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Rileggendo Grandi speranze, di Charles Dickens

Rileggendo Grandi speranze, di Charles Dickens

Rileggendo Grandi speranze, di Charles Dickens

Professione lettore Di Davide Dotto. Grandi speranze di Charles Dickens. Un romanzo in parte autobiografico, uscito a puntate tra il 1860 e il 1861 su All The Year Round, ambientato nella Londra a inizio del XIX secolo.

Può fare un certo effetto leggere oggi Grandi speranze. Uscito a puntate tra il 1860 e il 1861 nella rivista All The Year Round (diretta da Charles Dickens stesso), è ambientato nella Londra a inizio XIX secolo, quella delle prime fabbriche. Vi è molto di autobiografico, a partire dal momento in cui si dipanano gli eventi. Il 1812, quando incontriamo Philip Pirrip detto Pip, è infatti l’anno di nascita dello scrittore inglese.

Dickens proietta tra le pagine ansie, preoccupazioni, non mancano tracce del proprio vissuto e di episodi famigliari drammatici.

Che vivesse un periodo non sereno, lo capiamo dal resoconto che ne fa Peter Ackroyd nella biografia uscita qualche anno fa per Neri Pozza. È proprio a fine estate del 1860 che Dickens «cominciò a pensare a un nuovo libro, come se l’unica cura per la depressione fosse un ritorno al suo mondo immaginario».
Grandi speranze

Grandi speranze

di Charles Dickens
Einaudi
Classici
ISBN 978-8806222109
cartaceo 10,40€
Ebook 2,99

Grandi speranze è un romanzo realista, con un occhio attento alla condizione del proletariato e alla società borghese del tempo.

Si aggiunge una spiccata vocazione narrativa che lo rende un caso unico, di genere e di stile: cosa mai lega la misteriosa Miss Havisham («La più strana signora che abbia mai visto, e che si possa mai vedere») e il benefattore altrettanto misterioso di Pip? Una volta introdottosi nell'ambiente londinese, e pronto a realizzare aspirazioni che vanno oltre ogni dire, che rapporto mantiene Pip con il suo passato?
Di sicuro percepiamo in lui lo shock e le forti emozioni nel conoscere l'identità di chi l'ha riempito di sogni e di denari: Magwitch, il galeotto in catene che ha incontrato al cimitero quando aveva sui sette anni, e che ha sfamato trafugando cibarie dalla povera dispensa di casa. Rivelazione, questa, che non gli consente di rompere il legame con le proprie umili origini: i quattrini che spende e spande da gran signore nella opulenta società londinese derivano dal durissimo lavoro di un forzato in esilio. Difficile (far) digerire una cosa simile.

Per il fatto di occupare un certo posto nel mondo, vigono regole inflessibili: nessuno può seguire le "proprie inclinazioni", prevalgono altri codici, linguaggi, maniere e necessità.

Si lascia alle spalle la “lotta per la sopravvivenza” che si dava per scontato, e alla quale – bambino – ha risposto con l’atto di generosità che ha prodotto la riconoscenza imperitura di un forzato, non compresa fino in fondo.
Non è facile ridurre la distanza creata, o il disagio nei confronti di chi indietro è rimasto davvero, e che può influire sulle “grandi speranze” da concretizzare in una lotta del tutto diversa: quella che fa fruttare occasioni, opportunità e capitale (nuovi capi saldi).
Poi viene il momento che ti si presenta l’occasione favorevole. E tu l’afferri, le piombi addosso, ti fai il tuo capitale, ed eccoti arrivato! Una volta che ti sei fatto il capitale, non devi far altro che investirlo Charles Dickens, Grandi speranze (cap. XXII)
“Sopravvivere” a quel mondo richiede “distanza”, “distacco”, la pressante cura dei propri affari e un cuore di pietra; a queste condizioni diventa impensabile per Pip tornare sui suoi passi e riabbracciare una debolezza, una fragilità e soprattutto una sensibilità mai venute meno del tutto.

Cosa sono le “grandi speranze”? Quando nascono, in chi, e soprattutto in quale contesto? Questa la domanda giusta da porsi.

Pip da bambino dà per scontata la propria condizione, e altrettanto fa la sorella più grande, che l'ha cresciuto a suon di sganassoni, e aggiunge al resto la più rabbiosa delle rassegnazioni.
Oltre a ciò Pip, ricevuta tra le mani una notevole fortuna, la prima delle sue "speranze" è quella di poter essere finalmente "degno" di Estella. Impara a proprie spese però, che non bastano le buone occasioni, se ne possono avere di realistiche o fin troppo fantastiche, e possono andare deluse. Oppure, prima o poi si dovrà saldare un conto assai salato. In ogni caso ciascuno reagisce in modo diverso, secondo la maturità, lo spirito, gli intenti.
Sia Pip che Estella sono quello che qualcun altro ha voluto che fossero: «Io sono quella che mi avete fatto» dirà infatti la ragazza alla madre adottiva. Magwitch invece:
«E questo», disse, muovendomele su e giù mentre tirava boccate di fumo dalla pipa, «e questo è il signore che ho fatto io! Un vero e proprio signore! Mi fa un gran bene guardarti, Pip. Non chiedo altro che stare a guardarti, ragazzo mio!» Charles Dickens, Grandi speranze (cap. XL)

Pip ed Estella sono quasi dei manichini in mano altrui, non sembrano i veri protagonisti della storia. Non appartengono loro le "great expectations".

Da qualunque parte la si guardi, gioca una qualche fatalità, o una serie di cause fuori dalla portata dei protagonisti. Contro di esse si può poco, ma si rivelano fondamentali per giungere a un certo grado di consapevolezza, di sé, degli altri, e del proprio tempo. Per esempio si scopre la vanità di aspirazioni che a lungo andare diventano pretese, quando ci si fa strada a forza sacrificando il resto, fino a far concorrenza al narratore nel giocare con le altrui esistenze (nel bene e nel male), confezionando destini a tavolino.



In fondo Pip ed Estella sono il "prodotto" dell'esperimento sociale dei rispettivi "benefattori" che, nel sottrarli all'indigenza, muovono i principali meccanismi narrativi con alla regia Charles Dickens.

In forza di tale “ipotetico esperimento”, Estella e Pip bevono fino alla fine il calice di “grandi e false speranze”, spegnendo ogni illusione e rendendosi conto della realtà delle cose. Illusioni che sembrano divorare lo spirito, e persino l’amore che Pip manifesta per Estella. In fondo loro dovrebbero essere copie dei loro rispettivi benefattori (un angelo consolatore e un angelo vendicatore di torti).
Con queste premesse, lo spirito viene riposto in un cassetto, e anche la parte romantica è sacrificata a qualcos’altro, e i toni sono cupi, come gli ambienti e i contesti. A parte lo sfondo sociale, realistico, ben tratteggiato, il racconto assume un’alternanza di toni e tinte che tendono a trasbordare, come i colpi di scena che accentuano il carattere grottesco di una storia che – di puntata in puntata e di fascicolo in fascicolo – doveva tenere sulle spine il pubblico dei lettori.


Davide Dotto
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Rileggendo Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

Rileggendo Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

Rileggendo Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

Professione lettore Di Davide Dotto. Rileggendo Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, pubblicato la prima volta nel 1813: «Più conosco il mondo, più ne sono disgustata; e ogni giorno conferma la mia convinzione dell’incoerenza del carattere umano, e della poca fiducia che possiamo riporre in tutto ciò che può apparire merito e intelligenza».

Gran parte della nostra vita, delle cose che si fanno o si apprezzano, si basa su convenzioni, codici comportamentali più o meno consolidati. Essi di epoca in epoca hanno il loro peso, creano certezze e senso di appartenenza. Hanno, insomma, il loro perché.
Come tutto ciò che li riguarda subiscono mutamenti, evoluzioni (e involuzioni); devono mostrare di essere all’altezza (dei tempi), prima ancora di chi vi sottostà: se eccedono nella misura, se se ne affievolisce il senso, si fanno soverchianti.
Ben venga, quindi, chi li passi di volta in volta al setaccio, ne colga il ridicolo e le sfumature. Soprattutto se qualcos'altro li alimenta: per esempio l’orgoglio, la vanità, il pregiudizio, e mille altri sentimenti che costruiscono barriere insormontabili tra persona e persona; oppure la rigidità dello spirito che fa a gara con la intransigenza delle forme.
Orgoglio e pregiudizio

Orgoglio e pregiudizio

di Jane Austen
Newton Compton
Classici
ISBN 978-8881832910
cartaceo 4,66€
Ebook 1,99€
Leggi online gratis o Scarica PDF Pubblico Dominio

I codici comportamentali, o “le buone maniere” (non a caso novel of manners è il genere a cui appartiene Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen) fanno da schermo contro insidie di varia natura, e contribuiscono a tenderne di nuove e di altrettanto velenose.

Non se ne può comunque fare a meno quando si occupano di cose troppo importanti: patrimoni, matrimoni, status sociali da preservare o acquisire.
Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen è un romanzo molto complesso, e non solo per la trama articolata, difficile da riassumere e da portare sulla scena.
Vi sono personaggi indimenticabili e controversi: di Mrs. Bennet si dice subito che fosse «una donna di intelligenza mediocre, di poca cultura e di carattere volubile. Quando era scontenta, si immaginava di essere nervosa. Il grande scopo della sua vita era di dar marito alle figlie; le sue uniche distrazioni le visite e i pettegolezzi». Tuttavia è una persona che fa bene i suoi calcoli, o almeno ci prova. Sa che non sono molte le occasioni di incontrarsi (il ballo in proposito è il “social media” dell’epoca) e sposare un buon partito.



Per i Bennet, infatti, è fonte di preoccupazione avere solo figlie femmine: significa che esse non potranno ereditare, né mantenere la proprietà che andrà a un lontano cugino.

Mr. Collins è un ecclesiastico che ha appreso alla perfezione l’arte di guardare dall’alto in basso chicchessia, cifra distintiva e irrinunciabile che si fa tutt’uno con l’indole: «uno sciocco pieno di sé, tronfio e di idee ristrette», cui si aggiunge un’ottusità che non gli consente di cogliere antifone, o di leggere tra le righe.
E anche se Elizabeth, la seconda delle figlie, avrà il suo bel dire per rifiutarne con garbo e determinazione la proposta di matrimonio, assistiamo a un dialogo che è un estenuante loop.
Ciò a dimostrazione che a “buone maniere”, “codici comportamentali”, ritualità del vivere civile, va affiancato dell'altro. Non ci si può accontentare delle “forme”, e Mr. Collins e altri vi indulgono fin troppo.
Non sono molti i personaggi che – in sordina o in primo piano – alimentano un proprio retto sentire, una sensibilità particolare che nel dominio delle forme fatica a farsi valere.

Orgoglio e pregiudizio è il romanzo di chi non si accontenta di complimenti e sorrisi, ma tenta di andare in profondità avvalendosi, però, degli stessi codici comportamentali, delle medesime convenzioni, cioè del linguaggio e della sintassi a disposizione.

Non mancano gli strumenti affinché questo sia possibile: in casa, i libri diventano occasioni e temi di conversazione tutt’altro che banali.
«Che ne direste se parlassimo di libri?»
«Libri? Oh no. Sono sicura che non leggiamo gli stessi, o perlomeno, non con gli stessi sentimenti» Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio – cap. 18
La biblioteca paterna è l'unico modo per consentire alle figlie – o a chi di loro ne abbia l’attitudine e la voglia – di istruirsi.
Non solo. Lo spirito e il senso di dispetto di Mr. Bennet nei confronti dei "nervi" della consorte ce lo rendono simpatico. Non è privo di limiti: tende all’indolenza, salvo qualcosa – un’emergenza – non lo smuova, e non sembra far molto affidamento sulle figlie: «Nessuna di loro vale molto, sono tutte sciocchine e ignoranti; ma Lizzy è un po’ più sveglia delle sue sorelle».

Chi spicca in particolar modo è proprio Elizabeth con la sua indipendenza e argutezza di giudizio.

Orgogliosa non meno di Mr. Darcy, il suo è il punto di vista privilegiato del racconto. È un’attenta “studiosa dei caratteri” e più di qualcuno se ne accorge.
«Posso chiedervi a cosa tendono tutte queste domande?»
«Soltanto a rendermi conto del vostro carattere… Sto cercando di studiarlo»
«E a che punto siete arrivata?» Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio – cap. 18
Elizabeth sceglie con cura le parole da pronunciare, ben consapevole delle regole del gioco, diffidente dello stile fiorito di Mr. Collins, e consapevole delle trappole in cui lei stessa può cadere o è caduta.
Più conosco il mondo, più ne sono disgustata; e ogni giorno conferma la mia convinzione dell’incoerenza del carattere umano, e della poca fiducia che possiamo riporre in tutto ciò che può apparire merito e intelligenza.Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio – cap. 24

E altrettanto fa lo scontroso Darcy, la cui indole è tale da urtare sempre qualcuno, non meno l’orgoglio di Elizabeth.

In un mondo esterno fin troppo pieno di insidie per non cercare di difendersene a spada tratta, a poco a poco si fa strada tra loro un’accesa schermaglia: le anime candide rischiano di corrompersi anche per eccessiva virtù, o – dietro i reciproci pregiudizi – di non comprendersi affatto.
Le convenzioni giocano un ruolo più o meno marcato secondo i momenti. Non è la stessa cosa vivere nelle campagne inglesi di fine Settecento o inizio Ottocento. L’età vittoriana sarà molto più rigida e severa, mentre ora prevale una forma di “ipocrisia gentile” intesa a proteggere, creare sicurezza e opportunità, mantenere uno status o acquisire una posizione.

Scritto cinquant’anni dopo, in epoca vittoriana Orgoglio e pregiudizio sarebbe diventato molto probabilmente qualcosa di simile a Il mulino sulla Floss di George Eliot (pseudonimo della scrittrice Mary Anne Evans) votandosi a un epilogo tragico.

Ma per il momento, nel 1813 – anno di pubblicazione del romanzo di Jane Austen – vi è un altro contesto. L'Europa, dopo Rivoluzione Francese e imprese napoleoniche, sta per entrare nella Restaurazione. L'Inghilterra la sua rivoluzione (la seconda per essere precisi) l'ha avuta almeno un secolo prima (1688): ora i nuovi ricchi si stanno facendo strada, ma non c'è alcun ordine da sovvertire. L'industrializzazione è agli inizi, non ha ancora raggiunto le campagne e le industrial novel di Dickens sono di là da venire.


Davide Dotto
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Rileggendo I demòni di Fëdor Dostoevskij

Rileggendo I demòni di Fëdor Dostoevskij

Rileggendo I demòni di Fëdor Dostoevskij

Professione lettore Di Davide Dotto. Rileggendo I demòni di Fëdor Dostoevskij, pubblicato per la prima volta nel 1873. Un vortice di emozioni e parole, un'estenuante voglia di discutere, di parlare, di far valere ragioni che durano quanto l’illuminazione improvvisa da cui scaturiscono.

È uscito da poco, per Donzelli editore, Il demone di Dostoevskij di Julia Kristeva. Ampio è lo sguardo dedicato allo scrittore russo per eccellenza, una disamina approfondita e immaginifica di tutta la sua opera, e da tenere a mente nel corso della lettura di un romanzo complesso, rappresentativo del suo tempo e della sua scrittura: I demòni.
Nell'esame di Julia Kristeva, Dostoevskij appare subito come un sopravvissuto, e non solo per la condanna a morte commutata, all’ultimo momento, ai lavori forzati per «aver tentato di diffondere tramite una tipografia privata opere antigovernative».
In ciò vi è più di qualche affinità con Ivan Pavlovič Šatov, un personaggio dei Demoni la cui vicenda è tratta da una notizia di cronaca, e ha ispirato poi l'intero romanzo.

Non è estranea al racconto un’ansia di sopravvivenza e di distruzione che coinvolge un po' tutti.

Ogni momento esige una estenuante lotta per la propria salvezza o giustificazione: quella sociale, materiale (il denaro è da sempre un’ossessione), spirituale, persino a costo del proprio annientamento, sempre che non intervenga una circostanza eccezionale, una coincidenza, un miracolo a riportare tutto, ancora per un po', in carreggiata.
Moltissimi i nervi scoperti, ma anche i punti fermi di cui disperatamente si va in cerca, precari assoluti, superficiali e scandalosi. Nel senso che forse tutto è permesso, ma se tutto è permesso, tutto è necessario; se tutto è necessario, anche il male lo è.
Da ciò discende il culto della sofferenza e del mostruoso e, come suggerisce il libro di Julia Kristeva, un tutt'uno con il culto della propria personale tragedia.
La terribile contraddizione sfiora tanto il sublime quanto il più atroce dei delitti, e il sondarne il terreno significa passare da un’idea tremenda a un’altra, ancora più tremenda e obbrobriosa.
È uno scavare dentro gli abissi del proprio animo (ma anche e soprattutto nella società del proprio tempo). Il fine ultimo è pervenire a una consapevolezza nuova, ma il risultato non è assicurato.
I demoni

I demoni

di Fëdor Dostoevskij
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806219413
Cartaceo 14,25€
Ebook 2,99€

Ne I Demoni in particolare vi è un crescendo nella ricerca ossessiva di idee, via via personificate, abbracciate da un ego che cerca in esse la propria identità, il proprio trionfo, anche sullo spirito.

È il caso di Pëtr Stepanovič Verchovenskij, Nicolàj Stavrogin, vere eminenze grigie del romanzo, o come in Kirillov.
In ogni caso, ciò che si proclama sono la distruzione, idee che legano gli uni e gli altri nel delitto con l'intento di mettere ogni cosa a soqquadro: «Faremo una sommossa tale che tutto crollerà dalle fondamenta».
Il lettore è travolto da un vortice di emozioni e parole. Estenuante è la voglia di discutere, di parlare, di far valere ragioni che durano quanto l’illuminazione improvvisa da cui scaturiscono.

È l’ansia di raccontare ma anche di nutrire i propri demòni, affinché si manifestino una volta per tutte.

A loro appartiene (e a loro soltanto) la verità terribile e mostruosa intuita (che tutto è permesso, tutto è necessario e che anche il male lo è). Probabilmente è questo il dèmone che ha consentito a Dostoevskij di riconoscere i demòni (o gli indemoniati, altro titolo con il quale il romanzo è conosciuto) che attanagliano la sua e la nostra epoca.
Questa voglia di narrare e di parlare è tale da fare uscire allo scoperto il narratore che con pesanti ingerenze diviene personaggio e parte in causa (amico e ombra di Stepan Trofimovic): non vince la tentazione di prendere posizione attiva e di “duettare” con i suoi personaggi.

Non è che vi siano molte alternative nel voler abbracciare la totalità dello spirito e le sue sintesi più indigeste. Perché le storie di Dostoevskij dicono molto, persino troppo.

Tuttavia è di sicuro fascino la polifonia di anime, quella del narratore è una coscienza talmente espansa da travolgere con nonchalance i nostri ormai consolidati canoni narratologici, fino a proiettarsi su tutti i personaggi (o traendoli da se stesso). In parte, è persino Kirillov nello strappare alla morte qualcosa, forse una teologia negativa in grado di volgersi nel suo contrario.
Affinché ciò sia possibile, un po’ come Dante, non può che inoltrarsi negli abissi più profondi, setacciare il sottosuolo. Prima di elevarsi il percorso da intraprendere è questo, e contempla di correre ogni rischio possibile. Assomiglia molto a una condanna a morte in procinto di essere eseguita, e commutata all’ultimo momento. Non vi sono altre vie per giungere a qualche forma di liberazione, o al proprio annientamento definitivo.
Nulla, in questi termini, è scontato, nemmeno il discrimine tra salute e malattia, specie dello spirito, quando sono le idee a far da padrone: (ecco i demòni che orientano desideri, azioni, soluzioni a problemi via via più pressanti, e il dèmone in grado di riconoscerli e denunciarli).

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Il problema è che l’uomo dostoevskijano non ha bisogno di perdersi nella selva oscura, o di discenderne. Vi si trova già, conosce la propria condizione e vi si aggrappa con tutto se stesso.

Se Dante immagina di raggiungere il Purgatorio e quindi il Paradiso, si ha l’impressione che Dostoevskij mandi altri in avanscoperta, lui non intraprende alcun viaggio, nonostante l’ansia di sopravvivere, o la pretesa di salvare e di essere salvati.
Se inizia una nuova vita, è solo perché arreda in modo diverso la propria prigione, la riempie di ragioni nuove, o scava un’altra strada tra le ombre del suo sottosuolo.
Chi non intraprende questo percorso manca di qualche cosa, è un idiota, uno spiantato privo di esperienza. Persino le illuminazioni, le intuizioni più feconde devono essere sperimentate sul campo, e non basta il gran parlare, il gran riflettere, non è sufficiente il verbo, né basta essere testimone (e spettegolare su) delle cadute altrui. Ma anche queste (“illuminazioni”), quando vi sono e permettono di veder chiaro, durano pochi secondi, oltre i quali “l’anima non lo sopporterebbe, e dovrebbe sparire” (così si esprime Kirillov stesso).

Tutto questo produce una scrittura che non può essere replicata impunemente da chiunque.

Sul piatto non vi è un generico scontro tra bene e male. Si entra dentro le anime più nere, i crimini più vergognosi e obbrobriosi che contaminano per il solo fatto di essere concepiti. Ma anche dentro se stessi, quando Dostoevskij si scava dentro come e più degli altri, e abbraccia le proprie colpe (non le scusa) e con esse la propria disperazione. Impara, con Dmitrij Karamazov, che non vi è un miglior antidoto che questo.
Da un certo punto di vista prendiamo cognizione del “male assoluto”, il principio di massimo disordine oltre il quale non c’è nulla.
Nel “crescendo” del romanzo si va a poco a poco oltre ogni ordinaria e fisiologica contraddizione. Ci si dimentica presto delle mancanze più o meno serie ma di poco conto di uno Stepan Trofimovic, degli alterchi tra lui e Varvara Petrovna, di chi non vuol sentire ragioni ed evita di compromettersi, o si rinchiude nel proprio spavento.

A colpire a fondo sono la follia vera, l’impulso più sfrenato di una cellula impazzita (così appare Nicolaj Stavroghin), la mancanza di una plausibile spiegazione.

Ditemi cos’è che vi spinge a gesti così strani, a gesti che esulano da tutte le convenienze e da tutti i limiti comunemente accettati? Che vogliono dire simili sgarbi, che sembrano commessi nel delirio? Fëdor Dostoevskij, I demoni – I parte cap. 2 par. 3
Se non si è un Mefistofele, nemmeno un patentato nichilista può reggere senza contemplare il proprio annientamento.
Arriva pur sempre la resa dei conti, quando non si può più mutare avviso, né direzione, dato che si è giunti al punto di massimo disordine. L’individuo allora, che non può più nulla, ha una sola e unica illuminazione, quella di essersi fatto abbindolare e di aver abitato senza soluzione di continuità null’altro che il sottosuolo, a un passo dalla propria distruzione, nelle profondità più recondite e inesplorate di se stesso.

Davide Dotto
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Rileggendo Madame Bovary di Gustave Flaubert

Rileggendo Madame Bovary di Gustave Flaubert

Rileggendo Madame Bovary di Gustave Flaubert

Professione lettore Di Davide Dotto. Rileggendo Madame Bovary di Gustave Flaubert, pubblicato per la prima volta nel 1856. Il capolavoro della letteratura francese in cui l’indole dei personaggi conduce e fatalmente sorregge il racconto.

Tra brani antologici, articoli, libri, riproduzioni cinematografiche, i protagonisti di Madame Bovary tornano spesso.
Nel rileggere il romanzo di Gustave Flaubert, si ritrova una storia che riteniamo – forse a torto – metabolizzata e acquisita. Tuttavia non è raro imbattersi in qualcosa di nuovo, per esempio in una parola che ricorre piuttosto spesso, e che assume diverse sfumature: fatalità. Essa si fonde con le scelte dei vari personaggi.
Emma acconsente a sposare Charles perché così può allontanarsi dalla casa paterna. Charles chiede in moglie Emma per porre fine alla recente vedovanza.

Si tratta di scelte che potevano non avvenire, solo che in quel determinato contesto, non sembra che le cose potessero andare diversamente.

Charles è responsabile dei malesseri di Emma più per quello che è e rappresenta che per ciò che fa, dice o vuole. Emma lo detesta per il modo di portare il cappello (calcato sulle sopracciglia), per le labbra tremolanti che aggiungono al viso qualcosa di stupido.
Pure la Anna Karenina di Tolstoj, a far mente locale, è infastidita dal modo di portare il cappello di Aleksej Karenin (di cui le orecchie sorreggono le falde).
Se è l’indole dei personaggi a condurre e sorreggere il racconto una volta avviato, si può ben parlare di fatalità.
Madame Bovary di Gustave Flaubert

Madame Bovary

di Gustave Flaubert
Feltrinelli
Narrativa
ISBN 978-8807900983
Cartaceo 9,50€
Ebook 1,99€
Leggi online gratis o Scarica PDF Pubblico Dominio

Emma si sente un’eletta.

Dà per scontato di consacrarsi al lieto fine, libera dai lacci della monotonia campestre o conventuale.
Solo in seguito impara (a sue spese) che la felicità che intende perseguire è una cosa mostruosa. Ma anche qui la sorprendiamo in attesa, nell’esito incerto delle sue traversie, di qualcosa di che giunga magicamente a toglierla dagli impicci: «E poi chi sa, quando meno te l'aspetti, potrebbe accadere un fatto straordinario, no? Poteva anche morire Lhereux…»
La lettera d’addio che Rodolphe verga di propria mano per liberarsi di lei, ricorre a questo vocabolo per autoassolversi: «È stata colpa mia? Accusi soltanto la fatalità».

"Fatalità" viene utilizzato da Charles Bovary più volte, con un’accezione simile e volta a discolpare se stesso, Emma e persino Rodolphe.

Nel suo caso, tuttavia, le implicazioni sono assai più drammatiche. Charles si discolpa per l’esito catastrofico dell’operazione compiuta al fine di correggere il piede equino di Hippolyte, lo stalliere dell’albergo di Yonville. Difende Emma da qualsiasi biasimo e rifiuta, fino all’ultimo, di muoverle il minimo rimprovero. Giustifica Rodolphe che non esita a considerare la sua bonarietà comica e vile.
Saremmo liberi di aderire al verdetto emesso da Charles Bovary se non contrastasse con quello di Flaubert. A ben vedere, il suo impeto a perdonare tutti, incolpando una presenza impersonale superiore, non collima con il giudizio del narratore. Il quale è lungi dall’assolverlo dell’amputazione della gamba del povero Hippolyte, né sembra intenzionato a prosciogliere Emma da ogni responsabilità. Se scusa qualcuno, ciò avviene nel corso del drammatico incontro tra Emma e Rodolphe: qui il narratore prende le difese di quest’ultimo precisando in tutta fretta che non mentiva nel dichiarare di non possedere gli ottomila franchi che l’avrebbero salvata dalle grinfie del merciaio Lhereux (o chi per esso).

Madame Bovary è pieno di interventi del narratore (se non di Gustave Flaubert stesso) che emendano le opinioni espresse dai suoi personaggi.

Un esempio. La suocera, che molto avrà da ridire su Emma, la trova raffinata. Il marchese di Andervilliers la considera graziosa e tutt’altro che contadina. Il farmacista Homais non è da meno: la ritiene una donna di grandi qualità che non avrebbe sfigurato in una sottoprefettura.
Di altro registro Rodolphe: «Com'è carina questa moglie del dottore, bei denti, occhi neri, piedino civettuolo…»
Se, come si dice, le borghesi ammirano la sua economia, i clienti la sua gentilezza, i poveri la sua carità, il narratore si affretta a precisare che il suo cuore era colmo di bramosia e di odio.
Emma, solo Emma è causa delle proprie traversie. È responsabile nella misura in cui si lascia abbindolare dalla peggiore letteratura dell’epoca, imbevendosi di romanzi dozzinali che parlano d’amore, di foreste cupe, cuori infranti, giovani forti come leoni, dolci come agnelli, corrompendo così la facoltà di giudizio non più affidabile. Quando si legherà a Léon o a Rodolphe interpreterà una parte, reciterà battute di un canovaccio mandato a memoria.
Di Rodolphe dirà: tu sei il mio re, il mio idolo, tu sei bello, tu sei buono, tu sei intelligente, tu sei forte. Neanche fosse, quello che leggiamo, un romanzo d’appendice.

La voce narrante ha da ridire un po’ su tutti.

Di Léon afferma che, se si è astenuto dagli eccessi, l’ha fatto per pusillanimità oltre che per delicatezza. Di Hippolyte dice che gira intorno gli occhi stupidamente, o ridacchia stoltamente a chi cerca di circuirlo per convincerlo della bontà dell’operazione al piede. La figura di Homais assume tratti ridicoli e pedanteschi.
Non mancano apprezzamenti nei riguardi di Charles Bovary: il suocero riconosce che è un brav’uomo anche se per Emma non rappresenta un gran partito; ha un buon aspetto, una discreta reputazione ed è ben voluto; Emma alla fine ammetterà la sua superiorità, ne avrà addirittura paura. Rimangono in piedi tutti i suoi difetti: è stato un bambino viziato e lento di comprendonio, nonché ottuso; la sua conversazione è piatta come un marciapiede e non ha un briciolo di ambizione. Non ci sono gli elementi perché possa divenire un luminare come il dottor Canivait – ed è vano illudersi, sarà capace di mettere al repentaglio la reputazione di ufficiale sanitario.
È nonostante questo che le sue qualità emergono: difende la prima moglie contro i genitori; lo vediamo in collera, alla morte di Emma, verso chi ha abbia da ridire sulle spese del funerale.

La fotografia che fa Dacia Maraini di Charles Bovary gli rende giustizia.

Rozzo, goffo e pigro, si direbbe persino scemo, in realtà si mostra capace di ciò che nessuno dei personaggi flaubertiani sa fare: amare con dedizione materna, con tenerezza protettiva, con generosità infinita, la persona che ha scelto di amare. Dacia Maraini, Cercando Emma. Gustave Flaubert e la signora Bovary: indagini attorno a un romanzo
Probabilmente fa di più. Muove accuse precise contro il narratore stesso. In fondo è lui (e nessun altro) che si nasconde dietro la fatalità.


Davide Dotto
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Rileggendo Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

Rileggendo Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

Rileggendo Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello

Professione lettore Di Davide Dotto. Rileggendo Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, pubblicato per la prima volta nel 1904. Le vicissitudini di chi, creduto suicida dai suoi familiari, reinventa un nuovo se stesso, artefice del proprio destino. Libero in tutto, si accorgerà di aver inseguito un’illusione.

Il Fu Mattia Pascal (1904), primo del suo genere, è un romanzo novecentesco. In esso spicca un nuovo protagonista, lo scioperato, «uno che la vita se la sa godere spendendo senza misura».
Si tratta di una figura che, qualunque scelta intraprenda, non assurgerà mai alla grandezza. A impedirlo sono le situazioni paradossali, grottesche, che alimentano un registro da opera buffa, se non le fattezze medesime. Mattia Pascal ha una «faccia placida e stizzosa con grossi occhiali rotondi che indossa per raddrizzare un occhio che guardava altrove».
A fianco emerge una concezione del mondo che, come spiega Romano Luperini (Pirandello, Laterza 1999), non è il puro prodotto di speculazioni filosofiche. Essa rappresenta a pieno titolo il secolo appena iniziato, epilogo dell'esperienza risorgimentale. Da quest'ultima, anzi, deriva in massima parte la crisi di identità diffusa dei personaggi di Pirandello. Ovunque si vada, qualunque cosa si faccia, non sono d'aiuto il progresso, lo studio, né l'attività artistica.

Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello narra le vicissitudini di chi, creduto suicida dai suoi familiari, reinventa un nuovo se stesso.

Artefice del suo destino, comincia un’esistenza altrove. Sulle prime vorrebbe (e dovrebbe) mandare un telegramma al fine di smentire la notizia uscita sul giornale.
Libero in tutto, si accorgerà di aver inseguito un’illusione. La sfida davanti alla quale si trova non è cosa da poco: «Chi sono io ora? Bisogna che ci pensi» (cap. VII). E in seguito: «Chi sono io, cosa rappresento in questa casa?» (cap. IX).
Mattia Pascal indosserà i panni di Adriano Meis. Di costui immagina la storia, la riempie di personaggi nati dall'assemblaggio di tipi e di ritratti differenti. Ciò non significa raccontare panzane col rischio di venire smascherato? Questa l’altra faccia della medaglia, l’inconveniente della sua fortuna: non gli riuscirà di consolidare l’identità sostituta, per una serie di problemi pratici.
Impacciato nel confidarsi, è impedita qualsiasi intimità e amicizia, non può nemmeno tenere un cane (cap. XI).
Se subisce un torto, non può ricorrere all’autorità e far valere le proprie ragioni. Privo di legge, di un nome, e infine di una famiglia e di un patrimonio, è incapace di difendersi contro un’aggressione o un truffatore. Né può ottenere soddisfazione in duello (cap. XVI).
Può tradirsi ogni momento, qualora intervengano coincidenze diaboliche: imbattersi nello spagnolo visto a Montecarlo quando ancora si chiamava Mattia Pascal; incontrare un parente di Adriano Meis (e lui non è che colui che ha detto o inventato di essere).
Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

Il fu Mattia Pascal


di Luigi Pirandello
Edizioni Theoria
Narrativa
ISBN 978-8867582310
cartaceo 4,00€
Ebook 0,49€

È in conflitto con se stesso prima che col mondo esterno.

Per non farsi riconoscere da chicchessia si rade la barba e ritrova il suo odioso mento, piccolissimo (cap. VIII). Oltre il mento c’è quel suo occhio che decide di operare, facendo a meno degli altrettanto detestati occhiali colorati, concedendosi, di nuovo, un paio di baffi e la barba. (cap. VIII e XI)
Lascia altre tracce di sé. Non possiede più l’anello nuziale, tuttavia l'abitudine di stropicciarsi l'anulare indica sia stato sposato.
E dire che poteva cavarsela. All'epoca mancavano banche dati da incrociare e non sarebbe stato un problema mantenere l'identità di Mattia Pascal (avendo cura di non imbattersi in facce conosciute). Una situazione, insomma, non molto diversa quando, rientrato a Miragno, il suo paese, decide di non far valere i suoi diritti, se proprio non l’avessero costretto (cap. XVIII).

Alla fine è un’ombra d’uomo, è la prima maschera nuda, vivo per la morte, ma morto per la vita (cap. XV).

Ebbene sì. Torna, ma non è più Mattia Pascal. Il suicida che riposa nella tomba gli ha sottratto il nome. Non è nemmeno Adriano Meis. È il fu Mattia Pascal. Non può fregiarsi delle insegne di Ulisse, né riappropriarsi di quel che gli appartiene: «Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici» (cap. XVII).La sua storia è piuttosto grottesca, tanto da poterne ricavare un libro.
Non mi par più tempo, questo, di scriver libri, neppure per ischerzo. Luigi Pirandello
Alla fine si risolve a raccontare le sue avventure, che di questo si tratta. Lo scopo è dimostrare una tesi, riapparire al mondo dal quale (si) è escluso. Soprattutto a causa di un sogno proibito: quello di ricominciare da capo, tirando una linea su quello che è o ha creduto di essere.
A proposito di scrittura, prendono vita personaggi indimenticabili, i cui ritratti sono degni di una mostra. Nell'ordine appaiono Pinzone, il precettore, il Malagna, l'amministratore disonesto, Guendalina, la prima moglie di lui, e poi Oliva, Romilda, il signor Romitelli, il bibliotecario che Mattia dovrebbe sostituire. Per non parlare di Marianna Dondi, la Vedova Pescatore: «Aveva tutta l'aria di una strega, ma la figliola, ci avrei giurato, era onesta».

Il romanzo intero è intessuto di vere e proprie novelle.

Tanto che non a sproposito gli giunge l'invito - per il tono - di leggerne qualcuna del Boccaccio (cap. III).
A volte tutto sta nel riuscire a dire le cose giuste nel momento giusto.
Potremmo chiederci, per esempio, quale sarebbe stata la sorte e il significato del romanzo se l'avesse scritto qualcun altro, o fosse circolato cinquant'anni prima, o cinquant'anni dopo, in Italia o altrove. Fino a un certo punto sembrano domande peregrine.
Si tratta, in fondo, di un racconto in parte già uscito dalla penna di Collodi, dove Mattia Pascal/Pinocchio si allontana dal suo ambiente, dimorando nella Montecarlo/Paese dei Balocchi, fino al ritorno in seno alla sua famiglia. Il risultato non può apparire così simile e così diverso. In entrambi i casi vi è il riconoscimento che gli affetti, il mondo da cui si è fuggiti, sono l’unico luogo nel quale trovare e ricevere protezione. A cambiare è lo spirito con il quale si perviene a tale conclusione: di sollievo e gratitudine per essere uscito indenne da un bel po' di avventure rocambolesche (Pinocchio), di amarezza e rassegnazione per chi non vede e non trova vie d’uscita alla propria condizione (il fu Mattia Pascal).


Davide Dotto
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Recensione: Gli indifferenti, di Alberto Moravia

Recensione: Gli indifferenti, di Alberto Moravia

Recensione: Gli indifferenti, di Alberto Moravia

Libri Recensione di Davide Dotto. Gli indifferenti (Bompiani), il romanzo d'esordio di Alberto Moravia. Un’atmosfera pesante e di irriducibile contesa, lo strenuo tentativo di esorcizzare paure e insicurezze di un futuro che non promette granché di buono.

Gli indifferenti, anche se la città non è nominata, narra le vicende di una famiglia dell’alta borghesia romana degli anni Venti: di Mariagrazia Ardengo, i suoi figli (Michele e Carla), ai quali si aggiunge l'amante di lei (Leo Merumeci).
Uscito nell'estate del 1929, è il romanzo di esordio di Alberto Moravia, all'epoca poco più che ventenne.
Nel romanzo si respira un’atmosfera pesante e di irriducibile contesa che pone nel nulla ogni manifestazione d'affetto: indifferente, anche se in modo diverso, lo è un po' ciascuno. Tra tutti spicca Michele, soggiogato dall'incapacità di provare empatia e sentimenti. Una condizione, questa, che non ha nulla a che vedere con quella rimpianta da Montale, antidoto del "male di vivere" (da Ossi di seppia, 1925). Michele non appartiene a uno spirito libero dei suoi pesi. È un essere incompiuto, non più sguarnito di altri. Di certo non il più forte, non può permettersi di apparire fragile, specialmente davanti all'irruenza di Leo Merumeci, che da tredici anni frequenta la sua casa e sua madre.

Gli indifferenti di Alberto Moravia è la versione aggiornata dell'inetto, figura tipica del romanzo del primo Novecento.

Si pensi a La coscienza di Zeno (1923) e al Fu Mattia Pascal (1904).
Se agisce, Michele lo fa in base a un principio categorico superiore e invincibile, quando sente il dovere di “sdegnarsi”. Da cui reazioni spropositate – non condotte a termine – che contraddicono il suo stato, tanto da farlo somigliare al Tom di un romanzo di epoca vittoriana, Il Mulino sulla Floss.
Carla, la sorella, non si trova in una situazione diversa. È più invischiata, addentro alle cose e a relazioni interpersonali di cui farebbe volentieri a meno.
Mariagrazia (tutt’altro che una madre chioccia) cerca di colmare un vuoto, succube di forme, cerimonie, ansiosa di affrontare cambiamenti e di conservare le vestigia di un mondo che crolla da tutte le parti.
Chi emerge è Leo: indifferente alla sorte di Mariagrazia e di Carla, concentratissimo sul buon esito del suo affare: impossessarsi della villa Ardengo.

Francesco Maselli nel 1964 ne ha tratto un film con Thomas Miliam (Michele), Claudia Cardinale (Carla) e Rod Steiger (Leo). È invece del 2020 la trasposizione di Leonardo Guerra Serragnoli con Valeria Bruni Tedeschi, Vincenzo Crea, Beatrice Grannò e Giovanna Mezzogiorno – disponibile su Prime Video per il noleggio.

Nell'insieme, romanzo e trasposizioni si muovono tra il vortice degli anni Venti-Trenta, degli anni Sessanta e i nostri anni Venti.
In ogni caso, ci si immerge nello strenuo tentativo di esorcizzare paure e insicurezze di un futuro che non promette granché di buono.
Su tutto vince la trepidazione di restare a galla con machiavellica tenacia. Il discrimine è capire chi abbia le energie e la giusta spregiudicatezza per riuscirci.
Tra delirio di ricchezza, voglia di approfittarne, la frenesia che sottrae le menti a loro stesse è la medesima. Come i meccanismi che alimentano il mercato speculativo (Wall Street insegna): per essere qualcuno non è sufficiente il nome, occorre muoversi in sintonia di tempi destinati a perpetuarsi.

Il Grande Gastsby di Scott Fitzgerald (pubblicato negli Stati Uniti nel 1925 e in Italia nel 1936) è dietro l'angolo, come la tentazione di costruire una qualche similitudine tra questi e Leo.

Per il resto non vi è nemmeno uno scontro generazionale: i figli appaiono tali e quali i loro padri. Di diverso rispetto i romanzi dell'Ottocento c'è una famiglia sempre meno ostrica. I rapporti umani soccombono a inauditi ingranaggi, all'interesse e al calcolo, alla logica affaristica da diritto commerciale.
La denuncia è più radicale perché il male ha incancrenito l'unico rifugio, condannando il singolo a un'esistenza insopportabile e a nessuna via di fuga.
Ciascuno respira, alla fine, una tossicità di fondo che è causa del malessere.
Chi vince è il nuovo che avanza, più spregiudicato, esperto nell'arte di divorare per non essere divorato. È un'altra "indifferenza" che si fa strada, quella di chi non ha occhi che per se stesso e per le proprie tasche. In un mondo così fatto, le tragedie degli altri non riguardano più nessuno. Almeno fintanto che non se ne venga travolti.


Gli indifferenti

di Alberto Moravia
Bompiani
Narrativa
ISBN: 9788845281471
Cartaceo 11,90€
Ebook 8,99€

Sinossi 

Quando Alberto Moravia cominciò a scrivere questo capolavoro, nel 1925, non aveva ancora compiuto diciott’anni. Intorno a lui l’Italia, alla quale Mussolini aveva imposto la dittatura, stava dimenticando lo scoppio d’indignazione e di ribellione suscitato nel 1924 dal delitto Matteotti e scivolava verso il consenso e i plebisciti per il fascismo. Il giovane Moravia non si interessava di politica, ma il ritratto che fece di un ventenne di allora coinvolto nello sfacelo di una famiglia borghese e dell’intero Paese doveva restare memorabile. Il fascismo eleva l’insidia moderna dell’indifferenza a condizione esistenziale assoluta.

Davide Dotto
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Recensione: L'isola di Arturo, di Elsa Morante

Recensione: L'isola di Arturo, di Elsa Morante

Recensione: L'isola di Arturo, di Elsa Morante

Libri Recensione di Davide Dotto. L'isola di Arturo di Elsa Morante (Einaudi). Un romanzo di formazione che attinge da quello d’avventura del '700 e dell'800. Premio Strega 1957, un impasto di elementi realistici e fiabeschi con un linguaggio suggestivo.

L’isola di Arturo di Elsa Morante nell’insieme rappresenta la regione della fanciullezza, una dimensione sacra e indeclinabile. Nel rievocare la sua vita a Procida, Arturo confida il desiderio di tornarvi: «Mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua». Con questa citazione si apre la trasposizione cinematografica tratta da Damiano Damiani nel 1962.
Se Arturo vi è nato, il padre, Wilhelm Gerace, vi è sbarcato e vi sbarca continuamente. Egli ricorda Ulisse; il castello la reggia di Itaca. Quest’ultimo non è occupato, non c’è Penelope ad attenderlo ma Telemaco. Le donne sono assenti, e tali saranno a lungo. È l’isola a legare padre e figlio, in un comune destino: non staccarsi mai da Procida se non condividendo fantastici viaggi intervallati da infiniti ritorni.

Il vero luogo sperduto è la casa, intorno alla quale “la solitudine fa uno spazio enorme”.

Qui trascorre l’infanzia, senza dare confidenza e frequentare nessuno, nemmeno chi la abita. La mancanza delle donne evidenzia uno stato di abbandono: pavimenti nascosti sotto una coltre di polvere indurita, stanze occupate da gufi, pipistrelli e misteriosi quadrupedi. La donna rievoca qualcosa di antico, alimentando un mito latente.
I nomi stessi delle creature femminili richiamano un modello più elevato: Nunziata, Assunta, la cagnetta Immacolatella. Tuttavia, come nota Graziella Bernabò nel volume dedicato a Elsa Morante – La fiaba estremale donne «non riescono a essere veramente salvifiche perché corrose dalla fragilità».

L'isola di Arturo è un romanzo di formazione, attinge molto da quello d’avventura settecentesco e ottocentesco. Procida è un punto sospeso in cui ci si prepara a ciò che verrà dopo.

Al momento la Storia, la guerra e la morte aspettano fuori dalla porta. Sin dalla prima pagina la realtà tenta l’ingresso in un territorio che l’ha messa al bando. Una lunga serie di affondi pone a repentaglio le certezze di fanciullo, segnando le varie fasi della maturazione di Arturo.
Wilhelm Gerace, il padre, non è sempre all’altezza del mito che gli appartiene.
La giovane matrigna è una presenza estranea, difficile da accogliere e da gestire (arduo abituarsi su due piedi all’idea che uno ti è parente). Emerge una complicata familiarità tra lei e il ragazzo: lui ha quattordici anni, lei sedici. Nunziata mette in discussione l’esistenza del figliastro, la sua innaturale condizione, l’essere vissuto senza madre, in totale isolamento. Assai simile, anche se per poco, a una compagna di giochi, gli oppone una fiaba diversa: «Eh, sarebbe stato bello al tempo che tu eri piccerillo, essere parenti fra di noi».

Fino a ora Arturo è stato un satellite del padre: crescendo acquisisce una fisionomia definita, è un individuo in grado di dare giudizi di cui teme le conseguenze.

Prende le distanze, coglie nuovi termini di paragone. Il comportamento di Wilhelm è inedito e strano: a tratti parla un ragazzo, non l’adulto. Nunziata, moglie e madre, è in mezzo a due fuochi. Arturo, giustificato dall’età, prova sentimenti sui quali deve interrogarsi e interrogare.
Insomma, nel romanzo non vi è alcuno scontro generazionale. Ciascuno sta al confine di differenti età: Nunziata tra adolescenza e maturità è concentrata sul presente. Arturo, tra infanzia-adolescenza, in attesa della rivelazione assoluta e decisiva, è proiettato verso un futuro ricco di promesse ma di poche certezze. Wilhelm è uomo fatto, ha superato la linea d’ombra, continua a guardare al passato, legato al proprio sé adolescente («Sembrava cercasse la nostra compagnia, e nello stesso tempo non la potesse sopportare»): ha eredi che si sono già presi – o si prenderanno presto – ciò che loro spetta.


L'isola di Arturo

di Elsa Morante
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806222642
Cartaceo 12,35€
Ebook 6,99€

Sinossi 

Il romanzo è un'esplorazione attenta della prima realtà verso le sorgenti non inquinate della vita. L'isola nativa rappresenta una felice reclusione originaria e, insieme, la tentazione delle terre ignote. L'isola, dunque, è il punto di una scelta e a tale scelta finale, attraverso le varie prove necessarie, si prepara qui, nella sua isola, l'eroe ragazzo-Arturo. È una scelta rischiosa perché non si dà uscita dall'isola senza la traversata del mare materno; come dire il passaggio dalla preistoria infantile verso la storia e la coscienza.

Davide Dotto
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Recensione: Le parole, di Jean-Paul Sartre

Recensione: Le parole, di Jean-Paul Sartre

Recensione: Parole, di Jean-Paul Sartre

Libri Recensione di Davide Dotto. Le parole l'autobiografia di Jean-Paul Sartre (Il Saggiatore). La migliore introduzione alla vita, al pensiero, alla scrittura del filosofo esistenzialista.

Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri.
Jean-Paul Sartre, Parole
Parole è la migliore introduzione alla vita e al pensiero di Jean-Paul Sartre. Egli è non solo un filosofo, ma un fine romanziere. Qui racconta la sua esperienza tra i libri, la scrittura, il culto delle parole sin da quando ha iniziato a pronunciare frasi di senso compiuto. Scopriamo i primi tormenti: «Di che parlano i libri, chi li scrive? Perché?».
Sono pagine concepite fuori dal tempo, in età matura, a ricordare la propria infanzia, e immaginarsi vecchio. L’età di mezzo (i cinquant'anni) è il momento in cui fare il punto di esperienze indefinite, alla ricerca della terminologia adeguata per imprimere sulla carta ciò che ancora alberga nella memoria.

Si fanno strada due dimensioni non sempre compatibili, due poli di attrazione dello spirito e del pensiero umano.

Il Bene nasce nel più profondo del mio cuore, il Vero nelle giovani tenebre del mio intelletto.
Jean-Paul Sartre, Parole
Sin da subito Jean-Paul Sartre si pone su un piano sopraelevato, quanto basta per seguire in parallelo quel che avviene nel mondo sottostante, dove è nato e cresciuto. Il suo è lo sguardo di un filosofo prima che del romanziere, diverso dal Barone rampante di Italo Calvino. Sembra infatti che dall’albero sia disceso Cosimo e non Biagio, invertendo le parti e il racconto che conosciamo.
Macché; non si trattava di arrampicarmi sull’albero sacro: ci stavo sopra e mi rifiutavo di scenderne; non si dava il caso che io volessi pormi al di sopra degli uomini: volevo vivere in pieno etere in mezzo agli aerei simulacri delle Cose. Più tardi, ben lungi dall’attaccarmi alle mongolfiere, ho impegnato ogni zelo a colare a fondo: ebbi bisogno di suole di piombo.
Jean-Paul Sartre, Parole


La comprensione che ne segue è nitida e tagliente: «La nostra vita è tutto un cerimoniale, consumiamo il nostro tempo a colmarci di omaggi».

Non ci sono altri modi per osservare la realtà – e sin dall’origine – in modo così partecipe, distaccato e verticale.
La lezione appresa è impegnativa: il bambino, il filosofo, il letterato e il poeta non vivono di regole comuni. Se lo fanno le rinnovano, le sublimano. In mancanza ci si imprigiona e ci si radica nella linearità della propria dimensione.
Vivere, anzi esistere, è diverso e assai più complicato. Scrivere è sottrarsi, estinguersi, scomporsi e ricomporsi, liberarsi e conquistare una propria e impossibile giustificazione, trovarsi al di là e al di qua dell'esistente. La scrittura sembra non prevedere il rapporto con un lettore, nemmeno ideale.
Tutto mi parve semplice: scrivere è arricchire di una perla la collana delle Muse, lasciare alla posterità il ricordo d’una vita esemplare, difendere il popolo contro se stesso e contro i suoi nemici, attirare sugli uomini con una Messa solenne la benedizione del cielo. Non mi venne in mente che si potesse scrivere per esser letti.
Jean-Paul Sartre, Parole


Il problema è allora: di cosa si scrive? Di cosa si racconta? Sono le domande di Jean-Paul bambino che si è dato l’unica risposta possibile: di eroi, di epica, di avventure, di vite esemplari. 

Il giovane Jean-Paul Sartre si è visto spesso protagonista di romanzi picareschi. A una penna più matura avremmo potuto corrispondere un Dostoevskij, con una penna più leggera avremmo avuto un Italo Calvino.
Non vedeva l’ora di venire al mondo un’altra volta, con un’altra voce. Non prima però di aver sopportato e affrontato le prove più ardue e mortali, e sperimentato in anticipo il nulla (la condanna a morte, la commutazione della pena, le notti bianche). Da qui una lezione parimenti inaudita per un filosofo come Sartre: il nulla come punto di partenza, spazio vuoto da colmare tra un prima e un dopo, tra un inizio e la fine.
Cosa assai difficile. La scrittura del proprio tempo fa a meno dell’epica, preferisce proiettarsi nella vita di tutti i giorni, nella desolante realtà. Non si può andare oltre i propri doveri, né al di là dei codici prestabiliti dalla cultura borghese. E quindi via i Don Chisciotte, via gli eroi, ecco “lo scrittore” o “l’uomo dimezzato”, che fa il verso – qualche volta – al famoso visconte di Italo Calvino.
Ero scrittore-cavaliere, mi si tagliava in due, ogni metà diventava un uomo intero, incontrava l’altra e la contestava.
Jean-Paul Sartre, Parole


Probabilmente la filosofia esistenzialista nasce dal comprensibile disorientamento di chi, credendo di elevarsi o di progredire, procede invece sulla stessa linea e direzione, troppo occupato per ascoltare e per comprendere.

Soccombe alla pesantezza del vivere, alla forza di gravità, alle pesanti suole di piombo, allo sguardo verticale dei piani alti dell'esistenzialista più cupo e intransigente.
L'uomo comune, se ha solo la tentazione di alzare il capo, intuisce la propria inconsistenza. Ma presto se ne dimentica. Il filosofo che getta un occhio al mondo sottostante (sa di appartenergli e ne sente il vivido richiamo, nonché il peso insostenibile), invece ne ha la certezza.
Un po’ per questo – se tale è la prospettiva – la penna si fa impotente, traditrice. E persino la cultura, alla fine  non salva niente e nessuno. Che poi è la stessa cosa di cui si lamentava Pirandello, ormai succube del suo personaggio di punta (il Mattia Pascal), che pur cambiando spoglie viene rigettato nell’orizzonte di sempre, quello da cui non è mai uscito e mai uscirà.
Tuttavia tra le righe di Sartre non manca un velato richiamo (tra i diversi che si possono trovare) alle idee - a mo' di antidoto non del tutto inconsapevole - che Italo Calvino svilupperà soprattutto nella prima delle sue Lezioni americane: «Prendete la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore».


Le parole

di Jean-Paul Sartre
Il Saggiatore
Autobiografia
ISBN 978-8842827399
Cartaceo 19,95 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Cresciuto in una famiglia borghese che tra i suoi membri vantava intellettuali, professori e pastori luterani, figlio unico adorato e coccolato, molto presto Jean-Paul Sartre, nella grande biblioteca di casa, scoprì la letteratura.
Ripercorrendo la sua infanzia e giocando con la memoria, Sartre ci parla delle prime letture, dei suoi quaderni di racconti, dei trionfi infantili e di quelli dell’adolescenza, facendoci ritrovare nella sua storia la storia di un’epoca.
Ricorda quando nello studio del nonno materno, steso su un tappeto, intraprendeva meravigliosi viaggi attraverso i libri, alla scoperta di cieli costellati di parole incomprensibili che gli resistevano come fossero scrigni colmi di segreti.
Parole ricche, da soppesare, di cui bisognava decidere il senso. Ma anche parole profetiche, salvifiche, che davano forma al mondo e che, rimbombo dopo rimbombo, scalfittura dopo scalfittura, hanno originato l’universo teorico e letterario di Sartre, il cosmo che tanta parte del nostro immaginario novecentesco ha plasmato.
È stato così che Sartre ha preso a scrivere, a partire da quelle parole, perché le riteneva sublimazione della realtà: parole con cui al tempo stesso afferrare e creare le cose, catturarle vive nella trappola delle frasi e restituirle al senso che altrimenti non avrebbero avuto.
Scrivere era il tentativo di nominare e realizzare l’indicibile nulla, di ancorare il mondo ai sogni, di strappare la vita al caso.
“Le parole” è un capolavoro di autoanalisi, il testamento di un genio perseverante, l’interpretazione retrospettiva del proprio passato, il tempo ritrovato dell’infanzia nell’autoritratto della maturità.
Non il racconto di un’infanzia straordinaria, ma la straordinaria fantasia sull’infanzia di un uomo che lavorava sulle parole fino a quando queste non riflettevano esattamente i suoi pensieri.
A testimoniare che la vita stessa è un ultimo atto di creazione, Sartre ritrova le motivazioni che l’hanno portato a diventare scrittore e, insieme, il significato profondo della letteratura.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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Recensione: Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani

Recensione: Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani

Recensione: Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani

Libri Recensione di Davide Dotto. Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani (Feltrinelli). La storia di una famiglia al tempo fascismo, mentre le contraddizioni del regime si fanno via via più evidenti.

Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani è la storia dei “nuovi ricchi”, della “classe media” assente all’epoca in cui è ambientato Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Essa si fa strada lentamente, divenendo protagonista, nei primi del Novecento, di romanzi memorabili.

Tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, con il consolidarsi del regime fascista, la situazione si fa delicata. Poco alla volta i personaggi si scontrano con contraddizioni via via più evidenti.

I Finzi-Contini non possono ribellarsi a loro stessi. Non sono individui ma membri di un gruppo (classe media) o di un popolo (ebreo). Non c’è una dimensione “altra”, diversa. Essere espulsi da quello che hanno a causa di quello che sono è insostenibile. Tanto quanto il trovarsi l’ufficiale giudiziario in casa durante un pignoramento (succede, con le debite proporzioni, ne Gli indifferenti di Moravia).
Cercano – nonostante siano toccati dagli eventi – di tirare avanti. Strenuo e disperato è lo sforzo di scrollarsi di dosso uno scomodo presente. Di fronte a esso non si sa che fare. Da qui la difficoltà di “arrestare l’inarrestabile” o evitare l’inevitabile. Non mancano invettive contro Giolitti o Benedetto Croce, correi di un certo stato di cose. Sul punto è opportuno considerare il saggio di Gaetano Salvemini, Le origini del fascismo in Italia (Feltrinelli).

Arriviamo, nel racconto, al 1938, l'anno delle leggi razziali.

Ciascuno con le unghie e coi denti custodisce e trattiene la propria normalità, si aggrappa al poco che rimane, fino a distaccarsi dal resto. Così avviene in Frédéric Moreau (protagonista di L'Educazione sentimentale di Flaubert), le cui vicissitudini lo  estraniano dalle barricate di Parigi del 1848. Flaubert non è citato a sproposito, il padre del narratore ne riprende un tema di fondo. Anzi, Il giardino dei Finzi-Contini è una sorta di “educazione sentimentale”: quando si è giovani si può reagire alle circostanze avverse; dopo si diradano le energie per rimediare, ricominciare da zero.

Con la deportazione, nessuno dei Finzi-Contini avrà modo di maturare, di sorprendersi vecchio, guardarsi indietro e dire:  quello vissuto è stato il tempo migliore.

A conti fatti, è terribile la condizione del popolo ebraico, da sempre. È un problema essere praticanti, o non esserlo (non lo era Kafka, né Irene Nemirovsky, autrice di Suite francese).
C'è quindi chi non si rassegna (ma vive senza scopo); chi "spera di morire prima che i tempi peggiorino"; chi non piange, ma “sorride di disappunto”; chi dissipa il dissipabile, al fine di non consegnare nulla a chi verrà a incassare o a prendere.
Da ricordare, infine, il film di Vittorio De Sica del 1970, del quale Bassani non era soddisfatto, dove viene raccontato – ma non mostrato – ciò che nel romanzo è mostrato – ma non raccontato.
Nel libro sappiamo che vi sono state le deportazioni. A dirlo è il cimitero ebraico, la tomba monumentale dei Finzi-Contini, dove solo uno della famiglia (il più fortunato?) è sepolto.
Da qui l’idea forte che molto è andato perduto, non solo dimenticato.

Il giardino dei Finzi-Contini

Il giardino dei Finzi-Contini

di Giorgio Bassani
Feltrinelli
Romanzo storico
ISBN 978-8807881084
Cartaceo 9,02€
Ebook 6,99€

Sinossi 

Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come "Il giardino dei Finzi-Contini", un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d'infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull'Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell'età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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Recensione: Candido, di Voltaire

Recensione: Candido, di Voltaire

Recensione: Candido, di Voltaire

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Candido ovvero l'ottimismo di Voltaire, nell'edizione curata da Riccardo Campi (Foschi). Avventure e disavventure di un ragazzotto ingenuo attraverso il mondo, in polemica con Leibniz e il suo "migliore dei mondi possibili".

La storia di Candido offre a Voltaire la possibilità di disquisire di filosofia e affrontare in modo diretto e puntuale la destrutturazione del pensiero leibniziano.
Voltaire scrisse Candido sotto anonimato, ma il romanzo fu ben presto attribuito a lui, perché «l’incomparabile esprit de Voltaire non poteva essere più dissimulato, poiché una ormai vasta produzione letteraria ed epistolare lo aveva reso celebre in tutta Europa», come scrive Riccardo Campi nella premessa dell'edizione curata per i tipi di Foschi.
Ma anche perché il modo di scrivere dell’autore è definito e netto, arguto e sagace che si riconosce subito. Condorcet nel suo Vie de Voltaire del 1791, scrive su Voltaire: «Ha la sfortuna di sembrare facile, invece esige un talento raro, quello di saper esprimere in una battuta, in un lampo di fantasia, o attraverso gli avvenimenti stessi del romanzo, i risultati di una profonda filosofia, senza smettere di essere naturale, senza smettere di essere vero… Si deve essere filosofo, e non sembrarlo».

Voltaire attacca l’approccio filosofico che “tutto è bene”.

Dopo il disastroso terremoto di Lisbona del 1755 egli «cristallizzò nei freddi alessandrini in rima baciata del Poème sur le dèsastre de Lisbonine, nel quale, in un profluvio di vocativi e domande retoriche, egli esprimeva i propri dubbi sulla fondatezza dell’ottimismo metafisico di Leibniz e di Alexander Pope».
L’autore quindi, con il suo arguto stile ironico, contro il quale nessuna coerenza sembra poter resistere, attacca l’intero sistema filosofico (incarnato dalla figura di Pangloss) trasformando in macchietta la filosofia leibniziana che, di fronte alle sciagure, trasforma la realtà in ottimistica convinzione grazie a slogan che appaiono in tutta la loro componente grottesca: «Egli così può colpire in effige i pregiudizi e la stupidità».

A chiusura di tutte le avventure di Candido arriva alla soluzione che «Bisogna coltivare il proprio giardino».

Infatti, proprio come indicato da Riccardo Campi: «Sono queste forse le uniche parole del romanzo che non celano alcuna venatura ironica». Darsi da fare, insomma, in operosità.
La forza di questo romanzo è tutta qui, come le parole di Campi sottolineano.
Forse per la prima, e certamente per l’ultima volta nella storia della filosofia e delle letteratura, si è ricorsi in Candide alla più aperta comicità per affrontare uno dei temi meno ridicoli e divertenti che abbiano inquietato le indagini dei filosofi: la inconcepibile presenza del male in un mondo creato da un Dio benigno.
Riccardo Campi, Premessa a Candido

Candido è una figura ingenua e un po’ bambinesca. Grazie a lui, Voltaire fa una critica feroce verso l’immancabile fatalismo nell’approccio con le difficoltà della vita.

Ho visto, nei paesi che la sorte mi ha fatto percorrere e nelle osterie dove ho servito, un’enorme quantità di persone che esecravano la propria esistenza; ma ne ho viste soltanto dodici metter fine volontariamente alla loro miseria; tre negri, quattro inglesi, quattro ginevrini e un professore tedesco chiamato Robeck.
Voltaire, Candido
Le avventure di Candido sono esilaranti, a tratti spietate e di incredibile ferocia, ma nonostante tutto il protagonista arriva alla conclusione della sua storia con la stessa ingenuità con cui è partito.
La cattiveria degli uomini gli si mostrava in tutta la sua bruttura; si nutriva solo di idee tristi.
Voltaire Candido

E, finalmente, Candido trova la risposta alla sua domanda: per vivere bene occorre darsi da fare, perché il lavoro è il solo mezzo per rendere la vita sopportabile e, forse, occupare il tempo per farsi meno domande!

Dovete avere, disse Candido al turco, una vasta e magnifica terra. – Ho soltanto venti jugeri, li coltivo con i miei figli; il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.
Candido, tornando alla fattoria, fece profonde riflessioni sulle parole del turco. Disse a Pangloss e a Martino: “Mi pare che quel buon vecchio abbia un destino migliore di quello dei sei re con i quali abbiamo avuto l’onere di cenare. [...] So anche, disse Candido, che bisogna coltivare il nostro giardino. – (…) Lavoriamo senza discutere, disse Martino, è il solo mezzo per rendere la vita sopportabile.
Voltaire Candido
Godibilissimo. Da leggere, soprattutto se amate la filosofia e la buona letteratura!



Candido
Ovvero l'ottimismo

di Voltaire
Mondadori
Racconto
ISBN Ebook 2,99€
Cartaceo 9,00€ con testo francese a lato

Attraverso le incredibili disavventure di un giovane inguaribilmente ottimista Voltaire (1694-1778) demolisce ironicamente la dottrina del filosofo Leibniz, che vedeva realizzato nell'universo "il migliore dei mondi possibili".
Scritto a ridosso di eventi tragici che sconvolsero l'Europa, "Candido" è una ironica meditazione sul destino umano, sul senso della storia e sulla ricerca della felicità, diventato fin dal suo primo apparire, nel 1759, uno di quei libri - come il "Don Chisciotte" o i "Saggi di Montaigne"- su cui si è formata la coscienza moderna. Sintesi di un'acutissima intelligenza critica e di una consumata maestria stilistica, "Candido" riesce a mantenersi in miracoloso equilibrio tra l'avventura e la parabola, tra il mito e il pamphlet, tra il ritmo frenetico della comica e l'elegante grazia rococò, tra la risata liberatoria e l'amaro sarcasmo della disperazione. Con un saggio di Roland Barthes.


Loriana Lucciarini
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Recensione: Una donna spezzata, di Simone de Beauvoir

Recensione: Una donna spezzata, di Simone de Beauvoir

Recensione: Una donna spezzata, di Simone de Beauvoir

Libri Recensione di Tamara Marcelli. Una donna spezzata di Simone de Beauvoir (Einaudi). Un flusso di emozioni forti e contrastanti, un libro che mette di fronte al dolore affinché possiamo liberarcene.

Simone de Beauvoir nasce a Parigi il 9 gennaio 1908 da una famiglia agiata, molto presto comincia a reagire all’educazione conformista dell’epoca.
All’età di sedici anni decide di voler insegnare e appena terminati gli studi si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia laureandosi nel 1929. In quello stesso anno conosce Jean Paul Sartre e diventa la sua compagna.
Viaggia molto e assapora culture diverse dalla sua, ampliando così i suoi orizzonti di giovane intellettuale.

Dopo aver insegnato Filosofia a Marsiglia, a Rouen e a Parigi, decide di dedicarsi alla Letteratura e nel 1943 pubblica il suo primo romanzo L’invitata che ottenne notevole successo.

Durante la seconda guerra mondiale attende a Parigi il ritorno di Jean Paul Sartre, prigioniero nel Lager di Trier (D). Terminato il conflitto smette di insegnare e si dedica alla stesura di un saggio di filosofia Pirro e Cinea; intanto esce il suo romanzo Il sangue degli altri e il suo unico copione teatrale Le bocche inutili.

Come Sartre, lei fa conoscere l’Esistenzialismo al grande pubblico e comincia ad interessarsi alla condizione femminile pubblicando nel 1949 il saggio Il secondo sesso che susciterà scandalo sia negli ambienti letterari che nella società.

Simone de Beauvoir sostiene che la condizione d’inferiorità della donna non dipenda affatto da leggi biologiche, ma dalla società che l’ha relegata ad un ruolo di secondo ordine.
Nel 1954 vince il premio Goncourt con I mandarini. Nel 1958 pubblica la prima parte di un’opera altamente autobiografica Memorie di una ragazza per bene e nel 1967 Una donna spezzata, una silloge di tre racconti: "Una donna spezzata", "L’età della discrezione", "Monologo". Un testo di una potenza letteraria molto elevata.
Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche.
Jean Paul Sartre

Una donna spezzata

Come quando aspetti un temporale. Il cielo si fa nero, il vento sferza nervosamente gli alberi e piccoli brividi annunciano che qualcosa sta cambiando. Inizia così questo libro, elegante, pulito e drammaticamente realistico. Sembra di sentirle cadere quelle piccole gocce d’acqua, poco a poco, fino allo scrosciare prepotente che svela e libera da quel peso contratto di cielo. È così che una sensazione, piccola e rannicchiata in fondo a sé, scoppia e si rivela con il suo carico d’angosciante liberazione. Poi arriva la rabbia, quei tempi scanditi da crudeli e illusori pensieri, quel vortice di emozioni debilitanti e inaffidabili. È la mente che gioca ormai con i sentimenti, che si beffa di un amore dimenticato. E il cuore non ha altro riparo che la speranza, e lì si rinchiude. Vive di ricordi, sogna e spera. Ma l’angoscia è sempre dietro la porta, quella stessa porta che non si ha il coraggio di aprire. Perché ad aspettarti potrebbe esserci la verità. Che fa ancora più male. Così la paura ci difende.
Ho letto con rabbia e disillusione questo racconto, ripetendo spesso tra me e me: "Non credergli. È finita. Non sperare. Vai avanti". Come se la protagonista potesse sentirmi. Simone de Beauvoir riesce a rendere con delicata ma possente concretezza il dramma personale ed intimo di una donna in crisi a causa di un tradimento. Sembra volerci mettere di fronte al dolore affinché possiamo liberarcene, per permetterci di scorrere via nel lento divenire.
La noia non perdona.
-Tu come ti vedi? – Come una palude. Tutto è affondato nella melma. – Ti ritroverai.
Jean Paul Sartre, Una donna spezzata

L'està della discrezione

È sempre il cambiamento che destabilizza e, se riguarda chi si ama, può arrivare a destrutturare. Perché sembra demolire anche te. E se fosse lo sguardo a cambiare e non la sostanza dell’oggetto osservato? Se in realtà fossimo solo prigionieri delle nostre corazze, delle nostre maschere, delle nostre paure? Se in fondo l’Amore fosse l’unica cosa che non può cambiare?
Con che voce aveva detto questa frase! L’ho guardato e ho provato un tale slancio verso di lui che d’un tratto una certezza mi ha invasa. Non saremmo mai stati due estranei. Uno di questi giorni, magari domani, ci saremmo ritrovati, poiché il mio cuore l’aveva già ritrovato.
Jean Paul Sartre, Una donna spezzata
Attraverso il conflitto con il figlio, che pur la amava profondamente, questa madre, dopo un periodo di profonda collera, entra in crisi con se stessa e con suo marito, con il suo lavoro, con il mondo intero. Comincia ad aprire gli occhi, a risvegliare i propri sensi, a pensare criticamente alla propria vita. E così ricomincia a vedere, a far fluire le proprie emozioni, bloccate da una maschera pesante cucita addosso. Gli ideali cambiano perché la storia del mondo si fa ogni giorno più complessa. Bisogna fermarsi, mettere in dubbio le nostre certezze e ritrovare il nostro senso primitivo, quello che ci fa essere ciò che siamo veramente. Così una crisi equivale ad una rinascita.
Siamo insieme, questa è la nostra fortuna. Ci aiuteremo a vivere quest’ultima avventura da cui non faremo ritorno. Questo ce la renderà tollerabile? Non so. Speriamo. Non abbiamo altra scelta.
Jean Paul Sartre, Una donna spezzata

Monologo

Lei si vendica col monologo.
Flaubert
Il dolore e i sensi di colpa svelati portano alla vera follia. Non c’è più un senso, un motivo per vivere. Non c’è più spazio per nient’altro che per la profonda disperazione: il vuoto di un dolore pieno.
Come in un dialogo delirante con se stessa questa donna vomita fuori tutto il suo male, il suo disprezzo, la sua folle speranza. Non ci sono virgole, pause, respiri. Tutto scorre precipitosamente come il flusso dei pensieri, forti, dolorosi, inarrestabili, travolgenti e angoscianti. Il respiro diventa affannoso e il cuore sembra voler scoppiare in petto.
Che ricordo spaventoso il cielo azzurro e tutti quei fiori… Io mi contenevo eppure sapevo che da quel colpo lì non mi sarei risollevata mai più. Era me che stavano seppellendo. Sono seppellita.
Jean Paul Sartre, Una donna spezzata
Non ci si salva mai da un dolore così. Una madre lo sa. Una madre dovrebbe saperlo. Così la vita di una donna si apre all’improvviso e si moltiplica, dividendosi, per tre: figlia di una madre che la segnò per sempre («Lei non si faceva più scrupoli che male mi facevano sulla faccia i suoi anelli»); madre di una figlia che non riuscì ad amare serenamente; figlia di una madre che non seppe farsi amare. Fino alla disperazione finale.
Mio Dio! Fa’ di esistere! … Me la devi questa rivincita mio Dio…
Jean Paul Sartre, Una donna spezzata
Non è facile immergersi in questo libro che ti costringe a vivere il flusso di emozioni forti e contrastanti, ma, una volta terminato, ti rimane dentro e non va più via. Segno che ha colpito lì, in quell’angolo angusto e scomodo della nostra coscienza.


Una donna spezzata

di Simone de Beauvoir
Einaudi
Narrativa classica
ISBN 978-8806221355
Cartaceo 11,40€
Ebook 6,99€

Sinossi

Monique ha sempre creduto nel suo matrimonio. Soprattutto, ha sempre creduto nel suo ruolo di moglie: muoversi sicura per casa, gestire la vita familiare, provvedere agli altri con la certezza di essere necessaria. Ma è bastata una frase di Maurice: "C'è una donna". E se Monique è tradita dal marito, la madre di Philippe lo è dal figlio, che al progressismo materno preferisce lo spirito pratico e conservatore della moglie. Murielle, invece, non ha né mariti né figli con cui scontrarsi: due matrimoni finiti male e il suicidio della figlia la condannano a una solitudine che la rende cruda e volgare, astiosa verso il mondo e verso un Dio che forse non c'è. Tre racconti, tre donne, tre crisi.

Tamara Marcelli
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Recensione: Martin Eden, di Jack London

Recensione: Martin Eden, di Jack London

Recensione: Martin Eden, di Jack London

Libri Recensione di Davide Dotto. Martin Eden di Jack London (Einaudi | Feltrinelli). L'inquietudine di London, la sua vita stravagante, la tensione autodistruttiva che lo porterà al suicidio.

Chi si avvicina al personaggio di Martin Eden non può che subirne il fascino. È illetterato, selvatico, la sua cultura sono il mare, i sobborghi, le bettole, le scazzottate. Ha un modo di esprimersi sgrammaticato, ma non parla invano. È già poeta dentro, ha storie da raccontare.
Una volta conosciuta la ricca Ruth Morse, prende coscienza della distanza tra quelli come lui e il bel mondo. È il momento del sogno. In Ruth vede la personificazione delle virtù, della bellezza; l’ambiente di cui fa parte rifulge della sua figura, fino a diventare un tutt’uno.
Non è tanto l'ambizione a muoverlo, quanto la concretezza del sentimento che lo lega alla ragazza che ha conosciuto dopo avere difeso il fratello da un’aggressione. Il dialogo tra loro prende avvio da un libro che raccoglie le poesie di Algernon Swinburne (1837-1909), le quali tracceranno con prepotenza la direzione che di lì a poco prenderà la sua vita, fino al tragico epilogo.

Per conversare con Ruth, Martin Eden ha bisogno di esprimersi come si deve.

Studierà con profitto la grammatica che la ragazza gli consegnerà. Irruento e determinato, decide di bruciare le tappe.
Si impegnerà a fondo, lavorerà notte e giorno, non lascerà nulla di intentato. Si affida a Ruth per intraprendere un mestiere che necessita di opportuni strumenti, fino a pendere dalle sue labbra.
Vedete, fare lo scrittore deve essere un mestiere come gli altri. Non che io me ne intenda, ma mi riferisco all'ordine generale. Non potreste mai pensare di mettervi a fare il fabbro, senza passar prima tre anni a imparare quel mestiere, a meno che non ce ne vogliano cinque. Ora, gli scrittori sono tanto più pagati dei fabbri, che debbono esserci molte più persone a cui piacerebbe fare lo scrittore e cercano infatti di farlo.
Jack London, Martin Eden

Il risultato è insperato: Martin Eden è diventato colto, consapevole, meno barbaro.

Tuttavia è anche il momento in cui comincia a porsi domande urgenti e terribili: «Chi sei, Martin Eden. Cosa sei? A che classe appartieni?»
La risposta gli è già stata suggerita da un gruppo di verbosi socialisti e filosofi operai. Se in superficie appaiono rozzi e privi di buone maniere, nel profondo sono vivi e pugnaci.
Martin Eden è come loro. Non un marinaio ma un uomo. Un uomo che vuole emergere così come è emersa, con prepotenza ai suoi occhi, la figura di Ruth.
Ciò che lo lega a Ruth è una relazione tra individui, la classe sociale di appartenenza non riguarda l’essere, piuttosto un certo modo di porsi, la dimestichezza con il vocabolario.
I mondi paralleli (le sue passioni) che Martin frequenta cominceranno ben presto a mostrare le prime crepe.


La scrittura non esige solo la grammatica, l'ortografia, un nutrito lessico, la punteggiatura appropriata, il giusto ritmo del narrato. 

Occorrono anche:
[...] innominabili fanghi dove pullulano desideri e aspirazioni, ricordi più vasti e oscuri di ogni parola, di ogni convenzione
Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto
Il problema di Martin Eden è tutto qui: il mondo letterario e l’ambiente di Ruth sono in grado di accogliere ciò che va oltre le convenzioni e cioè questi innominabili fanghi, il racconto di esperienze vissute? Si è disposti ad accettare il crudo realismo delle pagine di uno scrittore che fotografa il mondo così come lo vede?
Il romanzo di Jack London è di un realismo tardo-ottocentesco, come testimoniano i richiami alle letture di Charles Darwin e del filosofo Herbert Spencer.
Solo che Darwin e Spencer sono dei falsi amici (mi si perdoni il termine). In un primo momento le loro pagine preludono al riscatto a portata di mano, a un’umanità spirituale, consapevole di se stessa.

Dopo apriranno la porta al disincanto, a un determinismo impregnato di rassegnazione, tendente a dimostrare che per Martin Eden non c’è altro destino che quello narrato.

Martin Eden lentamente emergerà, si raffinerà nei modi. Non si accorge tuttavia di allontanarsi una volta di più da ciò che gli appartiene, per raggiungere un approdo che si sbriciolerà al solo toccarlo.
Consapevole della distanza tra lui e il bel mondo (la scrittrice Edith Wharton lo chiamava città della gioia), ignora i pregiudizi e prosegue imperterrito nella direzione che ha tracciato per sé.
La sua è una sicurezza che lo rende ottuso. Le molle e le passioni che hanno ragion sufficiente su di lui sono l'amore che prova per Ruth Morse e la letteratura verso la quale la prima lo muove. Davanti a esse Martin dimostra una fede incrollabile e mal riposta.

L’educazione, la cultura, i libri, la grammatica, sono un di più che si aggiunge a qualcosa che già c’è: all’individuo con la sua storia e la sua voglia di vivere, di reagire, farsi avanti.

Scopre che gli mancano risposte. Quelli del bel mondo, non ne hanno di più di quante ne abbia lui: «In quale nascosto scaffale della mente siano andati a riporre la cultura assorbita».
È tardi quando si rendo di aver assorbito un codice di comportamento non suo, oltre la cultura libresca che si rivelava necessaria per parlare con quelli del bel mondo. Ciò di cui vuole parlare, e soprattutto scrivere, non riguarda i suoi interlocutori.
Scopre una borghesia che manca di iniziativa, ha poche ambizioni, è superficiale e chiusa in se stessa.
La profondità di Martin è d’intralcio, sempre più esasperante.

Martin Eden dà scandalo, col desiderio di vivere della propria scrittura.

L’impegno di Martin è straordinario. Dedica il tempo a impararne i trucchi, trascorre ore nelle sale di lettura, legge e confronta,alla ricerca di una ricetta che consenta anche a lui di vendere racconti, poesie, romanzi.
Vuole capire cos’hanno in più e di meno gli altri. Scopre che molte pagine sono prive di spessore, smorte, senza alcun senso del vero. Ha molte più cose da raccontare, le ha vissute direttamente, ne ha tratto tesoro. Sa di cosa parla. C’è qualcosa in comune con Charles Bukowski che a Senza un soldo a Londra e a Parigi di George Orwell risponde scrivendo Factotum.
Entrambi vogliono raccontare la vita, quella con la V maiuscola.

Prima Martin Eden rappresentava una curiosità, il buon selvaggio. Ora che è munito degli strumenti per esprimersi e rendere comprensibile ciò per cui gli mancavano le parole, spaventa.

Ha raggiunto vette che infastidiscono. È andato oltre e questo non glielo si può perdonare.
Ruth è desiderosa di accoglierlo, di dividere la propria vita con lui, salvo dissipare e annullare l’ascendente che ha su di lei, riportandolo all’ordine, alle convenzioni universalmente accettate. Martin si ribella in modo chiaro e netto.
Obbligami a compiere quei lavori [lavorare in una scrivania, alla contabilità, dedicarsi alla professione legale] obbligami a vivere come gli altri uomini, a compiere il loro lavoro, a respirare l’aria che respirano, ad accettare i punti di vista che accettano, e avresti distrutto la differenza, distrutto la cosa che ami.
Jack London, Martin Eden

Martin Eden non è cambiato: una persona forte, determinata, dai sentimenti profondi. Non sa tuttavia di aver introdotto dentro di sé un veleno destinato ad annientarlo.

Si è sradicato per radicarsi in se stesso, come un albero si svuota nutrendosi della propria linfa.
In agguato opera il disincanto, l’ombra della disillusione: l’arte non è ammessa se non è finalizzata al business, se non produce denaro.
Il mondo letterario non è quello che pensava. E che Ruth è più figlia dei suoi genitori che di se stessa, prigioniera di pregiudizi che si fanno metro di giudizio implacabile: «Gli altri vendono le cose che scrivono. Tu no!»
È caduto in un tranello. Le sue utopie sono crollate e rimane abbattuto dal disincanto che lo avvolge. Il successo letterario che gli arride all’improvviso ha il sapore della sconfitta. Ritorna con prepotenza la domanda iniziale: «Chi sei, Martin Eden. Cosa sei? A che classe appartieni?»


Martin Eden

di Jack London
Einaudi | Feltrinelli
Classico
ISBN 978-8806239794
Cartaceo 12,82€ 
Ebook 2,99€

Sinossi 

Romanzo largamente autobiografico, Martin Eden riflette l'inquietudine di London, la sua vita stravagante, la tensione autodistruttiva che lo porterà al suicidio. Il protagonista è un marinaio americano che finisce casualmente per frequentare il mondo borghese, salotti colmi di libri e fanciulle eteree. Tra l'iniziale timidezza e un'irresistibile attrazione per il nuovo ambiente, Martin Eden dovrà misurarsi con due impreviste passioni: la giovane Ruth Morse e la letteratura. Attraverso sogni delusi e speranze che sfumano, la strada verso la conquista di una fama che si rivelerà effimera sarà costellata dal conflitto tra le sue origini modeste e una cultura che comunque gli è estranea. I propositi di riscatto sociale e l'inclinazione per i miti borghesi del successo e della ricchezza si dilegueranno di fronte alla consapevolezza di una inevitabile alienazione.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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