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L'estraneo, di Ursula Poznanski: incipit

L'estraneo, di Ursula Poznanski: incipit

Incipit #148 | Un bagliore in giardino. Me ne accorgo per caso, soltanto perché, mentre mi sto asciugando i capelli, il mio sguardo cade sulla finestra del bagno.

L'estraneo

L'estraneo

di Ursula Poznanski
Thriller
Giunti
ebook 4,99€
cartaceo 11,90€



Quella luce, là fuori, non dovrebbe esserci.
Qualcuno deve aver fatto scattare i sensori di movimento. Ma chi? Non aspetto nessuno e, cascasse il mondo, quando suoneranno non aprirò. Per carità, non ho niente contro le visite a sorpresa, ma l’ultima cosa di cui ho voglia oggi è che Ela si presenti qui con un paio di bottiglie di rosso, attaccando un monologo di due ore e giurando che lascerà Richard. Per davvero, stavolta.
No. Oggi dovrà cavarsela da sola. Forse sono i testimoni di Geova... Ma a quest’ora?
Alzo il phon al massimo, così non sarà una bugia quando dirò di non aver sentito suonare. Decido anche di ignorare il malessere che pian piano mi si diffonde dentro. Certi rapinatori prima di entrare vanno al campanello, per essere sicuri che in casa non ci sia nessuno. Qualcuno – non ricordo chi – mi ha detto che sono in Germania da troppo poco tempo per sapere che è una prassi consolidata, qui. La lingua ormai la padroneggio bene, ma nella vita quotidiana ci sono ancora molte cose che mi risultano estranee.
Certo, è da paranoici pensare subito a qualcosa di brutto quando suonano al campanello di casa.
Santo cielo, di solito non sono così.
La luce si spegne.
Metto via il phon, scosto un po’ la tendina e do un’occhiata di sotto. Tutto tranquillo: nessuna visita a sorpresa, e nemmeno scocciatori alla porta o vicini curiosi che sbirciano dalle finestre.
Se papà sapesse che vivo da sola in una casa senza allarme mi strozzerebbe con le sue stesse mani. Nella nostra tenuta, a Melbourne, ci sono più telecamere che al Pentagono. Un altro motivo per cui sono felice di essermene andata.
Passano alcuni minuti e non succede nulla. La morsa che sento allo stomaco si allenta e lascia il posto alla gioia dell’attesa: niente m’impedirà di passare una tranquilla serata sul divano. Non vedo l’ora! Una tazza di tè, una copertina e un buon libro. Non chiedo di meglio, a parte forse qualcuno disposto a farmi un massaggio alla schiena: avverto una certa tensione tra le scapole, chissà perché.
Tè alla vaniglia... Il solo pensiero mi scalda. Infilo l’accappatoio e apro la porta che dà sul corridoio, inizio a scendere le scale. A metà, mi fermo.
Un rumore. Una specie di tintinnio. Viene dall’interno, non da fuori. Che qualcuno abbia dato un pugno alla finestra per rompere il vetro? No, sarebbe stato più forte. Torna la morsa allo stomaco, più intensa di prima. Mi aggrappo al corrimano, respiro, cerco di farmi coraggio, scendo un altro gradino. È ridicolo, mi dico, un rapinatore farebbe molto più chiasso. Cercherebbe di arraffare quello che gli capita e di svignarsela il più in fretta possibile...
Un altro rumore. Non un tintinnio, stavolta, ma una specie di raschio. Come un cassetto che si apre e poi si richiude.
Torna di sopra, mi dice l’istinto. Scappa in camera da letto e chiama la polizia. Nasconditi.
Invece no. Combatto contro l’impulso e resto immobile. Mi accorgo che l’unica opzione ragionevole – telefonare per dare l’allarme – purtroppo è inattuabile. Il mio cellulare è in cucina, con la batteria quasi a zero. L’ho poggiato sopra la macchina del caffè, ben in vista, per non dimenticarmi di metterlo in carica.
È proprio da lì che vengono i rumori, dal salotto e dalla cucina.
Scendo altri due gradini e dallo spiraglio della porta del soggiorno vedo filtrare una lama di luce.
Respiro a fondo per controllare la paura, forse sto esagerando. Sì, il lampadario è acceso, ma con tutte le volte che mi dimentico di spegnerlo... sai che novità. Non c’è motivo di farmi prendere dal panico. E poi la porta d’ingresso è proprio davanti a me: in una manciata di secondi potrei essere fuori e chiamare aiuto. Chissenefrega se sono in accappatoio. Trattengo il fiato e tendo le orecchie, concentratissima. Di nuovo silenzio totale. Mi sono sbagliata? Possibile che quei rumori fossero frutto della mia immaginazione? Certo, dal punto di vista razionale è un’ipotesi da tenere in considerazione, ma il mio cuore manifesta il suo dissenso continuando a battere all’impazzata. E se c’è una cosa che proprio non riesco a sopportare è l’incertezza.
Sul mobiletto dell’ingresso c’è il fermacarte che Ela mi ha regalato un paio di settimane fa. Un dado di vetro azzurro che pesa almeno due chili. Lo afferro, ignoro i volantini e le buste che planano sul pavimento e mi affaccio in salotto.


Niente. Nessuno. Almeno qui.

Il soggiorno e la porta della veranda sono esattamente come li ho lasciati.
Non resta che controllare la cucina, ma da qui non riesco a vedere bene, c’è troppa poca luce.
Ho la mano sudata e per poco il fermacarte non mi scivola via; lo stringo più forte ed entro in salotto, senza fare rumore.
Conquisto il centro della stanza.
Proprio nel momento in cui inizio a sentirmi ridicola, dal buio della cucina sbuca fuori un’ombra.
Il grido che vorrebbe uscirmi si smorza in gola, è come se all’improvviso non ci trovassi più aria. Sono un blocco di ghiaccio.
Scappa!, è l’unico pensiero che riesce a partorire il mio cervello, ma non sono in grado di tradurlo in azione. Le gambe non rispondono.
Sotto il lampadario c’è un uomo, ha i capelli scuri e le spalle larghe. Dice qualcosa, le sue labbra si muovono, ma io non riesco a capire nulla, tutti i suoni sembrano provenire da un mondo lontanissimo, solo il rombo del mio cuore è spaventosamente vicino e forte. È per lo shock? Ho un attacco di panico?
L’uomo dice qualcos’altro, ma è come se all’improvviso avessi dimenticato il tedesco. La stanza si mette a girare. Oddio, ci manca solo che svengo.
Lui inclina la testa di lato, esita. Poi si avvicina. Idiota, è il nuovo pensiero che prende a vorticarmi in testa, sei un’idiota! Perché non sei rimasta di sopra?
Esco dallo stato di trance solo quando l’intruso è così vicino che riesco a percepire il leggero sentore del suo dopobarba.
Inizio a indietreggiare, ma verso la parete, non verso la porta.
Quando cerco di correggere la mia direzione è troppo tardi, lui mi è già quasi di fronte.
«Se ne vada!» urlo, sperando che perlomeno smetta di avvicinarsi.
E lui, con mio grande stupore, si ferma. Si ferma davvero.
«Se ne vada subito o chiamo la polizia!» Se grido ancora un po’ più forte forse mi sentiranno anche i vicini.

Un rapinatore a questo punto scapperebbe. L’estraneo, invece, non lo fa. 

Ma lui non è entrato per rubare, questo l’ho capito da un pezzo. I ladri non s’intrufolano certo nelle case altrui in giacca e cravatta. Il che significa che il motivo è un altro, che quest’uomo ha altre intenzioni... Un pensiero che all’improvviso scatena in me un tipo diverso di paura. Indietreggio ancora, sento la lampada a stelo cadere, io resto in piedi
per miracolo.
«La prego» sussurro. «La prego, non mi faccia del male.»
Ci separano al massimo cinque passi. L’uomo continua a fissarmi, non mi scolla gli occhi di dosso.
«Per carità di Dio!» dice. «Ma che succede?»
Fa un altro passo verso di me. Mi rannicchio, come se potesse aiutarmi, come per nascondermi dentro me stessa.
«Ho dei soldi, in casa, non sono tanti ma le dirò dove si trovano. Glieli darò tutti, okay? Prenda quello che vuole, ma la prego, la scongiuro... non mi faccia del male.»
«È uno scherzo?» Alza le braccia e mi mostra i palmi delle mani. Vuoti.
«Non stai bene? Chiamo il dottore?»
Non si è avvicinato, è questa la cosa più importante. Torno in piedi, lentamente. Il fermacarte, certo! Potrebbe essere il momento giusto per tirarglielo addosso...
«Per favore, se ne vada. Non chiamerò la polizia, glielo prometto.»
Lui socchiude gli occhi, fa un paio di respiri profondi e mi fissa. «Ma che cosa stai blaterando? Perché dici queste cose? Per quale motivo mi dai del lei?»
Sta esitando, allora forse ho qualche possibilità. Sì, proverò a parlarci. E alla prima occasione buona me la darò a gambe.
«Perché... Perché ho paura... Non lo capisce?»
«Paura... di me?»
«Sì. Mi ha spaventata, mi ha spaventata a morte.»
Allarga le braccia, avanza ancora. «Joanna...»
Sa come mi chiamo... Indietreggio ancora... Forse è uno stalker, oppure ha solo visto il mio nome sulle lettere poggiate sul mobiletto dell’ingresso.
Lo guardo meglio. Occhi azzurri incorniciati da sopracciglia folte. Tratti marcati, una faccia che se avessi già visto mi sarei senz’altro ricordata. Non sembra aggressivo, o pericoloso, eppure mi fissa sconvolto, scioccato, e io proprio non capisco perché.
Sento la parete alle spalle. Fine della corsa, sono in trappola.
Rovescio il polso, sollevo il fermacarte. «Vada fuori da qui. Subito.»
«Senti, Joanna, non ho la più pallida idea di che cosa ti stia passando per la mente, ma ti prego... smettila.»
«La smetta lei!» Dovrebbe uscirmi in tono deciso, invece è un lamento. «La smetta di far finta che ci conosciamo! E se ne vada, per favore.»
A quanto pare il fatto che abbia paura gli piace, visto che fa un altro passo nella mia direzione. Io scivolo lungo la parete cercando di guadagnare la porta.
«Ora basta, certo che ci conosciamo.» Adesso nella sua voce c’è impazienza. Non ancora rabbia, ma potrebbe arrivare da un momento all’altro, lo sento. Solo un paio di metri alla porta: ce la posso fare, ce la devo fare.
«Si sta sbagliando, dico sul serio...» A ogni frase prendo tempo.
«Ma sentiamo, secondo lei perché dovremmo conoscerci?»
Lui scuote la testa. «Senti, Jo, non so a che gioco stai giocando, ma non è divertente... O forse non scherzi, e in tal caso devo portarti di corsa in ospedale.» Si passa una mano tra i capelli. «Jo, noi siamo fidanzati. Viviamo insieme.»

Quarta di copertina
"L'estraneo" di Ursula Poznanski, Giunti, 2018.

Immagina di essere sola in casa, avvolta in un accappatoio, mentre ti asciughi i capelli dopo un bagno caldo. Improvvisamente senti un rumore al piano di sotto, uno strano tintinnio, poi un cassetto che si apre e si richiude. Scendi le scale, ti avvicini alla porta della cucina e d'un tratto ti trovi davanti uno sconosciuto: occhi azzurri, capelli scuri, spalle larghe. Sei paralizzata dalla paura, inizi a gridare. Ma lui non scappa. E, cosa ancora più inquietante, ti chiama per nome, sostiene di essere il tuo fidanzato e non capisce come tu possa non riconoscerlo. Tu però sei certa di non averlo mai visto prima, afferri un fermacarte e glielo scagli contro. Chi è quell'uomo? Perché dice di conoscerti? Stai forse diventando pazza? Immagina di tornare a casa una sera e scoprire che la tua fidanzata non ti riconosce più. Comincia a gridare, è convinta che tu sia un ladro o un maniaco, ti scaglia addosso un fermacarte e corre a rinchiudersi in camera. Non riesci a capire, inizi a guardarti intorno e all'improvviso realizzi un fatto agghiacciante: le tue cose non ci sono più. Le tue giacche, che stamattina erano appese nel guardaroba, sono sparite. Non c'è più niente di tuo in quella casa. Stai forse diventando pazzo? Siete entrambi intrappolati in un incubo. E l'unico modo per uscirne è provare a fidarsi l'uno dell'altra...

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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