Oggi si conclude la settimana dedicata a un lutto che non grida. Un lutto intimo, profondo. Un lutto che spesso non ha un corpo da piangere, ma infinite lacrime da versare. Un lutto a volte incompreso, dimenticato. Un lutto che perdura e non si esaurisce in una sola settimana. È il dolore per la perdita di un bambino mai nato.
I nostri figli esistono prima ancora di nascere. Spesso prima ancora di essere carne dentro di noi. Esistono nei nostri pensieri, a metà tra la premonizione di un futuro che ci è dato di conoscere solo come sensazione e il sogno.
Già li amiamo quando di loro esiste solo una promessa. Anche quando sono un frutto amaro, indesiderato. Li amiamo anche quando i nostri sogni s’infrangono in una sottile linea rosa mancante o in un referto medico. Perché, malgrado tutto, loro esistono. Esistono. E il fatto che non vengano mai al mondo, in questo mondo, non rende meno reale il dolore per la loro perdita. Che sia una morte improvvisa nel grembo materno, uno strappo forzato da una realtà che spaventa una madre sola, abbandonata, una macchia di sangue o la consapevolezza di un ventre arido. È un dolore privato e imperscrutabile, legato al simulacro dove si è consumato, l'utero materno, simbiosi tra due entità distinte che vivono in un unico corpo o assenza di vita. A nessuno è dato di comprendere se non alla madre. A nessuno è dato di violare il ricordo e sminuire la profondità di un amore che non si basa sul tempo vissuto insieme, ma su quello che avrebbe potuto essere.
È chiaro in me il primo ricordo di Emma, la prima volta che l’ho vista ridere e giocare. Aveva quasi quattro mesi. Quattro mesi di vita intrauterina. Era piccola quanto il palmo della mia mano, ma già si distingueva tutto di lei. La vidi nel monitor di un vecchio ecografo, mentre dalla finestra aperta mi arrivava il profumo della polvere rossa e del frangipani. Lei si spingeva verso l’alto con le gambine minute, strisciando la schiena sulla parete del mio utero. E poi si lasciava andare, come fosse sullo scivolo del parco giochi. E via così, tre, quattro, mille volte. Non avrei più smesso di guardarla. La sentivo ridere ed ero felice, innamorata. Eppure non avevo ancora visto i suoi occhi...
Alcuni bambini muoiono prima ancora che le loro madri ne conoscano il colore dell'iride. Ma l’impronta che lasciano dentro, il ricordo dei calci che hanno rimescolato le viscere e l’anima, o il desiderio di concretizzare un sogno, rimane per sempre. Ed è reale quanto un’iride ignota.
I nostri figli esistono prima ancora di nascere. Spesso prima ancora di essere carne dentro di noi. Esistono nei nostri pensieri, a metà tra la premonizione di un futuro che ci è dato di conoscere solo come sensazione e il sogno.
Già li amiamo quando di loro esiste solo una promessa. Anche quando sono un frutto amaro, indesiderato. Li amiamo anche quando i nostri sogni s’infrangono in una sottile linea rosa mancante o in un referto medico. Perché, malgrado tutto, loro esistono. Esistono. E il fatto che non vengano mai al mondo, in questo mondo, non rende meno reale il dolore per la loro perdita. Che sia una morte improvvisa nel grembo materno, uno strappo forzato da una realtà che spaventa una madre sola, abbandonata, una macchia di sangue o la consapevolezza di un ventre arido. È un dolore privato e imperscrutabile, legato al simulacro dove si è consumato, l'utero materno, simbiosi tra due entità distinte che vivono in un unico corpo o assenza di vita. A nessuno è dato di comprendere se non alla madre. A nessuno è dato di violare il ricordo e sminuire la profondità di un amore che non si basa sul tempo vissuto insieme, ma su quello che avrebbe potuto essere.
È chiaro in me il primo ricordo di Emma, la prima volta che l’ho vista ridere e giocare. Aveva quasi quattro mesi. Quattro mesi di vita intrauterina. Era piccola quanto il palmo della mia mano, ma già si distingueva tutto di lei. La vidi nel monitor di un vecchio ecografo, mentre dalla finestra aperta mi arrivava il profumo della polvere rossa e del frangipani. Lei si spingeva verso l’alto con le gambine minute, strisciando la schiena sulla parete del mio utero. E poi si lasciava andare, come fosse sullo scivolo del parco giochi. E via così, tre, quattro, mille volte. Non avrei più smesso di guardarla. La sentivo ridere ed ero felice, innamorata. Eppure non avevo ancora visto i suoi occhi...
Alcuni bambini muoiono prima ancora che le loro madri ne conoscano il colore dell'iride. Ma l’impronta che lasciano dentro, il ricordo dei calci che hanno rimescolato le viscere e l’anima, o il desiderio di concretizzare un sogno, rimane per sempre. Ed è reale quanto un’iride ignota.
Stefania Bergo |
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