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In primo piano

[Cinema] "Rango", recensione di Stefania Bergo

[Cinema] "Rango", recensione di Stefania Bergo



Dal regista di Pirati dei Caraibi, l'irriverente film d'animazione di Gore Verbinski, vincitore dell'Oscar 2012, che ricorda i western di John Ford, con le voci di Johnny Depp e Bill Nighy. 

Chiuso in una teca di vetro che condivide con il tronco di una Barbie, un coleottero stecchito, un pesce e una palma di plastica, Rango, che all'inizio del film non ha nome, è un anonimo camaleonte domestico, vestito con una sgargiante camicia hawaiana. Rompe la solitudine, che ricorda quella di "Cast Away" o di "Wall-E", recitando scene di eroi, con l'intensità di un attore shakespeariano. E parla profeticamente al suo pubblico immaginifico, che in realtà siamo noi, ricordando che ogni storia ha bisogno di un eroe che, per essere tale, necessita di un imprevisto che lo catapulti in una situazione conflittuale da risolvere. Che è proprio quello che accadrà a lui, una volta scaraventato, a causa di un incidente, nel mondo reale dell'inospitale, e a tratti psichedelico, deserto del Mojave, in California.
La scelta di un camaleonte non è casuale e forse nemmeno quella dell'attore che gli dà vita, Jonny Depp. «Chi sono io?», si chiede desolato all'inizio. Perchè può fingere di essere chi vuole, come un attore camaleontico, appunto. Ma chi è lui, in realtà? Una narrazione che si preannuncia subito stratificata, quindi: da un lato il dramma introspettivo della perdita d'identità ad appannaggio degli adulti, dall'altro la combriccola bizzarra degli amici inventati del protagonista.
Quello che accade, dopo, è un'avventura western che strizza l'occhio a John Ford e Sergio Leone, con deliziosi camei che ovviamente solo gli adulti possono cogliere ma che, al contrario delle easter eggs di Disney o Pixar, non sono dettagli aggiunti alla narrazione, ma sono ad essa funzionali, calandoli nell'animazione in modo geniale. Come i protagonisti di "Paura e delirio a Las Vegas" (di Gilliam) che investono il piccolo camaleonte sulla highway desolata, o il saloon di Dirt, la cittadina dove approda in cerca di qualcuno che lo aiuti a tornare a casa, che strizza l'occhio a "Guerre stellari" (di Lucas) per la commistione di creature strampalate, o il sindaco-tartaruga del paese con l'ossessione per il business dell'acqua che ricalca John Huston in "Chinatown" (di Polanski), o la sfida leonina di "Mezzogiorno di fuoco", oltre alla cavalcata delle valchirie di "Apocalypse Now" (di Coppola), con tanto di pipistrelli con mitragliatore incorporato.




RANGO

REGIA Gore Verbinski
PRODUZIONE Nickelodeon Movies, Paramount Pictures, Blind Wink, GK Film
DISTRIBUZIONE Paramount Pictures
SCENEGGIATURA John Logan
EFFETTI SPECIALI LucasFilm, Industrial Light & Magic
MUSICHE Hans Zimmer
ANNO 2011

CAST (doppiatori ita)
Nanni Baldinin, Giuppy Izzon, Gianni Musyn, Gianni Giulianon, Saverio Morionesn, Carlo Realin, Bruno Alessandro, Roberto Draghetti, Bill
Roberto Stocchi, Ambrogio Colombo, Lilian Caputo, Adalberto Maria Merli





"Rango" è prima di tutto un film western che accidentalmente è disegnato con una computer grafica strepitosa e reso più fruibile al pubblico infantile grazie alla presenza degli animali.

Ma gli animali non sono affatto antropomorfi, come vuole la tradizione spensierata dei vari Zootropolis o Sing, anzi, sono cinici, sporchi, senza i classici valori incrollabili dei film per bambini, addirittura spietati o deturpati.
Dopo l'incidente che lo catapulta nel deserto, il futuro Rango vaga fino a Polvere (Dirt), ultimo avamposto di una terra inospitale, violentata dall'assenza d'acqua, una città i cui edifici sono costruiti con l'immondizia dell'uomo. Il camaleonte, da attore navigato, si adegua subito allo scenario, imitando le camminate strane dei cittadini, millanta prodezze e, cavalcando l'onda dei fraintendimenti, per cui viene scambiato per un eroe, diventa finalmente Rango, prima pistolero infallibile, poi addirittura sceriffo.
Tra falchi affamati, serpenti a sognagli criminali, conigli con occhi trafitti da frecce e sindaci secolari e manipolatori, Rango dovrà trovare il modo di sopravvivere, conquistare l'amore di Borlotta, una lucertola femmina con un bizzarro meccanismo di difesa, e recuperare gli ultimi liquidi della banca. In questo western disincantato, infatti, il bene più prezioso, la moneta, liquido lo è davvero: si tratta dell'acqua.

Rango in fila per l'acqua a Polvere con Priscilla

"Rango" è prodotto dalla GK films e da Nickelodeon, mentre le animazioni sono a cura dell'Industrial Light & Magic, una delle più famose ed importanti aziende del campo degli effetti speciali digitali. 

Creata da George Lucas per "Guerre Stellari" nel '77 e oggi parte della LucasFilm, è vincitrice, nel tempo, di ben 39 Oscar, compresi quelli tecnici. Non c'è da stupirsi, quindi, se il film rasenta la perfezione in termini di fotorealismo dei personaggi e delle ambientazioni, a tal punto che alcune scene sembrano girate dal vero e fuse con la computer grafica.
Il regista è Gore Verbinski, che ha firmato precedentemente, tra l'altro, "The ring" e i primi tre capitoli della saga di "Pirati dei Caraibi" (da cui si porta Johnny Depp), alle prese con il suo primo lungometraggio d’animazione che, infatti, affronta come se girasse un live action, ponendo molta attenzione alla recitazione, al sonoro e all'illuminazione. Ricordiamoci che siamo nel 2011 e che l'emotion capture era una tecnica ancora innovativa, quindi lo si può definire un pioniere nell'utilizzo di filmati in HD delle performance di attori, poi elaborate e utilizzate dagli animatori per rendere realistici i personaggi. Gli attori, infatti, non sono stati digitalizzati tramite sensori posti su tute, ma ripresi durante la recitazione stessa insieme agli altri, con tanto di costumi di scena.
Il risultato è davvero originale e perfetto dal punto di vista grafico. Un approccio al western che è innovativo e allo stesso tempo tradizionale, con omaggi a Sergio Leone che si fondono con scene metafisiche ispirate al fanta-western "Lo straniero senza nome", con un Clint Eastwood, lo "spirito del west", che compare nella luce abbagliante di un deserto di sale dove nuotano nell'aria, come un'allucinazione di Dalì, il pesce di plastica giallo e la Barbie senza testa della teca iniziale. E il deserto, da luogo di frontiera, diventa esperienza psichedelica, in puro stile Burning Man.

I personaggi sono estremamente caratterizzati, sia nei tratti grafici sia nei dialoghi, che virano dal cinico al nonsense, ricchi di riferimenti. 

Perfetta Priscilla, la bimba marsupiale che mi ha ricordato Mercoledì Addams, che in un botta e risposta iniziale con Rango lo avverte che gli stranieri a Polvere hanno vita breve, o Borlotta, donna lucertola indipendente e coraggiosa, che non si lascia affascinare dal denaro, o meglio, dai liquidi, e preferisce sopravvivere nella fattoria di famiglia, da sola, piuttosto che vivere lontana dalla sua terra natia. Personaggi senza un passato da raccontare, ma con un presente da difendere e un futuro da sognare.
La storia è un susseguirsi scalcinato di situazioni bizzarre, irriverenti, comiche, come quando Rango viene sbatacchiato da una parte all’altra del deserto come Willy il Coyote, o quando  quattro gufi caballeros narrano le sue gesta cantando, alternate a episodi crudi, disincantati e apocalittici.
Le musiche, del celebre Hans Zimmer, sottolineano le scene e riportano alle atmosfere tipiche dei western anni '70, per i nostalgici ma anche per chi a questo genere non è mai stato particolarmente affezionato. E si finisce per sentirsi con la gola seccata dal sole e dalla polvere, ma fieri e coraggiosi come un gringo che cavalca solo nel tramonto dopo aver salvato un intero villaggio.



Essendo prima di tutto un film d'avventura, i messaggi lanciati non virano verso la redenzione del protagonista o il buonismo tipico dei commoventi happy ending disneyani. Ma un significato stratificato lo possiamo comunque trovare, forse più immediato, meno romantico, e per questo a portata di mano anche sei più piccoli: in qualsiasi avventura, che sia reale o immaginifica, che sia divertente o impegnativa, il protagonista deve affrontare se stesso e riscoprire la propria identità prima di poter aiutare gli altri
In definitiva, un film d'animazione che consiglio a grandi e piccini. Originale, con una grafica spettacolare, personaggi perfettamente caratterizzati, musica trascinante e trama credibile. 

VOTO 8


Stefania Bergo

Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.

Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
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[Libri] "Tutto il tempo che vuoi" di Francesco Gungui, incipit #128

[Libri] "Tutto il tempo che vuoi" di Francesco Gungui, incipit #128

Tutto il tempo che vuoi, di Francesco Gungui, incipit - Banner

«Ritardo…»

Tutto il tempo che vuoi - copertina

Tutto il tempo che vuoi

di Francesco Gungui
Giunti
ebook 8,99€
cartaceo 12,67€



«Quanto?!»
«Una settimana. Vado a comprare il test e poi ti chiamo.»
Il messaggio arriva mentre sto tornando dalla pausa pranzo e prima di una lunga serie di riunioni e appuntamenti che mi terrà occupato fino a sera.
Lo rileggo tre volte in ascensore, la terza sottovoce, come faccio con le mail importanti prima di spedirle, e il risultato è che il toast già freddo che stavo ingurgitando mi si pianta in gola provocandomi un attacco di tosse con conseguente fontana di briciole sputacchiate sullo specchio.
Lucia è incinta.
Forse, sicuramente, non lo so, ma lo scoprirò tra poco.
Le porte dell’ascensore si aprono e scappo fuori, supero la macchinetta del caffè e attraverso al trotto il corridoio che taglia in due l’open space. Un labirinto in compensato verde delimita i diversi cubicoli di editor, redattori e grafici, ma l’impressione generale non è squallida perché lo skyline di libri impilati sopra gli scaffali, sui tavoli e a terra, crea un’atmosfera calda da vecchia caotica libreria.
Chissà se a mio figlio piacerebbe questo posto. Chissà se sarebbe orgoglioso di raccontare ai suoi amici che lavoro fa il suo papà.
Lungo il tragitto verso il mio ufficio saluto i colleghi in base al livello di amicizia, confidenza, simpatia reciproca, subalternità, con la gamma di espressioni e parole adatte: un sorriso a labbra strette per i colleghi, un asciutto «buongiorno» per i superiori, strette di mano per autori e agenti commerciali.
Al termine di questo rituale quotidiano, mi rintano ansimante nel mio ufficio, un dignitoso e invidiato appezzamento di quattro metri per quattro tutto per me, con tanto di ficus accanto alla finestra e due sedie aggiuntive per riunioni ristrette. Tre librerie costituiscono le pareti, mentre il quarto lato è occupato da un’ampia vetrata, sulla quale al momento scivola la pioggia torrenziale di un tardivo temporale estivo. Oltre il muro di pioggia si intravede il laghetto artificiale che circonda l’edificio.
Accendo il computer, apro la pagina di google e digito in rapida sequenza una serie di domande idiote: una settimana di ritardo, sono incinta? Incinta al primo colpo? Cosa deve fare un uomo quando scopre che la sua fidanzata è incinta? Mi ritrovo a navigare in un mare in tempesta di siti per famiglie, forum femminili, negozi di vestiti usati per bambini e sportelli psicologici virtuali per donne alle prese con la gravidanza.
Il telefono squilla salvandomi da un più che probabile naufragio.
«C’è qui Paolo Serafini» annuncia Chiara con tono scazzato.
«Dice che non ha un appuntamento.»
«E infatti non ce l’aveva.»
«Che faccio?»
«Digli di venire.»

L’arrivo imprevisto di Paolo Serafini mi riporta in parte coi piedi per terra ricordandomi le incombenze del mio pomeriggio. 

Così scorro rapidamente sei delle cinquantaquattro mail che ho ricevuto durante la pausa pranzo, ma la mia mente è altrove, persa tra improvvisi flashback della mia infanzia, proiezioni della mia vita futura e ipotesi speculative sul mio ruolo di padre, fermo ma flessibile, presente ma non opprimente, creativo ma anche tradizionalista all’occorrenza. La verità è che non ho idea di chi sarò, di come mi comporterò, di cosa succederà nel momento in cui saremo in tre. E in fondo non mi interessa nemmeno saperlo ora.
È quello che voglio. E questo mi basta.
L’ombra di Paolo si allunga sulla moquette rossa, accompagnata dall’odore dolciastro dei vestiti bagnati e della pipa.
«Vieni, vieni, Paolo» gli dico andandogli incontro. Ci stringiamo la mano e gli faccio cenno di sedersi.
«No, no, sto in piedi, anzi, scusa l’improvvisata. Avevo un appuntamento con quella dell’ufficio stampa e sono passato a salutarti.»
«Gloria?»
«No, Marina, mi sembra.»
«Mani grasse o scarpa col tacco?»
«Non ci ho fatto caso.»
«Come non ci hai fatto caso? Proprio tu» lo prendo in giro bonariamente. «I dettagli sono importanti. Sono quelli che…»
«Rendono credibile un’invenzione. È vero, è vero.»
Paolo ha l’aria distratta, si guarda attorno mentre mi parla e non accenna a togliersi la giacca. L’ombrello fradicio continua a gocciolare sulla moquette accanto al cestino, dove si è formata una chiazza più scura.
«Dai, siediti che guardiamo i dati» gli dico e questa volta mi asseconda.
Apro il server, digito il suo nome e compare un elenco con i suoi tre libri. Clicco su quello più recente e attendo che il programma carichi la pagina.
«Di quand’è quella?» chiede Paolo indicando una foto appesa alle mie spalle. Ci siamo io e un mio vecchio autore su un palco. Lui beve a canna il liquore dello Strega e io sto battendo le mani.
«Cinque anni fa, forse sei, non mi ricordo. Ecco, ho i dati. Sono… milleottocento copie. In due mesi non è male, sei partito meglio dell’altra volta.»
Annuisce, ma si vede che non è convinto. «Speravo qualcosina in più.»
Il suo sguardo si abbassa su “La Lettura” del Corriere in bella vista sul tavolo in mezzo a noi. Apro il giornale e lo faccio scivolare verso di lui.
«L’hai letto? Mezza pagina. Ho scritto un messaggio questa mattina alla Tagliaferri per ringraziarla. “Serafini non sbaglia un colpo. Onesto e spietato nel suo affresco eccetera eccetera…”»
Paolo non si mostra né colpito né lusingato. Sfoglia qualche pagina e si ferma a quella delle classifiche.
«Questi qui quante copie vendono?» chiede indicando gli autori della top ten.
«Tante.»
«Tante quante?»
«Centomila, duecentomila. Dipende.»
Per alcuni secondi rimaniamo in silenzio. Paolo infila distrattamente l’ombrello dentro il cestino della spazzatura e si appoggia coi gomiti sul tavolo.
«Sono un po’ in crisi, Franz» ammette finalmente, svelando in parte il motivo di questa visita improvvisa.
«Eh, lo vedo, ma perché?»
«Non lo so. Questo è il terzo libro. Il primo è andato com’è andato. Il secondo ha fatto qualche numero in più, ma i lettori me lo hanno stroncato. Questo piace a tutti, eppure…»
«Eppure cosa? Questo piace a tutti.»
«Però vende milleottocento copie.»
«Non sono poche. E tu ti stai costruendo un bel pubblico di affezionati.»

«Come sta tua moglie?» mi chiede, cambiando bruscamente argomento.

«Non siamo sposati.»
«Sì, certo, intendevo… la tua compagna?»
«Compagna non fa un po’ seconde nozze over sessanta?»
«Come la devo chiamare?»
«Lucia. Sta bene, grazie.»
«Salutamela.»
«Lo farò.»
«Senti, invece, ma per quella cosa là?» mi chiede Paolo sfoggiando un cauto sorriso.
«Quale?»
«Il romanzo erotico.»
Lo fulmino. «Lo sai cosa penso.»
«È vero, e infatti io ho seguito i tuoi consigli e ho riscritto le prime cinquanta pagine.»
«E hai fatto un buon lavoro, sul serio, ma qui il discorso è un altro. Perché vuoi pubblicare quella roba? È una porcata. E lo sai anche tu.»
«È una porcata che può farmi vendere un sacco di copie.»
«Quindi è questo il punto? Vuoi entrare in classifica?»
«Certo che lo voglio! Franz, a me piace quello che scrivo e ti sono pure grato per tutto quello che fai per me, gli articoli e tutto il resto. Ma io ho bisogno di soldi, soldi veri, io con le royalties mi ci sto pagando le vacanze al mare, ma mi ci voglio comprare la casa coi libri.»
Ci guardiamo negli occhi in silenzio, sul sottofondo ipnotico del ticchettio di centinaia di dita che battono sulle tastiere. Sappiamo entrambi che non esiste una buona battuta per uscire da questo dialogo e abbiamo già sfiorato il litigio un paio di volte.
Così ci accontentiamo di questo silenzio pieno di domande alle quali risponderemo un’altra volta.
Poco dopo, ci salutiamo con le classiche formule di rito: «su quella cosa ci aggiorniamo» e «ne riparliamo con calma, magari ci vediamo a pranzo» o ancora «tu come sei messo questa settimana?». Ma mentre ci facciamo queste promesse, la mia mente è già altrove, tutta rivolta verso un nuovo capitolo della mia vita. Mando un messaggio a Lucia.
«L’hai fatto?»
«Non ancora. Ti scrivo appena sono a casa.»

Lucia all’inizio non era molto interessata ad avere figli.

Non che escludesse a priori l’idea, ma tra i due ero sicuramente io quello più deciso. Ho impiegato cinque anni a convincerla, anche se lei non ammetterebbe mai il mio ruolo in questa decisione e sosterrebbe, come ha già fatto una volta durante una cena tra amici, di aver capito che era arrivato il momento giusto.
Le mando un messaggio.
«Novità?»
«Sono in negozio adesso.»
«Ma non stavi andando a casa?»
Non risponde, costringendomi a visualizzare un possibile scenario futuro: sa già che è incinta, ma non me lo vuole dire al telefono. Me lo dirà stasera, mi aspetterà in piedi dietro la porta, con il test di gravidanza in mano e un sorriso gigante e commosso. Magari farà anche un paio di saltellini infantili mentre io lascerò cadere la borsa a terra e la abbraccerò.
Quasi troppo, penso.
Magari tolgo la borsa che cade a terra, quindi: mentre io lascerò cadere la borsa appoggerò la borsa a terra e la abbraccerò. Ma chi se ne frega di ’sta borsa poi? È un dettaglio inutile. Quindi: mentre io lascerò cadere la borsa appoggerò la borsa a terra e la abbraccerò.
Che poi un abbraccio… troppo prevedibile. Un ironico cinque? Un bacio sulla bocca? Un pianto a dirotto?
Mentre io lascerò cadere la borsa appoggerò la borsa a terra e la abbraccerò… non lo so.
Non ho idea di come reagirò perché c’è un limite alle esperienze che si possono raccontare non avendole mai vissute direttamente. Parlate di quello che conoscete, lo dico sempre ai miei autori. L’immaginazione, a patto di essere dotati di una buona fantasia, è direttamente proporzionale all’esperienza. Non devi toccare il fuoco per sapere che brucia, ma devi bruciarti per poterlo raccontare.

Quarta di copertina
"Tutto il tempo che vuoi" di Francesco Gungui, Giunti, 2017.

Francesco Gungui con "Tutto il tempo che vuoi" ci regala un romanzo fresco, ironico, intelligente, che si interroga sul precario equilibrio tra le aspettative che culliamo e quello che la vita, di testa sua, ci apparecchia di fronte e sul fatto che a volte, proprio come si corregge la trama di un libro, sta solo a noi mettere mano alla nostra storia per farla funzionare.
Un mutuo per un bilocale in centro, un lavoro da editor in un grande gruppo editoriale, una fidanzata di lungo corso, il progetto di un figlio.
Per Franz, 36 anni, la vita, almeno sulla carta, sembrerebbe avviata sui binari giusti. Fino a che tutto crolla all'improvviso: il suo capo gli dà il benservito per aver rifiutato un romanzo erotico che sta scalando le classifiche per la concorrenza, mentre a casa Lucia lo aspetta in lacrime.
Di punto in bianco Franz è costretto a inventarsi un piano B e ripartire dal via.
Unica àncora di salvezza: la passione per la cucina. Da ghostwriter a ghostchef, da giovane uomo in carriera ad affittacamere, fino all'incontro con Camilla, madre divorziata di un ragazzino preadolescente, e ancora scottata dalla sua ultima relazione.
Ma proprio quando le cose sembrano sul punto di raddrizzarsi, un altro colpo di scena rischia di far saltare completamente i piani di Franz...

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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[Libri] "Il castrato di Vivaldi" di Gian Domenico Mazzocato, recensione di Francesca Vivian Salatino

[Libri] "Il castrato di Vivaldi" di Gian Domenico Mazzocato, recensione di Francesca Vivian Salatino

Il castrato di Vivaldi, di Gian Domenico Mazzocato, recensione - Farinelli - Copertina libro

Il castrato di Vivaldi, di Gian Domenico Mazzocato, Biblioteca dei Leoni, 2017. La storia di un eroe dolente e inquieto, il dramma della solitudine, della disperazione e dell'ambiguità dei rapporti umani.

La trama è ambientata nei nostri giorni con continui salti nel XVIII secolo
Il narratore moderno acquista in un mercatino dell’antiquariato un dipinto che non ha alcun valore artistico, per il solo fatto che gli interessa la cornice. Tuttavia, una volta a casa è incuriosito dal personaggio dipinto nel quadro: un castrato con oboe. La sua curiosità diventerà un assillo e si attiverà subito per scoprire di più su di lui.
Il romanzo presenta quindi due storie parallele: la vita dell'uomo raffigurato nel dipinto (un tale Angelo Sugamosto, vissuto nella prima metà del XVIII secolo, cantante di gran successo e virtuoso dell’oboe) e le “indagini” del narratore moderno che insegue ovunque - come fosse un investigatore – indizi e tracce del “suo” castrato.
Divertentissima la scena in cui il narratore, in compagnia di un amico, si reca di notte furtivamente alla tomba del castrato, per cercare non sa nemmeno lui che cosa in particolare:
La luce filtra a lampi dai bordi del marmo. Se qualcuno potesse vederci definirebbe magica la scena. Forse surreale. Invece è soltanto ridicola. Tombaroli da strapazzo, Indiana Jones del fine settimana, armati di niente che non sia una digitale. Continuo a scattare e guardo il sudore scorrere sulla fronte di Nafalin.
“Dai, che tra poco ho finito.”
Faccio qualcosa come una trentina di foto, qualcuna di buona ci sarà. Invidio l’occhio della macchina fotografica. Lui sta vedendo. Che pensieri del cavolo. Ma me la ricorderò finché vivo la notte di nebbia a villa Marzemina, a frugare dentro una tomba.
L’autore scrive in maniera sublime. Fin da ragazzo si è fatto notare per la sua eccellenza nello scrivere. Un suo docente di liceo gli disse all’epoca: “Tu da grande farai lo scrittore”.

Il castrato di Vivaldi - Copertina

Il castrato di Vivaldi

Angelo Sugamosto nasce il primo ottobre 1720 in un poverissimo Polesine. Nel coro parrocchiale si distingue per la purezza della voce e il prete convince la famiglia a farlo castrare.
È l'inizio di un'avventura che spesso finiva in tragedia. La mortalità tra i bambini sottoposti alla brutale operazione era altissima. Angelo sopravvive e ha fama e celebrità. 
Su di lui, dopo la morte, scese una smemoria secolare che questo romanzo dirada. 
Il narratore moderno acquista una crosta in un mercatino dell'antiquariato. Si lascia aggredire dal mistero che avvolge la persona che vi è ritratta e l'indagine diventerà un assillo. Alla fine conoscerà il "suo" castrato con il movimento di un romanzo poliziesco. 
Se si esclude una novella di Balzac, Sarrasine, mai il tema del castratismo, prima del romanzo di Gian Domenico Mazzocato, era stato affrontato dalla narrativa europea. Di questo fenomeno che attraversa i secoli e giunge fin quasi ai nostri giorni (possediamo, in registrazione, la voce dell'ultimo castrato della cappella Sistina) si conosce pochissimo. 
Angelo Sugamosto vive a Venezia, Parigi, Londra. Conosce Vivaldi, Goldoni, Händel, Casanova e il divino Farinelli, il castrato più famoso. Ha infinite amanti. I castrati perdevano la capacità di procreare ma non la virilità. Tuttavia il Sugamosto di Mazzocato è eroe dolente e inquieto. Odia la sua condizione e i suoi genitori. Cerca qualcuno che scriva la sua storia e la porti sul palcoscenico. Il dramma della solitudine e della disperazione. La povertà e l'ambiguità dei rapporti umani. Riuscirà nell'intento in modo inatteso.

di Gian Domenico Mazzocato | Biblioteca dei Leoni | Narrativa, Romanzo storico
ISBN 978-8898613847 | cartaceo 15,30€

Francesca-Vivian-Salatino

Francesca Vivian Salatino
Francesca Vivian Salatino vive in una piccola località svizzera.
Ha conseguito il bachelor in Scienze della comunicazione e l'Attestato professionale federale di Formatrice per adulti.
Lavora nel settore del turismo come collaboratrice presso musei in Svizzera legati al patrimonio mondiale UNESCO.
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