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Recensione: Io non mi chiamo Miriam, di Majgull Axelsson

Recensione: Io non mi chiamo Miriam, di Majgull Axelsson

Libri Recensione di Davide Dotto. Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson (Iperborea). Un romanzo delicato e difficile, una storia non adeguatamente conosciuta: il genocidio dei rom, l'essere bersaglio di ininterrotte discriminazioni.

Il giorno del suo compleanno, una donna è sconvolta dal regalo ricevuto: un pezzo di artigianato zingaro con scritto il suo nome. A ottantacinque anni rivela alla nipote che quel nome non le appartiene, non è lei Miriam.
È una confessione destinata a non lasciare traccia se non le si desse seguito. Tuttavia essa è avvenuta, chi l'ha pronunciata non può ignorarla.
In fondo ha vissuto al sicuro in un paese sicuro, è diventata madre e nonna di bambini sani, non ha mai ricevuto un pugno in testa né la sua schiena è mai stata lacerata da una frusta di cuoio. Eppure si preoccupa continuamente e ha paura di tutto, si muove curva e con le braccia strette al corpo. Sembra convinta che il suo mondo sia racchiuso in una bolla di sapone così fragile che il minimo gesto potrebbe farla scoppiare e cancellarla. Majgull Axelsson, Io non mi chiamo Miriam

Il suo nome è Malika, è di origine rom. Accolta in Svezia sotto le spoglie di una ragazza ebrea di cui ha assunto il nome, ritiene di essere l'unica sopravvissuta della sua stirpe.

Se l'è cavata allenandosi a sopravvivere. Ha guadagnato un futuro, una famiglia imparando una lezione importante e dolorosa cui ha tenuto fede fino all'ultimo.
Rimuovendo le proprie origini esorcizza il terrore di essere smascherata; troppi i pregiudizi e gli stereotipi alimentati contro il popolo rom a lungo perseguitato. A esso non viene riconosciuto lo status di vittima dei nazisti. Non è il benvenuto, non gli viene riconosciuto protezione, né riparo.
Chi sarebbe stata se non avesse mentito? Come avrebbe potuto vivere? Come a Ravensbrück, come ad Auschwitz, con la sola differenza che l’avrebbero cacciata di luogo in luogo, di città in città, di villaggio in villaggio…
Majgull Axelsson, Io non mi chiamo Miriam

Cosa raccontare, e soprattutto come?

Non poteva, all'inizio, dire di aver studiato in un convento. Non poteva recitare preghiere cristiane. Malika non esisteva più nella Svezia accogliente e ospitale. Ora però le memorie sgorgano in un racconto appassionato e verosimile di un'anima a due voci. Con esse i fantasmi e le sofferenze di un popolo che, in quanto ignorate, si fatica a immaginare.
Io non mi chiamo Miriam, della giornalista svedese Majgull Axelsson, è un romanzo delicato e difficile. Frutto di una ricerca approfondita e intensa, tra le pagine emerge una storia non adeguatamente conosciuta: il genocidio dei rom per opera dei nazisti, la loro estrema difficoltà (se non impossibilità) di essere accettati dalla società civile, l'essere bersaglio di ininterrotte discriminazioni. Appartiene al genere della fiction letteraria, prova a cui pochi scrittori – dato l'argomento – si sono cimentati.


Io non mi chiamo Miriam

di Majgull Axelsson
Iperborea
Narrativa
ISBN 978-8870914672
Cartaceo 18,52 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

"Io non mi chiamo Miriam", dice di colpo un'elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant'anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l'Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d'Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l'"altro" interrogandosi sull'identità - etnica, culturale, ma soprattutto personale - e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all'erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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