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In primo piano

[Libri] "Biglietto di terza classe" di Silvia Pattarini, incipit #126

Era una splendida giornata di primavera sul finire degli anni ‘90, anche se non ricordo con certezza se fosse stato il 1997 o il 1998.

Biglietto di terza classe

di Silvia Pattarini
Zerounoundici
ebook 5,99€
cartaceo 15,00€



Me ne stavo seduta sulla soglia della casa di mia nonna, godendomi il tiepido sole primaverile, e, completamente assorta nei miei pensieri, udivo il sibilare del vento in lontananza, mentre il canto del cuculo nel boschetto sottostante annunciava l’imminente arrivo della bella stagione. Osservavo di fronte a me il monte Armelio che da secoli, sempre uguale, immobile, si ergeva maestoso, impassibile sia alle vicende umane sia al sibilar del vento tra le fronde degli alti pini, che da oltre mezzo secolo oscillavano flessuosi, si muovevano lenti e aggraziati trascinati dal vento, impregnando la zona di un delicato profumo di resina. Pensavo probabilmente a quella che potrebbe essere stata la prossima meta delle mie vacanze estive, quando fui distratta dalla voce autorevole di mia nonna che mi chiamava riportandomi alla realtà.
«Silvia! Vieni ad aiutarmi a cercare una carta?».
Mi chiese quasi con disagio, sapendo che da sola non era più in grado di leggere, perché il distacco della retina le aveva da tempo causato dei seri problemi alla vista. Nonostante quel suo grave handicap, all’età di ottantacinque anni era ancora autosufficiente e riusciva a destreggiarsi con la memoria in ogni angolo della casa, talvolta riordinando e cucinando per sé e per mio nonno.
Nel corso degli anni, con la sua pazienza e la sua bontà unite a una buona dose di autorevolezza, aveva saputo conquistare tutta la mia stima e il mio rispetto: come avrei potuto dire di no alla mia nonna preferita?
Cercare una carta significava mettere il naso nel meraviglioso tiretto della credenza, un piccolo cassetto pieno di mille oggetti e scartoffie, dove di solito si trovava di tutto, tranne la cosa che si stava cercando.
Quel piccolo cassetto aveva sempre suscitato in me grande attrazione fin da bambina, quando andavo di nascosto a cercare le caramelle, perché sapevo che, come dalla borsa di Mary Poppins, da lì uscivano magicamente oggetti straordinari.
Una volta estratto il cassetto dalla credenza e postolo sul tavolo della cucina, dove c’era più spazio, cominciammo l’ardua ricerca.
Tra vecchie buste sgualcite, bigliettini di auguri di Natale e Pasqua datati anni settanta, vetuste cartoline delle fidanzate di mio padre, caramelle scadute da chissà quanti anni, vecchie fotografie in bianco e nero, un pacchetto di cicche Brooklyn color porpora (quel gusto terribile di qualche decennio prima) ormai rinsecchite, bottoni di ogni tipo e avanzi di saponette usate nei lavori di sartoria, una pallina utilizzata per rammendare i calzini e un antico fuso di legno intagliato a mano, mi capitò tra le mani una vecchia busta spiegazzata. Provai ad aprirla per verificarne il contenuto e… incredibile sorpresa! Mi ritrovai tra le mani un vecchio biglietto, datato 20 agosto 1919.

La prima cosa che balzò ai miei occhi e mi portò subito a sorridere, fu la prima frase che lessi su quel biglietto ingiallito, piegato in quattro e sgualcito dal tempo: “Biglietto da essere conservato dal passeggiere”.

Sicuramente mia nonna aveva rigorosamente seguito alla lettera quell’indicazione e lo aveva conservato integro per tutti questi anni!
Successivamente una dicitura scritta a caratteri cubitali: “La Veloce, navigazione italiana a vapore”. Accanto a questa voce, sulla sinistra, uno stemma ovale con un’ancora intrecciata a una bandiera con una croce col contorno che ripeteva la stessa dicitura.
Posta sotto e centrata nella pagina la frase seguente: “Biglietto d’imbarco per N. …3/4….. Posti di 3° Classe.
Seguivano spazi in bianco compilati a mano, scritti con pennino e inchiostro, riportanti il nome e il cognome di mia nonna e sua sorella. E via dicendo.
«OOHH...!!! Ma guarda...! È il biglietto di quando son venuta a casa dall’America!» esclamò mia nonna, non troppo sorpresa di averlo ritrovato, consapevole di averlo riposto in un luogo sicuro chissà quanti anni prima.
«Nonna! Ma è bellissimooo! Posso tenerlo per ricordo?» le domandai sperando in una risposta affermativa.
«Si ma devi conservarlo anche tu come ho fatto io! È un ricordo dell’America, di quando ero una bambina!».
«E ora cosa ti ricordi dell’America?».
«Il ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà e l’aiscrim
«E poi? Non ricordi altro?».
«Mi ricordo che andavo all’asilo e le maestre mi facevano fare dei disegni con i pennelli e poi ci facevano ritagliare e incollare».
«Sei andata all’asilo a New York?» chiesi stupita dal fatto che all’asilo non c’ero andata nemmeno io, nonostante fossi nata alla fine degli anni sessanta.
«Sì! Di giorno i miei genitori lavoravano e io andavo all’asilo... non potevo mica stare in casa da sola!».
«Che lavoro facevano i tuoi genitori, ricordi?».
«Ricordo che il mio povero papà vendeva i gelati con un carrettino. E quando ne avanzava uno me lo lasciava mangiare. Poi qualche volta mi davano la ciunga».
«Cos’era la ciunga?».
«La cicca! Ma non erano mica come quelle di adesso, erano delle palline rotonde, o delle volte dei quadratini colorati. Ma poi ci veniva il mal di denti…».
«E tua mamma cosa faceva?».
«Mia mamma di giorno lavorava in fabbrica, poi di sera faceva i sigai oppure confezionava dei fiori di carta. Ricordo che abitavamo in alto e, per fare la spesa, mandavamo una corbella (panierino) attaccata a una fune giù dalla finestra con dentro la lista e il negoziante ci mandava su la spesa: il pane, il latte, le uova e via dicendo».
«Cos’altro ricordi?».
«La sera ci chiudevamo in casa e mia mamma mi mandava a letto, ma delle volte avevo paura!».
«Perché?».
«Perché c’erano degli uomini cattivi, che giravano di notte con dei cappucci bianchi sulla faccia, solo con due buchi per gli occhi… e… mamma mia! Se ci prendevano ci facevano la festa!!».
«E chi erano?».
«Non lo so, ma ricordo che avevamo tutti paura. Di solito cercavano i neri, e se li prendevano… ma quando non li trovavano prendevano anche
i bianchi! Prendevano anche qualche italiano, e se ci prendevano ci ammazzavano…».
«E perché volevano ammazzarvi?».
«Mah…perché non eravamo… mericani!».
«Ti ricordi altro?».
«La mia povera mamma mi raccontava che una volta, quando noi bambini non eravamo ancora nati, lavorava in una fabbrica che si era incendiata, era morta tanta gente! Lei si era salvata, era stata fortunata, mi raccontava sempre che erano morte tante donne giovani come lei. Poi l’avevano chiamata al processo a testimoniare. Mi diceva sempre che al processo aveva avuto molta paura».
«Perché siete tornati a casa?».
«Chi lo sa? Io avevo solo sei anni. Mi ricordo che quando sono arrivata a Perino la gente mi fermava per strada e mi facevano parlare in mericano! Se rispondevo, mi regalavano una caramella o dei biscotti o qualcosa d’altro. Invece i bambini mi prendevano in giro e io volevo prenderli a schiaffi!» mi rispose con quel suo modo di parlare che era un misto di dialetto tradotto in un italiano sgrammaticato che sapeva tanto di comico.
«Ma non ti ricordi qualche altra parola?».
«No! Col tempo mi sono dimenticata quasi tutto! Mi ricordo solo che per salutare si dice baybay! Mi ricordo anche le parole di una canzoncina che ci insegnavano le maestre all’asilo che faceva così: collj nai ne dande ben! Yolla fai e rai-duei…» attaccò quella improvvisata melodia che avevo già sentito tante volte, che col tempo si era affievolita con lei, cancellando quasi del tutto ogni traccia di americano.

Alla fine la famosa carta che stavamo cercando non la trovammo mai. In compenso io mio guadagnai quel biglietto che conservai come una reliquia, in un posto sicuro. 

Dopo una decina d’anni quel vecchio biglietto, che in me suscitò già da subito grande interesse, decise di prendere vita turbando i miei sonni, così nel buio di una notte insonne tornai a cercarlo.
Lo studiai a lungo, per molto tempo, e ogni volta che lo guardavo, pareva volesse suggerirmi qualcosa. Studiandolo meticolosamente scoprii che celava miriadi di informazioni e una voce dentro di me mi suggeriva di cercare, cercare. Sì, ma cercare cosa? Io continuai a cercare per alcuni anni, senza sapere esattamente cosa stessi cercando, finché un giorno su internet, trovai qualcosa di interessante e successivamente recuperai altre preziosi informazioni. Nell’estate del 2010 capitai poi sul sito del Museo di Emigrazione di Ellis Island che mi aprì un mondo nuovo, fatto di lunghi elenchi di nomi e cognomi, di liste passeggeri, di indirizzi, di navi… finalmente ero capitata nel posto giusto e, con un pizzico di fortuna, avevo trovato tutto, ma proprio tutto quello che stavo cercando.
Probabilmente è stato lo spirito dei miei antenati a guidarmi in questa affannosa, instancabile ricerca, invitandomi a cercare, tra quelle miriadi di nomi, scritti a mano e sgualciti dal tempo, spesso scritti in lingua inglese e incomprensibili, con storpiature di nomi e cognomi. Nonostante queste difficoltà giunsi al traguardo che mi ero prefissata: cercare e comprendere le motivazioni che avevano spinto la mia bisnonna a emigrare, capire quelle che erano le difficoltà e i problemi di quegli anni che spingevano milioni di giovani italiani ad andarsene dal nostro paese. Trovai la data esatta di partenza e il nome della nave con la quale la mia antenata salpò da Genova, nonché la data del suo arrivo a Ellis Island, che casualmente coincide con il mio giorno di nascita.
Così, ascoltando vecchi racconti che si tramandano di padre in figlio, o meglio da nonna a nipote, e utilizzando i dati raccolti, uniti a una buona dose di immaginazione sono salpata a bordo di una straordinaria macchina del tempo, percorrendo un viaggio a ritroso di oltre un secolo, riuscendo a compiere il miracolo, finora mai nemmeno lontanamente sognato, di scrivere una storia. Ispirandomi al lungo viaggio intrapreso dalla mia antenata oltre un secolo fa, e unito alle informazioni frutto di scrupolose ricerche, nonché i racconti della nonna, sono riuscita a comporre un racconto con fondamenti storici, e una trama frutto di fantasia.

Quarta di copertina
"Biglietto di terza classe" di Silvia Pattarini, Zerounoundici, 2017.

Sognando La Merica: storie di donne, di lotte di classe e di immigrazione, all'inizio del '900.
Lina è una ragazza di vent'anni che agli albori del '900 emigrò in America in cerca di fortuna. Il lungo viaggio per mare sul bastimento, con destinazione New York. Le paure durante la traversata, in terza classe, giù nella stiva, con emigranti che fuggivano dalla disperazione alla ricerca di una vita migliore. Il Nuovo Mondo, gli umilianti controlli sull'isola di Ellis, chiamata dai migranti "l'Isola delle lacrime". La nuova vita da cittadina americana. Le difficoltà, le lotte per i diritti delle donne e contro lo sfruttamento minorile. I pericoli e le avversità da affrontare. Infine l'amore, ma per questo ci sarà un alto prezzo da pagare.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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3 commenti:

  1. Che bella questa nonna, Silvia non può che essere contenta di seguirla e assecondarla nella ricerca del biglietto del treno, testimone di un viaggio, forse l’unico della sua vita. Una volta diventare vecchi era sinonimo di diventare saggi, si viaggiava magari poco, ma quell’unico viaggio in treno rimaneva vivo , fortemente vissuto. Si lavorava sui campi e si imparava, la vita portava a questo risultato. Ho difficoltà a pensare che sia ancora vero, noi diventeremo facilmente dei vecchi rincitrulliti da lavori ripetitivi e poco fantasiosi, e da una vita di televisione che, beati loro, i nostri nonni non guardavano. Che belli i nonni di una volta, anch’io ricordo il mio, era un pescatore, analfabeta, dolce e sensibile, si commuoveva a guardare il tramonto, e da quel tramonto doveva capire se il giorno dopo avrebbe potuto uscire in mare oppure no. Non c’era “meteo.it”, e al contrario di loro, lui le previsioni le indovinava. Si, davvero bella questa nonna. Angelo Gavagnin autore di “non sono nato e mi sento molto bene”

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  2. Grazie Angelo, devo fare chiarezza su un punto e che dal testo in questione non si capisce: il biglietto era quello del "bastimento" non del treno, il biglietto di terza classe del piroscafo "Europa" che rientrava in Italia dagli Stati Uniti dopo un lungo viaggio di 15 giorni per mare. E quel piroscafo riportava "a casa" mia nonna, da NY città che nel lontano 1913 le diede i natali.

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    1. Leggendo una sola pagina mi sono fatto un mio romanzo, comunque "ancora più bella questa nonna", a parte gli scherzi, il biglietto, mi ha ricordato il mio buon nonno che forse avrà fatto un solo viaggio in tutta la sua vita. saluti

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