Gli scrittori della porta accanto

Le fiabe di mia nonna



Di Elena Genero Santoro. Ogni versione di una fiaba è figlia del suo tempo. Al di là di anacronistiche principesse, le favole che mi hanno salvata sono state quelle che mi raccontava mia nonna.

Stamane mi sono svegliata con una folgorazione sulle fiabe di cui si è tanto parlato ultimamente.
Premesso che io personalmente sono favorevole al revisionismo, se serve, perché se è vero che gli archetipi ci sono e non si devono toccare, è pure vero che le fiabe portano con sé una valenza sociale.

Forse oggi una bambina, prima di ricondurre Biancaneve e il Principe a un archetipo, a una scissione dell’io e a tutto quello che la psicologia junghiana ci può insegnare, vede una Principessa bellissima salvata da un Principe valoroso. Il che è un po’ datato, ormai.

Poi bisogna anche dire che le fiabe “che nessuno ha il diritto di toccare” sono state scritte e disegnate in diverse versioni e forme, da autori diversi e con incongruenze che incrinano gli archetipi e le interpretazioni derivanti dalla versione precedente.
Riporto un passaggio da un articolo di Stefania Vanzan:
Nella versione dei Grimm però Biancaneve non si sveglia grazie al bacio del principe, ma quando trasportando il feretro uno dei nani scivola e fa cadere la bara. Come a dire che a volte è proprio quando le cose non vanno come vorremmo che ci risvegliamo a noi stessi, che usciamo dall’illusione. A quel punto la fanciulla sputa la mela e si sveglia pienamente realizzata e consapevole. “Allora la donna aprì gli occhi e tornò a vivere”.
E questo è ben poco patriarcale. Ma nell’immaginario più diffuso, Biancaneve si sveglia grazie al bacio salvifico.

Secondo Marie-Louise von Franz, allieva di Jung, «le fiabe sono l'espressione più pura e semplice dei processi psichici dell'inconscio collettivo».

[da psicologia.tesionline.it]
Se l’inconscio collettivo è patriarcale, e nel 1937, quando Walt Disney disegnò Biancaneve, l’inconscio collettivo era assolutamente patriarcale e lo rimase per molti decenni a venire, anche la versione della fiaba è patriarcale.
Insomma, ogni versione di una fiaba è figlia del suo tempo. Non si può negare. E se i tempi cambiano, cambiano anche le narrazioni individuali e collettive.
Io stessa, nell’intimo della mia cameretta, rileggendo romanzi che ho scritto solo dieci anni fa, ogni tanto scovo affermazioni figlie del patriarcato introiettato che oggi, con una consapevolezza diversa, non inserirei più.
Dicevo, mi sono svegliata con una folgorazione pensando a mia nonna Lina, classe 1910, morta nel lontano 1997, cioè più di mezza mia vita fa, e che oggi mi manca da morire. Mia nonna, ripensandola con il senno di poi e forse con un po’ di mitizzazione, era una femminista inconsapevole.

Nata prima delle Guerre Mondiali, quando l’Italia era una monarchia, e cresciuta a pane, catechismo e propaganda, mia nonna era intrisa di un cattolicesimo bigotto di cui non si è mai liberata.

Era quella che, quando in TV a Drive In negli anni Ottanta vedeva le ragazze spogliate e gli uomini vestiti, dava la colpa alle donne che si spogliavano – non riconoscendo il problema a monte.
Ma di fatto, nella sua vita, si è poco assoggettata al volere maschile, era antifascista e quando è rimasta vedova a trentanove anni, con mio padre che di anni ne aveva sei, non ci ha pensato nemmeno a risposarsi – e le offerte non le sono mancate. Ha lavorato come operaia fino alla pensione consentendo a mio padre di studiare.
Se si fosse liberata dei condizionamenti catto-bigotti e sociali sarebbe stata una splendida femminista. Ma era nata davvero troppo presto, come Delia di Paola Cortellesi ne film C’è ancora domani. Non poteva fare di più.
Ma se la vita di mia nonna nella mia fantasia assume contorni idealizzati, quando penso alle fiabe che mi raccontava vado a colpo sicuro.
Mia nonna non era da fiabe classiche, niente CenerentolaBiancaneve. Nessun bacio di Principe. Mi raccontava, rigorosamente in Piemontese, il Mes Galet (il mezzo galletto), con cui ho già fatto i conti qualche anno fa, scoprendo che la stessa fiaba è diffusa in Albania e conoscendo l’autore Çlirim Muça.

E poi mia nonna mi raccontava la storia delle Tre Gallinelle, che è una versione ruspante dei Tre Porcellini.

Ci sono queste tre Gallinelle, una bianca, una rossa e una nera. O gialla. O come volevo io.
Comunque, le tre Gallinelle optano per l’indipendenza e scappano dal loro pollaio. Dopodiché si costruiscono una casetta ciascuna, come i tre Porcellini: una di paglia, una di legno e una come Dio comanda.
Arriva ovviamente il Lupo e, come nella fiaba dei tre Porcellini, si mangia prima la Gallina nella casa di paglia, poi quella nella casa di legno e infine toccherebbe alla Gallina nella casa robusta – quella progettata da un ingegnere edile e con tutti i permessi edilizi depositati… Ops, questa è una mia licenza poetica, mia nonna non me lo aveva raccontato così.

Comunque, la terza Gallina, benché residente in una casa robusta, sa che il Lupo le sfonderà la porta ed entrerà.

E qui arriva la parte interessante. Poiché il Lupo, fondamentalmente, ha fame, la Gallinella gioca d’anticipo e gli prepara un lauto pasto. Gli apre la porta, lo invita a entrare e gli presenta una tavola imbandita.
Il Lupo mangia e ne se va satollo e la Gallina prende tempo. Lo nutre con questi diversivi per un po’ di giorni e lo tiene a bada, ma sa che l’espediente non durerà per sempre. Nel frattempo prepara la fuga e una mattina scappa. E si salva.
Quando il Lupo si è presentato nella mia vita, e sono dovuta scappare a gambe levate giocando di astuzia, quale fiaba pensate che mi sia tornata alla mente? Cenerentola, Biancaneve salvata dal Principe o le Tre Gallinelle?


Elena Genero Santoro


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