Gli scrittori della porta accanto

Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo: un estratto

Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo: un estratto

Pagine in anteprima Un estratto di Con la mia valigia gialla, un diario di viaggio di Stefania Bergo (PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Uno spaccato d'Africa e di vita: capodanno tra gli ultimi.

La mattina del primo gennaio siamo tutti assonnati e lenti. Per fortuna è un giorno di festa, penso, altrimenti mi sentirei in colpa per tanto ciondolare pigro. Facciamo colazione all’ora di pranzo, quando il sole è già alto e la giornata si è delineata essere calda, torrida.
La signora Angela ci raggiunge sotto la pergola di ritorno dall’ospedale. Ha fatto una sorpresa a Saidi, il bambino ustionato che è qui ormai da due mesi. Due mesi senza vedere la sua mamma che lavora sulla costa. E a lui manca così tanto. Non è nemmeno possibile raggiungerla al cellulare, perché lei non ne possiede uno. Di tanto in tanto, passa a trovare dei parenti per provare a mettersi in contatto con lui, ma abitano a una trentina di chilometri da lei, e spesso le chiamate arrivano nel momento sbagliato, quando lei se n’è già andata o deve ancora arrivare o magari proprio il giorno in cui non è riuscita a prendere un matatu o a raggiungerli a piedi. E così Saidi si rattrista, deluso, a ogni nuovo tentativo, pensando che la mamma lo abbia ormai dimenticato.
Ma la signora Angela sapeva che oggi la mamma di Saidi avrebbe trascorso in famiglia la festa. Senza promettergli nulla per evitargli eventuali delusioni, compone col suo cellulare il solito numero restando nel corridoio, appena fuori dalla sua stanza. E questa volta la sua mamma è dall’altra parte dell’etere.
«Dovevate vederlo – ci racconta – continuava a gridare “mama, mama” al telefono, non l’ho mai visto così felice. E poi a tutti ha raccontato che lui ha visto la sua mamma» continua imperturbabile. Ma potrei giurare di averla vista sorridere. Non si può restare impassibili davanti alla felicità di un bambino, una felicità che tu stessa hai contribuito a creare con un semplice, apparentemente banale gesto. Per Saidi, la voce lontana della mamma valeva quanto la sua presenza, è stato il dono insperato di un sabato mattina.

01/01/05 ore 13.03
Sai cos’è la felicità?

Un bambino in ospedale con lo zio da due mesi, con ustioni ovunque, con un cellulare che gli permette di sentire la mamma lontana… vederlo ridere e chiamare mamma… e poi sentirlo raccontare: io oggi ho “visto” la mia mamma.

Sentire raccontare della felicità di Saidi mi dà la sensazione di aver perso tempo, questa mattina, perché avrei voluto essere lì anch’io a godermi i fuochi d’artificio. E forse anche Angela, l’arcobaleno, ha fatto lo stesso pensiero, perché la vedo entrare in stanza e uscirne subito dopo con il suo camice da lavoro.
«Vieni?» mi chiede saltellando giù per i gradini.
«Certo!» le rispondo senz’ombra di esitazione, sapendo esattamente dove sia diretta.
Per prima cosa andiamo a salutare Saidi e lui ci racconta, come preannunciato, di aver visto la sua mamma. E i fuochi d’artificio li sento dentro di me. Riesco a commuovermi sebbene conosca già l’epilogo della storia, come quando si rivede un vecchio film romantico per l’ennesima volta ma non si riesce a trattenere comunque le lacrime durante la scena finale.
Di fronte alla sua stanza c’è quella in cui dorme Faith. È uno stanzone con sei letti. Lo stanzone triste, lo chiamo io, la stanza delle chocho, le nonne. Qui sono ricoverate le signore, per lo più anziane, che sembrano dimenticate. Spesso sono parcheggiate all’ospedale senza nemmeno poter gioire della presenza di un figlio o di un amico che le venga a trovare durante l’orario delle visite. Mi si accartoccia il cuore ogni volta che le guardo. È facile provare tenerezza per un bambino, delicato, la si può definire quasi superficiale. Ma la tenerezza per una persona anziana, abbandonata a volte, arriva fino alle ossa e mescola il sangue dal fondo.
La figlia di una di queste sta lavando dolcemente le braccia scheletriche della vecchia madre che sbircia da sotto il lenzuolo. Le altre sorseggiano del porridge, sorridendo con il loro unico dente.

Adiacente al letto di Faith dorme Agoga.

Tra le pieghe del suo viso si può leggere tutta la sua storia: abbandonata dalla famiglia che la ritiene inutile, anzi pazza − il che forse è ancora peggio, qui − vive della bontà di altre persone, le stesse che l’hanno portata all’ospedale, accorgendosi che ha la malaria. E forse è questo che la rende pazza.
Ho imparato subito che la malaria, se trascurata, diventa cerebrale. E può lasciare danni anche permanenti, se non provoca prima la morte. L’ho visto anche nei bambini, arrivano all’ospedale che sembrano in trance.
Agoga vive in un mondo parallelo − e forse non ha nemmeno tutti i torti − ha il cervello di una bambina che canta le filastrocche alle bambole. Canta. Canta sempre. Ma non cammina più. Ha i muscoli delle gambe atrofizzati per l’inattività, sempre dovuta alla malaria cerebrale. Forse l’ha avuta più volte e nessuno si è preso cura di lei, sola, nella sua capanna. Fabrizio cerca sempre di farla alzare perché è convinto che sia solo questione di esercizio e poi lei camminerà di nuovo.
Anche ora. La tiene per le mani e le dice di mettersi in piedi − nel dialetto locale. Lei è seduta sull’alto letto e le si possono leggere sul viso il timore ma anche la voglia di ascoltarlo. Scivola giù piano, appoggiando sul pavimento i piedi consumati da una vita senza scarpe, aggrappandosi a Fabrizio come un naufrago a un tronco galleggiante nel vuoto dell'oceano. E al primo passo, comincia a ridere e a gridare a tutti che sta camminando, come a dimostrare che non è inutile, come la sua famiglia pensa, che può ancora badare a se stessa.
Con la mia valigia gialla, Stefania Bergo (Memoir) - Gli scrittori della porta accanto

Con la mia valigia gialla

di Stefania Bergo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Diario di viaggio | Memoir | Volontariato
cartaceo 12,00€
ebook 2,99€ – IN USCITA

Sinossi

Uno spaccato d'Africa e di vita. Un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
"Con la mia valigia gialla" è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autore era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. Ecco perché questo libro non vuole insegnare nulla. È un semplice mezzo messo a disposizione dall'autrice per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione.
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