Recensione: Martin Eden, di Jack London

Recensione: Martin Eden, di Jack London

Libri Recensione di Davide Dotto. Martin Eden di Jack London (Einaudi | Feltrinelli). L'inquietudine di London, la sua vita stravagante, la tensione autodistruttiva che lo porterà al suicidio.

Chi si avvicina al personaggio di Martin Eden non può che subirne il fascino. È illetterato, selvatico, la sua cultura sono il mare, i sobborghi, le bettole, le scazzottate. Ha un modo di esprimersi sgrammaticato, ma non parla invano. È già poeta dentro, ha storie da raccontare.
Una volta conosciuta la ricca Ruth Morse, prende coscienza della distanza tra quelli come lui e il bel mondo. È il momento del sogno. In Ruth vede la personificazione delle virtù, della bellezza; l’ambiente di cui fa parte rifulge della sua figura, fino a diventare un tutt’uno.
Non è tanto l'ambizione a muoverlo, quanto la concretezza del sentimento che lo lega alla ragazza che ha conosciuto dopo avere difeso il fratello da un’aggressione. Il dialogo tra loro prende avvio da un libro che raccoglie le poesie di Algernon Swinburne (1837-1909), le quali tracceranno con prepotenza la direzione che di lì a poco prenderà la sua vita, fino al tragico epilogo.

Per conversare con Ruth, Martin Eden ha bisogno di esprimersi come si deve.

Studierà con profitto la grammatica che la ragazza gli consegnerà. Irruento e determinato, decide di bruciare le tappe.
Si impegnerà a fondo, lavorerà notte e giorno, non lascerà nulla di intentato. Si affida a Ruth per intraprendere un mestiere che necessita di opportuni strumenti, fino a pendere dalle sue labbra.
Vedete, fare lo scrittore deve essere un mestiere come gli altri. Non che io me ne intenda, ma mi riferisco all'ordine generale. Non potreste mai pensare di mettervi a fare il fabbro, senza passar prima tre anni a imparare quel mestiere, a meno che non ce ne vogliano cinque. Ora, gli scrittori sono tanto più pagati dei fabbri, che debbono esserci molte più persone a cui piacerebbe fare lo scrittore e cercano infatti di farlo.
Jack London, Martin Eden

Il risultato è insperato: Martin Eden è diventato colto, consapevole, meno barbaro.

Tuttavia è anche il momento in cui comincia a porsi domande urgenti e terribili: «Chi sei, Martin Eden. Cosa sei? A che classe appartieni?»
La risposta gli è già stata suggerita da un gruppo di verbosi socialisti e filosofi operai. Se in superficie appaiono rozzi e privi di buone maniere, nel profondo sono vivi e pugnaci.
Martin Eden è come loro. Non un marinaio ma un uomo. Un uomo che vuole emergere così come è emersa, con prepotenza ai suoi occhi, la figura di Ruth.
Ciò che lo lega a Ruth è una relazione tra individui, la classe sociale di appartenenza non riguarda l’essere, piuttosto un certo modo di porsi, la dimestichezza con il vocabolario.
I mondi paralleli (le sue passioni) che Martin frequenta cominceranno ben presto a mostrare le prime crepe.


La scrittura non esige solo la grammatica, l'ortografia, un nutrito lessico, la punteggiatura appropriata, il giusto ritmo del narrato. 

Occorrono anche:
[...] innominabili fanghi dove pullulano desideri e aspirazioni, ricordi più vasti e oscuri di ogni parola, di ogni convenzione
Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto
Il problema di Martin Eden è tutto qui: il mondo letterario e l’ambiente di Ruth sono in grado di accogliere ciò che va oltre le convenzioni e cioè questi innominabili fanghi, il racconto di esperienze vissute? Si è disposti ad accettare il crudo realismo delle pagine di uno scrittore che fotografa il mondo così come lo vede?
Il romanzo di Jack London è di un realismo tardo-ottocentesco, come testimoniano i richiami alle letture di Charles Darwin e del filosofo Herbert Spencer.
Solo che Darwin e Spencer sono dei falsi amici (mi si perdoni il termine). In un primo momento le loro pagine preludono al riscatto a portata di mano, a un’umanità spirituale, consapevole di se stessa.

Dopo apriranno la porta al disincanto, a un determinismo impregnato di rassegnazione, tendente a dimostrare che per Martin Eden non c’è altro destino che quello narrato.

Martin Eden lentamente emergerà, si raffinerà nei modi. Non si accorge tuttavia di allontanarsi una volta di più da ciò che gli appartiene, per raggiungere un approdo che si sbriciolerà al solo toccarlo.
Consapevole della distanza tra lui e il bel mondo (la scrittrice Edith Wharton lo chiamava città della gioia), ignora i pregiudizi e prosegue imperterrito nella direzione che ha tracciato per sé.
La sua è una sicurezza che lo rende ottuso. Le molle e le passioni che hanno ragion sufficiente su di lui sono l'amore che prova per Ruth Morse e la letteratura verso la quale la prima lo muove. Davanti a esse Martin dimostra una fede incrollabile e mal riposta.

L’educazione, la cultura, i libri, la grammatica, sono un di più che si aggiunge a qualcosa che già c’è: all’individuo con la sua storia e la sua voglia di vivere, di reagire, farsi avanti.

Scopre che gli mancano risposte. Quelli del bel mondo, non ne hanno di più di quante ne abbia lui: «In quale nascosto scaffale della mente siano andati a riporre la cultura assorbita».
È tardi quando si rendo di aver assorbito un codice di comportamento non suo, oltre la cultura libresca che si rivelava necessaria per parlare con quelli del bel mondo. Ciò di cui vuole parlare, e soprattutto scrivere, non riguarda i suoi interlocutori.
Scopre una borghesia che manca di iniziativa, ha poche ambizioni, è superficiale e chiusa in se stessa.
La profondità di Martin è d’intralcio, sempre più esasperante.

Martin Eden dà scandalo, col desiderio di vivere della propria scrittura.

L’impegno di Martin è straordinario. Dedica il tempo a impararne i trucchi, trascorre ore nelle sale di lettura, legge e confronta,alla ricerca di una ricetta che consenta anche a lui di vendere racconti, poesie, romanzi.
Vuole capire cos’hanno in più e di meno gli altri. Scopre che molte pagine sono prive di spessore, smorte, senza alcun senso del vero. Ha molte più cose da raccontare, le ha vissute direttamente, ne ha tratto tesoro. Sa di cosa parla. C’è qualcosa in comune con Charles Bukowski che a Senza un soldo a Londra e a Parigi di George Orwell risponde scrivendo Factotum.
Entrambi vogliono raccontare la vita, quella con la V maiuscola.

Prima Martin Eden rappresentava una curiosità, il buon selvaggio. Ora che è munito degli strumenti per esprimersi e rendere comprensibile ciò per cui gli mancavano le parole, spaventa.

Ha raggiunto vette che infastidiscono. È andato oltre e questo non glielo si può perdonare.
Ruth è desiderosa di accoglierlo, di dividere la propria vita con lui, salvo dissipare e annullare l’ascendente che ha su di lei, riportandolo all’ordine, alle convenzioni universalmente accettate. Martin si ribella in modo chiaro e netto.
Obbligami a compiere quei lavori [lavorare in una scrivania, alla contabilità, dedicarsi alla professione legale] obbligami a vivere come gli altri uomini, a compiere il loro lavoro, a respirare l’aria che respirano, ad accettare i punti di vista che accettano, e avresti distrutto la differenza, distrutto la cosa che ami.
Jack London, Martin Eden

Martin Eden non è cambiato: una persona forte, determinata, dai sentimenti profondi. Non sa tuttavia di aver introdotto dentro di sé un veleno destinato ad annientarlo.

Si è sradicato per radicarsi in se stesso, come un albero si svuota nutrendosi della propria linfa.
In agguato opera il disincanto, l’ombra della disillusione: l’arte non è ammessa se non è finalizzata al business, se non produce denaro.
Il mondo letterario non è quello che pensava. E che Ruth è più figlia dei suoi genitori che di se stessa, prigioniera di pregiudizi che si fanno metro di giudizio implacabile: «Gli altri vendono le cose che scrivono. Tu no!»
È caduto in un tranello. Le sue utopie sono crollate e rimane abbattuto dal disincanto che lo avvolge. Il successo letterario che gli arride all’improvviso ha il sapore della sconfitta. Ritorna con prepotenza la domanda iniziale: «Chi sei, Martin Eden. Cosa sei? A che classe appartieni?»


Martin Eden

di Jack London
Einaudi | Feltrinelli
Classico
ISBN 978-8806239794
Cartaceo 12,82€ 
Ebook 2,99€

Sinossi 

Romanzo largamente autobiografico, Martin Eden riflette l'inquietudine di London, la sua vita stravagante, la tensione autodistruttiva che lo porterà al suicidio. Il protagonista è un marinaio americano che finisce casualmente per frequentare il mondo borghese, salotti colmi di libri e fanciulle eteree. Tra l'iniziale timidezza e un'irresistibile attrazione per il nuovo ambiente, Martin Eden dovrà misurarsi con due impreviste passioni: la giovane Ruth Morse e la letteratura. Attraverso sogni delusi e speranze che sfumano, la strada verso la conquista di una fama che si rivelerà effimera sarà costellata dal conflitto tra le sue origini modeste e una cultura che comunque gli è estranea. I propositi di riscatto sociale e l'inclinazione per i miti borghesi del successo e della ricchezza si dilegueranno di fronte alla consapevolezza di una inevitabile alienazione.
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