo a una pausa abbiamo in mente di solito la lettura di un brano o un discorso verbale, dimentichi delle dinamiche del testo scritto.
Fate una prova: prendete un testo ben scritto, leggetelo ad alta voce e vi accorgerete subito che le pause per la respirazione o per riprendere fiato non corrispondono sempre ai segni di punteggiatura, e nemmeno la durata delle nostre pause o il ritmo che abbiamo impresso alla lettura è proporzionale al peso dei segni.
Se trascriviamo un parlato è facile cadere in trappola e collocare virgole dove non vanno. Questo il vero nervo scoperto. La punteggiatura indirizza la lettura e, lungi dal governarla, contribuisce a darne il ritmo.
A cosa serve la punteggiatura, esattamente? Essa mette in luce i rapporti gerarchici tra le parti del discorso, rivelandosi opportuno baluardo contro pericolosi equivoci: «Grazia impossibile, giustiziarlo!», «Grazia, impossibile giustiziarlo!».
Per il resto c'è spazio - e non poco - per lo stile autoriale. La punteggiatura è in grado di impreziosire o pregiudicare un testo, a dimostrazione che essa è legata tanto al contenuto, quanto alla struttura e al ritmo.
Poteva succedere qualsiasi cosa, in quell’istante.
- Alessandro Baricco, Oceano Mare
Gente andava e veniva, e facevano baccano.
- Cesare Pavese, Il compagno
Le virgole di questi esempi non sono grammaticalmente necessarie, ma nemmeno superflue: sono una firma.

Fin dove può spingersi la creatività di un autore?

È una regola assodata che la virgola non possa separare il soggetto dal verbo. Tuttavia si considerino i seguenti esempi:
Il profluvio di parole con cui la bionda mi aveva strappata al sofà, non m’impedì di sentirmi anche qui un’intrusa, eppure sapevo da un pezzo che in questi casi c’è sempre chi sta peggio.
- Cesare Pavese, Tra donne sole
L’idea che per tutta l’estate avevan corso le autostrade stretti insieme sulla moto, mi fece una rabbia.
- Cesare Pavese, Il compagno
Che cosa ci sia dietro la mano, è questione controversa.
- Italo Calvino, «La penna in prima persona», da Le più belle pagine scelte da Calvino
Le virgole segnate in rosso non dovrebbero esserci dato che si intromettono tra un soggetto (anche se espanso) e il verbo. La cosa tuttavia non è così scontata come sembra. La seguente riflessione è chiarificatrice e spiazzante al medesimo tempo.
Come regolarsi di fronte alla tendenza a separare con una virgola il soggetto dal verbo, oppure il verbo dall’oggetto diretto o indiretto, quando gli elementi in questione sono contigui? Questa domanda ammette risposte differenziate, secondo che l’uso della virgola debba essere regolato unicamente dai rapporti sintattici tra i costituenti del nucleo della frase (il che avviene in situazioni non marcate pragmaticamente) o, al contrario, dalle relazioni che compongono la struttura informativa della frase stessa (il che avviene in condizioni di marcatezza semantico-pragmatica).
- Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura

Difficile stabilire una volta per tutte quando ci troviamo di fronte ad errori o a licenze meritevoli di attenzione.

Si aggiunga che non è ininfluente il tipo di componimento che abbiamo davanti: un testo scientifico o giuridico è più rigido di un saggio divulgativo (quale una recensione); un'opera letteraria ci mette a confronto con deroghe alquanto più spinte e al limite dell'eresia:
Lui, non raccontava mai nulla - Carlo Cassola
Si considerino le varianti: «Lui non raccontava mai nulla.», «Non raccontava mai nulla, lui.»
Il prete, non poteva dirle nulla - Pier Paolo Pasolini
Si considerino le varianti: «Il prete non poteva dirle nulla.», «Non poteva dirle nulla, il prete.»
Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una - Alessandro Manzoni
I precedenti rappresentano casi in cui il soggetto, messo in evidenza, motiva la difformità a una convenzione più che consolidata. Nel caso di Manzoni, Renzo è messo in evidenza nel momento in cui è assorbito nell'inciso. Se appaiono grammaticalmente scorrette, sono giustificate dal contesto, dal contenuto e dalla struttura della frase.

Sono solo alcune delle riflessioni cui conduce la lettura di Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, di Leonardo G. Luccone. 

Pur non essendo una grammatica, da una parte è un discorso generale sulla punteggiatura, dall'altra una guida pratica che fa incetta di casi presi a prestito da letteratura, saggistica, quotidiani. È il modo migliore - l'esempio appunto - per capire che, se esistono regole sulla punteggiatura, esse non sono rigidamente codificate, ma derogabili in presenza delle più disparate situazioni e non destinate, quindi, ad applicarsi meccanicamente. Come ampiamente dimostrato, le esigenze del testo e la logica dell'interpunzione si intersecano e si condizionano a vicenda più di quanto si creda.


Questione di virgole
Punteggiare rapido e accorto

di Leonardo G. Luccone
Laterza
ISBN 978-8858130650
Cartaceo 13,60€
Ebook 9,99€

Sinossi
La virgola e il punto fermo hanno fagocitato il punto e virgola e i due punti. I catastrofisti dicono che rimarremo solo con il punto (o 'soli con il punto'): più che una scrittura telegrafica è un ritorno al telegrafo. Eppure, con una sola virgola ben messa si può illuminare una pagina. Allora, cosa si può e cosa non si può fare con questi segnetti meravigliosi? E soprattutto: come li hanno usati gli altri, quelli bravi e molto più autorevoli di noi? Questo libro tenta di fare chiarezza. Con semplicità e metodo, e la guida di mirabili scrittori, racconta gli usi corretti ed errati di virgola e punto e virgola, a partire da casi reali tratti da romanzi, saggi, articoli. Incontreremo autori che usano la punteggiatura in modo automatico e naturale, come se fosse il respiro del testo; altri che la usano come un'arma, come manifesto estetico ed esistenziale. Affronterete le incertezze della vostra punteggiatura, ad una ad una, anche quelle che non sapevate di avere. Sfideremo gli 'atroci dubbi', eviteremo le trappole, disinnescheremo le mine - con leggerezza e senza paura di sbagliare, perché la creatività ci permette di allargare i confini delle norme. Provate a tirare l'elastico: che i vostri segni-lucciola diventino fari per illuminare le vostre idee. Pronti a rifare la punta alla punteggiatura?

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Silvia Pattarini presenta: La mitica 500 blu

Silvia Pattarini presenta: La mitica 500 blu

Silvia Pattarini presenta: La mitica 500 blu - intervista, scrittore

Presentazione libri Intervista a cura di Elena Genero Santoro. In tutti gli store online, il romanzo breve La mitica 500 blu, il chick-lit di Silvia Pattarini, Lettere Animate 2015. Le esilaranti avventure di una ragazza cresciuta negli anni '80.

Silvia Pattarini è nata a Milano, ma vive da sempre nella piacentina Valtrebbia. Diplomata in ragioneria, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie, come Caro papà... Le parole non dette, Chiaroscuro, Storie intentate in un giorno di pioggia, Un racconto per capello.
Ha partecipato a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita e ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui i più importanti: attestato di merito con la poesia Lacrime d'amore al Premio Alda Merini Accademia dei Bronzi e terzo premio al XXIII Concorso di Poesia Città di Seregno "Enrico Sambruni" nel 2016; attestato di merito al premio San Valentino di Catanzaro nel 2017, con pubblicazione della lirica nel volume Parole d'amore;  menzione d'onore per la poesia Cuore di mamma al IX Concorso Nazionale dell'Associazione Letteraria Italiana "penna d'autore" nel 2018.
Nel maggio 2013 ha esordito col romanzo storico Biglietto di terza classe edito da 0111 Edizioni. Nell’ottobre 2014 ha auto-pubblicato la sua prima silloge poetica Profumo d’inchiostro e quest'anno Il tempo di un caffè con Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
Per questo sito gestisce il Caffè Letterario, ma oggi passerà dall'altra parte per presentare il suo romanzo chick-lit breve La mitica 500 blu, edito a maggio 2015 da Lettere Animate.

La mitica 500 blu

di Silvia Pattarini
Lettere Animate
Chick-lit | Romanzo breve
ASIN B00XBBAXWA
Ebook 0,99€

Sinossi
Una bella storia di sincera amicizia nata tra i banchi di scuola, che ruota attorno alle vicende di una diciottenne neopatentata e spensierata, alla prese con la sua mitica 500 blu, che puntualmente la lascia a piedi. Nella splendida cornice dell'Appennino reggiano, all' ombra della Pietra di Bismantova citata da Dante nel Purgatorio, le esilaranti avventure di una ragazza appartenente a una generazione cresciuta senza troppe pretese, ascoltando le canzoni degli Europe, dei Duran Duran, degli Spandau Ballet, di Gianni Morandi e di Zucchero, negli anni in cui Berlusconi era solo un noto imprenditore milanese e la escort era solo un'automobile della Ford.


L'autrice racconta



Anche se "giochi in casa", raccontaci qualcosa di te: chi è Silvia Pattarini nella vita di tutti i giorni?

Nella vita di tutti i giorni Silvia Pattarini è prima di tutto una madre di tre figli di età compresa tra i nove e i sedici anni, che mi impegnano a tempo pieno. Nel tempo libero oltre a dedicarmi al giardinaggio, mi piace leggere e scrivere, passione che nutro dai tempi dell’adolescenza.

Tu hai già pubblicato qualcosa, vero?

A dire il vero sì, questa è la mia terza pubblicazione. Il mio primo romanzo Biglietto di terza classe edito da 0111 edizioni è uscito nel 2013; nel 2014 ho pubblicato con la piattaforma Amazon la mia prima silloge poetica Profumo d’inchiostro e quest'anno Il tempo di un caffè, con Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni. Ma oggi sono qui per presentare il mio romanzo breve La mitica 500 blu pubblicato nel 2015 per la collana ‘I Brevissimi’ a cura di Lettere Animate.


Veniamo a La mitica 500 blu. Com’è nata l’idea?

È un’idea che nutrivo da tempo, in realtà vuole essere un omaggio alle mie amiche di sempre.

Ci spieghi di che cosa parla?

Volentieri. Come si intuisce facilmente dal titolo, la protagonista indiscussa è una vecchia vettura, la mitica 500 blu. La ragazza alla guida è solo un contorno. Mentre un altro bel protagonista è il paesaggio circostante. Ho deciso di ambientare il racconto proprio lì, non a caso ma perché oltre ad essere un luogo citato da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, è anche un territorio a me tanto caro, pieno di bei ricordi. È proprio in questa splendida cornice dell’Appennino Reggiano che da bambina trascorrevo le mie vacanze estive.

Quanto ti ha coinvolto intimamente la stesura di questo romanzo breve? L’ambientazione, direi, è “storica” e la protagonista potresti essere tu. C’è qualcosa di Silvia Pattarini o di vero?

Perfettamente azzeccato cara Elena, la protagonista sono proprio io. Quindi direi che intimamente mi tocca nel profondo. E le rocambolesche avventure sono vere, nel senso che mi sono capitate tutte una dopo l’altra, in quei begli anni nostalgici quando, giovane e fresca di patente, dovevo arrangiarmi con i mezzi che “passava il convento” se volevo conquistare la mia “libertà”. Quindi caro lettore, sappi che ciò che stai per leggere non è frutto di fantasia, ma gli eventi descritti sono realmente capitati tutti, uno per uno, alla sottoscritta. E come vedi sono pure sopravvissuta e ho avuto la malsana idea di metterli nero su bianco. L’unica licenza che mi sono presa è di avere cambiato i nomi alle protagoniste, mie compagne di avventure.


Per scrivere  La mitica 500 blu hai dovuto svolgere delle ricerche?

Non in questo caso, non ho dovuto svolgere alcuna ricerca, sapevo perfettamente cosa sarei andata a descrivere dal momento che ho raccontato una storia vera, anzi una mia storia.

C’è qualche messaggio particolare che speri di comunicare attraverso questo romanzo?

Vorrei sperare che questo racconto venisse letto da tanti adolescenti, affinché sappiano che fino a pochi anni fa esisteva un mondo in cui i ragazzi vivevano liberi e non schiavi della tecnologia. E trovavano comunque il modo di divertirsi, stare insieme e ascoltare la musica, ridere e scherzare con semplicità, senza troppe pretese, ma accontentandosi e dando grande valore a quel poco che si possedeva. In particolare ho rivalutato il grande valore dell’amicizia e vorrei che passasse questo messaggio: chi trova un amico, trova davvero un tesoro, meglio pochi amici ma buoni. Un vero amico è per sempre e soprattutto è presente e ti sostiene anche nella cattiva sorte.

Il finale chi l’ha deciso? È andata proprio così?

Sì, è andata proprio così, papale papale!

Grazie per essere stata con noi, Silvia Pattarini.

Grazie a te Elena per avermi gentilmente ospitata. A risentirci alla prossima pubblicazione! Un caro saluto a tutti coloro che sono riusciti a reggere tutta l’intervista. Grazie amici! Leggetemi e fatevi due risate.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
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Recensione: Figlia del Gange, di Asha Mirò

Recensione: Figlia del Gange, di Asha Mirò

Recensione: Figlia del Gange, di Asha Mirò

Libri Recensione di Ornella Nalon. Figlia del Gange di Asha Mirò, Sperling & Kupfer, 2010. Una toccante testimonianza in prima persona sul delicato tema dell'adozione, il racconto di un viaggio di ritorno in India. 

Il più grande desiderio di Asha è di essere adottata per far parte di una famiglia. Lei non ne ha mai avuta una, o per lo meno, non ne ha alcun ricordo. E come potrebbe averne se l'orfanotrofio l'ha accolta quando aveva solo pochi mesi? Per fortuna ha incontrato Madre Adelina nel suo cammino e per tutto il tempo è stata quanto più vicina ad una madre può essere. Ed è grazie a lei che il suo sogno si può avverare.
Asha ha sei anni quando viene adottata da una famiglia di Barcellona. Josep Mirò ed Electa Vega, con l'altra figlia adottiva Fatima l'aspettano a braccia aperte e lei, con la sua piccola valigia e il cuore gonfio di felicità è pronta a prendere l'aereo che la porterà verso un paese sconosciuto, una famiglia che non conosce ma che, finalmente, sarà la suaLascia Bombay, l'orfanotrofio, i suoi compagni e persino Madre Adelina senza nemmeno un pizzico di nostalgia, senza neanche una lacrima, sorretta dalla certezza che sta per iniziare una nuova vita.
Ci vorranno vent'anni prima che Asha rimetta piede sul suolo indiano. Vent'anni trascorsi serenamente, con dei bravi genitori che l'hanno coperta di attenzioni e di amore, ma che, tuttavia, non potevano compensare la sua esigenza di conoscere le sue origini, la curiosità di sapere da chi fosse stata concepita e per quale motivo fosse stata abbandonata.
L'occasione sarà data da un depliant in cui è descritto un progetto di Setem (Servizio Terzo Mondo) che prevede un campo di lavoro a Bombay e un altro a Nasik, la città in cui è nata Asha Mirò; quasi un segno del destino al quale si sente in dovere di rispondere.
Finalmente, in India troverà molte delle risposte che ha da sempre cercato e tornerà a Madrid con un acquisito orgoglio per le sue origini e il suo aspetto indiano unito alla sua cultura spagnola, consapevole che solo questa straordinaria miscela ha contribuito a fare di lei la donna che ora è.

Figlia del Gange di Asha Mirò è un libro di poche pagine, ma piene di sentimento. È una storia vera che per certi versi mi ricorda il film del 2016, Lion, la strada verso casa, diretto da Garth Davis. 



In entrambi i casi, i protagonisti sono indiani che vengono adottati da famiglie di altri paesi e, nonostante si possano ritenere fortunati per essere cresciuti nel benessere e nell'affetto, si sentono incompleti e sono tormentati da mille domande, dubbi e sensi di colpa. Entrambi sentono l'esigenza di tornare alla terra d'origine per verificare quanto questa abbia influito sul loro essere e vogliono conoscere la loro storia. Un passo decisivo per ricongiungersi alla famiglia adottiva e, in primis, a se stessi, con maggiore equilibrio e serenità.
Lo stile è semplice, oserei dire acerbo, e la narrazione è rivolta all'essenziale; nessuna lungaggine, pochissime e brevi le descrizioni dei luoghi, ridotte al minimo anche le definizioni dei personaggi, ampio spazio, invece, alla caratterizzazione psicologica ed emozionale di Asha, quindi Asha Mirò stessa che scrive in prima persona.
Una nota particolare consiste nell'intercalare alla narrazione qualche pagina del diario scritto da Electa Vega, la madre adottiva, mentre aspettava l'arrivo della sua bambina. Diario che continuerà a tenere anche in seguito, come testimonianza del suo grande amore. Amore che, a quanto pare, non è sufficiente a colmare il vuoto d'affetto che si crea nel cuore di un bambino che ha subìto il trauma di un abbandono.
Asha Mirò, collabora con programmi di servizio a chi chiede consigli in materia di adozioni e partecipa a progetti di aiuti per il terzo mondo.


Figlia del Gange

di Hasha Mirò
Sperling & Kupfer
Autobiografia
ISBN 978-8860616241
Cartaceo 12,50

Sinossi
Originaria di un villaggio poco lontano da Bombay, Asha viene presto abbandonata dai suoi e ospitata in un convento di suore. Per sei interminabili anni non smette di cercare i genitori... Finché non avviene un piccolo miracolo: è accolta da una famiglia di Barcellona che le dà tutto quanto ha sempre sognato, specialmente tenerezza e affetto. Ma il desiderio profondo di conoscere il proprio Paese e ricostruire i frammenti del passato spingono la giovane, vent'anni dopo, a un lungo viaggio, reale e simbolico, in India, dove finalmente potrà accettare la propria identità di "figlia del Gange". Una toccante testimonianza in prima persona sul delicato tema dell'adozione.

Ornella Nalon

Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra, 0111 Edizioni.
Una luce sul futuro, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto.
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