Gli scrittori della porta accanto
Progetto
Progetto
Bodies of mothers: le donne vere di Jade Beall

Bodies of mothers: le donne vere di Jade Beall

Bodies of mothers: le donne vere di Jade Beall

FotografiA Di Stefania Bergo. Bodies of mothers, il bellissimo progetto fotografico di Jade Beall per mostrare il corpo delle mamme. Imperfetto. Reale. Meraviglioso.

Il corpo di una madre cambia. Lo fa da subito, per accogliere, e forse palesare, la nuova vita. Il ventre si gonfia, il seno diventa più prosperoso e l'iride più cristallina, acquista una luce inusuale e inconfondibile.
Di trasformazioni, poi, nel corso dei nove mesi, ne subisce a tal punto che quasi sembra impossibile possa tornare quello di un tempo. E infatti, nella maggior parte dei casi, per quelle reali di noi, cioè, il miracolo non avviene e finiamo per portarci dietro un indistinguibile segno di vita generata. E quando palestra e trattamenti rassodanti falliscono miseramente, non resta che nascondere qualche smagliatura di troppo o le nuove morbide rotondità. Beh dai, magari non proprio nascondere, perché in fin dei conti siamo orgogliose delle tracce lasciate dai nostri figli, ma non ci viene certo in mente di mostrare ventri flaccidi, seni ormai cadenti per l'allattamento prolungato o cuscinetti adiposi accoccolati sul giro vita e le cosce, giusto?

Sono tante le donne che, nonostante la felicità di essere diventate madri, passano anni a combattere contro un'immagine di sé che non accettano più perché lontana dagli standard usuali di bellezza e perfezione. 

Anche perché spesso ciò che viene restituito, da surrogati di Wonderwoman sotto i riflettori, è l'idea di una donna che in soli due, tre mesi ritrova la sua smagliante forma fisica. Certo, partendo già da una base – quella di nove mesi prima – surreale, ovvio!
Jade Beall ha invece deciso di non combattere contro smagliature e cellulite post-partum. Ha fatto esattamente il contrario.

Bodies of mothers – (c) PH Jade Beall

Jade Beall è una mamma e fotografa dell'Arizona che ha pensato bene di celebrare il corpo femminile dopo la gravidanza, a dispetto di tutto. 

Una bellezza senza trucchi, quella delle donne reali, contro gli stereotipi che ci vogliono tutte alte, magre e senza cellulite.
Il suo progetto Bodies of mothers – oggi suddiviso in Motherhood e Breastfeeding –  è nato per caso dall'insoddisfazione, dal rifiuto per il suo corpo di neo-mamma. Stanca di non sentirsi bene nella sua pelle, si è fotografata nuda per mostrare agli altri quello che non le piaceva, come fosse una terapia d'urto. La risposta di altre donne che chiedevano di essere parimenti fotografate e mostrate, è stata inaspettata, all'unisono col messaggio di Jade Beall: voglio amarmi così come sono!
Le testimonianze raccolte in questo progetto fanno anche parte di un libro pubblicato nel 2004, The Bodies of Mothers: A Beautiful Body Project: 170 pagine di ritratti di settanta donne da tutto il mondo, storie potenti scritte sui loro corpi. Un incredibile viaggio  attraverso la fotografia per sentirsi meravigliosamente imperfette. Umane.

Il progetto Bodies of mothers si è nel tempo ampliato, diventando You are beautiful.

Sul sito ufficiale di Jade Beall è possibile trovare fotografie e racconti di donne – ma anche di qualche uomo –, testimonianze per immagini di vita vissuta e subita: dagli abusi sessuali, ai disturbi alimentari, alla disabilità, allo scempio del cancro al seno, dalla vecchiaia ai rifugiati nei campi profughi in Siria e Afghanistan.
You are beautiful. 
Donne vere, orgogliose e coraggiose.
Perché è questo il vero canone di bellezza cui assurgere.
Lasciamo la plastica alle bambole.

You are beautiful – (c) PH Jade Beall



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, PubMe Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
Leggi >
Advanced style: Ari Seth Cohen ritrae la bellezza over 60

Advanced style: Ari Seth Cohen ritrae la bellezza over 60

Advanced style: Ari Seth Cohen ritrae la bellezza over 60

FotografiA Di Stefania Bergo. Advanced style, il progetto fotografico di Ari Seth Cohen, che ritrae la bellezza over 60: eleganti, eccentriche, creative e consapevoli, le signore mature non passano mai di moda.

Nella moda, e forse in generale, la tendenza è quella di presentare stereotipi di donna sempre più giovani, omologate in bellezza, forme ed espressioni, dei manichini perfetti, efebici, quasi asessuati. L'era delle modelle anni '80, quelle che mostravano anche la loro personalità, il loro tratto distintivo, è chiaramente finita. In questo modo, ciò che emerge dalla fotografia è il contesto, o l'abito, o il rossetto, a favore di un marketing sempre più spinto, e di un fashion style ormai mero business.
Ari Seth Cohen, street photographer statunitense, ha invece deciso di prendere la moda per quello che è, cioè un gioco di stile. E ha avuto la grande intuizione di catturare il lato divertente e bizzarro delle persone over 60, creando un blog: Advanced Style, un album fotografico di sorrisi e sana eccentricità, a dimostrazione di quanto lo stile personale possa migliorare con l’avanzare degli anni, quando liberi del fardello di dover piacere, si può semplicemente piacersi.

Advanced style: il lato divertente e bizzarro delle persone over 60

Tutto è cominciato nell'agosto del 2008, quando Ari Seth, che vive a New York, ha iniziato a girare per le strade della Grande Mela alla ricerca dei look più interessanti e particolari da catturare con la sua fotocamera.

Il suo progetto era mostrare le persone più avanti con l'età in tutta la loro immagine positiva e d'ispirazione. I suoi modelli preferiti, sia donne sia uomini, hanno quindi  un’età media di 70 anni, originali ed eleganti, dotati di uno spirito e di uno stile creativo.
Si può obiettare che abbia immortalato principalmente – ma non solo – le persone più abbienti, ma non bisogna dimenticare che il suo progetto sia pur sempre legato alla moda e all'eccentricità raffinata. Ovviamente, la vera bellezza di un viso segnato dal tempo, che nasconda tra le pieghe un'intera vita da raccontare non ha estrazione sociale e non veste necessariamente Prada.

I look più interessanti e particolari di New York

Ari Seth ritrae donne e uomini che stanno bene con il proprio corpo e indossano tutto ciò che li fa sentire a proprio agio. 

Dai suoi scatti urbani emergono forti personalità, creative e disinvolte, dal glamour spumeggiante, con l'aspetto raffinato di chi l'ha perfezionato nel tempo, e un positivo approccio alla vita.
Ispirato dallo stile originale di sua nonna e dal suo desiderio di creare una moda specifica per persone con un lungo vissuto alle spalle ma con l'entusiasmo di chi abbia ancora una vita davanti, Advanced Style ha dato vita ad una vera e propria nicchia nel campo della fotografia, e lo stesso  Ari Seth si definisce un esperto in ritratti di signore mature, credendo fermamente che le donne over 60 non siano mai passate di moda. Il suo blog, infatti, oltre agli scatti di sconosciuti, presenta omaggi a icone dello stile senza tempo.

Ritratti di signore over 60

Ritratti di signore e signori over 60

Advanced Style è anche un libro, pubblicato nel 2012, e un documentario, uscito nel 2014.

Nel 2012 Ari Seth Cohen ha pubblicato il suo primo libro fotografico contenente i ritratti di signore e signori over 60, cui ha fatto seguito un secondo volume, Advanced Style: Older & Wiser, edito nel 2016.
Advanced Style di Ari Seth Cohen

Advanced Style

di Ari Seth Cohen
Powerhouse Books
Fotografico
ISBN 978-1576875926
cartaceo 22,61€
A maggio del 2014, ha fatto il suo debutto in anteprima anche un documentario indipendente della regista Lina Plioplyte, dedicato a sette protagoniste degli scatti di Ari Seth Cohen, sette favolose newyorkesi tra i 62 e i 95 anni, che potrebbero benissimo tener testa alle più famose amiche di Sex and the City, sfidando con eleganza i più radicati stereotipi di bellezza e dell’invecchiamento.



Un altro aspetto molto interessante del progetto di Ari Seth Cohen, è confrontare come vivano il fashion style i frizzanti pensionati di tutto il mondo.

Quanto la cultura e la società possono influire sulla propria percezione dell'immagine da mostrare? Spesso, infatti, si ritiene, a torto o a ragione, che un certo tipo di abbigliamento sia adatto ai più giovani, mentre sia decisamente sconveniente o abbia addirittura un risultato grottesco se indossato da persone più mature.
Voi cosa ne pensate?

il fashion style dei frizzanti pensionati di tutto il mondo



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, PubMe Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
Leggi >
Naturalmente poesia, il progetto di Marina Atzori in difesa dell'ambiente

Naturalmente poesia, il progetto di Marina Atzori in difesa dell'ambiente

Naturalmente poesia, il progetto di Marina Atzori in difesa dell'ambiente

People A cura di Silvia Pattarini. Intervista a Marina Atzori: «scriviamo insieme per l'ambiente», grazie al suo progetto Naturalmente Poesia.

Marina Atzori è blogger, scrittrice e poetessa, diplomata all’istituto Magistrale Edmondo de Amicis di Cuneo; ha frequentato l’università degli Studi di Giurisprudenza di Torino. Poi, con il passare degli anni si è resa conto che la legge non è uguale per tutti. Non a caso, il suo motto è diventato: «Scrivo per legittima difesa».
Appassionata di psicologia e di libri, l’ambientalismo è il filo conduttore di tutti i suoi romanzi. Fiori, animali a rischio sono i “veri” protagonisti dei suoi libri. Le sue pubblicazioni sono: Il mare non serve, ho scelto una margherita (EEE, 2014), Il fiordaliso Spinoso (EEE, 2015) – vincitore del Concorso Romanzo Romantico Contemporaneo EEE –, Dentro un castello di carte (EEE, 2016), Nubi, Spettri e Mulini a vento (EEE, 2016) – seconda classificata al Concorso Sillogi Poetiche EEE –, Ciro il pulcino e il Mistero del Lago pungente (2017), Ladybug. Storia di una ghostwriter (2018), Dirupi e Molecole Nude. Passerà e cambierò. Forse. (2018) – finalista al Premio Letterario Naturalistico Parco Majella 2018 –, Chiuso la domenica. Bastxxdi! (2018), Api Fiori e Lune. La vita tutto è, tranne che una Fiaba (2019).



Oggi sono davvero onorata di ospitare nel nostro webmagazine culturale una grande scrittrice e poetessa italiana, Marina Atzori.
Ciao Marina, grazie per avere accettato questa intervista, sono davvero lusingata di avere l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con te. Ci parli della tua iniziativa Naturalmente poesia: l’arte poetica in difesa dell’ambiente, come ti è venuta questa idea?

Grazie delle belle parole, Silvia. Wow! Il piacere è tutto mio, puoi credermi. Mi piace assai “venire a trovarvi”. Si sta bene qui da voi. Diciamo che mi sento un po’ a casa.
Dunque, dunque… bella domanda. Ci vorrebbe una settimana per rispondere, ma cercherò di essere sintetica. Sono sempre stata attenta alla questione ambientale, anche sui libri che ho scritto e, ovviamente, cosa te lo dico a fare?, adoro gli animali. Ultimamente si leggono notizie che li riguardano e ci riguardano da vicino, davvero poco confortanti. Le specie a rischio aumentano di giorno in giorno in modo esponenziale e preoccupante. Era da un po’ che riflettevo sul “come fare qualcosa” nel mio piccolo, ed ecco che si è accesa la famosa lampadina di Archimede. Allora ho pensato: scrivere insieme può diventare tante soluzioni possibili. Semplificando, il progetto Naturalmente Poesia è nato così. Sì, perché tra pensare e agire ce ne passa. Come potrai immaginare, imbarcarsi in un’iniziativa di questo tipo richiede un impegno e una passione non indifferenti. Comunque, sono felicissima di investire la mia energia creativa in tutto questo.

Tanti scrittori e poeti uniti in difesa dell’ambiente, in particolare cerchi testi che riguardino gli animali in via di estinzione. È una iniziativa bellissima: come scegli i tuoi collaboratori?

Devi sapere che in questi giorni Verba Spinosa (il mio blog), è diventato una sorta di “Arca di Noè”. Sono tanti gli amici che hanno deciso di accettare il mio invito a seguire e supportare Naturalmente Poesia. Non dico che non me lo aspettassi, intendiamoci. È che non mi aspettavo un entusiasmo simile. Anzi, approfitto per ringraziare tutti, nessuno escluso e te per prima Silvia. Siete saliti in parecchi a bordo della mia barchetta (chiamarla arca forse è un po’ troppo). Le vele sono gonfie e soffia un buon vento a favore della condivisione. Chi l’avrebbe mai detto? Tornando a bomba sulla domanda, non cerco testi particolari. Cerco persone che scrivano testi e pensieri che sensibilizzino, che emozionino, e perché no, che facciano anche sorridere, innamorare, ma soprattutto che custodiscano l’intenzione di difendere e tutelare il nostro Pianeta e gli esseri viventi che vi abitano. Gli artisti che partecipano sono tanti e diversi tra loro, questo aspetto contribuirà a rendere l’iniziativa ancora più insolita e interessante.

Dove si può seguire l’iniziativa?

Sulla pagina Facebook Naturalmente Poesia. Non mi piace chiedere i like, ma in questo caso, se vi va passate a “piacciare”. Si dice così? Boh?!

Piacciare o piacizzare... ahahah, passeremo! Ma sono curiosa… preferisci elaborati inediti, editi o non c’è alcuna differenza, purché siano a tema?

No, non è necessario che siano inediti. Lo scopo è, non solo quello di coinvolgere e avvicinare i lettori al tema ambiente, ma anche di dare un messaggio forte e sentito attraverso la scrittura. Si può scrivere una poesia o un pensiero, la scelta è libera. Riassumendo è il contenuto che fa la differenza. D’altronde, scrivere è un’occasione preziosa per esprimere la propria visione della vita e del mondo. Pensa che gli antichi attribuivano alla poesia un potere magico e misterioso che facilitava il rapporto dei poeti stessi con le forze misteriose della natura. La storia insegna, sempre.

Lo scopo finale della tua iniziativa è la realizzazione di un libro. Il ricavato delle vendite sarà devoluto in beneficenza?

Sì, i ricavi andranno in donazione al WWF. Ho pensato a questo ente perché credo sia il più appropriato a rappresentare idea e principi di Naturalmente Poesia, vale a dire, tutelare gli animali e salvaguardare l’ambiente. Per me questa scelta rappresenta non solo la concretezza di un fine utile ma anche l’impronta di serietà che desidero ci sia in questo progetto di cui sono curatrice e organizzatrice. Al di là di quanto venderà il libro, e di quanto sarà il ricavato, la cosa importante è il senso di Naturalmente Poesia: scriviamo insieme in difesa dell’ambiente.

Hai già pensato al titolo del libro?

Non ancora. Ho già qualche idea (strano vero?!). Fermatemi! Scherzi a parte, è presto per anticipare un titolo. Vedrò… magari valuterò in base ai testi che mi arriveranno.

Un’ultima domanda: cosa fa Marina Atzori quando non scrive e quando non si fa venire idee fantastiche?

Hai la domanda di riserva? Faccio un po’ di tutto. Mi occupo di grafica, correzione testi, leggo e sogno. Mi piace avere la testa tra nuvole, fare castelli in aria, sdraiata su un prato, circondata dai miei fiori preferiti, le margherite. Ogni tanto torno sulla terra, però. Annaffio le piante, ascolto musica, cucino, faccio le pulizie (odio lavare i vetri), la lavatrice. Mi piace stendere i panni, un po’ meno ritirarli e ancora di più stirarli. Brutta cosa il ferro da stiro.

Progetti per il futuro?

Allora… ho in mente un progettone… no, dai, ri-scherzo! Per ora sono già bella e impanata come una cotoletta in quanto a impegni. Direi che se ne parla a settembre di cose nuove. Mi prendo un po’ di vacanza dai libri, ma non dal mio blog, non potrei abbandonarlo per troppo tempo. Peeerò, in verità vi dico che un sogno nel cassetto ce l’avrei, anzi ce l’ho, e spero di realizzarlo non presto, di più: diventare green al cento per cento. Non tipo Hulk, eh?! Vorrei comprarmi un Porter cassonato con un grillo stampato sulla portiera, e darmi all’agricoltura, zappare e raccogliere i frutti di una terra cui saprei dare tutta me stessa. Non dirlo a nessuno, ma non escludo di aprire un crowdfunding dal titolo: “Un Porter per Marina”. Seriamente: «Voglio andare a vivere in campagna, voglio la rugiada che mi bagna…». (T. Cutugno). Questo voglio, o meglio, vorrei… sognare è lecito, dicono! Chi lo dice poi?! Mah.

Marina Atzori, grazie per esser stata mia gradita ospite, spero che la tua iniziativa Naturalmente Poesia incontri i favori di un vasto pubblico e in bocca al lupo… ah no, anche lui è in via di estinzione! E se il tuo sogno è andare a vivere in campagna... vada per la rugiada che ti bagna!

Grazie per l’augurio, ne ho bisogno! Il lupo è in buone mani, a ‘sto giro. Ah, dimenticavo, un’ultima cosa: visto il riscontro positivo, in questi giorni saranno inseriti altri tre amici animali alla lista di Naturalmente Poesia. Quindi, ci sarà spazio per altri tre autori. Poi, direi di fermarsi, altrimenti ne esce un’enciclopedia. Alla prossima Silvia, e grazie di cuore per la bella intervista. Un abbraccio e un saluto a tutto il team degli Scrittori della Porta Accanto.


Silvia Pattarini
Leggi >
Belle forti, di Kate T. Parker

Belle forti, di Kate T. Parker

Belle forti, di Kate T. Parker - Libri, Fotografia, Scrittori

Libri | Da marzo, finalmente in Italia Belle forti. Ragazze che vogliono essere se stesse, di Kate T. Parker, Edizioni Il Castoro, un libro fotografico già bestseller negli Stati Uniti, manifesto di una nuova idea di bellezza femminile che parte dalle bambine e ragazze, dal loro essere semplicemente se stesse.


Belle forti
Ragazze che vogliono essere se stesse

di Kate T. Parker
traduzione di Claudia Valentini
Il Castoro Editore
ISBN 8869663035
Cartaceo 19,00€

Ragazze senza paura. Ragazze buffe. Ragazze selvagge, testarde e orgogliose. Ragazze i cui volti sono sporchi di fango e illuminati dalla gioia.
Così semplice eppure così potente, Belle forti celebra, attraverso più di 175 fotografie memorabili, la forza e lo spirito delle bambine e delle ragazze che sono al cento per cento loro stesse. La vera bellezza non è portare una certa taglia, comportarsi in un certo modo, indossare gli abiti giusti, o avere sempre i capelli in ordine. La vera bellezza consiste nell’essere assolutamente autentiche.
Kate T. Parker ce la mostra in questi scatti spontanei, che catturano per la loro vitalità. Non è solo un bellissimo libro fotografico: Belle forti trasmette un messaggio potente a tutte le ragazze, ma anche a ogni madre e padre, a ogni allenatore e mentore e insegnante che si è assunto il difficile e meraviglioso compito di accompagnarle nel loro cammino. Che possano crescere salde, forti e sicure di sé, qualunque sia il percorso che sceglieranno.
Belle forti ha scalato le classifiche negli Stati Uniti e l’immagine della copertina si è diffusa ovunque come un vero e proprio manifesto che intende celebrare e diffondere un’idea di bellezza femminile al passo con le piccole e grandi donne di oggi: essere se stesse, selvagge, scomposte, libere, ribelli, in sintonia con le passioni e inclinazioni più vere. Un libro che incanta e che non ci si stanca mai di sfogliare.
«Essere belle o perfette non è importante. Essere chi si è, questo è importante.»
Kate T. Parker
«Un grande libro che ho regalato alle mie figlie e le ho viste lasciarsi catturare dalla lettura.»
Nicole Kidman, Vogue.com

Belle forti, di Kate T. Parker

Kate T. Parker

Kate T. Parker


Kate T. Parker è madre, moglie, ex-calciatrice e fotografa professionista. Con il suo progetto Belle forti ha voluto celebrare le ragazze così come sono, non come le donne che gli altri vorrebbero che fossero. Quando non è impegnata a fotografare qualcuno, spesso allena le squadre di calcio delle sue figlie. Vive con la sua famiglia ad Atlanta, in Georgia.
Leggi >
Il Progetto Giovani della Pediatria Oncologica di Milano

Il Progetto Giovani della Pediatria Oncologica di Milano

Di Ornella Nalon. Il Progetto Giovani, della Pediatria Oncologica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, coordinato dal dottor Andrea Ferrari: uno spiraglio di luce tra tanti casi di malasanità.

A volte alcune notizie di malasanità sono talmente eclatanti che ci inducono a pensare che il nostro sistema sanitario sia gestito in maniera superficiale e che sia maggiormente ancorato a criteri economici rispetto a quelli umani.
Io stessa, un paio di volte, sono stata testimone di un colpevole e grave atto di leggerezza di valutazione da parte di un medico che a momenti costava la vita a un mio caro. Eppure non dovremmo fermarci a valutare l'insieme solo in base alle proprie esperienze o alle estemporanee notizie che ci arrivano, ma tenere presente che fa molto più scalpore una notizia negativa che mille azioni svolte con scrupolosità ottenendo risultati anche prodigiosi. Dobbiamo convincerci che i medici sono esseri umani e che, se molti di loro si attengono alle strette regole imposte, considerando la loro professione alla stregua di un qualsiasi lavoro, molto altri esercitano l'attività come fosse una missione, provando rispetto per la sofferenza fisica ed emotiva del malato e prodigandosi in tutti i modi per alleviarla.
È così, che possono formarsi alcune realtà, legate all'ambito medico ospedaliero, che esaltano lo spirito umano nell'approccio con il paziente, costituendo delle vere e proprie eccellenze di cui, noi tutti, dovremmo andare fieri.

Una di queste eccellenze è senz'altro il Progetto Giovani della Pediatria Oncologica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, coordinato dal dottor Andrea Ferrari. 

Il progetto, sorto nel 2011 è dedicato alle e agli adolescenti affetti da cancro ed ha l'obbiettivo di dare loro non solo l'adeguato sostegno medico, ma anche un supporto fatto di attenzioni e di motivazioni.
Nel sito ufficiale si legge che:
Il progetto è dedicato ai pazienti adolescenti malati di tumore, con l’obiettivo di creare un nuovo modello di organizzazione medica e di cultura specifica, con la sfida di occuparsi non solo della malattia, ma della vita dei ragazzi, facendo entrare in ospedale la loro normalità, la loro creatività, la loro forza, la loro bellezza. 
Giovani ancora in trattamento ed altri già guariti si riuniscono per realizzare dei progetti comuni che hanno una doppia finalità: finanziare in parte la propria attività, ma soprattutto, con la forza della condivisione, affermare la propria energia, l'estro, l'attaccamento alla vita.
Sono già tre i lavori prodotti da questo fantastico gruppo.

  1. La canzone "Palle di Natale (Smile! It’s Christmas day)"

    È stata cantata da ventinove ragazzi tra i 15 e i 25 anni, i cui proventi sono destinati all’Associazione Bianca Garavaglia, che supporta i loro progetti artistici.
    Il brano è tuttora in vendita su iTunes ed il video su Youtube ha ricevuto un altissimo numero di visualizzazioni.



  1. La mostra fotografica “Ri-scatti”

    È stata realizzata dal 3 al 12 febbraio 2017 al Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano, dalla Riscatti onlus e con il contributo di Tod's. La mostra si componeva di ottanta fotografie scattate dagli adolescenti del Progetto Giovani e avevano come tema “La ricerca della felicità.”
    Le fotografie potevano essere acquistate con una donazione destinata all'Associazione Bianca Garavaglia, che sostiene la ricerca sui tumori pediatrici,  e a Riscatti onlus.
  2. Il romanzo a fumetti “Loop. Indietro non si torna”, Rizzoli

    L'ultimo nato è un romanzo a fumetti dal titolo “Loop. Indietro non si torna”, edito da Rizzoli Lizard, che si trova nelle librerie e negli store online dal 16 novembre di quest'anno. Realizzato in collaborazione con i fumettisti del collettivo Mammaiuto lab e il con il sostegno della onlus Bianca Garavaglia, attraverso i suoi fantasiosi personaggi racconta le storie, le paure e le speranze dei ragazzi del reparto di oncologia pediatrica.

Loop - Indietro (non) si torna - Libri

Loop
Indietro non si torna

Collettivo Mammaiuto Lab
Rizzoli Lizard
ISBN 881709482X
Cartaceo 12,75€

Non per ultimo, mi piace segnalare che anche il dottor Andrea Ferrari, il quale tanto si adopera per ottenere delle migliori condizioni di cura e di sostegno per questi ragazzi, ha pubblicato un libro dal titolo “Non c'è un perché - Ammalarsi di tumore in adolescenza” che vuole essere informativo, ma principalmente un richiamo d'aiuto perché venga realizzato, a livello nazionale, un sistema di cura specifico per gli adolescenti.

Non c'è un perché - Ammalarsi di tumore in adolescenza

Non c'è un perché
Ammalarsi di tumore in adolescenza

di Andrea Ferrari
Franco Angeli
ISBN 8891743755
Ebook 20,99€
Cartaceo 30,00€

Ornella Nalon

Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
“Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
“Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
“Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
“Non tutto è come sembra”, 0111 Edizioni.
Una luce sul futuro, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto.
Leggi >
[FotografiA] Cristian Palmieri, il fotografo che ritrae la donna moderna "Fuori dall'ombra", di Samantha Terrasi

[FotografiA] Cristian Palmieri, il fotografo che ritrae la donna moderna "Fuori dall'ombra", di Samantha Terrasi



Cristian Palmieri, fotografo, e il suo nuovo progetto Fuori dall'ombra: «Non è un progetto che vuole trattare di violenza ma rappresentare la donna per ciò che è, il suo essere, un modo per dire “io esisto e sono capace”».

Come si legge sul suo sito web, Cristian Palmieri è un fotografo figlio d’arte.
Inizia ad assistere il papà fotografo fin dall’età di 8 anni. Studente di terza media, in occasione della gita scolastica riceve in prestito la Rolleiflex del padre e se ne innamora.

Buongiorno Cristian e grazie di essere qui tra noi. Di solito si chiede sempre a un artista di parlare di sé, io invece vorrei cominciare partendo dalle tue opere. Le tue fotografie. Cosa raccontano? Quale storia ci vuoi mostrare?
Noi fotografi non dobbiamo apparire, non è importante chi sono ma è giusto porre l'attenzione su ciò che faccio nel caso specifico parlo di donna, la donna moderna, quella che incontro in strada o che per qualsiasi motivo ha incrociato la mia esistenza.
Sebbene negli ultimi anni abbia preso a cuore la vita delle donne io nasco paesaggista e amo i reportage e a dire il vero fino ad alcuni anni fa non ho mai fotografato persone e tendevo ad escluderle dalle mie inquadrature tanto ero sfiduciato dal prossimo. Oggi la mia crescita personale e le mie esperienze mi hanno portato a rivedere molti pregiudizi e la mia attenzione si è spostata sul genere umano in tutte le sue varie sfaccettature. Che sia forma del corpo, o forma dell'anima la persona è diventata il punctum della mia fotografia.

Il tuo progetto Fuori dall’Ombra cosa rappresenta? Come è nato? E’ una tua idea o il frutto di una collaborazione?
Come spesso accade per i miei progetti, Fuori dall'ombra è nato per caso. Lavoravo ad una storia che raccontava la falsa e presunta emancipazione della donna, una storia ironica realizzata con quattro diverse donne legate in qualche modo dal mondo dell'arte e della cultura (Una porta, una finestra, due mura).
La storia di una di queste donne mi aveva colpito in modo particolare. Era una donna davvero forte di carattere, madre separata con una figlia dolcissima ed intelligente. La sua vita era una lotta continua con il mondo e l'ho ammirata da subito. Per rappresentare una donna così non mi era sufficiente un solo scatto, ce ne sarebbero voluti decine e così l'ho ripresa mediante un trittico che la rappresentasse da capo a piedi. Sviluppando l'idea ho cercato di mettere in risalto le tre parti del nostro corpo dove risiedono i nostri tre cervelli principali (ebbene sì, abbiamo tre cervelli autonomi e indipendenti): testa, busto, pancia; cervello, cuore, stomaco; ragione, passione, istinto.
Per finire le mani presenti in ogni scatto che, dopo lo sguardo, completano con il loro dire il ritratto della modella di turno.
Sia ben chiaro che non è un progetto che vuole trattare di violenza ma vuole rappresentare la donna per ciò che è, il suo essere, un modo per dire “io esisto e sono capace”. Non ho fatto altro che dare voce attraverso la fotografia alla donna moderna.

Cristina Palmieri, fotografie dal suo progetto Fuori dall'ombra

Dove vuole arrivare? Può davvero “la fotografia” arrivare così lontano, secondo te?
Il mio desiderio è sensibilizzare più persone possibili e la fotografia è un mezzo immediato e d’impatto. Non è possibile rimanere impassibili di fronte alle mie opere che sono di dimensioni 100 x 150 cm e sovrastano l’utente che si immerge nella dimensione delle 50 donne ritratte e che probabilmente non vedrà allo stesso modo la donna della porta accanto o la compagna di una vita.

Tu come fotografo cosa hai cercato nelle donne? Perché hai scelto il bianco e nero? Quanto tempo è durata la tua ricerca?
Al di là della ricerca tecnica e sociologica, la bellezza del lavoro è che io non mi aspettavo e non cercavo nulla dalle ritrattate. Sono stati momenti di una emozione unica e mi sono lasciato trasportare dai loro racconti e dalle loro storie. Ogni immagine una storia da raccontare, una ragnatela di vite che ho avuto la fortuna di ascoltare senza giudizi e pregiudizi. In questi 7 anni di studio ho solo ricevuto e quando ho potuto ho anche donato ma di gran lunga è la mia persona che ci ha guadagnato.
La tecnica di un bianco e nero fortemente contrastato è dovuta ad una scelta legata al binomio luce-ombra oltre a voler mettere in risalto l'essenza dell'immagine, inoltre il colore avrebbe certamente distolto l'attenzione dal minimalismo da me ricercato e condizionato gli scatti al momento della ripresa, condizionamento dovuto alla scelta degli abiti da parte della volontaria di turno.

L’esigenza di dare voce alle donne. È ormai un’esigenza sempre più marcata. Le donne sono dappertutto, ma c’è qualcosa che ci sfugge o che non prendiamo in considerazione, perché la violenza le schiaffeggia giornalmente. Cosa manca davvero in questa società? Se manca qualcosa, naturalmente.
Tante cose sono state fatte se pensiamo alla situazione femminile di qualche secolo fa o addirittura qualche decennio fa. Differenze tra uomo e donna ci sono ed è giusto che ci siano ma ciò che ancora si fatica a capire è che la dignità ed il rispetto non hanno genere. Vedo poca partecipazione degli uomini nelle varie manifestazioni pro donna ed in questo l'uomo merita più di una tirata d' orecchie. Anche se nelle migliori intenzioni e con l'animo giusto l'uomo non vuole lottare, è pigro quando si tratta questo tema.
Bisogna urgentemente partire dalle nuove generazioni, sono loro la nostra speranza e non dobbiamo buttarle nella società allo sbaraglio. Penso sia urgente agire dentro le scuole e direttamente nelle famiglie.
La repressione è un cerotto piccolo su una ferita molto grande ma necessaria in questo periodo storico.

Cosa ti ha emozionato di più in questo progetto? C’è qualcosa che ti ha fatto piangere? Una storia che ti è rimasta impressa?

Un’emozione che credo di non aver mai provato in vita mia è stata il giorno dell'inaugurazione della prima uscita del progetto con la mostra realizzata a Montepagano lo scorso anno. Duecento persone che hanno ascoltato quello che avevo da dire, le performance dei poeti e delle danzatrici che hanno accompagnato quell'evento mi hanno fatto scappare qualche lacrima di gioia. Io non piango oramai da alcuni decenni e ancora oggi ho il cuore a mille per quello che ho provato quel giorno.
Per quel che riguarda le storie delle donne da me ritrattate, sarebbe davvero riduttivo soffermarmi su una sola di esse. Sono stato fortunato nell'aver conosciuto persone splendide e solo per il fatto di avermi fatto entrare in casa senza neanche conoscermi è stato motivo di orgoglio per me.
Una curiosità che mi sento di raccontare è quella relativa a due turiste tedesche che hanno visitato la mia mostra e che dopo mi hanno chiesto di poter essere ritratte ed entrare nel progetto. Non parlavano italiano e poco inglese ma hanno recepito il messaggio immediatamente guardando solo le opere al muro. Bello, no?

Cristina Palmieri, fotografie dal suo progetto Fuori dall'ombra - Intervista al fotografo

La foto che porteresti sempre con te.
Non una ma una serie di foto sono tra le mie preferite, ”Io non ho mani che mi accarezzino il volto” di Mario Giacomelli. Poesia in immagini utilizzando esclusivamente due colori: bianco e nero.

Un libro che rileggeresti mille volte.
Il piccolo principe e Le avventure di Tom Sawyer.

Un film che ti ha dato la possibilità di riflettere.
Million dollar baby, ancora oggi ci rifletto e ammetto che non ho il coraggio di rivederlo.

Cosa volevi fare da bambino e ora guardandoti allo specchio, quel bambino che eri, è felice?
Da bambino volevo solo crescere, non avevo tante speranze o sogni da realizzare, volevo diventare adulto. Fin da piccolo ho vissuto alla giornata e devo dire che questo mi ha aiutato a superare tante delusioni ma allo stesso tempo accontentarmi di tante piccole cose quotidiane. Attualmente sono felice di me e di quello che ho. Forse perché la sindrome di Peter Pan non mi abbandona mai.

Se dovessi scegliere una favola cosa racconteresti?
Forse Peter Pan? Sì, Peter Pan.

Un sogno, perché senza sogni non riusciamo a costruirci un futuro.
Quando non ci sarò più spero che le mie immagini mi sopravvivano. Spesso mi soffermo a pensare sul fatto che quello che realizzo ora potrà essere di stimolo per altri in futuro.

Un monito per chi legge.
Non prendetemi troppo sul serio, ma prendetevi sul serio. Quello che dico io poco importa se non lo si sente di persona.

Una frase che ti tatueresti.
Non amo i tatuaggi su di me anche se mi piacciono sul corpo degli altri ma se dovessi fare una pazzia scriverei “Grazie di esistere” dedicato a mia moglie ed ai miei figli.

I tuoi prossimi progetti.
Ho in corso un paio di progetti, il primo vedrà la luce ad aprile del 2018 e sarà una vera e propria installazione fotografica dedicata alla memoria ed ai ricordi. Il secondo progetto invece sarà molto più impegnativo e forse impiegherà anni prima che si realizzi del tutto poiché si tratta di una ricerca mediante ritratti relativi ad un luogo a me caro che si sta spopolando sempre più.
Inoltre non dimentico Fuori dall'ombra che non abbandonerò mai finché le forze me lo permetteranno.

Grazie mille, per averci raccontato qualcosa di te e del tuo lavoro.

Fotografie di Cristan Palmieri - Donne, ritratti



Samantha Terrasi
Vivo tra Torino e Roma, dove sono nata. Mia nonna avrebbe voluto che mi chiamassi Maria Concetta, ma per fortuna mio padre di ritorno da un viaggio negli States mi ha chiamato Samantha, rigorosamente con la h. Formazione scientifica, una laurea in biologia molecolare per poi scegliere di tramandare il mio sapere agli studenti. Sono una professoressa di matematica e scienze senza occhiali e quando non mi trovo tra equazioni e studenti, scrivo.
Parole nel vento, Aletti Editore, 2012.
Ti aspetto, Lupo Editore.
Leggi >
What were you wearing? Cosa indossavi?

What were you wearing? Cosa indossavi?

What were you wearing? Cosa indossavi?

Di Stefania Bergo. What Were You Wearing? Cosa indossavi? Una domanda sconcertante che sempre viene rivolta alle vittime di stupro, dai media o negli interrogatori. Un progetto fotografico, uno artistico e uno sketch TV per ricordare che non c'è giustificazione allo stupro.

È la domanda che viene rivolta alle vittime di stupro.
A chi violenta mai. Perché non fa differenza se chi violenta indossa una maglia rossa o un paio di jeans sdruciti. Ed è vero, non dovrebbe farne, anche se indossasse un abito firmato, una divisa o una tonaca resterebbe comunque un criminale. Invece fa differenza anche questo. Perché se una donna viene violentata dal rispettabilissimo marito o dal collega, è solo una che vuole infangare il nome di un uomo per bene. Se invece viene violentata da un extracomunitario allo sbando, è una vittima di cui comunque poco ci importa, l'importante è che il criminale venga linciato. Ma non certo per senso di giustizia.


Dicevo, non viene mai chiesto a chi viene accusato di stupro: cosa indossavi?

Ma se vieni violentata allora sì.
Cosa indossavi?
Una domanda che ovviamente sottintende la più devastante conseguenza: te la sei andata a cercare.
Perché nel Medioevo una donna che subisce un abuso sessuale è, in fondo, colpevole. Perché il suo posto è vicino ai fornelli, perché non può indossare una gonna, figuriamoci dei tacchi, e poi protestare per quanto subito. Perché esistono le streghe che seducono i poveri uomini, sensibili per natura, perché il demonio è sempre lì a tentarci, perché "la marmotta confezionava la cioccolata".
Già. Peccato che il Medioevo sia finito da un po' e siamo ancora qui a chiedere alla vittima: cosa indossavi?

Ma c'è una verità, che per quanto sconvolgente sia è un dato di fatto: uno stupro è un crimine senza attenuanti. Punto. E la colpa è di chi violenta. Tutta.

Quindi non sono le donne a dover imparare a difendersi, non si risolve così il problema. Sono gli uomini a dover imparare a non violentare, a rispettarle. Perché una donna non è un insieme di parti anatomiche di cui disporre a proprio uso e consumo. Nemmeno se indossa un bikini.


Ma forse il concetto è un po' difficile da digerire. In fondo, se una donna passeggia per strada la sera tardi e indossa uno di quei seducenti vestitini abbottonati fino al collo e lungo fino ai piedi, magari con quella inebriante fantasia a fiorellini che fa tanto nonna Papera, non è mica colpa di quel poveraccio che l'ha incrociata sulla sua strada o dell'innamorato respinto che è già stato denunciato per stalking.
Già, il vestito di nonna Papera. Perché spesso la domanda "cosa indossavi?" ha una risposta spiazzante. Come? Non indossavi un abito attillato? Non avevi un tacco 12 mentre tornavi a casa dal lavoro di barista in quello squallido bar di periferia? Che strano, allora come si spiega che tu sia stata violentata?

Ebbene sì, la maggior parte delle volte, quello che le vittime indossavano non ha nulla a che vedere con un richiamo erotico. 

E se anche una donna indossasse un abito elegante che le lascia scoperto l'incavo dei seni, ehi, ecco un'altra sconcertante verità: le donne spesso si vestono solo per se stesse, perché così si piacciono, e non per sedurre un uomo. E se anche fosse, verità shockante numero tre: quando una donna dice NO, indipendentemente dagli abiti o da quanto abbia detto solo qualche minuto prima, è NO. E quindi si tratta di violenza.
Ma nel tardo Medioevo... anzi, no, abbiamo detto che è finito... nel terzo millennio stiamo ancora qui a disquisire: cosa indossavi?
Viene sempre chiesto. Negli interrogatori, nei commenti dei social network.
E allora c'è chi ha provato a sbattere davanti agli occhi degli stolti la realtà: che uno stupro non ha mai giustificazione e che la vittima è una vittima. Sì, un mantra da ripetere, fino a quando, forse, farà breccia nella mente dei maschi che ci giudicano.

Well, what were you wearing?

Well, what were you wearing? Un progetto fotografico di Katherine Cambareri.

La fotografa Katherine Cambareri ha dato vita al progetto fotografico Well, what were you wearing?, fotografando gli abiti indossati da alcune studentesse universitarie violentate in un campus statunitense (negli stati uniti, ogni 107 secondi una donna subisce abusi sessuali). Per dimostrare l'ovvio, che la violenza non viene cercata o provocata.

I decided to document what victims wore at the time they were assaulted to show that there is no type of clothing that causes assaults to occur. There is no size. There is no body type. Sexual assault never occurs because of what a person is wearing; the only reason sexual assault occurs is because a person assaults someone else.
Ho deciso di documentare cosa le vittime indossassero nel momento dell'aggressione per dimostrare che non esiste alcun tipo di abbigliamento che provochi le aggressioni. Non esiste una taglia. Non esiste un tipo di corpo. L'aggressione sessuale non si verifica mai a causa di ciò che una persona indossa; l'unica ragione per cui si avviene l'aggressione sessuale è che una persona aggredisce qualcun altro.

What were you wearing?  - Foto della mostra

What were you wearing? Il progetto artistico di Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert.

What were you wearing? è anche un'istallazione, un progetto artistico itinerante creato nel 2013 nell'ambito del Respect Program da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale di Kansas, e da Mary A. Wyandt-Hiebert, dottoressa impegnata presso il centro di educazione contro gli stupri dell'Università dell'Arkansas, e si ispira alla poesia What I was wearing di Dr. Mary Simmerling. 
La mostra è attualmente esposta presso l'Università del Kansas e illustra 18 storie di violenza sessuale attraverso i vestiti che ogni vittima indossava al momento dell'aggressione (ovviamente non si tratta degli abiti originali, ma uguali a quelli indossati in quel momento, perché l'importante è ciò che essi rappresentano). Tra cui, anche un innocente prendisole da bambina...

The intent of the Installation is to create a tangible response to one of our most pervasive rape culture myths. The belief that clothing or what someone what wearing “causes” rape is extremely damaging for both survivors and for our community. This installation allows participants to see themselves reflected in not only the outfits, but also in the experiences of the survivors.
L'intento dell'installazione è quello di creare una risposta concreta a uno dei più diffusi miti della cultura dello stupro. La convinzione che l'abbigliamento o quello che qualcuno che indossa "causi" lo stupro è estremamente dannoso per i sopravvissuti e per la nostra comunità. Questa installazione consente ai partecipanti di riflettere non solo gli abiti, ma anche sulle esperienze delle vittime.


What were you wearing? - Dettaglio

Che cosa indossavi? E se fosse chiesto a un uomo scippato?

E se ancora non bastasse a chiarire il concetto, proviamo a pensare se la stessa irrispettosa domanda fosse rivolta a un uomo vittima di uno scippo, giustamente spaventato, che con fiducia racconta quanto accaduto, non aspettandosi certo di essere colpevolizzato per l'aggressione subita.
È quello che accade in uno sketch, precisamente nella sesta puntata della seconda serie del Tracey Ullman Show, un varietà televisivo statunitense presentato dalla comica inglese Tracey Ullman, la cui prima puntata è andata in onda sulla BBC nel 1987 e l'ultima a maggio del '90.



Per chi non masticasse l'inglese, di seguito una traduzione delle battute:
Ecco il suo tè. Si sente un po' meglio?
Non proprio.
Bene. Può descrivermi l'uomo che l'ha derubata?
Era alto circa un metro e ottanta. Capelli corti e scuri. Mi ha puntato un coltello alla gola e ha voluto che gli consegnassi il mio telefono e il mio orologio.
E indossava quello che indossa ora?
Scusi?
È questo quello che indossava quando è successo?
Si, ma...
Lei sembra provocatoriamente benestante.
Non vedo cosa c'entri il mio modo di vestire con...
È un po' come un invito a farlo, no? Come se lo stesse pubblicizzando.
Guardi...
Mi sembra angosciato. Chiamerò qualcuno che possa darle sostegno. Questo gentiluomo è un po' agitato è stato aggredito poco fa.
Oh, caro. Aveva bevuto?
Sì, perché in tal caso avrebbe potuto inviare segnali confusi. Illudere qualcuno con un bel vestito e un telefono e poi all'ultimo minuto dire: "Non voglio essere derubato".
Mi ha puntato un coltello alla gola e ha preso i miei averi!
E lei glieli ha dati, no? Ha anche gridato? Come potrebbe qualcuno sapere che non le stia piacendo dare i suoi averi se non ha reso chiare le sue intenzioni?
No, non ho urlato. Lui aveva un coltello! Ero davvero spaventato!
E noi siamo molto comprensive ma temo che dovrà accettare di essere in qualche modo responsabile di quanto accaduto.
Avanti!
Ne avrà ancora per molto? Ho un signore qui fuori che dice di ricevere mail ingiuriose da mesi.
Chiedigli che font ha usato. Se è qualcosa di civettuolo come l'Helvetica allora se l'è probabilmente cercata.


Credo sia abbastanza ovvio quanto grottesca e paradossale sia una situazione del genere. Così come dovrebbe essere ovvia la tragicità di un interrogatorio, mediatico o d'ufficio, durante il quale a una vittima di stupro venga chiesto: cosa indossavi? Sottintendendo che, in fondo, se la sia cercata.


Stefania Bergo
Leggi >
Il progetto di Cadena Mckenzie contro i rigidi canoni estetici di donne etero e omosessuali

Il progetto di Cadena Mckenzie contro i rigidi canoni estetici di donne etero e omosessuali

Cadena-Mckenzie-fotografia-nudo-foto-photo-progetto

Canoni estetici. Non importa che tu sia lesbica o etero, la pressione sull'apparire "perfetta" è spesso schiacciante. Cadena Mckenzie, fotografa neozelandese, lancia un contro-messaggio di bellezza al naturale rivolto a tutte le donne.

L’esistenza di standard di bellezza improbabili non è un mistero. Magrissime, pelle perfetta, sempre meravigliosamente curate in ogni dettaglio. Tutto ciò che non siamo è diventato ciò che dovremmo essere e che siamo colpevoli di non raggiungere. 
Esiste una donna che riesce a “salvarsi” da queste imposizioni estetiche? 
Vi racconto cosa ho scoperto di recente sui canoni di bellezza e quale soluzione abbia sperimentato una fotografa neozelandese, Cadena Mckenzie, per diffondere un contro-messaggio.

La percezione che comunemente abbiamo della cultura lesbica è che questa sia molto meno costrittiva di quella eterosessuale, in cui il gusto maschile e l’oggettificazione fanno da padroni. Lo stereotipo vuole addirittura che le lesbiche siano “troppo brutte per trovarsi un uomo” e, anche laddove si è troppo intelligenti per accettare questa sciocchezza come una verità, si tende a pensare che una donna lesbica possa comunque ritenersi estranea alle richieste estetiche che il concetto di femminilità eterosessuale impone.
Il problema è che non è vero! Tutte, etero o lesbiche, subiamo pressioni per “apparire”.
Erickson e Cogan (2013, prima edizione 1999 "Lesbians, Levis, and Lipstick: The Meaning of Beauty in Our Lives"), nella loro ricerca sugli standard di bellezza femminili nell'ambiente lesbico, sono state favorevolmente colpite dagli aggettivi che le intervistate hanno usato per descrivere la loro idea di una donna “bella”: sicura di sé, allegra, affettuosa, spontanea e sincera. Ma hanno riscontrato che non solo esistono anche in questo caso degli standard estetici ma che sono anche molto severi.

Etero o lesbica, la donna deve rispondere a dei canoni estetici.

Nel loro studio, Cogan e Erickson hanno provato che gli standard di bellezza delle donne omosessuali sono tanto emotivamente nocivi quanto quelli imposti alle donne etero. Oltre alle qualità caratteriali, infatti, ci sono dei “requisiti” estetici per essere ritenute partner appetibili o addirittura accettate all’interno della comunità. Una delle 20 intervistate ha evidenziato come gli standard non mutino in maniera significativa, a suo parere, tra la comunità lesbica e quella etero, perché “le donne sono più critiche nei confronti delle altre donne di quanto lo siano gli uomini”. Alla sua voce si è aggiunta quella di una seconda intervistata, la quale ha dichiarato di essere sempre stata “presa di mira” dalle sue compagne a causa del suo peso e dell’aspetto molto mascolino. Una terza voce ha precisato che l’ambiente LGB tende a escludere coloro che non si omologano agli standard che toccano l’abbigliamento e una quarta si è dichiarata d’accordo.
Il ventaglio ridotto di intervistate impedisce di inquadrare in modo preciso la pressione circa la bellezza in quest'ambito, ma quello che è certo è che tutte le donne, etero o lesbo, in qualche misura, sperimentano le “costrizioni” dei canoni estetici, sentendosi a disagio o discriminate.


Accettare il proprio corpo, posando nude e senza Photoshop: un progetto nato per caso, la fotografia al servizio della vera bellezza.

Alla luce di tutto questo, Cadena Mckenzie ha deciso di lanciare un messaggio controcorrente e di cambiare la vita di una sua amica molto insicura. Per dimostrarle che non c’è bisogno di Photoshop, né di essere magrissime per essere belle, la fotografa ha convinto la ragazza a posare per un servizio fotografico nuda. E non ha photoshoppato gli scatti. Il risultato è stato al di sopra delle aspettative.
“Non possiamo cambiare le cose, perché gli standard non si cancellano così facilmente, ma possiamo dimostrare alle donne che sono belle così come sono”, ha affermato Cadena Mckenzie, 30 anni, residente a Melbourne (www.cadenamckenzie.com).
La mia amica era appena stata pesantemente criticata da un ragazzo che aveva frequentato per qualche settimana e aveva bisogno di qualcosa che le togliesse quelle critiche dalla testa. Non parliamo poi di tutte le amiche insicure che ho che mi dicono di sentirsi grasse!
Il progetto è nato per caso. Cadena stava realizzando degli scatti sul tema le ombre e a quel punto ha pensato di coinvolgere la sua amica e di unire il servizio fotografico di quella giornata a una missione pro-autostima.
“Voglio molto bene alla mia amica e volevo che capisse che, nonostante le critiche di lui, ai miei occhi e a quelli di mio marito, come pure a quelli di qualunque persona sana di mente, lei è bella”, ha raccontato.
Dal punto di vista della fotografa, ovviamente, volevo anche che le foto fossero piccoli capolavori. Non usare Photoshop era una limitazione, ma era anche il fulcro del tutto.
Il lavoro di editing che è stato effettuato sugli scatti con Lightroom era mirato a coprire con ombre aggiuntive le parti del corpo più intime, ma non a modificare il corpo. In due fotografie la pelle è stata lievemente ammorbidita, come si può vedere dai due screenshot, senza calcare la mano (onedrive.live.com).
“Ciò che è normale e pulito può essere molto bello. Sono molto felice del risultato e devo anche confessare una cosa”... Posare nude può essere un modo di sentirsi meglio.
Io stessa ho posato nuda per un servizio fotografico. Mi sono divertita e mi sono sentita libera, oltre che sexy.
A breve pubblicheremo l’intervista completa con Cadena Mckenzie e parleremo di tutto ciò che significa fare fotografia al servizio della bellezza.


Giulia-Mastrantoni

Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
Leggi >
[FotografiA] "Rivoluzione di costume", il progetto fotografico che promuove un cambiamento culturale, di Ornella Nalon

[FotografiA] "Rivoluzione di costume", il progetto fotografico che promuove un cambiamento culturale, di Ornella Nalon

FotografiA-Rivoluzione-di-costume-just-mine

La campagna pubblicitaria "Rivoluzione di costume" promossa dall'associazione "Quelli del sabato" e dall'Azienda Justmine, per promuovere un cambiamento culturale.

Se mettiamo assieme un'associazione di volontariato e un'azienda che realizza costumi da bagno cosa ne esce? Una bellissima campagna dal titolo “Rivoluzione di costume” finalizzato alla promozione, attraverso la moda, di un cambiamento culturale. 
Ma veniamo ai fatti. “Quelli del sabato” è un'associazione di Bellinzago Novarese che da quasi venticinque anni si raduna tutti i sabato, per l'appunto, per occuparsi di disabili, attraverso varie iniziative che prevedano il loro coinvolgimento. Justime è una consolidata ditta di beachwear con sede a Oleggio di Novara. Complice, una conoscenza in comune ed ecco che, una idea paventata, diventa un bellissimo progetto. 
Vengono selezionate nove donne disabili dell'associazione, tra i 25 e i 60 anni e viene loro chiesto di scegliere alcune stoffe, in uso dall'azienda, per ideare e disegnare alcuni costumi di loro gusto. Le stesse affiancano il team creativo che realizza i capi e segue tutte le fasi di produzione finché i bikini, i costumi interi e anche i pareo, sono pronti per essere indossati. Poi, affiancate da quattro modelle professioniste e da altre nove signore, alcune delle quali scelte tra i membri dell'associazione, altre tra le dipendenti dell'azienda e una selezionata da un concorso proposto su facebook, sono volate a Berlino e hanno raggiunto lo studio fotografico di Riccardo Bernardi, che lavora con agenzie di modelle.

Ed ecco che i costumi precedentemente disegnati e poi realizzati, vengono indossati dalle ventidue donne per dare il via a un servizio fotografico davvero originale. 

Saranno nove gli scatti che comporranno la campagna e ogni foto ritrae un'indossatrice professionista, una donna comune e una delle ragazze affette da disabilità. 
Dunque, ecco la bellezza stereotipa, quella classica da passerella, con i lineamenti perfetti e una taglia massima 38, accanto alla ragazza comune che dentro alla stessa taglia, magari, ci entra solo con una gamba e poi ancora alla donna diversamente abile, che la natura ha voluto rendere del tutto speciale. Tre modi di essere donna, sicuramente diversi, ma non per questo l'uno più considerevole dell'altro. 
Il portavoce dell'associazione riferisce che:
C’è una moda che è quella ufficiale, che viene comunicata dagli addetti ai lavori, che è interpretata dalle griffe ed è veicolata dalle riviste. Una moda che spesso diventa simbolo, icona, desiderio. Quella delle firme, delle sfilate, delle modelle che incarnano un ideale di donna che negli anni diventa un riferimento da seguire o da sfuggire, a seconda della propria idea di bellezza. E poi c’è la moda di chi la sogna, e qui ci siamo inseriti noi. Per stimolare una riflessione e perché per noi la diversità è una ricchezza da salvaguardare...Per noi non esiste un modo unico di essere belli, di essere donne, di raccontarsi. E l’estetica deve convivere con il gusto e le esigenze dell’età, dei corpi e delle diverse culture...nella moda, come nella vita, bisogna saper essere se stessi, unici e diversi. 
Poiché, come afferma Ilaria Miglio, responsabile comunicazione di “Quelli del sabato”: «Vorremmo ricordare a tutti, a partire dalle donne, che la diversità non è un deficit, la mancanza di qualcosa, ma significa essere unici». 
Forse ce ne vorrebbero molte altre di campagne di questo tipo per imparare a guardare le persone con nuovi occhi, con sguardi che non siano già veicolati alla classica stereotipata bellezza. Forse, potrebbero servire a demolire pregiudizi assurdi e pericolosi che idealizzano la perfezione. A ben guardare, tutti noi, per un verso o per l'altro, siamo imperfetti, ma ognuno è normale nella sua anormalità.









Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
“Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
“Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
“Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
“Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.

Leggi >
ARTICOLO PRECEDENTE >>
Post più vecchi
Home page

i più letti della settimana