Gli scrittori della porta accanto
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Divina mania, di Giovanna Pandolfelli: un estratto

Divina mania, di Giovanna Pandolfelli: un estratto

Divina mania, di Giovanna Pandolfelli: un estratto

#booktok Un estratto di Divina mania, un romanzo di Giovanna Pandolfelli (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «Per una bambina tranquilla come me, la controra era una risorsa, uno spazio senza tempo in cui ero sicura che nessuno mi avrebbe giudicata».

Amavo gironzolare in quella zona, un po’ fuori dalla confusione dell’ospedale. Passando davanti all’antro, scrutavo nella penombra per vedere se Mimì fosse dentro. Le scodelle vuote erano la traccia del suo passaggio. Inoltrandosi nel sentiero dietro la chiesetta, si giungeva al cancello del vivaio.
La prima volta che vi arrivai, per caso, inseguendo il gatto, il cancello era chiuso. Era un pomeriggio di mezza estate, il sole scottava sulla pelle, io indossavo un cappellino di paglia che mi prudeva in testa e minacciava di cadere a ogni mio movimento. Mi faceva però ombra sul viso e mi permetteva di guardare sull’asfalto senza il riverbero del sole, alla ricerca della povera bestiola impaurita.

Era la controra.

Quando tutto taceva, tutto rallentava, tutto era immerso in una bolla di calore e di luce accecante. Quel momento della giornata non mi dispiaceva, mi incuteva un senso misto di solitudine e di pace, di timore e di libertà. A volte mi annoiavo a non sentire neppure una voce in giro, eppure mi divertivo ad aggirarmi in anfratti che immaginavo segreti e che potevano essere scoperti solo in quel momento magico e sospeso del giorno. Per una bambina tranquilla come me, la controra era una risorsa, uno spazio senza tempo in cui ero sicura che nessuno mi avrebbe giudicata. Potevo aggirarmi tra i viali dell’ospedale indisturbata. Solo saltuariamente si sentivano lamenti, cantilene o urla che squarciavano la controra senza remore.
Mi avvicinai al cancello e afferrai due sbarre con le mani quasi a volerle scuotere perché si aprissero. Erano tiepide, anche loro pregne di controra. D’un tratto comparve Vito all’interno e mi sorprese con il naso tra le sbarre. Mi sentii colta in fallo e tentai di giustificarmi: «Cercavo Mimì».
Nel frattempo sbirciavo attratta dalle piante, rigogliose, colorate. Vito si mostrò particolarmente gentile in quell’occasione e fu così che scoprii che quell’angolo di giardino gli ridonava la parola. Giovanna Pandolfelli, Divina mania

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Divina Mania

Divina Mania

di Giovanna Pandolfelli
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
Copertina flessibile | 226 pag
ISBN 9791254587027
cartaceo 14,00€
ebook 2,99€

Quarta

Normalità e follia si fondono e si confondono, trovando spazio nella memoria di una bambina cresciuta all’ombra di una nonna speciale, a contatto con la sofferenza. Nel giardino di un ospedale psichiatrico di Palermo, La Real Casa de’ Matti, una bambina, nipote della direttrice, gioca tra le aiuole e condivide un legame silenzioso e profondo con gli ospiti della struttura. Con l’innocenza e la curiosità della sua età, si muove tra evocazioni e storie non dette. Da qui si dipana una trama di memorie e scoperte: dal vivaio dove Vito coltiva piante e frammenti del suo passato, fino ai corridoi della clinica, dove ogni volto racconta una storia di solitudine e speranza, come quella di Teresa, Germano, Ada e Carmela. La bambina impara a leggere le emozioni degli altri e a trovare un senso di appartenenza a un mondo che spesso non comprende, dove Donna Rosaria, la nonna, cerca di portare innovazione e cura attraverso l’arte e il lavoro manuale. Un mondo dove anche i muri possono parlare, se solo si sa ascoltare. Liberamente ispirato a una vicenda reale, il romanzo conduce nei meandri di una storia individuale e collettiva, ripercorrendo alcuni tratti della vita e della società degli anni Sessanta, alle soglie della promulgazione della legge Basaglia. Divina Mania è un viaggio delicato e potente nel cuore di un’umanità fragile, un inno alla capacità di guarire e unire, un omaggio alle voci che, seppur perdute, non smettono mai di raccontare la loro storia di emarginazione e isolamento che rendono l'ospedale psichiatrico un non-luogo, specchio di una realtà altra, una prospettiva rovesciata da cui guardare quel mondo considerato "normale".

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Fratelli in armi, di Tamara Marcelli: un estratto

Fratelli in armi, di Tamara Marcelli: un estratto

Fratelli in armi, di Tamara Marcelli: un estratto

#booktok Un estratto di Fratelli in armi – Soldati italiani nella seconda guerra mondiale, tra Fronti, prigionia e guerra di liberazione, un saggio storico di Tamara Marcelli (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «Ogni internato militare italiano ha una sua data di liberazione che spesso non coincide con quella ufficiale del 25 aprile, ma con quella corrispondente alla effettiva libertà».

Fu definita “l’altra Resistenza”, una guerra sotterranea, frutto di un duplice “No”. Quello urlato spontaneamente e coralmente l’8 settembre e quello ripetuto tra le torture e la forte pressione psicologica nei campi di prigionia. L’onore non si vende.
Hitler dispose da subito che i soldati italiani che avevano rifiutato di aderire al Reich e alla Repubblica di Salò dovessero essere inquadrati come Internati Militari Italiani (IMI) nei lager. Fu una vendetta ma, al tempo stesso, una necessaria difesa contro il coraggio dimostrato da questi italiani. Attribuendo loro la qualifica di IMI, Hitler li privava di tutti i diritti propri dei prigionieri di guerra. Venivano infatti sottratti all’assistenza degli organi internazionali (per esempio la Croce Rossa), come invece previsto dalla Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra del 27 luglio 1929.

Furono trattati come schiavi.

Arrivati ai campi venivano privati di tutto, anche dei pochi oggetti personali. Costantemente perquisiti, venivano assegnati a lavori pesanti nelle fabbriche di armi, in quelle chimiche, nelle acciaierie, fonderie, miniere, raffinerie, nelle industrie belliche e civili. Furono impiegati nella costruzione di rifugi antiaerei e gallerie sotterranee, con turni di dieci, dodici ore di lavoro al giorno. Senza cibo se non piccole razioni di acqua e scarti di patate andate a male, senza cure mediche né igiene. Dormivano in baracche fredde e buie, ammassati a gruppi. Baracche gelide e sporche infestate da cimici e pidocchi. Sempre sotto la minaccia delle armi. [...] Queste punizioni servivano a fiaccarne la resistenza psicofisica. La loro tragedia durò a lungo, furono annientati nel corpo, rapinati dei loro pochi averi, ridotti a scheletri, ma mai comprati nella loro dignità di uomini, militari e italiani.
[...] Ogni internato militare italiano ha una sua data di liberazione che spesso non coincide con quella ufficiale del 25 aprile, ma con quella corrispondente alla effettiva libertà. Molti arrivarono a casa solo nell’autunno del 1945. La liberazione dal campo e la liberazione interiore. Una necessità per continuare a vivere. Tamara Marcelli, Fratelli in armi

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Fratelli in armi

Fratelli in armi
Soldati italiani nella seconda guerra mondiale, tra Fronti, prigionia e guerra di liberazione

di Tamara Marcelli
PubMe – Collana Gli scrittori della porta accanto
Saggio storico
Brossura 21x28 | 146 pagine
ISBN 979-1254584989
Cartaceo 18,00€
ebook 3,99€

Quarta

«Mentre scrivo i miei occhi si bagnano di quelle dolorose lacrime e mi sento proprio avvilito. Sento dentro di me quell’acuto dolore della disperazione. Chissà se sono tutti vivi, se nel mio felice ritorno ritroverò quella bella famigliola che lasciai nel giorno della mia sciagura.»

Quando la patria chiama, rispondere è un dovere, ma il prezzo da pagare spesso è molto alto.
Fratelli in armi racconta le vite intrecciate dei fratelli Marcelli e dei loro cugini, giovani militari legati da vincoli di sangue e di terra, costretti a lasciare il loro paese tra le montagne del Cicolano per affrontare l’orrore della Seconda guerra mondiale.
Dal fronte balcanico alla Sardegna, dalle trincee gelide del fronte orientale ai campi di prigionia nazisti, questo libro ricostruisce, attraverso un’attenta ricerca storica e la toccante testimonianza del diario di prigonia di Lorenzo Marcelli, le vicende di soldati che non furono più gli stessi. Tamara Marcelli ci guida in un viaggio tra memoria e dolore, onore e sacrificio, rendendo omaggio a chi ha combattuto per un ideale spesso incompreso.
Diviso in due parti e arricchito da importanti appendici storiche, il libro intreccia la narrazione delle vicende familiari con il più ampio contesto della guerra. Emerge quindi la storia degli IMI (Internati Militari Italiani): oltre 600.000 soldati che, dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò, pagando con la deportazione nei lager nazisti il loro coraggioso “No”. Attraverso i diari personali di uno di loro, scopriamo le atrocità subite e la forza d’animo necessaria per resistere.

Un’opera che unisce documentazione storica e memoria personale, scavando nelle emozioni e nei pensieri di chi ha vissuto l’inimmaginabile.
Perché un Paese senza memoria non ha futuro, e le storie di questi “Fratelli” meritano di essere conosciute e tramandate.

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Il caso Lady Oscar, di Maria Serena Cavalieri: un estratto

Il caso Lady Oscar, di Maria Serena Cavalieri: un estratto

Il caso Lady Oscar, di Maria Serena Cavalieri: un estratto

#booktok Un estratto di Il caso Lady Oscar, un giallo di Maria Serena Cavalieri (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «La vicenda ha suscitato una notevole risonanza da parte dei media, per il costume che indossava la signora al momento del ritrovamento del cadavere e per la sua abitudine di festeggiare la vigilia di Ognissanti con un ballo».

Tornata alla casa editrice, la mattinata passa senza scossoni. Poi bisogna iniziare a prepararsi per la festa in maschera di Lena, un evento annuale organizzato nella villa dei Dellepiane in Corso Italia. Una tipologia di evento unico per la “Genova bene” e che la donna organizza da anni ogni 31 di ottobre per ricordare le feste di Halloween organizzate a New York da Carol Bulzone.
«Una delle più importanti grandi sacerdotesse wiccan della tradizione Gardneriana poi fondatrice della tradizione Minoica. Io sono stata iniziata dalla sua congrega. Le sue feste per Halloween sono l’occasione per raccogliere fondi a tutela degli animali abbandonati. Non si contano i poveri randagi che hanno trovato casa grazie a Lady Miw. Tra l’altro è la proprietaria di un fornitissimo negozio di articoli magici che vende anche per corrispondenza.» Lena lo ripete da settimane.
Francesca è la prima volta che sente nominare la parola “Halloween”.
«La festa di Samhain segna la fine dell’estate e per i Celti rappresentava una specie di Capodanno. Il momento in cui la comunità si rivolgeva agli dèi per comprendere meglio il ciclo della vita e della morte. Un giorno speciale, unico nel calendario, perché segnava la comunicazione tra i vivi e i morti che potevano tornare sulla terra e muoversi liberamente. Per gli irlandesi le fate e i folletti potevano vagare sulla terra la notte del 31.»
Tutto lo staff della casa editrice è invitato. Francesca spera che almeno per quella sera non ci siano battibecchi tra Lena e il marito Giulio, mal disposto di fronte a qualsiasi idea della moglie. «Togliamoci il dente anche quest’anno e speriamo di fare in fretta» ha commentato l’editore il giorno prima senza fare caso alla presenza di Francesca nella stanza.
[...]

La festa prosegue.

Gli invitati che si preoccupano solo del bicchiere vuoto. Alcuni indossano abiti originali: tra gli uomini, Francesca ha individuato un Nerone, un Poirot e uno Sherlock Holmes. Il signor Giulio è in frac nero e camicia bianca. «Guardate un po’ là.» Betta si volta verso le colleghe che le stanno accanto. Lena ha appena fatto il suo ingresso nel salone. Ha lasciato i lunghi capelli corvini sciolti sulle spalle e indossa un abito militare blu che riproduce le divise francesi di epoca napoleonica, o forse giacobina. Il petto è impreziosito da un inserto d’oro decorato con arabeschi, le spalline a nappine sono bianche e la vita sottile è stretta in una cintura nera. I polsini dorati e decorati. I guanti bianchi rendono la sua figura elegante e malinconica. In quel momento, nonostante abbia senz’altro raggiunto i cinquanta, Lena sembra una ragazzina.
«Lo conosco quel costume – esclama Francesca –, si è vestita da Lady Oscar.» Maria Serena Cavalieri, Il caso Lady Oscar

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Il caso Lady Oscar

Il caso Lady Oscar

di Maria Serena Cavalieri
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Giallo | Mistery
Copertina flessibile | 252 pag
ISBN 9791254586839
cartaceo 15,00€
ebook 2,99€

Quarta

Genova, 1984. Nel cuore storico della città, tra vicoli misteriosi e antiche leggende, si snoda una vicenda intrisa di segreti.
Francesca, conseguita la laurea, inizia a lavorare alla Torre di Giano, una casa editrice specializzata in storia locale. L’accoglienza di Eleonora, ex cantante lirica con una passione per la Wicca e Gabriele D’Annunzio, la catapulta in un mondo affascinante e oscuro. Le affida una ricerca su Gasparo da Salò, liutaio del Seicento, ma durante l’indagine Francesca scopre qualcosa di ancor più inquietante: le memorie di Antonio Bosio, un libraio veneziano negromante.
Il mistero si infittisce quando, dopo la festa di Halloween, Eleonora viene trovata morta con addosso un costume da Lady Oscar. Quello che sembra un tragico incidente si rivela presto un omicidio.
I carabinieri Celesti e Imbesi si trovano di fronte a un enigma intricato. E la storia si complica ulteriormente quando le leggende genovesi prendono vita, e i confini tra passato e presente si fanno sempre più labili. Chi ha davvero spinto Eleonora giù per le scale? Cosa si cela dietro le apparenze dei personaggi coinvolti?

Si narra la storia di una vecchia signora, piccola e gentile, che si aggira nel centro storico di Genova, chiedendo ai passanti istruzioni per ritrovare la sua casa in Vico dei Librai. Ma di questo vicolo, oggi, nessuno sa darle notizie. Perché non esiste più.

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Carmela in libertà, di Elvira Rossi: un estratto

Carmela in libertà, di Elvira Rossi: un estratto

Carmela in libertà, di Elvira Rossi: un estratto

#booktok Un estratto di Carmela in libertà, un romanzo storico di Elvira Rossi (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «Cosa avrebbe potuto dire lei che al referendum del 2 giugno aveva votato per la Repubblica? Non condivideva affatto l’entusiasmo del marito per un partito che evocava un passato defunto. E poi quel re che aveva gettato l’Italia in pasto al fascismo, se lo erano già dimenticato?»

La contessa Marrazzi sarebbe arrivata alle quattro del pomeriggio di domenica 10 maggio. Per quel giorno l’accoglienza era stata preparata nei dettagli.
Don Luigi si era recato apposta in centro per acquistare al bar Medici la miscela più pregiata di caffè. La tostatura effettuata al mattino avrebbe inondato la casa di un aroma delizioso che sarebbe perdurato fino a sera. A Marta, alquanto recalcitrante, fu imposto di indossare una divisa: un camice di raso nero con sopra un grembiule bianco. Fu stabilito che la domestica si sarebbe occupata di macinare i chicchi di caffè, di mettere la polvere fine nella napoletana per sei tazze e di assicurarsi che la bevanda fosse ben calda. Lei avrebbe portato il vassoio nel salone, ma a servirlo sarebbe stata la signora Cecilia. I bambini, sotto la sorveglianza di Carmela, non avrebbero dovuto lasciare la propria stanza per nessuna ragione. Questo l’ordine perentorio del padre a cui Lucia, con aria birichina, replicò: «Neppure se viene il terremoto?»
«Neppure se viene il terremoto.»
Alla risposta che sapeva di minaccia, Guido, Lucia e Pasqualino si scambiarono uno sguardo, capirono che non c’era alcuna possibilità di contrattazione e si arresero. Per fortuna, per loro c’era sempre Carmela.

Nel quartiere l’arrivo della contessa non passò inosservato.

Qualche passante si fermò ad assistere alla scena. Sembrava proprio di essere al cinematografo. Non si erano mai viste una macchina così lussuosa, né una signora tanto raffinata. L’autista della Mercedes consegnò a Marta un numero esorbitante di volantini e un pacco di proporzioni più modeste di fotografie, riservate agli elettori più fedeli come ebbe a precisare più tardi la contessa. Don Luigi aveva invitato due amici affezionati: il barone Consalvo, il quale pur avendo subito, a causa della riforma agraria, un redditizio esproprio nella piana del Sele, restava uno dei maggiori latifondisti della Campania, e il cavaliere Marrocco, insignito di varie onorificenze per le campagne d’Africa.
In salotto, dopo i convenevoli e le presentazioni, la contessa affermò con orgoglio che la giovane amica fotografata al suo fianco era nientemeno che Maria Pia di Savoia. A tale rivelazione, tra i presenti si diffuse un «oh!» di ammirazione.
La signora Cecilia fece gli onori di casa, servì il caffè nelle tazzine di porcellana poste sopra un vassoio di argento, con cucchiaini e zuccheriera anch’essi di argento. Seduta sul divano accanto alla contessa, seguì in silenzio la conversazione. Di intervenire non se ne parlava proprio, che cosa avrebbe potuto dire lei che al referendum del 2 giugno aveva votato per la Repubblica? Non condivideva affatto l’entusiasmo del marito per un partito che evocava un passato defunto. E poi quel re che aveva gettato l’Italia in pasto al fascismo, se lo erano già dimenticato? Elvira Rossi, Carmela in libertà

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Carmela in libertà

Carmela in libertà

di Elvira Rossi
PubMe - Gli scrittori della porta accanto
Romanzo storico
ISBN 9791254585634
Cartaceo 11,00€
Ebook 2,99€

Quarta

Nel cuore della provincia della Avellino degli anni Cinquanta, il destino di Carmela si intreccia con le vicende di un’Italia che cerca di risollevarsi dalle rovine della guerra e sperimenta un nuovo corso politico con l’affermazione della Repubblica.
Costretta a guidare greggi per sostenere la sua famiglia, Carmela è un’adolescente analfabeta che si trova immersa in una società rurale caratterizzata da arretratezza e rapporti di subalternità. Attorno a lei si muovono numerosi personaggi, ognuno con la propria voce che definisce il tessuto sociale e storico dell’epoca.
La storia si trasferisce a Salerno quando, per una serie di circostanze, Carmela entra a servizio dei De Bonis, una famiglia agiata. In questa nuova realtà il divario sociale, evidenziato da scene di estrema povertà e di umanità dolente, si fa più netto e suscita il malcelato ribrezzo della gente perbene.
È qui che emerge in Carmela – acuta osservatrice di un mondo che impara a poco a poco a conoscere – un forte desiderio di libertà, emancipazione e giustizia sociale, determinata a realizzare un’esistenza al di là dei limiti imposti dalla propria e altrui condizione.

Con la prefazione del professore Alberto Granese, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Salerno.

«Sì, sono ignorante, non è colpa mia. L’ha voluto mio padre, ma prima ancora l’ha deciso chi non gli ha dato la possibilità di frequentare la scuola. Se la società è ingiusta, non posso fidarmi né delle sue regole né della sua morale. Il passato e il presente non mi convincono. Voglio scegliere da me. Detesto le imposizioni, sarò io a decidere quello che è bene e quello che è male per me. Non so che cosa farò, intanto io non voglio essere né una ragazza seria né una ragazza poco seria. Voglio essere Carmela in libertà. Se qualcuno pensa di impormi qualcosa solo perché sono analfabeta si sbaglia di grosso.»

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Plasticamente – Le materie plastiche e le scelte ecofriendly, di Elena Genero Santoro: un estratto

Plasticamente – Le materie plastiche e le scelte ecofriendly, di Elena Genero Santoro: un estratto

Plasticamente – Le materie plastiche e le scelte ecofriendly, di Elena Genero Santoro: un estratto

#booktok Un estratto di Plasticamente – Le materie plastiche e le scelte ecofriendly, un manuale pratico di Elena Genero Santoro (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto HOWTO): «Lo schema circolare del riciclo e del riuso non è il presente della plastica. Non ancora, per lo meno».

Beh, ma se c’è la raccolta differenziata che problema c’è? Ci impegniamo tutti a mettere la plastica nel corretto bidone e a quel punto quello che è stato prodotto può essere riutilizzato.
Non è così semplice.
Il Guardian nel 2019 ha pubblicato un articolo dal titolo: “Plastic Recycling is a myth”, il riciclo della plastica è un mito. Mother Jones nel maggio 2020 pubblicava un articoli dal titolo: “Plastic Recycling is Broken”, il riciclo della plastica sta fallendo.
Perché tutto questo scetticismo?
Cito i dati riportati in un articolo del Post: in Italia la raccolta differenziata funziona, nel 2018 si è raccolto in modo differenziato il 58,1% dei rifiuti solidi urbani e in alcune regioni come Lombardia ed Emilia Romagna addirittura il 70%.
[...] Eppure. La raccolta differenziata e il reale riciclo dei prodotti non sono legati da una relazione di proporzionalità diretta.
Secondo l’ISPRA, in Italia solo il 30% della plastica è riciclata (in altri stati anche meno, noi siamo tra i più virtuosi). Il 40%, sempre in Italia, viene bruciato nei termovalorizzatori e quello che rimane va in discarica.
Perché?

Intanto non tutte le plastiche sono uguali e non tutte sono riciclabili nella stessa misura.

Quando riempiamo i nostri sacchi di imballi, carte di merendine, bottiglie di plastica e bottiglie di latte, mettiamo insieme una serie di materiali diversi, che negli impianti vengono poi separati con varie tecniche, prima o dopo la macinatura. Per esempio ci possono essere operatori che distinguono e separano manualmente i materiali se di adeguate dimensioni. In seguito il mix di plastiche può venire fatto passare in vasche di acqua e separato per flottazione in base alla densità dei diversi polimeri: i più leggeri galleggeranno, i più pesanti andranno a fondo.
Tra i materiali più riciclabili e separabili abbiamo sempre il PET delle bottiglie di plastica e il PP, il polipropilene.
[...] In sostanza: riciclare la plastica prevede l’utilizzo di molte risorse, quindi la resa è cara, ma il risultato, attualmente, è meno prestazionale di quello che si otterrebbe con la plastica vergine e, per giunta, più costoso. A meno che il prezzo del petrolio non sia molto alto, le scagliette di plastica vergine costano meno di quelle di plastica riciclata.
In attesa di nuove evoluzioni legislative che vietino l’uso dei soli polimeri vergini, i produttori si orienteranno sempre su un materiale nuovo.
La speranza è che i produttori di oggetti di plastica inizino a considerare l’utilizzo del riciclato come un valore aggiunto in ottica di sostenibilità, perché se è vero che del pellet vergine costa meno, l’uso della plastica nuova a lungo termine costituirà un costo ambientale e globale incalcolabile.
Ci sono invece buone notizie dal mondo dell’innovazione, che sta lavorando sul riciclo chimico delle plastiche, tecnica che permettere di rompere le molecole come fossero mattoncini e di renderle pronte per essere polimerizzate di nuovo. In questo modo si superano i limiti del riciclo meccanico che non permette di separare le sostanze contaminanti.
Lo schema circolare del riciclo e del riuso non è il presente della plastica. Non ancora, per lo meno.
Gli sviluppi futuri potrebbero unire il riciclo meccanico con quello chimico. Benché il riciclo infinito sia un concetto solo teorico, potrebbe essere plausibile rallentare significativamente il momento il cui la plastica diventa un rifiuto. Elena Genero Santoro, Plasticamente: le materie plastiche e le scelte ecofriendly

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Plasticamente

Plasticamente
Le materie plastiche e le scelte ecofriendly

di Elena Genero Santoro
PubMe - Gli scrittori della porta accanto HOWTO
Manuale pratico
Cartaceo 14,00€
Ebook 5,99€

Quarta

«Ogni giorno, come specie, facciamo di tutto per distruggere la capacità della Creazione di darci in qualsiasi caso vita, ma la Creazione continua a fare ciò che è in suo potere per offrircela comunque. E questo è il vero amore.»
Julia Butterfly Hill

La plastica è un materiale che ha iniziato a diffondersi massivamente e in infinite applicazioni dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Le nostre case sono invase da oggetti di plastica, la maggior parte dei quali destinati al monouso. Se agli albori la plastica è sembrata un’invenzione geniale, economica e versatile, oggi ci stiamo accorgendo di quanto sia insidiosa. La produzione senza freni di questo materiale ha avuto come effetto collaterale l'inquinamento mondiale. La plastica ora è ovunque, invade gli ecosistemi, crea isole nel mare, finisce negli alimenti che consumiamo.
Il questo manuale potrete trovare:
  • Dati e informazioni sugli utilizzi dei diversi tipi di plastica e sull’efficacia del riciclo;
  • Una panoramica sullo stato dell’inquinamento globale e sulle leggi in merito;
  • I rischi legati all’inquinamento da plastica;
  • Una sezione legata alla produzione tessile;
  • Azioni volte a ridurre la plastica nella nostra quotidianità;
  • Brand sostenibili e plastic free per l’acquisto;
  • Progetti innovativi inerenti il riciclo della plastica e soluzioni domestiche fantasiose.

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Andrà tutto bene, la raccolta di racconti degli Scrittori della Porta Accanto: un estratto

Andrà tutto bene, la raccolta di racconti degli Scrittori della Porta Accanto: un estratto

Andrà tutto bene, la raccolta di racconti degli Scrittori della Porta Accanto: un estratto

#booktok Un estratto di Andrà tutto bene, una raccolta di racconti del collettivo Gli Scrittori della Porta Accanto (StreetLib - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). La Terra si è ripresa il suo spazio: «Fatemi ripigliare fiato, mettere un po’ in ordine, e poi vi lascio andare. Andrà tutto bene».

Mi dispiace davvero tanto, ma era l’unico modo.
Io ci ho provato tante volte a dirvi che non c’era più tempo, che stavo morendo. Ma voi non mi avete mai ascoltata. Eravate troppo impegnati a produrre, a fare, a consumare. Ma che c’avete mai nella testa, nelle mani, nelle gambe. Non ci riuscite proprio a stare fermi, eh?
Qualcuno di voi ha tentato di frenare questa vostra corsa malsana, questa vostra frenesia isterica. Ma non li avete ascoltati. Li avete derisi. Avete pensato “sì, sì, faremo domani”.
Un tubetto di colore strizzato e ripiegato su se stesso, ecco cosa sono ormai. Ma voi davvero credete che continuando a spremermi uscirà ancora qualcosa?
Vi siete presi le terre, i mari, i cieli, avete lasciato ovunque la vostra impronta, sconvolgendo ecosistemi più longevi di voi, intatti dall’alba dei tempi. Avete addomesticato la natura quanto più avete potuto, domando le zolle per farci crescere quel che vi serviva, confinando gli animali in una piramide alimentare con voi al vertice, pure i carnivori vi siete messi sotto i piedi.

Che poi, almeno fosse servito a farvi stare meglio tutti.

E invece vi vedo, quel gruppo di là ha così tanta ricchezza che non riuscirà mai a consumarla in una sola misera vita. Quel gruppo di là ha a malapena di che sopravvivere. E quegli altri… Beh, a quegli altri manco le briciole avete lasciato. Entrate in un panificio e il primo della fila compra tutto il pane, eppure lo sa che tanto diventerà vecchio e lo butterà, perché è solo e mangerà appena qualche panino, altrimenti gli scoppierà la pancia. E gli altri che sono in fila con lui? Niente, preferite farlo diventare vecchio nella vostra credenza, il pane, piuttosto che condividerlo con chi ha fame.
Voi ancora non l’avete capita questa cosa, eh?
Arraffate, accumulate, avidi ciccioni con le guance stragonfie. E sprecate. Risorse, affetti, tempo. Da un colabrodo, le vostre mani, che trattengono solo il vostro ego.
“Tutto sta finendo!” Ho provato ad avvertirvi, a gridare. Ho scrollato le mie ossa e vi ho fatto tremare, un po’ qua, un po’ là. Ho spremuto le nuvole e fatto cadere milioni di litri d’acqua che hanno ingrossato i fiumi e travolto le vostre case. Ho lasciato bruciare interi paesi, dopo che voi gli avevate dato fuoco, non sapete quanto ho sofferto nel veder morire tutti quegli animali, quegli alberi, quelle persone, ma ho lasciato corre, più che ho potuto, perché forse vi sareste fermati. Ho mandato sciami di cavallette affamate a depredare i vostri raccolti, che poi sono i miei. Ho lasciato che il deserto avanzasse e mangiasse le vostre città, confinandole entro mura strettissime e affollate, più compressi delle formiche.
Ma non era mai abbastanza, perché accadeva sempre a qualcun altro.
E ho seguitato a sciogliermi, a disidratarmi, a morire, intossicata dalle vostre scorie, il risultato della combustione di tutte le mie ricchezze. Mi avete tolto anche l’aria, abbattendo i miei bronchi, uno dopo l’altro. Avidamente, come se la questione non vi riguardasse. Ma come pensate che possa produrla l’aria, eh? Lo sapete quanti miliardi di anni ho impiegato a trovare questo sistema? L’ho fatto per voi, ingrati! E voi, “no grazie” avete risposto.
Siete arrivati una manciata di millenni fa e vi siete riprodotti a dismisura, sfruttando il vostro ospite, io, la Terra. E invece di proteggere e dosare con cura le risorse del vostro supporto vitale, avete depredato senza coscienza, con l’autorità di un padrone. E già pensate di andare su Marte, su un altro ospite, e iniziare di nuovo. Come fanno i virus.

I virus.

I virus, già.
Sai che c’è? Adesso vi fermo io. Ma proprio tutti, eh? Altrimenti non vale.
Un, due, tre, stella! E tutti lì, immobili. Il primo che si muove viene eliminato dal gioco.
Con un virus.
Piccolo, infinitesimo frammento di vita che vi assomiglia tanto. Che amara ironia, vero?
Un virus che si attacca al vostro DNA, in modo da prendervi tutti e solo voi. Come specie. E si riproduce, lavora e viaggia istericamente, velocemente. E consuma l’aria nei polmoni. Come voi.
Peccato che nel DNA non ci siano scritte le vostre colpe, se siete giusti o meno. Altrimenti avrei potuto pensare a qualcosa di meno democratico e più selettivo. Il meglio che sono riuscita a fare è salvare i vostri bambini, i più giovani di voi, quelli che ancora non hanno torti, quelli che resteranno più a lungo con me. E che magari impareranno questa lezione molto più di quanto state facendo voi, che ancora adesso, vi vedo, non sapete far altro che darvi addosso e misurarvi sulla furbizia di eludere le regole. Che amara ironia, pensate pure di essere furbi. Stefania Bergo, "Un, due., tre, stella!" da Andrà tutto bene

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Andrà tutto bene

di Stefania Bergo, Bruno Di Marco, Davide Dotto, Angelo Gavagnin, Elena Genero Santoro, Valentina Gerini, Claudia Gerini, Tamara Marcelli, Vincenzo Mirra, Ornella Nalon, Alessandra Nitti, Silvia Pattarini, Andrea Pistoia
StreetLib – Collana Gli scrittori della porta accanto
Racconti
ISBN 9788835392545
Ebook 2,99€

Quarta

Come gli ambientalisti ci chiedevano qualche mese fa, ci siamo fermati, anche se non lo abbiamo fatto per coscienza ecologica. Restiamo a casa per sopravvivere, anche se ci sentiamo in gabbia e siamo costretti a riprogrammare la nostra quotidianità. Mentre tutto il personale sanitario e i volontari sono impegnati in prima fila per salvare vite umane affrontando la pandemia di Covid-19 a testa alta, noi restiamo a casa. E volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, #iorestoacasa può diventare il pretesto per ripensare alle nostre priorità. In questi tredici racconti inediti ci sono le nostre paure e le riflessioni sul presente, l'incertezza e le previsioni sul futuro. Ma soprattutto la consapevolezza che, in un modo o nell'altro, andrà tutto bene.

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Quel che resta delle parole, di Tamara Marcelli: un estratto

Quel che resta delle parole, di Tamara Marcelli: un estratto

Quel che resta delle parole, di Tamara Marcelli: un estratto

#booktok Un estratto di Quel che resta delle parole, poesie e monologhi di Tamara Marcelli (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «Il primo scoglio da superare sarà sempre quello del pregiudizio. Studiate perché per noi donne può fare la differenza».

È la nostra vita di ogni giorno che scorre tra mille responsabilità, tra i sogni e una realtà che spesso ci stritola ma che, alla fine, ci rende più forti.
Il mio metodo innato consiste nel trovare sempre un equilibrio, in tutte le cose. Gli schemi non si adattano a ogni situazione, a volte è necessario mediare e trovare il punto di equilibrio, l’unico possibile in una data circostanza. E forse, in questo, l’essere donna può essere di aiuto. Le donne conoscono intimamente il bene e il male, sanno riconoscere a pelle, per istinto, ciò che è nascosto nel profondo. E io mi fido molto del mio istinto.
Nonostante le difficoltà e i pregiudizi, ho continuato a svolgere il mio lavoro, a fare ciò in cui credo. Non mi sono mai rifiutata di affrontare i compiti più scomodi. Se li eseguivano i miei colleghi uomini, li avrei eseguiti anche io. Non ho mai accettato di essere relegata in una nicchia né in una riserva naturale, ma ho voluto essere al pari degli altri. In tutto e per tutto.

Non ho mai preteso nulla e spesso ho rifiutato scorciatoie.

Il mio ruolo comporta che io sia coerente. Che predichi e razzoli bene. Su questo aspetto, secondo me, non si può transigere.
D’altra parte, non mi piacciono le frasi standard, i concetti preconfezionati, che rinchiudono le persone in una categoria fredda e vuota di contenuti. Non mi piacciono i cliché, i giudizi a priori. Mal sopporto il femminismo a tutti i costi, la svendita immorale della propria natura umana, del proprio essere e delle proprie peculiarità. Rivendico il diritto di essere donna a modo mio, senza quote rosa o sostantivi violentati al femminile: avvocata, sindaca, assessora, ispettrice. No, grazie. Non mi serve un sostantivo edulcorato, non voglio fermarmi alla forma. Non è questo a metterci sullo stesso piano degli uomini. Non è un sostantivo al femminile ad affermare la mia identità. La differenza risiede nella sostanza. Non serve a nutrire il mio ego, anzi, mi rattrista. Dobbiamo accettare che le donne sono diverse dagli uomini, nel bene e nel male, bisogna prendere consapevolezza di questa differenza e andare oltre.
E diciamo pure che non sopporto le donne che si nascondono dietro al concetto astratto di parità di genere, ma poi rifuggono le stesse responsabilità dei colleghi uomini. Chi mi conosce lo sa, non faccio sconti a nessuno. Dico ciò che penso, ma sono aperta al dialogo, sempre.
Tempo fa, un dirigente che stimo molto mi disse che le donne hanno una marcia in più, ma non le avrebbe volute inserire indistintamente in tutti i settori, per tutte le tipologie di incarichi, e io credo avesse ragione. Con il tempo ho capito che la nostra forza risiede proprio nella differenza e che sia da valorizzare per diventare complementari agli uomini. Non nemiche.
[...]

Un’ultima riflessione sull’8 marzo, ovvero: ma quale festa?

Purtroppo, sembra sempre che una donna debba dimostrare ogni istante di meritare quel che ha raggiunto, di sicuro a fatica ed enormi sacrifici. Sembra sempre dover ringraziare qualcuno per tutto ciò che ha, come se non avesse camminato con le proprie gambe fino a quel momento. Il bello è che per un uomo è tutto normale; non ha bisogno, né gli è richiesto, di dimostrare niente a nessuno. Non si parla di quote per loro. Bisognerebbe essere considerati e valutati tutti indipendentemente dal genere.
Sarebbe così bello non doverne parlare affatto, sì, delle donne, sarebbe già un bel passo avanti. Perché, quando una donna raggiunge un traguardo viene messo in risalto il suo genere? Come se fosse un fenomeno da baraccone, come fosse l’anomalia di un meccanismo ben rodato. «Ma davvero ci sei riuscita da sola? Tu?» domanda tipica con il sottinteso che tutte noi conosciamo. E no, non dovrebbe fare notizia una donna al comando. Dovrebbe essere la normalità.
Anni fa, lessi un libro di Oriana Fallaci dal titolo Il sesso inutile, scritto nel 1961, agli albori del femminismo. Mi colpì molto questo suo viaggio nel mondo, tra diverse culture, un viaggio per scoprire se le donne potessero essere felici all’interno del potere e dei suoi meccanismi. La conclusione è che, per la donna, la felicità non ha a che fare con il potere, ma con la libertà.
E questo mi ha riportato al mantra di mia madre che mi ripeteva spesso: «Non lasciare mai il tuo lavoro, sii sempre indipendente».
Non vi dirò che la strada sia facile, vi dirò che riuscire a lavorare in un mondo prettamente maschile è possibile. Riuscire a farsi strada è possibile. Occorrono molta costanza, tenacia, passione, caparbietà, umiltà, pazienza e lungimiranza. Ma soprattutto, serve equilibrio e buon senso.
E molta autoironia.
Il primo scoglio da superare sarà sempre quello del pregiudizio.
Studiate perché per noi donne può fare la differenza. Tamara Marcelli, "Donna è lavoro" da Quel che resta delle parole

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Quel che resta delle parole

Quel che resta delle parole

di Tamara Marcelli
PubMe – Collana Gli scrittori della porta accanto
Poesie | Monologhi
Formato tascabile | 186 pagine
ISBN 979-1254584989
Ebook 2,99€
Cartaceo 13,00€

Quarta

Una raccolta di Poesie, Prosa e monologhi teatrali che accompagnano il lettore tra le emozioni più pure come gli affetti familiari e altre più cupe, come l’ossessione, il dramma della violenza contro le donne. Un conflitto che da interiore, caratteristico di un’anima inquieta, si fa strada nel mondo esterno, in un continuo scontro con le maschere, i clichés e la mediocrità che imperversano senza tregua nella vita quotidiana. Il perenne combattimento tra il Bene e il Male trova spazio, spesso ben occultato tra simbolismi e cromie, nella musicalità dei versi, delle parole.
Un’opera che unisce il profondo scavo interiore delle Poesie con la manifestazione luminosa che emerge attraverso il Teatro e la Prosa. Il risultato sono le parti di cui è costituita la raccolta, come in un cosmo variegato ma armonico: “Poesie ad est” sono le parole che esplorano l’intima essenza dei sentimenti più preziosi e nascosti; “Miti al centro” racconta il viaggio che si sviluppa attraverso la dimensione teatrale dei monologhi, tappe di un percorso esistenziale fatto di lotte estenuanti e solitarie, individuali e collettive; “Quel che resta delle parole”, infine, fa il punto della situazione, dove prose, monologhi e poesie (i ponti sommersi che collegano l’inconscio alla superficie, rendendosi visibili solo per pochi attimi, tra il fluttuare delle onde), si fondono per offrire un approdo, la sintesi di un viaggio che ha attraversato le profondità dell’animo umano e la luminosità della manifestazione artistica.

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Gli anni del Grunge – Italia 1989-1996, a cura di Giacomo Graziano: un estratto

Gli anni del Grunge – Italia 1989-1996, a cura di Giacomo Graziano: un estratto

Gli anni del Grunge, racconti non-fiction a cura di Giacomo Graziano: un estratto

#booktok Un estratto di Gli anni del Grunge: Italia 1989-1996, una raccolta di racconti non-fiction a cura di Giacomo Graziano (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «È arrivato un ragazzo, un americano, un certo Kurt Cobain, in gravissime condizioni».

Le prime ore trascorrono tranquille. Bene, non chiedo altro. Non faccio in tempo a terminare questo pensiero, che vengo chiamata d’urgenza. È arrivato un ragazzo, un americano, un certo Kurt Cobain, in gravissime condizioni. In stato di coma, forse un tentativo di suicidio, ha ingerito un mix di champagne e Roipnol, un potente sonnifero con effetti ipnotici, ansiolitici e sedativi. Se assunto di frequente, può dare una pericolosa dipendenza; in dosi massicce, insieme all’alcol, può portare alla morte.
I miei colleghi, concitati, non fanno altro che parlare di quanto sia famoso e importante il paziente. Io in quel momento penso soltanto a salvargli la vita. In questo posto sterile e freddo, per me le persone sono tutte uguali, sofferenti, impaurite, in cerca di sollievo e conforto. E poi, famoso o no, io non so chi sia.
Non c’è tempo da perdere, devo correre attraverso i corridoi e raggiungerlo: è pallido e con un sanguinamento importante dal naso.
I miei colleghi monitorano i parametri vitali e io eseguo una radiografia toracica per capire lo stato degli organi interni. Bisogna svuotare il contenuto dello stomaco e rimuovere il veleno. Lo prepariamo per una lavanda gastrica e, successivamente, non ci resta che aspettare il suo risveglio dal coma. Ci preoccupano eventuali danni cerebrali sopravvenuti.

La situazione è grave ma stabile.

Ho un attimo per respirare e alcuni colleghi mi spiegano che quel ragazzo biondo, così magro e fragile, è una famosa rockstar americana che tiene il mondo ai suoi piedi. Io fatico quasi a crederci, perché a vederlo su quel lettino, inerme e attaccato al respiratore, mi comunica un gran senso di solitudine e vulnerabilità. Nel mio immaginario le rockstar sono altro. Certo, vivono di eccessi e contrasti, attraversano con la stessa intensità grandi successi e grandi tragedie, ma sono pur sempre come degli dèi. Forti, irraggiungibili, patinati. Quelli della mia generazione sono stelle che amano la bella vita e camuffano i dissidi interiori. Io, poi, non ascolto nemmeno quel tipo di musica. Questo Kurt è un ragazzo normale, deve aver sofferto molto nella sua seppur breve vita, ma quella rabbia e quella inquietudine te la sbatte in faccia in tutti i modi possibili.
Le percepisco perché mi investono mentre sono lì a guardarlo, in attesa che apra gli occhi.
Sì, adesso che ci penso, ho sentito parlare di questa band, Nirvana; di questo nuovo “genere” musicale che ha conquistato i giovani degli anni Novanta, il grunge. Sembrano voler rivendicare un loro posto nel mondo, senza artifici e costruzioni, fedeli al loro essere, a volte sgangherato o volutamente sgarbato. Ma dietro riconosco che c’è molto, molto di più.

Vengo destata da questi pensieri da inconsueti schiamazzi.

Mi giro e vedo arrivare una giovane donna, bionda e furiosa. Ne intravedo la bellezza attraverso il trucco colato e la faccia sconvolta. Piange, urla. Mi dice di essere la moglie e di non voler più aspettare. Deve vedere in che condizioni si trova il marito.
Le concedo due minuti, a patto che spenga la sigaretta. Ma lei mi manda al diavolo e corre verso il lettino. Quasi non riesco a credere alla sua sfrontatezza ed è una cosa che mi lego al dito. Lascio la stanza turbata e triste per quel giovane che mi dicono essere in Italia per una vacanza insieme anche alla figlioletta di pochi anni. Mi chiedo cosa spinga un ragazzo di ventisette anni a ingerire ben cinquanta pillole di un micidiale medicinale durante un soggiorno in una delle città più magiche del mondo. Di magico nella sua vita deve esserci ben poco. E non c’è nulla che possa fargli cambiare prospettiva: non un talento favoloso e raro, una bella moglie, una figlia fantastica, una carriera folgorante e fan che farebbero di tutto per te.
Niente, non esiste un’equivalente della lavanda gastrica per l’anima. Non c’è. Mi rendo conto dei limiti del mio mestiere. Io curo il corpo, strappo alla morte migliaia di vite, mi assicuro che tutti gli organi funzionino, ma non posso fare nulla per riparare gli ingranaggi della psiche. Mi affaccio alla finestra del mio studio, ho bisogno di respirare, ormai il sole è alto. È il 4 marzo. Per il resto della città è ricominciata un’altra giornata. Per me, invece, è finito un turno di lavoro che non dimenticherò mai.
Rosanna Cpstantino, "È ora di andare" da Gli anni del Grunge: Italia 1989-1996 a cura di Giacomo Graziano

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Gli anni del Grunge

Gli anni del Grunge
Italia 1989-1996

a cura di Giacomo Graziano
PubMe - Gli scrittori della porta accanto
Racconti | Interviste
ISBN 979-1254582909
Cartaceo 15,00€
Ebook 2,99€

Quarta

Italia, 1989-1996. Il grunge è l’ultimo terremoto musicale, il pop si è fatto da parte per dare spazio al fenomeno underground uscito dal suo guscio alternativo, esploso in una supernova che non risparmia niente e nessuno.
Non risparmia gli ultimi eroi del rock prima del crepuscolo: Kurt Cobain, Layne Staley, Andrew Wood, Chris Cornell e tanti altri artisti sensibili e talentuosi, ciascuno capace di comunicare un disagio personale cui era possibile immedesimarsi.
Negli scritti qui raccolti di giornalisti, critici musicali, organizzatori, musicisti, strumentisti, DJ, promoter si attinge dal cassetto dei ricordi a rievocare le emozioni del passaggio del grunge, della «musica sporca e rumorosa del Northwest», dei piccoli e grandi concerti in Italia, o la trepidazione nel tenere in mano una copia fresca e scintillante di Ten o di Nevermind.
Il grunge è stato “il manto protettivo” di un’intera generazione, forse in ritardo rispetto al resto del mondo, dove le innovazioni giungono come polvere trasportata dal vento.

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La stanza numero cinque, un romanzo breve di Stefania Bergo: un estratto

La stanza numero cinque, un romanzo breve di Stefania Bergo: un estratto

La stanza numero cinque, un romanzo breve di Stefania Bergo: un estratto

#booktok Un estratto di La stanza numero cinque, un romanzo breve di Stefania Bergo (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «Nell’ambulatorio risuonò un galoppo isterico, ovattato ma nitido. [...] Il dottore intuì tutta la sua devastazione e tolse immediatamente l’audio all’ecografo».

Arrivò un dottore trafelato, scusandosi per l’attesa. «Mi perdoni, sono stato chiamato per un raschiamento d’urgenza. Prego, si accomodi» le disse aprendole la porta.
Si accomodò alla scrivania, mentre lui si sedeva al computer e scorreva gli appuntamenti della giornata.
Fu molto gentile, le fece solo delle domande di circostanza che però parevano falciate in mezzo all’erba secca. Wussh! Ed Eva perdeva un frammento di epidermide, sentendosi molto più di nuda.
«Data dell’ultima mestruazione?»
Quella sera in cui non si erano visti ma erano rimasti almeno un’ora al telefono e lui non la smetteva di dirle quanto l’amasse. Come poteva essere passato così poco tempo?
«È la prima gravidanza?»
Gravidanza? Perché dobbiamo chiamarla gravidanza? Sa di attesa, di speranza, di gioia sospirata, di gote che s’arrossano e vampate d’amore dal ventre.”
«Sì, è la prima volta che… Sì…» rispose con imbarazzo.


Wussh!

«Si accomodi pure, può togliere gli slip dietro quel paravento» le disse il medico alzandosi.
“Perché mai dovrebbe farmi una visita?” si chiese. Ma non osava fare la domanda, voleva solo essere altrove.
Wussh!
Si distese sul lettino e cercò di rilassarsi, mentre il dottore si infilava i guanti.
«La gravidanza procede bene, l’utero è ingrossato e chiuso, l’embrione è in utero.»
Wussh!
«Ora le faccio un’ecografia per datare correttamente la gravidanza. Sentirà un po’ di freddo sulla pancia, le chiedo scusa.»
“Scusa per cosa? Per il freddo sulla pancia o per usare il termine gravidanza come una scimitarra?”
Wussh!
Posò la sonda sul suo addome appena gonfio e iniziò a muoverla alla ricerca del battito, di quella vita che aveva la sfortuna di aver scelto la madre sbagliata. O forse solo il momento sbagliato.


Nell’ambulatorio risuonò un galoppo isterico, ovattato ma nitido.

Wussh!
«Se lo vuole vedere basta che me lo chieda e le giro il video.»
Wussh! Wussh!
Lo disse con una tale dolcezza e comprensione che Eva stava quasi per rispondere sì. Ma era chiaro che lo sbandamento temporaneo fosse fomentato solo da quel suono ritmico. Tornò in sé in poco più di un minuto, un tempo che le parve allungarsi oltre il sopportabile.
«No, per favore. Anzi, se fosse possibile preferirei non sentire nemmeno questo rumore» disse con una smorfia, chiudendosi le orecchie con le dita per acquietare i timpani.
Wussh! Wussh!
Se ne era andato anche l’ultimo brandello di pelle. Ormai si sentiva completamente nuda ed esposta.
Il dottore intuì tutta la sua devastazione e tolse immediatamente l’audio all’ecografo. Le mise una mano sul braccio per tranquillizzarla e richiamare la sua attenzione, dato che Eva aveva serrato anche gli occhi. Si voltò pacatamente con la consapevolezza che niente in quel momento avrebbe potuto farle più male dei ragni che ormai avevano tessuto tele spesse come juta negli angoli della sua anima. Incrociò lo sguardo vitreo del dottore denso di comprensione. Non le mostrò le immagini di quell’embrione vitale, non le disse quanto misurava. Finì l’ecografia e le disse di rivestirsi.
[...] «E si ricordi che fino all’ultimo, anche il giorno del ricovero, lei ha tutto il diritto di ripensarci.»
Più che un diritto, a Eva suonò come un dovere.
Il ginecologo la congedò. Eva si avvicinò alla porta e si voltò per un’ultima domanda.
«Perché non mi ha chiesto il motivo?»
«Non sono qui per giudicarla, Eva, sono qui per darle tutto l’aiuto professionale di cui ha bisogno. Sono un medico, mio dovere è pensare alla sua salute. Nessuno potrà mai capire davvero la sua scelta senza aver prima indossato le sue scarpe, Eva.» Pronunciò il suo nome come una carezza.
Lei gli sorrise e prima di mettersi a piangere uscì. Stefania Bergo, La stanza numero cinque

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La stanza numero cinque

La stanza numero cinque

di Stefania Bergo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Romanzo breve
ISBN 9788833663463
Ebook 2,99€
Cartaceo 6,00€

«Non si vendono verità e non si regalano giudizi, in questo romanzo colmo di materna delicatezza. Lo stile di Stefania Bergo è fluido, emozionale, coinvolgente. Le parole scorrono come acqua, come olio e come sangue. Non si arrestano e raggiungono l’anima.»
Emma Fenu

«Stefania Bergo, ha una penna delicata e sensibile e ha trattato questo argomento in punta di penna, dando realismo e tridimensionalità ai suoi personaggi. E, soprattutto, li ha resi veri. La stanza numero 5 è un caleidoscopio di anime tutte al femminile dove l’Autrice ha tratteggiato ottimamente il bagaglio di vita di ogni singola protagonista; i pensieri, i retroscena, le angosce, le scelte. Un romanzo bello, intenso, senza sbavature.»
Loriana Lucciarini

Sei donne si ritrovano a raccontare la loro storia in una stanza d’ospedale in attesa dell’intervento programmato per la mattina seguente. Si tratta di Liliana e della giovane figlia Chiara, di Miriana, futuro amministratore delegato di una multinazionale, Daniela, architetto e madre di quattro figli, Valeria, editor in una casa editrice, ed Eva. Cinque di loro sono in lista per un aborto e condividere le loro storie crea un cerchio di confronto ed empatia.
Un romanzo breve che invita a indossare le scarpe delle donne, per non giudicare ma comprendere, soprattutto che hanno il diritto di scegliere.

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Gli anni del Grunge, racconti non-fiction a cura di Giacomo Graziano: un estratto

Gli anni del Grunge, racconti non-fiction a cura di Giacomo Graziano: un estratto

Gli anni del Grunge, racconti non-fiction a cura di Giacomo Graziano: un estratto

#booktok Un estratto di Gli anni del Grunge: Italia 1989-1996, una raccolta di racconti non-fiction a cura di Giacomo Graziano (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto): «Avevamo il cuore e gli occhi pieni delle immagini di questo carrozzone impazzito che saturava gli scaffali dei negozi di dischi, di vestiti, le televisioni e le radio. L’ultimo grande terremoto musicale».

Ho vissuto il periodo più bello e contraddittorio della mia esistenza, gioito e sofferto durante l’adolescenza e la giovinezza, circondato dalla musica che ha formato la mia persona con quelle note ruvide e quelle parole che mi hanno scavato dentro.
Il grunge l’ho ascoltato e interiorizzato, condiviso con gli amici e praticato imparando a suonare la batteria. Ho messo su un gruppo i Mistery of Friday con persone nei cui occhi scorgevo lo stesso fuoco.
Gli anni Novanta erano gli anni in cui, se amavi una band e volevi saperne di più, dovevi accontentarti del passaparola da un amico all’altro, che magari aveva letto qualcosa su un giornaletto del settore. Se abitavi in una provincia dimenticata da Dio, non ti restava che attendere dei mesi prima di poter comprare la cassetta o il CD originale dell’ultima pubblicazione. Tutti noi non sapevamo molto delle vite dei nostri, delle storie dietro le canzoni, dei retroscena e di tutte le dinamiche, a volte tragiche e appassionanti, che apprendemmo nei minimi particolari solo anni più tardi, ma questo non ci impedì di provare un trasporto che andava al di là dell’ascolto distratto di una hit rock. C’era un sentimento particolare e speciale, un legame incondizionato e senza fronzoli. La musica era la vera protagonista delle nostre vite. Mark Lanegan, Scott Weiland, Kurt Cobain, Chris Cornell, Layne Staley, Eddie Vedder, Andy Wood e tanti altri, con il tempo diventarono semplicemente Mark, Scott, Kurt, Chris, Layne, Eddie, Andy. Più che amici, veri fratelli spirituali.
Mentre costruivo la mia vita adulta e indipendente, loro erano lì a cantare il mio senso di inadeguatezza, le mie insicurezze e l’insoddisfazione nei confronti della società. Si creava un intreccio tra i loro testi e il movimento culturale sociale a cui mi sentivo orgoglioso di appartenere: una seconda famiglia che mi definiva come singolo e come comunità unita da uguali ideali.
Oltre ai primi video su MTV, l’altro modo per poter vedere le band era andare ai concerti che facevano in giro per il mondo.
E quando avevamo la fortuna di averli nella nostra penisola, non ci facevamo sfuggire l’occasione.


Crescendo, il suono di Seattle e la filosofia del grunge sono diventati delle costanti e delle solide certezze.

Con l’avvento di Internet e di una maggiore radicalizzazione della cultura underground nella cultura di massa, si svilupparono sempre di più fino a occupare un posto di tutto rilievo nell’universo musicale.
La mia passione si intrecciava con la mia vita e la mia vita veniva sconvolta dalla mia passione.
Ricordo ancora, nitidamente, la notte in cui nacque il mio primo figlio, tra il 17 e il 18 maggio 2017. Mi trovavo in sala parto insieme a mia moglie. Il nome era già deciso: si sarebbe chiamato Noah, come il figlio di Scott Weiland. Il telefono non cessava di squillare, ricevevo di continuo telefonate da parte di mio fratello che vive negli USA. Ma, preso com’ero dalla situazione convulsa, non ebbi modo di rispondere. Avrei richiamato io più tardi. Quando lo feci, scoprii che aveva da comunicarmi un fatto molto triste: Chris Cornell se n’era andato, e lo aveva fatto nello stesso istante in cui mio figlio veniva alla luce. La notizia, lì per lì, mi piombò addosso come un fulmine su una macchina: mi turbò, ma ero protetto dalla gioia dell’arrivo di mio figlio. Realizzai la portata di quella tragedia solo dopo molti giorni. Chris per me era come un “fratello” e sapere che si era tolto la vita in una stanza di albergo a Detroit dopo un concerto segnò una profonda ferita dentro di me che ancora non riesco a sanare. Il mio “rifugio” mi aveva abbandonato in un momento di grande gioia per me, un contrasto netto e aspro, tuttora difficile da descrivere. Giacomo Graziano, Gli anni del Grunge: Italia 1989-1996

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Gli anni del Grunge

Gli anni del Grunge
Italia 1989-1996

a cura di Giacomo Graziano
PubMe - Gli scrittori della porta accanto
Racconti | Interviste
ISBN 979-1254582909
Cartaceo 15,00€
Ebook 2,99€

Quarta

Italia, 1989-1996. Il grunge è l’ultimo terremoto musicale, il pop si è fatto da parte per dare spazio al fenomeno underground uscito dal suo guscio alternativo, esploso in una supernova che non risparmia niente e nessuno.
Non risparmia gli ultimi eroi del rock prima del crepuscolo: Kurt Cobain, Layne Staley, Andrew Wood, Chris Cornell e tanti altri artisti sensibili e talentuosi, ciascuno capace di comunicare un disagio personale cui era possibile immedesimarsi.
Negli scritti qui raccolti di giornalisti, critici musicali, organizzatori, musicisti, strumentisti, DJ, promoter si attinge dal cassetto dei ricordi a rievocare le emozioni del passaggio del grunge, della «musica sporca e rumorosa del Northwest», dei piccoli e grandi concerti in Italia, o la trepidazione nel tenere in mano una copia fresca e scintillante di Ten o di Nevermind.
Il grunge è stato “il manto protettivo” di un’intera generazione, forse in ritardo rispetto al resto del mondo, dove le innovazioni giungono come polvere trasportata dal vento.

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Plasticamente, il manuale pratico di Elena Genero Santoro: un estratto

Plasticamente, il manuale pratico di Elena Genero Santoro: un estratto

Plasticamente, il manuale pratico di Elena Genero Santoro: un estratto

#booktok Un estratto di Plasticamente – Le materie plastiche e le scelte ecofriendly, un manuale pratico di Elena Genero Santoro (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto HOWTO): «Gli argomenti che ruotano intorno all’ecologia sarebbero mille. Ne ho scelto uno, che comunque si collega e impatta su molti altri aspetti: la plastica».

Il Green Deal incentiva l’Economia Circolare, la de-carbonizzazione, l’elettrificazione, la progettazione sostenibile, l’energia pulita, la riciclabilità. Un maremagno di parole che hanno un denominatore comune: dobbiamo salvare il pianeta, perché i problemi che lo affliggono sono tanti e tutti interconnessi tra loro. Il modo in cui ci spostiamo e quello in cui produciamo energia hanno grandi effetti collaterali in termini di emissioni di gas e consumo di risorse. La conseguenza sono i cambiamenti climatici e un ambiente che non riesce più smaltire le sostanze sintetiche di cui è saturo. In pratica il Green Deal mira a trasformare l’economia europea per renderla “sostenibile”. Dopo decenni di economia lineare (produci, usa, getta) l’obiettivo è di rendere l’economia come un processo circolare, in cui, alla fine della vita, un prodotto può essere sfruttato ancora, riusato, riutilizzato, riciclato, poiché le risorse non sono infinite (produci, usa, recupera/ ricicla, riusa). Quindi la ricerca, l’innovazione tecnologica, dovranno mirare proprio a questo: all’efficienza, al massimo rendimento delle risorse disponibili, alla produzione di energia senza utilizzo di materie fossili, con il minimo impatto verso l’ambiente.

Inquinamento zero, per un ambiente privo di sostanze tossiche.

Il Green Deal apre a incentivi economici e a indicazioni specifiche in molti ambiti, che spaziano dalla pesca alle ristrutturazioni edilizie. Ma uno dei veri cavalli di battaglia del Green Deal è l’obiettivo in ambito chimico: “Inquinamento zero, per un ambiente privo di sostanze tossiche”. In seno a questo obiettivo, alla fine del 2020 la Commissione Europea ha pubblicato il documento per la Strategia per la Chimica Sostenibile.
[...] Il 2021 è iniziato con un mio risveglio ecologico. Dopo il libro di Valerio Rossi Albertini ho trascorso il 2021 a studiare. Saggi, articoli, report di studi effettuati. Ho guardato documentari. Mi sono appuntata dati, numeri e fonti. Ho cercato soluzioni meno inquinanti per la mia vita quotidiana. Finché non mi è venuta la voglia di condividere ciò che avevo appreso e che continuo ad apprendere. Lo voglio fare in modo informale, con lo spirito divulgativo della blogger. Gli argomenti che ruotano intorno all’ecologia sarebbero mille e si dividerebbero in altrettanti rivoli. Ne ho scelto uno, che comunque si collega e impatta su molti altri aspetti e che trovo particolarmente soffocante e opprimente: la plastica, da cui siamo circondati, ovunque. La plastica, una categoria di materiali versatile e di per sé non nociva, ma il cui abuso sta invadendo il mondo e modificando gli ecosistemi esistenti, soprattutto quando si disperde nei mari sotto forma di microplastica. L’uso della plastica ha rappresentato per decenni l’emblema dell’economia lineare: produco, consumo, butto. Questo è il motivo per cui tonnellate di plastica invadono il mondo e intasano i mari e questo non è più sostenibile. Elena Genero Santoro, Plasticamente: le materie plastiche e le scelte ecofriendly

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Plasticamente

Plasticamente
Le materie plastiche e le scelte ecofriendly

di Elena Genero Santoro
PubMe - Gli scrittori della porta accanto HOWTO
Manuale pratico
ISBN
Cartaceo 14,00€
Ebook 5,99€

Quarta

«Ogni giorno, come specie, facciamo di tutto per distruggere la capacità della Creazione di darci in qualsiasi caso vita, ma la Creazione continua a fare ciò che è in suo potere per offrircela comunque. E questo è il vero amore.»
Julia Butterfly Hill

La plastica è un materiale che ha iniziato a diffondersi massivamente e in infinite applicazioni dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Le nostre case sono invase da oggetti di plastica, la maggior parte dei quali destinati al monouso. Se agli albori la plastica è sembrata un’invenzione geniale, economica e versatile, oggi ci stiamo accorgendo di quanto sia insidiosa. La produzione senza freni di questo materiale ha avuto come effetto collaterale l'inquinamento mondiale. La plastica ora è ovunque, invade gli ecosistemi, crea isole nel mare, finisce negli alimenti che consumiamo.
Il questo manuale potrete trovare:
  • Dati e informazioni sugli utilizzi dei diversi tipi di plastica e sull’efficacia del riciclo;
  • Una panoramica sullo stato dell’inquinamento globale e sulle leggi in merito;
  • I rischi legati all’inquinamento da plastica;
  • Una sezione legata alla produzione tessile;
  • Azioni volte a ridurre la plastica nella nostra quotidianità;
  • Brand sostenibili e plastic free per l’acquisto;
  • Progetti innovativi inerenti il riciclo della plastica e soluzioni domestiche fantasiose.

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Madri, il memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

Madri, il memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

Madri, il memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

#booktok Un estratto di Madri, il memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un libro solidale che aiuta un ospedale missionario: uno sguardo emozionale alla realtà sanitaria in un piccolo villaggio rurale del Kenya, dove spesso mancano i mezzi e ci si deve arrendere.

Linet è una bambina di circa un anno, in condizioni di nutrizione e idratazione apparentemente normali. Il peso corporeo è di dieci chilogrammi e non appare disidratata.
Al ricovero, il respiro era davvero pessimo, quasi un gasping [nota – Respiro agonico, movimento muscolare involontario caratterizzato da una riduzione estrema della frequenza degli atti respiratori fino al loro totale arresto]: all’auscultazione polmonare era un disastro, tanto da farci pensare ad una ARDS [nota – Sindrome da Distress Respiratorio Acuto]. Non c’era febbre, ma la piccola aveva comunque delle convulsioni parziali alla bocca. Ci è sembrata incosciente sin dal primo momento.
La mamma arrivava da un altro ospedale e aveva con sé una lastra del torace, molto difficile da inquadrare con chiarezza, comunque abbastanza suggestiva di polmonite atipica o tubercolosi. La saturazione di ossigeno della bimba era bassissima, circa il 65%.
Abbiamo prima di tutto cercato un accesso venoso, che la bravura delle nostre infermiere è riuscita a trovare solo sullo scalpo: abbiamo somministrato immediatamente del diuretico. A motivo della lastra del torace, abbiamo preferito iniziare subito la terapia antitubercolare, assieme ad antibiotici ad ampio spettro, per essere sicuri di colpire anche i batteri intracellulari responsabili delle polmoniti atipiche. Abbiamo, per così dire, optato per la terapia più completa possibile per scongiurare qualsiasi eventuale patologia relativa al suo quadro clinico.
Per le convulsioni abbiamo iniziato la terapia con barbiturici per tenerle sotto controllo, e il chinino endovena senza nemmeno avere il risultato del test malarico.
Naturalmente Linet è stata assistita con ossigenoterapia fin dal primo momento. Ma chinino e le altre medicine purtroppo non sono bastati a fare il miracolo.

Alle ore 23:00, Linet ha dato due respironi più profondi sotto lo sguardo mio e della mamma.

Si è irrigidita per una frazione di secondo e poi è volata in Paradiso.
La madre è stata stoica, come capita moltissime volte dalle nostre parti. In piedi, immobile come un albero, non ha pianto, ha continuato a ripetermi: «Sto bene... sto bene». Ho cercato di consolarla e lei diceva a me di non preoccuparmi. Volevo giustificarmi, dirle che avevo tentato di fare del mio meglio e lei mi rispondeva che lo sapeva, che mi era grata.
Non potrò mai eguagliare la forza di queste mamme, la loro compostezza, la loro accettazione degli eventi. Mi chiedo se si tratti solo di fatalismo o sia lo specchio di una profonda fede.

Linet è qui, ora, tra le mie braccia, mentre la porto verso l’obitorio. Il mio cuore è tristissimo, anche se mi stringo nelle spalle e confesso a me stesso che non avrei potuto fare di più per lei. Non so neppure con precisione che cosa se la sia portata via. Probabilmente una polmonite atipica da chissà quale batterio strano, o la solita TBC o la malaria, che rimane il nostro killer numero uno dei bambini al di sotto dei cinque anni. Non lo so.
Quello che so è che Linet è la seconda bambina che muore oggi nel nostro ospedale: l’altra non ha neppure potuto vedere la luce, perché dall’ecografia sapevamo già che si trattava di una morte endouterina – ancora una volta, senza un perché. Beppe Gaido e Stefania Bergo, Madri

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Madri

Madri

di Beppe Gaido e Stefania Bergo
Memoir
Ebook 2,99€
Cartaceo 12,00€
Audiolibro storytel.com

LIBRO SOLIDALE
sostiene Ospedale St. Orsola, Matiri – Kenya

Quarta

«È passata la mezzanotte da appena dieci minuti quando a Matiri accogliamo il primo neonato del 2019. Una bellissima bambina, in ottime condizioni di salute. Un parto nei primi dieci minuti dell’anno nuovo è di buon auspicio. Che bello iniziare così!»

Beppe Gaido è un chirurgo. Dal 1981 è anche un religioso, missionario prima in Tanzania, poi in Kenya, dove ha prestato la sua opera a Chaaria e in seguito a Matiri.
Vive e lavora qui, nel “luogo della polvere”, dove sorge un ospedale affacciato su una splendida vallata. Il reparto che preferisce è la Maternità, dove vita e morte si incontrano e scontrano di continuo, tra gioie persistenti e dolori che si piazzano sotto lo sterno come macigni. È di queste madri che Beppe racconta in una lunga intervista a Sara.
Per aprire una finestra sulla vita al limite di queste donne, spesso sole, fragili, fiere come guerrieri Masai e resilienti come dei Don Quichotte avvolti in coloratissimi kikoi.
Per aiutare il St. Orsola, cui andrà tutto il ricavato della vendita di questo libro.
Grazie.

Tutto il ricavato verrà dato in beneficenza all'ospedale St. Orsola di Matiri (Kenya)

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Ucraina. Storia, geopolitica, attualità, il saggio di Argyros Singh: un estratto

Ucraina. Storia, geopolitica, attualità, il saggio di Argyros Singh: un estratto

Ucraina. Storia, geopolitica, attualità, il saggio di Argyros Singh: un estratto

#booktok Un estratto di Ucraina. Storia, geopolitica, attualità, il saggio di Argyros Singh (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un libro solidale, che guarda alla tragedia attuale con occhi geopolitici, storici e umanitari, con un taglio psicologico.

Nel 2022 è quasi impossibile concepire una guerra quale atto offensivo alla dignità di un altro Stato e della sua popolazione. La violenza va sempre condannata, in tutte le sue forme e in tutte le sue manifestazioni. Talvolta però i concetti di giustizia, etica e correttezza vengono meno.
Forse ci siamo assuefatti alla metafora del buon selvaggio di Rousseau, pensando a una società civile che ci ha resi barbari e violenti, snaturando la nostra essenza tendenzialmente pacifica. Mi duole dirlo, ma, come in natura il comportamento antagonista viene prima di quello altruista, così nella nostra fantasia abbiamo per anni relegato il concetto di guerra a mera stupidità. Ecco, la guerra è tutto tranne che stupida. Qualcosa di stupido non lascia segni permanenti nell’esistenza delle persone, non impedisce alla propria narrativa di vita di proseguire e, soprattutto, non è cosa su cui fare “illazioni da divano”. Lo scontro va compreso, studiato e solo poi ripudiato.
Certe volte siamo convinti che alcune barbarie non abbiano senso e che chi le compia sia un folle. Anche questa banalità dovrebbe essere sradicata, se vogliamo ambire a un futuro più brillante, dove una mentalità meno naïf potrebbe essere in qualche modo preventiva in tal senso.

Non è giustificabile, dopo gli avvenimenti del secolo scorso, relegare lo scontro armato nella categoria delle cose di poco conto.

Facendo ciò rinunciamo alle responsabilità, miniamo la nostra capacità di intendere e di volere e, di conseguenza, il nostro giudizio sulle cose. Allontanare il male richiede che esso sia prima stato compreso e studiato; solo in seguito avremo chiara la sconfinata capacità che l’essere umano sa mettere in campo quando si tratta di distruggere e abbattere il suo stesso mondo.
Siamo cresciuti con esempi molto distanti dall’oggettività. Pensiamo alla famosa frase che ci hanno ripetuto spesso da bambini: «Ah, gli uomini sono l’unico animale del pianeta così stupido da farsi la guerra. Quanto siamo cattivi!»
Sappiate che questa affermazione non solo è sbagliata, ma anche riduttiva e priva di fondamento. Per esempio, i babbuini quando muovono guerra tra i loro clan compiono delle vere e proprie stragi senza risparmiare niente e nessuno. La loro struttura sociale e gerarchica funziona in questo modo, non avrebbe alcun senso cambiarla. Comprendono che attacco e difesa siano parte integrante del ciclo vitale di ogni gruppo, di conseguenza non possono in alcun modo eliminarlo, pena una chiara instabilità interna che li esporrebbe a pericoli ancora più grandi.
Lo scopo di questo scritto è di far presente al lettore, che conosce l’orrore della guerra solo attraverso la violenza verbale o sui social, quanto esso sia tragico. Ma non un tragico da rifuggire, piuttosto da comprendere. Essere responsabili e reattivi rispetto a quanto accade è un nostro dovere.
Capiremo insieme cosa voglia dire sperimentare un trauma, contrarre una vera e propria condizione patologica e riprendersi da essa. Il percorso sarà lungo, faticoso e, soprattutto, carico di tenebra. Faccio questa premessa da subito, poiché ritengo che il lettore debba essere consapevole di cosa lo aspetti. Capire il male è anche sperimentarlo, mettersi nei panni empatici del carnefice e, solo dopo, ripudiarne le vesti. Altrimenti mancheremo sempre di una profonda realizzazione di che cosa sia il male, accettando in modo acritico una contrapposizione semplificata di giusto-sbagliato, che in natura non ha ragione di essere. dalla Postfazione di Adriano Grazioli

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Ucraina. Storia, geopolitica, attualità

Ucraina
Storia, geopolitica, attualità.

di Argyros Singh
PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Saggio
ISBN 979-1254581933
Saggio
ebook 4,99€
Cartaceo 15,00€

Quarta

Il popolo cosacco, la russificazione, il nazionalismo ucraino, la lotta travagliata nel Novecento per conquistare l’indipendenza. Sono solo alcuni dei temi affrontati in questo saggio, rivolto soprattutto a coloro che vogliono fare ordine nella complessa situazione ucraina, approfondendone la storia e l’attualità. Il libro non ha solo un taglio divulgativo, ma entra nello specifico di alcuni contenuti fondamentali, in modo che il lettore possa acquisire argomentazioni forti e verificate, utili nel dibattito contemporaneo che coinvolge anche il nostro Paese. La speranza è di poter contribuire alla formazione di una prospettiva più nitida e di un’opinione non ideologica e ben argomentata.
L’obiettivo complementare è di riuscire a raccogliere fondi per sostenere la popolazione ucraina sia negli aiuti umanitari contingenti, sia in vista del lungo processo di ricostruzione.
Tutto il ricavato sarà quindi devoluto a United24 – The initiative of the President of Ukraine per il soccorso medico (Medical Aid). Il saggio è arricchito da altre due voci. L’introduzione di Mykhaylo Nychyporuk è legata al complicato rapporto tra l’Unione Europea e l’Ucraina negli ultimi vent’anni. La postfazione di Adriano Grazioli descrive, da una prospettiva psicologica, le conseguenze cui vanno incontro le persone che vivono la guerra sulla propria pelle.
Si tratta quindi di un testo nel suo complesso molto dettagliato, che permette di guardare alla tragedia attuale non solo con occhi geopolitici, storici o umanitari, ma anche con un taglio psicologico, poiché la guerra, anche questa, finirà, ma avrà terribili ripercussioni traumatiche sulla popolazione negli anni a venire.

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Madri, un memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

Madri, un memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

Madri, un memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

Pagine in anteprima Un estratto di Madri, un memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un libro solidale che racconta la condizione femminile in un piccolo villaggio rurale del Kenya, dove le donne, spesso, non sono nemmeno padrone del proprio corpo.

Se una donna non ne può avere, non è una buona moglie, non è un investimento per il proprio futuro. Ecco perché generalmente queste donne scelgono di salvare l'utero a tutti i costi e non danno il permesso di cambiare i piani operatori per nessun motivo: nemmeno in caso di emorragia grave e pericolo di vita.
La maggior parte delle volte non si tratta nemmeno di una scelta, ma di un loro dovere. La verità è che troppo spesso queste donne non hanno diritti. E questo è ancor più evidente in certe tribù che vivono ai confini, in luoghi remoti, quasi isolati dal resto della regione.
Giusto qualche giorno fa ho ricevuto in ambulatorio, per motivi di infertilità, una paziente di etnia rendille. Aveva i capelli rasati ed era adorna di braccialetti e collari, come da tradizione.
Non riuscivamo a comunicare perché non sapeva una sola parola di inglese o kiswahili.
Con lei c’era un uomo molto più anziano che pareva conoscermi come un vecchio amico. Io non lo ricordavo, ma lui insisteva di essere stato a lungo mio paziente in quel di Chaaria. Affermava di essere un amico del marito della donna, rimasto a casa.
Ho insistito per poter parlare con un parente più stretto della paziente che mi facesse da traduttore, per questioni di privacy, dovendo farle un’ecografia pelvica. Lui candidamente mi ha riferito che fuori c’era il vecchio padre, ma pure lui conosceva solo la lingua rendille.
Mi sono rassegnato a visitarla in presenza di quello che a tutti gli effetti era un estraneo.
È stato difficile per me fare alla paziente le consuete domande sulla sua vita coniugale necessarie a inquadrare la sua infertilità. Lei, invece, era tranquilla e rassegnata, pareva che per lei tutto fosse assolutamente normale. Evidentemente per lei è sempre stato così, c’è sempre stato un estraneo, maschio, a tradurre le domande dei medici e le sue risposte.
L’ecografia ha evidenziato la ragione dell’infertilità: un grosso fibroma uterino sottomucoso che occupava completamente la cavità endometriale. Si trattava di fare una miomectomia, nella speranza che poi la donna potesse concepire e portare a termine una gravidanza.
Ho spiegato la questione all’uomo, chiedendogli di riferirlo alla paziente. Lui, senza rivolgerle la parola, ha acconsentito all’intervento e mi ha dato il permesso di procedere al ricovero.
Istintivamente mi sono inalberato e l’ho obbligato a domandare alla paziente se lei fosse d’accordo. Ma lui, serafico, mi ha ripetuto che non c’erano problemi e che, tornando al villaggio, avrebbe informato lui il marito. Al che mi sono messo di traverso e gli ho detto chiaramente che non avrei eseguito l’intervento senza il consenso della signora, in quanto si trattava del suo corpo, non di quello del marito.
Inaspettatamente, l’uomo mi ha chiesto il permesso di uscire dall’ambulatorio; in sala d’attesa l’ho visto confabulare con il padre di lei; dopo pochi minuti sono ritornati entrambi nel mio ambulatorio e mi hanno detto: «È tutto a posto, l’intervento si può fare».
Non mi sono arreso, ho imposto che lo chiedessero anche a lei.
A malincuore, il traduttore le ha parlato a lungo, usando un tono di voce apparentemente agitato e collerico – non sono sicuro si trattasse solo di inflessione dialettale o di un atteggiamento volutamente duro.
La donna non rispondeva e guardava il pavimento.
Non ha dato un solo cenno di assenso, neppure con il capo, come se lui non le stesse chiedendo nulla ma riferendo una decisione già presa.
Eppure, con assoluta faccia tosta, i due uomini mi hanno riferito che la paziente era d’accordo.
Mi sono rassegnato e l’ho ricoverata con una punta di tristezza nel cuore.

Alcune donne, soprattutto quelle delle desolate regioni del Nord, sono senza diritti, senza privacy, senza voce, nemmeno quanto si tratta del loro corpo, della loro vita intima, della loro salute. Per una cultura estremamente maschilista.
Eppure, vedo dei cambiamenti, intorno a me. Anche tra i più poveri, gli ultimi, che magari faticano ad avere accesso all’istruzione. La mentalità sta cambiando. Me ne rendo conto quando incontro uomini come il marito di Ann.
La mentalità sta cambiando.
O almeno, è quello in cui mi piace sperare.
Madri

Madri

di Beppe Gaido e Stefania Bergo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa | Memoir
ISBN
Cartaceo 12,00€
ebook 2,99€

Sinossi

«È passata la mezzanotte da appena dieci minuti quando a Matiri accogliamo il primo neonato del 2019. Una bellissima bambina, in ottime condizioni di salute. Un parto nei primi dieci minuti dell’anno nuovo è di buon auspicio. Che bello iniziare così!» Beppe Gaido è un chirurgo. Dal 1981 è anche un religioso, missionario prima in Tanzania, poi in Kenya, dove ha prestato la sua opera a Chaaria e in seguito a Matiri.Vive e lavora qui, nel “luogo della polvere”, dove sorge un ospedale affacciato su una splendida vallata. Il reparto che preferisce è la Maternità, dove vita e morte si incontrano e scontrano di continuo, tra gioie persistenti e dolori che si piazzano sotto lo sterno come macigni. È di queste madri che Beppe racconta in una lunga intervista a Sara. Per aprire una finestra sulla vita al limite di queste donne, spesso sole, fragili, fiere come guerrieri Masai e resilienti come dei Don Quichotte avvolti in coloratissimi kikoi. Per aiutare il St. Orsola, cui andrà tutto il ricavato della vendita di questo libro. Grazie.

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