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The week: focus sugli eventi tra il 7 e il 20 novembre

The week: focus sugli eventi tra il  7 e il 20 novembre

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 7 e il 20 novembre? La COP27 e il G20, elezioni di midterm negli USA, aggiornamenti dall'Ucraina e dall'Iran.

In questo The Week, ho scritto di due importanti incontri internazionali: la COP27 e il G20. Ho approfondito il tema delle elezioni statunitensi di midterm, iniziato nel post precedente, per poi concludere con un aggiornamento sulle situazioni ucraina e iraniana.



USA: risultati imprevisti e ricandidatura di Trump

Prima delle elezioni, i media statunitensi avevano annunciato l’onda rossa dei repubblicani: alle elezioni del 2016 sbagliarono sulla sconfitta di Trump; nel 2022 hanno sbagliato sulla vittoria dei suoi candidati.
È vero che i repubblicani guadagnano una maggioranza risicata alla Camera dei rappresentanti, ma il Senato rimane dei democratici. Il presidente Joe Biden ha così ottenuto il miglior risultato mai registrato alle elezioni di metà mandato, per un partito al governo, ma ha detto di voler riflettere fino all’inizio del prossimo anno prima di ricandidarsi.
La debole prestazione repubblicana è da attribuirsi in gran parte a Donald Trump, che aveva candidato figure controverse, negazionisti e complottisti a vario titolo. In parallelo, la vittoria del compagno di partito Ron DeSantis, in Florida, potrebbe aprire a una contesa per la leadership del Grand Old Party.
Oltre ai governatori, si sono svolti diversi referendum, tra cui quelli incentrati sul diritto di accesso all’aborto, con Stati come California, Vermont, Kentucky e Montana (questi ultimi due repubblicani) che hanno esteso la legislazione o respinto le norme antiaborto.
Sul piano internazionale, la parziale vittoria di Biden rassicura gli alleati e l’Ucraina, dal momento che ci sarà continuità nel sostenere il Paese aggredito a livello economico e militare.

Con ogni probabilità, a fronte di un tasso di approvazione per Biden che era sceso al 44% degli elettori, la vera spinta per i democratici è stata data dal rifiuto delle proposte illiberali dei repubblicani, che d’altra parte non possedevano un vantaggio d’immagine.

Nemmeno le preoccupazioni alte per l’inflazione, con i sondaggi che davano più capacità ai repubblicani di risolvere il problema, ha aiutato il GOP. Un caso curioso, che lascia intendere come negli americani la centralità della questione dei diritti individuali superi anche il peso (pur rilevante) dato alle difficoltà economiche.
Nonostante i risultati, Trump ha annunciato la propria ricandidatura per la presidenza degli Stati Uniti, nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida, senza la presenza della gran parte degli esponenti repubblicani.
Molti sembrano già decisi a togliere il loro sostegno: il magnate Rupert Murdoch, proprietario di Fox News, avrebbe detto a Trump di non voler sostenere una sua nuova campagna elettorale. L’ex vicepresidente Mike Pence ha dichiarato che crede che in futuro i repubblicani avranno scelte migliori di Trump. Persino la figlia, Ivanka, ha annunciato di volersi prendere una pausa dalla politica, per dedicare più tempo ai figli. In ogni caso, il suo primo scoglio saranno le primarie del partito. Sulle elezioni di midterm – cnn.com, cnn.com, theguardian.com, ispionline.it e ispionline.it | Sulla candidatura di Trump – abcnews.go.com e ispionline.it

COP27: un difficile equilibrio

La conferenza sul clima di quest’anno si è tenuta in Egitto, a Sharm el Sheikh. Il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha lanciato un appello per cambiare rotta rispetto a «un caos climatico irreversibile», ricercando un «patto storico tra economie sviluppate ed emergenti». I Paesi più sviluppati dovrebbero mantenere gli impegni di Parigi, mentre quelli più poveri hanno insistito per ricevere i finanziamenti necessari a fronteggiare una crisi climatica che non hanno provocato (la questione è nota come loss and damage).
Il Glasgow Climate Pact dello scorso anno aveva visto l’interesse di soli ventisei Paesi su centonovantatré a intensificare le azioni per il contrasto al cambiamento climatico. Il documento sottolineava anche che l’obiettivo per il 2020 di fornire cento miliardi di dollari all’anno ai Paesi in via di sviluppo non era stato raggiunto.

Il summit egiziano è servito anche a un altro scopo: evidenziare le violazioni della libertà di stampa e di espressione, con blogger e giornalisti già nelle carceri del Paese da mesi o anni.

Tra di loro, Alaa Abd el-Fattah, egiziano simbolo della primavera araba, in carcere per gran parte degli ultimi nove anni, per le sue critiche al governo.
Gli stessi attivisti climatici, desiderosi di partecipare alla COP27, hanno avuto grosse difficoltà ad accreditarsi e la lista di nomi permessi è stata monitorata dal governo. Non a caso, personaggi come Greta Thunberg hanno scelto di non partecipare (oltre al fatto che la giovane attivista abbia annunciato di recente di voler lasciare il “megafono” a nuovi attivisti).

La bozza del documento finale del vertice ha messo in luce la disarmonia tra i principali attori globali.

Nel testo, si «nota con preoccupazione il crescente gap fra i bisogni dei Paesi in via di sviluppo e il sostegno fornito da quelli sviluppati». La stima è di 5.600 miliardi di dollari al 2030: contando che nel 2019-20 il sostegno si è attestato a 803 miliardi di dollari, si capisce che la questione è ben lontana dall’essere risolta.
Ma che cosa è stato stabilito al termine della COP27? Concluso domenica 20, ai “tempi supplementari”, il vertice ha stabilito per la prima volta la costituzione di un fondo per compensare i Paesi più colpiti dal cambiamento climatico. Respinta invece l’ipotesi di alzare ulteriormente la cifra rispetto alla COP26 di Glasgow. Verrà formata una commissione di transizione per determinare i criteri per l’accesso ai fondi: sarà importante garantire che i soldi non arrivino a governi corrotti.
Ci si è poi domandati come considerare la Cina: ancora ritenuto in via di sviluppo, è il primo Paese per emissioni di gas serra e la seconda potenza economica mondiale. Servirà tempo, ma ci sono state pressioni internazionali affinché cominci a sua volta a impegnarsi nel campo della finanza climatica. Sul summit – ansa.it, ispionline.it, ispionline.it e wired.it
Leggi anche Stefania Bergo | Crescita zero: un problema o una soluzione?


G20: compito ingrato per l’Indonesia

Si è concluso anche il G20 di Bali, in Indonesia. Molti i temi e i dialoghi, a partire dall’incontro tra Xi Jinping e Joe Biden, che ha portato a un primo disgelo, quantomeno nei toni. I due presidenti escono da una doppia conferma a livello politico: la relativa vittoria di Biden alle elezioni di midterm e l’attribuzione del terzo mandato alla presidenza del PCC per Jinping. Entrambi i Paesi che rappresentano, però, stanno vivendo fasi complicate, gli Stati Uniti a causa dell’inflazione, la Cina per il significativo rallentamento dell’economia, dovuta in parte alla politica “zero Covid”.
Critico invece il rapporto con la Russia. Secondo il Financial Times, un funzionario cinese coperto da anonimato ha riferito che Jinping non fosse al corrente dell’intenzione russa di invadere l’Ucraina e che questo avesse messo la Cina in una posizione scomoda. D’altra parte, il presidente Vladimir Putin non si è presentato al vertice, facendo parlare il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e sancendo la definitiva messa all’angolo della Federazione.

Gli Stati del G20 rappresentano il 75% del commercio globale e il 60% della popolazione globale.

Se sulla guerra i Paesi del G20 rimangono divisi, i temi dell’inflazione e dell’approvvigionamento di materie prime riguardano tutti. Per questo, la presidenza indonesiana ha scelto di concentrarsi su tre questioni: la gestione sanitaria mondiale, la transizione energetica sostenibile, la rivoluzione digitale.
Che cosa è emerso? La dichiarazione finale recita: «La maggioranza dei membri condanna la guerra in Ucraina e sottolinea che essa stia causando immense sofferenze umane ed esacerbando le fragilità esistenti nell’economia globale – limitando la crescita, aumentando l’inflazione, interrompendo le catene di approvvigionamento, aumentando l’insicurezza energetica e alimentare ed elevando i rischi per la stabilità finanziaria. Esistono altri punti di vista e diverse valutazioni della situazione e delle sanzioni. Riconoscendo che il G20 non è la sede per risolvere le questioni di sicurezza, riconosciamo che le questioni di sicurezza possono avere conseguenze significative per l’economia globale».
Tra chi ha espresso riserve, Russia, Cina, India e Arabia Saudita. Il documento si aggiunge così alla risoluzione n. ES-11/1 del 2 marzo 2022 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che deplora l’aggressione russa e chiede il ritiro completo e incondizionato dal territorio ucraino, occupandosi appunto di questioni di sicurezza. Sul G20 – aljazeera.com, aljazeera.com, ispionline.it, ispionline.it e cnn.com

Ucraina e Iran: gli aggiornamenti

  1. La migliore notizia di queste settimane dal fronte ucraino è la ritirata dei russi dalla città di Kherson.

    Alcuni commentatori hanno parlato di un riposizionamento strategico e non di una sconfitta, ma le cose stanno diversamente. Da almeno due mesi, la controffensiva ucraina ha riconquistato le aree intorno alla città e ha messo in forte crisi la logistica russa. In sostanza, la posizione su Kherson era stata resa indifendibile e da settimane l’esercito russo era in ritirata oltre il Dnipro. L’invasore ha costituito una tripla linea difensiva al di là del fiume, in maniera analoga alla disperata difesa della linea Gustav nella seconda guerra mondiale.
    Fatto curioso, sembrerebbe che i russi si stiano già attestando su posizioni più arretrate, forse a causa di una concatenazione di fattori: la capacità ucraina di colpire duramente le linee russe, il morale in caduta delle truppe alle soglie dell’inverno, il pericolo di rimanere insaccati con una controffensiva ucraina da nord, in direzione Melitopol’, la presenza di formazioni partigiane ucraine nel territorio occupato, la necessità di fortificare la Crimea, ora che i mezzi ucraini sono abbastanza vicini da raggiungerne i territori (già in questi giorni, aeroporti e piste di lancio in Crimea sono stati colpiti).
    Quella di Kherson è la terza grande ritirata russa dall’inizio dell’invasione: la prima era stata quella di Kyïv, la seconda quella dalla zona di Kharkiv. Kherson aveva già mostrato di voler respingere gli invasori: durante l’occupazione, molti cittadini avevano manifestato con bandiere ucraine davanti ai militari russi e nei mesi successivi c’erano state varie operazioni di resistenza, che miravano a colpire i funzionari russi. Molti di questi partigiani hanno dovuto subire torture, come sta emergendo dalle indagini sul territorio liberato.

    A oscurare in parte il successo nel meridione, c’è stato il fatto della città polacca di Przewodów, dove due contadini hanno perso la vita a causa di un missile ucraino.

    Difficile stabilire le reali dinamiche dell’accaduto, ma sembra di capire che durante uno degli attacchi missilistici russi delle ultime settimane, la contraerei ucraina abbia intercettato un missile russo, provocando la caduta dei detriti, o abbia subito un guasto o un errore umano.
    Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj aveva inizialmente indicato Mosca come responsabile, chiedendo poi che l’Ucraina potesse prendere parte all’indagine. Intervistato a Bali, poco dopo l’evento, Biden aveva però già dichiarato che non poteva trattarsi di un attacco russo premeditato, che altrimenti avrebbe avuto un’altra portata. Il presidente polacco Andrzej Duda ha detto che dovrebbe trattarsi di una batteria S-300 di origine sovietica della contraerea ucraina.
    Per determinare una versione ufficiale, i sette Stati membri della Nato, presenti al G20, si erano raccolti in un vertice, dichiarando che il missile fosse ucraino e che la responsabilità dell’accaduto fosse comunque russa, dal momento che il lancio ucraino non era un atto deliberato di aggressione alla Polonia, ma una risposta difensiva all’aggressione russa.

    La Federazione ha infatti intensificato il lancio di missili per colpire le infrastrutture energetiche, con l’obiettivo di lasciare la popolazione senza elettricità e riscaldamento.

    L’ultimo attacco del genere è avvenuto lo scorso fine settimana, nella zona di Zaporož’e. Oltre dieci milioni di ucraini sono rimasti senza corrente; le temperature si sono abbassate e in alcune zone è caduta la prima neve. L’inverno sarà comunque duro anche per l’esercito russo, soprattutto a sud, non potendo contare sul possesso di città rilevanti come Kherson e dovendo condurre in diverse aree una guerra di trincea. Secondo il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak: «È possibile una vittoria militare completa al cento per cento? Forse andrà un po’ diversamente. Ad esempio, avanzeremo nelle regioni di Luhans’k o Donec’k e una grande città occupata dalla Federazione Russa da otto anni, ad esempio Luhans’k, cadrà» e allora «inizieranno processi irreversibili nelle elite politiche della Federazione Russa, e nella società della Federazione Russa».

    Collegato in video al G20, Zelens’kyj ha escluso la possibilità di un accordo sul modello dei due precedenti siglati a Minsk, perché non c’è fiducia nei confronti della Russia.

    Ha però avanzato una proposta di pace in dieci punti, che includono: «sicurezza nucleare; sicurezza alimentare; sicurezza energetica; liberazione di tutti i prigionieri e deportati; attuazione della Carta delle Nazioni Unite e ripristino dell'integrità territoriale dell'Ucraina e dell'ordine mondiale; ritiro delle truppe russe e cessazione delle ostilità ristabilire la giustizia; contrasto dell'ecocidio; prevenzione dell'escalation; fissare la fine della guerra».
    Invece di aprire quantomeno al dialogo, Lavrov ha liquidato le proposte come «non realistiche e non adeguate». Nel frattempo, ad Ankara, il capo della CIA William Burns si è incontrato con l’omologo russo Sergey Naryshkin, con l’intento di dissuadere Mosca dall’impiego di armi nucleari. La Casa Bianca ha assicurato di non aver parlato di negoziati di pace, secondo il principio che non si possa parlare di Ucraina senza la diretta interessata. Stando anche alle parole del viceministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, la Federazione «non ha nulla da discutere con gli Stati Uniti sull’Ucraina», partendo da posizioni opposte.
    A conclusione di questa sintesi dei rapporti internazionali, con 94 voti a favore, 14 contrari e 73 astenuti, l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato la risoluzione in cui si determina la responsabilità russa per le violazioni della legge internazionale e si stabilisce la creazione di una lista per stabilire i danni subiti dall’Ucraina. Altra documentazione di diritto internazionale che si aggiunge a quella che ho citato nella parte dedicata al G20.

  2. In questi giorni, è occorso l’anniversario della rivolta iraniana del 2019. Una serie di agitazioni ha portato a nuove morti in diverse parti del Paese.

    Secondo la ONG Iran Human Rights, dall’inizio delle proteste ci sarebbero stati almeno trecentoventisei morti, tra cui venticinque donne e quarantatré minori; centinaia sarebbero quelli detenuti con l’accusa di aver partecipato alle manifestazioni. La maggior parte delle vittime è stata uccisa il 30 settembre, quando le forze di sicurezza hanno sparato ai manifestanti dopo la preghiera del venerdì a Zahedan, la capitale del Sistan-Baluchistan.
    Tehran è tornata ad accusare gli “agitatori esterni” e ha riferito che le proteste si stiano trasformando in un’insurrezione. Molti iraniani riescono comunque a evitare i media statali attraverso i social media e le news dei canali satellitari in lingua farsi.
    I dati certi raccontano che i legislatori iraniani, con 227 su 290, hanno approvato, a inizio novembre, la pena capitale per i crimini contro lo Stato: i giudici hanno già emesso le prime condanne a morte.

    Dopo nove settimane di proteste è chiaro che non si tratti del periodico malcontento della popolazione verso il governo, ma di una richiesta più seria di cambiamento.

    La rivolta ha assunto la forma dell’insubordinazione verso il dominio teocratico: la propaganda del regime fa perno su questo, tanto che un condannato a morte, rimasto anonimo, ha ricevuto un’accusa di «inimicizia contro Dio».
    Sul piano internazionale, a Bali, il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato diversi esponenti della dissidenza iraniana e la Francia si appresta a votare per condannare l’Iran presso il consiglio dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), che si terrà a Vienna. La mozione accusa l’Iran per non aver cooperato con gli ispettori nucleari delle Nazioni Unite, affermando che le scorte di uranio siano diciotto volte superiori al limite fissato dall’accordo del 2015.
Sull’Ucraina – ilpost.it, adnkronos.com, limesonline.com e agi.it | Sull’Iran – bbc.com, cnn.com, arabnews.com e ispionline.it

Argyros Singh
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