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L'incipit | #52 "Lupi nella nebbia - Zanne" di Franco Mieli

LUPI NELLA NEBBIA
Il garage era illuminato a giorno dalle luci al neon che l’avvocato Giangiacomo Ronchi aveva fatto installare dopo un’accesa riunione di condominio, in cui i più che benestanti proprietari della palazzina di lusso dove abitava avevano cercato di limitare le sue continue richieste di migliorie e comodità. Alla fine aveva vinto lui. Il suo eloquio persuasivo ed efficace aveva tirato dalla sua parte la maggioranza dell’assemblea convincendo tutti a montare telecamere di sorveglianza all’interno del garage, nell’androne condominiale e finanche sulle scale, una per ogni pianerottolo. Non che si sentisse minacciato, ma era un patito della tecnologia e un maniaco della sicurezza, tanto è vero che nonostante fosse vicino alla sessantina manteneva inalterato un fisico robusto, scolpito da karate, pesi e canottaggio, tutti sport che aveva praticato da giovane.
Mentre scendeva dalla sua BMW nera, dopo aver parcheggiato al posto assegnatogli, notò che una delle telecamere non era nella sua abituale posizione, anzi sembrava addirittura danneggiata. Sicuramente il colpevole era quel teppista del figlio dell’ingegner Renzi, un diciassettenne inquieto e viziato che più volte si era reso protagonista di atti vandalici ai danni del giardino comune e di automobili dei condomini.
«Domani mattina telefonerò all’ingegnere e gliene dirò quattro. Insegnasse l’educazione a quel vandalo.» Disse a voce alta.
Aprì il portabagagli, ma mentre si chinava per afferrare la pesante borsa di cuoio da lavoro un violento colpo alla nuca lo fece cadere in ginocchio. Si afferrò al bordo del baule e cercò di girare la testa. Un secondo colpo ancora più violento gli fece perdere i sensi.
Aprì gli occhi nel buio. Il dolore alla nuca, con fitte intermittenti, era così forte che emise un rantolo rabbioso. Il sangue colato dalla ferita, ormai rappreso, gli aveva incollato il colletto della camicia alla nuca. Provò a muovere la testa a destra e a sinistra ma non gli riuscì. Qualcosa, forse una corda, glielo impediva.
«Aiuto! Aiuto! Liberatemi!» Urlò. Un accesso di tosse violenta, provocato dalla corda che lo stringeva al collo, lo costrinse a smettere. Un odore di polvere stantia, di muffa e umidità misto a esalazioni di vino e miasmi di fogna gli provocò un conato di vomito. Non poteva muovere neanche le braccia che gli sembrarono essere legate a qualcosa dietro di lui: forse un palo, o una colonna. Si trovava probabilmente seduto sul pavimento di una cantina. Ma non ne era sicuro. Il buio pesto lo avvolgeva e aveva perso la cognizione del tempo.

★★★★★

ZANNE
Anche quella mattina era uscito prestissimo per cercare conchiglie e sassi in riva al mare. Quella notte c’era stata luna piena e la risacca doveva aver gettato sulla battigia parecchio materiale. Pregustava già il ricco bottino che avrebbe riportato facendo infuriare la moglie, che non ne poteva più di avere la casa invasa da tutta quella roba che lui usava per decorare vasi e costruire paesaggi immaginari e fantastici su plastici improvvisati. Già alle sei e mezzo quel giorno di metà giugno si annunciava come una torrida giornata. L’umidità gli incollava la maglietta sulla pelle e il collo era bagnato di sudore. Lasciò l’asciugamano accanto all’asta dove era issata la bandiera bianca che segnalava mare calmo e iniziò il consueto peregrinare sull’arenile tarquiniese in cerca dei suoi tesori. Da quando era in pensione la ricerca di sassi e conchiglie era diventata il suo principale passatempo. Cominciò quindi con lo sguardo fisso a terra la sua perlustrazione della costa in direzione di Civitavecchia, dove non essendoci stabilimenti balneari sapeva che non avrebbe incontrato anima viva. Camminava da circa venti minuti quando la sua attenzione fu attirata dalle forti strida di numerosi gabbiani. Interruppe la sua ricerca, incuriosito dal fatto che gli uccelli si radunavano in un punto all’interno della folta macchia mediterranea che si stendeva a perdita d’occhio sulla sua sinistra. Dalla spiaggia risalì verso la vegetazione, seguendo l’incessante viavai dei chiassosi uccelli. Giunto al limitare della macchia notò che si affollavano numerosi intorno a una piccola imbarcazione di legno rovesciata, dal fondo bianco e dalle fiancate di un rosso sbiadito. Le loro urla ora erano assordanti e vide che si stavano disputando qualcosa intorno alla barca.
Ci sarà qualche carogna di cane abbandonata, pensò mentre scacciava i gabbiani gridando e battendo le mani. L’ondata di nausea dovuta al fetore lo assalì contemporaneamente alla vista di una gamba maciullata che spuntava da sotto la barca e di quello che sembrava essere stato un braccio poco più in là. Vomitò tutta l’abbondante colazione della mattina. Poi seduto per terra con le spalle rivolte al mattatoio che aveva appena scoperto riuscì a estrarre il cellulare dalla borsa a tracolla e compose il 112.

Quella notte a Kabul la temperatura era scesa sotto lo zero. Accadeva spesso nel mese di gennaio e gli otto uomini a bordo dei due mezzi corazzati Lince emettevano sbuffi di vapore scambiandosi qualche veloce battuta. Gli occhi erano fissi sulla strada davanti e sui loro lati. La tensione era sempre altissima quando si usciva dalla base. Il tenente Cerci, a bordo del primo dei due automezzi, era silenzioso. Cinquemila chilometri lo separavano dalla sua famiglia e cominciava a pensare di aver preso una decisione troppo frettolosa. Senza consultare nessuno. Come aveva sempre fatto. L’istinto e l’egoismo l’avevano sempre dominato fin da piccolo. Come ufficiale non era obbligato ad andare di pattuglia; era lui che si offriva volontario, per ammazzare la noia, diceva. La missione in Afghanistan, fino a quel momento era stata una delusione. La vita alla base era alquanto monotona: picchetto di guardia, l’alzabandiera la mattina. Nei pattugliamenti notturni trovava un po’ di quell’adrenalina di cui aveva bisogno il suo carattere solitario e scontroso. Sentiva però che stava per perdere il controllo. Gocce di sudore gli colavano lungo il collo nonostante il freddo…
Il sogno fu interrotto dallo squillare del cellulare. Il maggiore Massimo Cerci aprì di scatto gli occhi fissando per qualche secondo il soffitto della roulotte che teneva parcheggiata tutto l’anno al campeggio che era stato lo scenario dei suoi giochi estivi fin da bambino. Si mise a sedere sulla brandina e rispose.
«Maggiore Cerci.»
«Oh Massimo, tu non perdi il vizio di svegliarti presto neanche in ferie, vecchio grullaccio!»
«Veramente sei tu che mi hai svegliato, rompiscatole che non sei altro. Non ti sembra un po’ presto per invitarmi a cena stasera?»
«Sarà un miracolo se stasera riuscirò a mangiare un panino. Non ti ho chiamato per questo, purtroppo. Volevo chiederti se ti va di aiutarmi per una faccenda un po’ spinosa.»
«Di che si tratta, Gabriele?»
«Vieni a vedere tu stesso. Siamo sul lungomare di Marina di Velca, a pochi chilometri da te.»

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Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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1 commenti:

  1. Un libro intrigante Un noir asciutto,molto ben congeniato, a tratti feroce,che non concede soste. Trascina il lettore sino alla fine grazie ad una scrittura fluida e ben articolata. Trama e personaggi dei due racconti prendono vita e si muovono in un incubo senza fine. Lettura assolutamente consigliabile.

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