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Post di Lara Zavatteri
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Napoli-New York, l'ultimo film di Salvatores, ora disponibile in streaming

Napoli-New York, l'ultimo film di Salvatores, ora disponibile in streaming

Napoli-New York, l'ultimo film di Gabriele Salvatores, ora disponibile in streaming

Cinema Di Lara Zavatteri. Napoli-New York, l'ultimo film di Gabriele Salvatores, ora disponibile in streaming. Da un soggetto mai realizzato di Federico Fellini e Tullio Pinelli, un'opera sull'amicizia e la generosità, uno sguardo fiabesco sulla condizione dei migranti italiani di inizio '900.

Per chi l'ha perso al cinema, Napoli-New York, del regista premio Oscar Gabriele Salvatores, uscito nelle sale nel 2024, è ora in streaming su diverse piattaforme, ad esempio in abbonamento su Sky o disponibile per l'acquisto e il noleggio su Amazon Prime Video e TIM Vision. Una storia che parla di disperazione, ma anche della forza dell’amicizia e dei buoni sentimenti.

NB: in questo articolo è stato inserito un filtro "no spoiler" che rende sfocate alcune frasi; per leggerle basta passarci su con il mouse da pc o toccare lo schermo da mobile.

Napoli-New York: un viaggio clandestino verso l'America.

Protagonista è una bambina, Celestina, che nella Napoli del 1949 perde tutto. L’improvviso scoppio di una bomba la lascia senza casa e, già orfana, anche senza la zia.
Nei vicoli della città si aggirano anche i "paisà", giovani orfani che lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Uno è Carmine, amico di Celestina, un ragazzino anche lui alle prese con le difficoltà di ogni giorno, prima fra tutte quella di poter avere qualcosa da mettere sotto i denti.
Sarà proprio Carmine a ritrovare Celestina. La loro amicizia permetterà ai due di affrontare una grande avventura, seppur tra diverse difficoltà.
Carmine, infatti, conosce il cuoco afroamericano che lavora su una nave che salpa per l’America, ma sarà Celestina, con un pizzico di astuzia, a far sì che i due bambini salgano sulla nave clandestinamente. Scoperti poco dopo la partenza, vengono presi sotto l’ala burbera ma dal cuore buono del commissario di bordo, Domenico Garofalo (Pierfrancesco Favino).

Napoli-New York
Napoli-New York, l'ultimo film di Gabriele Salvatores, ora disponibile in streaming

Napoli-New York

REGIA Gabriele Salvatores
SOGGETTO Federico Fellini, Tullio Pinelli
SCENEGGIATURA Gabriele Salvatores
PRODUTTORE/PRODUZIONE Paco Cinematografica, Rai Cinema
DISTRIBUZIONE 01 Distribution
MUSICHE Federico De Robertis
FOTOGRAFIA Diego Indraccolo
ANNO 2024
CAST Pierfrancesco Favino, Dea Lanzaro, Antonio Guerra, Omar Benson Miller, Anna Ammirati, Anna Lucia Pierro, Tomas Arana

Carmine e Celestina osservano da vicino le dure condizioni degli emigranti italiani a bordo.

Tra miseria e speranza, affrontano il disprezzo di chi li esamina a Ellis Island prima del loro ingresso negli Stati Uniti.
Giunti a New York, però, i due bambini si perdono per una pura casualità.
Celestina cerca la sorella Agnese, unica sua parente, mentre Carmine, per ritrovare la sua amica, si rivolge a Garofalo.
I bambini si ricongiungono e scoprono che Agnese è in galera per aver ucciso un uomo. Ma grazie all’attenzione della stampa sulla storia di Celestina, nasceranno comitati di donne a sostegno di Agnese, che otterrà una riduzione della pena e alla fine potrà riabbracciare la sorellina.
Garofalo, che con la moglie non ha potuto avere figli, chiede ai bambini di poterli adottare. Ma Carmine – senza che vi sveli il perché, il finale è troppo bello – rifiuta la proposta.

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Napoli-New York di Gabriele Salvatores è un’opera intensa sull’amicizia e sulla generosità.

Un’opera intensa che racconta le difficoltà dei bambini, ma anche la forza della loro amicizia, capace di guidarli verso un lieto fine. Un racconto di buoni sentimenti, incarnati da Garofalo e dal cuoco di bordo, sempre pronti ad aiutarli.
Il riferimento al mondo delle favole non è casuale, perché per Napoli-New York Salvatores sceglie apertamente un tono fiabesco, attingendo anche alla letteratura "per ragazzi", da Dickens a Stevenson a Salgari, nonché partendo da un soggetto mai realizzato di Federico Fellini e Tullio Pinelli e trasformandolo personalmente in sceneggiatura. Recensione di Paola Casella
E tu, hai visto Napoli-New York? Cosa ne pensi di questa storia di amicizia e speranza?





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Vola, Sogna: l'arte contemporanea a Forte Strino

Vola, Sogna: l'arte contemporanea a Forte Strino

Vola, Sogna: l'arte contemporanea in un forte della prima guerra mondiale

Arte Di Lara Zavatteri. A Forte Strino, nel paese di Vermiglio in Trentino, dal 22 giugno al 15 settembre le parole al neon della mostra Vola, Sogna di Manuela Bedeschi, curata da Serena Filippini.

Un luogo simbolo della Prima Grande Guerra diventa cornice di una mostra contemporanea che ha come protagonisti neon e parole. Dal 22 giugno al 15 settembre, Forte Strino, fortezza austroungarica che si trova a Vermiglio in val di Sole, in Trentino, ospiterà infatti la mostra Vola, Sogna dell’artista vicentina Manuela Bedeschi a cura di Serena Filippini.

Forte Strino, costruito nel 1861, fa parte dei sistema dei forti che si trovano sul territorio tra Vermiglio e il Passo del Tonale, dove si trovano altre fortificazioni.

Restaurato nel 1998, racconta la storia della prima guerra mondiale e ospita mostre, come questa, di arte contemporanea.
La mostra è qualcosa di nuovo per il forte, che pur avendo proposto arte contemporanea da anni, non ha mai visto nei suoi spazi installazioni della neon art, ovvero l’arte dei neon. Si tratta del linguaggio più utilizzato dall’artista Manuela Bedeschi, che vive e lavora tra Bagnolo di Lonigo (Vicenza) e Verona.

Vola, Sogna è una mostra diffusa, si sviluppa dentro e fuori dal forte e ai laghetti di San Leonardo, sempre a Vermiglio.

In questi luoghi si troveranno neon a forma di parole, come appunto “Vola”, “Sogna”, ma anche “Guarda” e “Ascolta”, per fare qualche esempio. Messaggi scritti con la luce, subito visibili, immediati, per far riflettere i visitatori sull’importanza di fermarsi a guardare, ad ascoltare, in breve a trovare il tempo per comprendere questi concetti e tornare a farli propri, il tutto senza dimenticare il passato.
Anche i giovani mandati in guerra avevano sogni, desideri, magari volavano con la fantasia sperando in un futuro che per molti non è mai arrivato. In questo senso la mostra è un dialogo tra presente e passato e coinvolge anche l’ambiente e la sua bellezza. Uno dei neon si trova infatti ai laghetti di San Leonardo, per invogliare chi visita la mostra a guardarsi attorno, vedere e sentire la natura.

Specifiche opere sono state realizzate inserendo testimonianze sulla storia del territorio durante la guerra.

Grazie all’ausilio di oggetti e reperti bellici appartenenti alla collezione del forte stesso e avvalendosi del materiale fotografico ed epistolare messo a disposizione in forma esclusiva dall’Archivio Achille Serra, che ha un museo, il Museo della Guerra Bianca, che racconta il primo conflitto mondiale in queste zone, portando avanti il lavoro del padre Emilio che lo fondò.

La mostra Vola, Sogna di Manuela Bedeschi è curata da Serena Filippini, con il patrocinio ed il contributo del Comune di Vermiglio.

È stata inaugurata oggi alle 17:30.
I laghetti di San Leonardo saranno sempre accessibili gratuitamente mentre per il forte gli orari saranno:
  • dal 23 al 30 giugno e dal 2 al 15 settembre dalle 14:00 alle 18:00,
  • dal 1° luglio al 1° settembre dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 14:00 alle 18:30.
In più, dal 1° luglio al 4 settembreci ci sarà un'apertura serale tutti i mercoledì alle ore 21:00, con visita guidata.
Per maggiori informazioni: Ufficio informazioni Vermiglio, info@vermigliovacanze.it | https://www.vermigliovacanze.it



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Giacomo Matteotti: 100 anni fa il discorso alla Camera e la morte per mano fascista

Giacomo Matteotti: 100 anni fa il discorso alla Camera e la morte per mano fascista

Giacomo Matteotti: 100 anni fa il discorso alla Camera e la morte per mano fascista

Storia Di Lara Zavatteri. 100 anni fa Giacomo Matteotti accusò il fascismo nel suo celebre coraggioso discorso alla Camera. Il 10 giugno del 1924 fu rapito e assassinato da una squadra fascista.

Mentre è disponibile in streaming su RaiPlay la fiction La lunga notte – La caduta del Duce, riguardante gli eventi che portarono alla caduta di Benito Mussolini dopo la riunione del Gran Consiglio del Fascismo nel luglio del 1943, e dopo aver scritto un articolo a proposito delle scritte anti-Matteotti a Bolzano lo scorso anno, oggi voglio ricordare un importante anniversario che si celebrerà tra qualche giorno.

Il prossimo 10 giugno ricorreranno i 100 anni dalla morte di Giacomo Matteotti, antifascista e deputato socialista, barbaramente assassinato dai fascisti.

Matteotti è nato, il 22 maggio 1885, e ha vissuto a Fratta Polesine, ma la sua famiglia era originaria del Trentino, precisamente del paesino di Comasine in valle di Pejo. Qui si trova ancora oggi la casa avita e un Circolo che porta il suo nome e che ogni anno ne ricorda la figura.
Laureato all’Università di Bologna in Giurisprudenza, qui entrò in contatto con il socialismo e iniziò a interessarsi di politica. Fu eletto in Parlamento nel 1919, poi nel 1921 e nel 1924. Figura di spicco del Partito Socialista, fu da subito un antifascista convinto. È del 1921 una sua inchiesta sulle squadre fasciste durante la campagna elettorale del ‘21, mentre l’anno successivo venne espulso dal Partito Socialista Italiano insieme a tutta la corrente riformista legata a Filippo Turati. Ne nacque così il Partito Socialista Unitario con segretario proprio Matteotti.
Nel 1924, a Londra, venne pubblicata la traduzione del suo libro Un anno di dominazione fascista, in cui denunciava le violenze e gli abusi del partito fascista.

Matteotti pagò con la vita la sua opposizione al fascismo.

Era il 30 maggio 1924 – 100 anni fa – quando tenne un discorso alla Camera dei deputati denunciando brogli nelle elezioni. Sapeva che dopo quel discorso la sua vita sarebbe stata in pericolo, non a caso, disse ai suoi colleghi di partito di prepararsi a partecipare al suo funerale, chiedendo loro di preparare il discorso funebre – «Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.»
Pochi giorni dopo, il 10 giugno, la sua profezia si avverò. Giacomo Matteotti fu catturato per strada a Roma, costretto a salire su un’auto e ucciso. Il suo cadavere venne poi portato nelle campagne e seppellito frettolosamente.
Furono i fascisti a compiere l'atto, come Matteotti temeva. I fascisti di quel Mussolini osannato in piazza Venezia da migliaia di italiani – siamo nel 1924 e il fascismo avrebbe dominato l'Italia per vent'anni, persistendo anche dopo il 1943 con la creazione della Repubblica Sociale Italiana a Salò.

Già ai suoi esordi – Mussolini aveva preso il potere due anni prima con la Marcia su Roma – Matteotti aveva compreso la brutalità e il pericolo del fascismo.

Nonostante ciò, decise di non tacere, consapevole dei rischi per la sua vita.
Parliamo di quel fascismo che non era solo «Giovinezza, giovinezza primavera di bellezza» o la ginnastica del sabato fascista, ma anche e soprattutto quello delle squadracce che torturavano e uccidevano i dissidenti, l’olio di ricino per chi alzava la testa per dire no, l’amicizia del Duce con Hitler, le leggi razziali del 1938, l’entrata in guerra che vide morire gli italiani in Russia, Grecia, Albania, su tutti i fronti in cui ragazzi, anche giovanissimi, venivano mandati. Fascismo era anche totale mancanza di libertà di parola, di stampa, di opinione, la donna relegata solamente nel ruolo di madre e moglie, obbligata a dare figli alla Patria.

Tutto questo Giacomo Matteotti l’aveva capito, e denunciando i fascisti per i brogli alle elezioni parlava consapevolmente, sapendo bene con chi aveva a che fare.

Ecco allora che ora più che mai, oggi che tornano a farsi vedere simboli come il saluto romano, ora che coloro che hanno sempre creduto nel fascismo sembrano uscire quasi fieramente allo scoperto, come si è visto in TV, il sacrificio di Giacomo Matteotti non deve essere dimenticato. Anzi, di più, non deve essere stato vano.
Nell’anno del centenario dalla sua morte, consapevoli di tutto ciò che è accaduto, dobbiamo avere il coraggio di dire no al fascismo.
No, come disse Giacomo.


Per approfondire
Celebrazionimatteottiane.com
Massimo L. Salvadori, L’antifascista – Giacomo Matteotti, l’uomo del coraggio cent’anni dopo (1924-2024) (Donzelli, 2023)
G. Matteotti, a cura di P. Politi, Questo è il fascismo. I discorsi del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924. Con uno scritto di Piero Gobetti (E/O, 2022) G. Matteotti, a cura di S. Caretti e J. Makuc, Matteotti si racconta. La famiglia, gli studi, la politica (Pisa University Press, 2022)



Lara Zavatteri

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Il Giro d’Italia ricorda gli Invincibili: il Grande Torino e il Pirata

Il Giro d’Italia ricorda gli Invincibili: il Grande Torino e il Pirata

Il Giro d’Italia ricorda gli Invincibili: il Grande Torino e il Pirata

Di Lara Zavatteri. Il Giro d’Italia 2024 ricorda gli Invincibili, a 75 anni dalla tragedia di Superga dove scomparve il Grande Torino e a 20 anni dalla morte di Marco Pantani, il Pirata.

Era il 4 maggio 1949 quando una squadra leggendaria scompariva per sempre. Il Grande Torino rientrava a casa dopo una partita amichevole con il Benfica a Lisbona. L’aereo su cui volavano i giocatori si schiantò sul retro della Basilica di Superga, a Torino, uccidendo tutta la squadra, oltre agli allenatori, i dirigenti, i giornalisti e l’equipaggio.
Il Grande Torino era un squadra mitica, forse la più forte di sempre, vincitrice di ben cinque scudetti consecutivi e di una Coppa Italia negli anni Quaranta, una speranza per quell’Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale e vedeva negli Invincibili un sogno con moltissimi fan al seguito.

A 75 anni da quella tragedia, anche il Giro d’Italia, alla sua prima tappa, ha voluto ricordare il Grande Torino.

La tappa ha previsto la salita a Superga, dove molti tifosi hanno ricordato la squadra con striscioni, bandiere e maglie granata. Inoltre, l’organizzazione del Giro ha creato una maglia granata con i nomi degli Invincibili, consegnata al vincitore della tappa insieme a una Maglia Rosa speciale che al suo interno, sul colletto, riporta la frase “solo il fato li vinse”.
Già in passato il ciclismo è stato legato al Grande Torino. Fausto Coppi era amico del capitano del Torino Valentino Mazzola e proprio nel 1949, quando il Grande Torino scomparve, lui vinse il Giro e il Tour de France e volle omaggiare gli amici con un piccolo gagliardetto cucito sulla maglia.

Nessuno ha dimenticato gli Invincibili.

Sono passati gli anni, eppure del Grande Torino nessuno si è dimenticato. Lo dimostra l’affetto di questi giorni al Giro d’Italia, lo dimostrano da sempre le tante maglie e i ricordi lasciati sul luogo dove l’aereo si schiantò. Oggetti lasciati da tempo o recenti, soprattutto maglie di squadre diverse, tutte accomunate dalla voglia di omaggiare gli Invincibili, lasciate sotto la lapide o lo striscione che ritrae la squadra.
Sono stata anch’io, anni fa, a Superga e ho visto la lapide e gli omaggi. Proprio il fatto che squadre tanto diverse si siano ricordate e si ricordino del Grande Torino e dei suoi ragazzi è la cosa più bella, che fa onore allo sport e alla memoria di questi giovani morti dopo aver trionfato in un’Italia sconfitta dalla guerra, ma che guardava a loro come una sorta di luce per il futuro.

Anche il Pirata, Marco Pantani, ricordato al Giro d'Italia.

Sono passati invece 20 anni da quando il Pirata, Marco Pantani – tra l’altro come Coppi capace di vincere Giro e Tour lo stesso anno, il 1998 – è scomparso, ma anche di lui non ci si è dimenticati. La seconda tappa del Giro, a San Francesco al Campo-Santuario di Oropa (ad Oropa nel 1999 Pantani vinse sorpassando 49 corridori dopo la caduta della catena) ha visto il nome di Pantani scritto sulle strade e sui muri della salita.
Anche Marco, come Fausto (anche lui scomparso prematuramente), come il Grande Torino, non è mai stato dimenticato dai tifosi. Tutti rimasti nel cuore della gente che li ha seguiti allora e che non ha potuto né voluto più scordarli.

Libri per saperne di più.




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La retorica del Giorno della Memoria: nei panni dei sopravvissuti

La retorica del Giorno della Memoria: nei panni dei sopravvissuti

La retorica del Giorno della Memoria: nei panni dei sopravvissuti

Di Lara Zavatteri. Da quando è iniziato il conflitto in Medio Oriente pare sia un delitto ricordare l’Olocausto. Tra chi nega la Shoah e chi addirittura la invoca, ci sono loro, i sopravvissuti, che nonostante il dolore dei ricordi hanno continuato a testimoniare. È stato dunque tutto vano?

«Ancora con questi ebrei?»
La frase l’ho letta sul profilo social di qualcheduno o qualcheduna che, stando dietro a una tastiera, si sente in diritto di scrivere ciò che gli o le pare. Tanto, c’è la libertà di espressione in Italia, o no? Ma una cosa è la libertà di espressione, un’altra è offendere la memoria anche con frasi molto più forti di quella citata.

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria e sì, «ancora con questi ebrei».

Il negazionismo, inutile dirlo, c’è sempre stato, ma da quando è iniziato il conflitto in Medio Oriente pare sia un delitto ricordare l’Olocausto. Quindi, mi metto nei panni dei sopravvissuti, di coloro che da quei campi in cui venivano trucidati, gasati, usati per atroci esperimenti si sono salvati e che non possono essere ritenuti responsabili per ciò che accade oggi.
Tanti di loro, per molti anni o per tutta la vita, si sono spesi per raccontare, anche se non era facile, ciò che è stato, ciò che hanno patito. Perdendo familiari, amici, infanzia, casa, patria. Tutto. Sopravvissuti che hanno dovuto fare i conti con i sensi di colpa, con il "perché io sono rimasto vivo/viva e gli altri no", che hanno deciso di non tacere l’orrore che è stato.
Mi metto nei loro panni.

Quando leggo, ancora oggi, frasi che negano l’Olocausto, vedo svastiche o stelle di David dipinte sui muri, mi chiedo cosa penseranno loro, i sopravvissuti.

Cosa può pensare chi è sopravvissuto davanti a tutto ciò? Che la sua testimonianza è stata inutile. Loro che, nonostante il dolore, i ricordi, hanno continuato a parlare nelle scuole, ai giovani, agli adulti, per cosa? Se lo chiederanno. Per cosa l’hanno fatto se oggi si vedono ancora quei simboli, si leggono cose disdicevoli come se la Shoah fosse stata solo un’invenzione, se ai loro occhi pare di ritornare al clima di terrore che hanno vissuto durante la seconda guerra mondiale?
A cosa servono dunque i Treni della memoria, i film, i libri, le tante iniziative organizzate specialmente in questi ultimi decenni se l’Olocausto ancora viene negato, ridicolizzato – invocato –, se gli ebrei sembrano essersi inventati tutto?

Eppure noi (italiani, europei) siamo i primi a non dover credere che la memoria sia retorica e ad avere il dovere di non permetterlo.

Siamo noi, perché è stata la Germania a portare al potere un tiranno come Hitler (a dargli i natali, l’Austria), un demone capace di distruggere, quasi, un intero popolo. Siamo noi italiani che per un ventennio abbiamo avuto al potere un dittatore come Mussolini, che di Hitler era amico intimo, che firmò le leggi razziali, come del resto il re.
È l’Europa, perché i campi di concentramento erano in Polonia, Austria, Germania, anche in Italia.


Allora io credo che il 27 gennaio si debba, sì, ricordare cos’è stato fatto agli ebrei.

Persone che non avevano altra colpa se non quella si essere di religione ebraica, donne uomini bambini giovai anziani mandati a morte nei campi, uccisi nei ghetti, sterminati fisicamente e mentalmente. Senza dimenticare che nei campi furono uccisi anche rom, sinti, omosessuali, oppositori politici. Perciò chi nega, chi si ostina a negare, vada a frasi un giro per l'Italia, il 27 gennaio. Vada a vedere le pietre d’inciampo, che ricordano le persone sterminate nei campi. Pietre – recentemente danneggiate, tra l’altro – nate dall’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig che ha voluto ricordare. Vi pare poco? “Inciampate” in esse, sono in tutt’Italia e in Europa, stanno lì per essere lette, spesso con i nomi di intere famiglie distrutte – su wikipedia.org è possibile per vedere le Pietre d’Inciampo in Italia. In questi giorni ne sono state deposte di nuove a Trieste.


E sì, «ancora con questi ebrei», perché se anche pare retorica ricordare si deve, perché sei milioni di persone sono morte davvero per mano di altri uomini.

Uomini, non pazzi. Uomini che, lungi dall’eseguire solo gli ordini, parevano provare piacere nel fare del male. Basti pensare che nessuno s’è mai pentito, men che meno ha chiesto scusa. Ci sarà sempre chi negherà tutto questo, nonostante ci sia Auschwitz da visitare, nonostante ci siano ancora sopravvissuti, nonostante i “Giusti tra le nazioni”, ovvero coloro che non ebrei li aiutarono e salvarono durante la guerra.
Uno per tutti, il beato Odoardo Focherini. Nato a Carpi (Modena) con origini della valle di Peio (Trentino) cattolico, pagò con la vita l’aver salvato molti ebrei. Quest’anno ricorre l’ottantesimo della sua morte in un campo di concentramento, e 80 anni fa nel mese di marzo fu catturato proprio mentre cercava di far fuggire un ebreo da un campo.

È stato tutto vano?

No, finché si avrà coraggio, finché anche una sola persona ricorderà la Shoah. No, finché non avremo paura di dire ciò che è stato, come esortava Primo Levi.
No, finché uno solo s’indignerà verso chi nega, no finché uno solo avrà il coraggio di difendere la memoria, distinguendola da tutto ciò che è stato dopo.
Sempre, non solo il 27 gennaio. Perché il male, la cattiveria, la stupidità saranno anche banali, ma si manifestano ovunque e in qualsiasi momento.
Per questo lo scudo della verità deve rimanere sempre alzato.
Per tutte le vittime dell’Olocausto. Per chi è sopravvissuto: non avete testimoniato invano.



Lara Zavatteri

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De Scondión: una mostra di graffiti a Cles

De Scondión: una mostra di graffiti a Cles

De Scondión: una mostra di graffiti a Cles

Arte Di Lara Zavatteri. De Scondión. I graffiti di Palazzo Assessorile: una mostra di graffiti a Cles. Alla Batibōi Gallery, fino al 7 gennaio 2024, il messaggio ai posteri dei detenuti delle carceri ospitate nel palazzo medievale dal 1814 al 1975.

De Scondión nel dialetto di queste zone del Trentino significa “di nascosto”. E infatti erano proprio nascosti i graffiti esposti alla mostra inaugurata a inizio ottobre e visitabile presso la Batibōi Gallery in Piazza Municipio a Cles in Val di Non, Trentino, aperta fino al 7 gennaio 2024.

La mostra vede la collaborazione non solo della Batibōi Gallery, ma anche della Cooperativa La Coccinella, del Comune e della biblioteca di Cles.

Tutto questo nasce dai graffiti, appunto, al terzo piano di Palazzo Assessorile, a Cles, edificio rinascimentale il cui terzo piano, dal 1814 fino al 1975, venne adibito alle prigioni. Chi vi veniva rinchiuso spesso “scriveva” con elementi di fortuna o disegnava graffiti, scritte e disegni più o meno chiari e comprensibili.
Il progetto curato da Lisa Guerra nasce proprio dalla raccolta e catalogazione dei graffiti e delle scritte realizzati dai prigionieri che furono rinchiusi nelle stanze nel Palazzo nell'arco di circa trecento anni.
Sono graffiti con nomi, date, località, ma anche disegni che incutevano paura, oppure che esprimevano la volontà di libertà dei prigionieri. Alcuni sono a tutt’oggi ben visibili, altri a malapena. Tutti, però, testimoniano qualcosa di quei prigionieri, costituendo una specie di messaggio ai posteri.

Il Palazzo Assessorile è chiamato così proprio perché dagli anni Settanta del Seicento assunse delle funzioni amministrative e giudiziarie e fu sede dei giudici delle valli di Non e di Sole, che venivano chiamati appunto “assessori”.

Il Palazzo Assessorile è un magnifico edificio rinascimentale che merita di essere visitato anche per gli affreschi voluti dal nobile Ildebrando, marito di Anna Wolkenstein. Tornando alla mostra alla Batibōi Gallery, i lavori esposti sono anche il risultato di una rielaborazione dei graffiti. Da un lato sono stati coinvolti i bambini e i ragazzi del Centro Gandalf, dall’altro gli ospiti della Casa di Riposo A.P.S.P. Santa Maria, entrambi di Cles. Si tratta di un incontro tra generazioni per scoprire, rileggere e rielaborare i graffiti del passato e conoscere, grazie ai ricordi, il periodo storico in cui a Palazzo Assessorile esistevano le carceri.
La visita prevede una sorta di “immersione” per scoprire poi il lavoro di catalogazione dei graffiti di Lisa Guerra e altri approfondimenti, nonché i lavori dei ragazzi esposti alla Batibōi Gallery. Oltre alla mostra, tutti i venerdì sono disponibili laboratori gratuiti alle 16:30 per tutte le età, senza necessità di prenotazione.
De Scondión. I Graffiti di Palazzo Assessorile è aperta dal martedì alla domenica con orario 16:00-18:00 e ingresso libero. E tutti i venerdì, dalle 16:30 alle 18:30, è possibile partecipare ai laboratori gratuiti di graffiti, senza prenotazione e per tutte le età.



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A 60 anni dal Vajont, le parole inascoltate di Tina Merlin

A 60 anni dal Vajont, le parole inascoltate di Tina Merlin

A 60 anni dal Vajont, le parole inascoltate di Tina Merlin

Professione lettore Di Lara Zavatteri. A sessant'anni dalla catastrofe, i libri di Tina Merlin sul Vajont continuano a gridare la verità che non fu mai ascoltata, a dar voce degli abitanti di Longarone, a raccontare gli insabbiamenti della SADE.

Lo scorso 9 ottobre si è commemorato il triste anniversario dei 60 anni del Vajont. Non riesco a definirla "tragedia", perché una "tragedia" sottintende un evento inaspettato, mentre in questo caso vi erano tutti i segnali che avrebbero dovuto rendere chi di dovere consapevole dei potenziali rischi e delle possibili conseguenze.
Il 9 ottobre 1963 persero la vita circa duemila persone e i sopravvissuti rimasero segnati per sempre, senza mai tornare davvero a vivere.
Tuttavia, una voce, già anni prima, si era levata per mettere in guardia sul pericolo imminente, tanto che la gente aveva iniziato ad avere paura: la giornalista dell’Unità Tina Merlin.


Nata a Trichiana, in provincia di Belluno, nel 1926, Clementina Merlin, detta Tina, era la corrispondente locale per l’Unità.

Ben prima di quel 9 ottobre, già nel 1959 aveva iniziato a scrivere denunciando il crollo di materiale nel lago della diga di Pontesei, non lontana dal Vajont. Ma Tina Merlin era sola. Scriveva ascoltando la gente, perché di prove ovviamente non poteva averne da coloro che stavano creando la diga, ovvero la SADE.
Sì, perché dopo Pontesei, dopo anni di scosse di terremoto, crepe nelle case e paura sempre più forte nella gente di Erto, Casso e della valle del Vajont, era solo la gente a parlare con lei, e solo grazie alle popolazioni, anche loro del tutto inascoltate, Tina Merlin poté documentare e raccontare: scrisse quando si aprì la prima fenditura di quella che, solo pochi anni dopo, sarebbe stata la frana del monte Toc che precipitò nel lago.

Nonostante i suoi sforzi, nessuno prese sul serio le sue parole.

Peggio: venne persino processata per aver pubblicato “notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”. Fu assolta insieme al suo giornale, perché fu chiaro che la giornalista aveva solamente scritto la verità, ciò che tutti potevano vedere.
Osteggiata dalla SADE, Tina Merlin non si fermò. Continuò a scrivere, anche se era l'unica voce a mettere nero su bianco qualcosa che si poteva prevedere: che una parte del monte Toc si sarebbe staccata e sarebbe caduta nel bacino del Vajont, causando enormi danni alle persone e ai paesi.
I responsabili lo sapevano da tempo, ma avevano scelto di ignorarlo in nome del progresso.


Tina Merlin era coraggiosa. E scomoda.

Questa donna che negli anni Sessanta faceva un lavoro ancora considerato prettamente maschile, ebbe il coraggio di scrivere la verità, sempre. Quello che non poteva immaginare era che la frana che lei aveva ipotizzato in realtà, quel 9 ottobre, avrebbe provocato una catastrofe.
Tina Merlin era scomoda. Sempre dalla parte della verità e della gente, senza lasciarsi intimidire da nessuno, Tina Merlin ammonì sempre che la diga del Vajont era un pericolo per la gente, anche se le sue furono purtroppo parole al vento. La SADE, infatti, continuò nella sua grande impresa, con gli esiti che ben conosciamo.
Per conoscere di più su Tina Merlin, scomparsa nel 1991, e approfondire le sue parole inascoltate sul disastro annunciato del Vajont, vi suggerisco di leggere i suoi libri.


Sulla pelle viva

Sulla pelle viva.
Come si costruisce una catastrofe.
Il caso del Vajont

di Tina Merlin
Edizioni Cierre
Saggio
ISBN 9788883141218
Cartaceo 11,50€

Quarta

Nel libro che ha ispirato l’Orazione civile di Marco Paolini e il film Vajont-La diga del disonore di Enzo Martinelli, Tina Merlin racconta con toccante lucidità gli eventi che portarono alla “tragedia annunciata” del Vajont, e le sue conseguenze negli anni successivi. Prima giornalista a denunciare dalle colonne de «l’Unità» la pericolosa situazione che si stava creando nella valle sopra Longarone. I suoi articoli le costarono un processo per “diffusione di notizie false e tendenziose”. Tina Merlin fa un ritratto più che mai attuale del potere e dei mostri che può generare, dando voce all’attonito sdegno di chi, la tragedia del Vajont, l’ha vissuta sulla “pelle viva”.

«Ho un debito verso gli ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante "casualmente accadute". Forse più "pulita" di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. È contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.»


Sulla pelle viva

La rabbia e la speranza
La montagna, l'emigrazione, il Vajont

di Tina Merlin
Edizioni Cierre
Saggio
ISBN 8883142330
Cartaceo 12,50€

Quarta

Una consistente raccolta dei più significativi articoli dell’autrice di Sulla pelle viva scritti tra l’inizio degli anni Cinquanta e la metà degli anni Ottanta.
Le radici contadine, la dignità del lavoro, il bisogno di verità e giustizia costituiscono la realtà densa, corposa dei suoi articoli. Dai primi scritti di denuncia contro la devastazione del territorio alle inchieste sull’emigrazione, ai vibranti articoli sul Vajont, emerge un impegno civile forte e dichiarato.
Il mondo per Tina Merlin è diviso tra quelli che stanno in alto e comandano e quelli che stanno in basso e patiscono. Lei per nascita e per scelta è con questi ultimi, è una di loro, non semplicemente dalla loro parte.


La casa sulla Marteniga

La casa sulla Marteniga

di Tina Merlin
Edizioni Cierre
Memoir
ISBN 9788883141096
Cartaceo 12,50€

Quarta

In una intensa rilettura del proprio passato, simbolizzato dalla casa natia posta nei pressi del torrente Marteniga, a Trichiana, Tina Merlin cerca di rintracciare i segni che, già nella sua giovinezza, preannunciavano il suo destino futuro di donna che ha fatto dell’impegno sociale e politico una fede. In un continuo alternarsi di passato e presente l’autrice racconta la sua infanzia e la giovinezza fino alla fine della seconda guerra mondiale, i difficili rapporti con il padre e la madre, gli anni del lavoro come “serva” a Milano, e i giorni della lotta partigiani, visti come riscatto e ribellione rispetto a un ordine sociale che obbligava i poveri a incanalarsi in un destino precostituito. Nel suo racconto, che è narrazione ma anche autoanalisi alla ricerca di un superiore significato dell’esistenza, la Merlin rievoca inoltre il mondo del suo piccolo paese scosso dalla guerra, una società rurale oggi quasi scomparsa, e le amate figure dei fratelli, precocemente perduti.

«Anche se adesso abito in città, il mio cuore e i miei sentimenti provengono dalla campagna. La città mi ha dato molto: un marito colto che m’indirizza a letture più organiche; amicizie diverse che mi aprono orizzonti appena intravisti durante la Resistenza; un ruolo d’impegno sociale. Tuttavia rimango un essere creato dalla campagna, dalla sua cultura, con i suoi lati negativi e positivi. Sono aggressiva, a volte diffidente, difetti che i poveri coltivano per autodifesa; guai se non li avessi posseduti quando era una ragazza sola per il mondo. Ma sono anche istintiva, altruista, libera nell’amare la natura e gli uomini.»




Lara Zavatteri

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Robert Oppenheimer, tra genio e colpa

Robert Oppenheimer, tra genio e colpa

Robert Oppenheimer, tra genio e colpa

Cinema Di Lara Zavatteri. Robert Oppenheimer tra genio e colpa: lo scienziato controverso protagonista del film di Christopher Nolan, i suoi studi di meccanica quantistica e i rimorsi per l'invenzione della bomba atomica.

Se avete visto il film Oppenheimer di Christopher Nolan, forse avrete notato come mescola il genio di questo scienziato ai suoi turbamenti di coscienza. Robert Oppenheimer nel film è interpretato da Cillian Murphy, che magari ricorderete nella sua interpretazione dello Spaventapasseri nella serie di Batman con Christian Bale. Non solo: un giovane Cillian è stato anche il figlio del macellaio nel film La ragazza con l’orecchino di perla ambientato nel Seicento.

Oppenheimer ci porta alla scoperta dello scienziato che è ricordato per aver progettato la bomba atomica.

Il film gioca su continui salti nel tempo, da quando si decise di creare la bomba per la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia, fino al processo del 1954.
Robert Oppenheimer si occupò di fisica quantistica, una branca della fisica che a quei tempi, siamo negli anni Venti, in America era ancora di poco interesse. Studiò in Inghilterra e in Germania, decidendo poi di occuparsi proprio di fisica quantistica in America.
Di famiglia ebraica, si trovò a lavorare e collaborare con fisici prevalentemente di origini ebraiche, come Albert Einstein che si stabilì in America dopo l’ascesa di Hitler.
Inizialmente goffo e non considerato, pian piano le sue teorie presero piede, fino a diventare un luminare.
Ma la seconda guerra mondiale cambiò ogni cosa.

La paura che la Germania di Adolf Hitler stesse per progettare una bomba atomica portò al Progetto Manhattan, diretto proprio da Robert Oppenheimer.

Progetto che aveva come scopo la progettazione e creazione della prima bomba atomica. Una corsa contro il tempo – allora si credeva, come detto, che la Germania stesse progettando un’arma uguale – che Robert Oppenheimer e la sua squadra portarono avanti, come si vede nel film, nel laboratorio creato a Los Alamos, nel Nuovo Messico.

Mentre il progetto andava avanti, iniziarono i turbamenti dello scienziato.

Dopo la resa della Germania, tra i fisici qualcuno mise in dubbio la possibilità di usare le bombe atomiche, ma per Oppenheimer bisognava continuare perché anche il Giappone si arrendesse – infatti, mentre in Europa la guerra terminò nella primavera del 1945, in Giappone finì solo nel settembre dello stesso anno. Tuttavia, Oppenheimer comprese in seguito che, quando sarebbe stata sganciata la prima bomba, gli effetti sulla popolazione sarebbero stati devastanti. E iniziarono i suoi sensi di colpa. Così, mentre tra gli scienziati c'era chi avrebbe voluto creare una bomba ad idrogeno – la bomba H – molto più potente della bomba atomica. Oppenheimer si oppose rendendosi conto che un tale ordigno avrebbe portato alla creazione di armi nucleari sempre più potenti.

Nonostante le sue riserve di tipo etico e morale, le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki furono sganciate con gli effetti che sappiamo.

Robert Oppenheimer continuò ancora ad opporsi alla creazione della bomba H durante la Guerra Fredda e venne processato nel 1954 per questo e per le sue idee comuniste giovanili, impedendogli di avere accesso a qualsiasi segreto sui progetti futuri. Dopo il processo venne riabilitato grazie alla comunità scientifica e all’intervento di Einstein.
Oppenheimer è un film controverso perché narra una storia controversa: quella di un genio ma anche della terribile creazione della bomba A e le implicazioni morali per lo scienziato, oppresso dall’aver creato un’arma che aveva sì contribuito a far terminare la Seconda Guerra Mondiale, ma anche portato morte e distruzione.





Lara Zavatteri

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Castel Caldes: uno spettacolo e una mostra da non perdere

Castel Caldes: uno spettacolo e una mostra da non perdere



Arte Di Lara Zavatteri. Agosto al Castel Caldes in Val di Sole, Trentino: uno spettacolo per rappresentare la leggenda di Olinda e Arunte e la mostra del pittore Bartolomeo Bezzi.

Castel Caldes è un castello che si trova nel paese di Caldes, in Val di Sole, in Trentino. Come tutti i castelli, ha la sua leggenda, quella di Olinda e Arunte. Quest’estate la leggenda sarà raccontata attraverso uno spettacolo, mentre le sale del mastio ospiteranno una mostra dedicata al pittore solandro Bartolomeo Bezzi.
Partiamo dalla leggenda.

Secondo la leggenda, Olinda, la figlia del nobile proprietario del castello, si innamorò perdutamente di un menestrello di nome Arunte.

La loro relazione non era ben vista, proprio perché Arunte era "solo" un menestrello. La vicenda finì tragicamente, con Arunte ucciso e Olinda rinchiusa in una stanzetta del castello, dove morì poco dopo.
La stanza di Olinda esiste davvero, e si dice che lei guardasse il mondo attraverso la piccola finestra, l'unico frammento di realtà che poteva ancora vedere da quella prigione. Si possono notare dei cuori intrecciati, forse testimonianza di quell'amore impossibile. Inoltre, la leggenda pare si basi su un fatto storico realmente accaduto.
La leggenda sarà raccontata il 12 e il 20 agosto a cura del Teatro delle Quisquilie, con Massimo Lazzeri, narratore, e Adele Pardi al violoncello. Lo spettacolo si svolgerà presso il castello alle ore 15:00 e alle 16:30 e si potrà visitare anche la stanza in cui Olinda fu rinchiusa.
Rodemodo chiuse la sua bella Olinda nella torre del castello ed erano ormai tre giorni e tre notti che se ne stava prigioniera nella sua cameretta, nutrendosi con il poco pane e la poca acqua che le portava ogni mattina la guardia del castello. L’unico sfogo che le era concesso da suo padre era dipingere ed è lì che Olinda affrescò le pareti della torre, ritraendo immagini del suo perduto Arunte, (ancor oggi nella torre del castello di Caldés possiamo ammirare i suoi dipinti). Mauro Neri, Mille leggende del Trentino

Al castello sarà possibile ammirare anche la mostra delle opere di Bartolomeo Bezzi, pittore solandro originario del paese di Fucine.

La mostra rimarrà aperta fino a novembre. L’esposizione, dal titolo Bartolomeo Bezzi 1851-1923. Scene di vita quotidiana, ritratti, vedute vede la presenza di quaranta opere, alcune delle quali esposte per la prima volta. Oltre ai celebri paesaggi, la mostra proporrà anche altri soggetti del pittore, come scene di vita quotidiana, in contesti rurali o nelle città di Verona e Venezia, città nelle quali ha vissuto.
La mostra sarà completata da bozzetti, schizzi, lettere, opere grafiche. Inoltre, verrà svelata la storia di un dipinto perduto, la sua opera più grande mai realizzata. Si tratta del pannello decorativo che Bezzi realizzò nel 1909 per il salone dell’hotel Mendelhof al Passo Mendola.

La mostra è pensata per commemorare il centenario della morte dell’artista della Val di Sole ed è solo una delle tappe di una serie di eventi dedicati a lui che si svolgeranno durante l’anno, in altre sedi trentine.

L'obiettivo è valorizzare un pittore di importanza nazionale, che non ha mai dimenticato le sue radici.

Il castello è aperto tutti i giorni, a eccezione dei lunedì non festivi.
Apertura straordinaria tutti i lunedì del mese di agosto.
Orario 10:00 – 18:00.
Per ulteriori informazioni, visita il sito www.buonconsiglio.it.



Lara Zavatteri

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Madonna, che silenzio c’è stato: l'omaggio mancato a Francesco Nuti

Madonna, che silenzio c’è stato: l'omaggio mancato a Francesco Nuti

Madonna, che silenzio c’è stato: l'omaggio mancato a Francesco Nuti

Di Lara Zavatteri. Addio a Francesco Nuti, attore e regista. La sua morte è passata quasi sotto silenzio, nessun dei suoi film nei palinsesti televisivi.

Tutta colpa del Paradiso direbbe forse Francesco Nuti, ora che in Paradiso c’è davvero. Ora che la sua vita sfortunata, i suoi dolori, la dimenticanza del suo talento sono terminati, adesso forse riderà in cielo. Ora che anche la sua morte, avvenuta il 12 giugno, è passata praticamente sotto silenzio, senza che fosse stato mandato in onda almeno uno dei suoi film, per ricordarlo almeno così. Uno era, appunto, Tutta colpa del Paradiso in cui recitava con Ornella Muti.

Attore, regista, produttore, sceneggiatore e anche cantante.

Francesco Nuti, nato a Firenze nel 1955, è stato attore in film come Madonna che silenzio c’è stasera (1982) – disponibile in abbonamento su Prime Video –, tre anni dopo Tutta colpa del Paradiso – disponibile in abbonamento su Prime Video – in cui è attore e regista, mentre sempre con Ornella Muti gira Stregati nel 1986. Nel 1998 è il turno de Il signor Quindicipalle – disponibile in abbonamento su Prime Video –, dal soprannome del protagonista che è campione del mondo di biliardo.
La carriera di Francesco Nuti va avanti fino al 2006, mentre fa i conti anche con la depressione, quando un tragico incidente cambia per sempre la sua vita.

Dopo una caduta dalle scale che gli provoca un ematoma cranico l’attore e regista va in coma e pur riprendendosi non sarà più lo stesso.

Torna a casa ma è costretto su una sedia a rotelle, oltre ad altre difficoltà tra cui l’incapacità di parlare. Nel 2016 viene ricoverato in condizioni gravissime dopo un’altra caduta.
Anni difficili, in cui scompare dalle scene e in cui poco si sa di lui.
Dalla ex moglie Annamaria Malipiero (attrice, presente anche nella serie Vivere) nel 1999 ha avuto la figlia Ginevra che ne è stata la tutrice legale. Le sue donne non l’hanno mai abbandonato.

In questi anni pochissimo si è saputo su Francesco Nuti, come se fosse stato dimenticato da tutti.

Però, i suoi tanti fan non l’hanno mai scordato, anche se non ha più potuto fare l’attore, far ridere, commuovere, anche se era lontano dalla scene. La sua comicità è sempre rimasta nel cuore di tutti e ci rimarrà sempre.
L’amarezza purtroppo è stata vedere come anche la sua morte sia passata quasi sotto silenzio, come nessuno abbia pensato di trasmettere uno dei suoi film in TV per ricordarlo. Bastava così poco per rendergli almeno un piccolo omaggio.
Nonostante questo silenzio, come detto, sui social i suoi fan non l’hanno abbandonato o dimenticato. Si sono infatti moltiplicati i messaggi, le dediche, quasi a riempire questo vuoto, per dirgli addio, ciao, non ti dimenticheremo mai.
Ciao Francesco.
Madonna, che silenzio c’è stato...



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La mafia non deve fermarvi: il libro di Rosaria Costa, vedova Schifani

La mafia non deve fermarvi: il libro di Rosaria Costa, vedova Schifani

La mafia non deve fermarvi: il libro di Rosaria Costa, vedova Schifani

Professione lettore Di Lara Zavatteri. La mafia non deve fermarvi: una vita dedicata alla lotta per la legalità, attraverso il racconto della vedova Schifani, nel libro edito da Rizzoli.

In questo mese di maggio è uscito il libro La mafia non deve fermarvi di Rosaria Costa (Rizzoli), la vedova di Vito Schifani, agente di scorta di Giovanni Falcone perito durante la strage di Capaci.
Nel 1992 avevo 12 anni e sentii la televisione in cucina che parlava di qualcosa di terribile che era accaduto. Chiesi a mia madre cosa fosse successo e ricordo che lei disse: «Hanno ucciso un giudice». Quel giudice, scoprii poi, era Giovanni Falcone, ucciso perché da anni, insieme a Paolo Borsellino e al pool antimafia che avevano creato, lottava contro la mafia.
La mafia non deve fermarvi

La mafia non deve fermarvi
Una vita dedicata alla lotta per la legalità,
attraverso il racconto della vedova Schifani

di Rosaria Costa
Rizzoli
Biografico
ISBN 978-8817182973
cartaceo 18,00€
Ebook 9,99

Con Falcone c’era la sua scorta. Tra cui un ragazzo, Vito Schifani.

Ero ancora davanti alla televisione, nel 1992, quando vidi una scena che mi restò impressa per sempre. Vidi una donna – a me sembrò grande, ma in realtà era poco più che ventenne –, Rosaria, parlare in chiesa durante i funerali di suo marito, degli altri agenti di scorta, di Falcone e di sua moglie Francesca Morvillo. Vidi e ascoltai questa donna che, parlando a stento, quasi fosse sul punto di svenire e cadere a terra da un momento all’altro, diceva: «Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare... ma loro non cambiano». Non capivo come questa donna, cui era stato tolto tutto avesse avuto la forza di rivolgersi agli uomini della mafia, a chi aveva ucciso suo marito e gli altri, dicendo che loro erano lì, tra quegli stessi banchi, lì in quello stesso luogo, dove di amore non ce n’era.



Rosaria Costa in seguito si avvicinò al giudice Paolo Borsellino, fino alla sua tragica morte avvenuta nel luglio dello stesso anno.

Ancora più sola, con un bambino piccolo, Rosaria lasciò Palermo per trasferirsi in Liguria. Si risposò, ebbe altre due figlie, ma continuò a portare nelle scuole, tra i ragazzi, la sua testimonianza su quanto accaduto a Capaci, raccontando la sua storia e quella del marito Vito, quella di Falcone e Borsellino, che credevano di poter cambiare, soli, le cose. Soli, abbandonati da tutti, come erano soli i ragazzi – erano tutti giovani – delle scorte. Tutti massacrati. E ad ancora oggi, nonostante arresti come quelli di Riina e Messina Denaro, non si è fatta giustizia: infatti ancora oggi non si sa chi abbia voluto, chi fosse alla regia delle due stragi.

In La mafia non deve fermarvi Rosaria Costa racconta la sua storia: il periodo vissuto con Vito e il loro bambino – oggi nella Guardia di Finanza – fino alla strage di Capaci e quella di Via D’Amelio.

Fino a quando scelse di lasciare Palermo, però senza mai, proprio mai, dimenticare.
La mafia non deve fermarvi è il libro con cui Rosaria Costa non solo racconta tutto questo, ma fa comprendere come parlare di ciò che è stato, non arrendersi, continuare a battersi per la legalità e per cercare la verità, sia necessario. Per coloro che hanno perso la vita, ma anche per chi è rimasto, per avere di nuovo speranza in un mondo più giusto. Quel mondo che sognavano due giudici e le loro scorte.

Screenshot dal video originale Archivio RAI3


Lara Zavatteri

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20 film cult da guardare in streaming

20 film cult da guardare in streaming

20 film cult da guardare in streaming

Cinema Di Lara Zavatteri. Una piccola selezione di 20 film cult, dagli anni '40 al 2000, da non perdere assolutamente e dove vederli.

Ecco una breve selezione di film da non perdere e dove vederli. I miei personali top 20, da rivedere o scoprire in streaming.

  1. 1939

    Via col vento di Victor Fleming

    Tratto dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell, il film racconta la vicenda di Rossella O'Hara, una ragazza capricciosa che si dimostrerà di una tempra formidabile. Vuole a tutti i costi sposare Ashley, che però ha occhi solo per Melania. Si accorgerà troppo tardi che il suo vero amore è Rhett Butler. Il tutto sullo sfondo della Guerra di Secessione americana.
    Disponibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video, Google Play Film o in abbonamento su Sky Cinema (on demand).

  1. 1952

    Tutta la serie di Don Camillo di Luigi Comencini, Julien Duvivier, Carmine Gallone

    Ambientata negli anni Cinquanta, la serie racconta l’amicizia e i dispetti tra un prete, don Camillo, e il sindaco comunista Peppone.
    I film della serie sono disponibili in abbonamento su Mediaset Infiniti+ (Don Camillo e l'onorevole Peppone, Don Camillo monsignore ma non troppo, Il compagno don Camillo, Don Camillo e i giovani d'oggi)

  2. 1954

    Sabrina di Billy Wilder

    Un uomo s’invaghisce di una ragazza di nome Sabrina (Audrey Hepburn) ma alla fine sarà il fratello a innamorarsi davvero di lei.
    Disponibile in streaming in abbonamento su Paramount+, ma è anche distribuito gratuitamente su Dailymotion e Alugha.

  3. 1965

    Il dottor Zivago di David Lean

    Negli anni della Rivoluzione in Russia, la storia d’amore travagliata tra il poeta e medico Jury Zivago e Lara. Nel film compare anche Geraldine Chaplin, la figlia di Charlie Chaplin.
    Disponibile in streaming in abbonamento su Rakuten TV.

  4. 1970

    Lo chiamavano Trinità... e Continuavano a chiamarlo Trinità... di E.B. Clucher

    I film di Trinità con Bud Spencer e Terence Hill sono indimenticabili. Risate a volontà per western in cui protagonisti sono due fratelli, Trinità (Terence) e Bambino (Bud). Terence Hill ha annunciato che vestirà nuovamente i panni di Trinità, ma chi ci sarà al posto dello scomparso Bud Spencer?
    I film sono disponibili in streaming in abbonamento su Amazon Prime Video, Disney+ e Netflix.

  5. 1970

    Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica

    Tratto dal romanzo di Giorgio Bassani, racconta la storia di una famiglia ebrea di Ferrara prima e durante le persecuzioni razziali.
    Disponibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video e gratuitamente su Dailymotion

  6. 1974

    La serie di Lo squalo, di diversi registi: Joe Alves, Joseph Sargent, Jeannot Szwarc e Steven Spielberg

    In una piccola cittadina uno squalo semina morte, ma il sindaco non vuole saperne di chiudere la spiaggia. Solo l’intervento del capo della Polizia salverà la situazione. Con alcuni sequel.
    Nota: Ma perché per inseguire dei bestioni del genere in mare utilizzano sempre dei barchini minuscoli?
    Disponibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video, Netflix, Google Play Film e in abbonamento on demand suSky.

  7. 1977

    La serie di Guerre Stellari di George Lucas

    Una nuova speranza è il primo film uscito ma in realtà è il quarto episodio. Il primo episodio, La Minaccia Fantasma (1999), vede il giovane Anakin Skywalker addestrato da Obi Wan Kenobi a seguire il lato buono della forza. Alla fine seguirà il male, la parte oscura. Saranno sempre dalla parte del bene i figli, i gemelli Luke e Leila. Nei film anche Han Solo (Harrison Ford) e il maestro Yoda, uno dei maestri Jedi.
    Oltre ai film che vanno avanti in ordine cronologico (Episodio I: La Minaccia Fantasma – 1999, Episodio II: L’Attacco dei Cloni – 2002, Episodio III: La Vendetta dei Sith – 2005, Episodio IV: Una Nuova Speranza – 1977, Episodio V: L’Impero Colpisce Ancora – 1980, Episodio VI: Il Ritorno dello Jedi – 1983, Episodio VII: Il Risveglio della Forza – 2015, Episodio VIII: Gli Ultimi Jedi – 2017, Episodio IX: l’Ascesa di Skywalker – 2019) ve ne sono alcuni con storie parallele (Rogue One: A Star Wars Story – 2016, Solo: A Star Wars Story – 2018) che si discostano dalla trama principale, serie e film d'animazione.
    Su Disney+ in abbonamento sono disponibili tutti i contenuti relativi al mondo di Star Wars, dai primi capitoli usciti negli anni '70 e '80, alle serie spinoff, comprese quelle animate.

  8. 1981

    I predatori dell’Arca perduta e la serie su Indiana Jones, di George Lucas

    Qui protagonista è Indiana Jones, un professore di archeologia che insegna pochissimo ed è sempre coinvolto in qualche scoperta archeologica con cattivi in ogni cantuccio. Nella serie suo padre è Sean Connery.
    Tutti i capitoli della saga sono disponibili in streaming a pagamento su Amazon Prime Video e in abbonamento su Infinity+ e su Paramount+.

  9. 1984

    Ghostbusters, tutta la serie, di Jason Reitman, Ivan Reitman, Paul Feig

    Quattro amici uniscono le forze per catturare fantasmi. C’è anche una versione al femminile.
    Tutti i film della serie sono disponibili in streaming a pagamento su Amazon Prime Video e in abbonamento su TimVision e on demand su Sky.

  10. 1985

    La serie di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis

    Uno scienziato ha costruito una macchina che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe portare nel futuro, ma invece lui e il suo giovane assistente Marty (Michael J.Fox) si ritrovano nel passato, poi ancora nel presente, nel selvaggio West e solo una volta nel futuro di Marty.
    Tutti i film della serie sono disponibili in streaming in abbonamento su Netflix, Amazon Prime Video e on demand su Sky.

  11. 1987

    Good morning Vietnam di Barry Levinson

    Sempre Robin Williams nei panni di un dj dell’aviazione che si trova a far divertire le truppe americane in Vietnam grazie ad un programma radiofonico. Per lui la vicenda sarà dolce amara, visto che non conquista la ragazza che gli piace e scopre che il suo migliore amico gli ha mentito, ma si ride molto.
    Disponibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video e Google Play Film e in abbonamento su Disney+.

  12. 1988

    Rain Man, l’uomo della pioggia di Barry Levinson

    Charlie scopre alla morte del padre che tutto il denaro è stato ereditata da un uomo, che si rivela essere suo fratello. Vissuto quasi sempre in istituto, Raymond, da Charlie bambino chiamato “L’uomo della pioggia-Rain Man”, è affetto da autismo ma è un genio della matematica. A fine film Charlie è cambiato grazie a Raymond, diventando una persona migliore.
    Disponibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video.

  13. 1989

    L’attimo fuggente di Peter Weir

    In una classe arriva un insegnante (Robin Williams) che cerca di far capire l’importanza di seguire le proprie passioni ai suoi studenti. Memorabile la scena finale con “Capitano, mio capitano”.
    Disppnibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video e Google Play Film.

  14. 1991

    Robin Hood – Il principe dei ladri di Kevin Reynolds

    Su Robin Hood sono stati girati moltissimi film ma questo, con Kevin Costner nei panni di Robin, per me è il migliore.
    Disponibile in streaming in abbonamento su Netflix.

  15. 1992

    Dracula, di Francis Ford Coppola

    Uno dei film più belli sul vampiro, che qui lascia intravedere anche la sua parte romantica, orripilanti scene a parte.
    Disponibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video e in abbonamento su Netflix.

  16. 1993

    Schindler’s List di Steven Spielberg

    Storia vera di Oskar Schindler, un nazista che salvò grazie alla sua fabbrica migliaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale.
    Disponibile in steeaming a pagamento su Amazon Prime Video e Google Play Film e in abbonamento on demand su Sky.

  17. 1994

    Il corvo di Alex Proyas

    Basato sul fumetto di James O'Barr, qui l’attore Brandon Lee interpreta un ragazzo ucciso l’anno prima con la sua fidanzata, tornato per avere vendetta. Sul set morì, per un colpo di pistola che non doveva sparare e che invece lo fece, Brandon Lee, figlio del re delle arti marziali Bruce Lee.
    Disponibile in streaming in abbinamento su Amazon Prime Video, TimVision e on demand su Sky.

  18. 1994

    Le ali della libertà di Frank Darabont

    Un uomo viene accusato ingiustamente di aver ucciso la moglie e finisce in carcere. Escogiterà, nel corso di 20 anni, un piano geniale per evadere e ritrovare la sua libertà... Non soltanto per lui.
    Disponibile in streaming a pagamento su Amazon Prime Video e Google Play Film e in abbonamento on demand su Sky.

  19. 2000

    Il gladiatore di Ridley Scott

    Russell Crowe interpreta un generale dell’Impero Romano, Massimo, stimatissimo dall’imperatore Marco Aurelio al quale il figlio di quest’ultimo, Commodo, geloso dell’affetto del padre per lui, toglierà ogni cosa. Massimo diventerà un gladiatore e avrà la sua vendetta (“in questa vita o nell’altra”).
    Disponbile in steaming in abbonamento su Netflix e Amazon Prime Video.

Ovviamente ci sono tantissimi altri film che dovrebbero essere citati e che non ho inserito, questa però è una lista che comprende molti di quelli che amo di più e che vi consiglio di vedere.



Lara Zavatteri

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I girasoli ucraini di Maria Prymachenko in mostra a Trento

I girasoli ucraini di Maria Prymachenko in mostra a Trento

I girasoli ucraini di Maria Prymachenko in mostra a Trento

Arte Di Lara Zavatteri. I girasoli ucraini in mostra al Palazzo delle Albere di Trento: 60 opere dell’artista naif Maria Prymachenko.

Ha aperto il 28 febbraio ed è visitabile fino al prossimo 4 giugno la mostra I girasoli ucraini. Opere di Maria Prymachenko dal Museo nazionale Taras Shevchenko di Kiev, presentata dal Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) al Palazzo delle Albere di Trento.

A un anno dall’invasione russa in Ucraina, viene proposta questa che è la prima mostra italiana su Maria Prymachenko, artista Unesco nel 2009.

Nata da un’idea di Vittorio Sgarbi, la mostra propone una sessantina di opere provenienti dal Museo nazionale Shevchenko di Kiev con lo stile della pittrice naif fortemente ancorato alle radici, alle tradizioni, ai racconti e ai riti dell’Ucraina, con opere che raffigurano piante e fiori, animali nati dalla fantasia e simboli, allegorie, fiabe, tutto immerso in sfolgoranti e brillanti colori.
I girasoli gialli, il giallo della bandiera dell’Ucraina, i girasoli che diventano così simbolo di resistenza oltre che essere, insieme a tutte le altre opere di Maria Prymachenko, la testimonianza che non solo esiste un popolo ucraino ma anche una cultura ucraina, due “concetti” che non esistono, secondo la propaganda russa.

Chi era Maria Prymachenko?

Maria Prymachenko nacque nel paese di Bolotnya, a soli 30 chilometri da Chernobyl, nel 1909. Autodidatta, si occupò di pittura, ma anche di ceramica e ricamo. Nel 1966 venne insignita del Premio Nazionale Taras Shevchenko dell’Ucraina. L’Unesco le dedicò l’anno 2009 e la città di Kiev le intitolò un viale. Cominciò a esporre le sue opere negli anni Trenta e in seguito alcune vennero riprodotte anche sui francobolli ucraini.
Malata di poliomielite, grazie ad alcuni interventi riuscì stare in piedi, ebbe un figlio dal suo compagno, che morì durante il secondo conflitto mondiale, mentre il figlio Fedir (scomparso nel 2008) fu un arista come la madre e così i nipoti.
Nel Museo di storia locale di Ivankiv erano conservate diverse opere di Prymachenko, lo stesso museo bruciato nel 2022 durante l’invasione russa dell’Ucraina, con la perdita di circa una ventina di sue opere. Tuttavia, pare che la popolazione sia riuscita in parte a salvarne alcune.
Maria Prymachenko, che è stata raffigurata anche sulle monete ucraine, è scomparsa nel 1997.
Esponente della pittura naif, erede di una tradizione folcloristica secolare che affonda le proprie radici nell’arte paleolitica, Maria Prymachenko ispirò grandi artisti come Picasso, Matisse e Chagall. Con il suo stile riconoscibile, vivace, immediato è stata amata da diverse generazioni che, a partire dalla prima metà del novecento, hanno contribuito a costruirne il mito. dal comunicato stampa del Mart


Il biglietto per la mostra si può acquistare sul sito www.mart.tn.it.
Il Palazzo delle Albere è aperto dal martedì al venerdì, dalle 10 alle 18 il sabato e la domenica, dalle 10 alle 19 i festivi.

Lara Zavatteri


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Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto

Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto

Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto

Arte Di Lara Zavatteri. Giotto e il Novecento in mostra al Mart di Rovereto. Da un’idea di Vittorio Sgarbi.

Quanto Giotto ha influenzato gli artisti venuti dopo di lui? Molto, a quanto pare, vista la mostra Giotto e il Novecento prolungata fino al 1° maggio 2023 al Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) a Rovereto, nata da un’idea di Vittorio Sgarbi.

A cura di Alessandra Tiddia e in collaborazione con i Musei Civici di Padova. Media partner Radio Monte Carlo.

La mostra propone un viaggio che passa dalla magnifica Cappella degli Scrovegni di Padova affrescata da Giotto agli artisti moderni e contemporanei del Novecento e del Duemila, tutti accomunati dal fascino che il pittore ha esercitato su di loro, in maniera differente. Alcuni hanno cercato di imitarlo, altri ne hanno preso ispirazione, altri ancora ne hanno compreso il concetto di spiritualità.
La mostra si apre proprio con la Cappella degli Scrovegni ricreata grazie a un’installazione che permette di conoscerla e di apprezzarne la bellezza. Da qui si passa tra più di 200 opere, una cinquantina delle quali appartenenti al Mart, in un viaggio tra gli artisti, le correnti e il tempo alla scoperta di Giotto.
L’esposizione prosegue tra Atmosfere rurali e Sacre Maternità nelle quali i soggetti bucolici e le figure femminili esprimono quel richiamo e quell’idealizzazione della tradizione tipica del periodo tra le due grandi guerre.

Il blu di Giotto è il suo tratto più imitato.

Il famoso colore blu che Giotto utilizza nei suoi affreschi, anche a Padova, per dare la percezione del cielo, è ciò che gli artisti hanno maggiormente studiato e da cui sono stati ispirati.
Tra gli artisti, per fare qualche esempio, si trovano opere di Giorgio de Chirico, Carlo Carrà, Mario Sironi, per proseguire con Henri Matisse, Mark Rothko e James Turrell, artista della luce e dei colori.
Due installazioni chiudono la mostra, quelle di Chiara Dynys e Tacita Dean.

Per acquistare il biglietto e scoprire altre mostre al Mart , potete consultare il sito www.mart.tn.it.

Lara Zavatteri


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La memoria di Giacomo Matteotti insultata a Bolzano

La memoria di Giacomo Matteotti insultata a Bolzano

La memoria di Giacomo Matteotti insultata a Bolzano

Di Lara Zavatteri. La memoria di Giacomo Matteotti insultata a Bolzano: svastiche e scritte offensive sui muri contro il deputato socialista ucciso dai fascisti nel 1924.

Mancano pochi giorni al Giorno della Memoria che ogni anno, il 27 gennaio, commemora le vittime dell’Olocausto. Non a caso proprio in questi giorni sono apparse scritte di violenza e odio in piazza Matteotti a Bolzano, scritte ultras con simboli fascisti. Offendere la memoria di colui che diede la vita per cercare di opporsi al fascismo è un atto grave e fa comprendere fino a che punto certi odi e certe ideologie sono purtroppo ancora vive.

Cos’è accaduto?

Sui muri di piazza Matteotti a Bolzano, uno o più soggetti, indisturbati, hanno tracciato scritte di odio come “Ultras Bolzano sciarpa al collo e cinghia in mano” e “Matteotti zigomi rotti!”, oltre a svastiche e simboli del fascio. Ignoti che hanno preso la palla al balzo mettendo in mezzo la passione sportiva, che qui non c’entra nulla, e la questione amministrativa relativa all’aspetto della piazza, che anche in questo caso non c'entra niente.
L’episodio è stato prontamente condannato e il Comune cancellerà le scritte, inoltre l’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) Alto Adige Südtirol si è recata al monumento di Giacomo Matteotti come per riparare, anche se altri avrebbero dovuto farlo, portando in dono un mazzo di fiori.
Sulla pagina Facebook dell’Anpi Alto Adige Südtirol si legge:
Ancora una volta, purtroppo, come sempre stranamente indisturbati, i "soliti noti" hanno agito insultando la memoria della Città e di Giacomo Matteotti con le loro lugubri scritte e con i loro simboli fascisti, cercando di strumentalizzare, non a caso a pochi giorni dalle tantissime iniziative per il giorno della Memoria, il disagio per una questione amministrativa relativa all'aspetto della piazza e la sana passione sportiva per la squadra biancorossa. Il Comune sta già operando per cancellare le scritte, ma è necessario non sottovalutare episodi come questi, perseguire questi gruppi pericolosi ed essere conseguenti alle parole di condanna tutti i giorni dell'anno anche nei confronti dei tentativi di questi figuri ben conosciuti di inquinare il mondo degli sportivi.

Giacomo Matteotti e la denuncia di brogli fascisti.

Inizio con il ricordare che Matteotti aveva origini della valle di Peio in Trentino, del paese di Comasine in particolare. Da lì partì il nonno Matteo, per cercare fortuna altrove, e a Comasine ancora esiste la casa natia dove ogni anno il locale Circolo Matteotti organizza una cerimonia di commemorazione con la deposizione di una corona.
Giacomo nacque invece a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, nel 1885 ed è ricordato per il suo ruolo di antifascista. Deputato socialista, il 30 maggio 1924 con grande coraggio prese la parola per denunciare alla Camera dei Deputati i risultati delle elezioni di aprile, viziati da brogli. In sostanza, secondo Giacomo Matteotti i fascisti avevano vinto solo perché la popolazione non aveva più la libertà di decidere e per il clima di violenza che imponevano i fascisti. Fu, quella, la sua condanna a morte. Giacomo lo sapeva, infatti dopo aver concluso il suo intervento disse profeticamente ai suoi compagni di partito di preparare il discorso funebre per lui.
Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai. Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti per quel suo discorso trovò la morte. Fu infatti rapito da sicari fascisti e ucciso il 10 giugno. Il suo corpo fu ritrovato solo ad agosto.

Matteotti è diventato un simbolo dell’antifascismo grazie alle sue coraggiose prese di posizione.

Oggi, a quasi 100 anni dalla sua morte, si offende la sua memoria e tornano gli slogan razzisti e i loro simboli. Ma se ne sono mai andate, certe ideologie nazifasciste? Purtroppo, pare di no e ciò che è accaduto a Bolzano ne è la prova. Non solo si è offesa la memoria di un uomo coraggioso che spese la sua vita a costo di difendere la libertà, ma si è scelto, ovviamente non a caso, la vicinanza con il Giorno della Memoria.
L’Anpi prontamente è arrivata davanti al monumento di Matteotti con i fiori, ma dov’erano i responsabili di queste nefandezze? Cosa ne sanno di cos’è stato il fascismo, il nazismo, la Shoah?
Purtroppo non sono dei semplici ignoranti, credo che apposta si sia voluto infangare proprio Matteotti e il Giorno della Memoria. Perché certi odi sono sopravvissuti e sopravvivono, e se si dimentica ciò che è stato, allora dei tanti che hanno perso la vita per la libertà, o che sono morti solo perché ebrei, che ne sarà? Che ne sarà della memoria se si sottovalutano questi episodi?

Non è retorica dire che non bisogna dimenticare.

Perché se si dimentica hanno vinto loro, perché se si dimentica i tanti che hanno patito, sofferto, che sono morti, siano stati partigiani, politici coraggiosi come Matteotti, oppositori del regime, ebrei, insomma tutte le persone che il fascismo e il nazismo hanno spezzato, saranno morti per niente. Perché chi è riuscito a tornare e raccontare, allora avrebbe narrato invano.
Per questo, oltre naturalmente a condannare con durezza questo gesto, bisogna continuare a parlare, a documentarsi, a sapere cos’è accaduto sotto il nazifascismo. Per questo sono importanti le iniziative del Giorno della Memoria. E invece di scrivere su un muro ingiurie verso chi difendersi non può più, vada a visitare la tomba di Matteotti a Fratta Polesine, sappia che nel paese che fu quello di suo nonno ogni anno ricordano Giacomo, vada a leggere cos’è stato l’Olocausto, non solo nella nostra Italia, con le leggi razziali di Benito Mussolini, ma anche in Europa.

Concludo con un aneddoto personale.

Qualche anno fa sono stata a Ferrara. Con il mio ragazzo siamo passati a visitare il cimitero ebraico, dove è sepolto Giorgio Bassani, lo scrittore del libro Il giardino dei Finzi Contini, anche lui ebreo. Gli abbiamo lasciato un sasso sulla tomba, perché gli ebrei depongono sassi sulle tombe, non fiori, lo si vede anche alla fine del film Schindler’s List. E ho pensato ai tanti che Bassani ha voluto raccontare, in quel libro, ai tanti che una sepoltura non ce l’hanno. Non solo ebrei, ma anche coloro che tentarono di opporsi ai regimi di Hitler e di Mussolini.


Giacomo Matteotti, che invece una tomba ce l’ha, merita di continuare – come tutti coloro che hanno detto no, che sono morti per la politica razziale e l’odio di due dittatori – ad avere un profondo rispetto da parte di tutti noi.
Certe cose non devono tornare. Spetta a noi non voltarci dall’altra parte, spetta a noi indignarci e difendere la memoria. Sempre. E per sempre.

Lara Zavatteri


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