Gli scrittori della porta accanto

Surrealismo e magia in mostra a Venezia



Arte Di Argyros Singh. Surrealismo e magia. L’emancipazione attraverso il simbolo in mostra a Venezia fino al 26 settembre.

La mostra Surrealismo e magia. La modernità incantata nasce dalla collaborazione tra la Peggy Guggenheim Collection di Venezia e il Museum Barberini di Potsdam. Inaugurata il 9 aprile 2022 nella sede veneziana, proseguirà fino al 26 settembre, per poi spostarsi dal 22 ottobre al 29 gennaio 2023 nella città tedesca.
La mostra, curata da Gražina Subelytė, presenta una sessantina di opere provenienti da decine di grandi istituzioni e collezioni internazionali (per esempio il Centre Pompidou, il Solomon R. Guggenheim Museum, etc.), ma si fonda innanzitutto sul patrimonio della collezione veneziana.

Il tema è la declinazione del mondo occulto secondo gli artisti della Pittura metafisica e del Surrealismo.

I nomi sono quelli noti al grande pubblico, ma non solo. Troviamo Giorgio de Chirico, Paul Delvaux, Salvador Dalí, Leonora Carrington, Remedios Varo e moltissimi altri. Su tutti, sovrastante, o unificante, la figura di Max Ernst, quasi lo spazio pittorico da lui ideato rappresentasse il contenitore ideale dell’universo surrealista.
La mostra vuole rimarcare il ruolo dell’artista in veste di mago, alchimista e visionario. Persone che spesso erano state coinvolte nella prima guerra mondiale, e che nell’irrazionale e nel simbolo avevano trovato la loro espressione: da un lato evasione, dall’altro emancipazione attraverso lo strumento artistico. Se la magia è prima di tutto μῦϑος, “discorso” dunque parola, metafisici e surrealisti declinano tale mito in forma di immagine, rievocando la funzione simbolico-didattica propria dell’allegoria medievale, ma anche la rappresentazione “surreale” alla Bosch o alla Arcimboldo. Nel mezzo, una costellazione di intuizioni storico-artistiche, per esempio romantiche e simboliste, e soluzioni inedite e originali a cui sono giunti i novecentisti.

La mostra mira anche a mostrare l’attualità delle opere proposte, afferendo a una serie di parallelismi con il passato, in una interpretazione ciclica della storia.

Guerra, pandemia e crisi ambientale sono in fondo essi stessi simboli di problematiche ricorrenti nella storia della nostra specie, ed è per questo che è utile guardare al futuro sulle spalle di questi giganti. Che ci offrono risposte: valide allora e stimolanti per una nuova riflessione.
Per esempio, all’interno del movimento surrealista, le donne ebbero modo di esprimere la propria ispirazione sfuggendo a molte delle imposizioni di una società dominata dagli uomini. Lo vediamo ne La donna del lago (1953) di Leonor Fini, in Celestial Pablum (1958) di Remedios Varo e in Grandmother Moorhead’s Aromatica Kitchen (1975) di Leonora Carrington. Il terzetto di donne sembra dialogare, declinando manifestazioni represse della femminilità. Nella prima opera appare la donna fatale, ninfa di un lago tenebroso, che domina l’osservatore con lo sguardo; nella seconda, la figura femminile trasforma la materia celeste e la riduce in suo potere; nella terza, un gruppo di donne incappucciate compie un rituale domestico, trasformando la cucina da prigione femminile a fucina di un’operazione alchemica.

Talvolta, nel loro contatto col presente, le opere in esposizione possono diventare un monito.

L’Idillio melanconico atomico e uranico (1945) di Salvador Dalí è a un tempo la distesa rassegnazione delle forme stanche e sperdute, ormai prive di senso, ma anche l’occasione di riscrivere una storia partendo da elementi che hanno smarrito significato e utilità.
In tre opere di Max Ernst, realizzate tra il 1940 e il 1942 (L’Europa dopo la pioggia II, Day and Night, The Bewildered Planet), quella riscrittura sembra aver già assunto contorni propri. Gli esseri umanoidi o alieni si integrano in uno spazio corrosivo, a tinte allucinanti, rese con pennellate che sembrano intrise di acido lisergico trasformato in colore.

La potenza del simbolo risiede nell’attingere a un mito, un racconto fondante dell’esistenza umana, dotato di una forma che evoca un significato.

Tra questi simboli, l’androginia, che troviamo ne Il cervello del bambino (1914), opera di Giorgio de Chirico, già appartenuta ad André Breton. Un'androginia che in chiave esoterica – è bene sottolinearlo – non è cancellazione del binomio maschio-femmina, ma inclusione delle due impronte nel forgiare un essere indipendente.
Il tema del matrimonio alchemico (La vestizione della sposa di Ernst) è per certi versi complementare all’androginia e integra questa idea di completezza e di autosufficienza, nata proprio dagli opposti.

Come veicolo di simboli, i tarocchi ricorrono nelle opere.

Il percorso della mostra parte da de Chirico, precursore del movimento surrealista – secondo le parole di Breton – e già nella prima sala, accanto ai suoi dipinti, troviamo alcune versioni dei tarocchi, in parte ispirati al Libro rosso di Carl Gustav Jung, opera insieme psicologica ed esoterica.
I tarocchi ritornano anche con Gli amanti di Viktor Brauner o nella versione realizzata da Carrington. Un’intera sala è poi dedicata all’artista e occultista svizzero Kurt Seligmann, autore del libro The Mirror of Magic (1948), che in tele come Il diavolo e il matto (1940-43) riprende una nota carta dei tarocchi.

Un ruolo centrale ha poi la metamorfosi, tema con cui poter cogliere il legame tra gli esseri viventi, nonché le analogie tra micro e macrocosmo (Il giorno e la notte di Ernst, 1941-42).

Uomo e natura si scoprono interconnessi in quadri come La donna gatto di Leonora Carrington (1951), Il gioco magico dei fiori di Dorothea Tanning (1941), La magia nera (1945) di René Magritte.
Ad affascinare gli artisti presentati in questa mostra, anche il concetto di soglia, o limes, quel luogo fisico o metafisico che segna il passaggio a una dimensione “altra”: così in Donna allo specchio di Delvaux e ne Lo specchio di Tanning. Altre chiavi d’accesso risiedono nella natura selvaggia, negli antri oscuri di una foresta impenetrabile, come in Sphynx Regina (1943) di Fini. Non ultimo, l’ingresso all’altra dimensione avviene per mezzo di un rito (The Call of the Night di Delvaux, 1938; Ritual di Carrington, 1964).

Per informazioni ufficiali sulla mostra: www.guggenheim-venice.it | info@guggenheim-venice.it.


Argyros Singh
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