Recensione: Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, di Michele Ciliberto

Recensione: Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, di Michele Ciliberto

Libri Recensione di Davide Dotto. Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, di Michele Ciliberto (Laterza). Quando in politica le azioni ordinarie servono a poco e occorrono idee pazze (ma non scellerate).

La crisi può infatti risolversi in due direzioni, in due prospettive alternative: da un lato, nella decadenza definitiva dell’Italia; dall’altro, in una riforma, in una rinascita, che proprio questa crisi può rendere possibile. È una speranza che nasce, come sempre, dalla disperazione; «questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte», come dice, a distanza di anni, nell’Arte della guerra.
Michele Ciliberto, Niccolò Machiavelli
Niccolò Machiavelli di Michele Ciliberto è un libro importante da leggere: per i temi trattati, i nodi che non cessano di venire al pettine.
È interessante anche per la storia di Firenze, nemmeno tanto sullo sfondo, che anzi assume un significato esemplare. È lontana dal costituire (e non solo dai tempi di Dante) il modello dello stato ben ordinato, contraddistinta com'è da "scontri armati tra le sètte", cioè congiure e lotte intestine.

Di crisi Machiavelli (che non manca di rifarsi ai classici al fine di mettere a fuoco le grandi questioni del suo presente) ne vive più d'una: la morte di Lorenzo de Medici (1492), la caduta della repubblica (1512), il proprio personale isolamento dalla politica attiva.

Tra corsi e ricorsi storici, nulla di nuovo sotto il sole («mi pare che tutti li tempi tornino, e che noi siamo sempre quelli medesimi»). Si entra nel regno della ineluttabilità di ciò che avviene, è già accaduto e succederà di nuovo.
I contesti non vanno sottovalutati: il Medioevo per definizione è considerato – a torto in verità – epoca di crisi profonda, in cui però si è seminato ciò che il Rinascimento avrebbe raccolto.  Anzi, qualcuno addirittura parla del Rinascimento come vero e definitivo momento di crisi che dura tuttora.
La cosa può apparire paradossale perché si perde il prezioso nesso tra “declino” e “renovatio”.
La crisi è il centro della riflessione storica e politica di Machiavelli e Guicciardini. Entrambi hanno la consapevolezza che un mondo è finito, che un altro sta cominciando, che l’Italia sta entrando in una nuova fase della sua lunga storia, e che essa può risolversi in una grave decadenza e in una caduta nella servitù, generata da quelli che sono i tratti costitutivi di una lunga vicenda.
Michele Ciliberto, Niccolò Machiavelli

Il periodo più proficuo sembra dato dai momenti difficili. 

Nella seconda metà del Quattrocento vi sono l'invenzione della stampa e la nascita dell'editoria, i viaggi di Cristoforo Colombo alla scoperta di nuove terre.
Ma non è detto. Sin da allora veleggia lo spettro di una lunga crisi, da cui la ricerca instancabile di rimedi adeguati, «il principale assillo» nostro e di Machiavelli.
Troppo sembra dipendere dalla "fortuna” che, insieme al resto, è un argomento fondamentale delle riflessioni di Machiavelli.

Il punto di vista è più che mai realistico e concreto, lontano da qualunque "ideologia", persino da quella "umanistica" (se ve ne è una).

Proprio per questo, però, è un approccio disperato per la provvisorietà delle soluzioni, da cui la stizza verso chi indulge a “illusioni senza fondamento”. È qui che entra in gioco il tema di questo saggio, che tra “ragione e pazzia” dice tutto. Nel senso che quando brucia ogni cosa, cioè nell'emergenza, non è opportuno essere eccessivamente savi. Dopo, forse, a cose fatte, si faranno le pulci e i processi alle intenzioni, e a parlare saranno il senno del poi e la storia.
Ora invece si interroga “il senno di prima” che risposte non ha, ma le cerca. E può solo immaginare (più che stabilire) l’esito delle cose fatte e concluse. Non esiste alcun algoritmo dagli esiti certi se non la responsabilità postuma che si tende (per le insondabili variabili con le quali ci si confronta) a evitare.
Ci si incammina, pertanto, in un percorso tortuoso in cui ci si arma del coraggio di “idee pazze” ma non scellerate.

Machiavelli l’ha detto: in certi frangenti le azioni ordinarie aiutano poco. 

Non per nulla il Rinascimento è età della "mente inquieta" a causa della tensione inesauribile tra ragione e follia. Ben lungi dal porsi come assoluti, pronte a tirarsi per la giacchetta, collaborano e operano nei reciproci e vicendevoli contesti.
Al di là di ciò che è giusto o ingiusto, soprattutto in politica (ambiente di "sfide estreme") si entra nel novero della necessità, di ciò che è destino che accada. Se qualcosa gioca il merito, molto dipende dalla fortuna.

Per coglierne le opportunità – accettandone i rischi – serve allora una sorta di astuzia tutta particolare, in combutta con un pizzico di follia, quella che rovescia le situazioni più avverse in attesa – a tempo debito – di rovesciarle di nuovo.

La politica è rischio, oltre che ragione, capacità di visione, progettazione di iniziative «strane», «audaci», «inusitate».
Michele Ciliberto, Nicolò Machiavelli
Non è difficile riconoscere l’immagine di Lorenzo De Medici o di chi, con spregiudicatezza, governa “il caso”, l’accidente che scandisce la vita privata come la cosa pubblica, quando la natura o la personalità di taluno si proiettano sulle fortune e le sventure degli Stati.


Niccolò Machiavelli
Ragione e pazzia.

di Michele Ciliberto
Laterza
Saggio storico
ISBN 978-8858134177
Cartaceo 23,75€
Ebook 14,99€

Sinossi 

Niccolò Machiavelli è considerato uno dei più grandi teorici della ragione politica. In effetti è straordinaria la capacità con cui analizza le situazioni, i rapporti di forza, le alternative. Ma non è solo questo. È anche un visionario capace di sporgersi oltre le barriere dei canoni consueti, di vedere al di là delle situazioni di fatto, di proporre soluzioni 'eccessive', straordinarie: appunto, «pazze». Non per nulla gli amici gli attribuiscono capacità profetiche, cioè di prevedere cosa sarebbe, infine, accaduto. Machiavelli condivide naturalmente il giudizio sulla pazzia come mancanza di senso della realtà, stravaganza, addirittura idiozia: fare le cose «alla pazzeresca», come dice nella Mandragola, gli è completamente estraneo. La 'pazzia', però, può essere anche un'altra cosa: capacità di contrapporsi alle opinioni correnti, di rischiare il tutto per tutto inerpicandosi sul crinale che divide la vita dalla morte, di combattere affinché le ragioni della vita - cioè della politica, dello Stato - possano prevalere sulle forze della crisi, della degenerazione, pur sapendo che sarà infine la morte a prevalere sulla vita, perché questo è il destino di ogni cosa. Realismo e 'pazzia': è in questa tensione mai risolta che sta il carattere non comune, anzi eccezionale, dell'esperienza di Machiavelli rispetto ai suoi contemporanei. Una pazzia totalmente laica e mondana, senza alcun contatto con la follia cristiana di Erasmo.
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