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Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippine

Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippin

Mamme in viaggio Di Sonia Borrini. Un viaggio che intreccia caos urbano e mare, storia coloniale e presente. Madre e figlia pre-adolescente nelle Filippine a dicembre, tra jet lag, clima tropicale, vita quotidiana a Manila, tradizioni natalizie, piatti tipici e incontri familiari.

Io e la mia pre-adolescente atterriamo a Manila dopo un lunghissimo (e costoso) viaggio con Cathay Pacific, la compagnia di Hong Kong. Oltre al jet lag, ci aspetta subito uno shock climatico: arriviamo dall’inverno europeo a un clima tropicale, caldo e umido, con temperature intorno ai 28–30 gradi anche a dicembre.
Sappiamo che il jet lag sarà duro da gestire, ma non immaginavo così tanto: sette ore di differenza che il corpo si rifiuta di accettare, nonostante l’assunzione di melatonina. Il primo giorno, semplicemente, dormiamo. Manila può aspettare.

Quando finalmente usciamo, Manila si presenta per quello che è: una metropoli enorme, caotica, viva.

Metro Manila, l’area metropolitana che comprende Manila e le città circostanti, conta oltre 13 milioni di abitanti, che diventano più di 24 milioni se si considera l’intera area urbana allargata. Grattacieli, quartieri residenziali, mercati, un traffico quasi costante e una quantità impressionante di centri commerciali: qui i mall non sono solo luoghi per fare acquisti, ma veri spazi di vita sociale, climatizzati e onnipresenti.

Manila

I mezzi di trasporto sono un capitolo a parte e mi affascinano da subito.

Il più iconico è il jeepney, coloratissimo e rumoroso, nato dai veicoli militari americani lasciati dopo la Seconda Guerra Mondiale e trasformato in mezzo di trasporto pubblico. Poi ci sono i tricycle (una moto con una sorta di carrozzino laterale coperto), le pedicab e le habal- habal, moto adattate per portare più passeggeri possibile. Un sistema informale, creativo e decisamente affascinante, anche se non sempre intuitivo per chi arriva da fuori.

Mezzi di trasporto

Alloggiamo dalla nostra amica Camilla e dalla sua famiglia a Pasig, in una delle tante gated communities residenziali della capitale.

È dicembre e ovunque ci sono luci natalizie: qui il Natale è una cosa seria. Scopriamo che le decorazioni iniziano già a settembre e vanno avanti fino a gennaio. Il periodo natalizio più lungo del mondo, dicono. E ci credo.
Non possiamo non fermarci per un bubble tea, anche se non ne vado matta. Nato a Taiwan negli anni ’80, il bubble tea è passato da bevanda locale a vera moda mondiale, oggi diffusa in ogni continente. Nelle Filippine è parte integrante della vita urbana, soprattutto nei mall. È quasi un rito.

Original bubble tea

A Natale realizzo un’altra cosa: i filippini, a tavola, sono peggio degli italiani!

Si mangia dalle sei di sera fino a mezzanotte.
La cucina è molto importante qui. Il riso è ovunque, a ogni pasto, anche a colazione: riso con cioccolata calda (champorado) e, per fortuna opzionale, con pesciolini fritti.
Tutto tende al dolce, sorprendentemente dolce: anche la lasagna. Mia adora la cucina filippina e, fin dal primo pasto, ammette che non se ne andrebbe più. Io, da vegetariana, quello che ho apprezzato di più è stata la frutta – i mango soprattutto.
BOX CUCINA
Tra i piatti più iconici delle Filippine c’è l’adobo, spesso considerato il piatto nazionale non ufficiale. È una preparazione semplice e profondamente identitaria, presente in innumerevoli varianti familiari in tutto l’arcipelago.
L’adobo è a base di carne (di solito pollo o maiale) brasata lentamente in una salsa sapida e leggermente acidula fatta di aceto, salsa di soia, aglio, foglie di alloro e grani di pepe. Viene quasi sempre servito con riso bianco.
La preparazione prevede una prima rosolatura della carne, seguita da una lunga cottura nel liquido aromatizzato fino a renderla tenerissima. Spesso la salsa viene poi ridotta, per concentrare i sapori e ottenere una consistenza più ricca.
L’uso dell’aceto non è casuale: oltre al gusto, garantisce una lunga conservazione, caratteristica fondamentale nella cucina tradizionale filippina prima dell’era della refrigerazione. Ogni famiglia ha la sua versione: più o meno acida, più secca o più brodosa, con varianti che includono zucchero, latte di cocco o peperoncino.

La cucina racconta anche la storia del Paese: la colonizzazione.

Dopo oltre 300 anni di colonizzazione spagnola, restano piatti come la tortilla e la paella.
Gli spagnoli hanno anche portato una forte impronta cattolica: le Filippine sono infatti il Paese asiatico con la più grande popolazione cattolica e una delle poche nazioni asiatiche a maggioranza cattolica.
Anche la lingua riflette questa eredità, con moltissime parole spagnole entrate nel tagalog (o filipino): nei giorni della settimana, nei cibi e nei saluti: “Come stai?” diventa "Kumusta?" (da “¿cómo está?”). Una lingua affascinante, musicale, piena di influenze. "Grazie" è "Salamat", "Buongiorno" è "Magandang umaga". L’inglese è lingua ufficiale e molto diffusa, tanto che molti studenti dal Giappone e da altri Paesi asiatici vengono qui proprio per studiarlo.
Accanto all’eredità spagnola si sentono forti anche le influenze giapponesi e americane, soprattutto nel cibo, nell’educazione e nella cultura pop. Basta notare il business intorno ai manga.

Un’altra curiosità affascinante riguarda la bandiera filippina.

Ideata nel 1897 durante la lotta per l’indipendenza, è l’unica al mondo che viene esposta con i colori invertiti in tempo di guerra, con il rosso sopra il blu – una disposizione utilizzata storicamente per l’ultima volta, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Con la nostra “famiglia filippina adottiva” partiamo per qualche giorno a tre ore a sud di Manila, nella provincia di Batangas.

Alloggiamo al Palm Beach Resort di Laiya. Una fuga dalla capitale fatta di mare, snorkeling e attività acquatiche. Scopro che anche qui è arrivato il padel, oltre allo sport nazionale del badminton e al sempre più popolare pickleball.
A pochi metri dalla spiaggia incontriamo anche un piccolo Nemo, tra mille pesci di forme e colori diversi. Passerei ore ad ammirarli.

Rientrati a Manila, continuiamo a fare i turisti con una visita a Intramuros.

È la città murata costruita dagli spagnoli nel XVI secolo, dove un tempo vivevano esclusivamente famiglie spagnole. Strade acciottolate, mura imponenti, chiese storiche come San Agustin e un giro in calesse, la carrozza trainata da cavalli, che sembra riportarti indietro nel tempo, lontano dal traffico della città moderna. La visita guidata e il giro in calesse ci sono costati circa 1000 pesos in totale (poco più di 14 euro, considerando un cambio di circa 69 pesos per euro).
Visitiamo anche Fort Santiago, con le sue fortificazioni di epoca spagnola, le prigioni sotterranee e il santuario dedicato all’eroe nazionale José Rizal, celebrato proprio il giorno della nostra visita, il 30 dicembre. Entriamo anche in un museo curioso, con ricostruzioni in Lego degli edifici storici di Intramuros durante il periodo coloniale.

Town and sea

Ci tenevamo anche a visitare Binondo.

Storicamente il cuore della comunità Chinoy (da Chinese + Pinoy, filippino) ed è considerata la Chinatown più antica del mondo, fondata nel 1594. Un labirinto di strade affollate, insegne colorate, templi cinesi incastrati tra palazzi, negozi di erboristeria e ristoranti storici. Un concentrato di rumore, odori e vita, dove la cultura cinese si mescola da secoli con quella filippina.



Il Capodanno lo festeggiamo in casa.

Coi 28 membri della super accogliente famiglia di Camilla. C’è tantissimo da mangiare. Sono stati invitati anche alcuni studenti del seminario (fondato da un prete di Messina) per cantare. C’è il tradizionale gioco delle monete: si lanciano a terra e i bambini corrono a raccoglierne il più possibile, come augurio di prosperità. I filippini amano i fuochi d’artificio, forse fin troppo. Festeggiamo con le mascherine per il fumo e mi raccontano che anni fa ci si svegliava il primo gennaio con il naso nero.

Noi, come se non bastasse, abbiamo prenotato un volo alle 5.45 del mattino del primo gennaio.

Direttamente dalla festa all’aeroporto. Per poi passare 16 ore di scalo a Hong Kong – ma questa è un’altra storia, e magari un altro articolo. Una follia, sì, dalla quale ancora ci stiamo riprendendo.
Una sola settimana, nella quale molto tempo lo abbiamo passato in famiglia. Ma con le Filippine è solo un arrivederci: speriamo la prossima volta di visitare vulcani e le isole più belle. In ogni caso, sono abbastanza sicura che Mia si ricorderà di questo viaggio per tutta la vita.


© Sonia Borrini



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