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In primo piano

[Libri] "Ho scelto il lager" di Mario Avagliano e Marco Palmieri, recensione di Tamara Marcelli


Ho scelto il lager – Memorie di un internato militare italiano di Mario Avagliano e Marco Palmieri, Edizioni Marlin – Il Filo Spinato, 2012. Quel “No” all’oppressore che segna il limite tra Uomini e burattini.


La storia del militare Aldo Lucchini è una delle numerose storie emerse dall’oblio e dimenticate per anni, quasi fossero scampoli di vite da nascondere. Forse per non offuscare la Memoria Ufficiale degli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale.
I destini di tanti militari italiani si incrociarono in freddi vagoni che sfrecciavano tra le bombe di una guerra parallela. Uomini che dal Fronte vennero deportati su tradotte come fossero bestie destinate al macello. Inizia così questo libro che riporta i fatti e le emozioni vissute da un giovane sergente richiamato alle armi nel febbraio del ’43, destinato al Fronte greco. Catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre venne deportato in Germania nel campo di Trier e poi a Ludwigshafen dove rimase fino alla primavera del 1945 quando riuscì a rientrare in Italia dopo aver camminato oltre 600 km a piedi. È la storia di un IMI (Internati Militari Italiani) e leggendo le sue memorie si percepisce il dolore e le estreme privazioni subite nel periodo della prigionia. “Aderire o non aderire”, la domanda che riemergeva ad ogni morso della Fame, ad ogni piede congelato. Questo breve libro è un condensato di emozioni e rabbia, ma mai di rassegnazione. È la storia di uno degli IMI, dei tanti che attuarono la propria Resistenza ai tedeschi e a se stessi.
Una storia che rappresenta una Resistenza diversa, che deve essere conosciuta e insegnata. Non una storia a margine, ma il fulcro di quella che fu una battaglia per l’identità e la libertà.
Il 25 aprile rappresenta tutti coloro che hanno combattuto con o senza armi, che erano uniti da un senso di appartenenza e di onore. Che hanno ascoltato solo la propria coscienza.
Soldati, ufficiali e truppa del Regio Esercito, uomini che dopo l’Armistizio tra Italia e Stati Uniti firmato a Cassibile nei pressi di Siracusa, dal generale Castellano, a nome di Badoglio, e Walter Bedell Smith a nome di Eisenhower. Lo chiamarono Armistizio, ma in realtà fu una resa senza condizioni. Era il 3 Settembre 1943 , l’Italia era divisa in due: a Nord le truppe tedesche, a Sud gli Alleati Anglo-Americani. Ed il peggio doveva ancora avvenire. La notizia dell’Armistizio fu data ufficialmente il giorno 8 Settembre alle ore 18.30 attraverso i microfoni di Radio Algeri dal generale Eisenhower e alle 19.20 dal maresciallo Badoglio con il suo proclama trasmesso dall’Eiar. Iniziò così la disfatta di un Paese, del suo popolo e dei suoi militari sparsi nei territori di guerra: l’abbandono e il caos.

Il carattere italico fece la differenza. 

Fu la presa di coscienza di essere stati lasciati in balìa degli ex alleati tedeschi, dimostratisi rancorosi e vendicativi, che produsse ciò che definiamo la Resistenza. La ribellione all’occupazione, ai numerosi episodi di violenza, ai bombardamenti continui dell’aviazione tedesca e di quella anglo-americana. L’Italia fu terreno di battaglia e fu una battaglia terribile che distrusse famiglie, paesi e città. Che rischiò di annientare la nostra storia, le nostre tradizioni. Ma non la nostra identità. Quel coraggio che storicamente non è mai mancato portò uomini e donne ad affrontare il pericolo, ad opporsi ai fucili e a resistere alla terribile fame. Padri, fratelli, figli ma anche madri e sorelle, si diedero da fare per resistere all’occupazione e alle nefandezze che ne scaturirono. Le violenze e le fucilazioni erano quotidiane, era sempre più difficile sfamare i propri figli, ma la guerra di Resistenza era inevitabile. Quanti videro distrutte le proprie case, uccisi a sangue freddo i propri familiari, senza pietà e senza perdono?
Ma la Resistenza non fu solo una tragedia vissuta sul territorio italiano, c’è una pagina di storia, troppo spesso dimenticata, che ci porta lontano, poco oltre le Alpi. Ed è la storia dei militari italiani che, dopo l’8 settembre 1943, dopo aver rifiutato di combattere al fianco dei nazisti e della repubblica di Salò, affrontarono i tedeschi. Costretti dai propri superiori a deporre le armi, dissero comunque quel “No” che pagarono con la vita. In quel momento si trovavano dislocati al fronte, tra Grecia e Albania, nelle isole dell’Egeo, sulle navi che facevano la spola tra Bari e Durazzo, sotto i bombardamenti. Molti perirono così, chiusi nelle grandi pance delle navi. Molti non tornarono più a casa, nemmeno da morti. Tanti, circa 650 mila militari italiani furono deportati nei campi di concentramento e di lavoro in Germania, Polonia e Russia, di transito e raccolta in Francia, Italia ed Europa dell’est. Circa 8.000 soldati italiani dell’Armir furono imprigionati nei Gulag, molti nel campo Levetnot Sodieved 99 di Spassk in Siberia: tornarono in 200, altri sono ancora nella steppa, ricordati solo da piccole croci di fortuna. Di altri non si seppe più nulla.


Fu questa la Resistenza dell’abbandono, quella senza armi, quella terribile della Fame e delle malattie, della prigionia, del grande freddo e della lontananza. 

Erano in tanti, uniti dalla speranza di poter tornare a casa, in Patria, dai propri cari ai quali nessuno, se non raramente, aveva potuto comunicare di essere ancora in vita. Le lettere spedite dai lager, quando era ammesso, venivano prima sottoposte a rigida censura, molte non partivano e allora si aspettava invano una risposta che non sarebbe mai arrivata. I militari italiani deportati vissero due anni di inferno, tra privazioni e tormenti psicologici attuati metodicamente per annientare la loro forza di volontà. Per costringerli a cedere. Ma non lo fecero. Neanche davanti ai morsi della Fame e al congelamento. Non cedettero, anzi si nutrirono di ricordi, di sogni e piccole immagini familiari.
L’odio e il disprezzo che i tedeschi provavano nei loro confronti, le continue vessazioni e le violenze inaudite a cui furono sottoposti non fecero altro che rafforzare il loro spirito e il loro ingegno. I nostri militari, gran lavoratori anche con il fisico debilitato da fame e malattie, divennero indispensabili per la Germania ferita dai continui bombardamenti degli Alleati. I soldati lavoravano e rischiavano la vita per una buccia di patata, per rape marce o per una sigaretta, ma riuscirono ad impartire una lezione d’onore ai propri aguzzini.
Molti si ingegnarono e riuscirono a fuggire dai campi, dalle fucilazioni. Con l’avanzata delle truppe alleate, i tedeschi non potevano lasciare testimoni dietro di sé. Bruciarono baracche, documenti e uccisero i prigionieri.
Quelli che si salvarono furono liberati dai campi dalle truppe americane, russe e inglesi ma dovettero attendere molti mesi prima di poter rientrare in Italia. La loro Liberazione avvenne in quel momento, non prima. Per questo ogni IMI. ha un suo personalissimo “25 aprile”, una data impossibile da dimenticare e da omologare.
La vicenda degli IMI è poco conosciuta, non viene insegnata nelle scuole, non è facile da spiegare. Perché la Storia spesso è fatta di angoli bui in cui raggomitolare fatti scomodi. Ma la Storia è una e non si può smembrarla, ripulendola per mostrare solo ciò che conviene. La Storia è di tutti e deve essere conosciuta nel suo insieme, senza censure né limature. Bisogna leggere e parlare degli IMI, veicolare le informazioni sulle vicende di quanti, scampati alla morte, sono riusciti a tornare e a raccontare a voce o nei diari, quanto vissuto. Perché la Memoria non si perda. Che non sia stato vano il loro sacrificio, come quello parallelo dei partigiani in Italia.
Il coraggio degli IMI deve avere spazio, deve poter insegnare la dignità alle generazioni future, a tutti, affinché sia da monito contro le guerre e le persecuzioni.
Dire quel “No” all’oppressore, al potente, vale una vita ma segna il limite tra Uomini e burattini.

Ho scelto il lager

Le memorie di Aldo Lucchini offrono un prezioso spaccato dell'esperienza dei circa 650 mila ufficiali e soldati che, catturati dai tedeschi, nonostante i ricatti e le minacce subite, rifiutarono in massa il fascismo, la sua guerra e la sua nuova forma istituzionale della Repubblica Sociale Italiana. 
Questi militari pagarono il loro "no" con la deportazione nel Reich e circa venti mesi di prigionia e lavoro coatto nei Lager nazisti, non come prigionieri di guerra ma con la qualifica di Internati Militari Italiani, voluta da Hitler e sconosciuta al diritto internazionale (e quindi non soggetta alle sue tutele). 
Una vicenda individuale che - per la drammaticità e durezza della detenzione nel sistema concentrazionario nazista, la difficoltà delle scelte compiute e il loro valore di autentica resistenza - ci restituisce una fotografia assai nitida di quel particolare momento storico e del sacrificio di una intera generazione di italiani, affrontato per la rinascita della Patria , dopo il fascismo e la dittatura.


di Mario Avagliano e Marco Palmieri | Edizioni Marlin | Saggio storico
ASIN B00JC5HEC6  | cartaceo 8,50€  Acquista


Tamara Marcelli
Artista poliedrica, eccentrica, amante dell'arte in tutte le sue forme. Una sognatrice folle. Ha studiato Lettere e Tecniche dello Spettacolo, canto e recitazione per oltre dieci anni e ha lavorato come attrice in alcuni importanti Teatri del Lazio. Scrive poesie, romanzi, testi teatrali, articoli e saggi.
Il blu che non è un colore,  Montag.
Il sogno dell'isola, Montag.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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