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Covid-19: viaggio tra gli expat italiani che vivono di turismo

Covid-19: viaggio tra gli expat italiani che vivono di turismo

Covid19: viaggio tra gli expat italiani che vivono di turismo

Viaggi Di Claudia Gerini. Tour operator e albergatori sono stati sicuramente tra i più colpiti dalla pandemia di Covid19: viaggio tra gli espatriati italiani che vivono di turismo.

Il Covid19  ha cambiato completamente le nostre vite. A partire dalle abitudini quotidiane come fare la spesa, andare al bar o al ristorante, persino la scuola si è dovuta inventare una didattica a distanza per cercare di tappare i buchi neri che questo virus si è portato dietro. Uno dei settori che è stato colpito più duramente è il turismo. Ne ha risentito il turismo in Italia, con la stagione iniziata in enorme ritardo. E anche se gli italiani sembrano aver riscoperto le tante bellezze e le eccellenze di casa nostra, gli arrivi dall’estero sono decisamente diminuiti, specialmente da alcuni paesi.
[Per info www.viaggiaresicuri.it]

Ma come sta andando al turismo all’estero? E gli italiani che sono residenti all’estero e vivono di questo?

Cosa sta succedendo nei paesi in cui il turismo italiano rappresenta la “fetta maggiore” delle presenze annue? Ho fatto qualche ricerca sfruttando un po’ di conoscenze e la situazione che ne è venuta fuori non è molto positiva.

Expat in Repubblica Dominicana: Alessandra Vavala e Debora Bertona.

Alessandra Vavala e Debora Bertona vivono e lavorano in Repubblica Dominicana ormai da molti anni, gestendo l'agenzia di viaggi Colonial Tour and Travel con portale web di informazioni www.colonialtours.com. Entrambe raccontano che la situazione è molto triste e, a livello lavorativo, un vero disastro.


La situazione è surreale. Bayahibe, il Dominicus, sono zone turistiche dove in ogni angolo ci sono piccoli negozi di souvenir, alimentari, colmado (le nostre vecchie mesticherie), ristoranti. Molti, moltissimi gli italiani che durante tutto l’anno passano le vacanze in questo luogo paradisiaco. In questo periodo di Covid19, durante il quale anche la popolazione locale è stata in quarantena e ha dovuto attenersi, e tutt’ora segue, il coprifuoco, molte attività hanno chiuso i battenti e le città sembrano essere cittadine fantasma.

Alessandra Vavala mi racconta come sta vivendo questo periodo di congedo forzato dal lavoro. 

«In questi mesi abbiamo vissuto solo di risparmi e di un piccolo sussidio che dà il governo dominicano pari a circa 110 euro al mese. All’inizio ho avuto molti momenti di sconforto ma poi ho cercato di sfruttare al meglio questa astinenza dal lavoro forzata e quindi sto vivendo la tranquillità della natura facendo lunghe passeggiate e godendomi il mare e la spiaggia, senza la frenesia del turismo, in tutta la sua bellezza.»

La stessa situazione la sta vivendo Debora Betona. 

«Vivere con il coprifuoco non è facile, specialmente con due bambini. Secondo me non è servito a molto visto che, durante il giorno, la gente fa un po’ quello che vuole. Essere senza lavoro da marzo è dura. La situazione è complicata, vedere tutto chiuso, senza nessun turista, quando invece siamo abituati ad avere sempre gente in giro, è molto triste.»

Sinai Old Spices a Sharm el Sheik

Expat a Sharm el Sheik: Gianni Vallelunga.

Ma non importa andare molto lontano dall’Italia per trovare spiagge da sogno e mare cristallino. Sharm el Sheik è una meta gettonatissima dal turismo italiano ed europeo. Ero molto curiosa di sapere come stessero andando le cose a due passi da casa nostra e così ho scritto ad un vecchio amico, Gianni Vallelunga, che insieme alla compagna Desiree Cottura gestisce il bed & breakfast Sinai Old Spices.
«Dopo il blocco dei voli del 21 marzo, qui è stato il “deserto”, solo pochi resort sono rimasti aperti. Il governo egiziano ha istituito il coprifuoco ad aprile, dalle 17 alle sei del mattino, per evitare assembramenti. Naturalmente noi abbiamo smesso di lavorare immediatamente. Ci aspettavamo un boom di contagi, invece il totale dei contagiati in tutto il Sinai del sud non ha superato la cinquantina, nessuno ricoverato in terapia intensiva. Qui non abbiamo avuto una percezione del virus acuta e preoccupante come magari si è vissuta in Italia. La situazione economica è, invece, decisamente preoccupante, fortunatamente abbiamo avuto scorte che ci hanno consentito di andare avanti. Il governo egiziano è riuscito a garantire l’assistenza a tutti in caso di contagio e assicurato gratuitamente le cure a chi si è ammalato. Da più di un mese alcuni Hotels hanno iniziato a riaprire ospitando prima clientela locale e poi, con la riapertura dei voli da diversi paesi europei, qualche straniero. Il B&B ha ripreso pian piano a lavorare. Ci stiamo rialzando con grande dignità, dopo sei mesi di stasi totale».


Expat a Zanzibar: Patrizia M. Di Fulmieri.

Spostandoci più a sud, in un’altra meta molto amata dal turismo italiano e non solo, mi accorgo che la situazione non è affatto migliore. Zanzibar, la perla dell’oceano Indiano è un arcipelago davanti alla costa della Tanzania. La sua isola principale, Unguja, è conosciuta appunto come Zanzibar. Qui ho trascorso un paio di anni fa il mio viaggio di nozze e per questo, oltre che per le sue bellezze mozzafiato e per le persone meravigliose che ho incontrato, ho lasciato lì un pezzetto del mo cuore. Immaginare le strade di Stone Town, sempre piene di gente che va e viene in ogni direzione, deserte mi rende davvero triste.
Patrizia M. Di Fulmieri, presidente dell’associazione Cuori in Viaggio, che opera sull’isola ormai da diversi anni, mi ha raccontato come stanno le cose.
«Zanzibar è covid-free da qualche tempo ma nonostante questo il settore del turismo e tutto quello che ruota intorno ad esso ne sta risentendo enormemente. L’isola è praticamente deserta e, abituata a vederla sempre piena di turisti, lo scenario che si presenta davanti agli occhi è surreale. Le piccole stradine di Stone Town, con le sue botteghe artigiane, sono vuote e le serrande abbassate sono tantissime. Chi è più fortunato è tornato a fare il lavoro che faceva prima, magari il pescatore o il coltivatore, ma qui si vive quasi esclusivamente di turismo e la gente, adesso, inizia ad essere in difficoltà. Attualmente qualche resort sta iniziando a riaprire con clientela proveniente dall’India e dall’est Europa (quest’ultima forse aggirando i molti controlli che ci sono), ma la situazione rimane comunque molto complicata.»


Torneremo a viaggiare? 

Alla fine di questa mia ricerca sull’impatto che il Covid19 ha avuto sui luoghi dove ho trascorso momenti felici e conosciuto persone speciali, mi rimane addosso un senso di tristezza e malinconia. Torneremo a viaggiare? Torneremo a guardare un tramonto spettacolare su una spiaggia di Zanzibar o a nascondere i piedi sotto la sabbia bianca dei Caraibi sotto l’ombra di una palma? Torneremo ad immergerci nelle acque cristalline del Mar Rosso e ammirare la barriera corallina? Voglio pensare di sì, voglio pensare che presto torneremo a viaggiare, a conoscere luoghi e culture diverse. Un detto recita «Non può piovere per sempre», io dico che «Il Covid19  non può vincere per sempre». Torneremo a riprenderci le nostre vite, anche meglio di come le abbiamo lasciate.
Claudia Gerini

Claudia Gerini
Nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato.
Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione). Telma, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
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[Expat] Vivere a Berlino: Francesca De Santis, assistente costumista, intervista di Valentina Gerini

[Expat] Vivere a Berlino: Francesca De Santis, assistente costumista, intervista di Valentina Gerini

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Francesca De Santis e l'arte di creare abiti e outfit. Dal DAMS di Roma al cinema, come assistente costumista, in una Berlino dinamica, ricca di opportunità ma a misura d'uomo.

Conosco Francesca dai tempi delle medie. Siamo state compagne di scuola fino alla maturità ed è, per me, una sorella più che un’amica. Ha sempre seguito la moda anzi, si può dire che lei la moda la facesse. Dai capelli, ai vestiti… non la vedevi mai due volte con la stessa cosa! E poi era una ragazza multitasking. Mentre gli adolescenti si rincitrullivano di spinelli e musica a palla, lei andava a danza, seguiva gli scout, coltivava passioni per la moda, il cucito, i film, guardava i programmi in seconda serata, leggeva… Insomma non mi meraviglia che adesso sia arrivata dove è arrivata.
Ve la presento brevemente: Francesca De Santis, classe 1986, nata e cresciuta in Toscana, come me, ha studiato a Roma, ha viaggiato molto e si è stabilita (momentaneamente) a Berlino, dove lavora come assistente costumista nel mondo del cinema e dello spettacolo. Ma come ci è arrivata fino a lì? Chiediamolo a lei…

Ciao Francesca, ben ritrovata! È un piacere immenso per me intervistarti e mostrare al pubblico che anche i giovani della nostra generazione, quella senza un lavoro fisso, che si sposa o fa figli in tarda età, qualcosa lo combina lo stesso. Raccontaci: cosa fai a Berlino e di cosa si occupa una costumista?
Ciao Vale, per me è un grande onore essere intervistata da te! A Berlino lavoro come stylist per riviste e designer, collaboro con artisti per la realizzazione di opere e come assistente costumista per cinema e tv. Sembrano tanti lavori, lo so, ma in realtà in questo campo bisogna essere molto flessibili, soprattutto se si è agli inizi. Negli ultimi due anni però sto lavorando sempre più spesso solo nel mondo del cinema e tv. Una costumista deve innanzitutto capire un personaggio e riuscire a visualizzarlo dandogli un’identità attraverso il vestiario. È un lavoro molto complesso visto che bisogna mettere d’accordo tre diversi individui: il regista, il produttore e l’attore che dovrà interpretare il personaggio. In qualità di assistente devo quindi combinare le mie capacità creative con quelle organizzative per poter permettere alla costumista di lavorare serenamente.

Il mondo del cinema è un mondo che, visto da fuori, sembra davvero magico. Ma che livelli di stress si raggiungono durante le giornate di ripresa? E come è lavorare con attori più o meno famosi?
Come hai appena detto, una giornata tipica può essere molto stressante: so quando inizio ma non so mai quando finisco. L’imprevisto è all’ordine del giorno, quindi devo essere preparata a qualsiasi evenienza e cercare di avere la soluzione ancor prima che il problema si presenti! Non avendo una sfera di cristallo a mia disposizione, l’unico modo per prevedere possibili inceppi è una comunicazione chiara e costante con i responsabili degli altri dipartimenti. Ogni giorno è completamente diverso dall’altro, quindi se da un lato non vi è modo di annoiarsi, dall’altro questo continuo cambiare alza molto i livelli tensione. Lavorare con gli attori non è sempre facile, credo sia importante instaurare sin dal primo incontro un rapporto di fiducia. Quindi a partire dalla prova costume si deve cercare di capire le esigenze specifiche e cercare di accontentare tutte le parti in causa. Devo dire che alla fine, nonostante lo stress accumulato, ho sempre avuto esperienze positive! 

berlino

Perché proprio Berlino? 

Cosa offre questa città che in altre non hai trovato?
Mi sono trasferita a Berlino sette anni fa grazie a una borsa di studio e quello che mi ha trattenuto è stato la sua dinamicità. È una città che offre tante opportunità pur conservando una dimensione più intima, a misura d’uomo. Una cosa che in altre grandi città è molto difficile da trovare. Credo sia il perfetto compromesso per chi vuole vivere in una metropoli, ma allo stesso tempo desidera ritagliarsi il proprio spazio come in una piccola realtà.

A volte, pur vivendo in una metropoli, la piccola vita di provincia manca. Ecco, sono curiosa, a te manca il nostro paesino, Ponsacco?
Chiaramente sono una “country girl” e le mie radici sono a Ponsacco. Quello che più mi manca è la famiglia e gli amici di sempre. Ogni volta che torno è come se non me ne fossi mai andata, ed è una sensazione straordinaria vedere che anche se il tempo passa il rapporto con le persone è rimasto praticamente immutato, come se ci vedessimo tutti i giorni!

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C’è qualcuno a cui ti capita di pensare quando sei all’estero?
Penso spesso a mio fratello, Daniele. Inutile dire che ha un ruolo importantissimo nella mia vita, lo reputo una persona genuina, nel vero senso della parola. Anche se siamo molto differenti nelle scelte che facciamo, per non dire opposti, riesco sempre a capire le sue ragioni e a nutrire una profonda stima nei suoi confronti. Per me rappresenta un punto di riferimento costante. 

Ma quando all’estero dici che sei di Pisa cosa ti dicono: “Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”?
A dire il vero gli stranieri invece che Pisa, capiscono sempre “pizza” come se, in quanto italiana, provenissi da una pizza gigante! Poi, quando specifico che Pisa è quella città con la torre pendente capiscono tutti e un buon 80% c’è persino stato. Ci tengo sempre a precisare che vengo da Ponsacco, un paese in provincia di Pisa.

Facciamo adesso un passo indietro. Come sei arrivata a Berlino? Cosa hai studiato e che percorso hai fatto per diventare assistente costumista?

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Ho studiato al DAMS di Roma. Ho sempre avuto una spiccata passione per la moda ma non mi ero ancora resa conto che quella passione sarebbe diventata un lavoro.
Nel 2010 vinsi una borsa di studio per fare un tirocinio al English Theater of Berlin. Iniziai come assistente alla regia e, dopo due settimane, la regista e lo sceneggiatore decisero di affidare a me, novellina, la responsabilità della scelta dei costumi. Capii che era quello che volevo fare e, da lì in poi, è stato un percorso naturale: mi comprai una macchina da cucire e, dopo il tirocinio, mi iscrissi a un corso di modellistica.
Iniziai a lavorare per diversi atelier mentre creavo outfit per me o per i miei amici. È stato il periodo più caotico e creativo della mia vita! È curioso come le persone possano cambiare il tuo percorso con delle così piccole decisioni senza neanche rendersene conto.

La tua creatività non ha mai fine. Ogni volta che ci vediamo indossi un abito diverso, cucito da te personalmente. Questo Natale, infatti, per la consueta cena a casa mia, sei arrivata con un vestitino a fiori di lana con le maniche a sbuffo! 
Come si arriva alla creazione di un abito? Da dove prendi l’ispirazione?
Il processo creativo è molto soggettivo e intimo: non esiste un’unica maniera. Io come mi lascio ispirare quasi sempre dal materiale, soprattutto dalla trama e la consistenza di un tessuto. Inizio immediatamente ad imbastire la stoffa sul manichino per sperimentare le varie possibilità e direzioni che mi si offrono. Solo in un secondo momento inizio con la ricerca iconografica, che spazia dalla pittura classica a riviste di moda, fino ad arrivare ad immagini della natura (soprattutto animali e piante). In seguito incomincio a scarabocchiare un abbozzo di quello che sarà l’abito e torno a modellare sul manichino il tessuto, ma stavolta con le idee più chiare riesco a visualizzare meglio le forme. Una volta trovata la soluzione giusta faccio il cartamodello e successivamente cucio.
Sono un’eterna insoddisfatta quindi questo processo può durare molto tempo e in fase di realizzazione cambio molti dettagli. Il risultato finale raramente coincide con l’idea di partenza.
Trovo che l’originalità sia il risultato della fusione tra il vecchio e il nuovo.

Dalla moda alla passione per i viaggi: India, Nepal, Iran, Marocco, Birmania, Thailandia, Fuerteventura...

Fuerteventura

Oltre a essere un’appassionata di moda, sei anche un’appassionata di viaggi, di quelle che parte zaino in spalla, scarpe da trekking e chi s’è visto s’è visto. Ricordo di quando mi hai raccontato che in Iran la famiglia che ti ospitava ti ha portata a fare “la colazione del venerdì” con una zuppa disgustosa ma che, per educazione, hai assaggiato… Quali paesi hai visitato e quale, più di tutti, ti ha fatto sentire a casa?
Sono affascinata dai paesi orientali. Con il mio ragazzo abbiamo viaggiato molto in India e in Nepal e sono dei paesi straordinari. Ma mai come in Marocco mi sono sentita a casa. Ho avuto la fortuna di incontrare delle persone (adesso amici) che mi hanno accolta nelle loro case, fatto conoscere le loro città e accompagnata nel mio viaggio. È stato il mio primo viaggio zaino in spalla da sola, e dopo quella esperienza ci sono tornata altre tre volte. La prossima tappa sarà la Birmania.

KatmanduNepal

Ti sei sempre messa in gioco. Io ti conosco, so che la strada non ti è stata spianata da nessuno, tutto ciò che sei lo sei grazie alla tua tenacia e testardaggine e io ti auguro il meglio. Ma dicci, quali sono le tue aspirazioni future?
La strada è ancora lunga, vorrei diventare costumista a tutti gli effetti! Il mio sogno nel cassetto è fare un film con Wes Anderson. So che può sembrare stravagante, ma sognare mi aiuta a stare con i piedi a terra e mi sprona a raggiungere nuovi obiettivi.

Valentina-Gerini

Valentina Gerini
Dopo la maturità scientifica e uno studio approfondito della lingua inglese inizia a lavorare all’estero. Le sue più grandi passioni sono i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ha fatto la sua professione, diventando accompagnatrice turistica; della scrittura il suo hobby, occupandosi degli articoli di copertina per un mensile dedicato alle storie di paese.
Volevo un marito nero, 0111Edizioni.
La notte delle stelle cadenti, Lettere Animate.


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Vivere a Berlino: intervista ad Arianna Dalerci, giovane insegnante di yoga

Vivere a Berlino: intervista ad Arianna Dalerci, giovane insegnante di yoga

Expat | A cura di Giulia Mastrantoni. Come si vive a Berlino da espatriati? Ce lo racconta Arianna Dalerci, giovane insegnante di yoga.

A 18 anni non è semplice decidere cosa fare della propria vita. In molti si iscrivono all’università, altri cercano lavoro. Arianna no. «Fidatevi della vostra intuizione perché è la guida interna che non sbaglia mai e vi porta esattamente dove chiedete di andare», ci racconta sorridendo sicura di sé. Arianna Dalerci, 21 anni, originaria di Roma, è partita per la Costa Rica appena diplomata con l’obiettivo di fare yoga. Aveva preso solo poche lezioni in Italia, ma aveva capito che quella sarebbe stata la sua strada. Bagagli ridotti al minimo, ha seguito la sua intuizione. Oggi, due anni dopo, mille esperienze in più, si è trasferita a Berlino, dove sta per vivere la sua prima esperienza come insegnante di yoga.

Cos’è per te lo yoga?
«Yoga» in sanscrito significa «unione». L’obiettivo è l’armonia tra mente, corpo e spirito. Si tratta di imparare a coordinare lo spazio e il tempo esterni con le stagioni interne del nostro essere, ovvero di vivere in simbiosi con l’onda della vita. Il respiro è l’elemento chiave, precede e guida il movimento. Viene anche chiamato «prana», ovvero «cibo, forza vitale». Focalizzandosi sul respiro, in ogni situazione mondana, ci si riesce a connettere con il presente e con il proprio io. È una pratica rilassante che aiuta a tornare in sintonia con se stessi.

Hai scelto una strada fuori dal comune, fatta di viaggi dettati soprattutto dal cuore. Sei andata in Costa Rica perché sentivi che era la scelta giusta, poi hai vissuto in Canada e adesso sei arrivata a Berlino. Perché hai viaggiato così tanto e cosa hai imparato?
Scegliere una vita di viaggi significa decidere di non avere più pregiudizi, di voler essere sempre pronti ad accogliere nuove persone nella propria vita e di accettare le sfide di crescita che la vita ci presenta. Le differenze ci aiutano a diventare consapevoli di chi siamo, perché attraverso l’altro capiamo ciò che è insito e impercettibile nella nostra vita. Viaggiare significa cambiare, ma anche imparare di cosa si ha paura e cosa si ama. Prima o poi, dobbiamo sottoporci tutti a questa prova di coraggio. Non è facile, ma è comunque qualcosa di meraviglioso.

Yoga a Roma e yoga in Costa Rica: due mondi opposti. Cosa puoi dirci al riguardo?
A Roma praticavo in uno studio indiano, dove ci si addentrava completamente nell’ambiente della filosofia yogica tradizionale. Oggi va molto di moda, questo yoga «semplificato». Viene anche insegnato in palestra come disciplina esclusivamente motoria. In Costa Rica, invece, si radunano da tempo insegnanti di tutto il mondo. È il luogo ideale per scoprire lo yoga come stile di vita. In ogni caso, esistono varie tipologie di yoga e non è detto che quella adatta a me sia adatta anche a un’altra persona. Occorre esplorare e trovare ciò che ci fa stare bene.

La vita prima e dopo lo yoga: alimentazione, filosofia di vita, tonicità muscolare. Cosa cambia e come?
Lo yoga aiuta ad avere un buon rapporto con il proprio corpo. La connessione con il respiro aiuta la consapevolezza, mentre l’alimentazione si coordina alle vere necessità personali che si iniziano ad avvertire. Viene voglia di muoversi perché il movimento procura gioia. La lucidità mentale aumenta, perché il respiro porta ossigeno al cervello. Si diventa forti, flessibili e sicuri di sé.

Quanto è stato importante il supporto della tua famiglia?
Molto! Accettare il fatto che una figlia abbia scelto di percorrere una strada così complicata è difficile, ma ho ricevuto supporto e amore.

Avere amicizie sparse per il mondo, come nel tuo caso, è bellissimo, ma anche difficile. Cosa ne pensi della distanza in relazione ai rapporti umani, tu che sei figlia della generazione dei low cost?
La maggior parte dei miei amici vive in altri continenti, ma il nostro rapporto va al di là della distanza. Avere i miei migliori amici fisicamente sempre accanto sarebbe molto più semplice, ma credo che sia già una fortuna aver trovato delle persone tanto meravigliose per accompagnarmi nella mia vita. Sono grata e so che la distanza è solo fisica e temporanea.

Tecnologia e stress: incidono l’uno sull’altra?
Odio e amo la tecnologia. Comunico con la famiglia e con persone distanti, diffondo il mio messaggio tramite la rete (ariannadalerci.wix.com/ariasole), lavoro e mi finanzio. Ma sono attività virtuali che sottraggono del tempo alla vita reale. Durante alcuni mesi cerco di limitare l’uso dei dispositivi elettronici, per ricaricarmi. La tecnologia è essenziale, ma lo è anche il suo uso consapevole.

Qual è il tuo antidoto contro la tristezza?
Immergermi nella natura mi aiuta molto, ma è lo yoga la mia vera rinascita! Respirare, concentrarmi su me stessa e sul presente, mi aiutano a ricordarmi che esiste un disegno più grande e che tutto è relativo. Oggi le emozioni sono vissute come un taboo, ma se ci permettiamo di viverle appieno sentimenti negativi come la tristezza andrebbero via prima. Farebbero il loro corso e poi lascerebbero spazio a una nuova felicità. Le scorciatoie non sono una soluzione. Tutto è in movimento e dobbiamo permettergli di inondarci per poi volare via.

Cosa ti aspetti da questa esperienza a Berlino? Stai per iniziare ad insegnare yoga al Berlino Magazine con un corso tutto tuo…
Sarà la mia prima esperienza di insegnamento. Voglio crescere e condividere qualcosa con le persone che parteciperanno! Il mio sogno è rendere gli insegnamenti dello yoga accessibili a tutti e far conoscere il mio stile di vita.

Cosa vorresti dire alle persone che oggi vivono la loro vita in modo insoddisfatto?
Quello che decidete di creare intorno a voi è ciò che renderà unica e soddisfacente la vostra esistenza. Focalizzatevi su voi stessi, sui vostri desideri, sulle vostre necessità e sui vostri obiettivi. Fate in modo che la vostra vita sia nelle vostre mani. È una responsabilità, ma è anche un potere enorme che ci è alleato durante la nostra ricerca della felicità. Le possibilità sono infinite e realizzabili. Scegliete e perseguite ciò che volete. Vi renderà felici. E amate la natura, perché è splendida. Viaggiate, imparate.




Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
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[Expat] Vivere a Dublino: Floriana Pelagi, analista in una multinazionale, nell'intervista di Ornella Nalon

[Expat] Vivere a Dublino: Floriana Pelagi, analista in una multinazionale, nell'intervista di Ornella Nalon


Buongiorno Floriana, è un piacere averla nostra ospite. Qual'è il suo paese d'origine e la sua formazione scolastica? 
Grazie dell’invito, è bello affacciarsi all’Italia di tanto in tanto! Mi presento: mi chiamo Floriana e sono nata nella provincia di Pordenone negli anni Ottanta, in un Friuli di capannoni e piccole industrie, ma circondata dal verde e in un ambiente stimolante e pieno di attività. Il Friuli è quasi terra di frontiera, con persone benevole, asciutte ed essenziali. Ho fatto il liceo scientifico con professori illuminati, che ci hanno spinto a essere curiosi e andare oltre gli orizzonti locali. Devo molto del mio spirito intraprendente a mia mamma Giovanna e mio papà Luigi, che pur non essendo viaggiatori incalliti, hanno da sempre una sete di conoscenza. Sono avidi lettori e ci hanno sempre esposto a mille idee, progetti e proposte nuove. Mia mamma poi è un vero e proprio vulcano e via Skype continuiamo a darci consigli su cucito, lavoretti a mano e ricette collaudate.

Ha lavorato in Italia? Con quale mansione? 
In Italia ho lavorato solo per un paio d’anni in una casa editrice con sede a Pordenone. Poi, nel 2011 ci ho trascorso l’estate, forse il momento più magico per tornare a casa poiché tenta l’emigrato con mille sagre, aggregazioni spontanee, cinema all’aperto, il profumo dei campi e le serate lunghe e stellate. L’incanto però è durato poco, giusto fino a quando mi sono trovata a dover decidere se impostare una vita e una carriera in Italia, nell’incertezza generale, o partire ancora una volta alla ricerca di qualcosa di diverso per mettermi alla prova e trovare un Paese dove mi potessi sentire veramente a casa.

Cosa l'ha spinta ad andare all'estero? E' stata un desiderio d'avventura, di sperimentare nuove realtà, oppure una necessità?
Volevo spiccare verso altre mete prima di raggiungere i 30 anni. Tutto è iniziato con un paio di Erasmus in tempi universitari, prima in Spagna e poi in Irlanda, Paese in cui vivo attualmente.

So che, inizialmente, è stata in Australia. Quale lavoro praticava? Ci racconta un po' di questa esperienza? 
 Ho partecipato a un concorso per insegnare italiano in un college tutto al femminile a Melbourne. Ci sono rimasta per circa un anno, alternando lavoro d’ufficio a viaggi nell’immenso continente australiano. A seguire, zaino in spalla nel sud-est asiatico per girovagare per 3 mesi prima del ritorno nel vecchio continente.

Il suo ultimo trasferimento è stato nella capitale dell'Irlanda, dove risiede , tutt'ora. Come mai questa scelta? Ora che lavoro fa?
In Irlanda ho iniziato a lavorare prima in un’azienda di traduzione di videogiochi, poi mi sono spostata a Microsoft dove ho avuto un primo assaggio di ambiente lavorativo internazionale e composito, per poi passare a YouTube dove avevo il compito di accertarmi che i termini di servizio fossero rispettati ed educare gli utenti a pubblicare contenuti che non fossero in violazione delle norme della community. Un lavoro singolare, poco comune, ma in un contesto – quello di Google - dove ci si muove alla velocità della luce, ultra dinamico e di grande impatto. Visto che anche nel mondo del lavoro ho sempre applicato la filosofia del cambiamento e dell’imparare cose nuove, ho lasciato YouTube per poi lavorare a Facebook, dove oggi collaboro con le forze dell’ordine per promuovere la sicurezza.

Com'è lavorare e vivere a Dublino? 
Si lavora a progetti importanti e con un impatto reale sul mondo, è un lavoro stimolante e che ti obbliga a crescere in fretta e a stare al passo con un numero vorticoso di novità e prodotti innovativi. A Dublino si vive bene, pur essendo una capitale ha le dimensioni di una cittadina cresciuta in fretta, che ha voglia di internazionalizzarsi e offrire attività stimolanti. Qui tutti si lamentano del tempo ma è una litania che permette di fare conversazione in ascensore e alla fine se le attività all’aperto sono poco proponibili si fa altro e si sviluppano gli hobby più disparati. La scena musicale poi è vivissima, per non parlare di pub e caffè che spuntano come funghi in tutta la città. Suppone di rimanere a 

Dublino per sempre, oppure valuta la possibilità di trasferirsi anche da altre parti?
Credo che a Dublino ci rimarrò a lungo, anche perché ho deciso di sposare un irlandese fantastico e dal nome di origine celtica quasi impronunciabile: Ruadhan!

Le mie congratulazioni!
Cosa non le piace del mondo del lavoro attuale italiano? 
Per me il lavoro rappresenta crescita e sviluppo, mentre in Italia il lavoro è visto principalmente come fatica e sacrificio, appannaggio di pochi è viverlo con gioia. Inoltre, in Italia riscontro staticità e ritrosia al cambiamento, con scarsa fiducia nei giovani.

Cosa si sente di consigliare ai tanti ragazzi del nostro bel paese, che hanno un pezzo di carta in mano e scarse prospettive di utilizzarlo?
Quello che mi sento di consigliare ai ragazzi italiani di oggi è di conservare gelosamente le proprie radici, ma di non sentirsi vincolati da esse e di non essere legati ai condizionamenti ambientali: si nasce in un determinato Paese, ma spesso è questione di statistica, una coincidenza fortuita. Sento che il mondo è aperto a noi e molto più facilmente navigabile rispetto al passato. Siamo tutti interconnessi, con forte vocazione cosmopolita, molto più simili di quanto non pensiamo e all’estero si respira più solidarietà e voglia di stare assieme e formare una famiglia estesa. In ogni caso la mia famiglia - composta da papà Luigi, mamma Giovanna e fratello Pierpaolo - rimane sempre un punto di riferimento, il mio “mattone alla Bertolt Brecht”, un forte ancoraggio in qualsiasi posto al mondo.

Spero che la sua esperienza sia da esempio e d'aiuto per tanti giovani che guardano al domani con sfiducia. Mi complimento con lei e le faccio un enorme in bocca al lupo per la sua attività e la vita in generale. Grazie della sua squisita disponibilità.



Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.
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[Expat] Vivere a Boston: Elena Savoia, medico esperto di emergenze di sanità pubblica, nell'intervista di Ornella Nalon

[Expat] Vivere a Boston: Elena Savoia, medico esperto di emergenze di sanità pubblica, nell'intervista di Ornella Nalon


Buongiorno Elena, è un immenso piacere averla ospite nel nostro blog. E' disposta a descriversi brevemente? 
Sono un medico esperto di emergenze di sanità pubblica che vive e lavora negli Stati Uniti da circa 13 anni. Sono sposata ed ho due figlie di 9 e 11 anni.

È nata a Mirano, in provincia di Venezia e ha conseguito la laurea in medicina, nonché la specializzazione in Igiene, a Bologna. Da questo momento, cos'è stato che l'ha condotta ad Harvard, in America?
La scuola di Sanità Pubblica di Harvard e’ molto prestigiosa e durante l’ultimo anno di specialità avevo il desiderio di fare un’esperienza negli Stati Uniti. Ho fatto domanda per frequentare il Master di Sanità Pubblica ad Harvard e sono stata selezionata. Se non fosse stato per mia mamma che fin da piccola mi ha spronato a studiare l’inglese non sarei mai arrivata qui.

Quale posto occupa in questa prestigiosa facoltà? In cosa consiste la sua mansione?
Sono vice direttore di un programma che si occupa di condurre ricerca e addestramento di personale sanitario in preparazione alle grandi emergenze tipo pandemie. Siamo una squadra di circa 15 persone esperti in questo settore. Il mio compito e’ di condurre ricerca e aiutare i dipartimenti di sanità pubblica a preparasi per le emergenze.

Come si è trovata a lavorare in un paese tanto lontano da casa, a contatto con abitudini e mentalità diverse?
Mi son trovata benissimo. Vivo a Boston, una città molto particolare perché piena di università e centri di ricerca, ci sono ricercatori di tutto il mondo, un insieme di etnie , religioni, razze diverse , un posto speciale per un accademico.

Come ha detto, è mamma di due ragazzine. Come riesce a conciliare la sua attività, che mi sembra decisamente impegnativa, con la famiglia?
Harvard prevede dei servizi di supporto, per mamme lavoratrici, che da noi non esistono. Più che servizi particolari direi che ciò che rende possibile carriera e maternità qui ad Harvard sia la mentalità. Innanzitutto, nessuno si permetterebbe mai di chiederti in una intervista di lavoro se hai dei figli, e quando rimani incinta si attiva immediatamente una rete di supporto al lavoro dove gradualmente i tuoi compiti vengono diminuiti e trasferiti ai colleghi in previsione dei mesi in cui sarai assente, la maternità dura solo due mesi ma poi c’e’ flessibilità nell’orario di lavoro quando rientri.
Oggi per esempio le sto rispondendo da casa perché un giorno alla settimana, a volte anche due, lavoro da casa. Ieri ho avuto un incontro di lavoro con un professore che si era portato la figlia di sei anni in ufficio perché la babysitter si era ammalata. Ma questi nel mondo accademico sono comportamenti normali. La tua produttività non viene misurata da quante ore hai marcato nel cartellino (che peraltro qui non esiste). Anzi, io assumo volentieri le mamme perché so che sono efficienti. Non perdono tempo. Devono tornare a casa dai figli per cui fanno il lavoro in due ore invece che quattro o addirittura otto!
Poi ovviamente ci vuole anche una rete personale che funziona, un marito che ti incoraggia e ci vogliono le nonne, pilastri di molte famiglie. Una carriera senza l’aiuto di mia mamma e mia suocera sarebbe stata molto più difficile, ogni volta che ho chiesto aiuto non mi hanno mai detto di no. È vero che ci vuole un villaggio per crescere un figlio!

Secondo lei, quali sono le sostanziali differenze tra il mondo del lavoro americano e quello italiano, per lo meno nel campo delle sue competenze?
L’efficienza e la qualità. Qui i progetti hanno una data di inizio e una di fine e poi si passa al prossimo. La meritocrazia si basa sul fatto che se non produci non guadagni. Ossia il tuo stipendio dipende dal numero dei progetti che vinci. In Italia un ricercatore ha uno stipendio fisso e che vinca o meno un progetto importante lo stipendio non cambia per cui non c’è lo stimolo che c’è qui a produrre. Inoltre ho notato che in Italia c’è molta poca conoscenza del sistema americano. Per esempio la gente pensa che in America, se perdi il lavoro, perdi l’assicurazione sanitaria. Certo perdi quella che ti paga il datore di lavoro ma esiste l’assicurazione di stato che è gratuita e il limite di reddito per ottenerla è, per un residente di Boston, sui $40,000. Il che significa che se guadagni meno di questa cifra lo stato ti protegge e ti garantisce l’assistenza sanitaria – assistenza nei migliori ospedali del mondo. Inoltre se sei mamma e non hai un lavoro, il Governo ti assiste in mille modi. Certo c’è ancora molto da migliorare ma l’America di oggi, anche grazie ad Obama, non è quella di dieci anni fa.

Ogni tanto, prova nostalgia per il nostro bel paese? Potrebbe prendere in esame di tornarci per lavoro, magari fra un pochi di anni?
Mi mancano gli amici e la famiglia... e il cappuccino con la brioche al bar. Per il resto posso godermi la splendida Italia in vacanza e nella vita di tutti i giorni non mi manca nulla. Al momento non vedo un futuro in Italia.

Cosa consiglierebbe ai nostri ragazzi, neo laureati, che guardano al loro futuro con scarse aspettative?
Di non permettere a nessuno di distruggere i loro sogni. Non permettere che il pessimo che regna nel nostro paese li contamini. Di studiare l’inglese e preparasi bene, io di certo non mi considero un genio ho semplicemente creduto in me stessa e cercato opportunità al di fuori del mio entourage. Costanza, determinazione e gentilezza verso il prossimo portano lontano, eventualmente all’estero. Si può cominciare con un’esperienza di qualche mese, magari un corso estivo in una università all’estero o in una delle tante summer school organizzate dalle università americane in Italia, spesso offrono anche borse di studio. Qui i ragazzi del college lavorano tutti nei supermercati o nei bar, si mettono via un po’ di soldi che investono nella loro formazione. Per lo meno qui la formazione è ritenuta un investimento, bisognerebbe cominciare a crederci di più anche in Italia. Certo non è facile quando il sistema ti rema contro...

Cara Elena, la ringrazio molto per la sua squisita disponibilità. Per i traguardi da lei raggiunti, mi ha fatto sentire doppiamente orgogliosa: in qualità di donna e di Italiana. Le auguro una sempre maggiore folgorante carriera e ogni bene.



Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.

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