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Zetafobia 2. La città morta, di Gualtiero Ferrari: incipit

Zetafobia 2. La città morta, di Gualtiero Ferrari: incipit

Incipit #195 Zetafobia 2. La città morta, di Gualtiero Ferrari (Delos Digital). Una pandemia nata dalla mutazione del virus dell’aviaria dà il via a un’apocalisse zombie, sullo sfondo una città morta: Torino.



Zetafobia 2
La città morta

di Gualtiero Ferrari
Delos Digital
Horror | Fantascienza
ISBN 978-8825417029
Ebook 4,99€
Cartaceo 16,00€


Tutte le notti lo stesso incubo.
Ogni volta che mi addormento, un mese dopo l’altro da oltre cinque anni, trascorro le ore che vanno dal tramonto all’alba in un eterno déjà-vu. Una montagna di sabbia dalle vaghe fattezze umane mi opprime il petto rubandomi il respiro, mentre con gli occhi chiusi ripercorro la fine della civiltà umana.
Rivivo i giorni dell’incredulità e dello sgomento, quando i telegiornali sparavano notizie a raffica e le urla dei video amatoriali rimbombavano nelle orecchie, sovrastando le immagini che scorrevano sgranate sullo sfondo.
Il ricordo delle vittime sbranate dagli zombie m’infiamma i sensi.
Sudo.
Tremo.
Ho paura.
L’inconscio vomita immagini raccapriccianti.
Tante, troppe.
Talmente numerose da non permettere alla parte razionale di elaborarle, e si sovrappongono.
Il suicidio dei miei genitori si mescola al massacro dei militari, e la morte di Aurora si fonde col sacrificio di Alex, il fuciliere che non amava il suo cognome.
Ansimo, mi manca il respiro.
I muscoli si contraggono fino a imprigionarmi, impedendo qualsiasi movimento.
Sono sveglio, o credo di esserlo, ma resto bloccato, disteso sul materasso lercio, inerme.
Solo ora li vedo arrivare.
Sono migliaia, decine di migliaia!
È impossibile definirne l’ordine di grandezza.
Rimango ipnotizzato dall’orrore, incapace di distogliere lo sguardo fino a quando lo sciame circonda la casa.
Poco dopo sfondano il cancello. Si muovono lenti eppure in una manciata di secondi raggiungono la porta.
Lucrezia e Sebastiano piangono e io non posso fare altro che unirmi a loro.
Il legno cede.
Ci sono addosso.
Percepisco le mani che mi afferrano e rabbrividisco di fronte alle bocche spalancate.
Il tanfo putrescente della morte s’insinua nelle narici riscuotendomi dal sonno.
Sono lucido, però non riesco a muovermi.
Incatenato dal terrore che m’inchioda a terra attendo il sorgere del sole, conscio che là fuori ci sono miliardi di zombie pronti a divorarmi. Dovrei aver paura. Anzi: vorrei avere paura, e invece non è così.
Alla fine ci si abitua a tutto, o quasi; ma al fottuto incubo che mi tormenta ogni singola notte, proprio non riesco a farci il callo.
È a causa sua se odio dormire.
Beh… non odio solo quello.

Lunedì 6 luglio 2015,
ore 06:13

Odiavo i turni di guardia.
Spesso, anzi direi quasi sempre, non accadeva nulla e mi ritrovavo solo, al buio, a pensare.
Nelle tenebre della solitudine la paura si rinvigoriva, cresceva, ramificava. Protendeva i suoi tentacoli in ogni remoto anfratto della mente, uccidendo la speranza che incrociava sul proprio cammino.
Il terrore stritolava la lucidità spezzando la ragione; e là, dove non riusciva ad arrivare, gettava il seme dell’incertezza. Così mi sentivo: nudo e inerme, di fronte a qualcosa più grande di me.
Erano quelli i momenti in cui i pensieri negativi che mi frullavano in testa prendevano il sopravvento, gli attimi in cui l’ansia mi si insinuava dentro, schiacciando il petto fino a togliermi il fiato.
Talvolta, la sensazione di soffocamento era così forte che ne rimanevo paralizzato. In quegli istanti ogni fibra del mio corpo urlava, agonizzante e disperata, mentre il cervello lavorava senza sosta per disinnescare la bomba e rompere il meccanismo logico secondo cui, a dispetto di tutte le evidenze empiriche, ero portato a vedere solo il lato più oscuro delle cose.
Era in quei momenti che la mia psicosi prendeva forma. Più forte della parte razionale, assumeva il controllo e per quanto ci provassi, nonostante i miei sforzi, faticavo a uscire da quella condizione.
Non c’era logica che tenesse.
L’intelletto rassicurava l’anima con riflessioni positive e ponderate, eppure il cuore e lo stomaco se ne sbattevano. Ignoravano i fatti e si lasciavano catturare dall’angoscia, cedendo al panico.
Ne risultava una sensazione di malessere strisciante.
Iniziava con un piccolo cedimento. Un mattone mentale che si spezzava; poi, nel breve volgere d’un ragionamento malato, l’intero palazzo della mia psiche crollava, minato alle fondamenta dalla paura e sotto il peso del terrore.
Per rompere il loop, il dannato circolo vizioso che mi trascinava nella depressione più nera, dovevo spegnere il cervello; congelare i neuroni in uno stato di sospensione dal quale non riuscissero a fuggire.
Il mio cervello, però, era un gran bastardo e di spegnersi non ne voleva sapere.
Quando la resistenza era troppa, e mi accorgevo che a breve avrei perso la battaglia, partivo all’attacco inondando le sinapsi di complessi pensieri alternativi.
Nel corso degli anni avevo perfezionato la tecnica, trovando un efficace sollievo nel gioco degli scacchi.
Lasciavo che l’ansia procedesse col suo piano d’invasione, senza opporle resistenza, ma giusto un attimo prima di venirne del tutto soggiogato dedicavo una porzione di logica a immaginare una scacchiera vuota.
La visualizzavo in ogni dettaglio, tanto che, oltre a poterla descrivere minuziosamente, riuscivo quasi a percepirne la consistenza fisica.
Appena soddisfatto posizionavo i pezzi.
A volte la disposizione era casuale, altre volte ricalcava lo schema di partite celebri che avevo studiato; più spesso era l’evoluzione di una partita mentale precedente.

Cavallo in b6.
Regina in g4, scacco.

Le altre mosse a seguire.
Creare una struttura così complessa e giocare una partita solo visualizzandola con l’immaginazione, richiedevano una concentrazione assoluta. Infatti, all’aumentare dei pezzi coinvolti, corrispondeva la diminuzione del numero di neuroni impegnati ad alimentare l’ansia.
Di solito, nel breve volgere di un’ora, quest’ultima moriva di fame e io riuscivo a calmarmi.
Era questo il motivo per cui sceglievo sempre il terzo turno di guardia, l’ultimo, quello dalle cinque alle otto del mattino; così, in caso d’emergenza, avrei potuto lasciar dormire Lucrezia e Sebastiano, guadagnando abbastanza tempo da riuscire a riprendere il controllo dei nervi.
Le poche volte che avevano chiesto spiegazioni li avevo convinti che in quel modo potevano riposare più a lungo, e la soluzione andava bene a tutti: io avevo la mia privacy durante i gli attacchi di panico, mentre loro restavano a letto fino a tardi.
Prima dell’apocalisse, prima di quell’ultima dannata notte in cui perdemmo per sempre la nostra casa, anch’io amavo crogiolarmi nel tepore delle lenzuola; ma, trascorsi sei anni in cui lo stesso incubo mi scavava nel cranio ogni singola notte, il sonno aveva perso ogni fascino, riducendosi a una pura funzione fisiologica e nulla più.

La trama

Zetafobia 2. La città morta, di Gualtiero Ferrari

Sono trascorsi sei anni dalla pandemia di H5N1v2, la mutazione del virus dell’aviaria che ha dato il via all’apocalisse zombie.
Domenico, suo figlio e la moglie Lucrezia, scampati per il rotto della cuffia a orde di non-morti famelici, sono riusciti a sopravvivere fino a oggi.
L’isolamento della famiglia è bruscamente interrotto da un’automobile che si schianta contro una cabina elettrica. All’interno una giovane donna in travaglio sta dando alla luce suo figlio. Appena il bimbo è nato la madre taglia tre pezzi di cordone ombelicale e chiede a Domenico di consegnarli al distretto militare di Torino. Ottenuto ciò che voleva la donna estrae una pistola, uccide il neonato e si spara.
Chi era la donna? Perché quel pezzo di materiale organico è così importante? E soprattutto Domenico e la sua famiglia sono pronti a rischiare tutto per portare a termine una missione di cui non sanno nulla, addentrandosi nel pericoloso territorio della città morta, Torino?

Gualtiero Ferrari

Gualtiero Ferrari nasce a Torino nel 1970. Sposato, con un figlio quattordicenne, cresce e vive in questa splendida città, salvo trasferirsi alcuni anni all’estero, per motivi di studio e di lavoro.
Parla fluentemente l’inglese, il francese e quel minimo di tedesco necessario a ordinare del cibo caldo e una birra fresca. Di formazione economico-scientifica, più che umanistica, si è avvicinato alla lettura nel corso dell’adolescenza e si è rifugiato nella scrittura, ormai adulto. Oggi lavora presso un’azienda meccanica e risiede in un minuscolo borgo sulle colline, alle porte della città.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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