Gli scrittori della porta accanto
#nongiustificaremai
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#nongiustificaremai: ritratto d'artista

#nongiustificaremai: ritratto d'artista

#nongiustificaremai: ritratto d'artista

Di Stefania Bergo. #nongiustificaremai: donne che si sono distinte nella letteratura e nell'arte, spesso con vite travagliate, che hanno fatto della personale drammaticità l'essenza della loro ispirazione. 

Terzo editoriale dedicato alla nostra modesta campagna contro la violenza sulle donne, rivolta in particolar modo a quelle fidanzate/mogli incapaci di ribellarsi al convivente, a volte per paura, a volte per quello specialissimo modo che abbiamo noi donne di giustificare anche gli atti più primitivi di sopruso, concedendo il beneficio del dubbio e soprattutto una seconda occasione. A tutte queste donne un grande abbraccio pieno di energia positiva e un consiglio: non giustificare mai!.
Questo terzo editoriale è dedicato alle donne che si sono distinte nella letteratura e nell'arte in genere. Donne con vite travagliate che hanno fatto della drammaticità l'essenza della loro ispirazione o che hanno preso posizione a favore di un'emancipazione e una ricerca della libertà tipiche dell'animo dell'artista. Donne coraggiose che hanno influenzato intere epoche, in grado di lasciare profonde impronte non solo in campo artistico ma anche e soprattutto sociale.
Qui solo alcune di loro, senza nulla togliere a quelle che non sono state menzionate solo per questione di spazio. Lasciamo la parola a voi lettori, per ricordarci, attraverso i vostri commenti, tutte le donne che abbiamo dimenticato...

Le donne nella letteratura


SIBILLA ALERAMO

Pseudonimo di Marta Felicina Faccio detta Rina, scrittrice e poetessa italiana.
Alessandria, 14 agosto 1876 | Roma, 13 gennaio 1960

A quindici anni, Rina fu violentata da un impiegato della fabbrica: rimase incinta ma perdette il bambino, e tuttavia nel 1893 fu costretta dalla famiglia a un matrimonio riparatore. Prigioniera in una convivenza squallida con un marito non stimato, il suo impegno femminista non si limitò alla scrittura ma si concretizzò nel tentativo di costituire sezioni del movimento delle donne e nella partecipazione a manifestazioni per il diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione.
UNA DONNA. È un romanzo, composto tra il 1901 e il 1904, che ebbe immediata fortuna soprattutto per il tema affrontato. Si tratta infatti di uno dei primi libri femministi apparsi in Italia.
Il romanzo è chiaramente autobiografico ed in esso la protagonista narra in prima persona la sua vita, partendo dagli anni della fanciullezza fino alla maturità, facendone una spietata autoanalisi in forma letteraria, descrivendo la dolorosa decisione di lasciare il marito e il figlio per ritrovare se stessa e realizzare la propria vita. Sta tutto qui lo scandalo di un libro imbarazzante e provocatorio per l'epoca, diventato negli anni per alcuni testimonianza anzitempo del percorso di liberazione indicato dalle femministe negli anni '70, per altri soltanto l'asserzione di un percorso sofferto e crudele di emancipazione personale: l'irriducibile dicotomia tra la maternità vissuta pienamente e la decisione di abbandonare il figlio per bisogno di autodeterminazione, di liberazione dal dover essere.

DACIA MARAINI

Scrittrice, poetessa,saggista, drammaturga e sceneggiatrice italiana.
Fiesole, 13 novembre 1936

Dacia Maraini trascorse l'infanzia in Giappone dove la famiglia si stabilì. Lì, dal 1943 al 1946, fu internata in un campo di concentramento giapponese, dove patì fame estrema. Si è occupata molto anche di teatro; nel 1973 ha fondato a Roma il Teatro della Maddalena, gestito e diretto soltanto da donne. I grandi temi sociali, la vita delle donne e la violenza su di esse, i problemi dell'infanzia sono al centro delle sue opere.
L'AMORE RUBATO. Sono tutte qui le donne raccontate da Dacia Maraini, in questo piccolo libro importante. Sono qui a mostrarci qualcosa di intimo, qualcosa di necessario e doloroso. Le donne di Dacia sono forti, hanno lottato, a volte hanno perso ma non si sono mai arrese. Le protagoniste de L'amore rubato combattono una battaglia antica e sempre attuale, contro gli uomini amati che sempre più spesso si dimostrano incapaci di ricambiarle, di confrontarsi con il rifiuto, il desiderio. Davanti a queste donne, mariti, amanti, compagni si rivelano ragazzini che stentano a crescere e confondono la passione con il possesso e, per questo, l'amore lo rubano: alle bambine che non sanno, alle donne che si donano troppo.

VIRGINIA WOOLF

Scrittrice, saggista e attivista britannica.
Londra, 25 gennaio 1882 | Rodmell, 28 marzo 1941

Considerata come una delle principali figure della letteratura del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi. Nel racconto autobiografico Momenti di essere e altri racconti riportò che lei e la sorella subirono abusi sessuali da parte dei fratellastri. Questo ha sicuramente influito sui frequenti esaurimenti nervosi, sulle crisi depressive e sui forti sbalzi d'umore che hanno caratterizzato la vita della scrittrice e che la portarono, dopo diversi tentativi, al suicidio.
LE TRE GHINEE. Le tre ghinee (Three Guineas) è un lungo saggio scritto da Virginia Woolf, pubblicato nel giugno 1938, quando in Europa si annunciava una nuova, grande guerra. L'autrice lo scrisse immaginando che un'associazione pacifista maschile le avesse chiesto un contributo per finanziare iniziative che scongiurassero le minacce di guerra.
Possedendo tre ghinee, la Woolf decide di ripartirle in tre opere di beneficenza che potrebbero ottenere il risultato di prevenire la guerra. Una ghinea andrà a un college femminile povero di mezzi, a condizione che vi si insegnino "la medicina, la matematica, la musica, la pittura, la letteratura". La seconda ghinea andrà a un'associazione che favorisca l'ingresso delle donne alle libere professioni, purché non siano professioni gestite o influenzate direttamente da uomini. La terza ghinea andrà all'associazione pacifista maschile.
«Sarebbe però opportuno che esistesse anche un'associazione femminile pacifista: la si potrebbe chiamare la Società delle Estranee e non avrà alcuna sede, alcun comitato, alcuna segreteria; non convocherà riunioni, non organizzerà convegni. Non vi si terranno cerimonie e non si presteranno giuramenti, e il primo dovere delle aderenti sarà quello di non combattere mai con le armi e di rifiutarsi, in caso di guerra, di fabbricare armi e di prestarsi a fare le infermiere, come accadde nella guerra precedente. Si tratta di mantenere un atteggiamento di totale indifferenza»

ALDA MERINI

Poetessa, aforista e scrittrice italiana.
Milano, 21 marzo 1931 | Milano, 1º novembre 2009

Considerata una delle maggiori poetesse del novecento la sua vita e la sua produzione letteraria sono segnate dalle esperienze del disagio fisico ed economico, oltre che dalla follia. Attiva in campo letterario fin dall'età di 15 anni, conosce ben presto quelle che definirà "prime ombre della sua mente" venendo internata in un'ospedale psichiatrico per un mese.
«Non capisco proprio il femminismo. La donna che vuole diventare uomo sovverte tutta la cultura passata. La donna deve essere se stessa. [...] mai mi sognerei di annoverare l’aborto tra i diritti. Semmai posso arrivare ad accettare che sia una dolorosa necessità in casi davvero estremi. [...] Il vero diritto di una donna è quello alla maternità.»
A TUTTE LE DONNE
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra.

SIMONE DE BEAUVOIR

Scrittrice, saggista, filosofa, insegnante e femminista francese.
Parigi, 9 gennaio 1908 | Parigi, 14 aprile 1986

Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso, un saggio fondamentale che da un lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe caratterizzato i decenni successivi. È considerata la madre del movimento femminista, nato in occasione della contestazione studentesca del maggio 1968, che seguirà con partecipazione e simpatia. Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna.
MEMORIE DI UNA RAGAZZA PERBENE. È un'autobiografia. L’ultima parte del libro è probabilmente la più appassionante. Simone contro ogni convenzione non pensa al matrimonio, continua a dedicarsi allo studio iscrivendosi alla Sorbona. Qui entra in contatto con il fermento culturale e anticonformista del mondo degli intellettuali francesi. Conosce e studia, tra gli altri, con Sartre. Nel filosofo la donna troverà il compagno perfetto, quasi un alter-ego grazie al quale rimettere in discussione una certa superbia e con cui poter condividere pensieri e passioni senza dover scendere a patti con la propria femminilità. La libertà intellettuale e l’intensa cultura da lei conquistate sono diventate un esempio contro le discriminazioni e il femminismo più arido. La de Beauvoir credeva fortemente nella possibilità per le donne di raggiungere gli stessi risultati degli uomini e nell’importanza di un loro ruolo sociale al di là del matrimonio.

ORIANA FALLACI

Scrittrice, giornalista e attivista italiana.
Firenze, 29 giugno 1929 | Firenze, 15 settembre 2006

Partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu la prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Durante gli ultimi anni di vita fecero discutere le sue dure prese di posizione contro l'Islam, in seguito agli attentati dell'11 settembre 2001 a New York, città dove viveva. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.
IL SESSO INUTILE. Non fu semplice, per una donna combattiva e indipendente come la Fallaci, proiettarsi psicologicamente in una ricerca simile. Nella prefazione al libro, scriveva infatti: «Per quanto mi è possibile, evito sempre di scrivere sulle donne e sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico».
Ma se in alcune parti del mondo quello femminile era considerato un sesso di second’ordine, magari addirittura inutile, valeva forse la pena di indagare… Da Karachi a New York, passando per India, Indonesia, Hong Kong e Giappone: dopo circa cinquantamila chilometri di viaggio in compagnia del fotografo Duilio Pallottelli, Oriana è tornata con un rapporto originale, imprevedibile e divertente, che apparve in parte sulle colonne dell’«Europeo». E il risultato si spinge al di là delle più cupe aspettative: la donna, in decine di Paesi nel mondo, altro non è che un complemento dell’uomo e della casa, un oggetto senza dignità, senza diritti, e soprattutto senza pretese.
Il suo reportage intorno alla donna non ha nulla del saggio etnologico o folkloristico: è un sorprendente racconto, reso irresistibile dalla sua verve giornalistica, di persone, tradizioni e cose.
Donne d’ogni pelle e sorriso narrano la loro condizione senza remore e ipocrisie, mescolando quel candore e quel tocco di malizia che rendono Il sesso inutile un documento straordinario.

ANNA BANTI

Pseudonimo di Lucia Lopresti, è stata una scrittrice e traduttrice italiana.
Firenze, 27 giugno 1895 | Ronchi di Massa, 2 settembre 1985

Ha scritto storie complesse a sfondo principalmente psicologico in cui parla della condizione delle donne nella società del tempo, analizzando, attraverso la convergenza di punti di vista diversi, personaggi femminili colti con grande acutezza nei loro momenti di crisi morale ed esistenziale.
Uno dei suoi libri più famosi è Artemisia dove narra dell'artista in lotta con i pregiudizi del suo tempo, sostenendo il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi.
ARTEMISIA. È il suo romanzo più famoso e sofferto - dovette riscriverlo due volte, avendo perduto la prima stesura in un bombardamento del 1944 a Firenze - e rievoca la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, "donna eccezionale, né sposa né fanciulla", narrando una vocazione artistica di donna in lotta con i pregiudizi del suo tempo, "una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi". Una vita in cerca dell'affermazione di sé e del riconoscimento della propria abilità al di là dell'esser donna. Dal romanzo la Banti trasse l'opera teatrale La Corte Savella(1960).
La Banti ci fa incontrare Artemisia all’età di dieci anni, quando giuoca con la sua amica Cecilia Nari (figura di riferimento che rappresenterà sempre la innocenza e la purezza), paralitica e costretta a vivere reclusa nel suo palazzo, alla quale racconta anche di quando il padre dipinge, meravigliandola con le sue storie mezzo vere e mezzo fantastiche. L’autrice ci racconta ricordando del manoscritto su Artemisia perso negli anni della guerra (“Se penso alle pagine distrutte”). Il passato rappresentato dalla vicenda vissuta dal personaggio storico di Artemisia si mescola, dunque, al presente del dopoguerra. Si può dire che sia proprio il ricordo del manoscritto perduto il motore della storia.

Le donne nell'arte.


LEONOR FINI

Scrittrice, pittrice, scenografa e illustratrice italiana.
Trieste, 1907 | Parigi, 1996

Trovo giusto che le donne siano indipendenti e non sottomesse. Ma vedo anche in questo campo una grandissima confusione. Detesto il termine uguaglianza, perché non esiste. Le donne non sono uguali. Spesso, trovo che nel voler essere uguali agli uomini diventano molto modeste. Non fanno che rendere omaggio ai maschi. Le donne dovrebbero avere la fierezza di inventare altre glorie, altri onori, rimanendo, così, sovrane.
Artista poliedrica ed anticonformista, Leonor Fini ha basato la sua carriera di scrittrice, pittrice, scenografa e illustratrice sull’unicità del suo sentire, lontano da qualsiasi corrente a lei contemporanea. Vicina ad alcuni aspetti del surrealismo, non ha mai accettato di essere incanalata in un gruppo ben definito, poiché le sue molteplici forme di espressione assumevano un valore inestimabile proprio perché impregnate dell’io di questa artiste fuori dagli schemi. Affine ad una cultura del differenzialismo, per cui le donne sono esseri speciali per il loro sentire femminile, il suo mondo onirico è popolato da sfingi, creature metamorfiche, appartenenti ad un mondo altro, inaccessibile, se non da chi ha una sensibilità fuori dal comune, quasi soprannaturale. La femminilità, la sinuosità del corpo della donna, spesso in atto di trasmigrarsi nella misteriosa corporalità dei felini è onnipresente nelle sue raffigurazioni, spesso autobiografiche.
La vita, per Leonor, è un palcoscenico, dove ciò che si vede, non sempre corrisponde a ciò che è: amava mascherarsi, travestirsi, mostrarsi nella sua bellezza, per confondere, svelare e mistificare la sua più profonda esistenza.

FRIDA KAHLO

Pittrice messicana.
Coyoacán, 6 luglio 1907 | Coyoacán, 13 luglio 1954

Affetta da spina bifida, che i genitori e le persone intorno a lei scambiarono per poliomielite (ne era affetta anche sua sorella minore), fin dall'adolescenza manifestò una personalità molto forte, unita a un singolare talento artistico e uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale. Studiò inizialmente al Colegio Alemán, una scuola tedesca, e nel 1922, aspirando a diventare medico, s'iscrisse alla Escuela Nacional preparatoria. Qui si lega ai Cachuchas, un gruppo di studenti con un berretto come segno distintivo, sostenitori del socialismo nazionale, e inizia a dipingere per divertimento i ritratti dei compagni di studio.
Un evento terribile, il 17 settembre 1925 all'età di 18 anni, cambiò drasticamente la sua vita e la rinchiuse in una profonda solitudine. All'uscita di scuola salì su un autobus per tornare a casa e pochi minuti dopo rimase vittima dell'incidente causato dall'autobus su cui viaggiava e un tram. L'autobus finì schiacciato contro un muro. Le conseguenze dell'incidente furono gravissime per Frida. Nel corso della sua vita dovrà subire ben 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall'ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato. Questa situazione la spinse a leggere libri sul movimento comunista e a dipingere. Il suo primo soggetto fu un autoritratto che donò al ragazzo di cui era innamorata. Da ciò la scelta dei genitori di regalarle un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Iniziò così la serie di autoritratti.

ARTEMISIA GENTILESCHI

Pittrice italiana vissuta durante la prima metà del XVII secolo.
Roma, 8 luglio 1593 | Napoli, 1653

Negli anni settanta del secolo scorso, Artemisia, a partire dalla notorietà assunta dal processo per stupro da essa intentato, diventò un simbolo del femminismo internazionale, con numerose associazioni e circoli ad essa intitolate.
Contribuirono all'affermazione di tale immagine la sua figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita travagliata.
Per la critica, è stato impossibile non associare la tela Susanna e i vecchioni al complesso rapporto di Artemisia con il padre e con Agostino Tassi, il pittore che nel maggio 1611 la stuprò. Durante il processo, Tassi affermò che Artemisia si era spesso lamentata con lui della morbosità del padre, svelandogli che egli la trattava come fosse sua moglie. Artemisia accettò di deporre le accuse sotto tortura, consistita nello schiacciamento dei pollici con uno strumento usato ampiamente all'epoca.
Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista delle sue opere, la forza espressiva che il suo linguaggio pittorico assume quando i soggetti rappresentati sono le famose eroine bibliche, che pare vogliano manifestare la ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.

DOROTHEA LANGE

Fotografa documentaria statunitense.
Hoboken, 26 maggio 1895 | San Francisco, 11 ottobre 1965

A soli 7 anni, fu colpita dalla poliomielite, che le causò un deficit permanente alla gamba destra. Reagì al suo handicap con estrema determinazione, studiando fotografia a New York con Clarence White e collaborando con diversi studi. Tra il 1935 e il 1939, fece un gran numero reportage, sempre sulla condizione di immigrati, braccianti e operai. Alcuni scatti di Dorothea Lange, diventarono molto famosi. Su tutte, Migrant mother fu probabilmente quella che tutt'oggi viene considerata un'icona della storia della fotografia: il soggetto è Florence Owens Thompson, una donna di 32 anni, madre di sette figli, immortalata nei pressi di un campo di piselli in California (il titolo originale, infatti, è Destitute Pea Picker).


FRANCA RAME

Attrice teatrale e drammaturga italiana.
Parabiago, 18 luglio 1929 | Milano, 29 maggio 2013

A recitare cominciò sin da bambina negli spettacoli dei genitori. Poi a partire dagli anni Cinquanta il debutto sui palcoscenici ufficiali milanesi per spettacoli tradizionali, con Tino Scotti e Marcello Marchesi prima, poi con la Compagnia Dario Fo Franca Rame.
Brillante, ironica arguta, oltre che molto bella, con quel senso per i tempi del teatro, la capacità di stare in scena recitando un testo e quella di improvvisare. Poi gli anni dell’impegno politico vissuto sempre attraverso il teatro perché era quello che sapeva fare e quello era il suo modo di esprimersi.
Era il 9 marzo 1973, quando a Milano Franca Rame venne rapita da cinque uomini, fatta salire a forza su un camioncino, stuprata per ore. Le spaccarono gli occhiali, la tagliarono con una lametta, la bruciarono con le sigarette. Un piano nato negli ambienti di estrema destra, per colpire «la compagna di Dario Fo», che collaborava con Soccorso Rosso nelle carceri, che si era esposta sul caso Pinelli. Per quello stupro - secondo alcuni esponenti neofascisti, che parlarono al giudice istruttore Guido Salvini, ispirato da alcuni ufficiali dei carabinieri - non c'è mai stata nessuna condanna: a 25 anni dal fatto, solo la prescrizione. La beffa. Ma Franca Rame non ha mai smesso di difendere le donne violentate, di denunciare lo schifo di chi ruba qualcosa che non si può vedere: la dignità.
Nel 1975 ricorre a un'«analisi teatrale»: non sul lettino dello psichiatra, ma su un palco, per raccontare in un monologo (Lo stupro) quelle ore terribili. È l'unico modo per esorcizzare quello che le è successo, finirà nello spettacolo Tutta casa, letto e chiesa, e le parole sono dure, precise, chirurgiche: chi le ascolta non può non vergognarsi.
- da Vanityfair

KETTY LA ROCCA

Artista italiana.
La Spezia, 14 luglio 1938 | Firenze, 7 febbraio 1976

Ketty La Rocca è un’artista fiorentina che ha militato per alcuni anni con i più noti Eugenio Miccini e Luciano Ori nel Gruppo ’70, nato agli albori del Sessantotto, periodo di cui condivideva la rivolta e l’intento ribelle.
Inizio' come poetessa e aggiunse immagini quando le parole non bastavano, lavorando nell’ambito della “poesia visiva”, analizzando lo stereotipo femminile offerto dai media e dalla pubblicità. La sua è un’interpretazione ironica ma allo stesso tempo tagliente, l’artista si concentra sulle parole e su i segni, realizzando una sorta di collage. La poesia visiva, nasce da tutte quelle sperimentazioni artistiche e letterarie compiute nel clima della Neoavanguardia, a partire dall’inizio degli anni sessanta.
Attenta alla condizione della donna, ha iniziato la sua opera con dei collages che denunciavano lo sfruttamento dell’immagine femminile da parte dei messaggi pubblicitari, in cui la donna appariva come essere perfetto, ma ingabbiato nel suo ruolo di moglie e madre. Artista impegnata anche nell’affrontare le tematiche del periodo, quali il conflitto tra Vietnam e Stati Uniti, il dibattito sul divorzio, sull’aborto sui lati negativi di un consumismo che pareva avanzare troppo in fretta, ha mostrato incomprensione nei confronti di una società con cieca fiducia verso il futuro ed il progresso illimitato.
La seconda parte della sua vita è stata scandita dalla terribile scoperta di essere afflitta da una forma non curabile di tumore al cervello: in questa fase Ketty La Rocca ha deciso di universalizzare l’intimità del dolore e la sofferenza per la fine imminente, lavorando sulle sue proprie craniografie, modificandole con sovrapponi menti di immagini e scritte. Pugni chiusi, simbolo di lotta, mani intrecciate, parole ripetute all’infinito si mescolavano alle immagini mediche ed oggettive del progredire della malattia, infliggendo un duro colpo ed esorcizzando anche il tabù della decadenza fisica.
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Con la collaborazione di: Ilaria Gabrieli | Ornella Nalon | Gianna Gambini


Stefania Bergo
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#nongiustificaremai: storie di donne, la parola ai nostri libri

#nongiustificaremai: storie di donne, la parola ai nostri libri

#nongiustificaremai: storie di donne, la parola ai nostri libri

Di Stefania Bergo. #nongiustificaremai, la campagna degli Scrittori della Porta Accanto contro la violenza sulle donne. La parola ai nostri libri: storie di donne scritte da donne.

#nongiustificaremai è la campagna contro la violenza sulle donne degli Scrittori della Porta Accanto, rivolta in particolar modo a quelle fidanzate/mogli incapaci di ribellarsi al compagno, a volte per paura, a volte per quello specialissimo modo che abbiamo noi donne di giustificare anche gli atti più primitivi di sopruso, concedendo il beneficio del dubbio e soprattutto una seconda occasione. A tutte queste donne un grande abbraccio pieno di energia positiva e un consiglio: non giustificare mai!
Lascio che siano le pagine dei nostri libri a parlare della difficoltà dell'essere donna ancora oggi, spaziando dalla violenza subita, fisica o psicologica, alla condizione femminile presso culture lontane – nello spazio e nel tempo –, ai problemi legati a bulimia/anoressia, all'autolesionismo tipico delle donne, al tema delicato dell'aborto, alla discriminazione.

Disparità di genere in ambito lavorativo


L’ondata di scioperi proseguì ancora per tutto il 1909 e le operaie tessili della fabbrica newyorkese “Triangle Shirtwaist Company”, leader nella produzione di camicette alla moda dell’epoca, le “shirtwaist”, iniziarono uno sciopero proprio l’8 marzo, dando l’avvio a una lunga protesta.
Lo sciopero durò parecchio tempo, le operaie protestavano contro i bassi salari, contro il lungo orario di lavoro, contro lo sfruttamento minorile e le inumane condizioni dei lavoratori. Tra le altre cose si lamentavano anche per la mancanza di adeguate misure di sicurezza e antincendio sul luogo di lavoro.
Silvia Pattarini, Biglietto di terza classe

Silvia Pattarini, nel tuo romanzo storico Biglietto di terza classe parli di sfruttamento e della disparità di genere in ambito lavorativo, ma anche delle prime forme di protesta e della conquista dei primi diritti delle donne. Cos'è per te, oggi, la festa della donna?

“Alla memoria dei miei antenati. Per la memoria dei miei figli”.
Questa è la dedica in apertura del mio romanzo. Credo che già questa semplice frase valga più di prolissi discorsi.
Volete sapere perché oggi si festeggia la donna nella giornata dell’8 marzo? Il mio romanzo vi svela l’origine di questa usanza. Personalmente non trovo indicata la parola festa, preferisco commemorazione, a ricordo di tutte quelle donne forti e coraggiose, o al contrario vittime indifese, abusate e maltrattate. Donne morte per noi. Non capisco cosa ci sia da festeggiare. Al limite dobbiamo solo ringraziare chi si è tanto speso, ha lottato per conquistare una manciata di diritti, per arrivare fin qui. Ad oggi non stiamo poi così male, almeno le più fortunate di noi, ma la strada è ancora lunga e gli ostacoli da superare sono ancora insormontabili. Ai posteri l’ardua sentenza.

Autolesionismo e disturbi alimentari


Dolore nascosto, ferite visibili.
Donne in guerra con sé stesse: alcune hanno vinto, altre non ce l'hanno fatta a rivedere la luce.
Le donne di cui parlo non sono cadute in un conflitto bellico, e nemmeno vittime dell'aids, ma per mano propria.
Uccise dall'alcool, dalla droga, dall'anoressia, dalla bulimia, dalle diete ossessive, dalle conseguenze di bruciature o dai tagli autoinflitti e da cento altri modi di farsi male.
Alcune si sono suicidate.
Tanti possono essere i tentativi per comprendere e spiegare le motivazioni profonde per cui una donna arrivi a ferirsi, per annientarsi. Tanti possono essere i commenti. Ma non è tutto così semplice come sembra.
Tamara Marcelli, Il blu che non è un colore

Tamara Marcelli, il tuo libro, Il blu che non è un colore, raccoglie poesie, riflessioni e un testo teatrale, declinando al femminile una serie di tematiche, compresi l'autolesionismo e la fragilità psicologica. Un'altra forma di violenza subita, questa volta inflitta da noi stesse...

La violenza è spesso quella che noi donne ci infliggiamo da sole. Non essendo noi stesse fino in fondo. Non accettando le nostre debolezze. Permettendo a qualcun altro di vivere la nostra vita. È il non darci una nuova possibilità. Troppo rigide e crudeli con noi stesse fino al punto di perdere il senso della vita. Di noi. Annientandoci. Il perché è sempre davanti ai nostri occhi, ma preferiamo non vederlo. Fa troppo male. Ma il dolore è l'unica strada alla consapevolezza, ad una nuova opportunità. Quella che dobbiamo a noi stesse. Il rispetto.

Poco fa ho preso la bilancia e mi sono pesata. Dalla sera dell’ospedale non l’avevo più fatto, avevo troppa paura di essere più pesante, visto che sono stata costretta a ingoiare qualcosa in più per non mandare totalmente fuori di testa mia mamma.
Gianna Gambini, Tartarughe Marine

Gianna Gambini, nel tuo primo romanzo, Tartarughe marine, anche tu parli di una forma di autolesionismo: i disturbi alimentari. Anche se forse "autolesionismo" non è il termine adatto, la violenza è comunque indotta dall'esterno, giusto?

L'estratto riportato dal mio romanzo mostra le difficoltà di Caterina, la protagonista, nell’accettare il proprio corpo, diverso dai canoni di bellezza imposti dai media e condivisi dagli altri adolescenti. Questo senso di inadeguatezza porta la ragazza a sfiorare il baratro dell’anoressia, rifiutando il cibo per apparire migliore, per essere parte del gruppo. Fortunatamente questa volontà di auto-punirsi è compensata dalla consapevolezza di essere in procinto di raggiungere un punto di non ritorno, per cui grazie alle sue forze ed alle imposizioni di medici e genitori, Caterina riesce a risalire la china e a riprendere una vita apparentemente normale. L’equilibrio raggiunto, però, è fatto di lotte contro il nemico fondamentale, il cibo e di ricadute, è costruito su un filo che troppo spesso traballa, per colpa della fragilità della protagonista, ma anche a causa di una società che impone sempre di più alle donne di possedere qualità fisiche, piuttosto che morali.

Violenza psicologica e fisica, stupro



Aspetto il mio turno con rassegnazione, perché prima o poi toccherà anche a me. È mattina quando entrano tre militari. Uno lo riconosco: è il comandante che ha violentato Hasa e fatto uccidere i miei fratelli e zio Ivica. L’uomo ha uno sguardo e una voce che non potrei mai dimenticare. Questa volta non c’è l’anziano con lui, ma altri due paramilitari giovani, uno con il volto butterato, l’altro con una cicatrice sulla guancia sinistra. Il comandante Kunarac, questo è il suo nome, si aggira nel dormitorio come un predatore. Scruta lentamente ognuna di noi, poi il suo sguardo si ferma su di me.
“Lei” mi indica con un cenno della mano e i due soldati mi sono già accanto per portarmi fuori.
Loriana Lucciarini, 4 petali rossi

Il coraggio di raccontare è uno dei quattro racconti di donne, quello di Loriana Lucciarini, contenuto nella raccolta 4 petali rossi e racconta lo stupro etnico come arma per umiliare un popolo, oltre alle donne. Donne che diventano infinite volte vittime, di una guerra che non hanno voluto, di una "pulizia etnica" che mira a purificare il nemico, della vergogna, della colpa...

Lo stupro etnico nella ex Jugoslavia, durante la guerra dei Balcani, è quello che ha segnato per sempre la vita di molte donne; ma è proprio grazie alla testimonianza di molte di loro che, nel 2001, il Tribunale internazionale dell’Aja ha condannato lo stupro di massa come crimine contro l’umanità. Questa è la storia di Selina, di Hasa, di Adila e di tante altre, vittime della violenza della guerra. Una guerra che annulla la coscienza. Una guerra che riduce tutto a brutale abuso. Quello che tante donne, nell'enclave di Srebrenica hanno subito, solo perché di etnia musulmana e utili a dimostrare la superiorità della razza cetnica. Un orrore avvenuto a pochi chilometri da noi e che, purtroppo, ancora oggi si ripropone in altre parti del mondo. Le donne diventano le vittime senza voce dei meccanismi di odio e di guerra. In molte non ce l'hanno fatta, non hanno retto al dolore e alla vergogna, alcune però hanno trovato la forza di reagire e inchiodare i loro aguzzini e grazie al loro coraggio si è tenuto il processo al tribunale internazionale dell'Aja che per la prima volta nella storia mondiale ha condannato lo stupro etnico come crimine contro l'umanità.

Da quando aveva fatto sesso la prima volta con Max, la sua vita era diventata un disastro. Il suo corpo non rispondeva più al cervello, i suoi sentimenti comandavano su tutto, la nostalgia di lui si faceva sentire in ogni piccola cosa. La prima volta che avevano fatto l’amore, era stata anche l’ultima. Il mattino successivo, lui aveva improvvisamente chiuso ogni rapporto con lei: le aveva detto che non sarebbero andati da nessuna parte insieme, che erano troppo diversi, che a lui lei non piaceva e che non era disposto a fingere il contrario. Aveva smesso di rispondere a messaggi e chiamate, chiuso ogni finestra di contatto e iniziato a scoparsi un’altra immediatamente dopo la breve conversazione di addio avuta con lei. Ironia della sorte, anche la nuova bambola gonfiabile si chiamava Veronica.
Giulia Mastrantoni, Veronica è mia

Veronica è mia tratta di un tipo di violenza diffuso, basato sul confine – labile – tra consensualità e persuasione, una persuasione che non è mai esplicitata, ma che agisce a livello psicologico sull’elemento “debole” della coppia. Dal punto di vista femminile, si tratta di un episodio grave: è una violenza senza colpevole, vissuta come una colpa “propria”. Giulia Mastrantoni, come mai hai voluto raccontare la storia di Veronica?

Ho pensato che fosse importante dare la parola a una tematica di tale rilievo, soprattutto perché oggi lo scenario che ci è più familiare è proprio quello dell’uomo “d’esperienza” che inizia la vergine al sesso estremo, senza promesse d’amore, anche se poi c’è quasi sempre un lieto fine. Si tratta di un’influenza estremamente nociva per le adolescenti, perché le si abitua a considerarsi giocattoli sessuali e, soprattutto, si insegna loro a dare il lieto fine per scontato. È giusto sottolineare che non solo non siamo giocattoli, ma che il lieto fine non è assolutamente una certezza. Anzi, nella maggior parte dei casi essere “sottomesse” a un uomo porta problemi, anche per il futuro. Volevo che le giovanissime lo sapessero, mi sembrava giusto mostrare questo spicchio di realtà.

[...] da quando si erano seduti al tavolo, e forse anche da prima, il ragazzo non aveva fatto altro che provocarla e punzecchiarla:
- Certo che potevi metterti addosso qualcosa di più elegante di quel vestito da Cenerentola! E poi, le scarpe! Non avevi tacchi più alti?
Martina incassò, decisa a non farsi rovinare tutta la serata:
- Forse hai ragione, ma sai, qui in collegio non ho tutti i miei vestiti… - rispose supponendo che lui avrebbe capito.
- E quindi? Potevi andarti a comperare qualcosa oggi pomeriggio! Guarda le altre donne qui! Sono tutte molto più in tiro di te. Io che figura ci faccio?
- Giulio, scusami, ma non avevo idea che il target di questo locale…
- Siamo fortunati che ci abbiano fatto entrare…
- Esagerato, non è mica il casinò… E poi potevi dirmelo per tempo, magari avrei provveduto, – Martina rispondeva con la sua usuale pacatezza, per smorzare i toni.
- Sì, figurati, tirchia come sei! Comunque, se non te l’ho detto, è perché supponevo che tu lo sapessi! Come sempre però ti ho sopravvalutata.
Elena Genero Santoro, Perché ne sono innamorata

In uno dei suoi primi romanzi, Perché ne sono innamorata, Elena Genero Santoro pone l'accento sulla violenza psicologica che spesso molte donne subiscono, vittime di mariti patologici o estremamente maschilisti. Elena, quanto c'è di inventato e quanto di reale in questa "scena" che spesso si ripete, di una violenza troppo spesso scambiata per amore?

La scena descritta è ispirata a un fatto vero; è stata un po’ romanzata, ma solo per convogliare in un’unica scena alcuni frammenti accaduti in diversi momenti. Il Giulio studente universitario di “Perché ne sono innamorata” è quello che poi, crescendo, diventerà un uomo aggressivo a trecentosessanta gradi. La sua evoluzione, la sua caduta verso il basso sarà direttamente proporzionale alla sua frustrazione: a vent’anni non ne aveva ancora accumulata a sufficienza, ma poi, con il passare del tempo e il sommarsi delle delusioni, Giulio diventerà lo stereotipo dell’uomo violento. Ho voluto fotografarlo in gioventù in questo romanzo per rendere riconoscibile un bruto come lui al momento dell’esordio, prima che sia troppo tardi, prima che commetta guai ancora peggiori. So che non sempre è immediato riconoscere in un giovane innamorato e brillante il proprio futuro aguzzino, ma a volte, certi segnali, se correttamente interpretati, possono essere la via giusta. Questo è il mio contributo per questa festa della donna: la consapevolezza a tempo debito, ragazze, ci può rendere libere e far risparmiare un sacco di guai.

«Siete dei buffoni, tutti e tre» li prese in giro, ma poi si accorse che Giorgia stava armeggiando con il seggiolino dell’auto con l’intento di estrarre il bambino sudato e disidratato dalla macchina di Giulio.
Allora smise di ridere e le si avventò contro con calci e ceffoni. La buttò a terra e seguitò a colpirla con ferocia sull’addome, sulle gambe, sulla schiena, sulla faccia.
Mentre menava le mani e si accaniva senza alcuna pietà sul corpo inerme della madre di suo figlio, Giulio non pensava a niente. Non calcolava le conseguenze delle sue azioni, non gli importava di poter recare dei danni permanenti a una donna, o di traumatizzare il suo bambino, e nemmeno che prima o poi avrebbe dovuto rendere conto alla giustizia. Il suo cervello era spento. Black out. Ciò che agitava Giulio era invece una rabbia sorda, viscerale, che gli partiva dalle budella e che si scaricava colpendo senza sosta la sua vittima. C’era un solo motore che muoveva le braccia e le gambe di Giulio mentre dispensavano botte e calci: quella piccola insignificante ragioniera doveva ca-pire chi comandava. Quella stronza, nei mesi, si era montata troppo la testa. Si era permessa di alzare la cresta, di credersi una sua pari. Era ora di umiliarla a dovere, per ristabilire l’ordine.
Elena Genero Santoro, Diventa realtà

Aborto


«Non penserai di tenerlo, vero?»
No, certo, non le era stato concesso di pensare.
«Lo sai che saresti sola, io non potrei fare nulla per te.»
Sola.
Del resto lo era sempre stata.
E forse per questo si era lasciata sedurre da quell’uomo brizzolato con gli occhi algidi, cristallini.
[...] C’era stato un primo appuntamento, un innocente caffè. E poi una cena. E una serata a teatro. E tanta passione, un coinvolgimento tale da serrare il respiro in petto e dare le vertigini.
Fino a quel giorno, quando erano comparse due lineette rosa verticali. Piccole, insignificanti, si sarebbe detto. Ma tremendamente dense come buchi neri. Non c’era stata nemmeno una vera e propria discussione, nemmeno un’ipotesi alternativa remota. Tutto era fluito fin da subito verso quella che sembrava l’unica logica conseguenza di una storia nata per caso, di un amore – amore? – senza futuro, di una vita mai preventivata.
«Non penserai di tenerlo, vero?»
Stefania Bergo, La stanza numero cinque

Ho scritto il romanzo breve La stanza numero cinque per parlare d'aborto, con l'intento di far indossare le scarpe delle donne e comprenderle, invece di giudicarle. Spesso vengono abbandonate, lasciate sole a prendere certe decisioni che solo apparentemente sono scelte, altre volte, invece, vogliono loro stesse essere le sole a decidere del proprio corpo, del proprio futuro. In ogni caso, nessuno dovrebbe puntare un dito inquisitore perché la donna deve rispondere solamente a se stessa, è con la propria coscienza che è chiamata a fare i conti. Decidere che fare del suo corpo è un suo diritto.

Stereotipi e infibulazione: la condizione femminile nelle culture lontane


Sabra e io ci siamo scritte molte lunghe lettere. Quando la scuola era in pausa tornava a casa e io ogni volta rimanevo stupita dai suoi cambiamenti. Mi rammaricavo di non averla vista crescere e diventare donna, ma quando la ascoltavo [...], l’orgoglio che provavo superava ogni mia tristezza.
Ornella Nalon, Oltre i confini del mondo

Ornella Nalon, il tuo primo romanzo è stato Oltre i confini del mondo, narra la storia di due donne, una dottoressa italiana e una donna masai che si incontrano in Tanzania e scoprono di avere molto più in comune di quanto si pensi. Quali sono questi tratti comuni?

Anche ai giorni nostri, la condizione femminile assiste a discriminazioni in famiglia, nell'istruzione, nel lavoro e nella vita sociale. Certo, questi fenomeni sono più ricorrenti nel cosiddetto "terzo mondo", in cui alla donna vengono riconosciuti ruoli limitati alla procreazione e alla cura della famiglia, ma nessun paese ne è del tutto immune, nemmeno quello considerato "altamente civilizzato". Ancora molto dev'essere fatto per garantire, al genere femminile, la giusta e dovuta considerazione.


Regina sta stappando un paio di birre per due tizi che sembrano aver iniziato a brindare questa mattina. In effetti qui l’alcolismo è una vera piaga. Mentre le donne accudiscono la famiglia e la casa, cucinano quello che loro stesse sono andate a comprare al mercato dopo ore di cammino, scendono al fiume a prendere l’acqua caricandosi le taniche gialle sulla schiena, percorrono chilometri interminabili o lavorano nei campi con i figli legati ai lombi, la maggior parte dei mariti siede comodamente nei pub, sorseggiando birra calda che entra subito in circolo e li rende sgradevoli, violenti a volte – ma forse, è così per tutti gli alcolisti, non solo qui. In effetti non ho mai visto una donna seduta qui a bere, magari una soda, chiacchierando con le amiche, rifletto. Le uniche siamo noi volontarie dell’ospedale. E Regina, che però ci lavora.
Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla

Ho vissuto due anni in Africa, in un piccolo villaggio rurale al centro del Kenya. E ho potuto constatare quale sia la condizione della donna in questi angoli remoti, dove ancora viene praticata l'infibulazione. La donna è vista solo come una proprietà del marito, non ha diritti, solo un'infinita lista di doveri. Come quello di provvedere a mantenere la famiglia, mentre l'uomo rafforza la parete del suo stomaco bevendo birra locale o alcool di pessima qualità, diventando, di conseguenza, pure violento oltre i limiti. E se una donna rimane vedova, la proprietà sulla sua testa passa ai fratelli del marito. Spesso le donne sono sole, con figli avuti da un uomo fuggiasco. E non c'è alcuna forma di previdenza sociale, per loro.
Eppure anche lì, le tradizioni stanno lentamente lasciando posto al progresso, inteso nel senso positivo del termine. Forse non per le donne di oggi, ma magari per le loro figlie...

Dopo poco, un’altra emergenza, un parto difficile. Valentina e Luca hanno dovuto svegliarsi e dare una mano per accogliere il neonato ed essere pronti a un eventuale cesareo, dividendosi in questo caso gli infermieri, e soprattutto l’anestesista, con l’altra sala operatoria. Eppure la mamma era tranquilla, come se l’emergenza non la riguardasse affatto. Anche quando l’hanno ricucita. Valentina ci ha messo almeno due ore cercando di ricomporre i brandelli.
«Tutta colpa dell’infibulazione», mi ha raccontato più volte.
L’infibulazione in Kenya non è più legale, il governo si sta impegnando per ostacolare le mutilazioni genitali femminili, ma la praticano ancora. Le tradizioni sono forti e pure l’orgoglio di mantenerle. Basti pensare che Jomo Kenyatta la difese come una “ pratica culturale importante”. Si calcola che oltre 135 milioni di donne e ragazze in ventinove Paesi dell’Africa e del Medio Oriente siano state sottoposte alla mutilazione dei genitali, che può arrivare fino alla cucitura delle grandi labbra, lasciando appena una minima apertura per il rapporto sessuale — che quindi risulta dolorosissimo. Un’apertura decisamente insufficiente al parto, se non con una lacerazione estesa. Senza contare che questa pratica espone al rischio di morte anche i neonati.
Stefania Bergo, Mwende. Ricordi di due anni in Africa
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Stefania Bergo
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#nongiustificaremai e le altre campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne

#nongiustificaremai e le altre campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne

#nongiustificaremai e le altre campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne

Di Stefania Bergo. #nongiustificaremai, la campagna degli Scrittori della Porta Accanto contro la violenza sulle donne.

Gli scrittori della porta accanto promuovono una modesta campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, rivolgendosi in particolar modo a quelle fidanzate/mogli incapaci di ribellarsi al compagno, a volte per paura, a volte per quella specialissima attitudine che abbiamo noi donne di giustificare anche gli atti più primitivi di sopruso, concedendo il beneficio del dubbio e soprattutto una seconda occasione. A tutte queste donne un grande abbraccio pieno di energia positiva e un consiglio: non giustificare mai!
#nongiustificaremai è un tentativo di sensibilizzare, attraverso le parole dei libri e degli autori di questo sito, le donne che quotidianamente convivono con un incubo. L'indole femminile, masochista e accondiscendente, romantica e sognatrice, spinge spesso queste donne a vivere nel loro mondo fantastico, illudendosi che la violenza subita sia solo casuale e irripetibile, addirittura giustificata o meritata. Invece no, la violenza non ha giustificazioni e le donne che la subiscono non hanno colpe, non confondiamo le vittime con i carnefici. Altre volte, è la paura che le tiene incatenate al loro aguzzino che nulla ha a che vedere con il principe azzurro delle favole di bambina.

Questo primo articolo annuncia la Settimana della donna che si concluderà domenica prossima, l'8 marzo. 

Durante questa settimana, le nostre rubriche si tingeranno di rosa, ma solo in senso figurato, perché Gli scrittori della porta accanto, donne o uomini che siano, sono contrari alle convezioni, agli stereotipi, alla catalogazione della società, sia pure la semplice destinazione di un colore ad un sesso piuttosto che ad un altro. Verranno quindi presentati libri di autrici affermate, scrittrici esordienti e blogger di successo, non tanto per festeggiare il consumismo delle mimose (e di tutte le patetiche rappresentazioni fuori tema), quanto per onorare l'impegno delle donne nella sfera artistica e letteraria.

Gli ultimi due giorni della settimana saranno invece dedicati ai nostri editoriali


venerdì 6 marzo | STORIE DI DONNE, LA PAROLA AI NOSTRI LIBRI
Attraverso le pagine dei nostri libri, un articolo sulla difficoltà dell'essere donna, spaziando dalla violenza subita (fisica e psicologica) alla condizione femminile presso culture lontane (nello spazio e nel tempo), ai problemi legati a bulimia/anoressia, all'autolesionismo tipico delle donne, al tema delicato dell'aborto, alla discriminazione sessuale.

sabato 7 marzo | RITRATTO D'ARTISTA
Dalla letteratura all'arte, una carrellata delle donne più note e influenti, che abbiano preso posizione a favore del movimento di emancipazione femminile o si siano semplicemente distinte come scrittrici, pittrici, scultrici, fotografe o attrici teatrali.

Le altre campagne contro la violenza sulle donne.

Tante sono state le campagne in difesa della donna, alcune portate avanti da uomini (quelli veri) che si sono schierati non tanto a fianco del sesso debole (che di debole ha molto poco), quanto dalla parte dei giusti, condannando a priori un atto primitivo come la violenza. Qui di seguito vi riportiamo quelle che secondo noi sono le più significative e che, meglio di altre, interpretano gli stessi concetti che la nostra modesta campagna vuole esprimere.

Quando ha smesso di trattarti come una principessa? - La violenza ha mille volti, impara a riconoscerla - noino.org

noino.org

noino.org nel 2012 crea la sua prima campagna: una lunga serie di parole accompagnate da definizioni da vocabolario. Da Controllare a Umiliare. Per chiarire che la violenza non si esprime solo con la brutalità fisica ma soprattutto attraverso le molte sfumature della violenza psicologica, economica, sociale. È un progetto di comunicazione nato per informare e mettere in contatto tra loro gli uomini che vogliono contrastare la violenza maschile contro le donne.
noino.org

La violenza ha mille volti, impara a riconoscerla

Questa campagna contro la violenza sulle donne, ideata e lanciata nel 2010, è diversa da tutte le altre. È la prima campagna preventiva sul tema della violenza: ognuno può scaricarla on line e personalizzarla. È un decalogo per ricordare alle giovani donne che possono agire invece di subire, e che agire è una scelta di libertà. La libertà di escludere fin dall’inizio un uomo violento dalla propria vita, imparando a non scambiare la violenza per amore.
www.riconoscilaviolenza.it

Quando ha smesso di trattarti come una principessa?

Un progetto artistico di Saint Hoax, un artista mediorientale che mescola nella sua arte elementi pop ed impegno civile, è stato dedicato alla violenza contro le donne. Le protagoniste della sua campagna di sensibilizzazione Happy Never After sono le principesse scolpite nell’immaginario collettivo da Walt Disney: Cenerentola, Ariel, Jasmin e Aurora. L’obiettivo è quello di sollecitare ragazze e donne che sono state oggetto di violenza domestica a denunciare i loro casi in modo che e autorità possano evitare che accada di nuovo. Saint Hoax, infatti, ricorda che non è mai troppo tardi per porre fine alla violenza.
www.sainthoax.com

Zappatos rojos

Zapatos Rojos inicio en Cd. Juárez el 20 de Agosto del 2009, como una marcha silenciosa de 33 pares de zapatos rojos, donados por mujeres Juarenses, y fue desde la Cd. de Mazatlán Sinaloa, sitio de mi residencia donde por un periodo de dos años busque solidaridad y difundí su mensaje.
- Elina Chauvet
Zapatos Rojos è un progetto d’arte pubblica dell’artista messicana Elina Chauvet, curato da Francesca Guerisoli nelle sue tappe italiane. Il progetto assume, nella sua fase finale, la forma di un’installazione composta da centinaia di paia di scarpe rosse da donna per puntare il dito contro l’omertà che avvolge la scomparsa e l’uccisione di centinaia di donne a Ciudad Juárez e per dire basta alla violenza di genere. Ogni paio di scarpe, raccolto attraverso l’attivazione di una rete di solidarietà in uno specifico contesto culturale e territoriale, rappresenta una donna e la traccia di una violenza subita. Sistemate ordinatamente lungo un percorso urbano, le scarpe ne ridisegnano lo spazio e l’estetica, visualizzando una marcia di donne assenti, un corteo che sottolinea il dolore che tale mancanza provoca tanto a livello sociale quanto nei propri cari.
zapatosrojosartepublico.wordpress.com

Stai zitta, cretina!

Raccontare le donne attraverso il cinema. Questo è l'ambizioso obiettivo di WeWorld Intervita che, dal 2010, rinnova annualmente l'appuntamento con "Siamo Pari! La parola alle Donne", Rassegna Cinematografica organizzata in occasione del 25 novembre, Giornata Mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Le quattro edizioni del film festival — completamente gratuito e aperto a tutti i cittadini — hanno riscosso un grande successo, anche grazie al coinvolgimento delle istituzioni e di importanti personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo. Un riscontro importante, che in questi quattro anni ha permesso di aiutare migliaia di donne che, in Italia e nel Sud del mondo, sono vittime di violenze, abusi e maltrattamenti.
La campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne è partita dal cinema per coinvolgere tutte le persone che oggi sono convinte che per contrastare la violenza contro le donne servano altri uomini. È indispensabile, infatti, che anche gli uomini si facciamo portavoce di messaggi contro la violenza sulle donne. Questa è prima di tutto una questione culturale, che niente ha a che vedere con il “troppo amore” o il “raptus passionale”. La violenza sulle donne è — quasi sempre — compiuta da uomini, proprio per questo sono loro a dover scendere in prima fila per difendere i diritti delle donne e iniziare a innescare il cambiamento culturale!
Alessandro Roja | Alessio Boni | Claudio Santamaria | Marco Giallini | Fabio Troiano | Francesco Arca | Francesco Scianna | Giulio Scarpati | Luca Ward | Matteo Branciamore | Nicolas Vaporidis | Paolo Sassanelli | Primo Reggiani | Simon Grechi | Vinicio Marchioni
www.intervita.it

E ora la parola a voi lettori...

La parola alle donne e agli uomini che vogliano condividere con noi, con altri lettori di questo blog, il loro pensiero sull'argomento, lasciando un commento...
Quali altre campagne secondo voi sono più efficaci nella sensibilizzazione? | Pensate siano utili? | Credete servano di più ad aiutare le donne vittima di abuso ad uscire dall'ombra o agli uomini violenti a riflettere su se stessi? | Ritenete sia un problema che tocchi ognuno di noi come cittadini sociali o è un problema circoscritto alle quattro mura domestiche (o ai vicoli scuri) e quindi non vi riguarda? | Che speranza hanno le donne di altre culture in cui la legge non le difende ma addirittura avalla i soprusi? | ...


Stefania Bergo
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