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Senilità, di Italo Svevo: pagina 69

Senilità, di Italo Svevo: pagina 69

Pagina 69 #127 | Senilità, di Italo Svevo, Giunti, 2011. Il secondo romanzo di Italo Svevo, pubblicato nel 1898. La storia Emilio Brentani, uomo inetto, diviso tra la brama di amore e piacere e il rimpianto per non averli goduti.

Spesso, nella loro relazione, si ripeterono quegli scrosci di pioggia che lo strappavano all’incanto cui egli con tanta voluttà si abbandonava.
Di buon’ora, il giorno appresso, andò da Angiolina. Non sapeva neppur lui se ci andava a vendicarsi con qualche frase pungente del modo con cui ella l’aveva lasciato la sera innanzi, oppure a riavere intero, al colore di quel viso, il sentimento che nella notte era stato minato in lui da una dolorosa riflessione e del quale, - lo apprendeva all’ansietà che lo faceva correre fino lassù,- egli aveva oramai bisogno.
Venne ad aprirgli la porta la madre di Angiolina, la quale l’accolse con le solite parole gentili, la fisionomia immobile di cartapecora, la voce brutalmente sonora. Angiolina stava vestendosi e sarebbe venuta subito.
«Che gliene sembra?» domandò la vecchia tutto ad un tratto. Gli parlò di Volpini. Sorpreso che anche la madre volesse la sua approvazione al matrimonio d’Angiolina, egli esitò ed ella, ingannandosi sulla natura del dubbio che gli vedeva scritto in faccia, cercò di convincerlo. «Capirà. È una fortuna per Angiolina. Se anche non gli vorrà tanto bene, avrà una vita tranquilla, lieta, perché egli è molto innamorato. Bisogna vederlo!» Ebbe un risolino breve e rumoroso ma che le contrasse solo le labbra. Si capiva ch’era soddisfatta.
Finì per compiacersi di vedere come Angiolina avesse fatto comprendere alla madre quanto ci tenesse al suo consenso; lo diede con parole generose. Gli doleva che Angiolina ne sposasse un altro, ma visto ch’era per sui bene… L’altra ebbe un altro risolino, ma questo più sulla faccia che nella voce e a lui parve ironico. Che la madre sapesse anche dei suoi patti con la figlia? Neppur questo non gli sarebbe dispiaciuto tanto. Perché avrebbe dovuto dolersi di quelle risatine destinate all’onesto Volpini? Certo era che qui non poteva essere lui il deriso.
Angiolina venne vestita di tutto punto per uscire; aveva fretta perché alle nove doveva trovarsi dalla signora Deluigi. Egli non volle lasciarla subito e perciò, per la prima volta, camminarono insieme per la via, alla luce del sole.
«Mi pare che siamo una bella coppia» disse ella sorridendo vedendo che ogni passante aveva un’occhiata loro. Era impossibile passarle accanto e non guardarla.
Anche Emilio la guardò. Il vestito bianco, che esagerava il figurino d’allora, la vita strettissima, le maniche allargate, quasi palloni rigonfi, domandava l’occhiata, era stato fatto per conquistarla. La testa usciva da tutto quel bianco, non oscurata da esso, ma rilevata nella sua luce gialla e sfacciatamente rosea, alle labbra una sottile striscia di sangue rosso che gridava sui denti, scoperti dal sorriso lieto e dolce gettato all’aria e che i passanti raccoglievano. Il sole le scherzava nei riccioli biondi, li indorava e incipriava.
Emilio arrossì. Gli parve di poter leggere negli occhi di ogni passante un giudizio ingiurioso. La guardò ancora. Evidentemente ella aveva nell’occhio per ogni uomo elegante che passava, una specie di saluto; non guardava, ma vi brillava un lampo di luce. Nella pupilla qualche cosa si moveva e modificava continuamente l’intensità e la direzione della luce. Quell’occhio crepitava! Emilio si attaccò a questo verbo che gli parve caratterizzasse tanto bene l’attività in quell’occhio. Nei piccoli movimenti rapidi, imprevedibili della luce, pareva di sentire un lieve rumore.
«Perché civetti?» chiese egli costringendosi ad un sorriso.
Senz’arrossire e ridendo, ella rispose: «Io? Ho gli occhi per guardare, io». Ella era dunque consapevole del movimento del suo occhio; s’ingannava soltanto dicendo guardare.
Poco dopo passò un impiegatuccio, certo Giustini, bel giovinetto che Emilio conosceva di vista. L’occio di Angiolina si ravvivò ed Emilio si volse a guardare il fortunato mortale ch’era passato. L’impiegatuccio s’era fermato a guardarli.
«S’è fermato a guardarmi, eh?» chiese essa sorridendo lieta.
«Perché te ne compiaci?» chiese egli con tristezza. Essa non lo comprese subito. Poi, con astuzia, volle fargli credere ch’ella, di proprosito, cercasse di renderlo geloso, e, infine, per quietarlo, spudoratamente alla luce del sole, fece con le labbra rosse una smorfia che voleva rappresentare un bacio. Oh, ella non sapeva fingere. La donna ch’egli amava, Ange, era sua invezione, se l’era creata lui con uno sforzo voluto; essa non aveva collaborato a questa creazione, non l’aveva neppure lasciato fare perché aveva resistito. Alla luce del giorno il sogno scompariva.


Quarta di copertina
"Senilità" di Italo Svevo, Giunti.

Emilio Brentani, rassegnato a un'esistenza grigia, incontra l'esuberante Angiolina e se ne innamora. Ma la ragazza mal sopporta l'indole introversa dell'ormai maturo spasimante e lo tradisce. Emilio rientrerà nell'arida inerzia della senilità.
Quest’opera, elogiata grandemente da Joyce, è il secondo romanzo di Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, scrittore nato a Trieste nel 1861, autore del più noto “La coscienza di Zeno”. Eccezionale narratore, amico di Montale, fu conosciuto in ambito europeo anche perché fu il primo scrittore italiano ad appassionarsi alle teorie psicanalitiche di Freud.
Montale scrisse che la sua opera rispecchiava: "l’epica della grigia causalità della nostra vita di tutti i giorni".


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