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[Cinema] "Rosso Istanbul", recensione di Sara Cancellara

[Cinema] "Rosso Istanbul", recensione di Sara Cancellara

Cinema-Rosso-istanbul-recensione



Rosso Istanbul

REGIA Ferzan Özpetek 
PRODUZIONE Gianni Romoli, Tilde Corsi, Necati Akpinar, Zumrut Arol Bekce
DISTRIBUZIONE 01 Distribution 
SCENEGGIATURA Gianni Romoli, Ferzan Özpetek, Valia Santella 
MUSICHE Giuliano Taviani, Carmelo Travia
ANNO 2017

CAST
Halit Ergenç, Nejat Isler, Mehmet Günsür, Çiğdem Selışık Onat, Tuba Büyüküstün, Serra Yılmaz, Zerrin Tekindor, Ayten Gökçer, İpek Bilgin





"Rosso Istanbul" di Ferzan Ozpetek. Il fascino di Venezia, città labirinto e città d'acqua. Il rosso dell'attesa, dell'amore. Dei vecchi tram fiammanti della sua Istanbul.

Si fa un giro in gondola per cercare misteri mai risolti, segreti di famiglia mai svelati. Alcune risposte arrivano tardi o forse non arrivano mai. Alcune risposte invece vanno sciolte con dolcezza.
"Rosso Istanbul" è un braccio di mare dove chiudere gli occhi al sole e lasciare parlare il corpo.
È il rosso desiderio.
Rosso seduzione.
Rosso antidoto all'oblio.
Rosso amore. Amore incompiuto, che poteva essere e non è stato.
È rosso di Venezia.
Rosso stato d'animo.
Rosso sogno.
Ma che cos'è ancora il rosso?, mi sono chiesta. Ho continuato così ancora a pensare e nel "mio rosso" ho messo anche l'immaginario, quello che non vedo, che mi sembra di vedere ma che poi non vedo così bene come vorrei.
Il rosso dell'attesa.
Il rosso di Ozpetek è un po' tutto questo e molto di più. Perché il suo rosso, in certi tramonti sul Bosforo, riesce persino a fondersi con il blu.
La sua Istanbul non è in bianco e nero come il Nobel Orhan Pamuk raccontava anni fa. E non è nemmeno come quella vecchia cartolina col bordo smerlato che sfila da un libro di suo padre, dove Istanbul è ritratta come città della malinconia e dell'hüzün, quel sentimento che si trova a metà tra tristezza e nostalgia.
La sua Istanbul è il rosso fiammante dei vecchi tram. Ne è rimasto solo uno che attraversa il cuore della città con i suoi turisti.
È il rosso dei carrettini dei venditori ambulanti delle ciambelle calde ricoperte di sesamo.
È il rosso dello smalto sulle unghie di sua madre.
Rosso è Yusuf, il suo primo amico e primo amore. Innamorarsi. Imparare a crescere e a diventare uomini. Questo era stato e sarà Yusuf per Ozpetek. Yusuf come l'Antinoo, morto suicida giovanissimo decantato dall'imperatore Adriano che fece scolpire la sua bellezza in una decina di statue, così che ne rimanesse memoria nei secoli, fino a noi. Amore eterno, immutato nei ricordi.
Rosso è Neval. Il suo più grande amore dopo Yusuf. Una donna. Perché l'amore non fa differenze. Capelli neri e la ribellione negli occhi. Solo che Neval è restata. Ferzan no. E questo amore si è fermato lì, nel territorio del possibile.
Rosso miraggio.
Rosso come essere felici.
Rosso come passato.
Rosso come un posto che esiste dentro di noi. Ed è lì che dobbiamo provare a cercarlo. Senza forse nemmeno partire, muovendoci da fermi. La nostra, di storia, semplicemente va raccontata.





Sara Cancellara
Lucana di origine, studi classici alle spalle ed educatrice scolastica vive a Torino. Si pone mille domande al giorno alle quali non è sempre in grado di rispondere. Il cinema è la sua seconda casa. Adora Firenze. Ama l'arte, la letteratura e i viaggi, quelli reali e quelli che i libri meravigliosi le permettono di realizzare ogni volta che li ha tra le mani.
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[Cinema] "La la land", recensione di Sara Cancellara

[Cinema] "La la land", recensione di Sara Cancellara

La-la-land-recensione


La la land

REGIA Damien Chazelle 
PRODUZIONE Fred Berger, Gary Gilbert, Jordan Horowitz
DISTRIBUZIONE 01 Distribution 
SCENEGGIATURA David Wasco 
MUSICHE Justin Hurwitz
ANNO 2016

CAST
Ryan Gosling, Emma Stone, John Legend, J. K. Simmons, Rosemarie DeWitt, Finn Wittrock, Sonoya Mizuno, Jessica Rothe, Callie Hernandez, Tom Everett Scott, Damon Gupton, Josh Pence, Jason Fuchs, Miles Anderson






L'amore canta La La Land. Un musical che ci porta indietro nel tempo, tra stelle, nostalgia e sogni.

Dove siamo? 
Sulle freeway di Los Angeles. 
Consiglio: staccate tutto! Siamo al cinema sì. Ma questa volta è un po' diverso. 
Avete appena acquistato un biglietto speciale per sogni illimitati. Dimenticatevi tutto il resto. Entrate. Sedetevi comodi.
Adesso ci sono loro. Mia e Sebastian.
Ma quanto sono belli insieme? 
Sono belli, sì. Bellissimi. Come Fred Astaire e Ginger Rogers. Come Humphrey Bogart e Lauren Bacall.
È che, un giorno, gli acquerelli tutti insieme hanno deciso di fare un po' di confusione, di mescolarsi. Il giallo e il blu, l'azzurro e il bianco, l'arancione e il viola. E così sono apparsi Mia e Sebastian. 
Sgargianti. Pieni di luce. 
Lei con due occhi grandissimi con una grande passione. La recitazione.
Lui. Ecco. Lui ricorda tanto James Dean di Gioventù Bruciata. Ma, e dico ma, il suo cuore balla solo a ritmo di jazz. Camaleontico. Coinvolgente. Malinconico.
Una corsa.
Uno sguardo. Uno sguardo negli occhi.
Una voce che dice.
Non importa dove andrò. Tutto quello che voglio è questo sentimento folle.

Emma-Stone-Ryan-Gosling

Una danza. 
Una voce.
Sarò qui. Saremo qui.
Ma allora è proprio vero che gli amori più grandi non conoscono ostacoli? Che gli amori più grandi si riconoscono subito? Nascono così. Nessuno si fa troppe domande. Semplicemente nascono. 
Uno sguardo. Basta questo. 
L'amore canta La La Land.
Perché quando siamo innamorati, siamo inconsciamente sospesi tra sogno e realtà. Siamo su una di quelle nuvole in aria. Galleggiamo. 
Siamo la tastiera del pianoforte di Sebastian. Partoriamo melodie. Uniche e per questo speciali.
Siamo un'opera d'arte. Non abbiamo bisogno di metterci in posa o di imbellettarci dalla testa ai piedi. 
Brilliamo. Così spavaldamente felici.
E La La Land è un film che brilla di una luce nuova, tutta sua, che ci abbaglia, ci rapisce. 
Allora, i sogni, dove vanno a finire ?
Forse ci eravamo un po' scordati di tutta questa magia. Forse un film così non lo vedevamo da anni. O forse un film così è unico nel suo genere. Perché, per quanto ci possa riportare indietro, tra baci vintage e passi di tip tap, La La Land è una di quelle stelle che cercheremo sempre di notte quando ci sentiremo felici e un po' maledettamente nostalgici.





Sara Cancellara
Lucana di origine, studi classici alle spalle ed educatrice scolastica vive a Torino. Si pone mille domande al giorno alle quali non è sempre in grado di rispondere. Il cinema è la sua seconda casa. Adora Firenze. Ama l'arte, la letteratura e i viaggi, quelli reali e quelli che i libri meravigliosi le permettono di realizzare ogni volta che li ha tra le mani.
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[Libri] "L'imperfetta" di Carmela Scotti, finalista al Premio Italo Calvino, recensione di Sara Cancellara

[Libri] "L'imperfetta" di Carmela Scotti, finalista al Premio Italo Calvino, recensione di Sara Cancellara

Recensione-L-imperfetta-Carmela-Scotti

L'imperfetta di Carmela Scotti, Garzanti Libri, 2016, finalista al Premio Italo Calvino.  In una Sicilia magica, luogo di leggende e tradizioni, la storia di una nuova Antigone, una ragazza coraggiosa e (troppo) sola.


Finalista al Premio Italo Calvino, il romanzo di Carmela Scotti, "L'imperfetta", è uno di quei libri che sembrano appartenere alla tradizione orale, come l'Iliade o l'Odissea. Una nuova Antigone, tutta siciliana, discende negli inferi e trova la libertà.
Cado finché tocco la terra con i piedi scalzi, e per un po' mi sembra che la terra non sia terra, ma acqua, che io debba attraversarla e continuare a scendere. Che forse mi sarà concesso il mare.
Catena viene calata nella fossa e cade così a lungo che le sembra di sognare. Allarga le braccia e le chiude. Le pareti del pozzo si fanno aria che diventa voce. La voce di suo padre.
Il padre di Catena sa leggere, scrivere e creare le medicine con le erbe del campo. Sa tutto quello che sua madre, donna Agata, gli ha insegnato. Lei teneva i suoi libri in un grosso baule, lontano dal fumo del camino e dal rumore. E quando la sera veniva il silenzio, li mostrava ai suoi figli, perché imparassero il significato dei segni d'inchiostro. 
La storia di Catena è ambientata in una Sicilia che sembra quasi magica, un luogo pieno di leggende e tradizioni.


La Sicilia è la terra di Carmela. Carmela Scotti. 

Una terra che anche se lontana è sempre con lei. Una terra che è presente nelle cose che fa e che pensa. Tutto quello che Carmela scrive prende forma dai paesaggi, dagli odori, dalla luce accecante del sole di questa terra che sa di essere bellissima ma anche spietata. La Sicilia è quella terra dove, per i suoi contrasti fortissimi, c'è il terreno più fertile per fare crescere delle storie vive. 
Carmela dopo la perdita di suo padre cerca di rendere dolce il dolore che sente. Lei lo trova così. Scrivendo la storia di Catena. Poi la sua Sicilia le viene in aiuto. 
Dormiamo per non sentire l'inferno di fuori, piegate nei sogni, dal sonno protette. A svegliarci è il rumore arrugginito della porta, il cardine di ferro spalancato che sembra il grido di un moribondo. 
Il soffitto della cella sembra quasi schiacciare Catena. Un raggio di sole sembra quasi cadere per sbaglio.
Succede che, un giorno, questo raggio di sole decida di posarsi in un angolo dove la giovane Catena dorme. Ma Catena durante la notte gli occhi non li chiude. Solo di notte la giovane Catena li apre. Perché nel buio può inventare storie e portare in vita tutto quello che le manca. Allora non può essere diversamente. Quel raggio di sole era suo padre.
Bruciata la carne, di me non rimane che vento. Leggera me ne sono andata nel cielo di Palermo, e non ho avuto bisogno di dita per afferrare le stelle. 

Un rifugio nel bosco, tra rami, foglie e libri.

Come Antigone, quando decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, contro la volontà del nuovo re di Tebe Creonte, viene condannata a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta, così Catena, figura scomoda, è destinata alla morte. Come Antigone, Catena è attorniata da Creonti incapaci di ascoltare voci che annunciano un ideale più grande della nostra persona.
Adesso mio padre è con me, profumo e aria, insieme a tutti i morti, così tanti che non si vede l'azzurro. 
Il cuore rallenta. E restano le parole. Parole a cui aggrapparsi. Parole che si ripetono ad alta voce. Catena così faceva la notte. Per tutto il tempo ripeteva le parole. Catena di parole. Parole tese, aspre che tendono al mare e alle stelle. 
Stelle lucide come la lama del coltello quando l'arrotino l'accarezza. 

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L'imperfetta

Per Catena la notte è sempre stata un rifugio speciale. Un rifugio tra le braccia di suo padre, per disegnare insieme le costellazioni incastonate nel cielo, imparare i nomi delle stelle più lontane e delle erbe curative, leggere libri colmi di storie fantastiche. Ma da quando suo padre non c'è più, Catena ha imparato che la notte può anche fare paura e può nascondere ombre oscure. L'ombra delle mani della madre che la obbligano al duro lavoro nei campi e le impediscono di leggere, quella degli occhi gelidi e inquieti dello zio che la inseguono negli angoli più remoti della casa. Le sue sorelle sembrano non vederla più, ormai è la figlia imperfetta e il ricordo del calore dell'amore di suo padre non basta a riscaldare il gelo nelle ossa. 
Catena ha solo quindici anni quando decide che non vuole più avere paura. E l'ultima notte nella sua vecchia casa si colora del rosso della vendetta. Poi, la fuga nel bosco, dove cerca riparo con la sola compagnia dei suoi amati libri. È grazie a loro e agli insegnamenti del padre che Catena riesce a sopravvivere nella foresta. 
Ma nel suo rifugio, fatto di un cielo di foglie e di rami intrecciati, la ragazza non è ancora al sicuro. La stanno cercando e per salvarsi Catena deve ridisegnare la sua vita, la vita di una bambina che è dovuta crescere troppo in fretta, ma che può ancora amare di un amore forse imperfetto, ma forte come il vento.

di Carmela Scotti | Garzanti Libri | Narrativa
ISBN 978-8811688464  |  cartaceo 12,67€ Acquista | ebook 9,99€


Sara Cancellara
Lucana di origine, studi classici alle spalle ed educatrice scolastica vive a Torino. Si pone mille domande al giorno alle quali non è sempre in grado di rispondere. Il cinema è la sua seconda casa. Adora Firenze. Ama l'arte, la letteratura e i viaggi, quelli reali e quelli che i libri meravigliosi le permettono di realizzare ogni volta che li ha tra le mani.
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[Cinema] "La casa delle estati lontane", recensione di Sara Cancellara

[Cinema] "La casa delle estati lontane", recensione di Sara Cancellara




LA CASA DELLE ESTATI LONTANE
Shirel Amitaï REGIA
En Compagnie Des Lamas, France 2 Cinéma, Centre National de la Cinématographie (CNC) PRODUTTORE
Shirel Amitaï SCENEGGIATURA
2016 ANNO
Reno Isaac MUSICA

CAST
Géraldine Nakache, Yaël Abecassis, Judith Chemla, Arsinée Khanjian, Pippo Delbono, Makram Khoury







Che come ti conosce lei nessun altro ti conosce perché tra le sue mura ti ha visto crescere. La casa delle estati lontane che ha conservato intatti i tuoi ricordi.
I tuoi segreti.
E mentre tu giravi il mondo e rincorrevi i tuoi sogni, lei immobile stava lì ad aspettarti, invecchiando ma restando sempre bella come una volta.
Ci aspettano in silenzio, le case delle estati lontane, perché sanno che da loro, prima o poi, si ritorna.
Il legame con la propria terra è il legame più forte. Che non si può spiegare. Perché le case delle estati lontane sono calde. Sono eternamente nostre.



"La casa delle estati lontane", la commedia drammatica, surreale, della regista franco-israeliana Shirel Amitaï, una preghiera leggera e gioiosa per la pace tra israeliani e palestinesi.

Siamo nell'ottobre del 1995.
Darel, Calì e Asia tornano nel loro paese nativo Atlit, una piccola città costiera a sud di Haifa in Israele, per vendere la casa ereditata dai loro genitori. Tornano nel loro giardino e camminano a piedi nudi. Si raccontano. Si confrontano. Devono decidere se tenere o no quella casa che un tempo le ha viste innamorarsi con la spensieratezza che solo gli adolescenti hanno. Quella spensieratezza che forse non si dovrebbe mai perdere. Perché ci suggerisce scelte che, giuste o sbagliate, partono da dentro e seguono l'istinto, o meglio il cuore.
La regista Shirel Amitaï ci regala una pellicola vivace e gioiosa, dove ancora tutto è possibile. Come lo stesso Rabin, Primo Ministro israeliano, pensava prima della sua uccisione.
Ancora tutto è possibile.
Perché la pace non è poi cosi lontana.
Perché i conflitti possono essere messi a tacere.
Perchè di Israele e Palestina forse si può parlare anche non in termini di guerra.
Perché esiste una parte nel mondo dove la pace esiste, come in quella casa lontana d'estate dove il tempo si è fermato e che ha imparato a seguire solo una voce. Quella più innocente e primitiva che conduce alla vera libertà.





Sara Cancellara
Lucana di origine, studi classici alle spalle ed educatrice scolastica vive a Torino. Si pone mille domande al giorno alle quali non è sempre in grado di rispondere. Il cinema è la sua seconda casa. Adora Firenze. Ama l'arte, la letteratura e i viaggi, quelli reali e quelli che i libri meravigliosi le permettono di realizzare ogni volta che li ha tra le mani.

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[Cinema] "Il piano di Maggie", recensione di Sara Cancellara

[Cinema] "Il piano di Maggie", recensione di Sara Cancellara



IL PIANO DI MAGGIE
Rebecca Miller REGIA
Bonnie Arnold, DreamWorks Animation, Mad Hatter Entertainment, Vertigo Entertainment PRODUTTORE
Rebecca Miller SCENEGGIATURA
2016 ANNO
Sam Levy FOTOGRAFIA
Michael Rohatyn MUSICA

CAST
Ethan Hawke, Julianne Moore, Greta Gerwig, Maya Rudolph, Fimmel, Bill Hader, Jackson Frazer, Alex Morf, Wallace Shawn, Sue Jean Kim, Fredi Walker-Browne, Mina Sundwall





"Il piano di Maggie", la commedia brillante di Rebecca Miller, tratta dal libro di Karen Rinaldi “A cosa servono gli uomini”, distribuita nelle sale da Adler Entertainment dal 30 giugno

Maggie Hardin vorrebbe vivere una vita etica e vera. Maggie Hardin vorrebbe vivere nella sincerità. Lei non è come tutte le altre. Lei si sente uno spirito totalmente diverso.
L'attrice Greta Gerwig è felice di interpretare questo personaggio. Felice perché Maggie è piena di difetti, di complessità, ed è così schiettamente ingenua.
Maggie e l'incerta sconclusionata vita. Che a volte questa vita se ti sfugge di mano non sai più come muoverti. Allora Maggie mette in atto i suoi piani, per sentirsi un po' al sicuro. Sempre per quella solita storia. Quella di vivere nella sincerità. Ma ci sono cose che sfuggono al controllo. E fare dei piani diventa una cosa inutile.
Così a New York quando incontra Guy, un compagno del college prende la sua decisione. Sarà Guy il futuro padre del bambino in provetta. Perché Maggie ha il suo piano. Quello di diventare una mamma e avere un bambino da sola.
Maggie Maggie.
Pianifica, pianifica. Ma...
Quando incontra John, professore colto e sensibile, aspirante scrittore finisce per innamorarsene. Perché forse anche John è un po' come lei. Amore e disamore. Disamore e amore. Legato a una moglie, insegnante universitaria danese, algida statua marmorea che in nome della carriera trascura la famiglia, si ritrova a cannibalizzare il suo matrimonio nel libro che spera un giorno di riuscire a pubblicare. Da esperto antropologo, Prospettive Fictocritiche delle Dinamiche Familiari e le Maschere nella Moderna Famiglia, dall'età vittoriana ai Tempi Presenti, John nella vita di tutti i giorni si ritrova invece più confuso e spaesato delle sue lezioni che cercano di mettere ordine nella vita, che classificano e si affannano a spiegare i comportamenti dell'uomo.
C'è un po' di Maggie in John e un po' di John in Maggie. A parte una cosa. Forse la più importante che ne fa la differenza. La menzogna. Maggie non mente. E mette tutto in discussione. A volte anche fino all'esasperazione.
Maggie lo capisce da sola. L'amore non si pianifica. La vita non si pianifica. Le famiglie si possono allargare. Amore e disamore. Disamore e amore.


Rebecca Miller, la regista porta sul grande schermo una nuova eroina che ci ricorda tanto la Emma di Jane Austen. Intelligente e indipendente che sa trovare la felicità dalle piccole cose senza sforzarsi di ricercare quelle più grandi. Maggie, come Emma, è piena di se stessa. E non perdonerebbe ad un uomo di avere più musica che amore, più orecchio che occhio, una sensibilità più acuita per i bei suoni che per i bei sentimenti. Maggie è la prova che le donne sono perfettamente in grado di sentire le ragioni del cuore. E al cuore si sa, non si può mentire.





Sara Cancellara
Lucana di origine, studi classici alle spalle ed educatrice scolastica vive a Torino. Si pone mille domande al giorno alle quali non è sempre in grado di rispondere. Il cinema è la sua seconda casa. Adora Firenze. Ama l'arte, la letteratura e i viaggi, quelli reali e quelli che i libri meravigliosi le permettono di realizzare ogni volta che li ha tra le mani.

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Recensione: Ovunque tu sarai, di Fyoli Bocca

Recensione: Ovunque tu sarai, di Fyoli Bocca

Non so ancora rispondere alla domanda che mi pongo da parecchio tempo. Siamo noi a scegliere i libri o sono i libri che scelgono noi? 
Perché, quando ho preso questo libro cercavo una storia d'amore, cercavo le parole più belle che mi potessero portare lontano, cercavo un sogno. E in questo libro l'ho trovato. Era lì, su quello scaffale insieme a tanti altri libri, ma gli altri non li ho proprio considerati, in quel momento. Eccolo, aspettava me.

Ovunque tu sarai non può che parlare d'amore, ho pensato. Dietro quel “tu” ci sarà l'impossibile. Dove si nasconde quel “tu” e dove si trova, soprattutto? 

Prendo il libro. La copertina dice poco. Ma io sono curiosa e leggo la prima pagina, con la speranza che l'inizio mi rapisca tantissimo. È proprio lui. Si l'ho trovato. 
Fioly Bocca con il suo romanzo d'esordio mi regala quel sogno che io cercavo da tempo. Una storia d'amore bellissima, che non cade mai in frasi dette e stradette. Il suo stile è unico, semplice, e arriva subito al cuore. I personaggi prendono forma pagina dopo pagina e sono diventati subito miei. 
Anita, la protagonista è deliziosa. Cresciuta sulle Dolomiti sa di montagna. Vive a Torino e lavora in un'agenzia letteraria, ma questo non la gratifica. Nè la sua storia con Tancredi, il suo fidanzato, spesso assente, apatico e non propenso a un matrimonio o qualcosa di serio con lei. 
Alice è la sua amica con cui divide l'appartamento. Alice, a differenza di Anita, sa di mare. Lei è una creatura marina e fluttua come un pesce lucido nelle acque calme di un lago tropicale. 
Anita no. Lei è molto diversa da Alice. Per questo si sono piaciute; per essere così simili e diverse. Anita finge di sorridere alla vita. È difficile ma lo fa, anche davanti a una mamma molto malata. “Va tutto bene mamma”. Le lettere che le manda all'ospedale sono lettere felici. Tancredi, spesso e volentieri, non torna a casa. Anita è sola, ma alla mamma non lo dice. 
Tancredi è qui con me che sta dormendo. Tu cerca di guarire, però, che ho bisogno di te. 

La parte epistolare (le lettere di Anita alla mamma) è la parte più straziante del libro. 

L'amore di una figlia per una mamma che sta per andarsene è grande. È qualcosa di unico e raro come il ricordo della mamma giovane che le raccontava da piccola la favola della fata Evelina, che battezzava le cose che incontrava per la prima volta. È nel nome il senso della storia. “Ho bisogno di te mamma”. Non c'è nulla di più puro e prezioso dell'amore di una mamma per i propri figli e, a quell'amore, Anita si aggrappa con tutte le sue forze e non vuole credere alla storia dei medici che parlano di morte. 
Morte? Mamma non può lasciarci. Mamma sta bene. Ho bisogno di lei. Ho bisogno del suo amore. Perché l'amore di una mamma ci avvolge e ci fa sentire al sicuro. Anita soffoca le emozioni. Se deve piangere non lo fa. Se vede contestare qualcosa resta in silenzio. 

Gli occhi azzurri esotici di Arun, un passeggero che incontra sul treno diretto a Torino, hanno qualcosa di speciale. Qualcosa di grande a cui si può cedere senza chiedersi perché. 

Qualcosa che la indurranno a seguirlo senza pensarci troppo, senza farsi troppe domande. È così che va la vita, forse. La vita è un insieme di segni e coincidenze. E se si riescono a cogliere al volo, possono portarci là dove è il nostro posto. Arun è l'amore che cerchiamo. L'amore che ci rende leggeri. Che ci fortifica. Che ci fa sentire vivi. Arun vuol dire luce del mattino. Anita segue quella luce. Segue il suo est. L'est di Arun. Perché senza di lui, il sole non nasce. 
E voi lo avete trovato il vostro Arun? Credetemi, davvero! Anche la donna più scettica, al riguardo, potrà cambiare idea e credere nella magia di un incontro. La vita è così. Piena di sorprese. Basta solo coglierle.


Anita vive da tanti anni a Torino ma è cresciuta sulle Dolomiti, dove l’aria trasparente profuma sempre di legno e di terra, e dove negli ultimi tempi è costretta a tornare a causa della terribile malattia di sua madre, che peggiora ogni giorno di più. 
È giusto mentire per proteggere chi ami? 
Anita decide di sì e ogni sera, quando si mette al computer per scrivere l’e-mail della buonanotte a sua mamma, racconta un sacco di bugie. Non le dice che il lavoro all’agenzia letteraria non le piace per niente, né che il suo fidanzato, Tancredi, è distratto, assente e certo non muore dalla voglia di fare piani concreti. Anzi, Anita descrive i preparativi per le nozze, immagina la chiesa del paese addobbata di fiori e i bambini che verranno.
Finché un giorno, sul treno che la riporta a Torino, ogni finzione crolla di fronte agli occhi esotici di Arun, due occhi profondi che sanno guardare davvero, e a cui basta un istante per leggere tutta la tristezza di Anita. 
Ma chi è questo scrittore per bambini che ama il mare d’inverno? E perché, anche se vuole tenerlo lontano, qualcosa la riporta insistentemente a lui? 
Struggente e drammatico, pieno di speranza e di gioia, Ovunque tu sarai è un romanzo sul potere magico di un incontro, quando lo sguardo di uno sconosciuto ti rivela che niente è per caso.





di Fyoli Bocca | Giunti Editore | Narrativa 
EAN 9788809802407 |cartaceo 12,00€ | ebook 6,99€



Sara Cancellara
Lucana di origine, studi classici alle spalle ed educatrice scolastica vive a Torino. Si pone mille domande al giorno alle quali non è sempre in grado di rispondere. Il cinema è la sua seconda casa. Adora Firenze. Ama l'arte, la letteratura e i viaggi, quelli reali e quelli che i libri meravigliosi le permettono di realizzare ogni volta che li ha tra le mani.
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Recensione: My little China girl, di Giuseppe Culicchia

Recensione: My little China girl, di Giuseppe Culicchia

Libri Recensione di Sara Cancellara. My little China girl di Giuseppe Culicchia (Allacarta).

Se provate a sbirciare la biografia di Giuseppe Culicchia, la troverete essenzialmente ironica. Per tutte le superiori passa il tema in classe al compagno di banco in cambio del compito di matematica, esame di maturità compreso. Purtroppo non conosce il norvegese, altrimenti avrebbe fatto di tutto pur di tradurre Knut Hamsun. Piccolo sogno nel cassetto ahimè. Ogni anno a Ferragosto guarda Il sorpasso. Desidera essere sepolto a Marsala. Non subito, però.
Ecco i suoi libri sanno di questo. Hanno un sapore speciale. Lo puoi distinguere tra mille, Culicchia sa distoglierti da tutto pur parlando di quel tutto. Ti mette il buon umore addosso, ti parla di un Walter Benjamin come se fosse il tuo vicino di casa e tu che leggi ne sai talmente tanto adesso che inizi ad avere uno di quei flussi di coscienza, dove le parole iniziamo a ribellarsi e a incrociarsi tra di loro e tu le metti in ordine e ne esci indenne e sei soddisfatto, e così facendo hai anche un bel sorrisone sulla bocca.
E di conseguenza diventi più spavaldo e baldanzoso. Hai come l'impressione di sentirti un piccolo Culicchia in provetta con un cervello da megalomane che ignoravi di avere, o che forse ti illudi di avere. Ma poco importa. Tu ci credi talmente tanto che non pensi più a nulla. Ormai ci sei dentro. Sei nel mondo culicchiano ed è difficile, molto difficile uscirne una volta che ci entri, perché ne rimani semplicemente affascinato.

My little China girl è il suo ultimo gioiellino, pubblicato da Allacarta, una collana in cui scrittori contemporanei raccontano le città del mondo attraverso il cibo.

Culicchia, questa volta, se pur solo in apparenza, si stacca da Torino, città in cui vive  e su cui ha scritto molto, anzi moltissimo, per portarci in Cina, a Pechino e vi posso assicurare che ci riesce alla perfezione. Alla fine del libro, ho avuto davvero la sensazione di essere stata in questa grandiosa città e di aver visto con i miei occhi i posti menzionati, dalla Grande Muraglia al Palazzo d'Estate e la Torre del Tamburo.
Alla cena con le Autorità del Turismo c'ero anche io. Ebbene sì, ho avuto il privilegio di avere a disposizione ogni pietanza della cucina cinese davanti a me, su una tavola immensa. Io se fossi in voi i ravioli non li prenderei . Davvero li eviterei. Poi fate come vi pare. Cosa dice una tradizione a riguardo ? Beh, lo scoprirete. Io vado sul sicuro, anche se poi sicuro forse non è. Cosa non mangiano i cinesi!
Eppure non si può rimanere a stomaco vuoto in terra straniera. Fate come Culicchia. Mangiate e sorridete. Anche i cinesi lo fanno. Quando mangiano, quando vanno in bici per Pechino. Sorridono. Sorridono sempre. Voi sorriderete centoquaranta volte perché centoquaranta circa sono le pagine di questo libro. Un libro che si legge tutto d'un fiato. Culicchia ha il suo modo semplice e diretto di dire le cose e di raccontare che lo segui subito con curiosità e voglia di sapere. Non si può negare che Culicchia sia un autore brillante e simpatico, con una parlantina che non si esaurisce mai. La sua guida turistica, Carla, il cui nome ironicamente viene cinesizzato in Calla in tutto il libro, ne sa qualcosa.
Questo Mistel Culicchia che vuole pranzare a tutti i costi al ristorante del Partito Comunista Cinese è davvero testardo. Non a caso di segno zodiacale fa toro. Insomma se state progettando un viaggio in questo paese o avete il desiderio di andarci con l'immaginazione perché Pechino vi piace e vi attira, My little China girl è il libro giusto. È molto di più di una qualsiasi guida turistica. Non avrete le foto accattivanti con mille e luci ed effetti speciali o mappe per raggiungere un museo o un ristorante, ma avrete le parole, tante parole che messe insieme hanno il potere di farvi vedere davvero Pechino dai centri commerciali alla via della Seta. E dietro ad ogni parola troverete lo stato d'animo e le emozioni di un viaggiatore che davanti a una città come Pechino si sente improvvisamente impacciato. In altri posti con un po' di inglese o francese o tedesco si riesce a cavarsela, ma non a Pechino. Inevitabilmente scatta il rimpianto di essere partiti e si vuole ritornare a casa. Dormire, sognare, forse. Mah. La notte serve a quello in terra straniera a prendere confidenza un po' con l'ambiente e con la stanza d'albergo e fare scoperte interessanti. Spegnere l'aria condizionata è molto piu semplice negli alberghi di Pechino che in Italia.
La mattina arriva con tutti i buoni propositi e Culicchia a Pechino vuole vedere proprio tutto. Abbagliato da una città che non riposa mai e ogni giorno, in una modernità sfrenata, ti sfugge di mano si ritrova a visitare le stradine strette degli Hutong, che tanto gli ricordano il Balon dietro Porta Palazzo, a Torino. Gira i locali, dal Li Qun Restaurant al The Schoolhouse che descrive e recensisce accuratamente. Se ci dice che al Mei Fu Jia Yan si mangia non bene, ma divinamente fidiamoci, perché in questo ristorante i piatti, della tradizione imperiale oltre ad essere deliziosi hanno anche poteri tonificanti e curativi in quanto agiscono sulla pelle e sulle corde vocali.
Un Culicchia buongustaio, dunque, e anche un po' nostalgico. Per fortuna che, nella vita mai dire mai e tutto può succedere, anche a Pechino. Non è proprio cosa scontata che all'aeroporto, mentre si torna a casa, il militare che ti controlla il passaporto ti parli di calcio in  inglese.
"Torino, football - il che subito fa pensare alla squadra di Buffon e Chiellini. Dai Culicchia, abbiamo sorriso tutto il tempo e non ce lo concedi nemmeno sul finale? - Grande Torino. The best team ever". Sacrosante le parole del militare.
Culicchia sorride e sorridiamo anche noi.


My little China girl

di Giuseppe Culicchia
EDT
Saggio
ISBN 978-8859207764
Cartaceo 3,16€
Ebook 4,99€

Quarta

Non c'è città in cui ci si senta stranieri come questa. Sarà che c'è la nebbia anche con il sole. Sarà che i viali sono lunghi quaranta chilometri. Sarà che lo skyline cambia continuamente e le cose vecchie lasciano spazio a quelle nuove e quelle nuove a quelle nuovissime, all'infinito. Così anche la storia si sfarina, sommersa da cantieri eretti su cantieri. A Pechino vai dove devi, non dove vuoi. Ad esempio: sei certo che il prezzo da pagare al ristorante del Partito comunista cinese sia solo quello del conto?
 


Sara Cancellara
Lucana di origine, studi classici alle spalle ed educatrice scolastica vive a Torino. Si pone mille domande al giorno alle quali non è sempre in grado di rispondere. Il cinema è la sua seconda casa. Adora Firenze. Ama l'arte, la letteratura e i viaggi, quelli reali e quelli che i libri meravigliosi le permettono di realizzare ogni volta che li ha tra le mani.

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