Gli scrittori della porta accanto

Madri, un memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

Madri, un memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo: un estratto

Pagine in anteprima Un estratto di Madri, un memoir di Beppe Gaido e Stefania Bergo (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un libro solidale che racconta la condizione femminile in un piccolo villaggio rurale del Kenya, dove le donne, spesso, non sono nemmeno padrone del proprio corpo.

Se una donna non ne può avere, non è una buona moglie, non è un investimento per il proprio futuro. Ecco perché generalmente queste donne scelgono di salvare l'utero a tutti i costi e non danno il permesso di cambiare i piani operatori per nessun motivo: nemmeno in caso di emorragia grave e pericolo di vita.
La maggior parte delle volte non si tratta nemmeno di una scelta, ma di un loro dovere. La verità è che troppo spesso queste donne non hanno diritti. E questo è ancor più evidente in certe tribù che vivono ai confini, in luoghi remoti, quasi isolati dal resto della regione.
Giusto qualche giorno fa ho ricevuto in ambulatorio, per motivi di infertilità, una paziente di etnia rendille. Aveva i capelli rasati ed era adorna di braccialetti e collari, come da tradizione.
Non riuscivamo a comunicare perché non sapeva una sola parola di inglese o kiswahili.
Con lei c’era un uomo molto più anziano che pareva conoscermi come un vecchio amico. Io non lo ricordavo, ma lui insisteva di essere stato a lungo mio paziente in quel di Chaaria. Affermava di essere un amico del marito della donna, rimasto a casa.
Ho insistito per poter parlare con un parente più stretto della paziente che mi facesse da traduttore, per questioni di privacy, dovendo farle un’ecografia pelvica. Lui candidamente mi ha riferito che fuori c’era il vecchio padre, ma pure lui conosceva solo la lingua rendille.
Mi sono rassegnato a visitarla in presenza di quello che a tutti gli effetti era un estraneo.
È stato difficile per me fare alla paziente le consuete domande sulla sua vita coniugale necessarie a inquadrare la sua infertilità. Lei, invece, era tranquilla e rassegnata, pareva che per lei tutto fosse assolutamente normale. Evidentemente per lei è sempre stato così, c’è sempre stato un estraneo, maschio, a tradurre le domande dei medici e le sue risposte.
L’ecografia ha evidenziato la ragione dell’infertilità: un grosso fibroma uterino sottomucoso che occupava completamente la cavità endometriale. Si trattava di fare una miomectomia, nella speranza che poi la donna potesse concepire e portare a termine una gravidanza.
Ho spiegato la questione all’uomo, chiedendogli di riferirlo alla paziente. Lui, senza rivolgerle la parola, ha acconsentito all’intervento e mi ha dato il permesso di procedere al ricovero.
Istintivamente mi sono inalberato e l’ho obbligato a domandare alla paziente se lei fosse d’accordo. Ma lui, serafico, mi ha ripetuto che non c’erano problemi e che, tornando al villaggio, avrebbe informato lui il marito. Al che mi sono messo di traverso e gli ho detto chiaramente che non avrei eseguito l’intervento senza il consenso della signora, in quanto si trattava del suo corpo, non di quello del marito.
Inaspettatamente, l’uomo mi ha chiesto il permesso di uscire dall’ambulatorio; in sala d’attesa l’ho visto confabulare con il padre di lei; dopo pochi minuti sono ritornati entrambi nel mio ambulatorio e mi hanno detto: «È tutto a posto, l’intervento si può fare».
Non mi sono arreso, ho imposto che lo chiedessero anche a lei.
A malincuore, il traduttore le ha parlato a lungo, usando un tono di voce apparentemente agitato e collerico – non sono sicuro si trattasse solo di inflessione dialettale o di un atteggiamento volutamente duro.
La donna non rispondeva e guardava il pavimento.
Non ha dato un solo cenno di assenso, neppure con il capo, come se lui non le stesse chiedendo nulla ma riferendo una decisione già presa.
Eppure, con assoluta faccia tosta, i due uomini mi hanno riferito che la paziente era d’accordo.
Mi sono rassegnato e l’ho ricoverata con una punta di tristezza nel cuore.

Alcune donne, soprattutto quelle delle desolate regioni del Nord, sono senza diritti, senza privacy, senza voce, nemmeno quanto si tratta del loro corpo, della loro vita intima, della loro salute. Per una cultura estremamente maschilista.
Eppure, vedo dei cambiamenti, intorno a me. Anche tra i più poveri, gli ultimi, che magari faticano ad avere accesso all’istruzione. La mentalità sta cambiando. Me ne rendo conto quando incontro uomini come il marito di Ann.
La mentalità sta cambiando.
O almeno, è quello in cui mi piace sperare.
Madri

Madri

di Beppe Gaido e Stefania Bergo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa | Memoir
ISBN
Cartaceo 12,00€
ebook 2,99€

Sinossi

«È passata la mezzanotte da appena dieci minuti quando a Matiri accogliamo il primo neonato del 2019. Una bellissima bambina, in ottime condizioni di salute. Un parto nei primi dieci minuti dell’anno nuovo è di buon auspicio. Che bello iniziare così!» Beppe Gaido è un chirurgo. Dal 1981 è anche un religioso, missionario prima in Tanzania, poi in Kenya, dove ha prestato la sua opera a Chaaria e in seguito a Matiri.Vive e lavora qui, nel “luogo della polvere”, dove sorge un ospedale affacciato su una splendida vallata. Il reparto che preferisce è la Maternità, dove vita e morte si incontrano e scontrano di continuo, tra gioie persistenti e dolori che si piazzano sotto lo sterno come macigni. È di queste madri che Beppe racconta in una lunga intervista a Sara. Per aprire una finestra sulla vita al limite di queste donne, spesso sole, fragili, fiere come guerrieri Masai e resilienti come dei Don Quichotte avvolti in coloratissimi kikoi. Per aiutare il St. Orsola, cui andrà tutto il ricavato della vendita di questo libro. Grazie.
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