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In primo piano

Rio 2016: la squadra olimpica dei Rifugiati. Di Elisabetta Vittone e Roberto Pedron


Rio 2016: il team dei rifugiati, dieci atleti da Africa e Siria in gara. Dai campi profughi alle Olimpiadi, per rappresentare un mondo multicolore senza confini.

Loro, gli atleti e le atlete del mondo. La squadra che più di tutte rappresenta coraggio e caparbietà, figli e figlie che di questa nostra madre Terra hanno visto il peggio e tratto il meglio.

Rose Nathike Lokonyen, mezzofondista di 23 anni; lasciò il Sudan del Sud con la famiglia a causa della guerra ed arrivò nel campo profughi di Kakuma nel 2002. I suoi genitori ritornarono nel Sudan del Sud nel 2008, ma lei ed i suoi fratelli rimasero a Kakuma. Mentre frequentava la scuola, lei partecipò a molte competizioni di marcia e nel 2015 partecipò ad una di 10 km organizzata dalla Fondazione Tegla Loroupe. Da allora si allena con loro.
Gareggia in queste olimpiadi negli 800 metri.

Anjaline Nadai Lohalith, 21 anni, anche lei scappata a causa della guerra, arrivò a Kakuma dal Sudan del Sud nel 2002. Mentre era al liceo, uno dei suoi insegnanti le consigliò di partecipare ad una gara di corsa di 10 km organizzata dalla Fondazione Tegla Loroupe, dopo la quale fu selezionata per essere da loro allenata.
Gareggia nei 1500 metri.

James Nyang Chiengjek, sud sudanese di Bentiu, è figlio di un soldato che morì nel 1999 durante la guerra. Quando era ragazzino si prendeva cura del bestiame. Scappò dal Sud Sudan per non essere arruolato nell'esercito una volta scoppiata la guerra. Arrivò in Kenya nel 2002 andando a vivere nel campo profughi di Kakuma, dove frequentò la scuola e cominciò a correre. Fu l'UNHCR che lo informò di un processo di selezione per associarsi alla Fondazione Tegla Loroupe nel 2013; da allora si allena con loro.
Gareggia nei 400 metri.

Paulo Amotun Lokoro, 24 anni, prima di arrivare in Kenya nel marzo del 2006, si prendeva cura del bestiame della sua famiglia. Arrivò al campo di Kakuma per scappare dalla guerra e raggiungere sua madre che vi si trovava dal 2004. Mentre era nel campo profughi andò a scuola e fece molti sport. Nel 2015, la Fondazione Tegla Loroupe organizzò delle gare a Kakumae ed iniziò ad allenarsi con loro.
Gareggia nei 1500 metri.

Yech Pur Biel, originario anch'egli del Sudan del Sud, arrivò a Kakuma nel 2005 proveniente da Nasir. Aveva abbandonato il Sud Sudan con dei parenti per scappare dalla guerra. Visse con loro a Kakuma mentre i suoi genitori rimasero a Nasir. Non ritornò mai nel Sudan del Sud. Nel 2015 sentì che la Fondazione del Tegla Loroupe stava organizzando prove di atletiche a Kakuma. Fu selezionato da quella Fondazione iniziando ad allenarsi con loro, cosa che continua a fare.
Gareggia negli 800 metri.

Rami Anis, il più veloce nuotatore della Siria nei 100 metri farfalla; vive ora in Belgio. 
Rami era un nuotatore siriano di fama internazionale. Quando iniziò la guerra in Siria aveva 20 anni e avrebbe potuto essere arruolato nell'esercito siriano. Per evitarlo, decise di raggiungere il fratello ad Istanbul nel 2011. Nell'ottobre del 2015 si trasferirono in Belgio dove risiedevano altri parenti, e vi cercarono un club di nuoto. Nel febbraio 2016 cominciò ad allenarsi al Royal Ghent Swimming Club.
Gareggia nei 100 metri farfalla.


 

Yusra Mardini, anch'essa siriana, 18 anni, arrivata a nuoto all'Isola greca di Lesbo, trascinando con sé la sorella e un gruppo in difficoltà su un gommone; vive in Germania. 
Prima della guerra in Siria, Yusra era una campionessa di nuoto che rappresentò il suo paese in competizioni internazionali. A causa dell' intensificarsi della guerra, Yusra e sua sorella lasciarono Damasco nei primi giorni del mese di agosto del 2015 ed arrivarono a Berlino nel settembre del 2015. Da allora Yusra si sta allenando col club Wasserfreunde Spandau 04 che è partner della Scuola d'Élite di Sport a Berlino.
Gareggia nei 100 metri stile libero.

Yolande Makiba è originaria di Bukavu, Repubblica Democratica del Congo, la zona maggiormente colpita dalla guerra civile del 1998 -2003. Judoka professionista, rappresentò la Repubblica Democratica del Congo in competizioni internazionali. Dopo anni in cui le condizioni per allenarsi erano estremamente difficili decise, insieme al suo amico e compagno judoka Popole, di chiedere asilo in Brasile durante i Campionati del Mondo di Judo di Rio del 2013. Attualmente è allenatrice all'Instituto Reação di Rio de Janeiro.
La sua disciplina ai giochi olimpici è, ovviamente, Judo.

Popole Misenga, anch'egli originario di Bukavu, Repubblica Democratica del Congo.
Judoka professionista, come la sua compagna rappresentò la sua nazione in competizioni internazionali. Anche lui attualmente è allenatore all'Instituto Reação di Rio de Janeiro.
La sua disciplina ai giochi olimpici è Judo.

Infine, Yonas Kinde, 36 anni, etiope, residente in Lussemburgo dall'ottobre 2013. Ha gareggiato in diverse maratone ed ha raggiunto gli standard necessari per partecipare alle Olimpiadi di Rio grazie alla maratona di Francoforte del l'ottobre del 2015.
Gareggerà nella maratona.


Questi grandi atleti mostreranno a tutti che, nonostante le tragedie inimmaginabili che hanno affrontato, chiunque può dare il proprio contributo alla società attraverso il talento, e cosa più importante, attraverso la forza dello spirito umano.

Questi i dieci atleti che il Comitato Olimpico Internazionale ha voluto premiare dando loro la possibilità unica di partecipare ai Giochi Olimpici di Rio 2016. Hanno sfilato per penultimi sotto la bandiera bianca con i cinque cerchi olimpici: l'intero stadio di Maracanà, compreso il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki Moon, si è alzato in piedi per accoglierli.
Guidati dalla grande maratoneta Tegla Loroupe, che si batte per i diritti dei rifugiati e per loro ha creato un campo in Kenya dove allenarsi, questi atleti che parlano lingue diverse rappresentano un unico popolo di oltre 65 milioni di persone in fuga che hanno in comune il dolore e la speranza.
Thomas Bach, presidente del Comitato Olimpico Internazionale ha ribadito la volontà "di mandare un segnale di speranza a tutti i rifugiati sparsi per il mondo."


Anche Papa Francesco ha voluto rivolgersi in modo particolare alla prima squadra di rifugiati dei Giochi olimpici attraverso una lettera. “Cari fratelli”, ha scritto loro, elencando il nome di ciascun atleta, “voglio farvi pervenire il mio saluto e il mio desiderio di successo in queste Olimpiadi. Che il coraggio e la forza che portate dentro possano esprimere attraverso i Giochi Olimpici, un grido di fratellanza e di pace. Che, tramite voi tutti, l'umanità comprenda che la pace è possibile, che con la pace tutto si può guadagnare; invece con la guerra tutto si può perdere. Desidero che la vostra testimonianza faccia bene a noi tutti. Prego per voi e per favore vi chiedo di pregare per me. Che Dio vi Benedica. Fraternamente, Francesco”.

Finalmente le persone che, come me, vorrebbero abitare un mondo senza frontiere né confini, hanno una propria squadra alle Olimpiadi. A loro, come ai nostri atleti e atlete italiane, è assicurato il nostro tifo: "Forza multicolori!".


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Elisabetta e Roberto
Presidente e vicepresidente del Comitato Mahmud, ente no profit di Torino; deve il suo nome al piccolo profugo siriano di cui per primo si occupa, tutelandone la salute. Si pone come obiettivo la realizzazione di progetti volti a restituire ai bambini ed alle bambine che versino in gravi condizioni sanitarie e/o ambientali il futuro a cui hanno diritto, in qualunque parte del mondo essi si trovino.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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