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Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Libri Recensione di Davide Dotto. Il nome della rosa, il primo romanzo di Umberto Eco (La nave di Teseo). Una grande e complicata quaestio, la cronaca di incontrovertibili e immodificabili eventi avvenuti intorno a un’abbazia nell'arco di sette giorni.

Cos'è un nome? Nulla. Un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga. Ricevere un nome è la prima prova che siamo in balia degli altri. Non avere nome significa fuggire: pochi hanno il coraggio di andarsene dal nome che hanno fino al nome che sono.
Antonella Anedda, Salva con nome

Il Nome della rosa è il primo romanzo di Umberto Eco.

A tutti gli effetti è un giallo, in cui si inseriscono altri generi quali la gothic novel, il romanzo storico, il thriller. La lettura è agevole, perché ci si muove entro schemi codificati e riconoscibili, nonostante la presenza di dispute teologiche. In esse si segue lo schema della quaestio medievale:
  1. Il maestro propone o assume una questione (quaeritur)
  2. Elenca alcune obiezioni (videtur quod)
  3. Enuncia la soluzione (sed contra)
  4. Ne dà la trattazione (respondeo)
  5. Risolve a una a una le varie obiezioni prima avanzate (ad primum, ad secundum, …)
Le quaestiones sono liste di obiezioni, di soluzioni, citazioni a sostegno di tesi contrapposte.

Nel romanzo le dispute si chiudono bruscamente lasciando spazio ad altro. Non giungono quindi ad alcuna conclusione.

Isomma: Gesù rideva o non rideva, era o non era proprietario delle vesti che indossava? Il lettore non è tenuto a seguirle, può sorvolarle. È importante che ci siano, perché contribuiscono a creare l'atmosfera.
Il nome della rosa è scritto interamente così, è una grande e complicata quaestio: «Nulla vi è di più meraviglioso dell’elenco», della raccolta e della classificazione, di un inventario nel quale si spera di intravedere un ordine.
L’ordine dell’elenco è anche il rassicurante ordine dell’Universo? Questo il dilemma amletico di Guglielmo da Baskerville, monaco investigatore del XIV secolo.

Il racconto nel suo insieme è la cronaca di incontrovertibili e immodificabili eventi avvenuti intorno a un’abbazia nell'arco di sette giorni.

Adso, il narratore, ci presenta lo scriptorium del monastero e chi vi lavora.
L’elenco potrebbe continuare e nulla vi è di più meraviglioso dell’elenco, strumento di mirabili ipotiposi.
Umberto Eco, Il nome della rosa
L’elenco che più seduce Guglielmo è il codice che contiene il catalogo della biblioteca.
Nel rievocare gli anni difficili vissuti da Salvatore, un monaco che nella sua deformità richiama il Quasimodo di Notre Dame de Paris, inizia una lista di quasi due pagine:
Dal racconto che mi fece me lo vidi associato a quelle bande di vaganti che poi, negli anni che seguirono, sempre più vidi aggirarsi per l’Europa: falsi monaci, ciarlatani, giuntatori, arcatori, pezzenti e straccioni, lebbrosi e storpiati, ambulanti, girovaghi, cantastorie, chierici senza patria, studenti itineranti, bari, giocolieri, mercenari invalidi, giudei erranti, scampati agli infedeli con lo spirito distrutto, folli, fuggitivi colpiti da bando, malfattori con le orecchie mozzate, sodomiti, e tra loro artigiani ambulanti, tessitori, calderai, seggiolai, arrotini, impagliatori, muratori, e ancora manigoldi di ogni risma, bari, birboni, baroni, bricconi, gaglioffi, guidoni, trucconi, calcanti, protobianti, paltonieri e canonici e preti simoniaci e barattieri…
Umberto Eco, Il nome della rosa

È un inventario anche quello di Jorge da Burgos – monaco cieco, eminenza grigia dell'abbazia – nel ribattere contro la necessità dei bestiari – «Ogni immagine è buona per ogni virtù?» – sui quali si ha il sospetto che in gioventù avesse perso del tempo, ricordandoli così bene.

…l’asino che suona la lira, l’allocco che ara con lo scudo, i buoi che si attaccano da soli all’aratro, i fiumi che risalgono le correnti, il mare che s’incendia, il lupo che si fa eremita, le civette che insegnano grammatica, orbi che guardano i muti e muti che domandano pane, la formica che partorisce un vitello, polli arrosto che volano…
Umberto Eco, Il nome della rosa
In tali sequenze l’autore non raggiunge i livelli di Victor Hugo, capace di costruire liste di nomi e di vie lunghe dieci o quindici pagine – per esempio in Novantratré – nelle quali ci si perde. Ma l'intenzione è proprio questa: Eco stesso nel trattato vertigine della lista dimostra la tendenziale infinitezza di alcuni elenchi. Più che nella ricerca di un ordine, ci si affanna o ci si sofferma nella semplice enumerazione.

Questo è il punto cruciale: se gli indizi, i segni sono infiniti, a quando la ricerca delle leggi generalissime, dell'ordine che esprimono?

«Il massimo di confusione [può raggiungersi] col massimo di ordine» come in un labirinto.
Un elenco può dire tutto, ma anche nulla. Non è necessario dica nulla perché se esso si apre all’infinito, compie alla perfezione la sua funzione. Ecco l'incubo, l'ipotesi raccapricciante che si profila nella mente di Guglielmo.
Guglielmo è già consapevole della problematicità della ricerca, dell’inevitabile disfatta. Ci sarà sempre qualcosa che sfugge.
In fondo l’investigatore riesce il più delle volte ad assicurare l’assassino alla giustizia per un’intuizione, certo, ma anche per il sopravvenire di un elemento nuovo, che si aggiunge strada facendo.
L’indagine di Guglielmo non fa eccezione. Arriva comunque al risultato, anche se per vie traverse. Tra l’altro questo è lo stesso motivo per il quale non esiste il delitto perfetto: anche l’assassino non potrà mai prevedere tutto, qualcosa gli sfuggirà. Gli antagonisti, perciò, si battono ad armi pari.

Sembra non del tutto giustificato il senso di profondo scoramento che afferra nel finale il monaco investigatore. Ciò che è stato colpito non è il modo di procedere e di ragionare, quanto la vanità intellettuale.

Guglielmo cede alla vanità della mente, e non tiene conto dei moniti che qua e là sopravvengono, come per esempio quello paterno di Ubertino da Casale: «Ma ti ho detto anche la superbia, la superbia della mente, in questo monastero consacrato all’orgoglio della parola, alla illusione della sapienza…»
Guglielmo da Baskerville vedrà contraddette una a una le piste fino a ora seguite.
Io procedo come se l’assassino ragionasse come me. Ma se seguisse un altro disegno? E se, soprattutto, non ci fosse un assassino?
Umberto Eco, Il nome della rosa

Guglielmo da Baskerville è pur sempre un uomo del suo tempo. 

L'esito dell'indagine è devastante per le conclusioni – teologicamente non ortodosse – alle quali è costretto a giungere, sorpreso da un dubbio amletico: «…nessun ordine nell’universo, forse nemmeno una volontà superiore che regga il tutto, esiste…».
Si tratta di una conclusione di per sé nichilista che coinvolgerà nelle ultime pagine la stessa voce narrante – e quasi eretica –, Adso da Melk.

A proposito di nomi. 

Guglielmo di Baskerville, oltre a rievocare Sherlock Holmes, richiama anche il filosofo del Trecento Guglielmo di Ockham, esponente del nominalismo.
Il primo atto compiuto da Adamo è quello di attribuire un nome alle creature che gli sfilano davanti, imitando a suo modo il verbo creatore. Non per nulla il romanzo inizia con le parole di Giovanni:
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere con salmodiante umiltà l’unico e immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità.
Umberto Eco, Il nome della rosa
Adamo, con ciò, ripete attraverso i nomi l’unico e immodificabile evento della creazione, in modo che egli stesso apra gli occhi e la mente a qualcosa cui non era presente, rendendosene tuttavia partecipe.
Dietro a quest’atto può nascondersi l’insidia dell'Essere che tanto tormenta le pagine di Jean-Paul Sartre.

Nelle intenzioni originarie dare il nome alle cose, oltre a esprimere la libertà dell’uomo, testimoniava l'appartenenza a qualcosa, l'essere – a immagine e somiglianza di…

La caduta aspettava fulminea dietro l’angolo. Sostituire all’essere la dimensione dell’avere, del possedere o dell'apparire,  sia pure attraverso l’apposizione dei nomi, il passo è breve. La divinità caccia la sua creatura dall’Eden, dalla sua creatura la Verità stessa si ritrae per sempre.
Cadendo nella trappola, si ritiene che attribuire il nome alle cose garantisca su di esse un potere, permetta di impossessarsi, senza comprenderlo a fondo,  del mondo circostante.


Il nome della rosa

di Umberto Eco
La nave di Teseo
Thriller storico | Gothic novel
ISBN 978-8834603000
Cartaceo 17,10 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Un’abbazia medievale isolata. Una comunità di monaci sconvolta da una serie di delitti. Un frate francescano che indaga i misteri di una biblioteca inaccessibile. In una edizione con i disegni e gli appunti preparatori dell’autore, il romanzo che ha rivelato il genio narrativo di Umberto Eco: tradotto in 60 paesi con oltre 50 milioni di copie vendute, Il nome della rosa ha vinto il premio Strega nel 1981 e ha ispirato un film e una serie tv di successo mondiale. “ I disegni e le annotazioni manoscritte del futuro autore del Nome della rosa testimoniano il minuzioso lavoro preparatorio prima della stesura del romanzo. A conferma di quanto affermato da Eco nelle ‘Postille’ (1983): ‘Per raccontare bisogna anzitutto costruirsi un mondo il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari.’ E che cosa ci racconta o, meglio, ci anticipa di questo mondo il materiale visivo qui riprodotto? Innanzi tutto l’identità, la fisionomia dei principali protagonisti, con il tipico tratto veloce, arguto dell’autore, che ne giustificherà l’invenzione ‘per sapere quali parole mettere loro in bocca.’ Poi profili e piante di abbazie, castelli, labirinti, in una piena immersione nella cultura anche materiale del Medioevo.” Mario Andreose


Davide Dotto
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