Gli scrittori della porta accanto
mamme-viaggio-viaggi-bambini

Mamme in viaggio con i loro figli. Racconti, consigli, immagini. Perché non è mai troppo presto per scoprire il mondo. Mamme in viaggio è anche una pagina Facebook, da cui è stato creato un gruppo su cui condividere fotografie dei viaggi, suggerimenti utili, e scoprire insieme le strutture più adatte per i bambini, anche se si tratta di mete lontane dalle solite tracce turistiche. Sul gruppo è possibile interagire con altre mamme — ma anche papà, nonni, zii, ... — per uno scambio di informazioni utili a 360°.

Mamme in viaggio
Mamme in viaggio
Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippine

Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippine

Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippin

Mamme in viaggio Di Sonia Borrini. Un viaggio che intreccia caos urbano e mare, storia coloniale e presente. Madre e figlia pre-adolescente nelle Filippine a dicembre, tra jet lag, clima tropicale, vita quotidiana a Manila, tradizioni natalizie, piatti tipici e incontri familiari.

Io e la mia pre-adolescente atterriamo a Manila dopo un lunghissimo (e costoso) viaggio con Cathay Pacific, la compagnia di Hong Kong. Oltre al jet lag, ci aspetta subito uno shock climatico: arriviamo dall’inverno europeo a un clima tropicale, caldo e umido, con temperature intorno ai 28–30 gradi anche a dicembre.
Sappiamo che il jet lag sarà duro da gestire, ma non immaginavo così tanto: sette ore di differenza che il corpo si rifiuta di accettare, nonostante l’assunzione di melatonina. Il primo giorno, semplicemente, dormiamo. Manila può aspettare.

Quando finalmente usciamo, Manila si presenta per quello che è: una metropoli enorme, caotica, viva.

Metro Manila, l’area metropolitana che comprende Manila e le città circostanti, conta oltre 13 milioni di abitanti, che diventano più di 24 milioni se si considera l’intera area urbana allargata. Grattacieli, quartieri residenziali, mercati, un traffico quasi costante e una quantità impressionante di centri commerciali: qui i mall non sono solo luoghi per fare acquisti, ma veri spazi di vita sociale, climatizzati e onnipresenti.

Manila

I mezzi di trasporto sono un capitolo a parte e mi affascinano da subito.

Il più iconico è il jeepney, coloratissimo e rumoroso, nato dai veicoli militari americani lasciati dopo la Seconda Guerra Mondiale e trasformato in mezzo di trasporto pubblico. Poi ci sono i tricycle (una moto con una sorta di carrozzino laterale coperto), le pedicab e le habal- habal, moto adattate per portare più passeggeri possibile. Un sistema informale, creativo e decisamente affascinante, anche se non sempre intuitivo per chi arriva da fuori.

Mezzi di trasporto

Alloggiamo dalla nostra amica Camilla e dalla sua famiglia a Pasig, in una delle tante gated communities residenziali della capitale.

È dicembre e ovunque ci sono luci natalizie: qui il Natale è una cosa seria. Scopriamo che le decorazioni iniziano già a settembre e vanno avanti fino a gennaio. Il periodo natalizio più lungo del mondo, dicono. E ci credo.
Non possiamo non fermarci per un bubble tea, anche se non ne vado matta. Nato a Taiwan negli anni ’80, il bubble tea è passato da bevanda locale a vera moda mondiale, oggi diffusa in ogni continente. Nelle Filippine è parte integrante della vita urbana, soprattutto nei mall. È quasi un rito.

Original bubble tea

A Natale realizzo un’altra cosa: i filippini, a tavola, sono peggio degli italiani!

Si mangia dalle sei di sera fino a mezzanotte.
La cucina è molto importante qui. Il riso è ovunque, a ogni pasto, anche a colazione: riso con cioccolata calda (champorado) e, per fortuna opzionale, con pesciolini fritti.
Tutto tende al dolce, sorprendentemente dolce: anche la lasagna. Mia adora la cucina filippina e, fin dal primo pasto, ammette che non se ne andrebbe più. Io, da vegetariana, quello che ho apprezzato di più è stata la frutta – i mango soprattutto.
BOX CUCINA
Tra i piatti più iconici delle Filippine c’è l’adobo, spesso considerato il piatto nazionale non ufficiale. È una preparazione semplice e profondamente identitaria, presente in innumerevoli varianti familiari in tutto l’arcipelago.
L’adobo è a base di carne (di solito pollo o maiale) brasata lentamente in una salsa sapida e leggermente acidula fatta di aceto, salsa di soia, aglio, foglie di alloro e grani di pepe. Viene quasi sempre servito con riso bianco.
La preparazione prevede una prima rosolatura della carne, seguita da una lunga cottura nel liquido aromatizzato fino a renderla tenerissima. Spesso la salsa viene poi ridotta, per concentrare i sapori e ottenere una consistenza più ricca.
L’uso dell’aceto non è casuale: oltre al gusto, garantisce una lunga conservazione, caratteristica fondamentale nella cucina tradizionale filippina prima dell’era della refrigerazione. Ogni famiglia ha la sua versione: più o meno acida, più secca o più brodosa, con varianti che includono zucchero, latte di cocco o peperoncino.

La cucina racconta anche la storia del Paese: la colonizzazione.

Dopo oltre 300 anni di colonizzazione spagnola, restano piatti come la tortilla e la paella.
Gli spagnoli hanno anche portato una forte impronta cattolica: le Filippine sono infatti il Paese asiatico con la più grande popolazione cattolica e una delle poche nazioni asiatiche a maggioranza cattolica.
Anche la lingua riflette questa eredità, con moltissime parole spagnole entrate nel tagalog (o filipino): nei giorni della settimana, nei cibi e nei saluti: “Come stai?” diventa "Kumusta?" (da “¿cómo está?”). Una lingua affascinante, musicale, piena di influenze. "Grazie" è "Salamat", "Buongiorno" è "Magandang umaga". L’inglese è lingua ufficiale e molto diffusa, tanto che molti studenti dal Giappone e da altri Paesi asiatici vengono qui proprio per studiarlo.
Accanto all’eredità spagnola si sentono forti anche le influenze giapponesi e americane, soprattutto nel cibo, nell’educazione e nella cultura pop. Basta notare il business intorno ai manga.

Un’altra curiosità affascinante riguarda la bandiera filippina.

Ideata nel 1897 durante la lotta per l’indipendenza, è l’unica al mondo che viene esposta con i colori invertiti in tempo di guerra, con il rosso sopra il blu – una disposizione utilizzata storicamente per l’ultima volta, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Con la nostra “famiglia filippina adottiva” partiamo per qualche giorno a tre ore a sud di Manila, nella provincia di Batangas.

Alloggiamo al Palm Beach Resort di Laiya. Una fuga dalla capitale fatta di mare, snorkeling e attività acquatiche. Scopro che anche qui è arrivato il padel, oltre allo sport nazionale del badminton e al sempre più popolare pickleball.
A pochi metri dalla spiaggia incontriamo anche un piccolo Nemo, tra mille pesci di forme e colori diversi. Passerei ore ad ammirarli.

Rientrati a Manila, continuiamo a fare i turisti con una visita a Intramuros.

È la città murata costruita dagli spagnoli nel XVI secolo, dove un tempo vivevano esclusivamente famiglie spagnole. Strade acciottolate, mura imponenti, chiese storiche come San Agustin e un giro in calesse, la carrozza trainata da cavalli, che sembra riportarti indietro nel tempo, lontano dal traffico della città moderna. La visita guidata e il giro in calesse ci sono costati circa 1000 pesos in totale (poco più di 14 euro, considerando un cambio di circa 69 pesos per euro).
Visitiamo anche Fort Santiago, con le sue fortificazioni di epoca spagnola, le prigioni sotterranee e il santuario dedicato all’eroe nazionale José Rizal, celebrato proprio il giorno della nostra visita, il 30 dicembre. Entriamo anche in un museo curioso, con ricostruzioni in Lego degli edifici storici di Intramuros durante il periodo coloniale.

Town and sea

Ci tenevamo anche a visitare Binondo.

Storicamente il cuore della comunità Chinoy (da Chinese + Pinoy, filippino) ed è considerata la Chinatown più antica del mondo, fondata nel 1594. Un labirinto di strade affollate, insegne colorate, templi cinesi incastrati tra palazzi, negozi di erboristeria e ristoranti storici. Un concentrato di rumore, odori e vita, dove la cultura cinese si mescola da secoli con quella filippina.



Il Capodanno lo festeggiamo in casa.

Coi 28 membri della super accogliente famiglia di Camilla. C’è tantissimo da mangiare. Sono stati invitati anche alcuni studenti del seminario (fondato da un prete di Messina) per cantare. C’è il tradizionale gioco delle monete: si lanciano a terra e i bambini corrono a raccoglierne il più possibile, come augurio di prosperità. I filippini amano i fuochi d’artificio, forse fin troppo. Festeggiamo con le mascherine per il fumo e mi raccontano che anni fa ci si svegliava il primo gennaio con il naso nero.

Noi, come se non bastasse, abbiamo prenotato un volo alle 5.45 del mattino del primo gennaio.

Direttamente dalla festa all’aeroporto. Per poi passare 16 ore di scalo a Hong Kong – ma questa è un’altra storia, e magari un altro articolo. Una follia, sì, dalla quale ancora ci stiamo riprendendo.
Una sola settimana, nella quale molto tempo lo abbiamo passato in famiglia. Ma con le Filippine è solo un arrivederci: speriamo la prossima volta di visitare vulcani e le isole più belle. In ogni caso, sono abbastanza sicura che Mia si ricorderà di questo viaggio per tutta la vita.


© Sonia Borrini

Leggi >
2 settimane alla scoperta della Spagna: Valencia, Barcellona e Madrid

2 settimane alla scoperta della Spagna: Valencia, Barcellona e Madrid

2 settimane alla scoperta della Spagna: Valencia, Barcellona e Madrid

Mamme in viaggio Di Sonia Borrini. Hola! Due settimane in Spagna, viaggio on the road con mia figlia di dieci anni alla scoperta di tre città situate nel centro-est del Paese: Valencia, Barcellona e Madrid. Cosa fare, dove alloggiare, i musei e le attrazioni da non perdere, i piatti tipici e le attività che piacciono ai bambini.

Per le vacanze di ottobre 2023, io e mia figlia Mia di dieci anni abbiamo optato per la Spagna, un'avventura di quasi due settimane che ha lasciato un'impronta indelebile nei nostri ricordi.
Il nostro viaggio è iniziato con un volo che ci ha portato nella vivace metropoli di Madrid. Ma la vera avventura è iniziata quando abbiamo rischiato di perdere l’ultimo treno per Valencia, la nostra prima destinazione. Arrivando all’aereoporto la sera con un po’ di ritardo, abbiamo dovuto correre tantissimo per riuscire a prenderlo, ma alla fine siamo riuscite a salire a bordo, sollevate e ansiose per l'emozionante avventura che ci attendeva.
Mia è cresciuta abituata fin da piccola ai mezzi di trasporto pubblici, quindi li prende con molta facilità e si diverte anche durante i nostri spostamenti. Credo che viaggiare con i propri figli sui mezzi pubblici sia un'opportunità per insegnare loro preziose lezioni di vita e promuovere l'indipendenza. È un'avventura che comincia non appena si mette piede sul primo treno o autobus!
ASSICURAZIONE DI VIAGGIO
Quando si parte per viaggi on the road o comunque non organizzati da tour operator, è bene fare sempre una assicurazione, soprattutto se si viaggia con dei bambini. Molte sono le compagnie di assicurazione specifiche per i viaggiatori, con pacchetti personalizzati sul tipo di viaggio, la durata e sull'età dei partecipanti, e includono solitamente coperture mediche e/o eventuali annullamenti o altri problemi logistici.
Tra queste c'è Holins [sconto di 10€ a persona seguendo questo link], l'assicurazione medica ideale per viaggiare, anche per chi ha più di 85 anni e per soggiorni di lunga durata, con assistenza online, e HeyMondo [sconto del 10% sul totale seguendo questo link], più economica e ideale per chi cambia spesso programmi, con assistenza totalmente tramite app.

Una volta arrivati alla stazione di Valencia, è stato il nostro caro amico spagnolo a venirci a prendere.

Ci ha accolto con un sorriso caloroso e una generosità tipica della sua cultura, rendendo il nostro arrivo ancora più speciale. Proprietario di una casa in montagna chiamata Raco de Saoret, ci ha ospitato per due giorni, offrendoci un assaggio della vita rurale spagnola. Le mattine in montagna sono piene di vita e attività, accompagnate dal suono della natura e, ahimè, anche dalla motosega che riecheggia tra gli alberi. Abbiamo lavorato la terra, piantato banani e trasformato tronchi in sedili per una sauna naturale, tutto mentre ci godevamo la compagnia e l'atmosfera rilassante della campagna. Ma ciò non ha fatto altro che aggiungere fascino e autenticità all'esperienza. Dopo una buona dose di aria fresca e lavoro all'aria aperta, siamo scese in paese, solo per scoprire che il concetto di tempo e pasti a Valencia è un po' diverso dal nostro. Troppo presto per pranzare, troppo tardi per fare colazione: una lezione che ci ha accompagnato per tutto il resto del viaggio.

Leggi anche Andrea Pistoia | Valencia: 10 motivi per visitarla

Sulla strada ci fermiamo a mangiare la nostra prima paella ad Albufera, una laguna costiera situata a sud di Valencia.

È una riserva naturale protetta e un luogo di grande bellezza paesaggistica. La laguna è circondata da risaie, paludi e dune sabbiose, ed è nota per la sua ricca biodiversità. Molte persone visitano l'Albufera per godersi la natura, fare passeggiate in barca sulla laguna e osservare gli uccelli migratori che vi sostano durante le loro migrazioni. È un luogo molto suggestivo e tranquillo, ideale per una pausa dalla frenesia della città.

Albufera, Raco de Saoret

Successivamente, ci siamo avventurati nella vibrante Valencia, esplorando ogni angolo della città e lasciandoci sorprendere dalla sua bellezza e vivacità.

Il nostro primo giorno a Valencia è stato dedicato a una bella camminata lungo il Rio di Valencia, che in realtà è un parco, che ci ha portato fino all'Oceanogràfic, l'acquario più grande d'Europa. Siamo rimaste incantate dalle meraviglie marine che popolano le sue vasche, tanto che abbiamo trascorso ben cinque ore senza neanche accorgercene, rapite dalla bellezza e dalla varietà della vita sottomarina. Abbiamo visto squali, meduse, lo spettacolo dei delfini e pure la voliera.
Un’amica francese e la sua bella famiglia ci hanno accolto nella ridente cittadina residenziale La Cañada, a qualche stazione di metro da Valencia. Lì si gioca per strada senza problemi. Un’altra lezione è di prenotare in anticipo i treni, alla fine abbiamo dovuto cambiare i nostri programmi e partire all’alba con l'unico treno ancora disponibile per Barcellona. Dopo un viaggio incantevole a Valencia, il nostro percorso ci ha portato verso la magica capitale catalana, una città che profuma di storia, arte e spirito innovativo e che porto nel cuore avendoci passato un anno molto tempo fa.
Cinque giorni di pura gioia ci attendevano, ospitati in un accogliente bilocale a Barcelloneta, grazie a un house swapping non simultaneo con una studentessa gentile che ci ha permesso di vivere la città come veri locali.


Barcellona, con la sua architettura stravagante, le strade animate e le spiagge pittoresche, ci ha accolto con il suo carattere vivace e unico.

Ogni angolo della città racconta una storia, dalle strade strette del quartiere gotico alle audaci opere di Gaudì che decorano la città con la loro stravaganza. Durante il nostro soggiorno, abbiamo avuto il piacere di incontrare degli amici romani, anche loro in visita, con i quali abbiamo fatto turismo e condiviso momenti indimenticabili. Abbiamo esplorato le opere iconiche di Gaudì, tra cui il Parco Güell, un vero e proprio capolavoro artistico immerso nella natura, e la Casa Batlló, un edificio incredibilmente suggestivo con la sua facciata scultorea e colorata.

Parco Horta e Sagrada Familia

E ovviamente la Sagrada Familia, un capolavoro in divenire, la cattedrale incompiuta che racchiude l'essenza del genio architettonico di Antoni Gaudí.

Iniziata nel 1882, questa basilica è un'opera maestosa che combina elementi gotici e art nouveau in un modo unico, diventando il simbolo più iconico della città. La Sagrada Familia, con le sue torri che sfidano il cielo e gli intricati dettagli che adornano ogni angolo, è finalmente aperta al pubblico. Tuttavia, per immergersi pienamente in questo universo di spiritualità e arte, è essenziale prenotare in anticipo la visita interna. Questa meraviglia architettonica, che continua a evolversi anche dopo oltre un secolo dalla posa della prima pietra, offre ai visitatori un'esperienza unica, un viaggio attraverso la visione di Gaudí e la storia sacra che anima ogni scultura e vetrata. Assicuratevi quindi di organizzare per tempo la vostra visita, per non perdere l'opportunità di esplorare uno dei monumenti più emblematici e spiritualmente significativi di Barcellona. Onestamente, mi sono commossa all’uscita della metro, era la prima volta che vedevo la cattedrale senza impalcature.

Leggi anche Elena Genero Santoro | Barcellona in auto coi bambini

Per alimetare la passione di Mia per l’arte nonostante la stanchezza, ci siamo immerse nell'universo artistico di Pablo Picasso nel cuore del vivace quartiere El Born.

Il Museo Picasso non solo ospita la più estesa collezione delle opere del giovane maestro, ma racconta anche la profonda connessione tra l'artista e questa vibrante città catalana. Inoltre, non abbiamo potuto resistere al fascino del Parco del Labirinto di Horta, un'oasi di tranquillità e bellezza che offre un'esperienza unica tra labirinti di siepi, fontane e statue romantiche.

Museo di Picasso e Parco Güell

Barcellona ci ha affascinato con la sua cultura vivace, la sua cucina deliziosa e le sue strade piene di vita.

Ho voluto far conoscere a Mia anche uno dei miei luoghi preferiti, il mondo incantato al Bar El Bosc de Les Fades, situato, un po’ nascosto, nel cuore di Barcellona. Con il suo ambiente unico e surreale, questo bar ci ha trasportati in una foresta fatata piena di sorprese.
Ogni giorno è stato un'avventura diversa, un mix di scoperte, incontri veloci con amici di oltre 15 anni, risate e momenti indimenticabili che porteremo nel cuore per sempre.
Curiosità molto gradita da Mia: l'omino che fa la cacca, conosciuto come il "Caganer", è una figura tradizionale catalana presente nei presepi di Natale, soprattutto in Catalogna e in alcune aree dell'Italia e del Portogallo. Rappresentato tipicamente come un contadino catalano con il tradizionale berretto chiamato "barretina", il Caganer è raffigurato mentre compie un bisogno naturale. Questa figura unica è considerata un simbolo di fertilità e fortuna, oltre che un elemento che porta umorismo e umanità nelle rappresentazioni della natività. La tradizione del Caganer risale almeno al XVIII secolo e rimane una parte curiosa e amata delle festività natalizie in queste regioni.
Mia ha subito il fascino delle empanadas, che non sono forse tradizionalmente spagnole ma che trovi a tutti gli angoli della città, e si è divertita a gustarle in diverse varianti durante il nostro soggiorno.

Il Bar El Bosc de Les Fades e il Museo

Abbiamo salutato Barcellona con direzione Madrid con la promessa di ritornarci presto.

Siamo arrivate in treno e siamo state accolte da un'amica spagnola con le sue due simpatiche figlie, vecchie amiche di Mia. Purtroppo il tempo non ci ha accolto bene e ci siamo trovate a sprofondare nell'inverno madrileno, con il sole che è solo un ricordo. Infatti, Madrid è la capitale europea più alta, situata a circa 650 metri sul livello del mare. Questa elevata altitudine contribuisce a un clima particolare, con estati calde e inverni freddi, a differenza di altre parti della Spagna. E quindi anche i piatti sono invernali. Non potevamo quindi non assaggiare il cocido, in una taberna tipica in centro a Madrid. Il cocido è un piatto tradizionale spagnolo, particolarmente popolare nelle regioni centrali del paese come Madrid. Si tratta di un gustoso stufato a base di carne e verdure, preparato con ingredienti come manzo, pollo, maiale, salsiccia, patate, ceci e altre verdure a piacere. La preparazione del cocido può variare leggermente da una regione all'altra, ma generalmente coinvolge la cottura lenta di tutti gli ingredienti in un brodo ricco di sapori, fino a quando non diventano morbidi e succulenti. È un piatto ricco e sostanzioso, spesso servito in più portate: prima la zuppa, seguita dalla carne e dalle verdure. Il cocido è un piatto confortante e nutriente, perfetto per affrontare le fredde giornate invernali.

Leggi anche Loriana Lucciarini | Weekend a Madrid: cosa fare, cosa vedere

Il costo della vita a Madrid è sensibilmente più elevato rispetto alle località che avevamo visitato precedentemente.

Dalle piccole spese quotidiane ai pasti nei ristoranti, tutto sembrava avere un prezzo maggiore. Mia approfitta del fatto che non avevamo l’abbigliamento giusto e si dedicava allo shopping. E c’era da sbizzarrirsi a Madrid, senza dubbio! Oltre a centri commerciali e negozi vari, abbiamo passeggiato per le vie del centro ammirando l’architettura e gli artisti di strada.
Visto il brutto tempo, abbiamo optato per una visita al Museo delle Cere. Questo museo porta i visitatori a confrontarsi con figure di cera incredibilmente realistiche, rappresentanti celebrità di ogni genere, dalle star di Hollywood ai grandi leader politici. Attraverso le sue esposizioni interattive e dettagliate, il museo offre un'esperienza unica e coinvolgente, permettendo ai visitatori di avvicinarsi ai loro personaggi preferiti in un ambiente divertente e educativo. Mia ha trascorso un momento davvero divertente!

Il Palazzo di Cristallo e il Museo delle Cere

Il Parco del Retiro, uno dei suoi gioielli, è un vasto parco pubblico che offre un'oasi di tranquillità nel cuore della città di Madrid.

Con i suoi laghetti, giardini ben curati e statue iconiche, il Retiro è un luogo perfetto per passeggiare, fare jogging o semplicemente rilassarsi lontano dal trambusto urbano. All'interno del parco, si trova anche il Palazzo di Cristallo, una struttura di vetro e metallo costruita nel XIX secolo e utilizzata per mostre d'arte e eventi culturali. Il Retiro è un luogo molto amato dai madrileni e dai visitatori, ed è un must durante una visita a Madrid.
Ovviamente non posso dimenticare di citare i churros che ci hanno tenuto compagnia durante questo viaggio! I churros sono un delizioso dolce spagnolo, tradizionalmente consumato a colazione o come merenda, ma apprezzato in qualsiasi momento della giornata. Si tratta di bastoncini di pasta dolce fritti e ricoperti di zucchero, con un interno morbido e un'esterno croccante. Solitamente vengono serviti accompagnati da una tazza di cioccolato caldo denso e cremoso, perfetto per intingervi i churros e gustarli al meglio. I churros sono diventati popolari in tutto il mondo e sono un'icona della cucina spagnola, amati sia dai locali che dai turisti in visita alla Spagna.
Per tutte le esperienze vissute elencate e molte altre, Mia non vede l'ora di ritornare in Spagna. Allora non possiamo che salutarci con un “Hasta pronto!”.



© Sonia Borrini

Leggi >
Albania on the road tra storia, cultura e natura

Albania on the road tra storia, cultura e natura

Albania on the road tra storia, cultura e natura

Mamme in viaggio Di Sonia Borrini. Albania d'estate: una settimana on the road. Da Tirana a Gjirokastër, tra montagne, spiagge lontane dal turismo di massa e città antiche. Un percorso di scoperta che sfida pregiudizi e apre a un mondo ricco di storia, natura e calore umano.

Nell’estate 2022, spinta da un impulso avventuroso (e forse con una decisione meno democratica di quanto avrei voluto ammettere nei confronti dei miei compagni di viaggio), ho deciso di trascorrere le nostre vacanze estive in Albania. Una scelta che ha suscitato non poche sorprese tra amici e conoscenti, i quali mi interrogavano sulle mie motivazioni, rivelando una certa perplessità verso l'Albania come meta turistica. Personalmente, da tempo desideravo visitarla, anche grazie ai racconti di un caro amico albanese fin dai tempi dell'università, il quale mi aveva fornito preziosi consigli e assistenza.
Armati di una valigia appena più grande di una borsa da mettere sotto il sedile dell'aereo (40x30x20 cm), ci siamo imbarcati su un breve volo Wizzair [wizzair.com] da Bologna a Tirana, la capitale albanese. Viaggiare leggeri è d'obbligo per ridurre i costi e, inoltre, risulta facile quando ci si ritrova immersi nel caldo avvolgente tipico delle estati albanesi.
ASSICURAZIONE DI VIAGGIO
Quando si parte per viaggi on the road o comunque non organizzati da tour operator, è bene fare sempre una assicurazione, soprattutto se si viaggia con dei bambini. Molte sono le compagnie di assicurazione specifiche per i viaggiatori, con pacchetti personalizzati sul tipo di viaggio, la durata e sull'età dei partecipanti, e includono solitamente coperture mediche e/o eventuali annullamenti o altri problemi logistici.
Tra queste c'è Holins [sconto di 10€ a persona seguendo questo link], l'assicurazione medica ideale per viaggiare, anche per chi ha più di 85 anni e per soggiorni di lunga durata, con assistenza online, e HeyMondo [sconto del 10% sul totale seguendo questo link], più economica e ideale per chi cambia spesso programmi, con assistenza totalmente tramite app.

L'Albania, con una superficie poco più estesa della Sicilia e una popolazione di tre milioni di abitanti, condivide il mare Adriatico e Ionio con l'Italia, rivelando un paese ben oltre le aspettative.

La moneta locale, il LEK, e stata la mia prima introduzione a una realtà economica tangibilmente diversa dalla nostra, con un tasso di cambio di 117 LEK per 1 EUR.
L'influenza italiana è evidente, con molti albanesi che parlano o almeno capiscono l'italiano, un'eredità culturale portata oltre il mare da trasmissioni TV e radio.
Gli albanesi hanno un modo particolare di fare segni di assenso e dissenso con la testa, che può confondere chi non è abituato. In Albania, tradizionalmente, scuotere la testa da un lato all'altro significa "sì", mentre un cenno verticale significa "no". Questa particolarità culturale è affascinante per i visitatori e sottolinea l'importanza di osservare e adattarsi alle pratiche locali quando si viaggia.
La natura in Albania si manifesta con una ricchezza sbalorditiva, con oltre 3000 specie tra piante e fiori. La cucina, ricca di verdure, offre sapori autentici e piatti unici come l'imam (melanzane ripiene) e le torte salate con erbe, dimostrando un legame profondo con la terra. In particolare, mia figlia Mia ordinava ovunque piatti a base di spinaci.
Interessante è la tradizione locale di posizionare un orsacchiotto fuori dalla porta di casa. Questi orsacchiotti agiscono come guardiani sovrannaturali, pensati per proteggere dalle forze maligne quali invidia, arroganza e avidità, assorbendo i colpi destinati ai residenti. Una pratica affascinante che sottolinea la ricca tappezzeria di credenze e tradizioni albanesi.

Tirana e il Bunk'Art

Tirana, il cui nome deriva da Tirkon, l'antico castello le cui rovine sono ancora visibili, è una delle poche città ancora prive di McDonald's, un gioiello di unicità nel panorama europeo.

La nostra visita alla capitale albanese ha preso una piega ancora più affascinante con la visita al Bunk'Art 1 [bunkart.al]. Immersi nelle profondità di queste strutture, abbiamo esplorato corridoi che si snodano attraverso la storia oscura ma affascinante dell'Albania socialista. Un viaggio nel tempo che ha reso tangibili le atmosfere di un'epoca contrassegnata da paranoia e isolamento.
Dopo l'esperienza intensa e illuminante al Bunk'Art, il nostro sguardo si è affinato, permettendoci di notare i numerosi bunker disseminati lungo il paesaggio albanese durante il resto del nostro viaggio. Un ricordo costante di un periodo in cui l'Albania, sotto la guida di Enver Hoxha, costruì oltre 170.000 bunker, temendo invasioni che non avvennero mai. Queste piccole cupole di cemento, ora silenziosi testimoni di un passato turbolento, punteggiano la campagna, spiagge e colline, offrendo un insolito contrasto con la bellezza naturale del paese.

Il nostro viaggio-avventura è continuato oltre Tirana, attraversando il Parco Naturale. Con le sue spiagge quasi deserte e lontane dal turismo di massa, ci ha offerto un contatto autentico e rinfrescante con la natura.

O ancora Berat, la città museo patrimonio dell'UNESCO e conosciuta come la città dalle mille e una finestre, testimoni di una storia intrecciata tra fedi e culture diverse. Le caratteristiche facciate delle case infatti sono costituite esclusivamente da finestre. Ci sono due città vecchie, inizialmente una di religione cattolica e l'altra musulmana, divise dal fiume.
Simpatico è stato il soggiorno nell’imponente Hotel Colombo (5 stelle) [hotel-colombo.al] che sfiorava il kitsch, con i suoi dettagli un po' troppo appariscenti come il tappeto rosso all’ingresso e i lampadari di (finto) cristallo, per la gioia della piccola Mia (allora di otto anni) che si è sentita un po’ principessa.

Vedute di Berat

Tornando sulla costa, abbiamo trovato le piccole spiagge di Himare, con parcheggi abusivi, il nuovo business, sembrerebbe.

I prezzi lì sono più cari. L’anguria l'abbiamo pagata 30 centesimi al chilo invece che 20. Dovendoci fermare tre notti, abbiamo preferito un Airbnb. Vila Goro [www.airbnb.it] è un appartamento in un palazzetto con piscina in cima a una collinetta. Vista sul mare e sulle colline intorno. Da qui abbiamo tenuto d’occhio la situazione degli incendi, col passaggio di canadair per provare a spegnere il fuoco. Purtroppo ce ne sono sempre parecchi.
Altra bella scoperta, la caletta di Gjipe Beach è raggiungibile dal parcheggio (probabilmente sempre abusivo, 300 LEK) in 20 minuti a piedi su stradina sterrata, con spiaggia di sassolini con acqua cristallina e molto fresca. Ci sono numerose barche (con musica a palla) che portano e prendono turisti pigri che vogliono evitarsi la camminata. Peccato anche per il prezzo di un ombrellone a ben 1500 LEK. Oppure Livadhi Beach, dove la spiaggia è tutta privatizzata. Nulla di che – Mia commenta che i bar sono carini.

Sarande e Ksamil sono orientate al turismo, come capiamo subito arrivando e incontrando numerose persone che offrono stanze in affitto mostrando un cartello "Dhoma me quera" seduti ai lati della strada.

Abbiamo attraversato le due città molto velocemente e, cercando di evitare i luoghi troppo turistici, ci siamo avventurati verso sud in direzione di Girokaster, la città di pietra patrimonio UNESCO, all’interno del paese. Quanto è bello perdersi e scoprire posti non turistici!
Abbiamo cercato un bar per bere una cosa fresca e Google Maps (ovviamente offline) ci ha indicato le varie opzioni sulla strada ma fuori dal caos. Così eccoci approdare in cima ad una collina e scoprire il delizioso Blue Eyes Bar [www.albanien-ksamil-cafe.com]. Solo drink, ma con una bella vista su Ksamil e con la piacevole sorpresa di poter attraversare un piccolo Tunnel (1 minuto) muniti di elmetti (il tunnel è basso e gli elmetti aiutano a evitare di riempirsi di bernoccoli) e godere di una incantevole vista sul lago.

Caletta di Gjipe Beach e il tunnel del Blue Eyes Bar

Eccoci a Gjirokastër, con le sue abitazioni che hanno la forma di torri medievali e la vita vibrante serale.

Il nostro arrivo è stato un po’ complicato perché l’Hotel Cajupi [cajupi.com] non è raggiungibile in auto e il centro storico ha vie strette e ripide. Non c'erano abbastanza parcheggi vicino, problema che probabilmente sarà stato risolto visto che stavano costruendo un enorme parcheggio sotterraneo di fronte all'hotel. In ogni caso, la nostra macchina sportiva in affitto è stata messa a dura prova, e anche la nostra resistenza.
A Gjirokastër c'è un'imponente fortezza chiamata "Fortezza di Gjirokastër" o "Castello di Gjirokastër". La fortezza si trova su una collina nel cuore della città e domina il paesaggio circostante. È una delle attrazioni principali di Gjirokastër e offre una vista panoramica mozzafiato sulla città e sulle montagne circostanti. All'interno della fortezza si trovano anche diversi musei e luoghi di interesse storico, che permettono ai visitatori di immergersi nella storia e nella cultura della regione.

Gjirokastër è conosciuta per la sua ricca tradizione culinaria, che include una varietà di piatti tradizionali albanesi.

Molti ristoranti e trattorie locali offrono la musaka nel loro menu, consentendo ai visitatori di assaggiare questa prelibatezza culinaria durante il loro soggiorno nella città. La versione albanese della musakamoussaka in albanese – è simile alla variante greca e turca: consiste tipicamente in strati di melanzane, patate o zucchine, carne macinata (solitamente di agnello o manzo), pomodori, cipolle e spezie, il tutto cotto al forno con una besciamella o una salsa di formaggio bianco. È un piatto ricco e saporito, spesso servito come piatto principale durante le feste e le occasioni speciali, ma può essere trovato anche nei ristoranti e nelle case albanesi come comfort food tradizionale.
Altre città nota anche per la sua bellezza naturale e per le acque cristalline che la circondano è Porto Palermo, situata lungo la costa sud-occidentale del paese. Il nome deriva dalla sua storia legata alla presenza di un'antica fortezza che risale al periodo ottomano, costruita su un promontorio roccioso.

Scendendo verso la Caletta di Gjipe Beach e Gjirokastër

Nel corso del viaggio, ci siamo resi conto che il vento non è solo un semplice elemento atmosferico, ma parte integrante dell'esperienza stessa.

Lungo la costa e in alcune zone montuose del paese, sono presenti aree note per i venti forti che possono soffiare con intensità, soprattutto durante determinati periodi dell'anno.
Durante il nostro viaggio in macchina lungo la costa e attraverso le montagne, abbiamo avuto l'opportunità di fare soste in alcune di queste aree, dove il vento soffiava con una forza incredibile. È stato divertente giocarci, lasciandoci trasportare dalla sua potenza e sentendo la sua energia intorno a noi. Tuttavia, è importante prestare attenzione, poiché il vento può essere così forte da rischiare di volare via!

Ogni angolo dell'Albania racconta una storia, da bar nascosti con viste mozzafiato a piccoli villaggi dove il tempo sembra essersi fermato.

Questo viaggio in Albania è stato un percorso di scoperta che ha sfidato pregiudizi e mi ha aperto a un mondo ricco di storia, natura e calore umano. Raccomando vivamente un'avventura simile a chiunque desideri esplorare una cultura profondamente europea eppure distinta e ricca di sorprese, indicata anche per famiglie.
Ho lasciato un pezzo del mio cuore tra le montagne, le spiagge e le città vivaci dell'Albania, con la promessa di un ritorno.



© Sonia Borrini


Leggi >
Scoprire Verona con la Pimpa

Scoprire Verona con la Pimpa

Scoprire Verona con la Pimpa

Mamme in viaggio Di Lara Zavatteri. Scoprire Verona con la Pimpa, la cagnolina a pallini rossi nata dalla creatività di Altan.

Scoprire una città divertendosi. In questo caso, in compagnia della simpatica cagnolina bianca a pallini rossi disegnata da Altan: la Pimpa.
“Città in gioco” è infatti una collana in cui la Pimpa esplora una città italiana, facendola conoscere ai bambini dai quattro anni in su grazie alle sue avventure, ai suoi amici e ai personaggi che incontra. Per ogni città la Pimpa presenta con immagini, sagome da ritagliare, fumetti e testi, le bellezze del posto, i siti più interessanti, anche le ricette tipiche. Il tutto in un libro con itinerari alternativi per bambini, ma anche adesivi, giochi e molto altro per comprendere la città e divertirsi al contempo.
La guida è un alleato perfetto per un viaggio in famiglia, insieme ai bambini. Un viaggio che inizia a casa e diventa realtà.
www.pimpa.it

Segui la Pimpa per le vie di Verona, la città degli innamorati, della musica e dell’arte, patrimonio dell'UNESCO.

A Verona, ad esempio, la Pimpa non poteva non visitare l’Arena e tuffarsi nella storia dei gladiatori. Ma anche la famosa Casa di Romeo e Giulietta, passando per Castelvecchio, un maestoso castello sul fiume Adige che attraversa la città, fino scoprire i misteri della natura al Museo di Storia Naturale. E siccome Pimpa è una ghiottona, non poteva non parlare anche del cibo, in questo caso del dolce tipico di Verona: il pandoro, che fu inventato proprio in questa città.
Un modo semplice e un po' magico per far conoscere anche ai più piccoli – ma non solo, a chi non piacciono le avventure della Pimpa? – Verona e tutto ciò che c’è da sapere per chi la visita e chi, magari, ci vive e non sa molte delle curiosità narrate dalla cagnolina di Altan.
Pimpa va a Verona

Pimpa va a Verona

di Altan, Ignazio Fulghesu
Franco Cosimo Panini
Guida illustrata per l'infanzia 6+
ISBN 978-8857014203
cartaceo 7,50€

Come detto, la guida, dal titolo Pimpa va a Verona di Altan e Ignazio Fulghesu, fa parte di una collana che la vede esplorare molte altre città e musei.

Milano, Mantova, Genova, Modena, Trento, Ravenna, Roma, per fare alcuni esempi, mentre le guide sui musei la vedono protagonista al Museo egizio di Torino e in un viaggio per raccontare gli esordi del cinema, grazie all’incontro con Charlot.
In ogni guida la Pimpa incontra un personaggio storico diverso, legato alla città.
Alcuni volumi sono disponibili anche in inglese e qualcuno in francese e tedesco. Oltre al formato cartaceo alcuni si possono acquistare anche in ebook.
Le guide della Pimpa sono edite da Franco Cosimo Panini e si possono scoprire sul sito www.pimpa.it, mentre il progetto "Città in gioco" su www.cittaingioco.it.
Gioca, divertiti, scopri le meraviglie della città e sperimenta ricette!

Lara Zavatteri


Lara Zavatteri

Leggi >
Tunisia: viaggio al sud, tra deserto e storia

Tunisia: viaggio al sud, tra deserto e storia

Tunisia: viaggio al sud, tra deserto e storia

Mamme in viaggio Di Sonia Borrini. Un viaggio nel sud della Tunisia per salutare il 2021 dal deserto.

Il 2021 abbiamo deciso di salutarlo dal deserto. Decidiamo quindi di partire per il sud della Tunisia.
Purtroppo di questi tempi ogni partenza è incerta. Io e Mia (otto anni) viviamo in Tunisia mentre Alessio ci ha raggiunto a Natale direttamente dall’Italia. E nonostante non abbiamo bisogno di tampone per spostarci nel paese, dei sintomi influenzali alla mattina della partenza ci allarmano un pochino.
Dopo un test rapido, ovviamente risultato negativo, carichiamo le borse nella macchina di Moncef, la nostra guida/autista che ci accompagnerà nei prossimi giorni. Sbah el-khir (buongiorno in tunisino) Moncef!

Partiamo per Kairouan, con una prima sosta ad Hammamet, con i suoi 5000 residenti italiani, per lo piu pensionati.

Dobbiamo recuperare la moglie di Moncef, che per non stare a casa sola si unisce a noi, con la sua gigantesca valigia, tanto di posto in macchina ce n’è.
Kairouan è la quarta città santa dell’Islam, offre la maestosità della più antica Moschea del Maghreb e la Moschea di Sidi Saheb, detta anche la “Moschea del barbiere”, i Bacini degli Aglabiti, immense riserve d’acqua costruite nel IX° secolo e per finire i “Souks”.
Moncef, che parla italiano perfettamente – imparato lavorando con italiani da più di 30 anni – ci spiega un po’ l’Islam e le ottime pratiche delle cinque abluzioni (ci si lava a pezzi varie parti del corpo) e preghiere (accompagnate da un esercizio fisico di cinque minuti) che si dovrebbero fare alla moschea, facilmente riconoscibile, perché basta guardare in alto. Il minareto infatti è l’edificio più alto della città. Solo i musulmani praticanti possono entrare nella zona di preghiera. E ovviamente ingresso e spazio diverso per le donne.
Kairouan è anche centro di produzione di tappeti quindi non possiamo andarcene senza comprarne almeno uno dopo aver visto come le donne di Kairouan lo tessono. Per fare un metro quadrato ci si può impiegare anche due settimane. Quanta pazienza!

Sonia e Mia nel deserto

Lasciamo la città per spingerci sempre più a sud. Andiamo al confine con l’Algeria, all’oasi di montagna di Mides, dove scopriamo il suo “Gran Canyon”, una gola spettacolare di tre km.

Un paesaggio degno del cinema. Per la cronaca, questo luogo ha fatto da sfondo alle favolose scene del film Il paziente inglese, nel 1996. L’antica Mides era usata dai romani per segnalare l’avvicinamento degli invasori usando degli specchi. Siamo gli unici visitatori e abbiamo tutte le attenzioni del custode, che ci mostra la sua collezione di sassi e fossili datati milioni di anni. Affascinante! Shukran (grazie in arabo)!
Continuiamo verso Tamaghzah (Tamerza) famosa per le sue cascate e importante centro per gli studi paleontologi. Ci sistemiamo nell’albergo Les Cascades, non proprio 4 stelle ma con oste accogliente e ottima cucina. Dormiamo in una stanzetta umida e un po’ sporca ma con il rumore delle cascate e del silenzio intorno. Per 80 dinari (10 dinari = 3€) non si potrebbe desiderare (e avere) di meglio.

Dopo una ricca colazione partenza verso le oasi di montagna di Chebika, l'antico "Ad Speculum" romano e famoso per la sua architettura.

Una guida locale simpatica che parla italiano ci racconta che il vecchio villaggio è stato abbandonato dopo la caduta di piogge devastanti ed il nuovo ricostruito lungo la strada da Tamerza a Tozeur.
La tappa successiva, appunto Tozeur, è città simbolo del Sud Tunisino e le sue tipiche architetture coi mattoncini color sabbia che troviamo anche nelle nuove costruzione come ordinanza delle istituzioni per preservare la bellissima estetica della città. Passeggiamo per le vie della Medina e sostiamo, sotto suggerimenti della nostra guida, in una piccola ma graziosa esposizione di un’artista locale.
Ci perdiamo nel mercato caotico e poi ci dirigiamo fuori città al Museo della Palma. Apprendiamo le mille virtù del dattero, frutto emblema della Tunisia, nelle sue 300 specie. Impariamo a contare gli anni di una palma e a distinguere una palma maschio da quella femmina. Diventa facilmente il nuovo gioco del viaggio.
Conosciamo Pierangela, una frizzante signora italiana, che gestisce il museo con il marito tunisino. Pierangela ci fa assaggiare i prodotti fatti coi datteri: dal miele, alle marmellate per finire con la Dattella (come la chiama Moncef), una ghiotta alternativa alla Nutella. Ma anche saponi e creme di bellezza. Ovviamente non partiamo a mani vuote.

Matmata e il lago salato

Ci dirigiamo verso Douz, attraversando il Chott El Jerid, spettacolare lago salato compattato dove, se le condizioni meteorologiche sono favorevoli è possibile assistere al fenomeno dei “miraggi”.

È noto per essere il più grande lago salato del Sahara e, a seconda delle fonti, è anche il più grande lago salato del continente africano. Il nome di questo lago si compone di due parti: in Nord Africa, chott descrive un lago che si prosciuga in estate e solitamente contiene almeno un po' d'acqua nelle stagioni più fredde; el djerid è una parola araba che significa "foglia di palma" (la vicina regione di el Djerid nel sud-ovest della Tunisia ospita 15 volte più palme da dattero della sua intera popolazione).
A Douz, detta la “porta del deserto”, compriamo i tessuti colorati per farci i nostri turbanti. Siamo ora pronti per il deserto.

Ci installiamo nell’accampamento Dunes Insolites a due chilometri da Sabria, in una delle tante tende, in tempo per assistere al tramonto dalle dune.

Mia non potrebbe essere più euforica, non smette di correre su e giù dalle dune lanciando la sabbia chiara e finissima. Io non ci penso due volte e la seguo a piedi nudi.
Una notte con falò, nel quale cuociamo anche il pane, e canti tradizionali. Alessio viene coinvolto nel trenino di danze intorno al fuoco. Tutto il mondo è paese. Anche qui si sente atmosfera di Capodanno.
La volta celeste si manifesta impressionante sopra le nostre teste. Proviamo a cercare qualche costellazione, Orione etc., ma essendo ignoranti in materia, rinunciamo e apprezziamo silenziosamente lo spettacolo magnifico senza darci ulteriori spiegazioni. Non proviamo neanche a fotografarlo, non darebbe merito.
Dopo una notte sotto mille coperte al freddo del deserto, ci svegliamo presto per ammirare il sorgere del sole dalle dune.

Matmata e l'oasi Ksar Ghilaine

Dopo colazione partenza per Ksar Ghilaine, un'oasi della Tunisia meridionale situata al limite orientale del Grand Erg Oriental.

Rinomata per essere la più meridionale delle oasi tunisine e una delle porte del deserto del Sahara tunisino, l'oasi è alimentata da una sorgente calda dove si può fare il bagno e avere virtù termali, quindi non scordatevi costume e asciugamano.
Visita ai ruderi di una fortezza romana attraversando le dune del deserto in quad, una piccola avventura richiesta dalla più giovane della carovana, Mia.
Tappa successiva Guermessa, uno dei villaggi berberi costruiti in cima alle montagne per proteggere i raccolti dai molti saccheggiatori. Le fosse raccoglievano foraggio, olio e cereali, e quindi formavano diversi granai, sorvegliati da un guardiano.
Breve sosta a Ksar Ouled Debbab, ex villaggio fortificato berbero convertito in hotel a pochi chilometri da Tataouine, sorseggiamo tè e cioccolata nella panoramica e soleggiata terrazza della struttura contemplando le statue dei dinosauri che emergono nell’ambiente circostante, ricordando che in questi luoghi sono stati trovati molti fossili di queste creature.

Il viaggio verso Matmata ci riempie gli occhi di paesaggi mozzafiato.

Qui dormiamo in un hotel questa volta davvero a 4 stelle, almeno quelle tunisine. L’hotel è pieno, ma probabilmente siamo gli unici turisti non locali. Mangiamo piatti tunisini come couscous, brik e ojja. Tutto ovviamente piccante e accompagnato da harissa (emblema della gastronomia tunisina, come da fascicolo presentato all’UNESCO. I tunisini ne sono molto orgogliosi).
Dormiamo (benissimo) in stanze scavate nella roccia, antico e tradizionale stile berbero utilizzato per proteggersi dal clima. Infatti la temperatura nelle case troglodite ha una temperatura costante di circa 17 gradi.
L’indomani visitiamo alcune abitazioni troglodite nei pressi di Matmata, per ammirare il paesaggio "lunare" dove hanno girato alcune scene della famosa saga di Star Wars.

L'anfiteatro El Jem e Guernessa

Lasciamo il sud, e arriviamo a El Jem per una visita dell'anfiteatro, una delle rovine di pietra romane meglio conservate al mondo, e unico in Africa.

El Jem è noto per essere il terzo anfiteatro più grande del mondo e l'unico con un sotterraneo visitabile.
Alessio, da buon Romano, si sente a suo agio a camminare tra le rovine. E impara anche lui qualcosa di nuovo. Lo sapete perché il nostro anfiteatro viene chiamato Colosseo? Nelle vicinanze del Colosseo a Roma era presente la statua “il colosso di Nerone”, dalla quale si dice derivi il nome Colosseo.

Visitiamo il Museo del Jem, meno conosciuto ai turisti (infatti siamo gli unici) ma che vale sicuramente una visita. Ed è incluso nel biglietto d’entrata dell’Anfiteatro (12 dinari)!

Il museo contiene arte di epoca romana, inclusi personaggi mitologici, elementi astratti e fauna. Si possono trovare mosaici raffinati in perfetto stato. Nel cortile del museo si può anche visitare la Maison d’Africa – fu a seguito di un tentativo di costruzione abusiva che venne alla luce la villa. Costruita intorno al 170 d.c., aveva un carattere sontuoso ed eccezionale per i mosaici che ne adornavano il pavimento. La villa comprende in particolare due superbi mosaici di allegorie. Il primo era l'elemento centrale di una sala di ricevimento. Si tratta di una rappresentazione, rara sui mosaici romani, della dea Africa, dispensatrice di ricchezza e fertilità, sormontata da un corpo di elefante e irradiante sulle quattro stagioni rappresentate da busti.
Veloce passaggio da Hammamet per scaricare la consorte della nostra guida. Bisslema (arrivederci in tunisino)! Risaliamo a La Marsa, verso casa concludendo questa avventura. Salutiamo Moncef, sempre simpatico, attento e cortese. Andiamo a comprare del couscous per la cena e mettiamo sul fuoco delle lenticchie come vuole la tradizione per la fine dell`anno. Siamo raffreddati e stanchi per le tante ore di macchina, più di 1500 chilometri.
Ma siamo pronti ad iniziare il 2022. Auguri!!!

© Sonia Borrini


Leggi >
Cinque giorni in Togo, tra Lome e i villaggi del nord

Cinque giorni in Togo, tra Lome e i villaggi del nord



Mamme in viaggio Di Sonia Borrini. 2017, ricordo di una mini avventura in Togo: cinque giorni con Mia, quattro anni, da Lome ai villaggi del nord, patrimonio dell'UNESCO.

È il 2017. Decidiamo di andare in Togo per cinque giorni a visitare degli amici che si sono appena trasferiti lì.
Viaggiare con Mia non è mai stato semplice, e dire che dovrei averla abituata visto che in quattro anni avrà preso almeno una ventina di aerei. Per fortuna crescendo la situazione migliora. Quindi munite di colori e fogli affrontiamo anche questo volo. Non mancano i soliti trucchi per sentire meno la pressione alle orecchie: distrarla, bere e trattenere il fiato chiudendo naso e bocca. Quello che Mia preferisce però è che io le tenga tappate le orecchie. Nonostante da Abidjan, in Costa d'Avorio, dove viviamo, il volo sia cortissimo, meno di due ore, il problema arriva durante le fasi del decollo e soprattutto dell’atterraggio.
Cosa c’è da sapere sul Togo?
Il Togo, ufficialmente Repubblica Togolese (in francese République Togolaise), è uno stato dell'Africa Occidentale. Confina a ovest con il Ghana, a est con il Benin, a nord con il Burkina Faso. Si affaccia per un breve tratto (soltanto 56 km) sul Golfo di Guinea a sud; in questo tratto di costa si trova la capitale Lome. Lo Stato è vasto 56.785 km² ed è abitato da 6.145.000 abitanti con una densità di 97,7 ab/km². La lingua ufficiale è il francese (è membro dell'associazione dei paesi francofoni) ma vi si parlano anche molte lingue africane. Col nome di Togoland fu colonia prima della Germania e poi della Francia, da cui ottenne l'indipendenza nel 1960. In lingua locale, to-go significa approssimativamente "andare all'acqua". Circa il 40% della popolazione vive con meno di 1,25 dollari statunitensi al giorno. La valuta usate in Togo è il Il franco CFA, utilizzata da 14 paesi africani. Successivamente all'introduzione dell'euro, il valore del franco CFA è stato fissato alla nuova valuta. 655,96 Franchi CFA = 1 Euro.
Il clima è tipicamente tropicale con le temperature medie che variano dai 27 °C, che si registrano nel breve tratto costiero, ai circa 30 °C delle regioni più settentrionali con un clima più secco e non più tropicale ma caratteristico della savana. A sud vi sono due stagioni della pioggia (la prima tra aprile e luglio e la seconda tra ottobre e novembre) anche se la media delle precipitazioni non è molto elevata.

Arriviamo in Togo di venerdì sera all’aeroporto di Lome, la capitale.

Aeroporto piccolo ma ben organizzato. Purtroppo ci dimentichiamo il tesserino internazionale della febbre gialla, che è obbligatorio. Dopo una mezz’oretta a convincere il personale medico dell’aereoporto che siamo già vaccinate, che non ho intenzione di pagare diecimila franchi e soprattutto che non devono rifarci il vaccino, finalmente usciamo. E un gruppo di musicisti ci dà l’akwaba (benvenuto) a suon di chitarra in cerca di qualche moneta.
È già buio ma il caldo si fa comunque sentire e la presenza di moto taxi è evidente.
Andiamo dirette a una festa di espatriati, vicini della famiglia che ci ospita.
A Lome non sono tanti gli expats e ogni occasione è buona per incontrarsi, magari con una festa in casa, in questo caso per il compleanno di un francese. Una bella villa con spazioso giardino all’interno di una citè (ovvero un’aerea residenziale protetta) di almeno 200 case.
La comunità expat a questa festa è prevalentemente spagnola allora danziamo salsa mangiando tortillas.
Mia è riuscita a dormire un po’ sull’aereo quindi è bella carica e balla tutta la sera.


L’indomani lo passiamo tranquilli in città. Lome con meno di 900 mila abitanti è la città più popolosa del Togo e affaccia sul Golfo di Guinea.

Il toponimo lomé viene da alotimé, che in locale significa "in mezzo alle piante d'alo". L'alo è un albero che dominava il sito storico di Lome al tempo della sua fondazione.
Come nella maggior parte delle capitali africane, gli eventi culturali sono gestiti dal Goethe Institut e dall’Institut Français. Approfittiamo di una esposizione (film panoramici a 360°) al Goethe per visitare il centro città. Una passeggiata veloce nelle vie del mercato caotico fino alla Cattedrale Sacro Cuore costruita in meno di un anno nel 1901 dai tedeschi. Il mercato purtroppo non offre nulla di veramente interessante e le moto taxi con guida spericolata rendono la visita poco rilassante.
Il pomeriggio lo dedico a visitare un’altra amica conosciuta in Uganda e da poco residente a Lome. È pure il suo compleanno. Il gruppo si allarga e andiamo tutti a cena da Factory: un ristorante molto carino con spazio giochi per bambini. E Mia e i suoi amichetti si sbizzarriscono! A quanto pare in Togo fanno solo questo tipo di pizza dove la pasta ha una consistenza completamente diversa, sembra più un chapati. Ma ci si puo’ fare l’abitudine senza troppi problemi.
Nanna presto rigorosamente sotto la zanzariera (per evitare di prendere di nuovo la malaria) per poter partire presto verso il Nord del Togo la mattina seguente.

Mini avventura in Togo

Ci si stringe in sei nella piccola 4x4 di Paolo e si affrontano le sei ore di strada per arrivare a Kara.

Non ci sono autogrill ovviamente ma a quanto pare nemmeno dei bar attrezzati. Allora ci fermiamo appena vediamo una struttura nel mezzo del nulla. Il Bar Mawulikplimi. Ordininiamoo due Coca Cole (calde perchè le recenti finanze non hanno permesso al proprietario di avere elettricità) e qualche snack a base di pasta d’arachidi e mais. La Coca cola, con la sua dose di zucchero e caffeina, è il toccasana per darti la carica con questo caldo africano. Ed è cosi acida da sistemare momentaneamente lo stomaco poco abituato ai cibi locali.
Ok, la vera avventura ha inizio.

Arrivati all’accampamento non perdiamo tempo, è già il tramonto ma noi dobbiamo andare a conoscere gli ultimi tre elefanti del Togo.

Allora attraversato il fiume in piroga e fatto qualche minuto di tragitto in pickup, eccoci ai tre “piccoli” elefanti che dall’eta di un anno vivono con gli umani. Ora hanno 14 anni e si fanno accarezzare senza fare storie. Anzi, son loro che ci accarezzano con la proboscide. Nonostante la disinvoltura con la quale lo staff ci fa entrare nel recinto (dove stanno la notte) e toccare questi meravigliosi animali (più pelosi di quanto mi aspettassi) noi turisti adulti siamo leggermenti impauriti e non ci lasciamo troppo andare.
Rientrati all’accampamento ci dedichiamo un aperitivo nel silenzio della savana, interrotto solo dalle urla dei nostri tre mini umani.

Lunedi inizia la giornata con un safari nella riserva Sarakawa e i suoi 600 ettari di parco.

Andiamo alla ricerca di qualche animale che Mia finora ha visto solo allo zoo.
E così ecco il bufalo, le antilopi, le eleganti zebre, oltre a grosse tartarughe e struzzi. Soddisfatti ci prepariamo ad affrontare l’ultima visita del nostro viaggio al Nord.

Il villaggio Tamberma, a pochi chilometri dalla frontiera con il Benin, ospita le famose case con torri di terra.

I Tamberma si sono stabiliti nella zona intorno al XVI secolo, dal Burkina Faso. È il solo sito patrimonio UNESCO in Togo.
Facciamo la visita a qualche abitazione. Dall’esterno sembra un castello con un unico ingresso che protegge dai nemici… e dalle calde giornate. Basicamente si tratta di una capanna rotonda di terra e paglia, con delle torrette collegate. All'interno, il piano terra è riservato agli animali e agli spiriti dei famigliari scomparsi. Al primo piano le camere si affacciano su una terrazza principale. L'usanza è quella di andare dentro e fuori dalle stanze all'indietro, in modo da non essere sorpreso spostando la schiena. E se la notte i bimbi devono fare pipì, c’è un buco nel pavimento verso la stalla.
Ciò che caratterizza i loro villaggi, oltre alla perfetta regolarità delle costruzioni, è la coesistenza, anche l'interpenetrazione delle attività degli spiriti vivi e sacri, invisibili ma potenti.
Paghiamo quindicimila franchi per uno spettacolo di danza un po’ improvvisato ma divertente. Una visita alle antiche abitazioni ricavate nei baobab centenari. Nel cuore del baobab, nel cuore dell’Africa, una sensazione di benessere ci avvolge e non vogliamo più uscire. Ma la nostra guida ci aspetta, è ora di partire.

Villaggi Togo

Martedì un giro veloce a Kara, il capoluogo della regione al Nord, con i suoi novantaquattromila abitanti.

Il mercato è un po’ più tradizionale di quello della capitale togolese. Le donne vendono fiori di karkade con grandi cappelli di paglia.
Dopo oltre sei ore di strada si torna a Lome. La strada nazionale, spina dorsale del Togo, è messa relativamente bene e il viaggio non è così terribile.
A Lome, un aperitivo al Club della scuola inglese, a base della solita pizza chapati. Poi cena fuori in un ristorante dove alternano menù ogni 15 giorni, e siamo capitati nel menù messicano. Al ristorante proiettano un film (a quanto mi dicono i miei amici, è consuetudine in vari ristoranti della città) che purtroppo non è adatto ai bambini quindi rientriamo presto a casa concludendo la nostra vacanza togolese.
Il nostro volo è al mattino presto.
Dall’aereo ammiriamo le spiagge togolsesi che non abbiamo fatto in tempo a visitare.
Arrivederci Togo, Air Cote d’Ivoire ci riporta a casa pronte a programmare altre avventure.

Kpalime e Tamberma Village

© Sonia Borrini


Leggi >
Webcam per mamme in viaggio... sul divano

Webcam per mamme in viaggio... sul divano



Mamme in viaggio Di Stefania Bergo. In attesa di poter viaggiare di nuovo, partiamo per un tour virtuale da fare coi nostri bambini restando sul divano, attraverso le webcam installate in vari angoli della Terra.

Che sofferenza non poter viaggiare come vorremmo, in questo momento. Perché, diciamocelo, noi mamme in viaggio lo siamo perennemente: se non siamo su un aereo o un treno dirette verso la nostra prossima meta, stiamo quantomeno studiando il nostro prossimo itinerario, segnandoci destinazioni e tenendo sotto controllo il prezzo dei voli per prenotare col maggior risparmio.


Lo dico da malata cronica di wanderlust, dovevo finalmente ripartire con mia figlia per Uganda e Zanzibar questa estate, vi capisco, lo so che starsene sul divano può pesare. Magari, visto il tempo che abbiamo a disposizione, potreste approfittarne per organizzare le vostre fotografie di viaggio, stamparne qualcuna scegliendola insieme ai vostri figli e appuntarle su una mappa da parete fai da te – ritagliandola su una base di polistirolo o cartoncino – o sul mappamondo, cercando di ricostruire i vostri viaggi passati con un filo di lana. Per rendervi conto di quanto abbiate visto e quanto vi resti ancora da vedere di questo splendido mondo.


In attesa di poter viaggiare di nuovo,  vi consiglio qualche tour virtuale da fare coi vostri bambini restando sul divano. È sufficiente avere una laptop o un tablet connesso a internet per esplorare il mondo attraverso le webcam installate in vari angoli della Terra.

Ad esempio possiamo sbirciare gli animali che si abbeverano ad una pozza d'acqua in Kenya, nel parco Tsavo Est – che ho attraversato a bordo di un treno da Nairobi a Mombasa. Come in un safari dal vivo, è preferibile collegarsi per osservare elefanti, giraffe, bufali, zebre, leopardi e leoni all'inizio e alla fine della giornata, quando il sole è meno caldo, altrimenti se ne staranno a riposare in qualche angolo all'ombra e non passeranno di certo davanti alla webcam. Io vi suggerisco di collegarvi comunque e di tenere la musica della savana in sottofondo... è da brividi!
Si può anche fare il giro del mondo di spiaggia in spiaggia, dalle Maldive a Zanzibar, dal Messico alla Sicilia, dalla Croazia alla Florida. È anche un modo per conoscere luoghi incantevoli e prendere qualche appunto per i prossimi viaggi, perché guardare va bene, ma andarci è decisamente meglio!
E perché non sbirciare gli orsi polari che giocano in Canada? O lo spazio, dalle telecamere della NASA?
Si può partire anche per un viaggio tra le più belle città del mondo, attraverso piazze, fontane e monumenti.


Non resta che scegliere in base ai vostri interessi o curiosità, per aprire la vostra finestra sul mondo stando comodamente sul divano.

Sbirciando anche sotto i mari o su nel cielo, oltre l'orizzonte. Per scoprire posti mai visti o tornare, almeno virtualmente, in quelli dove avete lasciato il vostro cuore.
Una cosa salta subito agli occhi: questi luoghi sono quasi tutti deserti. Gli animali sono protagonisti, assieme ai pochi abitanti indigeni. Mancano i viaggiatori, quelli che legano insieme popoli diversi in una fotografia e fanno scomparire i confini. È talmente insolito da sembrare irreale.
Ma non voglio rattristarvi, mamme in viaggio, accantoniamo la nostra crisi d'astinenza e partiamo con i nostri figli per un webcam-tour sul divano!




Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, PubMe Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
Leggi >
Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Mamme in viaggio Di Silvia Pattarini. Ad agosto, fly & drive in Arizona, la terra selvaggia degli Indiani Navajo, con figli al seguito. Escursioni da Page: l'Upper Antelope Canyon e la Horseshoe Bend.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Cosa vedere nei dintorni di  Page, in Arizona. 

Dopo un volo da Milano a Londra e un successivo lungo volo da Londra a Los Angeles, con auto a noleggio arriviamo a Las Vegas e dopo un paio di giorni di sosta nella mitica città del divertimento e  della perdizione, partiamo alla volta dei parchi dell'ovest.
Abbiamo già visitato Zion National Park e il meraviglioso Bryce Canyon, quando nel tardo pomeriggio giungiamo a Page.


La città di Page si rivela un’ottima base di partenza sia per le viste all’Antelope Canyon, sia per visitare la curva che disegna il fiume Colorado, famosa in tutto il mondo e chiamata Horseshoe Bend, sia per una visita al Lago Powell e alla sua diga la Glen Dam. Tutte le destinazioni si raggiungono nel giro di dieci minuti/ un quarto d'ora d'auto.

L’Antelope Canyon

L’Antelope Canyon è situato nei pressi della cittadina di Page, in Arizona, ed è il Canyon più visitato degli Stati Uniti sud occidentali.

È costituito da due formazioni rocciose separate, denominate Lower Antelope Canyon che si sviluppa in un tratto di circa quattro chilometri, e Upper Antelope Canyon decisamente più breve e meno impegnativo, di soli trecento metri. La strada 98 li separa e per visitarli è necessario prenotare un tour guidato; non è possibile effettuare una visita coi propri mezzi senza guida, poiché la zona potrebbe essere interessata da forti temporali improvvisi (flash flood) che si rivelano molto pericolosi.
Il servizio tour è effettuato dagli Indiani Navajo che conoscono la zona palmo a palmo, molto affidabili e puntuali nella gestione del servizio.
CONSIGLIO
Vi consiglio di prenotare il tour con largo anticipo, onde evitare di arrivare là e non poter intraprendere la visita. Se volete visitare entrambi i Canyon è necessario prenotare due visite separate, tenendo conto delle tempistiche differenti.
Per info e costi visitate il sito web www.antelopecanyon.com.
Essendo situato nella riserva Navajo, non è consentito l'accesso con la tessera parchi, la visita va pagata a parte.
La tessera parchi costa 80 euro e permette di visitare tutti i parchi americani (tranne l'Antelope Canyon e la Monument Valley che sono collocati all'interno della riserva indiana). È rilasciata dai Ranger ad ogni auto che attraversa un parco e si intende per tutti i passeggeri dell'auto. Conviene l'acquisto se si è intenzionati a visitare almeno 3 parchi; ha validità annuale.  All'ingresso di ogni parco si trova la postazione dei Ranger presso i quali si può acquistare o esibire la tessera, oppure comprare il biglietto per singola entrata.
CONSIGLIO
Portate sempre con voi tanta acqua perché il sole non fa sconti a nessuno, e se avete dei bambini abbiate cura di ricordare anche una protezione solare, burro cacao, occhiali da sole e cappellino per proteggerli dalle scottature e dalla sabbia.

Upper Antelope Canyon.

Un quarto d'ora d'auto da Page e giungiamo nell'assolato parcheggio del punto di ritrovo. È giunta l’ora della visita all’Upper Antelope Canyon. Ci ritroviamo nel luogo convenuto all’ora prestabilita. Il mio cellulare non funziona più, non c’è campo. Infatti non ci sono campi… solo deserto. Sole e sabbia, sabbia e sole. Ci sistemiamo all’ombra di un gazebo allestito per accogliere i turisti e attendiamo il nostro turno. Non posso né chiamare né ricevere telefonate. Un sogno. Meraviglioso. Posso godermi questa visita in santa pace. Nei dintorni nessun negozio di souvernir, nemmeno ambulanti. Non vendono né acqua né cibo. Sicuramente troveremo qualche bancarella a inizio o fine visita.

Upper Antelope Canyon.

Siamo nella terra degli Indiani Navajo, calpestiamo il loro suolo. 

La nostra guida indiana discende dall'antico popolo dei Navajo e ci invita a salire sul pick up, attrezzato per trasportare una decina di persone alla volta. Non abbiamo protezioni ai lati, solo un telo sopra le teste a ripararci dal sole cocente del deserto. Il tragitto è veloce, saranno circa cinque o sei chilometri, ma le ruote sollevano nuvole di sabbia che ci finisce inevitabilmente addosso. Teniamo gli occhi chiusi, la sabbia fine s’insinua dappertutto, anche sotto gli occhiali. Giungiamo in fretta all’ingresso del canyon. Il sole è allo zenit, la sabbia arroventata. Un vento torrido ci toglie quasi il fiato, meno male abbiamo con noi l’acqua. Lasciamo uscire il gruppo di turisti che ha terminato la visita ed entriamo. Incredibile! All’ombra è tutta un’altra storia, si torna a respirare a pieni polmoni. Solo pochi passi e già si avverte il cambiamento di temperatura, come all'interno di una grotta, si sta benissimo. Riusciremo a goderci la visita con calma e senza sudare. Nessuna traccia di bancarelle o venditori ambulanti di cibarie o di oggetti regalo. Ci concentriamo sul sito. Le sfumature di colore che offre il canyon sono indescrivibili. È un luogo sacro per gli Indiani Navajo, merita tutto il nostro rispetto. Eroso e modellato dagli agenti atmosferici, l’atmosfera che si respira qui è surreale.

L’emozione è tanta, siamo coscienti di trovarci in un luogo raro: sotto i nostri piedi sabbia finissima, di fianco solo pietra arenaria rossa e arancione che sale, sale su, talmente in alto che non si vede il cielo. 

Solo ogni tanto un pertugio sulla sommità lascia trapelare un raggio di sole che filtra tra le rocce e crea sfumature cromatiche e geometrie incredibili. La guida ci fa strada lungo un sentiero stretto che serpeggia tra le rocce e spiega che ci sono tre o quattro punti degni di nota. Guardando quelle antiche pietre da un’angolazione particolare è possibile individuare la forma di un cuore: possiamo dire di essere nel cuore del canyon. Gli scatti fotografici qui si sprecano. A seguire un’altra meraviglia: incastonata tra le rocce la sagoma di un occhio. Proseguendo lungo il cunicolo stretto, incontriamo una parete famosa per le cascatelle di sabbia. Poco più avanti un grosso tronco è rimasto incastrato tra le due pareti, dopo l’ultimo temporale. Il nostro mentore ci spiega che è pericolosissimo trovarsi all’interno del tunnel se imperversa un temporale, perché si riempie d’acqua in breve tempo e diventa un vero e proprio fiume in piena che travolge tutto. Infatti in caso di mal tempo le visite al canyon vengono annullate. Prima dell’uscita il profilo di un volto umano sembra prendere forma tra le pietre. S’avverte la presenza dello spirito degli antenati, di antichi rituali di sciamani e di saggi capi indiani. A fine tunnel usciamo e siamo di nuovo investiti da un’ondata di caldo insopportabile. Si stava molto meglio all’interno. Anche qui nessuna traccia di bancarelle o altro. Rientriamo, ripercorriamo il sentiero a ritroso e lasciamo questo luogo a malincuore, ma consapevoli di avere visitato qualcosa di unico, pregno di fascino e un po’ mistico. Raccolgo un sassolino da custodire nel mio modesto bagaglio dei ricordi delle cose belle. Madre Natura riesce sempre a stupirmi e a scaldarmi il cuore.

Horseshoe Bend

Da non perdere assolutamente una visita alla Horseshoe Bend.

A una decina di minuti d'auto da Page troviamo l'indicazione per un sito scenografico molto famoso, l'ansa del fiume Colorado, che proprio qui disegna una curva chiamata Horseshoe Bend o ferro di cavallo. L'immaginario collettivo è solito collocare questo sito nel Gran Canyon; sbagliato, la famosa curva del fiume Colorado, il ferro di cavallo, si trova nel Glen Canyon, a pochi passi dalla cittadina di Page e poco lontano dalle sponde del Lake Powell. Giungiamo in un immenso parcheggio, in cui il sole picchia forte. Saliamo lungo un sentiero, preoccupandoci di osservare le indicazioni di un cartello che invita i visitatori a munirsi di scorte d'acqua. Noi abbiamo a disposizione poca acqua e una bibita. Nei dintorni nessun chioschetto di venditori d'acqua, nemmeno qualche ambulante. Ho notato che da queste parti il fai-da-te è molto gettonato, il superfluo è bandito (se l'acqua si può considerare superflua) bisogna imparare ad arrangiarsi altrimenti c'è il rischio di morire di sete o anche di fame. Ovviamente nessun venditore di gift o souverir, le bancarelle di cineserie cui noi italiani siamo tanto abituati, qui non esistono.

Ci incamminiamo con le nostre misere scorte d'acqua lungo la salita. Giungiamo sulla cima: si può ammirare il fiume Colorado che serpeggia in fondovalle. 

La domanda è: scendiamo laggiù, col rischio di morire di sete – al ritorno la strada sarà tutta in salita –, oppure ci accontentiamo di guardare la curva dall'alto? La risposta giusta è la prima ovviamente... abbiamo fatto trenta, facciamo anche trentuno! I ragazzi sono entusiasti e corrono giù veloci, io ho i miei tempi, li seguo con calma. Il caldo torrido è opprimente, la sete incalza, ma devo conservare le scorte d'acqua per la salita. Tengo duro, e finalmente arrivo in fondo. Il panorama è stupendo. Il fiume scorre limpido, azzurro, s'inanella col rosso dell'arenaria. Aguzzando molto bene la vista, si vedono galleggiare lungo il fiume delle minuscole imbarcazioni, che viste da qui sembrano formichine. Le pareti rossicce cadono a strapiombo, un volo da qui significherebbe senza dubbio sfracellarsi sull'acqua. I ragazzi scattano foto e selfie senza misura e si avvicinano pericolosamente alle rocce. Io  mi sgolo per invitarli ad essere prudenti, ma in fondo li capisco. Il luogo è talmente scenografico e suggestivo che vale la pena correre qualche rischio – ma anche no!, la vita è una sola. Anche qui nessuna traccia di venditori ambulanti, né di bevande né di chincaglierie.

Niente. Solo natura selvaggia. Il bello è proprio questo. 

Ci sediamo sulle pietre e ci godiamo il panorama per alcuni minuti. Un luogo suggestivo che induce alla meditazione.
Giunge il tempo di risalire. La salita è davvero dura, la sete incalza, ho la gola secca. Mi fermo almeno quattro volte, mi manca il fiato dal caldo. Ho centellinato la poca acqua che avevamo a disposizione, la ingerisco a piccoli sorsi. I ragazzi salgono rapidamente, io faccio davvero fatica. Riuscirò ad arrivare in alto o mi verrà un colpo? Alla fine riesco a salire e tutto va nel migliore dei modi, ma per uno scatto ho rischiato davvero la disidratazione.
CONSIGLIO
Se volete intraprendere questa avventura, portatevi abbondanti scorte d'acqua, perché qui, come in altri punti strategici dei parchi americani, non ne vendono! Arrivateci attrezzati.
Se siete in zona e disponete di ulteriore tempo, può valere la pena una puntatina alla Glen Dam, la diga sul fiume Colorado, costruita alla fine degli anni cinquanta. Noi per esigenze di tempo ci siamo limitati a guardala da un punto panoramico piuttosto strategico, ma è possibile anche entrare e effettuare una visita in tutta calma e magari farsi una crociera sul Lake Powell. Da Page partono diverse escursioni interessanti, per chi ha la possibilità di fermarsi qualche giorno in più.


Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
Leggi >
ARTICOLO PRECEDENTE >>
Post più vecchi
Home page