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Aiutati che il ciel ti aiuta, racconto di Ettore Boles

Aiutati che il ciel ti aiuta, racconto di Ettore Boles

Inediti d'autore Racconto di Ettore Boles. Aiutati che il ciel ti aiuta, una storia vera di solidarietà nella Papua Nuova Guinea degli anni '80.

Nella vita, ogni cosa appresa può ritornare utile e, prima o poi, si presenterà il momento di metterla in pratica.
Anni fa, avevo dedicato parte del mio tempo libero in attività di volontariato: la sera, e durante i fine settimana, facevo servizio sulle autoambulanze della Croce Rossa Italiana. Dopo un periodo iniziale avevo anche ottenuto l’abilitazione alla guida dei mezzi di soccorso. Purtroppo dopo cinque anni, per impegni di lavoro, dovetti abbandonare questa attività.
È iniziato tutto quando stavo in Papua Nuova Guinea...

La WaraKongKong Primary School distava cinquecento metri in linea d’aria dalla sede del nostro Progetto. 

Una scorciatoia, un piccolo sentiero fra canneti di bambù e una piccola palude, conduceva a essa. Ci si poteva arrivare anche via strada, con l’auto, facendo un giro più lungo di circa due chilometri.
Per i bimbi di ogni parte del mondo ma soprattutto per i “pikinini” della Papua, abituati a vivere in un ambiente naturale, ad andare in canoa e a caccia con il papà o con il fratello maggiore, stare seduti per delle ore consecutive a un banco di scuola doveva essere proprio un bello sforzo, un andare contro natura. Ci vuole l’allenamento e la capacità di dominio di sé che è propria dei grandi! Fortunatamente poi, lì come in ogni parte del mondo, le attività venivano sospese per la pausa dell’intervallo, quando i bimbi potevano dare spazio alla creatività e all’immaginazione, inventando giochi. I bambini della scuola erano numerosi ed era tutto un rincorrersi e gridare per chiamarsi, giocare a palla e arrampicarsi ovunque.
Damian, uno di loro che aveva problemi di sviluppo fisico, nel correre dietro ad una palla venne buttato a terra da un proprio compagno. La sua struttura ossea era fragile al punto di non essere in grado di sopportare l’impatto della caduta: il femore si spezzò dando origine a una seria e complessa ferita, per fortuna non esposta.
Un insegnante ci mandò a chiamare in cerca di aiuto. Ci dissero che un bambino si era fatto male e che era a terra, disteso, che urlava e piangeva; non immaginavamo di certo una frattura femorale.
Tutti sapevano che in ospedale l’unica autolettiga a disposizione non era sempre disponibile. E forse, fra chiamata e arrivo, chissà quanto tempo sarebbe passato. Noi eravamo i più vicini per intervenire.
Chiamai due ragazzi, dissi loro di prendere un foglio di playwood, un compensato resistente di dodici millimetri di spessore, di quello che utilizzavaamo per produrre i nostri mobili. Pensai che, in mancanza di una barella “a cucchiaio”, come quelle in dotazione nelle autoambulanze, questo materiale avrebbe potuto comunque fungere da sostituto. D’altra parte eravamo in Papua Nuova Guinea e bisognava pensarle tutte, anche le più impensabili.
Arrivammo sul posto, trovammo Damian riverso a terra; facemmo un controllo veloce, capimmo dalla posizione della gamba che ci doveva essere qualche cosa di serio. Prendemmo il playwood e delicatamente lo infilammo sotto il suo corpo; poi, al mio via, tutti assieme lo alzammo per posarlo all’interno del pick-up. Feci prendere dei sacchi di iuta, di quelli che usavamo per le costruzioni, e li feci riempire di ghiaia, l’unica cosa a disposizione. In questo modo cercammo di immobilizzare al meglio la gamba fratturata.

Il tragitto dalla scuola all’ospedale era poco più di sei chilometri ma sembrava non finire mai.

Lentamente, a passo d’uomo, impiegammo quasi due ore. La strada era sterrata e piena di buche e anche una lieve scossa, una vibrazione del veicolo, recava dolore a Damian, che piangeva. Arrivammo all’ospedale, con la certezza di aver fatto la nostra parte, che tutto ormai sarebbe stato di competenza di qualcun altro e che la situazione sarebbe stata a breve sotto controllo. Purtroppo non fu proprio così: l’infermiera di turno ci venne incontro, noi le spiegammo l’accaduto. Osservò il bambino e poi se ne andò, senza una parola. Pensammo che si stesse attivando e invece dopo mezz’ora eravamo ancora là, ad attendere attenzione e soccorso. Sapevamo che in ospedale c’era un medico, l’unico medico locale, il Dr Markus: lo mandammo a cercare ma, dopo aver visto il paziente, ci disse che non poteva far nulla. Sembrava più spaventato di noi, non sapeva cosa fare! Si congedò e ci salutò.
«Bella storia!» esclamai io.
Poi, ancora interrogandomi: «Che cosa facciamo ora, con un infortunato fra le mani? Non possiamo fare miracoli noi! Questa proprio non ci voleva!»
Il mio motto “di peggio c’è solo la morte”, nel senso che fin quando si è in vita è possibile cambiare le situazioni, se solo si vuole, mi spronò a pensare a qualche cosa. Mi consultai con Cristina e Sharon che erano con me in attesa all’ospedale, e decidemmo di chiedere supporto a Br. James, il missionario australiano che era lì a Vanimo da quasi quarant’anni. Certamente lui poteva aiutarci a fare qualche cosa, ci dicemmo.
Eravamo consapevoli che Damian doveva essere messo in trazione, non poteva stare in quelle condizioni. Ci attivammo grazie alle conoscenze del Brother e contattammo, via telefono, alcuni medici dell’ospedale di Melbourne, in Australia. Questi, capita la situazione, ci spedirono via fax uno schema esplicativo per costruire un sistema di carrucole e di pesi da montare sul letto di Damian. Lo scopo era di mettere al più presto in trazione l’arto infortunato. Era l’ennesima corsa contro il tempo: ordinammo alla falegnameria e alla carpenteria metallica di provvedere all’approntamento dei pezzi. Peter e Graeme fecero del loro meglio per interpretare lo schema di esempio.
Nel frattempo, il personale dell’ospedale mise il bimbo in reparto di degenza. Lo stato dell’ospedale governativo non era proprio dei migliori. Si può immaginare che anni fa, quando fu costruito dagli australiani, dovesse essere un discreto presidio. Poi, come capita sovente in queste aree depresse, non è stato molto curato e lasciava proprio a desiderare: c'erano solo quattro reparti generici senza nessuna divisione per patologia (eccetto il reparto della maternità, che era isolato da tutti) e l’unica ripartizione era quella fra uomini e donne, compresi gli infanti. Le zanzariere alle finestre erano tutte rotte, le toilette inservibili, i pavimenti e i muri tutti sporchi. Insomma, un’ingiustizia vera e propria verso chi già è povero.

Quando la sera, sul tardi, tornammo in ospedale per vedere come stava Damian, lo trovammo su un lettino, con la gamba alzata in qualche modo. 

La cosa più sorprendente fu vedere che al posto del classico “pappagallo”, il contenitore per l’urina, l’infermiera gli aveva consegnato una lattina di Coca-cola. Del mangiare non se ne parlava giacché era consuetudine che i parenti portassero cibo da casa oppure si mettessero fuori sull prato a cucinare e a soggiornare, in attesa che il proprio congiunto fosse dimesso.
Venimmo a sapere che Damian era orfano e che quindi aveva bisogno di assistenza anche per questo. Gli altri bimbi, incuriositi alla vista dei wally, i bianchi, lo circondavano: avevano già capito che gli avremmo portato qualche cosa da mangiare e per giocare. Infatti, il giorno dopo, quando a turni facemmo visita al piccolo, costatammo che biscotti, caramelle e bibite erano già esauriti: vista la situazione, accontentammo anche gli altri. A seguire, provvedemmo alla trazione della gamba. Damian sarebbe rimasto qualche mese in ospedale, in attesa che, alla prima occasione, medici australiani fossero venuti per attività di volontariato.
Dopo quattro mesi, quando Damian venne rivisitato, con radiografie alla mano ci dissero che la ricalcificazione dell’osso era stata perfetta e che non c'erano problemi. Ringraziammo i medici per il loro supporto a distanza, ma a noi non pareva vero che una cosa così rudimentale avesse risolto una situazione; accarezzammo il piccolo e, contenti, ritornammo al nostro Progetto.
La generosità è a volte infinita: dimesso dall’ospedale, il piccolo trovò una nuova famiglia, felice e pronta ad accoglierlo. Era questa la consuetudine della gente locale, di condividere quel poco che avevano con chi era più sfortunato.
A volte, nella vita, bisogna proprio avere il coraggio di tentarle tutte, di non darsi per vinti, di sapere che una via di uscita c’è sempre: basta crederci! E che pure il famoso “aiutati che il ciel ti aiuta” è sempre attuale.


Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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