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"Ciò che inferno non è" di Alessandro D'Avenia, recensione di Gianna Gambini


"Ciò che inferno non è" di Alessandro D'Avenia, Mondadori , 2014, la vita di Don Pino Puglisi attraverso gli occhi di un adolescente.

Alessandro D'Avenia è uno scrittore che mi ha sempre incuriosito, poiché è l'unico che ho scoperto grazie ai miei alunni: qualche anno fa, insegnante ancora inesperta, una ragazzina, benché le avessi consigliato di leggere un libro tra una lista di ben 60 titoli, mi disse che aveva "disobbedito" e aveva letto un romanzo eccezionale, che avrei dovuto leggere assolutamente anch'io, ovvero "Bianca come il latte e rossa come il sangue". Seguii il suo consiglio, dopotutto il mio obiettivo era far amare loro la lettura, che fosse un autore classico o la Gazzetta dello sport, poco importava.
Inutile dire, se sono qui ora a scrivere della sua "terza figlia" (così lo scrittore chiama i suoi romanzi nel suo interessante sito www.profduepuntozero.it), che dopo la lettura di quel romanzo, sono diventata una sua fedele lettrice; dopo la lettura del suo secondo romanzo "Cose che nessuno sa", inserito nella famosa lista dei 60 romanzi, diventati ormai 61, ho cercato "Ciò che inferno non è" e l'ho letto tutto d'un fiato.
D'Avenia racconta gli ultimi anni di vita di Don Pino Puglisi, parroco attivo contro la mafia nel quartiere palermitano di Brancaccio dal 1990 al 1993, attraverso le vicende vissute da un diciassettenne, Federico, che si trova ad affrontare il critico passaggio dalla stabilità dell'infanzia al baratro dell'età adulta.
Succede così, inaspettatamente, nella vita di ognuno, che talvolta sia sufficiente un incontro, un momento, un episodio che permetta di trovare la via da seguire, giusta o sbagliata che sia. Per Federico, l'estate del 1993 è portatrice di consapevolezza e di maturità, ma soprattutto è portatrice di coraggio. Con le valigie pronte per un viaggio studio in Inghilterra, sulle orme di Manfredi, il fratello maggiore aspirante neurochirurgo, Federico decide di cambiare rotta e di conoscere prima la sua città, Palermo e poi, solo dopo essersi immerso nella realtà locale, di scoprire cosa c'è oltre l'orizzonte.
Il coraggio necessario a disobbedire al volere dei suoi genitori lo trova in una importante figura di riferimento, Don Pino, che oltre ad essere il suo professore di religione alle superiori, è anche impegnato nella realizzazione e nel mantenimento del centro Padre Nostro, al fine di aggregare e tutelare i bambini delle famiglie abbienti del quartiere Brancaccio. Don Pino, con l'aiuto di Lucia, una ragazza del quartiere che si prende cura dei bambini presenti, sta organizzando una festa per ricordare il primo anniversario della morte di Paolo Borsellino, usando come forma di aggregazione lo sport, per questo chiede aiuto a Federico, che nell'incontro con i piccoli abitanti del quartiere, scoprirà un mondo nuovo, profondamente diverso dalla Palermo dei luoghi che era abituato a frequentare.
Il messaggio che Don Pino trasmette ai giovani e ai bambini è quello di camminare a testa alta, senza subire i soprusi e le prepotenze dei potenti del territorio, perché sa che si può rovesciare il sistema mafioso solo seminando bontà e coraggio. Durante alcune omelie e soprattutto durante la festa organizzata in memoria di Borsellino, le parole di Don Pino avranno una risonanza amplificata dai giornali e dalle TV locali, per questo la mafia interviene, prima con avvertimenti, tradotti in violenze verso chi collabora con Don Pino, poi con atti dalle estreme conseguenze.
In questa esperienza, Federico diventa grande e soprattutto trova il coraggio di agire e di seguire la sua coscienza e con gli altri seguaci di Don Pino provvede ad eternare la memoria di un parroco che è andato a testa alta in contro alla morte.
Mimmo, uno dei ragazzi salvati da Don Pino, dopo il funerale del parroco, gli si rivolge, come se fosse ancora presente, con queste parole: "Di qualcosa bisogna pur morire, parri', ma una cosa la so: tu hai trovato di che morte non morire".
Sebbene il racconto della vita di Don Puglisi sia ricostruito tramite gli occhi e le vicende di personaggi inventati, ciò che viene fuori dal romanzo è l'eternità degli eroi, di coloro che lottano per cambiare le vicende umane e Don Pino, grazie ai semi piantati con i suoi ragazzi, ha permesso che si conoscesse e si provasse a scardinare una realtà fatta di degrado, un degrado dato principalmente dalla mancanza di coraggio e di alternative.
La scrittura di D'Avenia, in questo volume, appare un'alternanza davvero azzeccata di dialoghi, che riproducono il linguaggio, ora dei bambini, ora degli adolescenti, ora di coloro che fanno parte della criminalità organizzata, e alcune riflessioni e descrizioni affrontate con maestria letteraria, amore per il gioco di parole, per le sinestesie, gli ossimori, regalando al lettore un effetto mai scontato.
L'apice umano e letterario del romanzo, a mio avviso, si raggiunge nel momento della morte di Don Pino, quando lo scrittore affronta una profonda riflessione sulle cinque cose che rimpiangeremo nel momento della morte: aver vissuto seguendo le aspettative degli altri, aver lavorato troppo duramente, non aver detto abbastanza "ti amo", non aver trascorso del tempo con chi amiamo, non essere stati più felici. Ecco, Don Pino, ha vissuto una vita piena di ostacoli, controcorrente, ma nel momento della morte, ha sorriso, certo di non avere nessuno dei cinque rimpianti sopraelencati.
Inutile aggiungere che a settembre, i miei alunni, avranno una lista di ben sessantadue libri da leggere, in cui "Ciò che l'inferno non è" avrà uno dei posti d'onore.

Federico ha diciassette anni e il cuore pieno di domande alle quali la vita non ha ancora risposto. La scuola è finita, l'estate gli si apre davanti come la sua città abbagliante e misteriosa, Palermo. 
Mentre si prepara a partire per una vacanza-studio a Oxford, Federico incontra "3P", il prof di religione: lo chiamano così perché il suo nome è Padre Pino Puglisi, e lui non se la prende, sorride. 3P lancia al ragazzo l'invito a dargli una mano con i bambini del suo quartiere, prima della partenza. 
Quando Federico attraversa il passaggio a livello che separa Brancaccio dal resto della città, ancora non sa che in quel preciso istante comincia la sua nuova vita. 
La sera torna a casa senza bici, con il labbro spaccato e la sensazione di avere scoperto una realtà totalmente estranea eppure che lo riguarda da vicino. È l'intrico dei vicoli controllati da uomini che portano soprannomi come il Cacciatore, 'u Turco, Madre Natura, per i quali il solo comandamento da rispettare è quello dettato da Cosa Nostra. 
Ma sono anche le strade abitate da Francesco, Maria, Dario, Serena, Totò e tanti altri che non rinunciano a sperare in una vita diversa.

di Alessandro D'Avenia | Mondadori  | Young Adult
ISBN 978-8804647911| cartaceo 16,15€ | ebook 7,99€ Acquista 


Gianna Gambini
Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze. Dopo aver conseguito alcuni master e il diploma di specializzazione presso la SISS di Pisa, lavora come insegnante, presso la Scuola Secondaria di Primo grado. Sposata con una figlia vive nel comune di Terranuova Bracciolini.
Tartarughe marine, 0111Edizioni.
Equilibrio precario, 0111Edizioni.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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