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La retorica del Giorno della Memoria: nei panni dei sopravvissuti

La retorica del Giorno della Memoria: nei panni dei sopravvissuti

Di Lara Zavatteri. Da quando è iniziato il conflitto in Medio Oriente pare sia un delitto ricordare l’Olocausto. Tra chi nega la Shoah e chi addirittura la invoca, ci sono loro, i sopravvissuti, che nonostante il dolore dei ricordi hanno continuato a testimoniare. È stato dunque tutto vano?

«Ancora con questi ebrei?»
La frase l’ho letta sul profilo social di qualcheduno o qualcheduna che, stando dietro a una tastiera, si sente in diritto di scrivere ciò che gli o le pare. Tanto, c’è la libertà di espressione in Italia, o no? Ma una cosa è la libertà di espressione, un’altra è offendere la memoria anche con frasi molto più forti di quella citata.

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, e sì, «ancora con questi ebrei».

Il negazionismo, inutile dirlo, c’è sempre stato, ma da quando è iniziato il conflitto in Medio Oriente pare sia un delitto ricordare l’Olocausto. Quindi, mi metto nei panni dei sopravvissuti, di coloro che da quei campi in cui venivano trucidati, gasati, usati per atroci esperimenti si sono salvati e che non possono essere ritenuti responsabili per ciò che accade oggi.
Tanti di loro, per molti anni o per tutta la vita, si sono spesi per raccontare, anche se non era facile, ciò che è stato, ciò che hanno patito. Perdendo familiari, amici, infanzia, casa, patria. Tutto. Sopravvissuti che hanno dovuto fare i conti con i sensi di colpa, con il "perché io sono rimasto vivo/viva e gli altri no", che hanno deciso di non tacere l’orrore che è stato.
Mi metto nei loro panni.

Quando leggo, ancora oggi, frasi che negano l’Olocausto, vedo svastiche o stelle di David dipinte sui muri, mi chiedo a cosa penseranno loro, i sopravvissuti.

Cosa può pensare chi è sopravvissuto davanti a tutto ciò? Che la sua testimonianza è stata inutile. Loro che, nonostante il dolore, i ricordi, hanno continuato a parlare nelle scuole, ai giovani, agli adulti, per cosa? Se lo chiederanno. Per cosa l’hanno fatto se oggi si vedono ancora quei simboli, si leggono cose disdicevoli come se la Shoah fosse stata solo un’invenzione, se ai loro occhi pare di ritornare al clima di terrore che hanno vissuto durante la seconda guerra mondiale?
A cosa servono dunque i Treni della memoria, i film, i libri, le tante iniziative organizzate specialmente in questi ultimi decenni se l’Olocausto ancora viene negato, ridicolizzato – invocato –, se gli ebrei sembrano essersi inventati tutto?

Eppure noi (italiani, europei) siamo i primi a non dover credere che la memoria sia retorica e ad avere il dovere di non permetterlo.

Siamo noi, perché è stata la Germania a portare al potere un tiranno come Hitler (a dargli i natali, l’Austria), un demone capace di distruggere, quasi, un intero popolo. Siamo noi italiani che per un ventennio abbiamo avuto al potere un dittatore come Mussolini, che di Hitler era amico intimo, che firmò le leggi razziali, come del resto il re.
È l’Europa, perché i campi di concentramento erano in Polonia, Austria, Germania, anche in Italia.


Allora io credo che il 27 gennaio si debba, sì, ricordare cos’è stato fatto agli ebrei.

Persone che non avevano altra colpa se non quella si essere di religione ebraica, donne uomini bambini giovai anziani mandati a morte nei campi, uccisi nei ghetti, sterminati fisicamente e mentalmente. Senza dimenticare che nei campi furono uccisi anche rom, sinti, omosessuali, oppositori politici. Perciò chi nega, chi si ostina a negare, vada a frasi un giro per l'Italia, il 27 gennaio. Vada a vedere le pietre d’inciampo, che ricordano le persone sterminate nei campi. Pietre – recentemente danneggiate, tra l’altro – nate dall’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig che ha voluto ricordare. Vi pare poco? “Inciampate” in esse, sono in tutt’Italia e in Europa, stanno lì per essere lette, spesso con i nomi di intere famiglie distrutte – su wikipedia.org è possibile per vedere le Pietre d’Inciampo in Italia. In questi giorni ne sono state deposte di nuove a Trieste.


E sì, «ancora con questi ebrei», perché se anche pare retorica ricordare si deve, perché sei milioni di persone sono morte davvero per mano di altri uomini.

Uomini, non pazzi. Uomini che, lungi dall’eseguire solo gli ordini, parevano provare piacere nel fare del male. Basti pensare che nessuno s’è mai pentito, men che meno ha chiesto scusa. Ci sarà sempre chi negherà tutto questo, nonostante ci sia Auschwitz da visitare, nonostante ci siano ancora sopravvissuti, nonostante i “Giusti tra le nazioni”, ovvero coloro che non ebrei li aiutarono e salvarono durante la guerra.
Uno per tutti, il beato Odoardo Focherini. Nato a Carpi (Modena) con origini della valle di Peio (Trentino) cattolico, pagò con la vita l’aver salvato molti ebrei. Quest’anno ricorre l’ottantesimo della sua morte in un campo di concentramento, e 80 anni fa nel mese di marzo fu catturato proprio mentre cercava di far fuggire un ebreo da un campo.

È stato tutto vano?

No, finché si avrà coraggio, finché anche una sola persona ricorderà la Shoah. No, finché non avremo paura di dire ciò che è stato, come esortava Primo Levi.
No, finché uno solo s’indignerà verso chi nega, no finché uno solo avrà il coraggio di difendere la memoria, distinguendola da tutto ciò che è stato dopo.
Sempre, non solo il 27 gennaio. Perché il male, la cattiveria, la stupidità saranno anche banali, ma si manifestano ovunque e in qualsiasi momento.
Per questo lo scudo della verità deve rimanere sempre alzato.
Per tutte le vittime dell’Olocausto. Per chi è sopravvissuto: non avete testimoniato invano.



Lara Zavatteri



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