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In primo piano

L'incipit | #26 Il labirinto della memoria

Il freddo si avvertiva, ma il clima non era gelido, lo è raramente nelle città affacciate sul mar Mediterraneo, anche se il tempo non prometteva nulla di buono. La sera era buia a causa delle nubi nere e dense, nubi autunnali, che oscuravano il quarto di luna. La pioggia non cadeva ancora ma era solo una questione di minuti e poi si sarebbe scatenato un nubifragio. Uno di quelli che fa cadere acqua a barili, tanta da lasciare alla città Genova solo la speranza di saperla accogliere tutta, senza che questa trasformi le vie in rivoli e fiumi come troppe volte, succede.
La donna attendeva a bordo dell’auto, tamburellando sulla finta pelle che ricopriva il volante con le unghie corte e curate, non si trattava di nervosismo, era solo impazienza.
Il ragazzo non si vedeva ancora, ma lei sapeva che sarebbe arrivato perché lo aveva seguito, fino a vederlo con quel bastardo che si guadagnava da vivere vendendo la merda che i ragazzi sbandati si sparano in vena.
La pioggia cominciò a cadere nel momento in cui lo vide uscire dal vicolo, illuminato dall’unico lampione all’angolo della strada.
Barcollava, evidentemente si era appena fatto. Lo vide appoggiarsi a un muretto e chinarsi su se stesso fino a raggiungere il terreno.
Con tutta la calma necessaria, la donna scese dall’auto e si aggiustò la falda del cappello guardando in alto, verso le nubi che gettarono le prime gocce sul suo viso struccato. Era una donna giovane e molto attraente. Esplorò con lo sguardo la via: non c’era nessuno, quella non era la serata giusta per una passeggiata. Solo quelli che avevano fretta di rientrare dopo il lavoro e qualche balordo erano ancora in giro proprio come quel ragazzo.
La donna attraversò la strada a passo svelto fino a raggiungerlo.
Lui era immobile con gli occhi socchiusi.
Lei lo fissava, mentre sul suo volto andava disegnandosi un ghigno simile a un sorriso.
Il ragazzo alzò la testa e la squadrò, infine, aprì la bocca mostrando la dentatura rovinata dalle troppe dosi e, con un filo di voce, disse: «Sei tu! Da dove spunti?»
L’atteggiamento della donna lo spaventava. Cercò un minimo di forza che non poteva trovare nei muscoli troppo rilassati dal veleno che aveva in corpo.
«Che cazzo vuoi?» biascicò.
«Liberarti. Voglio solo liberarti dalle catene di questo tuo mondo schifoso» gli rispose, mantenendo il ghigno sul viso.
La voce della donna lo colpì come un dardo: infatti, non era la voce che conosceva, quella l’aveva già sentita, questa era diversa, era la voce acuta e in falsetto di un ragazzo adolescente.
La paura s’impossessò di lui, fece per alzarsi, ma la porcheria che aveva in corpo glielo impedì.
Nella mano destra della donna comparve come per incanto una pistola. Era un’arma automatica piccola e micidiale.
Il ragazzo cominciò a rotolare lungo il marciapiede nel vano tentativo di sottrarsi al suo destino. I suoi movimenti erano lenti. Andò a sbattere contro le ruote di un'auto posteggiata, poi cominciò a strisciare. Esausto dalla paura e dagli effetti della droga, si fermò e girò lo sguardo verso la donna.
«Non puoi farlo… non puoi…» balbettò annebbiato.
Rise delle parole del ragazzo: una risata folle! Così gli dimostrò di poterlo, anzi di volerlo fare!
Alzò il braccio e gli pose la canna con il silenziatore sulla nuca.
«Buon viaggio» gli disse, con la voce in falsetto, mentre premeva il grilletto.

* * *
La cena era terminata e il maresciallo Carlo Santini si alzò dal tavolo, raccogliendo la carta di credito con la quale aveva pagato il conto, poi aiutò la fidanzata ad alzarsi spostando la sedia con galanteria, lei lo guardò e sorrise.
Uscirono abbracciati dal locale mentre la pioggia continuava a cadere inesorabilmente, non avendo l’ombrello si misero a correre verso l’auto, ridendo.
Stavano bene insieme. Paola Mieli era l’innamorata che più di una volta aveva chiesto a Carlo di sposarla, lui era quello che nicchiava sulla faccenda. Il matrimonio non lo spaventava in maniera particolare, ma non si sentiva ancora pronto a creare una famiglia, non con il tipo di lavoro che faceva. Sapeva bene che i carabinieri sposati erano molti e che alla fine anche lui avrebbe fatto quel passo, ma, almeno per ora, preferiva lo status più sicuro di fidanzato, inoltre doveva ancora capire fino a che punto era innamorato di lei.
Erano giunti di corsa all’auto e il lampeggiare giallo successivo al bip confermò l’apertura ordinata dal telecomando in mano a Santini.
Non fecero in tempo a salire perché, all’improvviso, videro una donna correre all’impazzata verso di loro fino a schiantarsi sul cofano dell’auto.
«Signora, cosa fa? Si calmi.»
La donna si girò e lanciò un urlo strozzato, indicando con la mano in direzione dell’angolo tra la strada e il vicolo di fianco al ristorante. L’urlo, per quanto coperto dal ticchettio della pioggia, fece uscire il ristoratore e i pochi avventori presenti.
«Là, laggiù…» indicò la donna.
Santini diresse lo sguardo nella direzione indicata e lo vide.
Era una sagoma immobile; sembrava un grosso straccio buttato a terra.
«Paola resta qui… Buon Dio, come piove! Sali in macchina e aspettami» gridò alla fidanzata dirigendosi verso il corpo riverso sul terreno.
Appena si rese conto dell’accaduto, prese il cellulare e compose un numero.
«Giorgio, sono Santini. In Corso Torino c’è il cadavere di un ragazzo. Ha il foro di un proiettile nella nuca. Manda una pattuglia e avverti il Tenente.»
«Comandi» ubbidì l’appuntato Giorgio Guerra.
Chiuse il cellulare e si chinò sul ragazzo senza toccarlo, era evidente che ormai fosse morto. Si alzò e pregò la gente che aveva formato un capannello, nonostante stesse piovendo a dirotto, di tenersi a debita distanza dal cadavere.
Tornò da Paola e la vide abbracciata alla donna in preda a una crisi emotiva. Erano entrambe zuppe, la pioggia continuava a scendere copiosa.
«Ascolta…» le disse, alzando un po’ la voce, come se questa potesse superare meglio la barriera d’acqua che li separava, «… mi dispiace, ma lo vedi anche tu che non posso allontanarmi…» Poi si rivolse alla donna: «… Signora ora la faccio accompagnare in ospedale e…»
«No» rispose la donna, «sto un po’ meglio… ho posteggiato l’auto proprio dove ho visto…» Chiuse gli occhi nella speranza di scacciare l’immagine del ragazzo a terra, poi riprese: «… preferisco andare a casa. Vivo con i miei. Sono anziani, non voglio che stiano in pena. Sono… sono uscita tardi dal lavoro e loro mi stanno aspettando!»
«Come vuole» le disse Santini, un po’ perplesso. «Paola, accompagnala alla macchina, poi vai a casa, ti chiamo appena mi sarà possibile.»
Poi, rivolto nuovamente alla donna:
«Signora mi lasci le sue generalità, sa… giusto per eventuali necessità delle indagini.»
La donna annuì, un po’ sorpresa dalla richiesta, evidentemente non si aspettava di incontrare proprio un uomo di legge, ma dettò lo stesso quanto richiesto da Santini e questi, al riparo dell’abitacolo dell’auto lo annotò su un foglio, poi accennò appena un bacio sulla guancia a Paola e raggiunse l’auto-pattuglia appena arrivata.
* * *
La donna entrò in casa e si levò cappello e impermeabile.
«Mamma, papà…» disse con la voce in falsetto, aprendo con la chiave la porta di una stanza buia.
Non ebbe alcuna risposta: la stanza era vuota!
Richiuse la porta a chiave, cercando di non far rumore e accese la luce nella stanza da letto. Lì, si spogliò completamente prima di entrare in bagno per farsi una doccia che le avrebbe levato di dosso le tossine di quella serata.
La doccia durò almeno una dozzina di minuti, il tempo necessario per recuperare la serenità, anche se sapeva bene che era impossibile, poi indossò l’accappatoio e ritornò nella stanza da letto.
Dalla parete scostò un quadro che celava una cassaforte da quattro soldi, di quelle piccole e munite di una semplice serratura senza alcuna combinazione; la aprì con la chiave.
Levò dalla borsa la Beretta calibro 22, estrasse il caricatore e v’inserì un nuovo proiettile prelevato da una scatoletta di plastica che era all’interno, poi svitò il silenziatore e depose il tutto nuovamente in cassaforte. Risistemò il quadro e raccolse i vestiti che si era levata, frugò nelle tasche trovando un piccolo bossolo che rigirò nella mano. Dopo averlo contemplato per vari minuti, si diresse verso la cucina, prese da uno scaffale una bottiglietta di vetro con un liquido trasparente e leggermente verdognolo, vi buttò il bossolo, questo provocò lo svolgersi di un vapore brunastro. La donna posò la bottiglietta sul davanzale della finestra per sottrarsi ai vapori e attese la scomparsa del bossolo. Il liquido divenne un po’ più verdastro; ripose nuovamente con cura la bottiglietta nello scaffale. Tornò nella stanza da letto, poi si levò l’accappatoio e nuda com’era, s’infilò sotto le lenzuola. Si addormentò come una bambina; sperava così di dimenticare, ma sapeva che non era possibile. Poi, a epilogo della tragedia il sogno tornava, chiaro e dettagliato come un film…

★★★★★

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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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