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Vola, Sogna: l'arte contemporanea a Forte Strino

Vola, Sogna: l'arte contemporanea a Forte Strino

Vola, Sogna: l'arte contemporanea in un forte della prima guerra mondiale

Arte Di Lara Zavatteri. A Forte Strino, nel paese di Vermiglio in Trentino, dal 22 giugno al 15 settembre le parole al neon della mostra Vola, Sogna di Manuela Bedeschi, curata da Serena Filippini.

Un luogo simbolo della Prima Grande Guerra diventa cornice di una mostra contemporanea che ha come protagonisti neon e parole. Dal 22 giugno al 15 settembre, Forte Strino, fortezza austroungarica che si trova a Vermiglio in val di Sole, in Trentino, ospiterà infatti la mostra Vola, Sogna dell’artista vicentina Manuela Bedeschi a cura di Serena Filippini.

Forte Strino, costruito nel 1861, fa parte dei sistema dei forti che si trovano sul territorio tra Vermiglio e il Passo del Tonale, dove si trovano altre fortificazioni.

Restaurato nel 1998, racconta la storia della prima guerra mondiale e ospita mostre, come questa, di arte contemporanea.
La mostra è qualcosa di nuovo per il forte, che pur avendo proposto arte contemporanea da anni, non ha mai visto nei suoi spazi installazioni della neon art, ovvero l’arte dei neon. Si tratta del linguaggio più utilizzato dall’artista Manuela Bedeschi, che vive e lavora tra Bagnolo di Lonigo (Vicenza) e Verona.

Vola, Sogna è una mostra diffusa, si sviluppa dentro e fuori dal forte e ai laghetti di San Leonardo, sempre a Vermiglio.

In questi luoghi si troveranno neon a forma di parole, come appunto “Vola”, “Sogna”, ma anche “Guarda” e “Ascolta”, per fare qualche esempio. Messaggi scritti con la luce, subito visibili, immediati, per far riflettere i visitatori sull’importanza di fermarsi a guardare, ad ascoltare, in breve a trovare il tempo per comprendere questi concetti e tornare a farli propri, il tutto senza dimenticare il passato.
Anche i giovani mandati in guerra avevano sogni, desideri, magari volavano con la fantasia sperando in un futuro che per molti non è mai arrivato. In questo senso la mostra è un dialogo tra presente e passato e coinvolge anche l’ambiente e la sua bellezza. Uno dei neon si trova infatti ai laghetti di San Leonardo, per invogliare chi visita la mostra a guardarsi attorno, vedere e sentire la natura.

Specifiche opere sono state realizzate inserendo testimonianze sulla storia del territorio durante la guerra.

Grazie all’ausilio di oggetti e reperti bellici appartenenti alla collezione del forte stesso e avvalendosi del materiale fotografico ed epistolare messo a disposizione in forma esclusiva dall’Archivio Achille Serra, che ha un museo, il Museo della Guerra Bianca, che racconta il primo conflitto mondiale in queste zone, portando avanti il lavoro del padre Emilio che lo fondò.

La mostra Vola, Sogna di Manuela Bedeschi è curata da Serena Filippini, con il patrocinio ed il contributo del Comune di Vermiglio.

È stata inaugurata oggi alle 17:30.
I laghetti di San Leonardo saranno sempre accessibili gratuitamente mentre per il forte gli orari saranno:
  • dal 23 al 30 giugno e dal 2 al 15 settembre dalle 14:00 alle 18:00,
  • dal 1° luglio al 1° settembre dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 14:00 alle 18:30.
In più, dal 1° luglio al 4 settembreci ci sarà un'apertura serale tutti i mercoledì alle ore 21:00, con visita guidata.
Per maggiori informazioni: Ufficio informazioni Vermiglio, info@vermigliovacanze.it | https://www.vermigliovacanze.it



Lara Zavatteri

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Arte a Natale: 5 mostre a tema

Arte a Natale: 5 mostre a tema

Arte a Natale: 5 mostre a tema

Arte Di Stefania Bergo. Natale 2023, mostre ed eventi d'arte a tema per immergersi nella magica atmosfera delle feste: installazioni luminose, laboratori per bambini, capolavori del passato sulla natività, presepi di carta e sconti speciali.

Il Natale è una stagione che porta con sé un'atmosfera magica e festosa, e cosa c'è di meglio di abbinare lo spirito natalizio all'esplorazione delle espressioni artistiche? In Italia, patria di ricchezza culturale e artistica, diverse mostre d'arte si aprono al pubblico durante le festività, offrendo un'opportunità unica di immergersi nell'estetica natalizia e scoprire nuovi orizzonti creativi.
Vi suggerisco cinque eventi d'arte da non perdere durante il periodo natalizio.

  1. Natale con UffiziKids – Galleria degli Uffizi e Palazzo Pitti, Firenze

    Fino al 5 gennaio 2024, un'esperienza magica di arte e creatività. La Galleria degli Uffizi e Palazzo Pitti a Firenze ospiteranno mostre e laboratori creativi speciali dedicati alla connessione tra l'arte e la tradizione natalizia.
    Un percorso nella famosa galleria fiorentina totalmente dedicato alla nascita di Gesù attraverso alcuni capolavori che, partendo dall’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Maria della prossima nascita del Salvatore, aiuta a capire come il soggetto della Natività abbia ispirato gli artisti di tutti i periodi.
    A Palazzo Pitti, c'è Giochi sotto il ceppo, giochi tradizionali per bambini attraverso le opere della Galleria d’Arte Moderna e un laboratorio creativo per realizzare un Ceppo di Natale, e Bambini a corte, per rivivere la vita quotidiana dei piccoli di tre dinastie regnanti (Medici, Lorena e Savoia) attraverso dipinti che consentono di parlare di aspetti della loro vita quotidiana quali l’abbigliamento, lo studio, i giochi, ma anche gli obblighi, analogie e differenze tra la loro quotidianità e modelli di vita ormai lontani ma dei quali le opere dipinte mantengono una puntuale memoria.
    Scopri di più su www.uffizi.it.

  2. Luci d'Artista: Magia e Creatività a Torino – Vari luoghi, Torino

    La tradizione Luci d'Artista a Torino, alla sua 26esima edizione, si evolve ogni anno, trasformando la città in un palcoscenico luminoso e creativo. Oltre alle installazioni luminose, diverse mostre d'arte contemporanea saranno allestite in vari luoghi della città fino al 14 gennaio 2024. Artisti locali e internazionali esporranno opere ispirate alla magia del Natale, creando un'esperienza multisensoriale unica.
    Per conoscere i luoghi delle istallazioni è possibile scaricare o consultare online la mappa.

  3. Christmas Design. La creatività per il Natale – Vari luoghi, Bergamo

    Prima edizione della grande mostra dedicata alla creatività a cielo aperto, fruibile da tutti, in una tra le più belle città d’Europa. Dal 25 novembre 2023 al 7 gennaio 2024, venti installazioni d’autore saranno esposte nelle piazze, nelle vie e nei cortili più iconici del capoluogo per raccontare il Natale attraverso un inedito itinerario di scoperta illuminato a festa che, tra realtà e illusione, da Città Bassa conduce fino a Città Alta.
    Per conoscere le opere e i luoghi di esposizione, basta consultare il sito www.arte.it.

  4. Francesco Londino e la tradizione dei presepi di carta – Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Milano

    Dal 1° dicembre 2023 al 28 gennaio 2024, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ospita una mostra che ricostruisce la ricca tradizione dei presepi di carta, a partire dalla figura di Francesco Londonio (1723-1783), pittore e incisore milanese quasi esclusivamente legato a temi bucolici e pastorali e autore del Presepe del Gernetto, uno dei capolavori di quella particolare tipologia, conservato proprio al Museo Diocesano di Milano.
    Per maggiori informazioni, è possibile visitare il sito ufficiale www.chiostrisanteustorgio.it.

  5. Promozione natalizia sulle mostra di Goya, El Greco e Basilico – Palazzo Reale, Milano

    Non si tratta di mostre a tema natalizio, ma è possibile approfittare di uno sconto speciale pensato proprio per Natale per acquisti fino al 7 gennaio 2024.
    Per le festività Palazzo Reale propone delle vantaggiose promozioni per regalare o regalarsi un ingresso alle mostre di El Greco – promozione valida per acquisti entro domani! –, Goya (La ribellione della ragione) – solo 200 biglietti disponibili – e Gabriele Basilico (Le mie città).
    Per maggiori informazioni sulle modalità di sconto basta consultare il sito ufficiale www.palazzorealemilano.it.

Celebra il Natale con l'arte.

Queste mostre d'arte offrono un'opportunità unica di celebrare il Natale immersi nella bellezza e nella creatività. Dall'arte rinascimentale alle installazioni contemporanee ai laboratori creativi per bambini, c'è qualcosa per gli appassionati d'arte o per chi semplicemente desidera abbracciare lo spirito natalizio attraverso un'esperienza culturale, un viaggio originale tra tradizione e innovazione artistica.



Stefania Bergo
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De Scondión: una mostra di graffiti a Cles

De Scondión: una mostra di graffiti a Cles

De Scondión: una mostra di graffiti a Cles

Arte Di Lara Zavatteri. De Scondión. I graffiti di Palazzo Assessorile: una mostra di graffiti a Cles. Alla Batibōi Gallery, fino al 7 gennaio 2024, il messaggio ai posteri dei detenuti delle carceri ospitate nel palazzo medievale dal 1814 al 1975.

De Scondión nel dialetto di queste zone del Trentino significa “di nascosto”. E infatti erano proprio nascosti i graffiti esposti alla mostra inaugurata a inizio ottobre e visitabile presso la Batibōi Gallery in Piazza Municipio a Cles in Val di Non, Trentino, aperta fino al 7 gennaio 2024.

La mostra vede la collaborazione non solo della Batibōi Gallery, ma anche della Cooperativa La Coccinella, del Comune e della biblioteca di Cles.

Tutto questo nasce dai graffiti, appunto, al terzo piano di Palazzo Assessorile, a Cles, edificio rinascimentale il cui terzo piano, dal 1814 fino al 1975, venne adibito alle prigioni. Chi vi veniva rinchiuso spesso “scriveva” con elementi di fortuna o disegnava graffiti, scritte e disegni più o meno chiari e comprensibili.
Il progetto curato da Lisa Guerra nasce proprio dalla raccolta e catalogazione dei graffiti e delle scritte realizzati dai prigionieri che furono rinchiusi nelle stanze nel Palazzo nell'arco di circa trecento anni.
Sono graffiti con nomi, date, località, ma anche disegni che incutevano paura, oppure che esprimevano la volontà di libertà dei prigionieri. Alcuni sono a tutt’oggi ben visibili, altri a malapena. Tutti, però, testimoniano qualcosa di quei prigionieri, costituendo una specie di messaggio ai posteri.

Il Palazzo Assessorile è chiamato così proprio perché dagli anni Settanta del Seicento assunse delle funzioni amministrative e giudiziarie e fu sede dei giudici delle valli di Non e di Sole, che venivano chiamati appunto “assessori”.

Il Palazzo Assessorile è un magnifico edificio rinascimentale che merita di essere visitato anche per gli affreschi voluti dal nobile Ildebrando, marito di Anna Wolkenstein. Tornando alla mostra alla Batibōi Gallery, i lavori esposti sono anche il risultato di una rielaborazione dei graffiti. Da un lato sono stati coinvolti i bambini e i ragazzi del Centro Gandalf, dall’altro gli ospiti della Casa di Riposo A.P.S.P. Santa Maria, entrambi di Cles. Si tratta di un incontro tra generazioni per scoprire, rileggere e rielaborare i graffiti del passato e conoscere, grazie ai ricordi, il periodo storico in cui a Palazzo Assessorile esistevano le carceri.
La visita prevede una sorta di “immersione” per scoprire poi il lavoro di catalogazione dei graffiti di Lisa Guerra e altri approfondimenti, nonché i lavori dei ragazzi esposti alla Batibōi Gallery. Oltre alla mostra, tutti i venerdì sono disponibili laboratori gratuiti alle 16:30 per tutte le età, senza necessità di prenotazione.
De Scondión. I Graffiti di Palazzo Assessorile è aperta dal martedì alla domenica con orario 16:00-18:00 e ingresso libero. E tutti i venerdì, dalle 16:30 alle 18:30, è possibile partecipare ai laboratori gratuiti di graffiti, senza prenotazione e per tutte le età.



Lara Zavatteri

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Castel Caldes: uno spettacolo e una mostra da non perdere

Castel Caldes: uno spettacolo e una mostra da non perdere



Arte Di Lara Zavatteri. Agosto al Castel Caldes in Val di Sole, Trentino: uno spettacolo per rappresentare la leggenda di Olinda e Arunte e la mostra del pittore Bartolomeo Bezzi.

Castel Caldes è un castello che si trova nel paese di Caldes, in Val di Sole, in Trentino. Come tutti i castelli, ha la sua leggenda, quella di Olinda e Arunte. Quest’estate la leggenda sarà raccontata attraverso uno spettacolo, mentre le sale del mastio ospiteranno una mostra dedicata al pittore solandro Bartolomeo Bezzi.
Partiamo dalla leggenda.

Secondo la leggenda, Olinda, la figlia del nobile proprietario del castello, si innamorò perdutamente di un menestrello di nome Arunte.

La loro relazione non era ben vista, proprio perché Arunte era "solo" un menestrello. La vicenda finì tragicamente, con Arunte ucciso e Olinda rinchiusa in una stanzetta del castello, dove morì poco dopo.
La stanza di Olinda esiste davvero, e si dice che lei guardasse il mondo attraverso la piccola finestra, l'unico frammento di realtà che poteva ancora vedere da quella prigione. Si possono notare dei cuori intrecciati, forse testimonianza di quell'amore impossibile. Inoltre, la leggenda pare si basi su un fatto storico realmente accaduto.
La leggenda sarà raccontata il 12 e il 20 agosto a cura del Teatro delle Quisquilie, con Massimo Lazzeri, narratore, e Adele Pardi al violoncello. Lo spettacolo si svolgerà presso il castello alle ore 15:00 e alle 16:30 e si potrà visitare anche la stanza in cui Olinda fu rinchiusa.
Rodemodo chiuse la sua bella Olinda nella torre del castello ed erano ormai tre giorni e tre notti che se ne stava prigioniera nella sua cameretta, nutrendosi con il poco pane e la poca acqua che le portava ogni mattina la guardia del castello. L’unico sfogo che le era concesso da suo padre era dipingere ed è lì che Olinda affrescò le pareti della torre, ritraendo immagini del suo perduto Arunte, (ancor oggi nella torre del castello di Caldés possiamo ammirare i suoi dipinti). Mauro Neri, Mille leggende del Trentino

Al castello sarà possibile ammirare anche la mostra delle opere di Bartolomeo Bezzi, pittore solandro originario del paese di Fucine.

La mostra rimarrà aperta fino a novembre. L’esposizione, dal titolo Bartolomeo Bezzi 1851-1923. Scene di vita quotidiana, ritratti, vedute vede la presenza di quaranta opere, alcune delle quali esposte per la prima volta. Oltre ai celebri paesaggi, la mostra proporrà anche altri soggetti del pittore, come scene di vita quotidiana, in contesti rurali o nelle città di Verona e Venezia, città nelle quali ha vissuto.
La mostra sarà completata da bozzetti, schizzi, lettere, opere grafiche. Inoltre, verrà svelata la storia di un dipinto perduto, la sua opera più grande mai realizzata. Si tratta del pannello decorativo che Bezzi realizzò nel 1909 per il salone dell’hotel Mendelhof al Passo Mendola.

La mostra è pensata per commemorare il centenario della morte dell’artista della Val di Sole ed è solo una delle tappe di una serie di eventi dedicati a lui che si svolgeranno durante l’anno, in altre sedi trentine.

L'obiettivo è valorizzare un pittore di importanza nazionale, che non ha mai dimenticato le sue radici.

Il castello è aperto tutti i giorni, a eccezione dei lunedì non festivi.
Apertura straordinaria tutti i lunedì del mese di agosto.
Orario 10:00 – 18:00.
Per ulteriori informazioni, visita il sito www.buonconsiglio.it.



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I girasoli ucraini di Maria Prymachenko in mostra a Trento

I girasoli ucraini di Maria Prymachenko in mostra a Trento

I girasoli ucraini di Maria Prymachenko in mostra a Trento

Arte Di Lara Zavatteri. I girasoli ucraini in mostra al Palazzo delle Albere di Trento: 60 opere dell’artista naif Maria Prymachenko.

Ha aperto il 28 febbraio ed è visitabile fino al prossimo 4 giugno la mostra I girasoli ucraini. Opere di Maria Prymachenko dal Museo nazionale Taras Shevchenko di Kiev, presentata dal Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) al Palazzo delle Albere di Trento.

A un anno dall’invasione russa in Ucraina, viene proposta questa che è la prima mostra italiana su Maria Prymachenko, artista Unesco nel 2009.

Nata da un’idea di Vittorio Sgarbi, la mostra propone una sessantina di opere provenienti dal Museo nazionale Shevchenko di Kiev con lo stile della pittrice naif fortemente ancorato alle radici, alle tradizioni, ai racconti e ai riti dell’Ucraina, con opere che raffigurano piante e fiori, animali nati dalla fantasia e simboli, allegorie, fiabe, tutto immerso in sfolgoranti e brillanti colori.
I girasoli gialli, il giallo della bandiera dell’Ucraina, i girasoli che diventano così simbolo di resistenza oltre che essere, insieme a tutte le altre opere di Maria Prymachenko, la testimonianza che non solo esiste un popolo ucraino ma anche una cultura ucraina, due “concetti” che non esistono, secondo la propaganda russa.

Chi era Maria Prymachenko?

Maria Prymachenko nacque nel paese di Bolotnya, a soli 30 chilometri da Chernobyl, nel 1909. Autodidatta, si occupò di pittura, ma anche di ceramica e ricamo. Nel 1966 venne insignita del Premio Nazionale Taras Shevchenko dell’Ucraina. L’Unesco le dedicò l’anno 2009 e la città di Kiev le intitolò un viale. Cominciò a esporre le sue opere negli anni Trenta e in seguito alcune vennero riprodotte anche sui francobolli ucraini.
Malata di poliomielite, grazie ad alcuni interventi riuscì stare in piedi, ebbe un figlio dal suo compagno, che morì durante il secondo conflitto mondiale, mentre il figlio Fedir (scomparso nel 2008) fu un arista come la madre e così i nipoti.
Nel Museo di storia locale di Ivankiv erano conservate diverse opere di Prymachenko, lo stesso museo bruciato nel 2022 durante l’invasione russa dell’Ucraina, con la perdita di circa una ventina di sue opere. Tuttavia, pare che la popolazione sia riuscita in parte a salvarne alcune.
Maria Prymachenko, che è stata raffigurata anche sulle monete ucraine, è scomparsa nel 1997.
Esponente della pittura naif, erede di una tradizione folcloristica secolare che affonda le proprie radici nell’arte paleolitica, Maria Prymachenko ispirò grandi artisti come Picasso, Matisse e Chagall. Con il suo stile riconoscibile, vivace, immediato è stata amata da diverse generazioni che, a partire dalla prima metà del novecento, hanno contribuito a costruirne il mito. dal comunicato stampa del Mart


Il biglietto per la mostra si può acquistare sul sito www.mart.tn.it.
Il Palazzo delle Albere è aperto dal martedì al venerdì, dalle 10 alle 18 il sabato e la domenica, dalle 10 alle 19 i festivi.

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Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto

Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto

Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto

Arte Di Lara Zavatteri. Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto. Da un’idea di Vittorio Sgarbi.

Quanto Giotto ha influenzato gli artisti venuti dopo di lui? Molto, a quanto pare, vista la mostra Giotto e il Novecento prolungata fino al 1° maggio 2023 al Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) a Rovereto, nata da un’idea di Vittorio Sgarbi.

A cura di Alessandra Tiddia e in collaborazione con i Musei Civici di Padova. Media partner Radio Monte Carlo.

La mostra propone un viaggio che passa dalla magnifica Cappella degli Scrovegni di Padova affrescata da Giotto agli artisti moderni e contemporanei del Novecento e del Duemila, tutti accomunati dal fascino che il pittore ha esercitato su di loro, in maniera differente. Alcuni hanno cercato di imitarlo, altri ne hanno preso ispirazione, altri ancora ne hanno compreso il concetto di spiritualità.
La mostra si apre proprio con la Cappella degli Scrovegni ricreata grazie a un’installazione che permette di conoscerla e di apprezzarne la bellezza. Da qui si passa tra più di 200 opere, una cinquantina delle quali appartenenti al Mart, in un viaggio tra gli artisti, le correnti e il tempo alla scoperta di Giotto.
L’esposizione prosegue tra Atmosfere rurali e Sacre Maternità nelle quali i soggetti bucolici e le figure femminili esprimono quel richiamo e quell’idealizzazione della tradizione tipica del periodo tra le due grandi guerre.

Il blu di Giotto è il suo tratto più imitato.

Il famoso colore blu che Giotto utilizza nei suoi affreschi, anche a Padova, per dare la percezione del cielo, è ciò che gli artisti hanno maggiormente studiato e da cui sono stati ispirati.
Tra gli artisti, per fare qualche esempio, si trovano opere di Giorgio de Chirico, Carlo Carrà, Mario Sironi, per proseguire con Henri Matisse, Mark Rothko e James Turrell, artista della luce e dei colori.
Due installazioni chiudono la mostra, quelle di Chiara Dynys e Tacita Dean.

Per acquistare il biglietto e scoprire altre mostre al Mart , potete consultare il sito www.mart.tn.it.

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Capa a Rovigo e Tutankhamon a Venezia: due mostre da non perdere

Capa a Rovigo e Tutankhamon a Venezia: due mostre da non perdere

Capa a Rovigo e Tutankhamon a Venezia: due mostre da non perdere

Arte Di Stefania Bergo. Due mostre imperdibili: Robert Capa a Rovigo fino al 29 gennaio e una grande mostra su Tutankhamon a Venezia.

A Palazzo Roverella di Rovigo, fino al 29 gennaio 2023 è possibile ammirare l'intensa produzione di Capa nella mostra Robert Capa. L’opera 1932-1954, curata da Gabriel Bauret.

La mostra consta di 366 fotografie selezionate dagli archivi dell’agenzia Magnum Photos. Ripercorre le tappe principali della sua carriera, mettendo in risalto i suoi scatti più famosi, quelli che incarnano la storia stessa della fotografia del Novecento.
Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, è stato un fotografo ungherese naturalizzato statunitense. Simbolo di una generazione di giornalisti e fotografi avventurieri, Robert Capa è stato testimone, coi suoi celeberrimi reportage, di tutti i più importanti eventi bellici del XXI secolo, tra cui la guerra civile spagnola, la seconda guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana e la prima guerra d'Indocina, che gli costò, purtroppo, la vita.

Come si legge nel sito ufficiale della mostra, la retrospettiva si articola in nove sezioni tematiche.

È arricchita dalle pubblicazioni dei reportage di Robert Capa sulla stampa francese e americana dell’epoca, da estratti di suoi testi teorici sulla fotografia e di Robert Capa, l'homme qui voulait croire à sa légende, un film di Patrick Jeudy, oltre alla registrazione sonora di un’intervista di Capa a Radio Canada.
La mostra è aperta dal lunedì a venerdì dalle 9:00 alle 19:00, mentre il weekend e i festivi chiude alle 20.00.
Maggiori informazioni sul costo dei biglietti e sulle promozioni le trovate sul sito ufficiale www.palazzoroverella.com.

A Palazzo Zaguri di Venezia, fino a data da destinarsi, c'è una delle più grandi mostre d'Europa sugli Egizi, dedicata al faraone più celebre nel centenario della scoperta della sua tomba: Tutankhamon – 100 anni di misteri.

La mostra si estende su tutti e cinque piani del Palazzo, tremila metri quadri divisi in 36 stanze, più di 1250 tesori esposti e le quattro camere funerarie del faraone.
La visita dura più di 2 ore e attraversa la vita di Tutankhamon curata dal Prof. Maurizio Damiano, uno dei massimi esperti di egittologia in Europa.
È possibile seguire tutta la mostra anche grazie alle audioguide e alle stazioni di realtà virtuale, per rivivere i momenti della scoperta della più grande scoperta archeologica del XX secolo, quella della tomba del faraone, da parte dell'archeologo ed egittologo britannico Howard Carter.
Il progetto di Howard Carter, che prevedeva uno scavo sistematico dell'intera Valle dei Re alla ricerca delle tombe dei due faraoni della XVIII dinastia, iniziò nell'autunno del 1917. Dopo alcuni insuccessi, il 3 novembre dalla sabbia affiorò il primo gradino della scala che portava alla porta della necropoli con ancora i sigilli intatti. Dopo altri 24 giorni venne finalmente aperta la porta della tomba di Tutankhamon rivelando così tutta la grandiosità del corredo funerario, compresi il sarcofago e i vasi canopi.


Stefania Bergo
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Creature fantastiche in mostra a Cles fino al 16 ottobre

Creature fantastiche in mostra a Cles fino al 16 ottobre

Creature fantastiche in mostra a Cles fino al 16 ottobre

Arte Di Lara Zavatteri. Creature fantastiche. Animali tra mito e realtà da Dürer a Cracking Art in mostra, fino al 16 ottobre, tra il Palazzo Assessorile e le vie del centro a Cles, in Valle di Non.

Inaugurata a luglio e curata da Lucia Barison, la mostra Creature fantastiche. Animali tra mito e realtà da Dürer a Cracking Art parte all’interno del palazzo medievale per proseguire poi all’esterno, per le vie del centro, dove si trovano sculture in plastica della Cracking Art tutte da scoprire.

Palazzo Assessorile, una delle perle della Valle di Non, custodisce affreschi cinquecenteschi di Marcello Fogolino che raffigurano appunto animali e creature fantastiche, punto di partenza della mostra.

Oltre agli affreschi all’interno del palazzo si trovano opere di artisti come Guercino, Albrecht Dürer, Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Pablo Picasso, Alighiero Boetti, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Antonio Ligabue e Fausto Melotti. Accanto a queste si possono ammirare numerose opere di artisti contemporanei che in vari modi hanno voluto far “vivere” attraverso dipinti e sculture animali reali, mitologici, esseri per l’appunto fantastici, nati dalla fantasia e creatività di artisti regionali e non.
Sempre nelle sale del palazzo si possono scoprire anche vere creature “strane”, come una trota fario del Settecento che ha la particolarità di avere due bocche. Curiosità bestiali per una mostra tutta incentrata sugli animali, veri o immaginari che siano.

Come detto la mostra Creature fantastiche prosegue anche all’esterno, tra le vie di Cles, dove si possono scoprire elefanti, orsi, lupi, chiocciole, gatti, cani, rondini tutti realizzati in plastica rigenerata colorata e con colori vivaci.

Fanno parte della Cracking Art, movimento artistico che si occupa di creare proprio questo tipo di installazioni. L’idea della Cracking Art, che ha popolato di animali molte zone d’Italia e del mondo, è quello di porre l’attenzione su vari temi, in particolare sull’ambiente, la natura e gli animali.
Alcuni animali della Cracking Art si sono visti quest’anno ai Giardini reali superiori di Torino mentre nel 2001 sono state create tartarughe dorate per la Biennale di Venezia, al fine di porre l’attenzione sulla necessità di salvaguardarle.

Il Comune di Cles aderisce inoltre al progetto Arte Rigenera Arte.

C'è quindi la possibilità per i visitatori della mostra di acquistare a Palazzo Assessorile una rondine di Cracking Art, in cento esemplari disponibili, il cui ricavato verrà impiegato per un altro progetto culturale del territorio.
La mostra di Cles è aperta lunedì pomeriggio con orario 14:30 – 18:30 e da martedì a domenica anche la mattina ore 10:00 – 12:00. Ingresso 2€, gratuito sotto i diciotto anni di età o in occasione di eventi collaterali.
Creature fantastiche. Animali tra mito e realtà da Dürer a Cracking Art: da non perdere, per scoprire gli animali e le creature fantastiche di ieri, con gli affreschi del Palazzo Assesorile, e di oggi, grazie alle opere degli artisti contemporanei e alle sculture della cracking art visibili nel centro storico.

Lara Zavatteri


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Surrealismo e magia in mostra a Venezia

Surrealismo e magia in mostra a Venezia



Arte Di Argyros Singh. Surrealismo e magia. L’emancipazione attraverso il simbolo in mostra a Venezia fino al 26 settembre.

La mostra Surrealismo e magia. La modernità incantata nasce dalla collaborazione tra la Peggy Guggenheim Collection di Venezia e il Museum Barberini di Potsdam. Inaugurata il 9 aprile 2022 nella sede veneziana, proseguirà fino al 26 settembre, per poi spostarsi dal 22 ottobre al 29 gennaio 2023 nella città tedesca.
La mostra, curata da Gražina Subelytė, presenta una sessantina di opere provenienti da decine di grandi istituzioni e collezioni internazionali (per esempio il Centre Pompidou, il Solomon R. Guggenheim Museum, etc.), ma si fonda innanzitutto sul patrimonio della collezione veneziana.

Il tema è la declinazione del mondo occulto secondo gli artisti della Pittura metafisica e del Surrealismo.

I nomi sono quelli noti al grande pubblico, ma non solo. Troviamo Giorgio de Chirico, Paul Delvaux, Salvador Dalí, Leonora Carrington, Remedios Varo e moltissimi altri. Su tutti, sovrastante, o unificante, la figura di Max Ernst, quasi lo spazio pittorico da lui ideato rappresentasse il contenitore ideale dell’universo surrealista.
La mostra vuole rimarcare il ruolo dell’artista in veste di mago, alchimista e visionario. Persone che spesso erano state coinvolte nella prima guerra mondiale, e che nell’irrazionale e nel simbolo avevano trovato la loro espressione: da un lato evasione, dall’altro emancipazione attraverso lo strumento artistico. Se la magia è prima di tutto μῦϑος, “discorso” dunque parola, metafisici e surrealisti declinano tale mito in forma di immagine, rievocando la funzione simbolico-didattica propria dell’allegoria medievale, ma anche la rappresentazione “surreale” alla Bosch o alla Arcimboldo. Nel mezzo, una costellazione di intuizioni storico-artistiche, per esempio romantiche e simboliste, e soluzioni inedite e originali a cui sono giunti i novecentisti.

La mostra mira anche a mostrare l’attualità delle opere proposte, afferendo a una serie di parallelismi con il passato, in una interpretazione ciclica della storia.

Guerra, pandemia e crisi ambientale sono in fondo essi stessi simboli di problematiche ricorrenti nella storia della nostra specie, ed è per questo che è utile guardare al futuro sulle spalle di questi giganti. Che ci offrono risposte: valide allora e stimolanti per una nuova riflessione.
Per esempio, all’interno del movimento surrealista, le donne ebbero modo di esprimere la propria ispirazione sfuggendo a molte delle imposizioni di una società dominata dagli uomini. Lo vediamo ne La donna del lago (1953) di Leonor Fini, in Celestial Pablum (1958) di Remedios Varo e in Grandmother Moorhead’s Aromatica Kitchen (1975) di Leonora Carrington. Il terzetto di donne sembra dialogare, declinando manifestazioni represse della femminilità. Nella prima opera appare la donna fatale, ninfa di un lago tenebroso, che domina l’osservatore con lo sguardo; nella seconda, la figura femminile trasforma la materia celeste e la riduce in suo potere; nella terza, un gruppo di donne incappucciate compie un rituale domestico, trasformando la cucina da prigione femminile a fucina di un’operazione alchemica.

Talvolta, nel loro contatto col presente, le opere in esposizione possono diventare un monito.

L’Idillio melanconico atomico e uranico (1945) di Salvador Dalí è a un tempo la distesa rassegnazione delle forme stanche e sperdute, ormai prive di senso, ma anche l’occasione di riscrivere una storia partendo da elementi che hanno smarrito significato e utilità.
In tre opere di Max Ernst, realizzate tra il 1940 e il 1942 (L’Europa dopo la pioggia II, Day and Night, The Bewildered Planet), quella riscrittura sembra aver già assunto contorni propri. Gli esseri umanoidi o alieni si integrano in uno spazio corrosivo, a tinte allucinanti, rese con pennellate che sembrano intrise di acido lisergico trasformato in colore.

La potenza del simbolo risiede nell’attingere a un mito, un racconto fondante dell’esistenza umana, dotato di una forma che evoca un significato.

Tra questi simboli, l’androginia, che troviamo ne Il cervello del bambino (1914), opera di Giorgio de Chirico, già appartenuta ad André Breton. Un'androginia che in chiave esoterica – è bene sottolinearlo – non è cancellazione del binomio maschio-femmina, ma inclusione delle due impronte nel forgiare un essere indipendente.
Il tema del matrimonio alchemico (La vestizione della sposa di Ernst) è per certi versi complementare all’androginia e integra questa idea di completezza e di autosufficienza, nata proprio dagli opposti.

Come veicolo di simboli, i tarocchi ricorrono nelle opere.

Il percorso della mostra parte da de Chirico, precursore del movimento surrealista – secondo le parole di Breton – e già nella prima sala, accanto ai suoi dipinti, troviamo alcune versioni dei tarocchi, in parte ispirati al Libro rosso di Carl Gustav Jung, opera insieme psicologica ed esoterica.
I tarocchi ritornano anche con Gli amanti di Viktor Brauner o nella versione realizzata da Carrington. Un’intera sala è poi dedicata all’artista e occultista svizzero Kurt Seligmann, autore del libro The Mirror of Magic (1948), che in tele come Il diavolo e il matto (1940-43) riprende una nota carta dei tarocchi.

Un ruolo centrale ha poi la metamorfosi, tema con cui poter cogliere il legame tra gli esseri viventi, nonché le analogie tra micro e macrocosmo (Il giorno e la notte di Ernst, 1941-42).

Uomo e natura si scoprono interconnessi in quadri come La donna gatto di Leonora Carrington (1951), Il gioco magico dei fiori di Dorothea Tanning (1941), La magia nera (1945) di René Magritte.
Ad affascinare gli artisti presentati in questa mostra, anche il concetto di soglia, o limes, quel luogo fisico o metafisico che segna il passaggio a una dimensione “altra”: così in Donna allo specchio di Delvaux e ne Lo specchio di Tanning. Altre chiavi d’accesso risiedono nella natura selvaggia, negli antri oscuri di una foresta impenetrabile, come in Sphynx Regina (1943) di Fini. Non ultimo, l’ingresso all’altra dimensione avviene per mezzo di un rito (The Call of the Night di Delvaux, 1938; Ritual di Carrington, 1964).

Per informazioni ufficiali sulla mostra: www.guggenheim-venice.it | info@guggenheim-venice.it.


Argyros Singh
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Mostre d'estate tra i castelli del Trentino: le carrozze dei Thun e la pittura veneta del Settecento

Mostre d'estate tra i castelli del Trentino: le carrozze dei Thun e la pittura veneta del Settecento

Mostre d'estate tra i castelli del Trentino: le carrozze dei Thun e la pittura veneta del Settecento

Arte Di Lara Zavatteri. Le carrozze della famiglia Thun a Vigo di Ton e la pittura veneta del Settecento al Castello del Buonconsiglio di Trento: due mostre da non perdere questa estate in Trentino.

Partiamo con Castel Thun, a Vigo di Ton in Valle di Non, che propone l’esposizione di undici esemplari di carrozze e slitte appartenute alla nobile e antica famiglia Thun, un mezzo di locomozione pregiato per finimenti e decorazioni, oltre che per la maestria costruttiva.

In carrozza! Carrozze e slitte della famiglia Thun: dal 19 giugno fino al 31 dicembre 2025, a Castel Thun.

Questi mezzi di locomozione, un tempo unico modo per spostarsi, sono stati oggetto di un intervento di recupero da parte della sovrintendenza per i beni storico artistici e ora si potranno ammirare nella loro dimora, direttamente nella rimessa dove si trovavano quando erano utilizzate dai Thun.
Si legge nella presentazione della mostra:
Tra i veicoli di maggior taglia vi sono carrozze di servizio come la Vis à vis, le Victoria e la Brougham; di misura più ridotta sono alcune carrozze da diporto come le Phaeton, la Linzerwagen e la Break Vagonette. Ciascuna denominazione corrisponde a una tipologia rispondente a funzioni, dal normale trasporto al mezzo attrezzato per la caccia o per le passeggiate in campagna. Accanto alle carrozze la raccolta vanta alcuni esemplari di slitta, testimonianza di un fortunato turismo invernale della regione ai tempi della Belle époque prima dello scoppio della Grande Guerra.
Oltre a carrozze e slitte un allestimento multimediale permetterà ai visitatori di vedere alcune foto storiche della famiglia Thun, per capire come si viveva tra Ottocento e Novecento e soprattutto come si viaggiava, grazie appunto alle carrozze e, d’inverno, alle slitte.

I colori della Serenissima. Pittura veneta del Settecento in Trentino: dal 2 luglio al 23 ottobre 2022, al Museo Castello del Buonconsiglio di Trento.

Bisognerà attendere il 2 luglio per visitare la mostra al Castello del Buonconsiglio I colori della Serenissima. Pittura veneta del Settecento in Trentino che sarà visitabile fino al 23 ottobre 2022. Si tratterà di una settantina di opere che arriveranno, o in alcuni casi torneranno, a Trento da collezioni e musei d’Europa o degli Stati Uniti.
La cornice delle opere sarà il Magno Palazzo dei Principi Vescovi di Trento e racconteranno il Settecento veneziano e come venne percepito nelle valli del Trentino. S’indagano gli scambi artistici tra il Veneto e il Trentino, con artisti che si spostano dall’una all’altra zona. Da segnalare la presenza tra gli artisti dei Guardi, Francesco e Antonio, originari della Val di Sole (di Mastellina a Commezzadura per essere precisi) che furono pittori a Venezia ma, appunto, con le loro radici legate al Trentino, cui è dedicato un approfondimento nella mostra.
La mostra sarà curata da Andrea Tomezzoli dell’Università di Padova e Denis Ton del Castello del Buonconsiglio.

D’azzurro, rosso e argento. Il linguaggio dell’araldica e lo stipo dei Wolkenstein: fino al 15 maggio al Castello del Buonconsiglio.

Da evidenziare anche che fino al 15 maggio al castello del Buonconsiglio è ancora aperta la mostra D’azzurro, rosso e argento. Il linguaggio dell’araldica e lo stipo dei Wolkenstein con mobilio e quadreria della collezione dei conti Wolkenstein-Trostburg, con pezzi dal Seicento all’Ottocento, collezione di proprietà del Castello del Buonconsiglio.
In attesa di scoprire quali altre mostre saranno presenti a Castel Caldes in Val di Sole e negli altri castelli (Castel Beseno e Castel Stenico) per informazioni e per restare aggiornati basta consultare il sito www.buonconsiglio.it.
Lara Zavatteri


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Il Museo Hemingway a Bassano del Grappa, tra storia e letteratura

Il Museo Hemingway a Bassano del Grappa, tra storia e letteratura

Il Museo Hemingway a Bassano del Grappa, tra storia e letteratura

Arte Di Marco Mastrorilli. Il Museo Hemingway a Villa Ca’ Erizzo di Bassano del Grappa: viaggio tra storia e letteratura

Forse non tutti sono a conoscenza dell’esistenza in Italia di un Museo dedicato a uno dei più grandi scrittori della storia, capace di rimanere personaggio di tendenza a oltre 60 anni dalla sua scomparsa: Ernest Hemingway.
Il Museo Hemingway e della Grande Guerra si trova in Veneto, nella meravigliosa cittadina di Bassano del Grappa e ha ricevuto il prestigioso Premio Cultura Città di Bassano 2022.
Questo museo, non a caso, trova sede in un luogo elegante e pieno di storia: Villa Ca’ Erizzo, che ha un legame diretto con il romanziere americano.
Andiamo insieme a scoprirla e sarà la narrazione a invitarvi a compiere questo viaggio tra storia e libri.

Un giovane Hemingway, appena diciannovenne, giunse in Italia come volontario per la Croce Rossa Americana.

Nel tentativo di arruolarsi nell’esercito americano come volontario, fu scartato per un problema a un occhio, dovuto a un trauma causato dalla sua passione giovanile per il pugilato. All’epoca, diversi americani famosi partirono volontari per il fronte italiano contro gli austroungarici e i tedeschi, tra questi lo scrittore Dos Passos che diverrà grande amico di Hemingway. Persino quello che oggi conosciamo come il papà di Topolino, Walt Disney, nel 1917 divenne volontario della Croce Rossa, per aiutare la famiglia in difficoltà economica. In quel tempo il giovane Disney lavorava insieme al fratello distribuendo giornali.
Ma con lo stratagemma di divenire conducente di ambulanze, la Croce Rossa inserì Hemingway in organico e il futuro scrittore riuscì a sbarcare in Europa, nel bel mezzo del conflitto della Grande Guerra del 1915-18.

Trascorse a Milano il tempo necessario per trovarsi catapultato nell’atmosfera di dolore di quei tempi, ancor prima di giungere in Veneto dove venne assegnato a ridosso del fronte.

Ebbe un primo assaggio della brutalità del tempo quando il 7 giugno 1918 ci fu una terribile esplosione alla fabbrica di munizioni Sutter & Thuvenot a Bollate: si ritrovò a prestare aiuto, tra 300 feriti e 59 morti, prevalentemente donne, poiché gli uomini erano al fronte. La visione di quei corpi di donne dilaniati dall’esplosione generò in Hemingway uno shock e un ricordo indimenticabile che lo portò a scrivere anni dopo il racconto "Una storia naturale dei morti" inserito una delle opere più apprezzate dal pubblico e dalla critica: I quarantanove racconti.

La durezza di quella disavventura italiana, che continuò in Veneto, a Fossalta, dove venne ferito gravemente, trasformò il giovane Hemingway in uomo.

Dopo le prime cure prestategli sul posto, fu trasferito all’ospedale di Milano dove conobbe la bella e affascinante infermiera Agnes Hannah von Kurowsky della quale si innamorò perdutamente.
Questa storia d’amore platonico, nata tra lettere e baci, divenne fonte d’ispirazione per uno dei suoi romanzi più famosi, Addio Alle armi (1929), in cui la storia dei protagonisti è ispirata ai fatti realmente accaduti in Italia. Tuttavia, nonostante fu un grandissimo successo in tutto il mondo, in Italia fu tradotto e pubblicato solo dopo la caduta del Fascismo, con una prima edizione del 1946.

Hemingway - Addio alle armi

Tornando al legame con il Museo Hemingway, scopriamo che il romanziere americano soggiornò a Villa Ca’ Erizzo a Bassano durante il periodo della Grande Guerra.

Questa sua presenza ha generato il motivo per il quale è stato dedicato a lui questo importante spazio e allestimento storico-culturale.
Bassano del Grappa si trova ai piedi delle montagne, sulle rive del fiume Brenta e nel 1917-1918, fu uno dei punti di massima resistenza contro i tentativi austro-ungarici di irrompere in Veneto per travolgere lo schieramento italiano.
Ca’ Erizzo è una villa elegante risalente al '400, con successivi rifacimenti e abbellimenti, e proprio nel 1918 divenne residenza della Sezione 1 delle ambulanze della Croce Rossa Americana, ospitando fra gli altri lo stesso Hemingway – nel 1919 scrisse un racconto breve che fu pubblicato per la prima volta in Italia sulla rivista Il Racconto, l’8 gennaio 1976, con il titolo “La scomparsa di Pickles McCarty”, Narra la storia di un italo-americano che lascia la vita da pugile per arruolarsi nel reggimento degli arditi di stanza a Ca’ Erizzo...

Oggi il Museo Hemingway e della Grande Guerra è allocato in diverse sale della villa Ca’ Erizzo, dove la narrazione si evince da pannelli divulgativi, tratti da documenti originali dell’epoca.

Il pezzo forte è proprio la documentazione relativa a Hemingway con numerosi libri, riviste che percorrono la sua vita e in particolare il periodo trascorso in Veneto. Una ricostruzione della sua scrivania con una statua in cera che raffigura un Hemingway cinquantenne in tenuta da Safari, campeggia nell’ultima sala.
Il Museo ha pubblicato inoltre uno splendido volume che ci svela i punti cruciali del passaggio di Hemingway dal titolo Sulle tracce di Hemingway in Veneto, realizzato dalla Fondazione Luca che gestisce la struttura museale.

Due sono i periodi principali di soggiorno dello scrittore americano in Veneto: durante la guerra nel 1918, ma anche negli anni ’50 quando tornò sui luoghi dove aveva vissuto quei terribili momenti durante il conflitto mondiale.

Il ritorno in Veneto fu d’ispirazione per scrivere un nuovo romanzo, un po’ intimista crepuscolare, dal titolo Di là dal fiume tra gli alberi, purtroppo poco apprezzato dalla critica del tempo. Nei mesi successivi Hemingway reagì alle critiche che lo definivano uno scrittore finito, ritirandosi a Cuba per scrivere il suo libro più famoso, Il vecchio il mare, che gli permise di vincere il Premio Pulitzer nel 1953 e conseguire il Nobel per la Letteratura nel 1954.
Una visita a questo museo è vivamente consigliata, abbinata a quella al centro storico di Bassano del Grappa, ove suggerisco di visitare Palazzo Roberti che il Financial Time inserisce tra le librerie più belle del mondo, sebbene l’attrazione principale resti il Ponte Vecchio detto Ponte degli Alpini.

Ecco le informazioni pratiche sul Museo Hemingway di Bassano del Grappa:
Museo Hemingway e della Grande Guerra
Villa Ca’ Erizzo Luca | Via Ca’ Erizzo 19, 36061 Bassano del Grappa (VI) Italia – dal centro di Bassano 10 minuti a piedi o 5 in auto.
E-mail: info@villacaerizzoluca.it



Marco Mastrorilli
Organizzatore del Festival dei gufi, ho un canale Youtube che mi diverte si chiama Gufotube.
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In mostra a Trento: Selvatici e salvifici. Gli animali di Mario Rigoni Stern

In mostra a Trento: Selvatici e salvifici. Gli animali di Mario Rigoni Stern

In mostra a Trento: Selvatici e salvifici. Gli animali di Mario Rigoni Stern

Arte Di Lara Zavatteri. Selvatici e salvifici. Gli animali di Mario Rigoni Stern: al Palazzo delle Albere una mostra aperta fino al 27 febbraio.

Lo scorso anno ricorrevano i 100 anni dalla nascita dello scrittoreMario Rigoni Stern, il “Sergente nella neve” dell’Altipiano veneto, nato l’1 novembre 1921 e scomparso il 16 giugno 2008 ad Asiago. Per ricordarlo, fino al 27 febbraio Palazzo delle Albere a Trento ospita la mostra temporanea "Selvatici e salvifici. Gli animali di Mario Rigoni Stern", un progetto curato dal Muse (Museo delle scienze) di Trento e Mart (Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto).


La mostra, inaugurata lo scorso ottobre, vuole ricordare Rigoni Stern attraverso gli animali che tante volte ha descritto nei suoi libri, grazie alla partecipazione di 14 artisti che hanno dato loro vita.

Si trovano fotografie, disegni, sculture in legno e in ferro, dipinti, anche un cuscino con ricamati due orsi del futurista Fortunato Depero.
Linci, urogalli, scoiattoli, cervi, stambecchi, orsi, gufi, pernici, anatre, corvi, lepri, volpi, marmotte, e poi ancora tassi, rapaci e molti altri popolano le sale del Palazzo delle Albere, accanto ai testi dello scrittore in cui si parla di loro.

Mario Rigoni Stern, che fu anche cacciatore, ha sempre scritto molto sulla natura e gli animali.

Da Il bosco degli urogalli alle pecore di Storia di Tönle, Uomini, boschi e api a Il libro degli animali per citarne qualcuno.
Oltre alle opere in mostra è possibile scoprire uno spaccato della vita di Mario Rigoni Stern anche grazie a un video in cui è lo scrittore a parlare e uno in cui scorrono immagini della sua vita, durante la guerra, nel dopoguerra, nei momenti di scrittura e nella vita privata.

Un modo per ricordare Mario Rigoni Stern a 100 anni dalla nascita.

O per scoprirlo, ma anche per approfondire il tema della natura e, appunto, degli animali che tanta parte hanno avuto nella sua scrittura e nei suoi testi.
Per tutti i dettagli e per prenotarsi alla mostra, basta andare sul sito www.muse.it, mentre per conoscere meglio Mario Rigoni Stern, vi consiglio il sito www.mariorigonistern.it, creato in occasione del centenario.



Lara Zavatteri


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Fortunato Depero in mostra in Val di Non

Fortunato Depero in mostra in Val di Non

Fortunato Depero in mostra in Val di Non

Arte Di Lara Zavatteri. Una mostra su Fortunato Depero da visitare in Val di Non, in Trentino, aperta fino a febbraio 2022, per celebrare l’artista futurista.

Si è aperta lo scorso 25 settembre e sarà visitabile fino al prossimo 13 febbraio la mostra Omaggio a Depero dalla sua valle al Palazzo Assessorile di Cles in Valle di Non (Trentino).
Curata da Marcello Nebl e Maurizio Scudiero, l'esposizione racconta Fortunato Depero in vari modi, dai cartelloni pubblicitari a pubblicazioni d’epoca, fino a opere originali che provengono per la maggior parte da collezioni trentine.

Fortunato Depero è “figlio” della Val di Non: nacque nel paese di Fondo nel 1892 e solo in seguito si trasferì a Rovereto, dove morì nel 1960.

Si tratta quindi di un vero e proprio omaggio all’artista da quella valle che lui non ha mai dimenticato.
Proprio il rapporto tra l’artista futurista e la sua valle è al centro dell’esposizione, in primis con lettere manoscritte di Depero in cui ne descrive le bellezze, ma anche grazie a opere e pubblicazioni d’epoca che provengono principalmente dal luogo.
Grazie a libri, lettere, opere d’arte, manifesti pubblicitari, cartoline autografe e anche un tamburo dipinto, e molto altro, seguendo un ordine cronologico, si può conoscere Fortunato Depero fin dalla prima infanzia, con la successiva partenza per Rovereto. Infine si passa al Depero futurista, non prima di aver conosciuto le varie sperimentazioni attraverso cui passa la sua arte.

Tra i manifesti pubblicitari, da ricordare quelli per Campari e Strega.

Dopo il trasferimento a Roma Depero ebbe anche un'esperienza a New York – suoi bozzetti saranno pubblicati anche da Vogue  – dove si scontrerà con la miseria della gente, in netto contrasto con l’immagine dell’America terra di fortuna che avevano i futuristi in Italia. Ci tornò anni dopo, rimanendone nuovamente deluso. Tornato a Rovereto, passò a rappresentare dai grattacieli ai rustici, dalla vita frenetica a quella rurale.
Si arriva quindi alla fase finale dell’uomo e dell’artista con altre opere di grafica, design e pittura.

La mostra è a ingresso gratuito, dal martedì alla domenica ore 10-12 e 14.30-18, aperto anche il primo novembre, chiuso invece il 25 dicembre e 1 gennaio.

Per gli orari meglio verificare sempre sul sito www.comune.cles.tn.it nella sezione dedicata alla mostra.
Per accedere è necessario esibire il Green Pass a partire dai 12 anni e attenersi alle norme anti Covid, ovvero l’obbligo di mascherina dai 6 anni, distanziamento sociale e igienizzazione delle mani.

Lara Zavatteri


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Visita virtuale al Museo civico di Belluno

Visita virtuale al Museo civico di Belluno

Visita virtuale al Museo civico di Belluno

Arte Di Argyros Singh. Una visita virtuale al Museo civico di Belluno, attraverso alcune delle sue opere: Simone da Cusighe, Montagna, Domenico Tintoretto, Antonio Gabrieli, Giovanni De Min, Placido Fabris e Sebastiano Ricci tra i pittori esposti.

Il Museo civico di Belluno si trova all’interno del settecentesco Palazzo Fulcis, nel pieno centro della città. Situata al principio in una diversa sede, la collezione originaria fu organizzata nel 1876 grazie ad alcuni importanti lasciti, a partire dalla raccolta di dipinti del medico bellunese Antonio Giampiccoli e dalle collezioni del conte Florio Miari, costituite da pregevoli medaglie in bronzo del Cinquecento.
In questo articolo, ci concentreremo sulla storia di alcune opere esposte nel museo e degli artisti che le realizzarono. Non sarà un viaggio sistematico, ma una selezione personale pensata per incuriosire il lettore e fargli scoprire validi artisti che i più ignorano.

Sacro. Simone da Cusighe e Montagna.

Uno dei primi artisti nei quali ci si imbatte al primo piano è Simone da Cusighe, vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, con il quale prende le mosse formalmente l’arte bellunese. La sua bottega era attiva sia nella pittura sia nell’intaglio ligneo; egli è presente nel museo con un finto polittico dedicato a Sant’Antonio abate, insieme ad altri santi, risalente alla fine del XIV secolo. Ancora legato al Gotico internazionale, Simone da Cusighe non disdegna un’analisi prospettica nel trono su cui è posta la figura principale, benché il risultato appaia rudimentale e segnato da un’aria provinciale. Basta tuttavia un secolo, condensato in pochi metri del primo piano, per scoprire notevoli trasformazioni nell’arte veneta.

Simone da Cusighe | Polittico dedicato a Sant’Antonio abate

Una Madonna con il Bambino del 1490 ca, situata al primo piano, ci introduce a Bartolomeo Cincani, detto Montagna. Nato intorno alla metà del XV secolo, Vasari lo fa seguace di Mantegna, mentre Ridolfi di Bellini.
Si formò negli anni Sessanta, a Vicenza: pur non avendo avuto accesso alle novità della Penisola, M. diede forma a un proprio stile, in parte ispirandosi ad artisti locali. Alla fine del decennio frequentò Venezia: in quel periodo, Mantegna doveva già essersene andato dalla città, ma la sua influenza rimaneva viva, come quella del suocero Jacopo Bellini e dei due figli, attivi in Laguna insieme ad artisti quali Antonio e Bartolomeo Vivarini. Giovanni Bellini stava interpretando Mantegna a modo suo, e sembra che M. rimase influenzato non tanto dal lavoro luminoso sul colore, quanto sui volumi e sul segno.
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014 | pp. 27-28
Gli esordi vicentini fanno emergere anche l’influenza di Antonello da Messina, che era stato a Venezia, poiché M. provò a riportare gli effetti di luce dati dall’olio impiegando però la tecnica della tempera.
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014 | p. 35
Per tutta la vita, fece interagire le due tecniche, senza mai risolversi davvero in un’unica direzione.
Negli anni Ottanta aprì una sua bottega. 
Lavorò per la Certosa di Pavia, ed entrò forse in contatto con Bramante. Qui egli rappresentò una Madonna con il Bambino e santi: assimilata la lezione di Antonello, M. mostra il braccio della Vergine, che regge una pera, in una profondità spaziale inedita per l’artista.
Questo lavoro non ebbe alcuna eco in Lombardia, ma si fece sentire in Veneto [...]
Fu lo stesso M. a riproporre la sua costruzione nella Madonna con il Bambino conservata al Museo civico di Belluno. La tecnica è tempera e olio su tavola: la struttura conica dei personaggi ritaglia la scena, già rimarcata dai parapetti. La Madonna è rappresentata con un broccato adornato di perle, pietre e raffinati bottoni; il mantello la avvolge e sporge sul parapetto, dove è collocato il Bambino. La mano della donna regge un paio di ciliegie e sonda lo spazio. La luce è bianca, fredda, e le forme – secondo la critica di Fogolari, del 1910 – sono scavate nel diaspro e appaiono come rilievi scultorei. Ciò contribuisce a dare un tono monumentale alla rappresentazione, che risulta essere rilassata.
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014 | pp. 59-60, 332
Montagna si spense nel 1523, lasciando la propria eredità – artistica e materiale – al figlio Benedetto.

Madonna con il Bambino di Bartolomeo Cincani e Cristo davanti a Pilato di Domenico Tintoretto

Intermezzo. Domenico Tintoretto e Antonio Gabrieli.

Proseguiamo la nostra visita virtuale tra altre opere del Museo civico di Belluno, tra cui un Cristo davanti a Pilato del 1580, di Domenico Tintoretto, che i “profani” potrebbero confondere con il celebre padre, Jacopo, il cui cognome di famiglia era Robusti. L’opera in sé, come la carriera dell’artista, non sfiorarono nemmeno la grandezza del padre, ma è interessante ricordare che il dipinto era parte di un ciclo di dieci tele legate alla passione di Cristo, realizzate anche da altri pittori quali Palma il Giovane e Paolo Fiammingo. Pensato per la chiesa di Santa Croce di Belluno, il ciclo, di ispirazione controriformistica, è forse il più elaborato del periodo per quanto riguarda la terraferma veneta.
Un’altra tela di notevoli dimensioni è L’Immacolata e i santi protettori della città di Belluno di Antonio Gabrieli, datata 1730-40 ca. Nato e morto a Belluno, questo artista imparò forse a dipingere da autodidatta, ma ottenne comunque un certo riconoscimento da parte dell’élite bellunese e trevigiana, che gli commissionò opere. Nel caso de L’Immacolata, Gabrieli aveva potuto attingere alle suggestioni ricevute in un viaggio a Venezia; non a caso si ritrovano in lui i tratti di Giannantonio Guardi e di Giovan Battista Piazzetta, oltre alle citazioni di Sebastiano Ricci, artista bellunese di nascita, di cui parleremo a breve.
L’impianto della tela è scenografico, le pose esagerate e la luce sembra quasi artificiale, tanto appaiono brillanti i bianchi e gli ori. L’effetto complessivo è tuttavia armonico, per quanto le figure sembrino compresse in uno spazio che le architetture sullo sfondo ignorano, per elevarsi oltre i confini del dipinto, alla maniera di un Tiziano mediato dalla luminosità di Tiepolo.

Profano. Giovanni De Min e Placido Fabris.

Abbandoniamo le rappresentazioni sacre per incontrare le opere di altri due artisti. Se Antonio Gabrieli rappresentava i santi protettori di Belluno, Giovanni De Min riprendeva un evento storico della città. Il dipinto di Ezzelino ricacciato dalle mura di Belluno, datato tra il 1800 e il 1850, rappresenta uno studio per l’affresco della Sala Consiliare per il municipio cittadino.
De Min aveva umili origini, ma le sue capacità gli permisero di accedere all’Accademia di Belle Arti di Venezia, grazie alla protezione della famiglia Falier. Il presidente dell’istituzione, Leopoldo Cicognara, si mosse con Francesco Hayez per garantirgli una borsa di studio a Roma, presso la bottega di Antonio Canova. Dopo aver lavorato in Vaticano, interprete del Neoclassicismo, dipinse anche al Tempio Canoviano di Possagno, in onore al maestro. Trasferitosi a Milano, lavorò in alcuni palazzi nobiliari, le cui opere andarono tuttavia distrutte nei bombardamenti americani della seconda guerra mondiale.
Tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, realizzò alcune delle sue opere migliori, tra cui l’episodio storico che dipinse a Belluno, riferito al lontano 1248, quando Ezzelino III da Romano, signore della Marca Trevigiana, attaccò la città in rivolta. L’affresco che ne derivò mirava a recuperare la cinquecentesca tradizione veneta della pittura murale, in particolare del Pordenone e dell’Amalteo. Il dipinto mette in luce una composizione scenografica, con diversi punti di luce ad animare le scene principali. Sullo sfondo, la città medievale delimita la scena; sfuggono solo le numerose nuvole grigie. La violenza della battaglia è esasperata dai volti contratti e, ancora di più, dallo strazio dei cavalli, la cui espressione sembra quasi umana. Gli sguardi severi dei vivi lasciano spazio al riposo dei morti, piegati su se stessi. Sulla sinistra, troviamo Ezzelino ferito, che tenta di reagire all’attacco subìto: il suo volto sdegnato fa da contraltare all’aria di sfida del suo assalitore, il cui cavallo è però trattenuto da un soldato di Ezzelino, a sua volta colpito. L’intreccio dei corpi fa dunque eco alla sequenzialità dell’azione e dona organicità alla rappresentazione; come nota però Paludetti, «manca invece l’espressività stilistica del colore» [G. Paludetti, Giovanni De Min, Del Bianco Editore, Udine, 1959] e dunque la coerenza è limitata all’aspetto contenutistico.
Pittore, affrescatore e scenografo, Giovanni De Min fu un artista completo. Morì a Tarzo, in provincia di Treviso, nel 1859.

Ritratto dell’abate Giovanni detto Germanico Bernardi di Barbarano di Placido Fabris e Caduta di Fetonte di Sebastiano Ricci

Nello stesso anno, solo due settimane dopo, moriva a Venezia uno dei più significativi ritrattisti veneti dell’Ottocento, Placido Fabris. Si era formato all’Accademia di Belle Arti della città lagunare, distinguendosi nel periodo 1817-1822; ritrattista di vocazione, egli fu anche restauratore di dipinti. Tra i suoi committenti rientrò anche lo zar Nicola I Romanov, che giunse in laguna il 24 dicembre 1845 e chiese al pittore delle copie di Tiziano, segno che fosse apprezzato quale interprete della pittura antica.
A Belluno sopravvive il Ritratto dell’abate Giovanni detto Germanico Bernardi di Barbarano, un olio su tela del 1836. La bravura di Fabris trova un’eco nella sua indagine del passato e del particolare minuzioso. La cura maniacale per il dettaglio lo porta a dipingere una lettera il cui testo è leggibile e di senso compiuto, ma ancora più sorprendenti risultano i panni soffici, il marmo che infonde una vibrante freddezza, le polveri e i pulviscoli che acquistano spessore e tridimensionalità. Ed è facile notare, in tanta enfasi per il dettaglio elegante, il contrasto del volto incavato e l’espressione tanto dignitosa quanto malinconica.

Eroico. Sebastiano Ricci.

In questo scorcio del Museo civico di Belluno, siamo partiti con personaggi sacri, abbiamo proseguito con altri profani e concludiamo, ora, con la mitologia greca. Per farlo, dobbiamo raggiungere l’ultimo piano degli spazi espositivi.
Veniamo accolti da una luce soffusa, che illumina con solennità le tele di Sebastiano Ricci, tra cui la Caduta di Fetonte. Nato a Belluno nel 1659, Sebastiano Ricci è noto per aver contribuito in modo rilevante al passaggio dall’arte barocca a quella rococò. Si formò a Venezia, dove però, per evitare il matrimonio, cercò di avvelenare una giovane che aveva messo incinta. Incarcerato e poi liberato grazie alle sue conoscenze, se ne andò a Bologna; ottenne diverse commissioni da nobili e da religiosi e, infine, sposò la donna che aveva tentato di uccidere, Antonia Venanzio. Ufficiò la messa il futuro papa Innocenzo XII, che divenne un committente. Conobbe poi Ranuccio II Farnese, duca di Parma, che gli concesse una pensione mensile e un soggiorno romano a Palazzo Farnese. Alla morte del suo mecenate, nel 1694, raggiunse Milano e operò in Lombardia e in Veneto.
Artista di respiro europeo, nel 1711 partì per l’Inghilterra insieme al nipote Marco, e realizzò otto tele di soggetto mitologico per la residenza londinese di Lord Burlington, in cui risaltano, tra gli altri, i riferimenti agli affreschi di Annibale Carracci al Palazzo Farnese di Roma. Nel 1716 raggiunse Parigi, dove conobbe Watteau, e due anni dopo era di nuovo a Venezia. Negli ultimi anni lavorò per i Savoia, per la corte viennese e per committenze locali. Si spense nel 1734.
La Caduta di Fetonte del museo bellunese fu forse il frutto di un lavoro realizzato di ritorno da Vienna, e non a caso la scena è una ripresa del soffitto affrescato a Schönbrunn.
[...] La commissione venne probabilmente da Pietro Fulcis, ammesso nel 1702 nell’Ordine di Malta, come cavaliere non professo. Il ciclo pittorico, che includeva stucchi e altri dipinti – tra cui un Ercole al bivio, incerto se seguire la Virtù o il Vizio – si trovava in origine in un’altra stanza di Palazzo Fulcis, forse lo studiolo del committente. In particolare, il Fetonte era situato al centro del soffitto.
J. Daniels (a cura di), L’opera completa di Sebastiano Ricci, Rizzoli, Milano, 1976 | pp. 7, 98
La versione più nota del mito narra che Fetonte raggiunse l’estremo Est per incontrare il dio del Sole, Elio, che era suo padre. Questi gli concesse per un giorno di guidare il carro solare, ma il giovane, non riuscendo a governare i cavalli di Apollo, perse il controllo: così il carro si avvicinò troppo alla Terra, devastandola. Per porre rimedio al disastro, Zeus scagliò un fulmine, che fece precipitare Fetonte nelle acque del fiume Eridano, dove annegò. Il momento rappresentato da Sebastiano Ricci è l’intervento di Zeus. Il padre degli dèi, scosso dall’accaduto, scaglia la propria arma, che si materializza nell’atmosfera elettrica dipinta dall’artista. Fetonte è spodestato dal mezzo, che ha le caratteristiche di un trono regale, e precipita a testa in giù in mezzo ai cavalli. Pur nella disperazione dell’attimo, il suo corpo divino scivola elegantemente verso un cielo azzurro, che anticipa il blu profondo delle acque. Solo uno dei cavalli sembra opporre resistenza alla gravità e il suo corpo si appiattisce sul ventre, come se un’enorme lastra invisibile lo trattenesse nell’aria. Ma è la parte meteorologica a saldare l’armonia del dipinto, in un’alternanza di nuvole e di sereno, nel quale si impone l’autorità del dio, manipolatore degli elementi del cielo.
Il critico Pallucchini definì la tela la «prima prova veramente barocca della pittura veneziana», introducendo una commistione di culture e stili diversi.

Festa a Venezia di Ippolito Caffi

Molte sono le sale e le opere non citate di Palazzo Fulcis.

Ricordo i bronzi cinquecenteschi di Florio Miari, legati a quel Rinascimento affascinato dall’universo pre-cristiano. Ricordo la notevole collezione di spade, in una terra che fu per secoli il fulcro di un’intensa attività estrattiva e produttiva collegata alle lame. E ancora la raccolta di stampe e disegni, tra cui quelli di Giovanni De Min; la Collezione Zambelli, ricca di porcellane; le matrici xilografiche lignee che furono della tipografia bellunese fondata da Simone Tissi, e che mi riportano alla mente il Museo della Stampa di Bassano del Grappa, dedicato alla tipografia Remondini, dove Tissi fece un tirocinio.
Porto però nel cuore, e per questo li ho taciuti, i paesaggi di Ippolito Caffi e di Alessandro Seffer. Vedo una tela spartita tra l’azzurro limpido del cielo e il verde scuro del greto del fiume Piave. Avvicinandomi, noto il colore che vibra sulla superficie consumata e, quasi invisibili, i cacciatori con i loro cani. Sullo sfondo, alcuni centri abitati segnano il confine tra la terra e il cielo, ribadito, ancora più in profondità, dalla linea grigio-blu delle Alpi. Mi congedo da Seffer per abbandonarmi ai paesaggi di Caffi. Mi ritrovo a Venezia; c’è una festa notturna alimentata dai fuochi e dalla luce lunare. Le persone sono ombre o teste senza volto; contano solo gli edifici deformati come se fossero strutture di cartapesta di una scenografia. Più mortifera l’immagine di una Venezia innevata, in cui gli uomini sono ridotti a sagome nere e la neve seppellisce alcuni dettagli, per far risaltare meglio l’ampiezza delle pennellate. Proseguo con la mente e giungo infine in altre terre, prossimo al riposo. Mi ritrovo parte di una carovana nel deserto, pronto per essere accecato dalla luce che sta facendo capolino alle spalle di un obelisco. Forse la memoria devastante di Fetonte riposa ancora tra quelle dune.

Bibliografia

Dove non diversamente indicato, le informazioni sono state tratte dal sito ufficiale dei Musei Civici di Belluno, così come le fotografie delle opere, tranne per i dettagli biografici di Antonio Gabrieli e di Giovanni De Min, ricavati da Treccani.it
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014.
G. Paludetti, Giovanni De Min, Del Bianco Editore, Udine, 1959.
P. Conte, E. Rollandini (a cura di), Placido Fabris pittore 1802-1859. Figure, avresti detto, che avevano anima e vita, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Milano), 2004.
J. Daniels (a cura di), L’opera completa di Sebastiano Ricci, Rizzoli, Milano, 1976.
A. Scarpa, Sebastiano Ricci, Bruno Alfieri Editore, Milano, 2006.

PH Credits

© Musei Civici Belluno
Cristo davanti a Pilato, Domenico Tintoretto
Ritratto dell'abate Giovanni detto Germanico Bernardi di Barbarano, Placido Fabris

Le altre immagini sono di pubblico dominio.

Argyros Singh
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Viaggio sentimentale nella fotografia di Elio Ciol

Viaggio sentimentale nella fotografia di Elio Ciol

Viaggio sentimentale nella fotografia di Elio Ciol

FotografiA Di Argyros Singh. Respiri di viaggio: la fotografia di Elio Ciol in mostra a Casarsa della Delizia fino al 26 settembre, tra il colore emozionante e il b/n sentimentale dei suoi scatti in giro per il mondo.

Casarsa della Delizia non è solo la città dove Pasolini ha vissuto gli anni giovanili; altre figure l’hanno animata nel corso del Novecento, per arrivare fino a oggi. In questi mesi, il fotografo Elio Ciol, nato nel 1929, espone nella sua città natale la mostra intitolata Respiri di viaggio, inaugurata il 3 marzo 2021 e prorogata fino al 26 settembre 2021.
Ciol aveva cominciato da giovanissimo a lavorare nel laboratorio fotografico del padre; nel decennio 1955-65 si era dedicato anche ai film documentari ed era stato fotografo di scena ne Gli ultimi di Vito Pandolfi e padre David Maria Turoldo.

Durante la sua attività Elio Ciol ha collaborato a numerosi cataloghi d’arte e ha prodotto diversi libri fotografici.

Le esposizioni sono molteplici, a livello italiano e internazionale, tra cui una mostra a New York (Immagini d’Italia) e una a Parigi (L’incanto della visione), entrambe del 2000. Tra i vari riconoscimenti, legati non solo alla sua terra d’origine, Ciol ha ricevuto un’attenzione particolare in àmbito russo: vale la pena segnalare la mostra antologica alla Classic Gallery di Mosca (2011-12) e la retrospettiva del 2019, che gli dedicò il MAMM (Multimedia Art Museum) di Mosca, diretto da Olga Sviblova, con 161 scatti del periodo 1950-90.
Con all’attivo circa trecento mostre, tra personali e collettive, e fotografie pubblicate in più di duecento libri, le opere di Elio Ciol hanno avuto fortuna internazionale, venendo acquisite da istituzioni quali il Metropolitan Museum of Art di New York, il Victoria & Albert Museum di Londra e il Museo Puškin di Mosca.
Sempre legato alla sua città, nel 2016 ha donato oltre settecento opere al Comune di Casarsa della Delizia, che ha organizzato la mostra che ora andremo a scoprire.

Respiri di viaggio

Le fotografie non sono suddivise in ordine cronologico, ma per area geografica, e la mostra è stata curata, insieme al catalogo, dallo storico dell’arte Fulvio Dell’Agnese.
Il b/n delle prime foto si alterna presto ai colori vivaci degli arabeschi e degli affreschi nelle chiese ortodosse. Uno dei tratti distintivi di questi scatti risiede nella pulizia geometrica operata dal Ciol, che rimarca i chiaroscuri e, soprattutto nel b/n, sembra spingere il piano alla profondità tipica di un bassorilievo. Sottile anche il gioco tra geometrie naturali e artificiali, quest’ultime connesse in particolare alle architetture.

Un modello: le foto spagnole

L’Alhambra di Granada - La moschea di Cordoba - La cattedrale di Siviglia - Il Guggenheim Museum a Bilbao

L’Alhambra di Granada e la cattedrale di Siviglia

Il primo gruppo di foto rappresenta l’Alhambra, a Granada. Qui i vivaci colori arabi si annullano nel b/n e rimane la pura forma: il succedersi di gallerie, archi e colonne, ripetuto in maniera quasi ossessiva, trasforma l’ambiente umano in un antro naturale, benché l’evolversi della materia sia guidata dalla mano dell’uomo. Nella prospettiva del fotografo, ogni arco appare l’introduzione al successivo, in un effetto matrioska che è possibile suggerire, a livello fotografico, all’infinito, ben al di fuori della cornice. In altri casi, la successione si esaurisce verso l’esterno, dove un cielo bianchissimo è pura luce, fonte essenziale nel riverberare le curve e le pieghe degli arabeschi.
Al contrario, la foto rappresentante la Porta del perdono è l’introduzione a un altro luogo di culto, la cattedrale di Siviglia, ma è un passaggio buio, reso ancora più oscuro dallo sguardo severo di san Pietro, dall’alto in basso. Nell’intreccio di queste opere, l’anima spagnola, intrisa della cultura mussulmana, dialoga nel silenzio della luce e dell’ombra, e se il luccichio dei pinnacoli e delle guglie è rassicurante, il nero delle vetrate e del rosone pone quasi in soggezione. Sembra quindi che il valore della luce sia apprezzabile a pieno solo dagli interni, laddove portali e vetrate nutrono l’edificio di una forza spirituale, sebbene dall’esterno questa energia appaia contenuta in uno scrigno minaccioso.

La Casa di Pilato, a Siviglia

Il punto di equilibrio si trova nella Casa di Pilato, a Siviglia, in cui Elio Ciol fotografa tre elementi all’apparenza indipendenti l’uno dall’altro. A un’attenta analisi, si rivela una delle fotografie più singolari della mostra. In alto, a parete, un insieme di armi, scudi e armature abbandonati in disordine, a coprire ogni spazio libero, come a suggerire l’esito nefasto di una battaglia. Al di sotto, la scultura che ritrae una donna dormiente; non una Venere, quanto una figura umana naturalmente spossata. Infine, a sinistra, una colonna regge un busto dall’espressione sconsolata, che potremmo immaginare insoddisfatta, se unita alle altre due forme. Nel complesso, gli elementi restituiscono un’impressione di stanchezza e di ordine forzato; l’eroismo è lontano e dormiente: non restano che pose dimesse e frammenti di storia che cercano di essere ricostituiti.

La moschea di Cordoba

Le fotografie della moschea di Cordoba, invece, mettono in risalto quell’interesse per i pattern tipico dell’arte araba e mussulmana. Il doppio ordine di archi sembra non avere fine e la visuale dal basso, tutta umana, schiaccerebbe l’osservatore, se non fosse per il bianco del soffitto che suggerisce, ancora una volta, un’apertura luminosa verso il cielo. Qui più che mai l’architettura è disegnata dal fotografo per suggerire una verticalità prodotta da elementi costruiti l’uno sull’altro, come in un alveare o in un castello di sabbia bagnata.

Il Guggenheim Museum a Bilbao

Le ultime foto spagnole sono invece legate all’arte contemporanea e rappresentano l’esterno del Guggenheim Museum, a Bilbao. In un primo scatto, un enorme aracnide domina il paesaggio e cattura gli avventori, ma – negli scatti che seguono – l’edificio realizzato da Frank O. Gehry si rivela un mostro ben più imponente e minaccioso, che ridicolizza la grandezza della bestia. Nella sua informità, imprigiona le luci in un modo non diverso dai luoghi che ho citato: il b/n rende lucide le pareti, glaciali, ma sono le zone d’ombra a incutere un timore reverenziale, in particolare a uno degli accessi. Sommessa, una linea di persone vestite di bianco funge da definitivo metro di misura tra l’uomo e la sua progenie.

Rovine e testimoni della storia

L’attenzione maggiore a questo gruppo di foto è un modo per parlare di alcune caratteristiche della fotografia di Elio Ciol: dall’impiego diffuso del chiaroscuro all’isolamento di alcuni pattern naturali o architettonici, dal gioco di proporzioni dettato dalla prospettiva all’interazione umana con i luoghi attraversati.
Quando poi l’umanità viene meno, restano le rovine di un passato glorioso.

Torri di tufo in Cappadocia - La Sfinge - La Casa di Pilato a Siviglia - Le rovine di Gerasa

Egitto, Libia e Giordania

L’Egitto ne è un esempio, con la sfinge in primo piano a rubare la scena e le proporzioni alle piramidi. E così, negli scatti libici di Leptis Magna, troviamo colonne distese, capitelli capovolti, un volto scolpito che guarda il cielo a bocca aperta, invocando l’attenzione dall’alto, mentre intorno crescono le erbacce, pronte a riappropriarsi dell’ambiente. Al contempo, un edificio a tholos, sfumato, è lasciato sullo sfondo con una luce sottile, quasi onirica, a circondarlo. Le rovine cercano di mantenere una loro dignità formale, una geometria e un ordine, ma si perdono in frammenti sconnessi di architettura.
Qualcosa di simile accade con le rovine di Gerasa, in Giordania, ma alcuni colonnati sopravvivono alla distruzione e ancora più potente è la loro immagine in un Medio Oriente attraversato da conflitti millenari. Addentrandosi nel deserto giordano, si ritrovano, racchiusi nell’arenaria, i monumenti funebri del regno nabateo, il cui stato di conservazione permette di apprezzarne le forme compiute. Nate da quella stessa roccia, le architetture rievocano la poesia di Michelangelo Buonarroti, per il quale nella pietra grezza si celava già il principio di ciò che sarebbe emerso.
Il cammino tra le rovine prosegue a ritroso nel tempo: di nuovo in Libia, a Mathendush Wadi, le rocce sono solcate da graffiti rupestri di origine prevalentemente neolitica, ritraenti animali quali giraffe e coccodrilli, unici testimoni di un luogo arido, un tempo solcato dalle acque.

Mongolia e Turchia

Diverse, invece, le figure che abitano il monastero buddhista di Erdene Zuu, in Mongolia, tra animali leggendari e reali, mentre un uomo in carne e ossa passa tra di loro a cavallo, lentamente: i resti non sembrano accettare l’accezione di “rovine” e continuano la loro guardia imperturbabili. Un esercito di nuvole li sovrasta e le volute del cielo si uniscono alle pieghe che modellano il volto di un drago. In un altro monastero, quello di Gandan a Ulan Bator, sempre in Mongolia, Elio Ciol mostra gli esseri demoniaci e leggendari appollaiati su tetti che sembrano onde o morbide correnti d’aria. Di nuovo, queste creature controllano il sito, indifferenti sotto il cielo nuvoloso che li opprime: esse possono ancora raccontare la loro storia, mentre le analoghe nubi delle foto in Armenia, a Zorats Karer, coprono alcune nude rocce disposte così almeno settemila anni fa. I menhir lasciano supporre l’ordine che li aveva caratterizzati, ma di loro non restano che schegge giganti ricoperte di muffe e prossime a disfarsi nei millenni a venire.
In Cappadocia, alcune torri di tufo, dette Camini delle fate, mescolano la mano dell’uomo a quella della natura. Si tratta di rocce lavorate dagli agenti atmosferici e in seguito da coloro che vollero ricavarne dei rifugi. In questo caso, Ciol gioca sulle proporzioni, al modo dell’aracnide di Bilbao, e siamo indecisi se le torri siano l’antro di piccoli esseri o grattacieli naturali.

Luoghi dello spirito

Nelle fotografie di Mathendush Wadi, di Zorats Karer e della Cappadocia riusciamo a percepire, grazie alle inquadrature del fotografo, un’anima antichissima, forse l’ultima traccia di un’impronta umana, o qualcosa di ancora più elevato.

La Madrasa di Mir-i-Arab - Il monastero di Zagorsk - Varanasi - Il Palazzo di pietra di Khiva - Shah-i-Zinda

Cina

Vi è un filone spirituale nelle fotografie di Elio Ciol che parte dalla preistoria e prosegue nei millenni. Ho già accennato ai templi della Mongolia, in paziente attesa di un avvenire ignoto.
Anche in Cina troviamo un particolare genere di spiritualità, connessa al sentimento comune di un popolo. I turisti che visitano la Grande Muraglia o la Città proibita imperiale, a Pechino, vivificano quei luoghi, così come i visitatori e i fedeli che camminano tra i rilievi scolpiti nella roccia della Collina Fubo, a Guilin. Nel ritratto dell’antica Cina compiuto da Ciol, tornano al centro le persone che, se affiancate ai soldati dell’Esercito di terracotta, a Xian, continuano ad assistere, con fiducioso rigore, alla grandezza di un impero che sembra destinato a risorgere.

Russia e Uzbekistan

Una potenza in decadenza è invece quella sovietica, ritratta da Elio Ciol nel 1985, nell’allora Leningrado (San Pietroburgo), durante una commemorazione per la vittoria del 1945, in cui si perpetua una propaganda del popolo a cui i pochi civili ritratti sembrano ormai estranei. Anonimi nelle loro divise scure, i soldati marciano come formiche guidate da una mano invisibile.
Più simili tra loro le rappresentazioni della spiritualità cristiana, mussulmana e indù. Ciol isola in alcuni scatti gli arabeschi, assolutizzandoli, ma altrove, per gli stessi ambienti, ci offre una visuale di più ampio respiro, che include i fedeli e gli edifici geometrici.

La Madrasa di Mir-i-Arab, a Bukhara, in Uzbekistan

Alla Madrasa di Mir-i-Arab, a Bukhara (Uzbekistan), un gruppo di donne del luogo è vestita con i colori dei mosaici e degli affreschi, a partire dal turchese e dalle tonalità del blu: l’insieme è reso omogeneo da un cielo dall’azzurro molto chiaro, sfumato ulteriormente da nuvole bianche che, sporgendo dall’orizzonte, sembrano vapori paradisiaci. Vi è anche un aneddoto del fotografo dietro a uno di questi scatti: egli si trovava in visita alla madrasa con un gruppo turistico, ma l’affollamento non aveva permesso di fare una fotografia che – a detta di Ciol – potesse esprimere quello che sentiva. Attese dunque il passaggio del gruppo e, a quel punto, le donne mussulmane attraversarono lo spazio, venendo immortalate. I retroscena non finiscono, perché in una foto possiamo osservare la presenza della moglie del fotografo, in fondo a destra, a braccia conserte in attesa del marito. Nelle sue fotografie, dunque, si trovano sia soggetti in posa che posti in modo casuale: l’interesse di Ciol consiste comunque nell’offrire all’osservatore un’immagine credibile.
Anche al monastero di Zagorsk, in Russia, ritroviamo il turchese e i colori vivaci dell’arte araba, in una commistione con l’arte classica nell’architettura. Il cielo è qui grigio, offuscato, ma nello scatto che ritrae le tre fedeli si trasforma in un bianco nitidissimo, destinato a proseguire nelle linee delle mura del santuario. Ancora una volta, l’accesso è oscuro, sebbene sia qui accompagnato dagli affreschi, che spingono l’avventore a raccogliersi in se stesso, come sembra fare una delle donne con il segno della croce.
Un altro momento di raccoglimento è quello attuato dallo stesso fotografo, che in uno scatto ritrae un artista di strada nell’atto di dipingere, e l’oggetto di interesse è lì, sul fondo, pronto per essere tradotto in una pellicola o su carta, a seconda delle sensibilità.

Bulgaria e India

Nel monastero di Rila, in Bulgaria, ritroviamo il grigiore di Zagorsk e persino le poche persone presenti sembrano inglobate nella pietra. A parlare, qui, sono le creature angeliche e infernali rappresentate sugli affreschi: mostri tratti da antiche civiltà e catapultati nell’universo cristiano, dove non dominano più e risultano invece umiliati. Unica, la Morte a cavallo, ha ancora la forza di imbrigliare i corpi e le anime nella bocca dell’Inferno.
Un religioso cammina tra queste immagini, con le mani incrociate dietro la schiena e l’espressione concentrata. La sua severità e compostezza richiamano alla mente quella di un altro fedele, questa volta indù, a Varanasi, in India. L’uomo cammina scalzo; è serio e guarda verso il basso, avvolto in se stesso. Lui e una vacca, considerata sacra, sono le uniche figure messe a fuoco: immortalate in una posa statuaria, portano equilibrio in una scena le cui architetture sembrano precipitare al suolo.

Affreschi, incisioni sulla roccia, edifici. Non sono gli unici soggetti che Elio Ciol fa parlare: più sottile è il dialogo intrattenuto dagli elementi essenziali, ovvero le linee, le curve, le geometrie intrecciate.

In Uzbekistan, il Palazzo di pietra di Khiva (Tosh-Hovli), la Casa dell’ambasciatore a Tashkent e Shah-i-Zinda, a Samarcanda, mostrano un tripudio di colori prodotto su maioliche, pietra e legno intagliato che appare roccia levigata. I motivi ornamentali diventano il vero soggetto su cui concentrare il proprio spirito. In particolare, gli schemi geometrici sono ammorbiditi dalla grafia araba e il bianco, l’azzurro e il blu emanano un senso di pace che cancella i limiti fisici della struttura, con i suoi volumi, e accompagna l’anima verso l’ascesi.
Non solo colori, però. Le mura di Khiva, rappresentate in b/n, si distendono come un tappeto nero che sfiora i piedi dei passanti; si direbbero dune di morbida sabbia, ma sono tradite dai merli che cingono le torri. E allora sono le ombre, scurissime, a celare la mano dell’uomo, restituendo la pura forma. Una statua, certamente di un saggio, è piegata a osservare che cosa accade a valle: le pareti che lo accerchiano ritornano onde di sabbia, pronte a migrare insieme al pensiero che trasmettono.

Questo desiderio di essere trasportati in altri lidi, questo flusso continuo che muove l’uomo e la natura è una costante.

In Nepal, i terrazzamenti sulla strada per Dhulikhel, a est di Katmandu, raccontano una natura rigogliosa, incompatibile con le poche risorse mostrate ai bordi dei laghetti di Chapgaun, dove i bambini cercano di ingegnarsi per vivere meglio. I terrazzamenti appaiono in pieno moto, pronti a trasformarsi nei soldati sovietici in marcia, a Leningrado, o viceversa.

In tutto questo, l’acqua è ovunque.

Nella vegetazione rigogliosa, in un laghetto ristagnante, nelle nubi grigie. È, ancora, nelle rocce di Petra, mescolata agli altri elementi per creare l’arte primigenia della Natura, o nella sacralità del fiume Gange, dopo un lungo viaggio durato oltre 2.500 chilometri, a partire dalle vette dell’Himalaya. Infine, l’acqua è nell’essenza delle fotografie di Santorini, in Grecia: è nel mar Mediterraneo, nel cielo e nelle cupole, inframmezzato al bianco delle nuvole, delle case e della schiuma. È la pace dell’Occidente, che aspira a un ritorno alla Natura, attraverso una nuova porta d’accesso verso l’origine.

Credits: www.themammothreflex.com

Argyros Singh
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