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Vocabolaria, di Piano F, e il sessismo nella lingua italiana: l'infermiera si, l'ingegnera no?

Vocabolaria, di Piano F, e il sessismo nella lingua italiana: l'infermiera si, l'ingegnera no?

Di Stefania Bergo. Vocabolaria: sovvertiamo gli stereotipi, non la grammatica. L'emancipazione a suon di parole. Un progetto grafico in 14 schede.

Ricordo che molti anni fa, un'amica mi apostrofò sull'uso del termine studentessa, a detta sua non appropriato, in quanto le parole che definiscono le professioni sono tutte declinate al maschile per convenzione. Chissà se aveva ragione...
Oggi non è così – forse non lo era nemmeno allora? – i termini che identificano le professioni, soprattutto quelle di un certo rilievo, sono declinati anche al femminile e vanno usati correttamente, quasi fosse una forma di emancipazione a suon di parole, un modo per valorizzare le differenze e superare certe discriminazioni che tutt'ora esistono.
È evidente che il tema non sia di natura puramente grammaticale ma che abbia profondi risvolti sociali.

La riluttanza all'utilizzo corretto delle parole, che spesso si basa su ragioni di tipo linguistico, è celatamente di tipo culturale o semplicemente il frutto di abitudini?

Compito principale, almeno di chi ha fatto dello scrivere e della comunicazione il proprio mestiere, dovrebbe essere quanto meno il corretto utilizzo delle parole, non solo per l'aspetto comunicativo, ma soprattutto per il pesante significato semantico-culturale. Ma davvero un uso più consapevole della lingua italiana può contribuire a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società? Si tratta di semplice uso comune o di discriminazione verbale che sottintende un'anacronistica discriminazione sociale?

È di quest'idea Piano F, un'associazione culturale che si propone di superare il sessismo linguistico, senza eliminare le differenze, anzi, al contrario, evidenziandole.

Il progetto grafico del 2015 è semplice e immediato: Vocabolaria, una sorta di dizionario scaricabile gratuitamente, 14 schede sulla differenza di genere con chiarezza e senza stereotipi. Al grido di «sovvertiamo gli stereotipi, non la grammatica», infatti, il principio su cui si basa Vocabolaria è immediato: l’italiano è una lingua che prevede il genere grammaticale maschile e femminile. Quindi, perché non utilizzarla correttamente?
Perchè spesso non è una mera questione di grammatica, sostengono Cristina Biasini, Carlotta Cerquetti e Giorgia Serughetti del direttivo di Piano F: utilizzare la desinenza maschile per certe professioni di rilievo, nasconde spesso una sorta di discriminazione. Una battaglia più culturale che grammaticale, quindi.
Ecco allora alcuni punti tratti da Vocabolaria di cui tener conto, soprattutto se la nostra professione – o aspirazione – è quella dello scrittore o del giornalista... o della scrittrice e della giornalista.


Vocabolaria: il maschile non è neutro.

Spesso si usa il maschile per intendere entrambi i sessi, come quando ci si riferisce genericamente all'Uomo come presenza della nostra specie sulla terra, ad esempio. Ecco, in questo caso, è più corretto utilizzare genere umano, un termine decisamente più inclusivo di entrambi i generi.

Vocabolaria: suona male o non si vuole usare intenzionalmente?

«Si accomodi, l'architetta arriva subito»... Sembra quasi la parodia di una professione, una frase che induce il sorriso o che appare come il titolo di una di quelle commediucce italiane degli anni '70, con protagonista un irriverente Pierino alla riscossa.
Invece architetto, assessore, avvocato, ad esempio, anche se suona male, hanno la loro declinazione femminile che andrebbe correttamente usata per riferirsi ad una donna. Ma è davvero solo la buffa assonanza a non far pronunciare queste parole? O è un'eredità storica che notoriamente escludeva le donne da certe professioni?
Anche l'utilizzo la parola donna associata ad alcune professioni – assessore donna, in luogo di assessora – pur di non declinarle al femminile, suona un po' come un voler sottolineare una stranezza, è una scappatoia grammaticamente non corretta.

Vocabolaria: quando l'articolo fa la differenza e quando è discriminante.

Alcune professioni non hanno declinazione di genere, ma si utilizzano indifferentemente per uomini e donne, come ad esempio presidente – ebbene sì – manager o giudice. È quindi lasciato all'articolo il compito di distinguere il genere e non esclusivamente all'eventuale aggettivo. Si dirà ad esempio, «LA giudice è entrata in aula», e non «IL giudice è entrata in aula».
In alcuni casi, invece, l'utilizzo dell'articolo appare una specifica sessista superflua. Se pensiamo bene, è l'errore cronico dei giornalisti che scrivono di politica o degli inviati agli eventi. «LA Gerini ha presentato il suo libro», riferendosi ad una scrittrice. Mentre per parlare di uno scrittore basta il cognome, come ad esempio: «Nell'ultimo libro di Dotto si toccano temi scottanti». Discorso diverso è l'uso comune regionale della lingua, come quello di mettere l'articolo davanti ai nomi propri.
In realtà, è un errore che faccio sempre anche io per prima, quello di riferirmi a personaggi femminili indicandone il cognome preceduto dall'articolo, ma lungi da me, ovviamente, l'intento di discriminare con le parole. Mi chiedo ancora una volta, quindi, non sarà semplicemente abitudine? Certo, forse l'abitudine ha preso origine da un fatto discriminatorio ed è indiscusso che ancora oggi la società sia maschilista e farsi strada, per una donna, sia davvero più complicato...

Vocabolaria: questione di status?

Altre volte, facciamo un uso scorretto e discriminatorio delle parole a seconda della rilevanza della professione, argomentano a Piano F.
Pensiamo ad esempio al termine segretaria. In genere, se ci riferisce alla donna che siede alla scrivania dell'ufficio di fianco, che si occupa di portare il caffè ai colleghi e al capo ufficio durante le riunioni, archivia i file e registra gli appuntamenti rispondendo al telefono, allora è utilizzato senza remore segretaria. Ma se ci si riferisce ad un'organizzazione istituzionale, ad esempio, allora si parlerà di segretario, anche se si tratta di una donna, dato che in questo caso è una posizione di rilievo. Analoga sorte per il termine direttrice. Viene comunemente usato se ci si riferisce ad una scuola privata, ad esempio, ma è spesso rimpiazzato dal maschile direttore se si parla di una testata giornalistica. E che dire di il ministro Elsa Fornero, il magistrato Ilda Bocassini, l’avvocato Giulia Bongiorno, il rettore Stefania Giannini. Nessuno però direbbe mai il nuotatore Federica Pellegrini.
Anche se, a questo punto, mi verrebbe da obiettare anche sulla discriminazione riguardo le professioni, etichettandole come di serie B rispetto ad altre ritenute più nobili...

Altri sono i tentativi di rimarcare l'uso corretto delle parole, tutti apparentemente mossi da un palese senso di rivalsa e di emancipazione femminile.

Addirittura, nel 1987 è stato pubblicato un volume che suggeriva la creazione di nuove regole grammaticali e desinenze eque, scevre di ogni parvenza negativa: Il sessismo nella lingua italiana, di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Le parole sono in grado di sovvertire gli stereotipi e dirigerci verso un mondo di pari opportunità? O avverrà il contrario, una volta cambiata la mentalità sarà facile adeguare la grammatica? La vera rivoluzione può iniziare – o meglio, proseguire – da qui?
Forse. Anche. Di certo non basta, ma potrebbe essere un modo per eliminare il sessismo sociale, chissà. Parola di ingegnerA!

PS: Sinceramente non ho mai dato molto peso alle parole usate da me o da altri. Forse ho sbagliato a non vedere oltre? Non so, magari davvero una rivoluzione nel lessico può influire su una sociale o forse avverrà il contrario. A me preme di più che i colleghi e i datori di lavoro mi considerino alla pari degli uomini, professionalmente parlando. Se poi mi chiamano ingegnerE, fa lo stesso. La A era chiaramente una provocazione...


Stefania Bergo


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