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Visita virtuale al Museo civico di Belluno

Visita virtuale al Museo civico di Belluno

Arte Di Argyros Singh. Una visita virtuale al Museo civico di Belluno, attraverso alcune delle sue opere: Simone da Cusighe, Montagna, Domenico Tintoretto, Antonio Gabrieli, Giovanni De Min, Placido Fabris e Sebastiano Ricci tra i pittori esposti.

Il Museo civico di Belluno si trova all’interno del settecentesco Palazzo Fulcis, nel pieno centro della città. Situata al principio in una diversa sede, la collezione originaria fu organizzata nel 1876 grazie ad alcuni importanti lasciti, a partire dalla raccolta di dipinti del medico bellunese Antonio Giampiccoli e dalle collezioni del conte Florio Miari, costituite da pregevoli medaglie in bronzo del Cinquecento.
In questo articolo, ci concentreremo sulla storia di alcune opere esposte nel museo e degli artisti che le realizzarono. Non sarà un viaggio sistematico, ma una selezione personale pensata per incuriosire il lettore e fargli scoprire validi artisti che i più ignorano.

Sacro. Simone da Cusighe e Montagna.

Uno dei primi artisti nei quali ci si imbatte al primo piano è Simone da Cusighe, vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, con il quale prende le mosse formalmente l’arte bellunese. La sua bottega era attiva sia nella pittura sia nell’intaglio ligneo; egli è presente nel museo con un finto polittico dedicato a Sant’Antonio abate, insieme ad altri santi, risalente alla fine del XIV secolo. Ancora legato al Gotico internazionale, Simone da Cusighe non disdegna un’analisi prospettica nel trono su cui è posta la figura principale, benché il risultato appaia rudimentale e segnato da un’aria provinciale. Basta tuttavia un secolo, condensato in pochi metri del primo piano, per scoprire notevoli trasformazioni nell’arte veneta.

Simone da Cusighe | Polittico dedicato a Sant’Antonio abate

Una Madonna con il Bambino del 1490 ca, situata al primo piano, ci introduce a Bartolomeo Cincani, detto Montagna. Nato intorno alla metà del XV secolo, Vasari lo fa seguace di Mantegna, mentre Ridolfi di Bellini.
Si formò negli anni Sessanta, a Vicenza: pur non avendo avuto accesso alle novità della Penisola, M. diede forma a un proprio stile, in parte ispirandosi ad artisti locali. Alla fine del decennio frequentò Venezia: in quel periodo, Mantegna doveva già essersene andato dalla città, ma la sua influenza rimaneva viva, come quella del suocero Jacopo Bellini e dei due figli, attivi in Laguna insieme ad artisti quali Antonio e Bartolomeo Vivarini. Giovanni Bellini stava interpretando Mantegna a modo suo, e sembra che M. rimase influenzato non tanto dal lavoro luminoso sul colore, quanto sui volumi e sul segno.
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014 | pp. 27-28
Gli esordi vicentini fanno emergere anche l’influenza di Antonello da Messina, che era stato a Venezia, poiché M. provò a riportare gli effetti di luce dati dall’olio impiegando però la tecnica della tempera.
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014 | p. 35
Per tutta la vita, fece interagire le due tecniche, senza mai risolversi davvero in un’unica direzione.
Negli anni Ottanta aprì una sua bottega. 
Lavorò per la Certosa di Pavia, ed entrò forse in contatto con Bramante. Qui egli rappresentò una Madonna con il Bambino e santi: assimilata la lezione di Antonello, M. mostra il braccio della Vergine, che regge una pera, in una profondità spaziale inedita per l’artista.
Questo lavoro non ebbe alcuna eco in Lombardia, ma si fece sentire in Veneto [...]
Fu lo stesso M. a riproporre la sua costruzione nella Madonna con il Bambino conservata al Museo civico di Belluno. La tecnica è tempera e olio su tavola: la struttura conica dei personaggi ritaglia la scena, già rimarcata dai parapetti. La Madonna è rappresentata con un broccato adornato di perle, pietre e raffinati bottoni; il mantello la avvolge e sporge sul parapetto, dove è collocato il Bambino. La mano della donna regge un paio di ciliegie e sonda lo spazio. La luce è bianca, fredda, e le forme – secondo la critica di Fogolari, del 1910 – sono scavate nel diaspro e appaiono come rilievi scultorei. Ciò contribuisce a dare un tono monumentale alla rappresentazione, che risulta essere rilassata.
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014 | pp. 59-60, 332
Montagna si spense nel 1523, lasciando la propria eredità – artistica e materiale – al figlio Benedetto.

Madonna con il Bambino di Bartolomeo Cincani e Cristo davanti a Pilato di Domenico Tintoretto

Intermezzo. Domenico Tintoretto e Antonio Gabrieli.

Proseguiamo la nostra visita virtuale tra altre opere del Museo civico di Belluno, tra cui un Cristo davanti a Pilato del 1580, di Domenico Tintoretto, che i “profani” potrebbero confondere con il celebre padre, Jacopo, il cui cognome di famiglia era Robusti. L’opera in sé, come la carriera dell’artista, non sfiorarono nemmeno la grandezza del padre, ma è interessante ricordare che il dipinto era parte di un ciclo di dieci tele legate alla passione di Cristo, realizzate anche da altri pittori quali Palma il Giovane e Paolo Fiammingo. Pensato per la chiesa di Santa Croce di Belluno, il ciclo, di ispirazione controriformistica, è forse il più elaborato del periodo per quanto riguarda la terraferma veneta.
Un’altra tela di notevoli dimensioni è L’Immacolata e i santi protettori della città di Belluno di Antonio Gabrieli, datata 1730-40 ca. Nato e morto a Belluno, questo artista imparò forse a dipingere da autodidatta, ma ottenne comunque un certo riconoscimento da parte dell’élite bellunese e trevigiana, che gli commissionò opere. Nel caso de L’Immacolata, Gabrieli aveva potuto attingere alle suggestioni ricevute in un viaggio a Venezia; non a caso si ritrovano in lui i tratti di Giannantonio Guardi e di Giovan Battista Piazzetta, oltre alle citazioni di Sebastiano Ricci, artista bellunese di nascita, di cui parleremo a breve.
L’impianto della tela è scenografico, le pose esagerate e la luce sembra quasi artificiale, tanto appaiono brillanti i bianchi e gli ori. L’effetto complessivo è tuttavia armonico, per quanto le figure sembrino compresse in uno spazio che le architetture sullo sfondo ignorano, per elevarsi oltre i confini del dipinto, alla maniera di un Tiziano mediato dalla luminosità di Tiepolo.

Profano. Giovanni De Min e Placido Fabris.

Abbandoniamo le rappresentazioni sacre per incontrare le opere di altri due artisti. Se Antonio Gabrieli rappresentava i santi protettori di Belluno, Giovanni De Min riprendeva un evento storico della città. Il dipinto di Ezzelino ricacciato dalle mura di Belluno, datato tra il 1800 e il 1850, rappresenta uno studio per l’affresco della Sala Consiliare per il municipio cittadino.
De Min aveva umili origini, ma le sue capacità gli permisero di accedere all’Accademia di Belle Arti di Venezia, grazie alla protezione della famiglia Falier. Il presidente dell’istituzione, Leopoldo Cicognara, si mosse con Francesco Hayez per garantirgli una borsa di studio a Roma, presso la bottega di Antonio Canova. Dopo aver lavorato in Vaticano, interprete del Neoclassicismo, dipinse anche al Tempio Canoviano di Possagno, in onore al maestro. Trasferitosi a Milano, lavorò in alcuni palazzi nobiliari, le cui opere andarono tuttavia distrutte nei bombardamenti americani della seconda guerra mondiale.
Tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, realizzò alcune delle sue opere migliori, tra cui l’episodio storico che dipinse a Belluno, riferito al lontano 1248, quando Ezzelino III da Romano, signore della Marca Trevigiana, attaccò la città in rivolta. L’affresco che ne derivò mirava a recuperare la cinquecentesca tradizione veneta della pittura murale, in particolare del Pordenone e dell’Amalteo. Il dipinto mette in luce una composizione scenografica, con diversi punti di luce ad animare le scene principali. Sullo sfondo, la città medievale delimita la scena; sfuggono solo le numerose nuvole grigie. La violenza della battaglia è esasperata dai volti contratti e, ancora di più, dallo strazio dei cavalli, la cui espressione sembra quasi umana. Gli sguardi severi dei vivi lasciano spazio al riposo dei morti, piegati su se stessi. Sulla sinistra, troviamo Ezzelino ferito, che tenta di reagire all’attacco subìto: il suo volto sdegnato fa da contraltare all’aria di sfida del suo assalitore, il cui cavallo è però trattenuto da un soldato di Ezzelino, a sua volta colpito. L’intreccio dei corpi fa dunque eco alla sequenzialità dell’azione e dona organicità alla rappresentazione; come nota però Paludetti, «manca invece l’espressività stilistica del colore» [G. Paludetti, Giovanni De Min, Del Bianco Editore, Udine, 1959] e dunque la coerenza è limitata all’aspetto contenutistico.
Pittore, affrescatore e scenografo, Giovanni De Min fu un artista completo. Morì a Tarzo, in provincia di Treviso, nel 1859.

Ritratto dell’abate Giovanni detto Germanico Bernardi di Barbarano di Placido Fabris e Caduta di Fetonte di Sebastiano Ricci

Nello stesso anno, solo due settimane dopo, moriva a Venezia uno dei più significativi ritrattisti veneti dell’Ottocento, Placido Fabris. Si era formato all’Accademia di Belle Arti della città lagunare, distinguendosi nel periodo 1817-1822; ritrattista di vocazione, egli fu anche restauratore di dipinti. Tra i suoi committenti rientrò anche lo zar Nicola I Romanov, che giunse in laguna il 24 dicembre 1845 e chiese al pittore delle copie di Tiziano, segno che fosse apprezzato quale interprete della pittura antica.
A Belluno sopravvive il Ritratto dell’abate Giovanni detto Germanico Bernardi di Barbarano, un olio su tela del 1836. La bravura di Fabris trova un’eco nella sua indagine del passato e del particolare minuzioso. La cura maniacale per il dettaglio lo porta a dipingere una lettera il cui testo è leggibile e di senso compiuto, ma ancora più sorprendenti risultano i panni soffici, il marmo che infonde una vibrante freddezza, le polveri e i pulviscoli che acquistano spessore e tridimensionalità. Ed è facile notare, in tanta enfasi per il dettaglio elegante, il contrasto del volto incavato e l’espressione tanto dignitosa quanto malinconica.

Eroico. Sebastiano Ricci.

In questo scorcio del Museo civico di Belluno, siamo partiti con personaggi sacri, abbiamo proseguito con altri profani e concludiamo, ora, con la mitologia greca. Per farlo, dobbiamo raggiungere l’ultimo piano degli spazi espositivi.
Veniamo accolti da una luce soffusa, che illumina con solennità le tele di Sebastiano Ricci, tra cui la Caduta di Fetonte. Nato a Belluno nel 1659, Sebastiano Ricci è noto per aver contribuito in modo rilevante al passaggio dall’arte barocca a quella rococò. Si formò a Venezia, dove però, per evitare il matrimonio, cercò di avvelenare una giovane che aveva messo incinta. Incarcerato e poi liberato grazie alle sue conoscenze, se ne andò a Bologna; ottenne diverse commissioni da nobili e da religiosi e, infine, sposò la donna che aveva tentato di uccidere, Antonia Venanzio. Ufficiò la messa il futuro papa Innocenzo XII, che divenne un committente. Conobbe poi Ranuccio II Farnese, duca di Parma, che gli concesse una pensione mensile e un soggiorno romano a Palazzo Farnese. Alla morte del suo mecenate, nel 1694, raggiunse Milano e operò in Lombardia e in Veneto.
Artista di respiro europeo, nel 1711 partì per l’Inghilterra insieme al nipote Marco, e realizzò otto tele di soggetto mitologico per la residenza londinese di Lord Burlington, in cui risaltano, tra gli altri, i riferimenti agli affreschi di Annibale Carracci al Palazzo Farnese di Roma. Nel 1716 raggiunse Parigi, dove conobbe Watteau, e due anni dopo era di nuovo a Venezia. Negli ultimi anni lavorò per i Savoia, per la corte viennese e per committenze locali. Si spense nel 1734.
La Caduta di Fetonte del museo bellunese fu forse il frutto di un lavoro realizzato di ritorno da Vienna, e non a caso la scena è una ripresa del soffitto affrescato a Schönbrunn.
[...] La commissione venne probabilmente da Pietro Fulcis, ammesso nel 1702 nell’Ordine di Malta, come cavaliere non professo. Il ciclo pittorico, che includeva stucchi e altri dipinti – tra cui un Ercole al bivio, incerto se seguire la Virtù o il Vizio – si trovava in origine in un’altra stanza di Palazzo Fulcis, forse lo studiolo del committente. In particolare, il Fetonte era situato al centro del soffitto.
J. Daniels (a cura di), L’opera completa di Sebastiano Ricci, Rizzoli, Milano, 1976 | pp. 7, 98
La versione più nota del mito narra che Fetonte raggiunse l’estremo Est per incontrare il dio del Sole, Elio, che era suo padre. Questi gli concesse per un giorno di guidare il carro solare, ma il giovane, non riuscendo a governare i cavalli di Apollo, perse il controllo: così il carro si avvicinò troppo alla Terra, devastandola. Per porre rimedio al disastro, Zeus scagliò un fulmine, che fece precipitare Fetonte nelle acque del fiume Eridano, dove annegò. Il momento rappresentato da Sebastiano Ricci è l’intervento di Zeus. Il padre degli dèi, scosso dall’accaduto, scaglia la propria arma, che si materializza nell’atmosfera elettrica dipinta dall’artista. Fetonte è spodestato dal mezzo, che ha le caratteristiche di un trono regale, e precipita a testa in giù in mezzo ai cavalli. Pur nella disperazione dell’attimo, il suo corpo divino scivola elegantemente verso un cielo azzurro, che anticipa il blu profondo delle acque. Solo uno dei cavalli sembra opporre resistenza alla gravità e il suo corpo si appiattisce sul ventre, come se un’enorme lastra invisibile lo trattenesse nell’aria. Ma è la parte meteorologica a saldare l’armonia del dipinto, in un’alternanza di nuvole e di sereno, nel quale si impone l’autorità del dio, manipolatore degli elementi del cielo.
Il critico Pallucchini definì la tela la «prima prova veramente barocca della pittura veneziana», introducendo una commistione di culture e stili diversi.

Festa a Venezia di Ippolito Caffi

Molte sono le sale e le opere non citate di Palazzo Fulcis.

Ricordo i bronzi cinquecenteschi di Florio Miari, legati a quel Rinascimento affascinato dall’universo pre-cristiano. Ricordo la notevole collezione di spade, in una terra che fu per secoli il fulcro di un’intensa attività estrattiva e produttiva collegata alle lame. E ancora la raccolta di stampe e disegni, tra cui quelli di Giovanni De Min; la Collezione Zambelli, ricca di porcellane; le matrici xilografiche lignee che furono della tipografia bellunese fondata da Simone Tissi, e che mi riportano alla mente il Museo della Stampa di Bassano del Grappa, dedicato alla tipografia Remondini, dove Tissi fece un tirocinio.
Porto però nel cuore, e per questo li ho taciuti, i paesaggi di Ippolito Caffi e di Alessandro Seffer. Vedo una tela spartita tra l’azzurro limpido del cielo e il verde scuro del greto del fiume Piave. Avvicinandomi, noto il colore che vibra sulla superficie consumata e, quasi invisibili, i cacciatori con i loro cani. Sullo sfondo, alcuni centri abitati segnano il confine tra la terra e il cielo, ribadito, ancora più in profondità, dalla linea grigio-blu delle Alpi. Mi congedo da Seffer per abbandonarmi ai paesaggi di Caffi. Mi ritrovo a Venezia; c’è una festa notturna alimentata dai fuochi e dalla luce lunare. Le persone sono ombre o teste senza volto; contano solo gli edifici deformati come se fossero strutture di cartapesta di una scenografia. Più mortifera l’immagine di una Venezia innevata, in cui gli uomini sono ridotti a sagome nere e la neve seppellisce alcuni dettagli, per far risaltare meglio l’ampiezza delle pennellate. Proseguo con la mente e giungo infine in altre terre, prossimo al riposo. Mi ritrovo parte di una carovana nel deserto, pronto per essere accecato dalla luce che sta facendo capolino alle spalle di un obelisco. Forse la memoria devastante di Fetonte riposa ancora tra quelle dune.

Bibliografia

Dove non diversamente indicato, le informazioni sono state tratte dal sito ufficiale dei Musei Civici di Belluno, così come le fotografie delle opere, tranne per i dettagli biografici di Antonio Gabrieli e di Giovanni De Min, ricavati da Treccani.it
AA.VV., Bartolomeo Cincani detto Montagna. Dipinti, ZeL Edizioni, Quinto di Treviso, 2014.
G. Paludetti, Giovanni De Min, Del Bianco Editore, Udine, 1959.
P. Conte, E. Rollandini (a cura di), Placido Fabris pittore 1802-1859. Figure, avresti detto, che avevano anima e vita, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Milano), 2004.
J. Daniels (a cura di), L’opera completa di Sebastiano Ricci, Rizzoli, Milano, 1976.
A. Scarpa, Sebastiano Ricci, Bruno Alfieri Editore, Milano, 2006.

PH Credits

© Musei Civici Belluno
Cristo davanti a Pilato, Domenico Tintoretto
Ritratto dell'abate Giovanni detto Germanico Bernardi di Barbarano, Placido Fabris

Le altre immagini sono di pubblico dominio.
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