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Encanto, il sessantesimo film d'animazione della Disney: la recensione

Encanto, il sessantesimo film d'animazione della Disney: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Encanto, il nuovo film d’animazione della Disney: grafica iridescente e ritmi caraibici per raccontare l'amore familiare, il peso delle responsabilità e delle aspettative e l'importanza della condivisione.

Encanto è il sessantesimo classico d’animazione della Disney, uscito nelle sale a novembre – ora disponibile in abbonamento su Disney+ –, diretto da Byron Howard e Jared Bush, che con Zootropolis ha vinto l'Oscar come miglior film d'animazione.
La storia è ambientata in una coloratissima Colombia, lo si apprende dai vestiti tipici, dal cognome della famiglia protagonista, i Madrigal, e dalle musiche coinvolgenti dal ritmo caraibico.

I Madrigal sono la famiglia più importante di un piccolo villaggio cresciuto intorno alla loro casa.

La casa è il dono di una candela magica e della forza d'animo di Abuela – semplicemente, la "nonna" – che rimane sola a crescere tre figli dopo la morte del marito, avvenuta per cercare di salvare la famiglia e un gruppetto di esuli cacciati dalla loro terra da non ben identificati conquistatori – un aspetto che gli sceneggiatori Jared Bush, Charise Castro Smith, Lin-Manuel Miranda non hanno scelto di approfondire. Ma la magia non si limita a porte e piastrelle, anche chi abita la casita sviluppa, nel tempo, dei poteri, o meglio: un talento. Il tutto avviene durante una cerimonia, in cui la o il celebrato deve toccare la maniglia dorata della porta della sua stanza per far scaturire la magia.

Abuela è la custode del potere della famiglia, è questo il suo dono. I suoi tre figli sono i primi a sviluppare un talento.

Julieta – la cui voce in italiano è stata affidata alla doppiatrice originale, l'attrice colombiana Angie Cepeda – riesce a guarire le persone semplicemente facendo loro mangiare i suoi manicaretti, Pepa ha il dono di controllare il meteo col suo umore e Brunosst, «non si nomina Bruno» – può prevedere il futuro. Tra i loro figli: Luisa è dotata di superforza, Camilo – con la voce di Alvaro Soler – può trasformarsi a piacimento in altre persone, Isabela riesce a controllare piante e fiori – e questo fa di lei la "principessa rosa" della famiglia – Dolores ha un super udito e il piccolo Antonio acquisirà all'inizio del cartoon il potere di parlare con gli animali.
E poi c'è Mirabel, che non ha alcun talento.

Pur non avendo alcun talento, Mirabel pare essere quella più innamorata e fiera della sua famiglia, aggrappata al miraggio di ricevere, un giorno, il suo dono.

Cerca in tutti i modi di essere utile, è piena di entusiasmo e ammirazione, fin dalla prima scoppiettante canzone – un carnevale di note sudamericane e colori sgargianti – quando presenta i Madrigal «come gli astri delle costellazioni», perché «ognuno brilla di una luce unica». Ripete spesso che anche lei in qualche modo è speciale, come lo siamo tutti nella nostra unicità. Ma pare essere più una litania appresa dalla mamma Julieta per convincere se stessa, sempre in attesa che il suo talento si palesi perché evidentemente il suo essere speciale non è abbastanza.

Encanto, la locandina
Encanto, il sessantesimo film d'animazione della Disney: la recensione

Encanto

REGIA Byron Howard, Jared Bush
SCENEGGIATURA Jared Bush, Charise Castro Smith, Lin-Manuel Miranda
PRODUZIONE/PRODUTTORE Clark Spencer, Yvett Merino Flores
DISTRIBUZIONE Walt Disney Company
FOTOGRAFIA Geneviève Perron
MUSICA Germain Franco, Lin-Manuel Miranda
ANNO 2021

DOPPIATORI ITALIANI
Margherita De Risi, Franca D'Amato, Nanni Baldini, Ilaria De Rosa, Angie Cepeda, Alessia Amendola, Diana Del Bufalo, Luca Zingaretti, Álvaro Soler, Renata Fusco

In prima battuta, il messaggio fuorviante, o forse triste riflesso della realtà, è che la diversità è accettata solo quando è un talento.

A parte i genitori, il resto della famiglia vede Mirabel più come un elemento di disturbo, che può rovinarne la loro immagine agli occhi della comunità, che dai Madrigal si aspetta sempre lo straordinario. E se la diversità non è straordinaria ma è semplice unicità – come può esserlo nella visione edulcorata tutta «cup cake e arcobaleni» (Trolls) della Disney far indossare un paio di occhiali alla protagonista –, allora non c'è posto nemmeno in una foto di famiglia.
Eppure, la cosa che rende veramente speciale una persona di talento è mettere il suo dono al servizio della comunità. Così come, nel tempo, ha sempre fatto la famiglia Madrigal, risolvendo piccoli e grandi problemi o dispensando consigli. E per far questo, non basta un talento che riassesta la parete di una casa, fa ricoprire di fiori un deserto o spuntare il sole, servono empatia e condivisione.

Nell'ambientazione alla Gabriel Garcia Marquez di Encanto la famiglia riveste evidentemente un ruolo primario.

Ruota in essa una varietà di personalità che però non vengono sviluppate tutte allo stesso modo nel corso della narrazione. Ad alcuni personaggi sono stati riservati solo alcuni momenti, un paio di elementi slapstick e nulla più. Ad altri è stata data quadrimensionalità, dedicando loro sequenze musicali particolarmente coinvolgenti e risvolti narrativi fondamentali.
Questo, anche se rende il tutto incompleto, probabilmente è una scelta mirata per far spiccare un ulteriore tema della pellicola animata.

Pepa, Luisa, Isabela, l'innominabile Bruno: il peso delle responsabilità e delle aspettative.

Ognuno dei personaggi è schiavo del proprio talento, dietro al quale, in particolare nei personaggi di spicco, si cela una commovente fragilità, il desiderio di compiacere gli altri arrivando a mettere le aspettative del prossimo davanti a quello che li rende davvero felici, costretti a un benessere solo di facciata. 
Bruno è investito di un'enorme responsabilità che arriverà a fagocitarlo e ricoprire di sabbia il suo stesso talento, come se la previsione degli eventi equivalesse a causarli. Da Luisa tutti si aspettano che sia forte e disponibile, perché tutti contano su di lei, da Pepa che non palesi mai emozioni negative, altrimenti si scatenano tempeste, da Isabella che sia "rosa", delicata, bella e che si sposi con un buon partito – a pensarci bene, è quello che troppo spesso si pretende dalle donne, i tre aspetti insieme da un'unica persona, che anche questo sia un messaggio del cartoon?

Encanto è un'esplosione di colori e note raccontati con una perfezione grafica al pari della Pixar.

Ogni scena del film è energica, intensa, i movimenti sono frutto di un montaggio sincopato. Fin dall'inizio il dettaglio sul singolo elemento scenico, che sia un capello o una foglia, è sbalorditivo. L'espressività dei personaggi non ha nulla di artificioso. Si nota il progresso tecnologico dell'animazione Disney, oltre a quello narrativo in termini di rottura con gli stereotipi del passato – processo iniziato già qualche anno fa.
La cura nel rendere l'ambientazione fino all'ultimo ricamo o elemento naturale è amplificata dalla colonna sonora di Germain Franco e soprattutto di Lin-Manuel Miranda, sceneggiatore e attore di musical, che ha già curato le canzoni ci Oceania e Il ritorno di Mary Poppins.

La struttura narrativa scricchiola nel finale, un po' debole e artefatto, quasi scontato. Ma si riesce comunque a trarne un messaggio importante.

Forse complice l'assenza di un vero villain, i contrasti vengono interiorizzati e Mirabel si ritrova a combattere con se stessa, sospesa tra il desiderio di essere protagonista della sua famiglia al pari degli altri e il presagio di esserne la rovina. Così come accade a tio Bruno. Che poi sono quelli che più degli altri tengono alla "salute" dei Madrigal, gli unici preoccupati di saldare le crepe della casita e di chi la abita. Perché Encanto non è un racconto egoriferito, la vera protagonista è la famiglia, anzi: l'amore verso la famiglia, di più, verso la comunità. E forse la chiusura del cerchio nel finale è quella che lo salva dalla sua banalità: Mirabel, che come sua nonna Abuela non ha un talento palese, in realtà è la sua naturale erede, quella che tiene unite le individualità sotto un'unica egida, la custode della magia. E lo fa andando oltre il dolore e la sofferenza che hanno animato Abuela nel tempo, ottime fondamenta per una casa ma non sufficienti a costruire davvero. Mirabel, invece, ricostruisce con serenità e speranza, aggiunge, per così dire, alle macerie il filtro iridescente delle lenti che porta sul naso.
E lo fa senza apparente talento, semplicemente tenendo per mano la sua famiglia e l'intero villaggio. Perché quello che si dà agli altri torna sempre indietro, quando meno te lo aspetti. E il vero talento da preservare è la condivisione.




Stefania Bergo
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