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[People] Sergio Piscopo, traduttore e dottorando di "La bottega dei traduttori", nell'intervista di Giulia Mastrantoni

Riscoprire i classici in lingua straniera. Sergio Piscopo, traduttore e dottorando di "La bottega dei traduttori", un progetto di Annarita Tranfici.

Sergio Piscopo, 31 anni, originario di Napoli, è uno dei componenti del gruppo La bottega dei traduttori. Il progetto, ideato da Annarita Tranfici, vuole essere un punto di riferimento per la riscoperta dei classici in lingua straniera. Infatti, esistono molti testi dalla bellezza unica che non sono mai stati tradotti in italiano o che vengono offerti in traduzioni ormai datate; La bottega dei traduttori traduce e propone ai lettori una versione “aggiornata” del testo in formato Kindle, basandosi sul lavoro di laureandi e neolaureati che non vedono l’ora di mettersi in gioco.

Come sei entrato a far parte del progetto e quali sono i tuoi studi?
Annarita Tranfici, la fondatrice del progetto, nonché mia vecchia collega ai tempi del nostro primo percorso universitario, mi ha proposto di collaborare con lei e con tanti altri validissimi traduttori per La bottega. Avevamo già collaborato, in effetti: scrivevo per il suo blog In nomine artis – Il Ritrovo degli Artisti. Mi occupavo di articoli di musica lirica, presentando ogni mese un’opera.
Ho iniziato il mio percorso universitario con una laurea triennale in Lingue, Culture e Letterature Moderne Europee. Mi ha fornito delle solide basi in tutti i domini umanistici. Dopodiché, mi sono specializzato in Linguistica e Traduzione Specialistica. Sono passato, per così dire, dall’estremizzazione dei sentimenti letterari al distacco della formalità che un testo specialistico può offrire alla lettura d’un qualsiasi lettore. D’altronde, per capire il senso di un testo nella sua interezza, credo occorra analizzarlo sotto tanti punti di vista diversi.

Perché scegliere un classico di Voltaire come tua “prima” traduzione?
Voltaire è stato uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, così lungimirante all’epoca e così attuale oggigiorno; c’è ancora tanto da apprendere e da scoprire, dai suoi scritti.
Ho selezionato tre racconti brevissimi, pregni della consueta ironia tipica del filosofo parigino, poco tradotti e scarsamente noti al pubblico generale. Malgrado la loro poca fama, sono indicativi di un modo di cogitare assai singolare: sembrano fini a loro stessi, anche a causa della loro brevità, ma contengono nel loro essere un cosmo di nozioni, di citazioni e di pensieri così vasto, che non potevano rimanere ancora celati al pubblico italiano.
Ho deciso di ripulire, virtualmente, la copiosa polvere accumulatasi sugli immensi scaffali digitali dove giacciono tali lavori, e dove le opere dei grandi scrittori del passato, nel bene o nel male, sono ormai alla mercé di chiunque.

Quali sono state le difficoltà maggiori?
Ad una prima lettura, i testi di Voltaire sembrano abbastanza semplici: periodi brevi e concisi, chiarezza e incisività stilistica, struttura poco elaborata.
Tuttavia, quando il traduttore “eviscera” il testo, ci si accorge che le difficoltà risiedono perlopiù nella resa stilistica italiana. Il traduttore deve fare una scelta: mantenere o meno l’incisività volteriana. Personalmente, ho optato per il no, perché la semantica di alcune parole porta con sé un significato così carico che non è possibile sintetizzarlo, se non perdendo molto a livello contenutistico ed emotivo.

Che genere di mondo è, quello dei traduttori?

Ho sempre paragonato il lavoro del traduttore a quello dell’artista, giacché la traduzione non è un mero processo di “transfert” da una lingua ad un’altra, bensì un lavoro molto complesso, che richiede tantissima cura e dedizione.
Direi che il mondo dei traduttori è, almeno in Italia, un microcosmo autopoietico, un mondo che vive da e di sé, nel quale conta soltanto il lavoro finale. L’artigiano del testo è spesso celato, gettato nell’oblio, sottopagato e oltraggiosamente sfruttato.
Per fortuna, grazie ad associazioni nazionali e/o regionali e al contributo di piccole realtà come La bottega, si cerca di dare lustro e visibilità alla figura del traduttore. A mo’ d’esempio, stampare sulla copertina il nome del traduttore, spesso nascosto, o del tutto omesso, negli angoli più inimmaginabili dell’intero libro, è un messaggio chiaro e forte.

In che modo i neolaureati possono (e devono) farsi strada in questa branca del mondo del lavoro?
Possono (e devono) farsi strada divenendo, prima di tutto, degli abilissimi esperti del loro settore.
Sia chiaro, il vero artista non concepisce le sue opere per trarne solo profitto: l’artista lavora per sé, ha una visione egoistica del suo lavoro. Eppure, egli è ben conscio degli effetti che può produrre sul pubblico, con la sua opera. E deve anche viverne.
I neolaureati dovrebbero prendere a modello proprio l’artista. Purtroppo, però, d’arte non si vive, ma credo che la bravura, prima o poi, sia sempre riconosciuta e ricompensata. Bisogna essere seri e determinati, senza mai cedere allo sconforto e, soprattutto, senza mai “ripiegare” su altre attività, le quali potrebbero generare dei lavori mediocri, perché frutto di competenze non possedute.

Il confronto con altri “addetti ai lavori” è particolarmente importante, quando si parla di professioni che hanno a che fare con le parole e la scelta di queste stesse. L’idea di “fare rete” è una scelta vincente, quindi. Ma è sempre facile, lavorare in gruppo?
Tutto dipende dal clima creatosi nell’ambiente di lavoro. Se non ci sono particolari tensioni e se non c’è acredine tra colleghi, il gruppo va avanti senza troppe difficoltà. La condivisione e il mutuo scambio di pensieri, opinioni e punti di vista diventano una carta vincente per sopravvivere in questo mondo a tratti un poco ostile.
L’idea di “fare rete” è importantissima, ma occorre, ad ogni modo, padroneggiare la propria materia con indipendenza, poiché l’unione fa la forza, ma solo con la bravura e la determinazione dei singoli. Il gruppo è formato da tante teste pensanti, dunque credo sia utile mantenere una certa autonomia, e ricorrere all’aiuto collettivo, data la disponibilità dei singoli concessa aprioristicamente a collaborare, quando c’è bisogno di competenze che non ti appartengono. In questo caso, il lavoro di gruppo diventa essenziale e vitale.

Cosa consiglieresti agli scrittori emergenti italiani che vorrebbero proporre loro traduzioni al mercato estero?

Consiglierei di affidarsi a traduttori esperti, disposti a collaborare assiduamente con loro, cioè con l’autore del testo originale.
Purtroppo, la traduzione ha un grosso limite: la perdita di contenuto. Nel passaggio da una lingua-cultura a un’altra lingua-cultura, è quasi inevitabile che ci sia una perdita di informazioni, perlopiù di natura culturale e sociale. Questo è molto evidente nelle traduzioni letterarie, poiché il testo letterario è un coacervo di elementi socioculturali e personali propri all’estro dello scrittore e della sua cultura, che sono, molte volte, intraducibili nella lingua e nella cultura di destinazione. Sono stati versati litri di inchiostro su tale dibattito, ma la caratteristica e la singolarità della perdita di contenuto restano un tema sempre molto attuale e importante per i traduttori.
Lo scrittore emergente italiano, che abbia intenzione di vedersi pubblicata la sua opera anche all’estero, deve obbligatoriamente lavorare a stretto contatto col suo traduttore, affinché le perdite di contenuto siano minime.

L’editoria digitale è un mercato che “funziona”, a tuo avviso?
Secondo alcune stime, in Italia ci sono più scrittori che lettori. Sulla base di questo dato, l’editoria digitale può funzionare solo se c’è un vero interesse per la materia trattata.
Inoltre, non tutto ciò che viene prodotto dalle case editrici, siano esse tradizionali o digitali, risulta sempre essere di qualità. Molto spesso, il pensiero dominante è quello della quantità, del produrre di senza particolari filtri. Si tratta, innegabilmente, di uno degli effetti della globalizzazione, che ha generato un certo “capitalismo editoriale”, se vogliamo.
Questo si riversa inevitabilmente su internet, dove i social network sono diventati un vero succedaneo della quotidianità. “Farsi pubblicità” tramite un social network è relativamente facile, ma riduttivo e ostico, sotto tanti punti di vista.
In definitiva, l’editoria digitale va sfruttata al meglio, altrimenti resta un qualcosa di effimero.

Da dottorando, quale opinione hai dei PhD?
Nel mondo accademico, c’è molta competizione e, molte volte, non è la bravura che ti fa brillare, bensì la fitta rete di conoscenze che sei riuscito a crearti durante gli anni di dottorato.
Malgrado ciò, e per fortuna, questo interessa solo una parte dell’intero mondo accademico, mentre un’altra parte, più genuina e autentica, si mantiene tale grazie alla bravura e alla serietà di alcune personalità.
Bisogna avere ben chiaro se si desidera insegnare o fare ricerca. Questo va esplicitato sin dall’inizio del proprio percorso come dottorando. E la cosa più importante resta la voglia di imparare, di migliorarsi, di non mollare.



Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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