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Recensione: No Ordinary Assignment, di Jane Ferguson

Recensione: No Ordinary Assignment, di Jane Ferguson

Libri Recensione di Davide Dotto. No Ordinary Assignment: A Memoir di Jane Ferguson (Mariner Books). Un viaggio nel giornalismo di guerra che esplora gli stereotipi e svela la complessità morale e umana dietro la documentazione di eventi bellici.

No Ordinary Assignment di Jane Ferguson va ben oltre la mera narrativa di guerra a cui siamo abituati, quella che fa meticolosamente il punto sul fatto del giorno, tra miriadi di aspetti e questioni che richiedono una comprensione profonda.

Il memoir di Jane Ferguson è ciò che dovrebbe essere: un viaggio intimo nell’animo di chi ha scelto di narrare i conflitti del nostro tempo.

Prima ancora di avventurarsi nel suo percorso, solleva una questione cruciale: come si racconta una guerra, e perché? Mette in discussione da subito, e non rinuncerà mai a farlo, il proprio ruolo di giornalista cercando, tra le pieghe degli eventi, di porsi le domande giuste ed essenziali: su etica, politica, la natura dell’essere umano.
Il percorso di Jane Ferguson avviene per gradi, dal richiamo invincibile di diventare una corrispondente di guerra, con il desiderio impellente di ricoprire un ruolo ben definito – «I just needed to act».
Affinché ciò sia possibile, mette da parte ogni legame, persino ogni “senso di appartenenza” per poterne acquisire uno completamente nuovo e diverso. Ciò le consente di partire senza guardarsi indietro, senza avere restrizioni o limiti, potendo quindi trasferirsi ovunque.
I had never asked anyone for permission to do anything in my life – not out of selfishness, but because I had never belonged anywhere, to any place of group or family. I had figured out how to use this trait as a strength, I could do whatever I wanted. Jane Ferguson, No Ordinary Assignment: A Memoir

Questo implica anche l’assenza di una sfera privata da conciliare con il lavoro, il ritrovarsi sola di fronte a sfide imponenti.

Tra queste, in quanto donna, colloquiare e interagire con generali, figure di potere in nazioni conservatrici al limite con il fondamentalismo religioso.
Tuttavia, questa situazione offre l'opportunità di esplorare la realtà circostante; di entrare nelle case, luoghi inaccessibili ai colleghi maschi, dialogare e raccogliere storie, confidenze dalle donne del posto.
Si confronta con i modelli che hanno influenzato la scelta di una professione particolare. Impara a interrogarsi sulla logica dietro le controversie e le divisioni che generano le guerre.
Fin dall'infanzia vissuta nelle campagne dell'Irlanda del Nord – in un periodo di disordini sociali e violenze, di scontri tra soldati britannici e membri dell'IRA – ha conosciuto ostilità e confronti armati.

Nelle vene già scorre l’esigenza di capire non solo chi possa raccontare gli eventi, ma soprattutto come, e con quale cuore.

Il “senso di non appartenenza” si veste a poco a poco di una prospettiva nuova, cercando di posizionarsi al di là e al di fuori di chi fa la guerra e la documenta, al di là e al di fuori di uno sguardo parziale e semplificato, e di cosa si recepisce dalle notizie di giornali e reti televisive.
Chi sono, quindi, i corrispondenti – anzi, le corrispondenti – di guerra? Come vengono visti e viste dalle popolazioni locali? Sono testimoni a cui affidare immagini e storie, in modo che emergano e non restino imprigionate ai confini di un territorio devastato dai conflitti interni. Il compito, delicato e prezioso, deve mettere da parte ogni forma di spettacolarizzazione: «Le persone riconoscono la vera empatia, unico comportamento decente nel reportage di guerra».

Quale atteggiamento mantenere, quindi? In che modo rapportarsi?

Jane Ferguson ricorda come, da bambina, sfogliando il National Geographic, si interrogasse sul perché chi fotografava le donne anziane sofferenti in Bosnia non le avesse aiutate. Se lo chiede ora anche lei, quando emergono inevitabili domande su responsabilità e impossibilità di offrire un aiuto tangibile all’altrui dolore: non è una militare, non è una pilota, né un'ingegnera o una medica, ma una narratrice.
Preda di un senso di smarrimento profondo, si rende conto che oltre non può andare: non è solo un momento che puoi mettere da parte, ma una sensazione che rimane cucita addosso: si diventa testimoni di qualcosa cui, come giornalisti, non si può rendere giustizia.
What was my role here? Was I helping at all? Jane Ferguson, No Ordinary Assignment: A Memoir

Ci si confronta con una realtà non facile da digerire.

Il lavoro di cronista si inserisce in un meccanismo paradossale, non sempre legato all’informazione più autentica, bensì alla propaganda di una fazione; indipendentemente dalla qualità del proprio contributo, è necessario apparire, comunicare in un certo modo, al punto in cui la parlata e l'accento – “No foreign accents” – possono costituire un ostacolo. Per poter lavorare ci si deve adattare fino o cambiare qualcosa di sé.



Diventano chiare anche altre cose. Ad esempio la consapevolezza che le regole che governano ciascun conflitto sono le stesse, come le “conseguenze non intenzionali”.

La carenza di assistenza medica e di farmaci per le popolazioni colpite; ospedali – se presenti e funzionanti – al limite e spesso inaccessibili per alcuni – i “ribelli”. A cambiare è l’attenzione mediatica che relega alcune crisi in secondo piano, tanto che ora si parla molto meno dell’Ucraina, la cui situazione non è certo meno complessa.
Può non apparire scontato capire che non ci si trova davanti a “un set cinematografico”, né che ci si deve concentrare sulla competizione tra le rispettive fazioni, ciascuna diretta a eclissare le istanze di quella avversaria. È altrettanto inappropriato individuare a tutti i costi “il buono”, “il cattivo” al fine di rimanere ancorati a un unico punto di focalizzazione (da quale parte stare), e da lì non spostarsi mai – «Prima ancora di documentare i conflitti come giornalista, ho capito da tempo che spesso non ci sono lati buoni e cattivi, che la realtà è un insieme composito e crudele di verità. La stessa moralità si piega a essa».
I have known since long before covering wars as a reporter how there are often no good and bad sides, and that reality is a complex and harsh collection of truths. Morality bends. Jane Ferguson, No Ordinary Assignment: A Memoir

Alla fine, si riscontra la difficoltà di andare oltre la pur importante ed estenuante ricostruzione dei fatti, fino a scoprire cosa provano le popolazioni che vivono tali situazioni.

Da qui discende il bisogno di comprendere, condividere, avere il coraggio di affacciarsi alla lingua e alla cultura altrui e porsi una domanda ulteriore: in quali modi l’essere umano (indipendentemente da ogni provenienza e appartenenza), ha contaminato se stesso, innescando malanni difficili da debellare, perché radicati nelle sue origini.


No Ordinary Assignment
A Memoir

di Jane Ferguson
Mariner Books
Memoir | Versione inglese
ISBN 978-0063272248
Cartaceo 29,81€
Ebook 14,49€

Quarta 

Jane Ferguson has covered nearly every war front and humanitarian crisis of our time. She reported from Yemen as protests grew into the Arab Spring; she secured rare access to rebel-held Syria, where foreign journalists were banned, to cover its civil war. When the Taliban claimed Kabul in 2021, she was one of the last Western journalists to remain at the airport as thousands of Afghans, including some of her colleagues, struggled to evacuate.
Living with sectarian violence was nothing new to Ferguson. As a child in Northern Ireland in the 1980s and ‘90s, The Troubles meant bomb threats and military checkpoints on the way to school were commonplace. Books by Dervla Murphy and Martha Gellhorn offered solace from her turbulent family, and an opportunity to study Arabic in Yemen came as a relief—and a ticket to the life in journalism she imagined.
Without family wealth or connections, she began as a scrappy one-woman reporting team, a borrowed camera often her only equipment. Networks told her she had the wrong accent, the wrong appearance, not enough “bang-bang shoot-‘em-up.” Still, Ferguson threw herself into harm’s way time and again, determined to give voice to civilian experiences of war. In the face of grave violence and suffering, this seemed a small act of justice, no matter the risks.
Ferguson’s bold debut chronicles her unlikely journey from bright, inquisitive child to intrepid war correspondent. With an open-hearted humanity we rarely see in conflict stories, No Ordinary Assignment shows what it means to build an authentic career against the odds.


Davide Dotto


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